CAPITOLO VIII.
Il Leonida di Cosseria.
Quel nuovo assalto, annunziato dalla ripresa dei tamburi, fu anche appoggiato dal cannone, che incominciò ben presto a fulminare il castello. A cento cinquanta metri da noi, lo ricordate, era stata collocata la batteria francese, dietro un parapetto innalzato a furia presso un rialto della strada. L’opera improvvisata era sufficientissima al bisogno, perchè noi non potevamo opporre cannoni a cannoni, e perchè i soli che potessero trarre utilmente sugli artiglieri nemici erano i cacciatori austriaci, appostati tra le rovine, ma anch’essi in grande penuria di munizioni.
Or dunque, il cannone lavorava a sua posta; i proietti battevano nei muri, non potendo colpire nei trinceramenti più bassi; ma rimbalzavano fino a noi, insieme con pietre smosse e frantumi, levando un polverìo maledetto ed accrescendo la confusione del nostro piccolo campo.
Nello spesseggiare dei colpi, si affacciarono sul pendìo le colonne d’attacco. Io ero in uno stato d’animo che non vi posso descrivere oggi, avendo di quel momento un ricordo confuso, come di cosa veduta in un accesso di febbre. E dovevo averla senz’altro, con quella sua conseguenza immediata, che è la percezione inesatta delle cose o dei nessi delle cose, quando si crede di parlare e di operare, rimanendo muti ed immobili, o si parla e si opera a caso, credendo di obbedire alle norme della logica, e si ha in pari tempo una vaga coscienza di sognare.
Spianavo macchinalmente il fucile e sparavo; macchinalmente ricaricavo l’arma e tornavo a sparare. Intanto, nel fragore della mischia, strane voci mi suonavano all’orecchio, e ad esse io rispondevo con una voce fioca e cavernosa, che non mi pareva la mia.
— Bravo sergente! — mi disse qualcheduno daccanto. — È stato un bel colpo!
— Che colpo? Che cosa ho fatto io? — rispondevo.
— Perdio! La vivandiera... È stata pagata delle sue gentilezze, in lire, soldi e denari.
— Pagata? La vivandiera? Che diavolo dite?
— Sicuro; si è presentata alla testa della colonna, gridando: _en avant_!
— Ah, sì, mi par bene; — balbettai. — E dopo?
— E dopo, pàffete, un colpo che l’ha mandata ruzzoloni nella forra.
— Ah, povera donna! E chi l’avrà uccisa?
— Il primo colpo è stato il tuo; — mi risposero.
Rabbrividii, a quelle parole di accusa. Ero dunque io, l’assassino? Mi prese allora una rabbia feroce. Come il colpevole, dopo aver commesso il primo delitto, si dà alla macchia e cerca di stordirsi, di soffocare la voce della coscienza tuffando le mani nel sangue di nuove vittime, mi diedi anima e corpo alla strage. Il sangue mi martellava alle tempia; la gola m’ardeva; bevetti un sorso d’acquavite, e mi parve tossico. Povera donna! Me lo aveva dato lei, quel refrigerio dei momenti terribili. Dovevo anche esser ferito. Un umor caldo mi gocciava dalla fronte sugli occhi. Lo credetti sudore, ed era sangue; certamente il suo, ricaduto su me!
Frattanto, gli assalitori incalzavano. Per la scarsità del nostro fuoco, erano potuti venire fin sotto ai trinceramenti. Ah, perdio, ci si poteva sfogare corpo a corpo! Si afferravano i macigni, le schegge dei muri, di cui avevamo fatto provvista, e si avventavano nelle file nemiche, fracassando, squarciando, atterrando. In mezzo a quella tempesta, guizzavano fuori le baionette e tornavano insanguinate; grida, urli, bestemmie, rintronavano il monte.
Tratto tratto, le voci degli ufficiali francesi si udivano:
— Arrendetevi! Arrendetevi!
— No, per Cristo! No, maledetti cani! —
E la voce del nostro colonnello, dominando tutte le altre, tuonava:
— Per il re, per la patria, granatieri! Alla baionetta! —
Che orrore divino di battaglia! Davano indietro disfatti, i tracotanti assalitori; tornavano ingrossati, furibondi, all’attacco. Volavano i sassi a centinaia, rompendo le intiere ordinanze; le baionette trafiggevano il petto a coloro che avevano cansata la grandine, e nessun manipolo potè mai sormontare le nostre abbattute. I pochi temerarii che la fortuna ci sbalestrava nel trinceramento, erano finiti a colpi di baionetta, prima che potessero levar le braccia e ferire.
Fu un momento che la mischia era più accanita sul centro e noi della destra ci sentivamo più sciolti. Il cavalier Corte, guardando verso il colonnello, temette che la posizione potesse, con uno sforzo supremo dei nemici, esser presa.
— Là! un buon colpo di mano per liberar la Marina! — gridò egli, ispirato. — Saltiamo fuori e prendiamoli di fianco.
In quel punto, una voce si udiva dal centro:
— Il colonnello! Il colonnello è morto! —
Guardammo tutti istintivamente il largo macigno, su cui poc’anzi avevamo veduto il nostro comandante, ritto e terribile come Aiace sul vallo. Egli era ancora là, ma caduto sulle ginocchia, e due granatieri lo sorreggevano.
— Morto? — gridò il capitano Corte.
— No, ferito, ferito soltanto; — rispose il capitano Tibaldè, che era il più vicino a noi. — Vendichiamolo!
— Sì, vendichiamolo! — gridarono trecento voci. — Mille ferite per una! Viva Del Carretto e viva il re! —
Noi, come vi ho detto, eravamo già fuori, in colonna serrata, pronti a caricare, e il nostro improvviso atteggiamento aveva scosso il nemico, che oramai doveva guardarsi il fianco, per non essere avviluppato e fatto a pezzi sotto la trincea. Tutto ad un tratto, le due compagnie della Marina scattarono fuori alla lor volta, mobile selva di baionette puntate.
Fu uno spettacolo, che io non ho mai più veduto l’eguale in nessun combattimento, quantunque il genio e l’ambizione del Buonaparte mi abbiano fatto assistere a molte e più sanguinose giornate. Balzar di tigri dal covo, piombar di leoni sulla preda, avventarsi di fiere scatenate in un circo, tutte le immagini più spaventevoli del furore e della strage, che sogliono colpire più terribilmente la nostra fantasia appunto perchè non le abbiamo vedute mai, non bastano a dare un’idea di ciò che fu quel momento supremo della difesa di Cosseria. Una valanga umana si rovesciò sul nemico; un flutto enorme, pari a quelli che suscita l’uragano dalle profondità dell’Oceano, involse quella fronte di combattenti, che da un’ora, con assidui vicenda, si abbatteva e si rinnovellava, ritornando sempre all’assalto. Le grida feroci straziavano gli orecchi, le palle fischiavano d’ogni parte, i bagliori succedevano ai bagliori in mezzo ad un nembo di polvere e di fumo, e si andava oltre, furibondi, urtando con la baionetta, o battendo col calcio del fucile nella massa, guidati dall’istinto più che dall’occhio, e riconoscendo il nemico alla fuga.
Il generale Augereau, il terribile uomo di guerra, comandava in persona l’attacco. Ed egli, immaginate con quanta rabbia, dovette retrocedere davanti a quell’impeto prepotente. Avevo veduto il suo cappello piumato, che sovrastava alle file dei francesi in tutte le alternative di assalti e di ritirate; riconobbi il comandante della divisione con cui avevamo a fare, vedendo i soldati che gli si affollavano intorno, facendogli scudo dei loro petti, e udendo le loro grida ripetute: «Salviamo Augereau! Salviamo Augereau!»
Io non avevo più una cartuccia. Gli avrei assestato volentieri un colpo, a quindici passi di distanza, per vendicare il mio colonnello, ed anche (perchè tacerlo?) anche per lavar l’onta di aver fatto fuoco sopra una donna. Era poi vero che fossi stato io, il feritore? Le parole dei miei compagni mi risuonavano ancora all’orecchio, e mi facevano fremere. Ma non potevano essersi anche ingannati?
Il nemico fu ricacciato in disordine giù per le falde del monte. Se avessimo avuto con noi il nostro colonnello, ci saremmo precipitati fin sopra la batteria ed avremmo presi a forza i cannoni. Ma a lui bisognava pensare, dopo la vittoria; a lui bisognava ritornare, per ricevere i suoi ordini. E a lui ritornerò io, col racconto, per farvi intender meglio quel che era accaduto.
Filippo Del Carretto aveva preveduta l’importanza dell’attacco. Il giorno stava oramai per morire, e il nemico certamente voleva finirla con la nostra resistenza accanita, facendo contro di noi il suo sforzo maggiore. Dovevamo aspettarci l’assalto di una intiera brigata, fors’anche di tutta la divisione Augereau. Il nostro colonnello non temeva molto dalle spalle, dove la montagna scendeva quasi a precipizio verso la valle di Montecàla, e dove i difensori erano fin troppi a guernire una posizione formidabile; temeva bensì per il lato opposto, dove egli stava insieme con noi, dove già si erano sostenuti due assalti, e dove, per la poca pendenza del colmo, attaccati con forze quadruple, potevamo essere soverchiati dal numero, anche dopo aver fatto miracoli di valore. Le munizioni erano scarse; vi ho già detto che restavano quattro o cinque cartucce per uomo. Filippo Del Carretto doveva fare assegnamento sulle armi del furore e della disperazione, le baionette e le pietre.
Molti erano già i feriti, e dei nostri granatieri e dei cacciatori croati. Ma tutte le compagnie gareggiarono di bravura, attendendo anche quella volta il nemico con la massima calma.
Quando gli assalitori furono ad un tiro di pistola, si aperse il fuoco, e fu tanto micidiale, che la fronte d’attacco dovette rinnovarsi più volte. Ma il fuoco andava scemando, diradandosi sempre più, per difetto di munizioni. Ne trassero profitto i francesi, avanzandosi tra monti di cadaveri, e cacciandosi sotto alla nostra trincea.
In quel momento supremo, il valoroso Del Carretto era salito sul colmo del macigno che sorgeva sul limite della difesa, dominando tutta la linea. E di là, veduto ed udito da tutti, aveva comandato ai suoi granatieri di difendersi fino all’estremo, con le baionette e coi sassi. I francesi avevano allora riconosciuto il comandante, e parecchi fucilieri aggiustavano le mira su lui. Paolo Viglietti, il suo fedel servitore di Camerano, gli si era gittato davanti, per fargli riparo col suo corpo, e aveva ricevuto egli nel fianco il colpo mortale destinato al padrone. Il povero Viglietti, esempio di fedeltà e di affetto domestico, era caduto riverso, lasciando il colonnello scoperto sul masso, contro del quale si affollavano in maggior numero gli assalitori. Due ne uccise di sua mano il marchese Filippo, menando la spada come un antico eroe; ma proprio allora, mentre stava per calare un fendente sul cranio del terzo, lo coglieva una palla nel petto.
Fu visto balenare e si accorse a lui; fu visto cadere in ginocchio, e si gridò: è morto! — No, solamente ferito; — rispose il capitano Tibaldè; — vendichiamolo. — Il rimanente vi è noto. I temerarii che si erano cacciati fin là, pagarono con la vita il loro ardimento. Le schiere dell’Augereau erano in fuga su tutta la linea. Avevamo in pugno la terza vittoria, anzi la quarta, contando la bella e fortunata carica di Montecàla.
Sgominato e messo in fuga il nemico, ritornammo ai nostri ripari. Io, seguitando il capitano Corte, volli anzi tutto avvicinarmi al colonnello.
Filippo Del Carretto era là, disteso sulla pietra larga, con la testa sollevata fra le braccia di un granatiere, che non aveva voluto abbandonarlo in quel tristo momento. Aveva il viso smorto, le labbra scolorite e le palpebre chiuse; si sarebbe potuto crederlo già passato di vita, se non si fosse sentito il calor naturale della pelle, e il battito abbastanza frequente, quantunque irregolare, del cuore. I capitani Tibaldè, Lomellini, Corte, Alberione, Calleri, e tutti gli altri ufficiali del battaglione, si erano raccolti intorno al ferito, mettendo ai suoi servigi la loro esperienza; che non era molta in verità, ma pur sempre qualche cosa, in mancanza di medici. Subito si lavorò a slacciargli il cinturone, a sbottonargli la tunica, e una macchia nerastra con grumi di sangue, nel petto della camicia, indicò il luogo della ferita.
Eravamo tutti percossi, esterrefatti da quella vista dolorosa. Ma bisognava trovar acqua per ripulire le labbra della ferita, acqua per dargli da bere, se mai quel piccolo ristoro avesse potuto richiamarlo alla coscienza di sè. Io rammentai la bottiglia, recata poc’anzi ai feriti, e corsi, volai tra i ruderi della chiesuola per rintracciarla. Non era anche vuota, come temevo, e m’affrettai a portare quel poco che rimaneva, per bagnarne la camicia e sciogliere il sangue che vi si era rappreso.
La frescura improvvisa al petto e alcune gocce d’acquavite allungata della mia fiaschetta sulle labbra del nostro povero colonnello, gli fecero ricuperare i sensi smarriti. Sospirò, aperse gli occhi languidi, e si guardò lentamente dintorno. Quando mi vide, inginocchiato al suo fianco, attediò le labbra ad un mesto sorriso e con voce fioca mi disse:
— Sei tu, buon amico? La tua acqua è ancora servita a qualche cosa. —
Volevamo parlare, per confortarlo, ma non sapevamo che dirgli, e stavamo tutti chini su lui, con le lagrime agli occhi.
Egli riaperse le labbra, accennando di voler parlare.
— Viglietti.... — mormorò. — Dov’è il mio Viglietti? —
E poichè ebbe osservati i nostri volti compunti, mise un sospiro faticoso, che significava tutte le pene della sua anima afflitta e del suo petto squarciato.
— Paolo!... povero Paolo! — soggiunse. — Ma.... il nemico.... lo abbiamo respinto?
— Respinto, rovesciato nel fondo della valle; — gridò il capitano Tibaldè. — Nel suo nome, signor colonnello, lo abbiamo costretto a fuggire, lasciandoci ancora mezzo migliaio di morti. —
Gli occhi di Filippo Del Carretto mandarono un lampo di gioia.
— No, nel mio nome; — diss’egli allora! — nel nome della patria. —
Accennava, con le mani aperte e distese, di volersi rizzare sul fianco, e noi ci affrettammo ad obbedirgli, sollevandolo tra le nostre braccia. Com’egli fu seduto, volse gli occhi in giro, guardando il declivio tutto coperto di cadaveri, e sorrise.
— Bravi granatieri! — esclamò, alzando a stento la voce, come se volesse con quello sforzo supremo dare efficacia al pensiero. — Ora si può morire.
— Che dice, colonnello? Vivrà, vivrà per confortarci a nuovi cimenti; vivrà per vedere altre vittorie dei suoi granatieri. —
Così dicevamo, tentando d’ingannar noi medesimi. Ma un fiotto di sangue gli venne gorgogliando alle labbra, mosse rapidamente le ciglia, quasi cercando ancora la luce che gli moriva negli occhi, reclinò la fronte sull’òmero e ci ricadde inerte tra le braccia.
Filippo Del Garretto, il Leonida di Cosseria, aveva spirata l’anima invitta.
Non vi descriverò la costernazione, le lagrime, lo strazio dei nostri cuori. Queste cose non si raccontano; si pensano.
Il vecchio generale Provera, disceso dal suo posto di comando, era venuto a contemplare il nostro glorioso estinto, e un senso di profonda pietà gli inumidiva le ciglia.
Noi volevamo trasportare la preziosa spoglia nel recinto del castello, e già stavamo per metterci all’opera, quando si udì uno squillo di tromba, che ci annunziava il solito parlamentario. Ah, per la croce di Dio, avremmo amato meglio il rullo dei tamburi e una nuova carica dell’esercito francese. Saremmo morti tutti volentieri, gittandoci a furia sulle baionette nemiche.
L’uffiziale francese, invitato a farsi avanti, passò silenzioso e triste in mezzo a monti di caduti. Lo spettacolo, anche per occhi esercitati alle stragi, era veramente terribile.
— Il comandante di Cosseria? — diss’egli interrogando, come fu davanti al crocchio dei nostri uffiziali.
— Son io; — rispose malinconicamente, facendo un passo avanti, il vecchio generale Provera.
— Non è più il marchese Del Carretto, col quale ho già avuto l’onor di parlare? — riprese l’uffiziale parlamentario.
— Il marchese Del Carretto è morto da eroe, alla testa dei suoi valorosi granatieri; — replicò tristamente il vecchio guerriero. — Son io, il conte Provera, generale di S. M. Apostolica, che lo sostituisco per ora. —
Il parlamentario s’inchinò, in atto di omaggio alla dignità del vivo e alla memoria del morto.
— Che domandate? — soggiunse il Provera.
— Per la terza volta, che vi arrendiate a discrezione. —
Il vecchio generale si volse a guardar gli uffiziali, che stavano disposti a cerchio, dintorno a lui, muti, immobili, chiusi nel dolore e nell’ira.
— Lo vedete? — ripigliò il conte Provera. — Davanti alla salma di quel glorioso, che volle resistere ad ogni costo, la volontà dei superstiti è una sola. Ciò che voi domandate è impossibile.
— Badate; non vi daremo quartiere. Sarete tutti fucilati.
— È una minaccia che abbiamo già udita, e che vorremmo, per l’onor vostro, dimenticare; — rispose nobilmente il Provera. — Nessun uomo di guerra giudicherà che meriti una morte ignominiosa chi resiste ad oltranza, per difendere la sua bandiera e la posizione a lui affidata. Ma voi farete ciò che vorrete, secondo la nuova legge militare che vi piacerà di stabilire. Noi ci difenderemo fino all’ultima cartuccia, terremo queste rovine fino all’ultima pietra. Che ne pare a voi, capitano? — soggiunse il vecchio generale, volgendosi al cavaliere Tibaldè.
— Parole degne di Filippo Del Carretto; — rispose con voce ferma il nostro comandante. — Egli è morto, ma la sua anima è qui.
— Sia come vorrete, signori; — disse allora il francese. — Io non ho da discutere con voi sulla legge che il vincitore avrebbe diritto d’imporre. La vostra resistenza, nelle condizioni in cui siete, è più che temeraria, e può parer degna di un castigo esemplare. Ma di ciò vedrà il nostro comandante supremo. Io ho frattanto qualche altra cosa da chiedere.
— Parlate, signore.
— Propongo una sospensione d’armi per due ore, tanto che possiamo raccogliere i nostri morti e i nostri feriti.
— E sgombrare il terreno per la nuova carica; — soggiunse il Provera.
Il parlamentario sentì la bottata, e amaramente rispose:
— Vorreste voi tenere tanti valorosi a farvi scudo della loro agonia?
— Me ne guardi il cielo; — replicò il generale. — Avevo fatto una semplice osservazione, di cui la vostra medesima risposta mi prova la giustezza e la opportunità; ma colgo volentieri l’occasione che voi mi offrite, con questa lezioncina di umanità, per mettere una condizione. Anche noi abbiamo dei feriti, dei valorosi che soffrono, senza assistenza, senza medici, senza ristoro d’acqua, o di cibo. Non raccoglierete voi anche i nostri?
— Li raccoglieremo anzi per i primi, e con cuor da soldati; — disse l’uffiziale francese, assentendo. — Volete che mandiamo una squadra con le nostre lettighe a pigliarli?
— Grazie, noi stessi li trasporteremo fuori, e saremo felici di confidarli alla lealtà ed alla generosità dell’esercito francese; — rispose il generale Provera, anch’egli rabbonito, e contento di avere ottenuta in quel modo la salvezza dei nostri feriti.
Il parlamentario rispose alla lode con un inchino della vecchia scuola, di quella scuola cerimoniosa e cavalleresca, che i furori delle rivoluzioni non hanno potuto distruggere in Francia, e soggiunse:
— Siamo dunque intesi; sospensione d’armi per due ore.
— Fino alle sei; — rispose il generale Provera, dopo aver guardato il suo orologio. — Siamo d’accordo. —