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CAPITOLO IV.

«Avanti Monferrato!»

La notte era alta, quando si giunse alle prime case di Millesimo. Il borgo era immerso nel sonno, ma fu presto risvegliato dall’abbaiar dei cani, dal calpestìo della gente e dal fragore delle armi. Quei buoni abitanti ci accolsero a festa, offrendoci tutto quello che avevano. Disgraziatamente non era molto, quello che avevano; e non bastava ad assicurarci i viveri per un giorno. Prendemmo il poco pane avanzato del giorno innanzi; frattanto, il forno avrebbe lavorato per noi, e quella brava gente si sarebbe affrettata a mandarci un carico di pan fresco nelle prime ore del giorno. La cosa piacque al colonnello, che tosto comandò di riprender cammino. Del resto, qualche cosa si sarebbe potuto trovare nei casali sparsi di Cosseria; e d’altra parte il quartier generale, sapendo dove eravamo, doveva pensare a provvederci, nè solamente di pane. Poichè il soldato, in guerra, non vive soltanto di munizioni da bocca; ma anche, e sopra tutto, di munizioni da fuoco.

Si era bevuto il bicchiere della staffa, amorevolmente offerto da quei di Millesimo. I più previdenti avevano badato a riempir le fiaschette di vino e d’acqua, secondo i gusti, e verso le quattro del mattino si esciva dal borgo, incamminati per la via in salita, che va nella direzione di Plodio. Noi, per altro, non avevamo da correre fin là; ad un certo punto, dov’è il colmo della salita, dovevamo far conversione a sinistra, per un sentiero abbastanza ripido, scavato nei tufo dagli uomini, ma più dalle acque invernali, e inerpicarci sulla vetta. La montagna di Cosseria nereggiava per l’appunto davanti a noi, mentre ne costeggiavamo le falde, e lassù, nel cielo turchino, si disegnavano i fantastici profili del castello diroccato, che doveva ospitarci. Quella vista ci aveva messi di buon umore, e, salendo a passi misurati per l’erta, intuonavamo la canzone del soldato. La chiamo così, perchè infatti era una sola a quei tempi. In materia di canzoni, e specialmente di canzoni di marcia, il soldato piemontese non ha mai fatto prova di genio inventivo. Doveva per esempio, recarsi in guarnigione a Novara? E lui a cantare, con la sua solita flemma:

Novara, Novara, ’Na bella città! Si mangia, si beve, Allegri si sta.

Era il suo ritornello di tutte le marce. Qualche volta si trattava di un paese che aveva il nome più lungo, e quel nome, introdotto nella misura, ci si faceva stare per forza. Se poi si trattava d’un semplice villaggio, niente paura, il villaggio era innalzato alla dignità cittadinesca, senza mestieri di un regio decreto. Così avvenne che si cantasse, quella notte:

Cosseria, Cosseria, ’Na bella città! Si mangia, si beve, Allegri si sta.

— Alto! — gridò tutto ad un tratto il cavalier Corte, interrompendoci nel medesimo tempo il passo e la canzone. — Vedete la prima, che si è fermata. —

Difatti la prima compagnia aveva fatto alto improvvisamente. Noi, obbedendo al comando del capitano, la imitammo subito, non senza chiederci a vicenda che impedimenti avessero potuto trovare sul loro cammino i nostri compagni, mentre si era così vicini al colmo della salita.

Il cavalier Corte si fece avanti otto o dieci passi, verso il comandante della prima.

— Alberione, che cos’è stato? — dimandò.

— Non so ancora; — rispose il cavaliere Alberione. — La mia avanguardia ha fatto alto, e non sarà certamente per trovare la strada. Ah, ecco un messo che ci mandano. —

La prima compagnia, come avrete capito, si faceva precedere, secondo le norme elementari della prudenza, da una sua squadra, comandata da un sottotenente; e questa squadra, marciando un centinaio di metri innanzi alla propria compagnia, diventava l’avanguardia dell’avanguardia. Fermandosi quella, doveva fermarsi quest’altra.

Il messo, che il capitano Alberione aveva veduto spiccarsi dalla squadra, giunse correndo alla testa della colonna.

— Che cos’è stato? — domandò alla sua volta il comandante della prima.

— Signor capitano, — rispose il granatiere, — si sente un rumore confuso, laggiù dalla parte di Plodio. Il signor sottotenente Fossa crede di distinguere il calpestìo d’una colonna in marcia.

— Non ci sarebbe da stupirne; — mormorò il cavaliere Alberione. — È più probabile questo, che una distribuzione di viveri per domattina. —

Così dicendo, il bravo comandante della prima s’inginocchiava sulla strada, per metter l’orecchio a terra. Il cavalier Corte fece lo stesso, e molti granatieri, per ispirito d’imitazione, seguirono l’esempio.

Il rumore confuso si sentiva anche da noi, come di gente che camminasse vociando. Ma forse era un’illusione, prodotta dal vento, che fischiava nelle gole dei monti. Ad uno dei nostri parve di sentire dell’altro, come a dire il cigolìo delle ruote d’un carro.

— Saranno i viveri; — disse ridendo un granatiere, a cui egli aveva comunicato il suo dubbio.

— Viveri in contanti; — soggiunse un altro.

— Ma da sfondar le tasche col peso; — notò un terzo, sul medesimo tono canzonatorio.

— Se non si trattasse che delle tasche! — esclamò il secondo. — Tutto consiste nel sapere come ci faranno la distribuzione. —

Frattanto il cavaliere Alberione parlava al messaggero:

— Va, e di’ al sottotenente che si avanzi fino a Montecàla, dove noi lo raggiungeremo subito.

Il granatiere battè con la palma della mano sulla seconda fascetta del fucile che portava al braccio, fece fronte indietro e andò via di galoppo.

— E tu, Corte, manda uno dei tuoi uomini ad avvertire il colonnello di quello che avviene; — ripigliò il capitano della prima, volgendosi al nostro comandante.

— Mando un sergente; — disse il cavaliere Corte.

E venne diritto da me, per darmi le sue istruzioni. Io non avevo bisogno di molte parole, perchè oramai sapevo ogni cosa che importasse di riferire al colonnello, e lavorai di gambe per far l’ambasciata al più presto. Non ebbi per altro da correr molto. Cento passi sotto a noi, veniva il nostro colonnello, col grosso del battaglione, e cavalcava al suo fianco il capitano Rubin, dello stato maggiore.

— Ben fatto! — esclamò il signor marchese Del Carretto, quando io ebbi finito di dirgli ciò che aveva operato la nostra avanguardia. — Capitano Tibaldè, faccia serrare il passo; bisogna raggiungere più presto che si può la testa di colonna a Montecàla. E voi, sergente, andate alla vostra compagnia. —

Obbedii, ma, per quanto corressi, avevo sempre il colonnello alle calcagna.

Mentre egli affretta il passo per giungere ai primi posti, lasciatemi fare una piccola spiegazione strategica. Montecàla deriva il suo nome dal mutar di pendenza che fa la strada, ad un certo punto, tra il monte di Cosseria, di cui sfiora le falde, e la Colla, che sorge di rimpetto. Poco più giù da Montecàla due strade discendono nella valle di Carcare; la prima, più diritta, costeggia il torrentello, detto per l’appunto il Montecàla, che poi, raccolte le acque di un altro fossato, prende il nome di Anta e va a scaricarsi nella Bormida; la seconda, piegando a levante, entra fra la Colla e Montenudo nella gola di Plodio, e riesce a Carcare anch’essa. Ma la prima era a’ miei tempi un sentiero campestre, erto e sassoso, donde poteva venire al più qualche drappello di truppa leggiera; la seconda, invece, essendo rotabile, era anche la sola per cui potesse avanzarsi una colonna formata, con artiglieria e munizioni. Il castello di Cosseria, rincalzato dalla sua piccola balza, conosciuta ancora col nome significativo di Spia, comandava ad ambedue le strade, che sboccavano là, sotto il tiro de’ suoi moschetti. Da quella parte, la salita al castello era sommamente difficile, e ad una certa altezza a dirittura impossibile, se non si prendeva la viottola serpeggiante sul fianco occidentale del monte; ma questo sentiero, assai ripido, poteva essere facilmente difeso con poca gente risoluta. Più agevole era l’approccio del castello dalla parte di tramontana, dove il monte spingeva innanzi due lunghi sproni, verso la Rocchetta del Cengio. Sul più settentrionale dei due, che collega anche il castello all’abitato del borgo, s’inerpicava la strada feudale, sicuramente anteriore al Mille, come appare dai lastroni irregolari, ma piani e saldamente commessi, giusta la vecchia usanza romana, che si vedono ancora per lunghi tratti aderire al terreno.

Appena fummo giunti al colmo della salita, dov’era la nostra avanguardia, il colonnello riconobbe in un batter d’occhio la posizione sua e quella del nemico. Ai primi barlumi dell’alba, che rischiaravano il cielo dietro ai vertici di Montenudo, si vedeva nereggiare d’uomini in marcia la vicina stretta di Plodio, e d’altra gente il sentiero che costeggiava il rigagnolo. L’avanguardia nemica aveva già occupato il punto di collegamento delle due strade; ci vedeva allora allora, e si disponeva all’attacco, mentre qualche palla incominciava a fischiarci agli orecchi.

— Siamo arrivati a tempo! — disse, passandoci accanto, il capitano Rubin.

— Chi sa? — mormorò il colonnello. — Ecco dell’altra gente a sinistra. —

E guardava frattanto verso l’erta di Cosseria, dove si vedevano brulicare parecchie centinaia di uomini, intenti a guadagnare la vetta.

— Sono cacciatori croati; — disse allora il sottotenente Fava. — Avevano già presa la montagna, quando noi giungevamo al posto, e devono essere stati respinti in disordine quassù dalla medesima truppa che ora si avanza sulla nostra sinistra.

— E ci hanno tre ufficiali superiori; — notò il capitano Rubin, osservando tre cavalieri, appiedati per la necessità dell’aspra salita, che conducevano per le redini le loro cavalcature.

Quei cacciatori, che s’inerpicavano su per la costa del monte, erano veramente croati, come diceva il sottotenente Fava. Riconoscemmo più tardi che erano due compagnie, con sette ufficiali; ma da principio, e non badando che al numero, credemmo di vedere un battaglione. Forse le due compagnie, già fitte di per sè, avevano raccolti gli avanzi di altre decimate a Montenotte, e perciò presentavano nel complesso un forza di cinquecento uomini. Era con esse il conte Provera, pavese, vecchio generale al servizio dell’Austria, seguito dal suo aiutante, di cui non rammento il nome, e dal conte Martonix, ufficiale di stato maggiore, che in quel giorno doveva buscarsi una gloriosa ferita.

Come mai si trovava lassù quella truppa? Erano forse sbandati del corpo del generale Argentau, che avevano scambiata la via di Dego con quella di Millesimo? O forse il generale Beaulieu, non credendo ancora perduta la giornata di Montenotte, e ignorando la fulminea discesa del Buonaparte nella valle di Carcare, aveva mandato in ricognizione il Provera, e questi, tagliato fuori dall’esercito francese, si era ripiegato sulla linea piemontese, non isperando più di raggiungere l’austriaca? Non saprei dirvelo. Il soldato, in campo, ignora molte cose, anche di quelle che accadono vicino a lui, e quasi sotto i suoi occhi. Aggiungete che di questi particolari minuti delle grandi guerre non si tien conto a cose fatte e a relazioni compiute. Dunque, io non lo so, e nessuno l’ha scritto; restiamo nel buio.

I francesi, come vi ho detto, ci avevano veduti e salutati con qualche fucilata; ma poco dopo si avanzarono rapidamente, levando alte grida, quasi volessero prenderci col terrore delle voci, come gli Ebrei di Giosuè avevano preso Gerico a suono di trombe.

— Alberione, Corte, miei buoni amici, ecco il momento; — disse il colonnello, snudando la spada. — Attaccate alla baionetta, e vivamente!

Un fremito corse per le due compagnie di Monferrato, a quelle parole del comandante.

— Per il re e per la patria! — gridò il cavaliere Alberione, dei conti di Rorà. — Avanti, Monferrato!

— Monferrato, avanti! — gridò il cavalier Corte, dei conti di Bonvicino. — Susa e la Marina ci guardano.

Le compagnie si mossero con le baionette spianate, presero il passo accelerato, indi la corsa vertiginosa, rovesciandosi addosso al nemico. Un grido solo, un urlo, rompeva dai petti: «avanti, Monferrato!» Il nome della patria, il nome della famiglia militare, a cui rispondevano due immagini egualmente care, il luccichio delle baionette assiepate davanti a noi, avviate a gara, prorompenti come lingue di fuoco, la sensazione calda dell’urto imminente, l’odore acre della mischia, raddoppiavano, centuplicavano l’ardimento, inebbriavano i cuori. Ci accolsero a schioppettate, i francesi? Lo immagino, ma non ne ho conservato il ricordo. So che li vidi via via più vicini, quindi mi parve che dessero volta e la nostra schiera li inseguisse con le baionette alle reni. Bella cosa, quell’impeto e quella fuga, veduti come in un lampo! Tutti gli uomini sono fratelli! Ecco in verità un consolante pensiero. Ma nessuna idea sulla fratellanza umana varrà nella memoria del soldato questo acerbo contatto del ferro lucido con la carne palpitante, quando si difende casa sua, la bandiera e l’onore del proprio paese. L’orgoglio indomabile della vostra medesima razza vi lampeggia sugli occhi; il sangue, il buon sangue di tante generazioni che vogliono emulazione o vendetta, vi martella alle tempia, vi fuma alle nari, vi caccia avanti, all’emulazione, alla vendetta, alla strage. Rovinate, massa animata, col peso moltiplicato della massa inerte, sulla muraglia vivente che vi contrasta la via, e il cozzo delle due forze, delle due somme di sdegni e di furori scatenati, dà fumo e scintille. Siete ferito? Non lo sentite, in quel punto supremo; cercate il petto del nemico, lo tempestate di colpi. Davanti a voi sparisce ogni cosa; ogni immagine si offusca e si perde; non vive altro pensiero, non risplende altro affetto, non arde altra passione, fuorchè l’ira vostra, raddoppiata, inasprita dall’ira di quanti combattono con voi, o contro di voi. La morte aleggia su tutti, si ficca in mezzo, dirige ella i colpi. Può cogliere anche voi; ma che importa? È bella, è luminosa, è felice, la morte del soldato, nell’urto feroce di due battaglioni, e vale cento vite di filosofi umanitarii, con tutti i loro libracci per giunta alla derrata.

Si erano scompigliate le ordinanze nemiche; gli assalitori, respinti a furia, si ripiegavano sul grosso dell’esercito. Ma gli ufficiali facevano quanto potevano per arrestare la lor gente; esortazioni, piattonate, tutto era buono, per raggiungere il fine. Così, rannodando gli uomini di buona volontà, sbarrando la strada ai timidi, riuscivano ancora a far testa.

— _Sacrebleu!_ — gridavano. — _La face à l’ennemi! Allons, enfants de la patrie_....

E a quelle parole, che prendevano facilmente il ritmo musicale, si rifacevano i manipoli. Il gran numero dei feriti che ingombravano la strada, rallentando la marcia a noi, dava tempo al nemico di riordinarsi più lungi, di ritornare alla carica.

— Staremo noi a sentirli cantare? — gridò il cavaliere Alberione. — Avanti, Monferrato! Per la patria, per il re! —

E dentro da capo. Era una lotta a corpo a corpo, una lotta disperata; ma anche questa finì con la peggio del nemico, che diede volta ancora, incalzato da noi, bersagliato dai fuochi della collina.

Perchè ora dovete sapere ciò che avveniva alle nostre spalle, o meglio, ciò che aveva fatto il colonnello Del Carretto, intanto che noi si marciava ripetutamente all’assalto. Non era ancora venuto per lui il momento di caricare, come ne aveva voglia di certo. Con un sangue freddo ammirabile, mentre Monferrato correva alla baionetta, egli prendeva la Marina e Susa, comandava per fila a sinistra e faceva andare le quattro compagnie sull’erta di Cosseria. Di lassù, le prime squadriglie, con tiri aggiustati sulla seconda linea dei francesi, ne ammorzavano l’audacia, aiutando l’impeto nostro nella loro avanguardia. Frattanto il colonnello guadagnava terreno, muovendo la sua gente a scaglioni, come se fosse in piazza d’armi, e non davanti al nemico, lungo la costa di un monte.

Il giorno sorgeva, illuminando quella stupenda evoluzione. Ma il giorno, pur troppo, illuminava anche la povertà delle nostre forze. Eravamo stati in cento ottanta a dar dentro, ed avevamo parecchi dei nostri fuori di combattimento. L’avanguardia nemica, respinta in disordine per la seconda volta, non si riordinò che alla stretta di Plodio, sulla testa di colonna dell’esercito francese. Ma laggiù riprendeva lena ed ardire; un uomo a cavallo, certamente un generale, assumeva il comando, la guidava alla riscossa, agitando il cappello piumato sulla punta della spada. La schiera ostinata si cacciò sotto un terza volta; ma noi, come fu a venti passi, le facemmo addosso un fuoco così vivo, che ella fu costretta ad arrestarsi. Un’altra carica la rimandò di là dal torrente.

In quello scontro ci riuscì di fare un prigioniero. Era un soldato caduto, che non aveva avuto tempo di ritirarsi con gli altri. Il cavalier Corte lo interrogò, secondo l’uso.

— A che corpo appartenete?

— Augereau; — rispose brevemente il soldato.

— Quanti siete?

— Dodicimila, per ora; ma il resto è in marcia. La difesa che fate, mio comandante, non può condurvi a nulla; vi consiglio di arrendervi.

— Ecco un prigioniero che fa il parlamentario; — notò il cavalier Corte, ridendo. — Andate, _mon brave_, e dite al vostro generale che noi siamo in meno, ma che qui dietro c’è tutto l’esercito piemontese. —

Il francese salutò, recando la mano al cappello, e si allontanò zoppicando.

— Mi sono forse affrettato un po’ troppo a presentare il general Colli in battaglia; — soggiunse il cavalier Corte, volgendosi al collega Alberione. — Ma forse anche lui mi ha raddoppiato il numero dei suoi. Esagerazione per esagerazione. —

Il comandante della prima sorrise ed approvò.

— E valga la buona intenzione! — diss’egli. — È bene che sappiano, laggiù, che non abbiamo paura di loro. Per intanto, questa prima partita l’abbiamo vinta noi. —

E per intanto seguitava il fuoco vivo da una parte e dall’altra della valle. I nemici si disponevano ad un nuovo e più poderoso attacco, quando giunse a noi il capitano Rubin, con l’ordine di farci ripiegare sul grosso del battaglione. Ci ritirammo con calma, ben sostenuti dalle due compagnie di Susa, che si erano a bella posta avanzate sul ciglio della balza. Ma il capitano Rubin, che aveva recato l’ordine del colonnello, prese una palla in petto e cadde bocconi. Accorremmo per rialzarlo, e lo portammo semivivo sulle nostre braccia, fin sotto ai torrioni della ròcca.

— Povero Rubin! Per mia colpa! — esclamò il colonnello, quando lo vide giungere in quello stato.

— Qualcheduno doveva andare; — mormorò il capitano. — E questa volta tocca a me. Buona fortuna, mio colonnello! —

Furono le ultime parole del capitano Rubin. Filippo Del Carretto lo abbracciò, con le lagrime agli occhi, e si tolse di là, per andare dove lo chiamava il dovere. Ecco una brutta cosa, nella vita del soldato! Si vede morire un amico, e non si può restar lì, a confortarlo ne’ suoi ultimi momenti. Basta, beviamo un sorso. È una storia così lunga! Ma voi altri l’avete voluta, e dovete ascoltarla dal principio alla fine.