Chapter 13 of 20 · 4258 words · ~21 min read

CAPITOLO XIII.

Ex ungue leonem.

Passammo, lungo la strada, in mezzo ad una moltitudine di francesi. I soldati, sottosopra, sono gli stessi in tutti i paesi del mondo, cioè un pochettino invasori; ma i francesi, non faccio per vantarmi, poichè ho fatto parecchie campagne con loro, danno dei punti a tutti gli altri. Entrati appena in un paese, vanno frugando di qua e di là, per impadronirsi della posizione; un’ora dopo, hanno già fatto conoscenza con tutti gli abitanti, vi sbucano dai portoni e dai vicoli, vi appariscono dalle finestre e magari dai tetti; l’orto e il pollaio, la cucina e il tinello non hanno più segreti per loro.

A Carcare, dov’erano da ventiquattr’ore, potevano già dirsi di famiglia. Il borgo, del resto, essendo stato tanto tempo sotto il dominio della Repubblica di Genova, non sentiva affatto di piemontese, e, come tutte le terre di Liguria in quegli anni, parteggiava a dirittura per l’esercito repubblicano, vessillifero delle idee liberali che dovevano fare tanta strada anche nei dominii del vicino Piemonte. Tutto intorno alla piazzetta i bottegai avevano messe fuori le sedie, e ufficiali e soldati sedevano mescolati ai cittadini, chiacchierando allegramente, comunicandosi le notizie del giorno, fraternizzando, infine, per esprimervi la novità della cosa con la novità del vocabolo.

Il nostro arrivo, sul far della sera, destò una grande curiosità, non già perchè una quarantina di prigionieri fossero bestie rare per quel valoroso esercito a cui da parecchi giorni sorrideva la fortuna, ma perchè tutti, uffiziali e sott’uffiziali, portavamo la spada al fianco, e prigionieri che conservino le loro armi non sono in nessun luogo prigionieri da dozzina. A buon conto, eravamo «quei di Cosseria,» e le nostre grinte dure meritavano di essere guardate con una certa curiosità, dopo due giorni di resistenza ad una intiera divisione, e tante perdite inflitte al nemico.

— _Tiens! Les officiers de Cosseria!_ — esclamavano d’ogni parte intorno a noi. — _Une poignée d’hommes avec qui il a fallu compter! Voilà des braves!_ —

Dico _braves_ così per dire, ma veramente era un altro vocabolo più energico, e molto più usato nel gergo militare francese, che indica ad un tempo la fierezza, l’ostinazione e il valore, e nella sua stessa volgarità rende più vivo, più scolpito l’elogio.

Meno male; questo avevamo guadagnato noi, resistendo. Giungemmo, così salutati, davanti al portone della casa Ferreri, e l’uffiziale della scorta si avvicinò alla sentinella.

— Il cittadino generale? — chiese egli.

— Non è ancora rientrato.

— Tarderà molto, che tu sappia?

— Non so. È partito stamane per Dego, dove per tutta la giornata ha brontolato il cannone.

— Ah! diavolo! — esclamò l’uffiziale. — E che notizie si hanno?

— Le hanno portate un’ora fa, e sono eccellenti. Vittoria su tutta la linea. _L’Autrichien en a eu pour son argent, et même au delà._

— _Bon!_ — disse l’ufficiale, che subito dopo si rivolse a noi, per farci entrare nel vestibolo.

Lo seguimmo taciturni e ci schierammo ad un suo cenno contro la parete. Quelle notizie di Dego, raccolte a volo, ci avevano profondamente addolorati. Il generale Beaulieu sconfitto! Sconfitto come l’Argentau! Erano i due austriaci con nome francese. E il Colli, quell’altro austriaco con nome italiano, se ne era rimasto inoperoso sulle alture di Montezemolo!

— Signori, — ci disse l’ufficiale francese, — mi duole che dobbiate aspettare. Ma il generale in capo non può tardar molto, oramai.

— Si è trattenuto a San Donato; — aggiunse un aiutante di campo, che era giunto allora allora.

— Hanno trasportato dei feriti nella chiesa, ed egli ha voluto vederli; ma fra pochi minuti sarà qui.

— Tanto meglio; — riprese l’ufficiale che ci aveva condotti. — Io volevo domandarvi, signori, se avevate appetito, per farvi portare almeno un po’ di pane e un po’ di formaggio; il cibo della pazienza, — soggiunse egli, sorridendo, — a cui siamo stati condannati per due giorni anche noi. Ma anche per trovare questa roba ci vuole il suo tempo, in mezzo a tanta confusione, e il generale Bonaparte arriverà molto prima del nostro fornitore.

— Non c’è premura; aspetteremo; — rispose filosoficamente il conte Provera. — Noi non sappiamo neanche più di avere uno stomaco. —

Frattanto, nel vestibolo e su per le scale si erano accesi i lampioni; e noi ci vedevamo assai gialli, a quel lume.

— L’hai tu, uno stomaco? — bisbigliò il cavalier Corte, voltandosi a me che gli stavo dietro, con le spalle appoggiate al muro.

— Signor capitano, non so; ma sento di avere una testa, perchè mi gira maledettamente. —

In quella che noi ci ricambiavamo i nostri pensieri a bassa voce, si udì uno scalpitìo di cavalli sul selciato. L’ufficiale di scorta si avanzò sulla soglia del portone e tese lo sguardo verso tramontana.

— Dev’esser qua; — diss’egli. — C’è tutto lo stato maggiore.

— Vittoria! vittoria! — gridavano intanto i soldati, per via. — Evviva il cittadino Bonaparte! Evviva il vincitore di Dego!

— Di Dego! — esclamai. — Hanno vinto anche là! Vinceranno dunque da per tutto?

— Che farci? — mormorò il cavalier Corte, sospirando. — Sono i loro bei giorni!

I cavalli si erano fermati sulla piazza. Noi udimmo tintinnire gli sproni e battere sul lastrico le spade dei cavalieri che balzavano di sella. Il vincitore di Dego era giunto; ancora un istante e lo avremmo veduto anche noi.

Eravamo schierati, ed anche abbastanza pigiati, da una parte del vestibolo; ma dovemmo stringerci dell’altro, per lasciare uno spazio sufficiente al passaggio dei nuovi arrivati.

Entrò allora un uomo piccolo e scarno, che portava un mantello grigio sull’uniforme verde cupa, e che mi parve, in quel suo modesto abbigliamento, un aiutante del generale in capo. L’ufficiale di scorta si avanzò, mettendo la mano al cappello, e gli presentò il generale Provera; quindi, accennando la nostra schiera, soggiunse:

— Sono gli ufficiali e i sott’ufficiali della guarnigione di Cosseria, che debbono, secondo la capitolazione d’oggi, essere rimandati in Piemonte. —

Quell’uomo piccolo e scarno si fermò su due piedi e stette un istante a guardarci; fece alcuni passi sulla nostra fronte; ritornò indietro con un rapido movimento, e si piantò davanti a noi, ficcandoci addosso due occhi neri, che luccicavano come diamanti, sotto le ciglia aggrondate; poscia, con voce stridente da cui traspariva la collera, gridò:

— Ah, siete voi, i difensori di Cosseria? Di quella bicocca, che ci ha dato da fare come una piazza forte? —

A quelle parole avevamo riconosciuto il generale in capo. Nessuno fiatò; guardavamo tutti il vincitore di Montenotte, che, dopo una breve pausa, soggiunse:

— Avete combattuto da barbari. Sì, da barbari; — replicò, notando lo stupore che cagionava in noi quel biasimo inaspettato. — Non posso congratularmi con voi di un valore che ha passata la misura. Cacciati lassù, accerchiati, incalzati come la fiera nel covo, privi di ogni soccorso e di ogni speranza, era inutile di resistere con tanta ostinazione, di uccidermi i miei generali, di decimarmi il fiore dell’esercito. —

Il capitano Tibaldè si muoveva già per rispondere a quella invettiva; ma il vecchio Provera lo chetò con un gesto, e gli rispose egli in sua vece:

— Signor generale, non intendiamo il rimprovero. Ci sostiene la coscienza di aver fatto il nostro dovere. —

Il Buonaparte si rivolse a guardarlo, mentre egli parlava; poi fece una spallucciata, come quella che avevo già visto fare al generale Augereau, e con voce ancor burbera rispose:

— Il vostro dovere! Bella cosa, far sempre il proprio dovere! E avrete fame, ora?

— Come si può averla dopo cinquanta ore di digiuno; — disse il generale Provera.

— Ostinati! — brontolò il Buonaparte. — Venite a cena con me. La mensa, vi avverto, sarà molto frugale. —

Ciò detto, si mosse per andare nel tinello, che era al pian terreno, daccanto alla cucina. Gli ufficiali, che erano entrati con lui, si tennero indietro, per lasciarci passare dopo il grand’uomo.

— Uhm! — mormorò il cavalier Corte. — Questo è come le pere bugiarde; non bisogna fermarsi alla buccia. —

Entrammo nel tinello, dov’era la mensa imbandita. Sebbene la camera fosse vasta, e la tavola proporzionata alla camera, non potevamo averci posto tutti quanti, e la maggior parte dei sott’ufficiali andarono a sedersi in una stanza vicina. Il generale Buonaparte si pose in capo alla tavola e chiamò alla sua destra il conte Provera, alla sua sinistra il cavaliere Tibaldè. Noi altri sedemmo in giro, mescolatamente, come ci aveva distribuiti il caso. Avremmo voluto far posto ai generali francesi; ma essi, quantunque pregati con insistenza, ricusarono.

— Qualcheduno ha da servire in tavola, perbacco! — dicevano essi. — Lasciateci l’onore di farvi da camerieri e di darvi da mangiare.

— Dopo avervi affamati, è il meno che possiamo fare; — aggiunse ridendo il generale Augereau, diventato tutto fiori e baccelli con noi.

Così avvenne che i difensori di Cosseria, minacciati tante volte di fucilazione, avessero per servitori a tavola, pronti a distribuire il pane, a mescere il vino, a presentar le vivande, a levare i piatti, i primi ufficiali dell’esercito nemico. I sopravvissuti di quei camerieri improvvisati diventarono tutti marescialli di Francia.

E spinsero, quei valorosi, la loro cortesia a tal segno, da non fare il menomo cenno della strepitosa vittoria che avevano riportato poche ore prima nella stretta di Dego. La ragione di questo delicato riserbo la intendemmo più tardi, quando sapemmo che i due reggimenti piemontesi di Monferrato e della Marina, essendo stati mandati in sostegno al generale Beaulieu, avevano preso parte a quella terribile giornata. Poveri nostri compagni d’armi! Anch’essi, non ostante la loro bella difesa, avevano dovuto arrendersi.

Ma non si può sempre tacere, in una comitiva di soldati, intorno alle imprese che essi hanno compiute. Ad un certo punto, ne parlò risolutamente il Provera, reputando necessario di congratularsi col Buonaparte. Si era nemici; le vittorie sue erano nostre sconfitte; ma all’ingegno e al valore bisognava render giustizia.

Il Buonaparte fu modesto, e attribuì l’esito della giornata alla sua buona stella.

— Lasciatemi sperare, — diss’egli, — che essa mi assista ancora, perchè le difficoltà sono molte, e noi non abbiamo fatto che la prima parte di ciò che è necessario, per ottenere alla Repubblica francese una pace onorevole con l’Austria e col re di Sardegna. A proposito di Dego, — soggiunse il nostro ospite, volgendosi al cavalier Tibaldè, — a che corpo appartenete voi, capitano?

— Al reggimento della Marina.

— Era dunque della Marina un valoroso ufficiale che trovai ferito per via; — riprese il Buonaparte. — Ad onta delle ferite, ond’era crivellato, serbava una calma meravigliosa. Non avevo mai veduto un uomo più tranquillo, in mezzo a così acerbe sofferenze, e mi sono fermato per attestargli il mio profondo rammarico.

— Che grado aveva, signor generale? — chiese allora il cavalier Tibaldè.

— Era capitano, come voi.

— Chi sarà, dei tanti? — disse il cavaliere Tibaldè, volgendosi al collega Lomellini.

Ma un altro, accanto al capitano Lomellini, si mostrava profondamente colpito da quella notizia, ed era il sottotenente cavaliere Birago.

— Cittadino generale, — cominciò egli, non potendo più stare alle mosse, — permettete che io vi domandi qualche particolare, intorno a questo ferito?

— Il cavaliere Carlo Birago, mio sottotenente; — entrò a dire il capitano Tibaldè, parendogli necessario di far precedere a quel dialogo due parole di presentazione.

— Domandate pure, — rispose affabilmente il Buonaparte. — Mi sembra già di capire che siete in ansietà per qualche vostro congiunto.

— Sì, generale; ho due fratelli, capitani ambedue, uno nel reggimento di Monferrato e l’altro nel reggimento della Marina. Era alto, di capel bruno, il ferito?

— Se fosse alto non saprei dirvi, poichè lo vidi sdraiato a terra, contro un ciglione di strada. I capegli erano bruni, di sicuro; l’occhio scintillante, il naso aquilino.

— Ah, non c’è dubbio, è lui, mio fratello. E il suo stato è grave, voi dite?

— Grave, sì, per il sangue che ha dovuto perdere da tante ferite. Ma egli era in sensi, molto tranquillo, come vi ho detto, e mi ha fatto maravigliare con la serenità delle sue risposte. Del resto, cavalier Birago, — soggiunse il Buonaparte, con una grazia che finì di soggiogare tutti i suoi ascoltatori, — andate voi a cercarlo. Un mio aiutante di campo vi accompagnerà per tutti i luoghi dove abbiamo feriti. Se voi lo trovate, come credo, e se egli è in caso di seguirvi, come gli auguro, vi permetto di portarlo con voi in Piemonte, libero alle medesime condizioni che sono state fatte a voi ed ai vostri compagni.

— Grazie, generale! Voi permettete che io non indugi un minuto?

— V’intendo e vi approvo; — disse il Buonaparte. — Dessolles, accompagnate il cavaliere, ve ne prego. Potete guardar prima nelle chiese qui vicine, fino alla Madonna della Neve, dov’è più probabile che siano stati portati i feriti di Dego. Se non è di qua, bisogna andare nel borgo, sull’altra riva del fiume, dove abbiamo i feriti di Cosseria. —

Quelle ultime parole del Buonaparte mi scossero. Approfittando della confusione che cagionava l’escita del cavalier Birago e dell’aiutante Dessolles, mi alzai e corsi anch’io nel vestibolo.

— Posso accompagnarla, signor cavaliere? — dissi al sottotenente Birago.

— Sì, vieni; — mi rispose.

Le strade erano buie e si camminava in mezzo a file d’uomini coricati, che non avevano trovato ancora un ricovero al coperto. Il capitano Dessolles ci condusse a visitare la chiesa degli Scolopii e quindi la parrocchiale di San Giovanni. In nessuna delle due trovammo il capitano Birago del reggimento Marina. Alla Madonna della Neve, che è un dugento passi fuori dell’abitato, sulla strada di Cairo, trovammo invece l’altro capitano Birago, del reggimento Monferrato, ma con ferite piuttosto lievi, e ignaro affatto della sorte di suo fratello. Il capitano Dessolles lo raccomandò vivamente alle cure del chirurgo, e ritornò indietro con noi, per andare nel borgo, sull’altra riva del fiume. Si era quasi certi di trovar là il ferito più grave, poichè il chirurgo aveva detto che poco prima era passato per l’appunto un carro, con parecchi feriti di Dego, che non aveva potuti scaricare, essendo già piene tutte le chiese e tutte le scuderie della riva sinistra.

La sollecitudine fraterna del sottotenente Birago ci faceva correre speditamente da un angolo all’altro del borgo. Andammo a far capo in una scuderia di là dal ponte, presso la chiesa di Santa Rosalia, dove ci avevano detto che fossero stati scaricati gli ultimi feriti di Dego. E là veramente trovammo il capitano Birago del reggimento Marina, con tre palle in corpo e due colpi di baionetta, steso sulla paglia, vergine ancora di ogni soccorso e intieramente depredato.

Il capitano Dessolles mandò subito a chiamare un chirurgo. Venne quello di Santa Rosalia, un bel giovanotto, chiamato Nougarède.

— Visitate subito questo ferito, che è particolarmente raccomandato dal generale in capo. Il cittadino Bonaparte vuole che sia rimandato libero in Piemonte, appena si possa trasportarlo senza pericolo.

— Non domani, nè doman l’altro, di sicuro; — rispose il chirurgo, mentre stava esplorando le ferite. — Il capitano è un uomo forte, come vedo, e pieno di coraggio, ma le ferite son cinque.

— E ne basta una per andare all’altro mondo; — aggiunse il ferito.

— Speriamo che non sia il caso, capitano; — disse il chirurgo. — Per intanto, appena fatta la prima medicazione, vedremo di trasportarvi nel nostro alloggio, dove il mio collega Durosier vi prodigherà le sue cure.

— Non potete curarlo voi, Nougarède? — chiese allora il bravo Dessolles.

— Per ora sì, ma domattina debbo andare a Savona, con un convoglio di feriti molto gravi. Bisogna sgomberar le chiese di Santa Rosalia e di San Sebastiano, per far posto a tutti i nuovi clienti che ci avete mandati da Dego.

— E ne avete da condur molti, a Savona? — domandai io al chirurgo.

— Sì, un centinaio, che allogheremo laggiù, nell’ospedale di San Paolo.

— Sono feriti di Cosseria?

— Per l’appunto.

— E, perdonate alla mia curiosità.... ci sarebbe tra quei feriti una donna?

— La vivandiera?

— Sì, madamigella Adriana.

— Sapete anche il nome? E chi ha detto a voi, piemontese, che fosse ferita?

— L’ho raccolta io per il primo, sotto i nostri trinceramenti, e l’ho consegnata ai soldati del suo reggimento.

— Ah, bravo! — disse allora il Nougarède, stendendomi la mano. — Avete compiuto un atto di umanità. Se volete vedere la vostra protetta, venite domattina a San Sebastiano, verso le sei, che è l’ora della partenza.

— Grazie; — risposi. — E va meglio, la poverina?

— Sì, abbastanza. Dorme molto. Il sonno è riparatore. —

Consolato da quella buona notizia, animato dalla speranza di rivedere madamigella Adriana, seguitai al quartiere generale il capitano Dessolles e il sottotenente Birago.

Quando fummo alla casa Ferreri, trovammo ancora il generale Buonaparte in mezzo ai nostri compagni, sul punto di congedarsi da loro, non per andare a riposo, ma per dettar l’ordine di marcia al suo esercito, che sulle prime ore del mattino doveva levare il campo da Carcare.

Egli si mostrò lieto di sapere che il cavalier Birago avesse trovati due fratelli ad un tempo; la qual cosa permetteva a lui, Buonaparte, di rendere due servizi in una volta al vecchio marchese Birago di Vische.

— È una bella cosa per un padre, — diss’egli, — che tutti i suoi figli capaci di portare le armi si siano trovati al fuoco nel medesimo giorno, partecipando in egual modo all’onore e al pericolo. È una bella cosa; — ripetè, con quella energia di accento che soleva mettere in ogni discorso. — Quando le necessità della patria domandano i maggiori sacrifizi, tutti debbono essere al loro posto, e le grandi famiglie si onorano a dare di questi nobili esempi. Non conosco nelle aristocrazie un ufficio più alto e più efficace di questo, se pure esse vogliono conservarsi, dimostrare la loro utilità, in mezzo a tanta rovina di vecchie istituzioni. Qui è veramente il caso di osservare che il vostro Piemonte ha una aristocrazia vigorosa, intelligente, degna del posto che occupa. La vorrei solamente più aperta a tutte le nuove glorie, a tutti i nuovi ed eminenti servigi. Nella storia dei popoli che sentono la loro gioventù e non hanno una tiepida fede nel futuro, ci dev’essere sempre luogo per un capostipite. In questo, o signori, la vecchia Inghilterra dà lezione all’Europa. Ognuno che accresca d’un fiorone o d’una gemma la corona di Riccardo Cuor di Leone e di Elisabetta, ha il suo posto naturalmente assegnato nel più alto consesso della nazione. —

Noi ascoltavamo ammirati quel giovane soldato repubblicano, che rendeva così nobilmente giustizia ad un governo nemico che egli aveva testè combattuto in due grandi giornate, e che ragionava con tanta serenità intorno ad istituzioni e consuetudini, di cui la Francia era in quei giorni, o pareva, la negazione trionfante.

— Ma noi abbiamo conversato abbastanza; — riprese egli, dopo un istante di pausa; — e i miei doveri di comandante in capo mi fanno rinunziare al piacere d’intrattenermi ancora con voi, nobili difensori di Cosseria. Il mio capo di stato maggiore darà gli ordini perchè i due capitani Birago, appena si possa farlo senza danno della loro salute, siano trasportati a Torino, dove saremo lieti di consegnarli alla loro famiglia. Mi permetterete, — soggiunse egli, sorridendo, — di sperare che ciò avverrà presto, e di fare ogni poter mio per mutare la speranza in realtà.

— I soldati fanno il loro dovere, — rispose nobilmente il cavaliere Tibaldè. — Iddio concede la vittoria a chi l’ha meritata. —

Il generale Buonaparte approvò le parole del nostro comandante con un cenno benevolo.

— Mi duole, — aggiunse egli, — che dovrò cagionarvi un piccolo disagio. Il mio esercito sarà domattina tutto in marcia per Ceva e Mondovì. Non potrò dunque lasciarvi andare agli avamposti piemontesi senza qualche precauzione, di cui, soldati come siete, non vorrete disconoscere la suprema necessità.

— Occhi bendati, generale? — disse il conte Provera.

— Sì, e per molte ore; forse per più di un giorno, secondo i casi; — replicò il Buonaparte, tentennando malinconicamente la testa. — Me ne duole davvero, credete, ma non potrei operare altrimenti. —

Quelle parole del generale Buonaparte furono come un raggio di luce per me.

— È dolente; — bisbigliai all’orecchio del cavalier Corte. — E se noi gli offrissimo di passare da un’altra parte, per evitargli il dispiacere?

— Da un’altra parte! — esclamò il cavalier Corte, stupito. — Avresti tu, per caso, mutata la geografia del Piemonte?

— No, capitano, — risposi; — il Piemonte sta bene dov’è. Ma se noi andassimo a Savona, e di là c’imbarcassimo per Genova, donde ci sarebbe facile di restituirci a casa per la via di Alessandria, si guadagnerebbero due punti in uno: non si andrebbe con la benda agli occhi, che è tanto incomoda, e si farebbe un piacere al generale Buonaparte.

— Perbacco, hai ragione! — esclamò il capitano.

E senza por tempo in mezzo, si accostò al cavalier Tibaldè, per riferirgli la proposta.

— È una trovata del sergente diplomatico; — gli aggiunse il bravo cavalier Corte, che mi amava molto e coglieva volentieri le occasioni di farmi figurare.

Il cavalier Tibaldè approvò il disegno e lo espose subito al generale Buonaparte, che del resto aveva già udita la conversazione dei due capitani.

— Per far piacere a me, — diss’egli allora, — voi rinunziate ad un vostro diritto e andate a cercare la vostra libertà per un tragitto molto più lungo e fastidioso.

— Generale, — riprese il nostro comandante, — non dobbiamo noi corrispondere in qualche modo a tante vostre cortesie? Poichè uno dei nostri ha avuto una buona idea, permettete che ci affrettiamo a cogliere l’occasione di farvi cosa grata, risparmiandovi una piccola noia.

— Eh, non tanto piccola! — esclamò il generale Buonaparte. — Voi sapete come siano gelose certe faccende, e in particolar modo il segreto delle marce. Io dunque accetto la vostra offerta, e ve ne ringrazio vivamente. Il mio capo di stato maggiore preparerà subito i passaporti per il vostro tragitto fino a Genova. —

Ciò detto, si mosse per ritirarsi nelle sue stanze. Ma, nel passare in mezzo a noi, volle conoscer tutti per nome. Quando toccò a me di essergli presentato, il generale Augereau aggiunse ridendo queste note caratteristiche:

— _Ancien seminariste! Il y a de l’étoffe._

— Ah! — disse il Buonaparte, volgendosi a me. — Eri destinato alla vita ecclesiastica?

— No, cittadino generale; — risposi. — Facevo solamente i miei studi classici, ma avevo tutt’altra vocazione.

— Quella del soldato, non è vero? È la condizione dell’uomo libero; sarà presto quella di tutti gli italiani. Perchè ti chiamano il sergente diplomatico? —

Ero impacciato e non sapevo che cosa rispondere; ma il generale Augereau fu pronto a darmi una mano.

— È un calligrafo eccellente; — rispose egli per me. — Ha scritto sotto la nostra dettatura il protocollo della resa di Cosseria e si può dire che abbia fatto della diplomazia sul tamburo. —

Il generale Buonaparte si degnò di sorridere a quella spiegazione delle mie qualità diplomatiche.

— Ah, se non ci fosse altra diplomazia che questa! — esclamò egli, muovendosi per uscire. — Sarebbe una diplomazia da valere tant’oro. Sbrigativa, sbrigativa vuol essere. —

E se ne andò, ripetendo ancora un paio di volte quel gustoso aggettivo.

Fu questo il mio primo incontro col grand’uomo, il cui genio portentoso ha scosso tutti gli uomini della mia generazione, la cui immagine ci è rimasta viva nella mente, e il cui ricordo ci strappa ancora le lagrime.

Io non so se vedo il Buonaparte d’allora con gli occhi stessi che videro poi Napoleone imperatore dei Francesi e re d’Italia. Forse, rispetto a ciò, nell’animo mio si è fatto un pochino di confusione. E tuttavia mi sembra di potervi assicurare che il generale Buonaparte ci appariva già un miracolo d’uomo. Montenotte e Dego, due strepitose vittorie in due giorni, erano presenti al nostro spirito profondamente turbato, e il nome di fulmine di guerra, che lo dipingeva con tanta evidenza, era già in tutte le menti, prima di essere su tutte le labbra. Notate che nulla, nel suo aspetto esteriore, annunziava il grand’uomo, se non forse la modestia somma del vestire, in mezzo a tanto sfarzo di mostreggiature, di sciarpe, di colletti arrovesciati e di penne, per cui si distinguevano i suoi generali, e che la sua personcina grama non ispirava certamente quella vaga curiosità, quel desiderio di analisi, che ci fanno ritrovare qualche volta i segni di un forte carattere e i presagi di una grandezza imminente sotto la grigia velatura di una mediocrità che non ha speranze per sè medesima, e non ne lascia concepire agli osservatori superficiali o distratti. Quel profilo d’imperatore romano che tanti hanno veduto in lui, glielo dovevano comporre più tardi, e neanche ben chiaro, ma vagante tra Cesare ed Ottaviano, i pittori e gli scultori come l’Appiani e il Canova. L’uso del potere supremo e gli agi della vita fastosa aiutarono nel corso degli anni a favorire il concetto degli artisti. Per allora, debbo confessarlo, il romano non c’era. Aveva le labbra e il naso sottili, più che non si convenisse all’ampiezza e alla prominenza della fronte, e gli zigomi sporgevano poco. Ma gli occhi, neri e vivi, con quella loro mobilità fulminea, resi anche più vivi e più neri dalla magrezza e dal pallore del viso, gli occhi, sicuro, promettevano Giulio Cesare, Ottaviano Augusto, e quant’altri grand’uomini ha dato Roma alla storia sua, alla storia del mondo.