CAPITOLO VII.
La vergine del reggimento.
Ella, dunque, mi contemplò per alcuni minuti secondi, con una cert’aria tutta sua, tra impertinente e curiosa; poscia, socchiudendo gli occhi e facendomi una smusata in faccia, mi domandò:
— _Qu’est ce que tu regardes, à present?_ —
Intendevo la sua lingua come ogni buon piemontese d’allora, ma non la parlavo con molta franchezza. Cionondimeno mi provai, sapendo benissimo che non c’era altro modo di farmi capire da quella diavola laggiù. I nostri vicini hanno sempre avuto il difetto di studiar poco la lingua degli altri popoli; per contro, hanno la virtù di non ridere, quando si assassina la loro, e vi tengono conto della buona intenzione.
Risposi dunque in francese, ma asciutto, come è naturale che faccia chi si ritrova impastoiato dalle regole di una grammatica nuova e dalla povertà del suo vocabolario tascabile.
— _Je fais mon devoir, madame._
— _Tiens!_ — gridò ella. — _Tu parles français? Ç’est charmant de ta part._
— _Charmant!_ — brontolai. — _Allez-vous-en; ce n’est pas ici la place des femmes._
— _Qui te l’a dit, blanc-bec? Monsieur le curé de ta paroisse?_ —
E rise, scagliandomi quel frizzo, e mi mostrò intiere due file di bianchissimi denti.
Aveva una bella testina, la mia strana interlocutrice, una di quelle teste rotonde, ricche di capegli, notevoli per i lineamenti larghi e finamente contornati, dalle quali i nostri vicini hanno preso l’immagine della loro repubblica una e indivisibile, certamente preferibile a quei medaglioni adiposi di Borboni e di Orléans, che decorarono prima e dopo i loro scudi da cinque lire. Dei denti vi ho già detto che li aveva tutti e bianchissimi; ma il momento e il modo di farmeli vedere, mi diedero noia; perciò gridai, indispettito:
— Andate indietro! —
Ella non doveva essere molto avvezza ad obbedire, quantunque appartenesse alla milizia, e, cacciando un po’ indietro la sua berrettina a tetto di capanna, in guisa da mostrarmi scoperta la sua fronte bianca e i primi ciuffi dei suoi capegli biondi, mi ribattè con aria di sfida:
— E se mi piacesse di venire avanti?
— Indietro, o faccio fuoco; — replicai, levando il fucile.
— Ah, per esempio!... — diss’ella. — _Allons voir ça!_ —
E venne avanti, quella gran diavola, venne avanti come aveva minacciato di fare. Salì con piglio risoluto per la viottola, facendomi ballonzolare davanti agli occhi il suo guarnello turchino di vivandiera, filettato di rosso, e venne a piantarsi a cinque o sei passi da me.
Io avevo il fucile già ritto all’altezza della guancia e facevo una figura abbastanza ridicola. Come? Un granatiere piemontese vedrà una donna venir leggiera e confidente verso di lui, e non troverà altra cortesia da farle, che quella di spianarle addosso la canna d’un fucile? Questo pensiero, passato veloce attraverso le nebbie del mio intelletto, mi fece fremere e rabbrividire ad un tempo. Trassi indietro il fucile e mi parve di essere ritornato un altr’uomo; lo accostai al braccio e gli detti sulla seconda fascetta il colpo voluto dai regolamenti; poi, con molta destrezza, lo feci saltare davanti al petto, gli detti un altro colpo di palma sulla cassa, e presentai l’arma, ridendo.
— Alla buon’ora! — esclamò la mia bionda vicina. — Lo dicevo bene, io, che ti sarebbe mancato il coraggio!
— Sì, quel che volete; — risposi; — ma andate via subito, madama! —
Capirete che tutto questo discorso, che io vi rendo in italiano, era fatto in francese. Il mio «_madame_» dette probabilmente sui nervi ai soldati che avevano accompagnata la vivandiera nella forra, e che stavano allora appiattati dietro una ceppaia di castagno, che sporgeva le negre radici dal ciglio della strada.
— _Dis-lui mademoiselle, sacrebleu!_ — gridò uno di essi. — _Sais-tu bien à qui tu parles? C’est la vierge du régiment._
— _Taisez-vous là-bas!_ — diss’ella, con voce alta e con accento di rimprovero, probabilmente seccata di quella presentazione fatta a distanza.
Poi, rivolgendosi a me, soggiunse:
— Scendi: ragioneremo.
— Ah! scendere, poi, è un altro paio di maniche.
— Hai paura, _blanc-bec_? —
Il sospetto mi offendeva; ma alle donne si può lasciar dire ciò che non si potrebbe tollerare da un uomo.
— Il mio dovere mi tiene quassù; — le risposi.
— Anche durante una sospensione d’armi? — diss’ella.
— Eh, se ci fosse davvero una sospensione d’armi, vi confesso, madamigella, che scenderei volentieri.
— Guarda laggiù; — riprese la mia interlocutrice, accennando col dito verso la strada alta.
Mi volsi a guardare dov’ella indicava, e vidi avanzarsi un parlamentario, con la bandieruola bianca, preceduto dal solito trombettiere.
— Avete ragione; — dissi allora. — Possiamo chiacchierare per qualche minuto. —
E spiccato un salto, fui tosto nella viottola, accanto alla mia strana visitatrice.
Che era bella, ve l’ho già detto; aggiungerò brevemente che era alta di statura e molto elegante di forme. Se fosse stata vestita di bianco, se, scambio di quella berrettina a tetto di capanna, piantata capricciosamente sul capo, avesse portato un velo e una corona di verbena, avrei creduto di essere al cospetto di una giovane druidessa, di quelle che accompagnavano in guerra gli antichi Galli, cantando dall’alto dei carri l’inno della battaglia. Aveva gli occhi grigi, quasi bianchi, ma vivissimi, che mettevano lampi ad ogni batter di ciglia, e sosteneva con un piglio trionfale, non senza un certo che di canzonatorio, le mie guardate curiose. Per altro, non doveva essere scontenta di me, osservando che la mia ispezione volgeva chiaramente all’omaggio. Se è debito, per un galantuomo, render giustizia a tutti, anche ai nemici, immaginate con che piacere si adempia quest’obbligo sacro con le donne dei nostri nemici.
— Veniamo a quel che preme di più; — mi disse ella, finalmente. — Hai tu da bere?
— Ahimè! — risposi. — La mia fiaschetta è vuota, e non ho nulla da offrirvi.
— Son ricca io; fàtti avanti e prendi la tua razione; — rispose ella, mettendo mano alla barletta che portava a tracolla.
— Grazie! — mormorai, mentre ella versava nella mia fiaschetta la sua acquavite allungata.
— Di che? Tra soldati, è dovere.
— Ma io sono un nemico.
— Lo credi? Per tua norma, un uomo e una donna non sono mai nemici, se non quando l’uomo è ineducato, o la donna noiosa. —
In quel mentre, mi vennero udite parecchie voci dall’alto. Guardai verso il ciglio della strada e vidi alcuni dei miei granatieri affacciati.
— Sergente, si beve, eh? — mi domandarono.
— Che cosa gridate voi altri? — disse la mia bella vicina. — Avete sete?
— E fame; — rispose uno più ardito.
— Luigi! — diss’ella, volgendosi al basso della viottola, e rinforzando la voce. — Fatevi in qua! Date da mangiare a questi bravi granatieri. Tra voi e i vostri compagni, avrete in tasca qualche cosa.
— Delle castagne, — rispose un soldato francese, uscendo fuori dal suo riparo. — Ma sono castagne storiche, oramai; castagne di Montenotte.
— Benissimo! Datele ai vostri nemici di Cosseria. Ed anche un po’ da bere, se non avete asciugate le vostre fiaschette. Io ve le riempirò, appena saremo tornati al posto. —
Il soldato obbedì all’esortazione della vivandiera, come avrebbe obbedito ad un comando del suo capitano. Ed altri compagni suoi, sbucati dalla forra, si arrampicarono tra i cespugli, per offrire ai nostri granatieri le loro castagne, il loro pane, qualche sorsata di vino, o d’acquavite. Qualcheduno discese nel fossato, alle falde del monte, dov’era una piccola fontana, e tornò con due bottiglie d’acqua, che offerse fraternamente «_pour les citoyens officiers_.»
— _Prenez, prenez!_ — dicevano. — _Vous êtes des braves! Ah, et des autrichiens aussi?_ — soggiungevano, vedendo la divisa dei croati. — _Prenez tout-de-même! Ce n’est pas de la confiture, vraiment; mais, vous savez, la plus belle fille du monde ne peut donner que ce qu’elle a._ —
Così celiavano, offrendo le loro castagne, i vincitori di Montenotte. I nostri rispondevano timidi, perchè dovevano accettare i doni, senza poterli contraccambiare.
Frattanto, la mia bella interlocutrice si era tirata in disparte.
— Siedi, e discorriamo; — diss’ella.
— Discorriamo; — risposi, prendendo posto al suo fianco. — Ma la sospensione d’armi non vorrà durar molto.
— Cogliamo i fiori che l’occasione semina sotto i nostri piedi; — replicò ella, in tuono di madrigale. — Per intanto, vedo che si raccolgono i morti e i feriti. Ne avremo per una mezz’ora almeno; _je connais ça_. Vuoi mangiare? Eccoti un pezzo di pane. Non ho di meglio da offrirti.
— No, grazie, non ho fame.
— Se lo dici per fierezza, hai torto.
— No, non è per fierezza; ho pure accettata la tua acquavite.
— È vero, biondino, è vero. Vediamo un po’, che grado hai nell’esercito? — diss’ella, guardandomi le spalle, e dalle spalle scendendo a guardarmi le braccia, su cui luccicavano i miei modesti galloni di sergente. — Come? così giovane, e non sei almeno colonnello?
— La carriera del soldato è lunga, in Piemonte; — risposi io, non potendo trattenere un sorriso, a quella strana forma di ragionamento.
— Bonaparte ha ventisei anni, ed è generale in capo; — osservò ella, rispondendo in una alle mie parole e al sorriso da cui erano accompagnate. — Vieni con noi.
— Fai presto a dire: vieni con noi! Il soldato non ha che una patria.
— Ecco una massima! — diss’ella. — Ma eccone un’altra, che vale la tua. La patria è la libertà.
— In Francia e per i francesi, capisco; ma qui siamo in Piemonte. La terra dove il piemontese è nato, vale la libertà, l’eguaglianza e la fraternità messe insieme. Del resto, meglio star male in casa propria, che bene in casa d’altri.
— Sei un filosofo, ma della vecchia scuola; — mi replicò la bella vivandiera. — Non hai studiati gli Enciclopedisti; eppure mi piaci.
— Anche tu a me, bella nemica! — mormorai.
— Vero? — chiese ella, fissandomi con que’ suoi occhi bianchi, che lampeggiavano come faccette di diamante, ed avvicinando così il suo viso al mio, che io sentii l’alito della sua bocca sfiorarmi la guancia.
— Perdio! — risposi. — Sono innamorato. —
E mi tremava la voce, proferendo la frase di rito.
— _Déjà?_ — esclamò ella ridendo. — È dunque più facile conquistar te, che la ròcca di Cosseria?
— Cosseria, — risposi gravemente, — non è cinta d’assedio da mille donne come te. Agli uomini serbiamo polvere e piombo; alle donne omaggi e servitù.
— Andiamo, via, è cosa combinata; — ripigliò la mia interlocutrice. — Tu meriti di esser francese. Guadagnami.
— In che modo?
— In un modo facilissimo; — rispose ella, abbassando la voce. — Lasciami passare con una compagnia, appena sarà finita la tregua.
— Lasciarti passare?... — esclamai, sconcertato da quella inattesa proposta.
Ella non voleva lasciarmi il tempo di riflettere. Avvicinatasi a me, a capo chino, co’ suoi capegli biondi contro la mia guancia infiammata, sottovoce, quasi parlando alle mie mani che stringevano istintivamente le sue, la bella maliarda soggiunse:
— Ascoltami, bel granatiere! Hai udito poc’anzi come mi chiamano. Sono la vergine del reggimento, e merito il nome che mi dànno i soldati dell’Augereau. Son nata viscontessa; i filosofi mi hanno tenuta in braccio bambina; per la santa libertà, redentrice del mondo, ho rinunziato alla mia corona di perle, non alla nobiltà del mio sangue, e vado, come una nuova Amazzone, portando fieramente per i campi di battaglia i miei ventidue anni e la mia virtù. Ti parrà strano, eppure è così. «_Sans crainte hasard et peine_» era il motto dei miei antenati. Una donna è ciò che vuole, dovunque ella sia. Orbene, — mormorò ella, accostandosi ancora e quasi alitandomi le parole all’orecchio, — lasciami passare di lì, tra i cespugli, senza avvederti di nulla, e sarò tua. —
Il caldo soffio delle sue labbra mi bruciava le guance, mi penetrava nel sangue; strani bagliori mi guizzavano davanti agli occhi; mi sentivo confuso, vicino a perdere il lume della ragione.
— Tua, — ripeteva ella frattanto, — mi capisci? E chiederò per te gli spallini al generale Augereau.
— Hai tanto potere su lui? Lo ami forse? — domandai.
Dovevo essermi fatto bianco in viso, parlando così.
— Il bel granatiere è geloso! — diss’ella, ridendo. — E se mi piacesse di amarlo?... È un valoroso, ed è anche il più fedele alla causa della divina libertà, fra tutti i generali dell’esercito d’Italia. —
Sudavo freddo, ascoltandola. Avrei voluto essere io quell’uomo, che meritava tante lodi da quella bocca bellissima. Non essendolo, era naturale che lo odiassi.
— Ma non lo amo; — ripigliò la vergine del reggimento. — Amerò te, se mi lasci passare.... se rallenti la tua vigilanza da questa parte.
— Grazie! — risposi, tutto tremante, e facendo uno sforzo supremo per sottrarmi al fascino di quella donna. — Non posso.
— Non puoi? E poc’anzi hai detto di amarmi!
— Ti amo, sì, e non posso accettare il tuo patto.
— Bada! Noi ci presenteremo ad ogni modo, di qua.
— Non lo tentare!
— E sarò io in prima linea. Vedrò se avrai il coraggio di respingermi.... di far fuoco su me.
— Non mi dir questo! — risposi supplicando. — Se ti lasciassi passare, mi sprezzeresti tu per la prima.
— Che ne sai tu? La donna ama l’uomo che per lei è pronto a fare ogni cosa.
— Anche una viltà?
— Se è un sacrifizio per lui, sicuramente, anche una viltà.
— Mi fai paura; taci! — mormorai rabbrividendo, e tuttavia non sapendo svincolarmi da lei.
La salvezza venne dall’alto, dove parecchie voci andavano ripetendo il mio nome.
— Che vorranno da me? — esclamai, dopo essere stato un tratto in ascolto. — Ah, la voce del tenente.
— Ti chiamano dunque per servizio; — diss’ella. — Va a vedere. Io ti aspetto qui. —
Aggrappatomi ai cespugli, mi tirai sulla balza, e uscii dalla palina dei castagni, andando verso la compagnia.
Seppi allora tutto quello che era avvenuto in quell’ora di tregua. Il nuovo parlamentario ci aveva ripetuta l’intimazione di resa. — «Che cosa aspettate? — aveva detto. — Di essere sostenuti? Disingannatevi. Avete sentite le fucilate di poc’anzi, alla vostra sinistra, nel fondo della valle? Veniva un carro di munizioni per voi, mandato dal general Colli. Abbiamo messa in fuga la scorta, e ci siamo impadroniti delle munizioni.»
Il colonnello aveva capito che ogni speranza era perduta, e che il Colli non sarebbe venuto in soccorso. Ma volle farlo vergognare per tutto il rimanente della sua vita, lasciandogli al cospetto della storia la malleveria e il rimorso di quell’abbandono. Fors’anche gli passò davanti agli occhi la grande figura di Leonida e il suo fortissimo esempio. E aveva ripetuta la sua fiera dichiarazione: — «I granatieri piemontesi non si arrendono mai.»
Grida e minacce avevano risposto alle nobili parole di Filippo Del Carretto. Si aspettava un nuovo attacco, fra pochi minuti, e si prendevano tutte le disposizioni per ricevere il nemico. Io ero stato chiamato in quel mentre, perchè alla mia squadra toccava per l’appunto di custodire l’estrema destra della posizione.
Ma venne ancora il parlamentario davanti ai nostri trinceramenti.
— Volete la vostra perdita, — diss’egli, — e tal sia. Il generale Bonaparte non darà quartiere a nessuno; sarete tutti passati per le armi.
— Abbiamo ancora in pugno le nostre, — rispose Filippo Del Carretto, — e daremo morte per morte. —
Il parlamentario si allontanò, lasciandoci quindici minuti di tempo per riflettere.
Io ritornai prontamente al mio posto, desideroso di vedere quella donna, se, come mi aveva promesso, era rimasta ad attendermi. Entrato nella palina, mi affacciai tra i cespugli a guardare sul sentiero, e la vidi.
— Non ti aspettavo già più; — diss’ella, malinconica.
— Ahimè, bella mia! — le risposi. — È finita per me. Si riprendono le ostilità fra quindici minuti.
— E ciò ti spiace, bel granatiere?
— Sì, perchè ti ho conosciuta, e non so adattarmi al pensiero di perderti. Come ti chiami?
— Che te ne importa?
— Se lo domando, è segno che desidero di saperlo. Bella nemica, il tuo nome!
— Non te lo voglio dire.
— Te ne prego.... te ne supplico....
— Sei tu che comandi, in quest’angolo; — osservò ella, ritornando all’assalto. — Lasciami passare di qua, sulla tua destra, senza aver aria di avvedertene, e ti amerò per tutta la vita.... o per un giorno, come vorrai tu. —
Se l’aveste veduta in quel momento, come era bella, col vezzo delle labbra umide, che invitavano ai baci, col balenìo degli occhi limpidissimi, che accendevano il sangue nelle vene, e mutavano le vaghe promesse in vive immagini di felicità! Tutta una vita di amore, o un giorno di ebbrezza, a mia scelta! Ah, vergine del reggimento, amabile lusinghiera, incantatrice diabolica! E non avevo da far altro che chiudere un occhio, il destro, per lasciarvi penetrare inosservata nella palina dei castagni! Nell’ardore della mischia, chi ci avrebbe badato? A cose fatte, chi lo avrebbe risaputo? Voi entravate nella ròcca, insieme coi vostri compagni; piombavate alle spalle dei difensori, gridando vittoria, mentre essi erano impegnati a respingere un furioso assalto di fronte. L’effetto era certo, infallibile; noi si finiva di colpo una resistenza inutile, e, chi sa? forse si sarebbe salvata una vita a noi cara, preziosa all’esercito, necessaria alla patria.
Io vidi tutte queste cose nello splendore di un sorriso affascinante, nel lampo di un’occhiata assassina, e gridai, spaventato:
— No, tentatrice, non posso. E l’onore? il soldato non ha che questo da custodire, quando non lo assiste più la speranza di vincere.
Quella donna mi si cangiò in un attimo davanti agli occhi, come se le mie parole avessero avuta la virtù di un antico scongiuro. Si fece bianca, nel volto, quasi livida; le pupille torve mandarono lampi di sdegno; le parole fischiarono, come serpi incollerite.
— Custodisci il tuo onore, _blanc-bec_! — gridò ella, stizzita. — Ed io, sciocca, ti facevo padrone del mio!
— Senza rancore! — le dissi, tentando di placarla. — Io ti adoro.
— Va al diavolo! — rispose ella, voltandomi sdegnosamente le spalle.
E se ne andò, lenta, forse sperando che io l’avrei richiamata, ma senza degnarsi di volgere il viso dalla parte mia.
Così finiva l’intermezzo d’amore, che mi aveva trattenuto e turbato, fra un attacco ed un altro. L’avventura era strana, e tale da far girare la testa a più d’uno. A me sapeva male di lasciar partire quella bellissima bionda, così fieramente sdegnata; ma come fare, buon Dio, come fare altrimenti? Dovevo io tradire la patria e l’onor militare, per meritarmi un sorriso da lei? Qual donna può mai pretendere una cosa simile dall’uomo che ella dice di amare? Capisco benissimo; quando si rifiuta alle donne di sacrificar loro la nostra dignità, il nostro carattere, quel complesso delicatissimo di idee, di doveri, di speranze, di ambizioni, e aggiungiamo pure di vanità, che costituisce il nostro culto particolare, la nostra religione esclusivamente mascolina, esse dicono che noi non le amiamo davvero, intieramente, con tutte le forze dell’anima, come bisogna amare, quando si ama. E sarà come dicono esse. In fatti, noi abbiamo posto per parecchi amori, nel cuore, tutti diversi d’indole e di oggetto; esse per uno solo, anche se giovi a parecchi. Ma via, non diciamo di queste cose, che possono essere in molti casi non vere, e che in fondo non provano nulla. Ognuno giudica con la sua propria esperienza; e tutte le esperienze riunite non bastano a darci una teorica certa, una dottrina sicura, veramente scientifica.
Ragiono ora, amici miei, col sangue freddo, quasi gelato, dei miei settantacinque anni suonati. Ma ragionavo poco allora, col sangue vivo dei ventidue, che mi bruciava le arterie. Profondamente turbato da quel dialogo, mi ero ritirato dalla balza, per ritornare alla mia squadra.
— Bravo, sergente! — gridò il cavalier Corte, vedendomi comparire in mezzo ai castagni. — Siamo stati ancora un pochino a chiacchiera coi nemici?
— Sì, capitano; — risposi. — Essi mi hanno dato da bere, ed io ho voluto dimostrar loro tutta la mia riconoscenza.
— In verità, sono strani, questi francesi! — esclamò il cavalier Corte. — Di là ci minacciano ad ogni momento di passarci per le armi; di qua fanno a spartire il loro pane e il loro vino con noi.
— Signor comandante, — entrò a dire uno dei miei compagni, — il sergente Tomè ha anche fatto breccia, là sotto. Una bella vivandiera si è innamorata di lui.
— Di bene in meglio! — disse il capitano, ridendo. — Speriamo almeno che egli abbia fatto onore alla vecchia galanteria piemontese. —
Altro che galanteria! Avevo un diavolo per occhio. Vidi in quel punto sull’erba una delle bottiglie d’acqua che ci avevano regalate i francesi, e, per levarmi di là, proposi di portar da bere al nostro colonnello.
— Sì, va pure, egli ne avrà bisogno; — mi disse il capitano.
Filippo Del Carretto era al suo posto, nel mezzo della linea, dove faceva rafforzare con nuovi tronchi d’alberi le abbattute del nostro piccolo campo, e rotolar sassi delle macerie vicine.
— Sei tu? — diss’egli, vedendomi e ricordandosi del nostro dialogo di quella mattina. — Che cosa mi porti?
— Acqua; — risposi. — È dono del nemico. Vuol bere, signor colonnello?
— Grazie, non bevo. Se incominciassi, dovrei vuotar la bottiglia. È meglio conservarla per quella povera gente che soffre lassù. Viglietti, — soggiunse, volgendosi al suo fedel servitore, — porta quest’acqua ai nostri feriti. —
Paolo Viglietti prese la bottiglia e si avviò a malincuore verso la breccia, per cui si entrava nel castello. Ma poco lunge trovò qualcheduno, a cui affidare quella piccola cura, e ritornò immediatamente al suo posto.
— Come? — gli chiese il colonnello, vedendoselo nuovamente daccanto. — Non sei andato?
— Signor marchese, — ripigliò Paolo Viglietti, — a momenti saranno finiti i quindici minuti, ed io, se permette, amo meglio trovarmi vicino a Lei.
— Ah, Viglietti, Viglietti! — mormorò il colonnello. — E non pensi che qualcheduno della mia casa ha pur da rimanere in vita, per portare un saluto a mia moglie e un bacio a mio figlio?
— Signor Filippo.... — balbettò Paolo Viglietti, con le lagrime agli occhi. — Speriamo che andrà Lei, ad abbracciare la sua famiglia. Quanto a me....
— Via, via! — interruppe Filippo Del Carretto. — Non parliamo di queste cose. Fa conto che io non ti abbia detto nulla. —
I tamburi del nemico incominciarono in quel punto a battere la carica.
— Tutti a posto! — gridò il colonnello, sfoderando la spada. — Oggi è il gran giorno del terzo Granatieri. Laggiù grideranno: viva la repubblica; noi risponderemo: viva il re. Essi grideranno: viva la Francia; noi risponderemo: viva il Piemonte. Così potessimo dire: viva l’Italia! —
— E perchè no? — proruppe il capitano Tibaldè. — Infine, è guerra di razze. Viva il re, viva l’Italia!
Il rullo dei tamburi incalzava. Io corsi al mio posto di combattimento. Tenevo con la mia squadra l’ultimo lembo della collina; ma non mi bastò di vigilare sulla nostra piccola fronte, e collocai qualche scolta anche sul fianco, dove la balza scendeva più ripida, e dove i cespugli erano anche più fitti. Dopo il colloquio avuto con la vergine del reggimento, temevo molto da quella parte; non mi bastava più la vigilanza dei sostegni, nè quella degli uomini del generale Provera, che per tutto il ciglio delle rovine si collegavano a noi. L’immagine di quella donna mi passò davanti agli occhi, e sospirai. Per altro, fu l’unica mia debolezza, in quel momento supremo. Ero triste, ma risoluto; e mentre i tamburi, là sotto, battevano furiosamente la carica, palpavo la canna del mio fucile con le dita convulse.