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CAPITOLO V.

Chi comanda, a Cosseria?

Lassù, dove ci eravamo inerpicati, era un castello in rovina. Mostrava, per altro, di essere stato saldamente costrutto, perchè si vedeva ritta ancora, e in alcune parti incolume, la sua forte ossatura. Le mine del 1536 avevano fatto crollare il mastio, che, rompendosi in quattro enormi rocchi di malta e di pietre, si era rovesciato sulla chiesuola del castello e sopra la facciata del palazzo feudale. Ma esso aveva anche fatto di peggio per noi, tardi ospiti di quelle rovine, poichè nel suo crollo si era sfondato il serbatoio dell’acqua, la cui vòlta robusta girava a fior di terra sotto la piazzetta, davanti alla chiesa. Là dentro si raccoglievano le acque piovane e le nevi, di cui erano liberali i lunghi inverni delle Langhe; nè in altro modo, per l’altezza solitaria del monte, si poteva aver acqua nei calori dell’estate.

Il castello aveva una sola cinta dalla parte di levante e mezzogiorno; ma di là, anche i resti dell’antico muro bastavano a custodire il passaggio, poichè il declivio era ripido oltremodo, e pochi uomini di guardia potevano impedire la salita a centinaia e centinaia di assalitori pazzi. Due cinte a semicerchio proteggevano la ròcca da ponente e da tramontana. L’interna, e più alta, non era più che un monte di rottami su cui verdeggiava una folta macchia di nocciuòli. La esterna, assai larga di giro, era diroccata in gran parte, specie davanti al più dolce pendìo, per cui la montagna si collegava ai due sproni, o contrafforti, che ho già ricordati, e che voi pure non dovrete perder di vista. Sull’ultimo lembo della doppia cinta, verso levante, sorgevano ancora tre lati delle mura maestre del vecchio palazzo a due piani, e un romantico verone, su cui Berta di Cosseria avrà passate Dio sa quante ore del giorno, meditando, con gli occhi rivolti alle verdi colline del Monferrato. Chi era questa Berta di Cosseria? Lo ignoro. È un nome che mi è rimasto nella memoria, ma senza contorno di fatti. Non vi aspettate dunque la sua storia da me. Non so nulla di lei; non so neppure in che secolo sia vissuta, questa gentile signora.

Salito lassù, e data una rapida scorsa alla cinta esterna, il colonnello Del Carretto riconobbe subito il lato debole della posizione. Di là, dove il muro appariva più guasto, e dove, per i due contrafforti che sapete, era da prevedersi più facile l’attacco, ordinò subito un’abbattuta d’alberi e un riparo di sassi, dietro a cui potevano stare appostati i combattenti di prima linea. Si lavorò tutti a gran furia, e in capo a mezz’ora avevamo un principio di trinceramento, bastante alle prime necessità della difesa. Frattanto, uno strepito d’armi, di voci alte e di passi affrettati, si udiva sotto di noi, nelle forre. Anche il nemico aveva compiuto il suo giro attorno alla montagna, e di là dovevamo vederlo comparire all’assalto.

La seconda compagnia di Monferrato era di servizio fuori della cinta, sull’estrema destra del castello. Ma io, mentre si conduceva a termine il lavoro delle trincee, avevo dovuto andare a mettere in ordine ogni cosa per i nostri feriti, ed anche, pur troppo, a raccogliere gli ultimi desiderii dei morenti. Ero il calligrafo, lo ricordate, lo scrivano, il letterato del battaglione. Ma facevo anche l’infermiere, in quel punto, e dopo aver collocati quei poveretti al sicuro, sotto l’abside, mezzo sepolto tra le macerie dell’antica chiesuola, ero andato a frugare tra i macigni e i rottami che colmavano la grande cisterna, e avevo trovato qualche goccia d’acqua piovana, nascosta tra i sassi. Non era un gran soccorso, e non sarebbe durato molto; ma si poteva almeno bagnar le labbra dei feriti, senza privare i combattenti del poco liquido che serbavano ancora nelle loro fiaschette.

Fatta la scoperta, non ebbi altro pensiero che quello di andarla a comunicare al marchese Del Carretto. Egli era poco distante, sul terrapieno della cinta interna, a colloquio col generale Provera. I due uomini di guerra, giovane l’uno e pieno di vita, l’altro già molto avanti negli anni, si erano conosciuti altrove, nel corso della campagna antecedente, e quella mattina, sul colmo di Cosseria, avevano ricambiato la stretta di mano delle vecchie conoscenze. Ma il nostro colonnello, che aveva pratica del luogo, essendo quelle rovine e tutta la montagna appartenute a’ suoi maggiori, era corso ad ordinare i preparativi della difesa. Soltanto allora aveva potuto ritornare presso il conte Provera, e per la prima volta stava ragionando liberamente con lui. Non era quello il buon momento per farmi avanti con la mia piccola notizia, e rimasi, un po’ senza volerlo, un po’, ve lo confesso, per istinto di curiosità, nascosto nella macchia dei nocciuòli, ad ascoltare la loro conversazione. Si trattava alla fin fine degli interessi di tutti noi, e chi, trovandosi in un caso simile, non ha mai ascoltato agli usci, mi scagli pure la prima pietra.

— Ma qui non c’è nulla di nulla; — diceva il conte di Provera. — Nemmeno un fil d’acqua. —

Il marchese Filippo fece una mossa di labbra, che pareva voler dire: non è poi colpa mia.

— Facciamo una rassegna delle nostre forze; — continuò il Provera. — Voi avete cinquecento uomini.

— Siamo ancora cinquecento cinquanta, tra ufficiali e soldati, senza contare i feriti che abbiamo potato trasportare nella rocca; — rispose il colonnello.

— Bene; ed io ho cinquecento uomini sani, con sette ufficiali. Aggiungete me e i due dello stato maggiore, che mi accompagnano.

— Mille sessanta; — rispose il colonnello, tirando la somma.

— Le vostre munizioni? — ripigliò il Provera.

— Da venticinque a trenta cartucce per uomo.

— Come noi.

— Son dunque trentamila colpi disponibili; — conchiuse il marchese Filippo.

— Diciamo pure trentamila; — replicò il conte Provera. — Ma voi m’insegnate, colonnello, che, anco a farli tutti, quei trentamila colpi, ne avremo solo un migliaio di utili. Un battaglione, come ogni altro corpo di soldatesche impegnato, fa già molto a metter fuori di combattimento l’equivalente del proprio effettivo.

— In aperta campagna, lo credo anch’io, — rispose il marchese Filippo, — perchè un partito finisca sempre col soverchiare l’altro, o per forza di baionetta, o per buon esito di movimenti giranti. Ma in una posizione fortificata, e difendendosi fino all’ultima cartuccia, quel corpo può fare assai più.

— Bene, concedo il doppio, — disse il vecchio generale, — quantunque un fatto simile non si sia visto mai, dacchè si usano armi da fuoco. E poi? si potrà egli tenere fino all’ultimo, senza munizioni di bocca? Quanto al pane, mi avete risposto: «gli avanzi della razione di ieri»; per l’acqua e il vino, mi avete risposto: «quel che rimane entro le fiaschette dei soldati, riempite questa notte a Millesimo». Sono minuzie volgari, lo so, e stonano coi generosi ardori del guerriero; ma bisogna anche metterli in conto, quando si ha da misurare il grado di resistenza possibile. Aggiungete, marchese, che avete dei feriti, e che, insieme con l’acqua, vi mancano ancora uffiziali di sanità.

— I nostri feriti soffriranno nobilmente, per il re e per la patria; — rispose il colonnello.

Io non vedevo il conte Provera, ma indovinai dal suo silenzio che egli doveva inchinarsi, da vecchio gentiluomo, a quella bella risposta.

— Veniamo alle speranze; — soggiunse egli, dopo una breve pausa. — Il generale Beaulieu sarà oggi impegnato a Dego, a Spigno, o in qualche punto della strada di Acqui, che egli deve coprire ad ogni costo.

— Il generale Colli ha promesso di sostenerci; — rispose Filippo del Carretto. — Noi siamo il suo posto avanzato. Per intanto, aspetto munizioni. Questa notte gli ho spedito un corriere, per avvisarlo che a Millesimo non avevamo potuto far viveri; ed egli, se ha sentite le fucilate di Montecàla, deve anche immaginare che non avremo tempo di cercarne a Cosseria.

— Il Colli.... — disse quell’altro, mendicando le parole, — il Colli dovrà ritirarsi su Ceva.

— Lo credete voi, generale? — gridò Filippo del Carretto.

— Ma!... È questa una mia opinione.... fondata sul dovere di ogni prudente capitano, che voglia salvare il proprio esercito.

— Senza aver combattuto, generale?

— Infine, — disse il vecchio Provera, che in quel momento mi parve molto seccato di tante domande, — non è qui che si salvano le sorti della campagna. Una grande battaglia, vinta nella valle del Po, rimanda i francesi di là dal Settepani, assai meglio che tanti piccoli combattimenti in queste gole.

— Sia pur questo il concetto del generale Beaulieu; — ribattè il marchese del Carretto. — Ma il generale Colli comanda l’esercito piemontese, e l’esercito piemontese, per intanto, ha da difendere casa sua.

— Dopo Montenotte?

— Appunto per ciò. A Montenotte, i francesi avranno ottenuto il grande risultato di poter mantenere le loro posizioni sul passo di Cadibona; ma restano sempre, contro di loro, la stretta di Dego per gli austriaci, e la stretta di Millesimo per noi.

— E sia; — rispose il Provera. — Mettiamo pure che il Colli venga in sostegno. Quando? Qui, a detta di un vostro ufficiale, che l’ha saputo da un soldato francese, abbiamo da fare con tutto il corpo dell’Augereau; dodici mila uomini. E il Buonaparte non è lontano; ne avrà ventimila.

— Gliene concedo trenta, e tutti i miracoli dell’audacia, e tutti quelli della fortuna, che, come dicono, ama i giovani; — replicò il marchese Filippo, animandosi. — Ma neanche il generale Buonaparte può far qui il suo sforzo maggiore, se prima non ha assaggiato il Beaulieu. Noi, dunque, non avremo sulle braccia che i dodicimila uomini dell’Augereau. Ora, la posizione nostra, su questo nido di aquile, e per un giorno che dovremo aspettare i movimenti del generale Colli, vale undicimila uomini. Siamo mille, quassù; i conti si pareggiano.

— Marchese del Carretto, voi avete una fede maravigliosa! — esclamò il generale Provera. — Ed è una bella cosa, nel soldato; bella come la gioventù. —

Volevo escire dal mio nascondiglio, perchè la conversazione mi pareva finita. Ma in quel punto capitò sul terrapieno il cavaliere Alberione.

— Colonnello, — diss’egli, — abbiamo un parlamentario.

— Ah! — esclamò il marchese Filippo.

— È un generale; — riprese il capitano Alberione. — È venuto col trombettiere, che portava il fazzoletto bianco sulla punta della baionetta.

— Lo avete bendato?

— Sì, e lo abbiamo condotto dentro. Egli ha chiesto chi comanda a Cosseria, per intimargli la resa. —

Io allungai il collo tra i rami. Premeva anche a me di saperlo, chi comandasse a Cosseria, dopo la conversazione che avevo sentita.

Il marchese Del Carretto aveva fatto un gesto di ossequio, e il generale Provera si muoveva già per andare; ma dopo quel gesto, e veduta la mossa del generale, il nostro colonnello fu pronto a soggiungere:

— Signor conte, Ella è maggiore di grado e di esperienza. Ma io ardisco pregarla di por mente ad una cosa.

— Quale?

— Che noi siamo risoluti di difenderci, e che ne abbiamo anche l’obbligo.

— Potendo, sicuramente; — rispose l’austriaco.

— È giusto; — replicò il marchese Filippo. — Ma a me, iersera, è stato detto; andate, e difendete Cosseria. È un ordine positivo.

— E che cosa contate di fare? Di non ascoltar nemmeno se i patti del nemico sono onorevoli?

— Fossero i più onorevoli che un pugno di uomini potesse ottenere da un intiero esercito, se essi ci fanno sgombrare la posizione, ci fanno tradire il mandato. Ella non ha ordini pari ai nostri, signor conte; si ritiri Lei, noi resteremo. —

Il vecchio Provera rimase un istante sovra pensiero, poi nobilmente rispose:

— Non farò questo, io. Ella ha detto poc’anzi che la fortuna ama i giovani. Orbene, io invito la dea su queste rovine e cedo il comando al colonnello Del Carretto. Se la mia vecchia esperienza può valer qualche cosa, la metto a sua disposizione fin d’ora. Signor comandante, a Lei!

— Grazie, signor conte! — gridò il marchese Filippo. — Ed ora, Alberione, fa venire il parlamentario. Conduci anche il cavalier Tibaldè. È il capitano più anziano, e desidero che assista al colloquio. —

Il parlamentario fu introdotto nella seconda cinta, e sbendato dal cavaliere Alberione.

— D’ordine del generale in capo dell’esercito francese, — diss’egli, levando la fronte, e col sorriso sulle labbra, — chi comanda a Cosseria?

— Io, marchese Filippo Del Carretto di Camerano, colonnello dello stato maggiore generale di Sua Maestà il re di Sardegna; — rispose solenne il nostro comandante. — Con chi ho l’onore di parlare?

— Il mio nome è molto più breve; — ripigliò quell’altro. — Cervoni, generale della Repubblica francese.

— Ah! — esclamò il marchese del Carretto, che aveva fiutata in quelle parole l’intenzione sarcastica, ed era uomo da rendere pan per focaccia. — Il comandante dell’avanguardia a Voltri? —

Ricorderete che pochi giorni prima i francesi si erano spinti fino a Voltri, ma ne erano stati cacciati a furia da un corpo di seimila uomini, calato improvviso dai monti.

La botta era resa, e il labbro del marchese Filippo si ricompose tosto al suo consueto sorriso.

— Vincitori a Montenotte, padroni della valle della Bormida, — ribattè il generale Cervoni, felice di mettere quel glorioso copertoio sui cenci di Voltri, — proseguiamo la nostra marcia vittoriosa. Intimo la resa alla guarnigione di Cosseria, in nome del generale Buonaparte.

— Non comanda il generale Augereau? — chiese il colonnello Del Carretto.

— La sua divisione avrà l’onore di muover prima all’assalto, se vi ostinerete a resistere; — rispose il Cervoni. — Ma qui è presente il generale in capo. La posizione è accerchiata da tutto l’esercito. Occupiamo Millesimo, Pian dei Giaschi e il monte Cavallo; la vostra condizione è disperata; arrendetevi a discrezione.

— A discrezione! — ripetè il nostro comandante.

— Buonaparte è generoso; — replicò il parlamentario.

— Grazie, generale Cervoni! — disse allora il marchese Del Carretto. — Vogliate riferire al generale Buonaparte, altro nome italiano che ripeto con grata meraviglia in questa occasione, che noi non disputiamo sulle condizioni strategiche e tattiche in cui possiamo trovarci, ed egli intenderà le ragioni di questo nostro riserbo. Sappia egli, per bocca vostra, che a Cosseria ha da fare con granatieri piemontesi, e che i granatieri piemontesi non si arrendono mai[1].

— Così farò; — rispose il Cervoni; — e sarò felice, se potrò venire io primo, a salutare questi valorosi, con la spada alla mano.

— Sempre lieto d’incontrarvi, generale; e senza rancore, per quell’ora! — aggiunse il marchese Filippo, stendendo la mano al nemico.

Il parlamentario francese fu bendato da capo, e ricondotto con tutti gli onori, a suon di tamburo, fino al fondo della salita.

Ero escito dalla macchia, ed avanzandomi verso il colonnello, gli annunziai la mia piccola scoperta.

Egli se ne mostrò molto contento, e, volgendosi al vecchio Provera, gli disse:

— Vedete, generale? Un angelo è apparso, e ci ha additata una fonte. Poca cosa, pur troppo, ma ai feriti basterà. Sergente, — riprese, voltandosi a me, — andate pure alla vostra piccola infermeria.

— Colonnello, — risposi, mettendo la mano alla fronte, — se permette vado al mio posto, con la seconda di Monferrato.

— E lasciate i feriti? — mi chiese.

— La seconda non ha che tre sergenti; — risposi.

— Bravo! va; — diss’egli allora, dandomi amorevolmente del tu.

E mi pose anche la mano sulla spalla, e il mio cuore n’ebbe un sussulto di gioia.

Avete pensato mai che ci sono delle mani dotate di una virtù miracolosa? Altro che il magnetismo! Son mani divine, che derivano la loro potenza dalla purezza dell’anima, dalla nobiltà del carattere. Si sa, o si sente, che quelle mani non si sono macchiate mai di una azione malvagia, o solamente dubbia. Si stringono con venerazione; si vorrebbe baciarle; dovunque toccano, lasciano il sigillo, la fragranza dell’onore, della virtù, della grandezza morale.

Quel giorno e per la prima volta, io, oscuro sergente, qui sopra all’omero sinistro, sentii l’impronta dello spallino, che non avevo ancor meritato.