Chapter 11 of 20 · 2998 words · ~15 min read

CAPITOLO XI.

Sul tamburo.

Il cielo incominciava a sbiancare dietro alle alture di Montenotte. Era l’alba del 14 aprile; un giovedì, se non erro. Quell’alba fu per noi una liberazione dalla oppressura della tristissima notte che avevamo passata, battendo la diana dal freddo, estenuati dal lungo digiuno e tormentati dalla sete. Di quei tre mali, uno sarebbe cessato tra breve; ci saremmo sgranchiti in una carica alla baionetta, l’ultima, forse, e la più disperata. Si doveva morire? tanto meglio. Per una volta ancora ci scaldavamo alla luce del sole; era questo il gran punto da vincere. Frattanto, l’apparire di quella luce mattutina ci aveva reso il coraggio.

I tamburi del nemico presero a battere la sveglia. Ah, finalmente! Si verrà presto alle mani! Ma i minuti passavano, e quei tamburi non mostravano nessuna fretta di batter la carica. — Hanno ancora da far pulizia, i signorini! — E da mangiar la zuppa, poveracci! — Che fatica ha da esser quella! — Se ne ristoreranno con un sorso d’acquavite! — O col vino che avranno ritrovato nelle cantine dell’arciprete di Cosseria! — _Cosseria, Cosseria, ’na bella città! Si mangia, si beve, allegri si sta!_ —

Così, a denti stretti, tentavano di celiare parecchi; ma la scelta delle arguzie non era fatta davvero per ingannare i tormenti dello stomaco.

Finalmente, si udì dalla strada alta, verso la batteria, uno squillo di tromba. Era il solito parlamentario, l’eterno parlamentario, con la eterna ed uggiosa intimazione di arrenderci a discrezione. Aggiunta non meno conosciuta, e quasi inutile a ricordare, un quarto d’ora di tempo per risolvere!

Fatta la sua ambasciata, l’uffiziale parlamentario si ritirò verso la batteria, per aspettare la risposta.

I nostri uffiziali si radunarono a circolo intorno al generale Provera e al capitano Tibaldè; stettero cinque o sei minuti ragionando tra loro, quindi sfilarono sulla fronte delle nostre compagnie, osservando il contegno marziale e l’armamento dei soldati. Quei poveri uffiziali facevano veramente pietà, con le loro facce sparute e con quegli occhi fissi, che parevano aspettare un miracolo dal fondo delle nostre giberne.

Il generale Provera veniva lentamente con essi, guardando di sbieco e tentennando la testa.

— Insomma, — lo sentii dire al capitano Tibaldè, mentre mi passava daccanto, — non c’è più una cartuccia, e una lotta a corpo a corpo si decide troppo presto con la sproporzione del numero. Avremo cagionata una strage inutile.

— Evitando la vergogna dell’arrenderci a discrezione; — rispose il capitano Tibaldè con rispettosa fermezza.

Passarono e non udii più altro dei loro discorsi. Poco stante si fermarono, come se avessero trovato un punto d’accordo, e fecero chiamare il parlamentario. Appena egli fu giunto a mezzo il declivio, il vecchio Provera si avanzò dignitoso e gli disse:

— Riferite al generale Augereau che noi siamo disposti a trattare, ma che intendiamo di uscire con l’onore delle armi. —

L’uffiziale strinse le labbra e crollò il capo in un certo modo, che non prometteva niente di buono.

— Che? — riprese il generale Provera. — Vi sembra egli forse che non lo abbiamo guadagnato?

— Non dico questo e non lo penso, signor generale; — rispose il parlamentario. — Ma il generale Augereau è tal uomo, che quando ha detto di volere una cosa....

— Gli piacerà di trovar uomini della sua medesima tempra; — interruppe il Provera, che in quel punto ritornò a piacermi grandemente. — Portategli ad ogni modo la nostra risposta. Siamo disposti a trattare, ma da soldati che hanno respinto tre assalti, e ne respingeranno un quarto, in quella forma e con quell’esito che sapete oramai. —

Ciò detto, si rivolse al cavalier Tibaldè, che gli stava daccanto, come per chiedergli: — siete contento di me? —

La testa del nostro comandante si chinò tosto, in segno di assentimento. Il capitano malinconico, se mi è lecito di chiamarlo così, pareva rispondere con quel cenno di testa: — Bravo, generale! Io non avrei saputo dir meglio. —

Il parlamentario si ritirò salutando. Noi aspettavamo da un momento all’altro che i tamburi battessero la carica, e dopo una diecina di minuti udimmo invece la solita tromba. Ma questa volta la novità di certe rifiorite annunziava un altro personaggio, qualche cosa di grosso, niente meno che il generale Augereau.

A quel suono festoso, il conte Provera e il cavalier Tibaldè si avanzarono da capo fino all’estremità del declivio. Noi stavamo ritti sui trinceramenti, allungando il collo per veder meglio ciò che stava per accadere. Comparve il parlamentario, e subito si tirò in disparte, presentando il suo superiore. L’Augereau, un bell’uomo, ancor giovane, dalla faccia abbronzata e dal piglio soldatesco, stette immobile per un istante, guardando fissamente i due comandanti della difesa, poi fece una spallucciata, che a tutta prima mi parve alquanto plebea (non sapevo ancora che l’esempio fosse stato dato dal generale Buonaparte) e finì con lo stendere ad essi la mano.

Che cosa si dicesse in quel primo incontro, non so. Si faceva giuoco serrato da una parte, e si gesticolava molto dall’altra. Il generale Augereau parlava alto, ma era troppo concitato, e a noi non giungevano che i suoni imperiosi e tronchi delle finali, da cui era impossibile di cavare un costrutto.

Ad un certo punto, come Dio volle, parvero accordarsi in qualche cosa, e il capitano Tibaldè si mosse per ritornare al trinceramento.

— Si tratta; — diss’egli ai nostri ufficiali, che si erano affollati intorno a lui.

— Con l’onore delle armi? — chiese uno di essi.

— Certamente, quantunque egli non la intenda così.

— E allora, perchè tratta?

— Ha proposto d’incominciare a scrivere, per mettere a riscontro tutto ciò che vogliamo noi con quel poco che egli si sentirà di concedere. Scriviamo dunque; — soggiunse sospirando il capitano Tibaldè. — Chi di voi altri ha un uomo che sappia scrivere sotto dettatura il francese ed abbia anche una bella mano di scritto?

— L’ho io, quest’uomo; — rispose prontamente il cavalier Corte.

E volgendosi a me, mi accennò di uscire dal trinceramento.

— Eccolo; — soggiunse. — È il diplomatico della seconda Monferrato.

— Venga dunque a scrivere il protocollo; — disse il capitano Tibaldè, accompagnando la frase con un nuovo sospiro, che faceva uno strano contrasto all’arguzia della osservazione.

Povero Tibaldè! Egli sentiva in quel momento come fosse grave il succedere a Filippo Del Carretto. Nelle tristi circostanze a cui eravamo ridotti, e che ad ogni istante peggioravano, riconosceva oramai impossibile di tenere così alto il buon nome del terzo Granatieri, come aveva fatto, col generoso sacrifizio della sua vita, il nostro santissimo eroe.

Seguitai il malinconico capitano fino all’estremità del declivio, dov’erano a consiglio i generali Provera ed Augereau. Due tamburi furono portati innanzi e collocati ritti sul prato. Un sott’ufficiale francese trasse alcuni quinterni di carta dall’astuccio di latta e ne passò uno a me. Inginocchiati di fronte, coi gomiti sul cerchio del tamburo, ci mettemmo ambedue in atto di scrivere.

— Tirate una linea nel mezzo, — disse l’Augereau, — per modo che il foglio resti diviso in due colonne. Nella prima, a sinistra, sotto il titolo «_Rappresentanza dell’esercito repubblicano_» si scriveranno le mie condizioni; nella seconda, a destra, sotto il titolo: «_Risposta della guarnigione di Cosseria_» si scriveranno le vostre, signori Provera e Tibaldè. Va bene così?

— È conforme agli usi; — disse il conte Provera, assentendo.

— Ed ora incominciamo; — ripigliò il francese. — Sergenti, scrivete: «_Conoscendo la impossibilità in cui si trova la guarnigione di Cosseria, di difendersi ulteriormente, le si intima di arrendersi a discrezione._»

Appena avemmo finito di scrivere, il generale Augereau fece un gesto che voleva dire ai comandanti del presidio: — Signori, a voi di rispondere.

Il conte Provera, dopo aver parlato un istante sottovoce col nostro capitano, dettò alla sua volta:

« — _Tutta la soldatesca che sta raccolta a Cosseria ne uscirà battendo il tamburo ed a bandiere spiegate, traversando la fronte dell’esercito francese, che le farà gli onori militari, e proseguirà la sua marcia con armi e bagaglio, per raggiungere i posti avanzati dell’esercito piemontese._»

— È troppo! — gridò il generale Augereau, che si era contenuto a stento, mentre il conte Provera dettava la risposta. — Duemila e più francesi tra morti e feriti domandano ben altro; e dodicimila pronti all’assalto, mentre voi non avete più una cartuccia, possono ottenere con un lieve sforzo ciò che i caduti domandano.

— Signor generale, — disse risoluto il capitano Tibaldè, — l’aver fatto il nostro dovere non è una buona ragione per chiederci ora un atto di viltà.

— Nè io ve lo chiedo; — rispose l’Augerau. — Abbiate pure l’onor che vi spetta; a noi rimanga il frutto del sangue che abbiamo versato. Sergenti, scrivete: — «_La guarnigione di Cosseria sfilerà, battendo il tamburo e a bandiere spiegate, traversando la fronte dell’esercito francese, che le renderà gli onori militari; ma essa deporrà in un luogo indicato le armi e si renderà prigioniera in Francia sino alla sua permùta._» — Signori, — proseguì il generale nemico, rivolgendosi ai nostri comandanti, — io spero che riconoscerete la generosità della Francia. Essa ama i valorosi e sa onorare il coraggio sfortunato. Pretender di più sarebbe un disconoscere il suo diritto e la cura legittima de’ suoi interessi. La prigionia di guerra è una triste necessità delle battaglie, e non avvilisce punto il soldato. Aggiungete che questa prigionia può essere quistione di giorni, se austriaci a Dego e piemontesi a Ceva si batteranno come vi siete battuti voi altri a Cosseria. Prenda il generale Beaulieu la rivincita di Montenotte (cosa che io veramente non gli auguro) e voi potrete essere cambiati anche domani.

— Le vostre ragioni hanno un gran peso sull’animo nostro; — disse il conte Provera, inchinandosi. — Noi, accettando il patto nel suo complesso, faremo tuttavia una piccola restrizione. È uso, quando si accorda l’onore delle armi, che si rimandino gli ufficiali sulla parola.

— Aspettavo che lo proponeste voi; — rispose pronto il francese.

— Ma scusate; — soggiunse il Provera. — Non avevo ancor detto ogni cosa. I nostri uomini hanno combattuto da valorosi, e combatteranno così fino all’ultimo sangue, se voi ci costringete a domandar loro il sacrifizio della vita per la tutela dell’onor militare. È dunque ben giusto che gli ufficiali non siano soli ad ottenere la libertà sulla parola.

— E chiedereste?... — disse il francese.

— Non molto; — rispose il Provera. — Appena il tanto che basti per riconoscere il valore di questi granatieri e cacciatori imperterriti, i quali, come voi ci avete lasciato intendere poc’anzi, hanno posto fuori di combattimento un numero d’uomini superiore del doppio al loro effettivo. Ecco, del resto, la condizione proposta da noi, che i sergenti avranno la compiacenza di scrivere: — «_Tutti gli ufficiali e un sott’ufficiale per compagnia conserveranno le loro armi, e potranno così rientrare in Piemonte, con promessa di non poter più servire, fino alla loro permùta._»

— Eh! Non mi dispiace; — rispose l’Augereau, scuotendo ripetutamente il capo. — È una condizione democratica, infine! Sergenti, scrivete a riscontro, nella mia colonna: — «_Concesso._»

— «_Sarà in potere della guarnigione_, — ripigliò il Provera, dettando, — _di portar seco il cadavere del colonnello Del Carretto_.»

— Onore al prode! — gridò il francese, che era in vena di generosità. — Scrivete ancora: — «_Concesso._»

— «_Saranno distribuite vettovaglie alla guarnigione_, — riprese il Provera, — _non appena avrà essa deposte le armi_».

— Ancora e sempre: «_Concesso_» — replicò il generale francese.

— Sempre! — notò il capitano Tibaldè. — Speriamo dunque per l’ultima condizione, che è necessario di aggiungere.

— La detti Lei, signor conte di Rolasco, — gli disse con piglio cortese il generale Provera. — Ha avuto la sua parte di gloria; abbia la sua di fatica. —

Il comandante dei granatieri si avanzò, e con voce ferma incominciò a dettare l’ultimo patto.

— «_La presente convenzione non avrà effetto fin dopo mezzodì, perchè_, — soggiunse egli, rispondendo ad un gesto di stupore del generale nemico, — _se l’esercito piemontese corresse in aiuto di Cosseria, questa capitolazione s’intenderebbe annullata_».

L’aggiunta dichiarativa non fu bastante a chetare il generale Augereau.

— Signor capitano, — proruppe egli, — ho detto un «sempre» di troppo, e intendo ancor io di annullarlo.

— Non prima di avermi ascoltato, signor generale; — rispose pacato il comandante dei granatieri. — Io non vi chiedo di esser generoso oltre misura; vi prego di esser giusto. La generosità è il lusso dei forti; la giustizia il loro obbligo. Vogliate intanto considerare alcuni punti essenziali. Che cosa siamo venuti a far noi, tra queste rovine? A tenere una posizione. Perchè? Per resistere al nemico.

— Ma non oltre le forze che avete; — ribattè l’Augereau.

— Infatti, ne abbiamo ancora.

— Senza munizioni?

— Abbiamo i sassi e le baionette, signor generale, ultime armi con cui abbiamo respinto iersera il terzo attacco della vostra divisione.

— Concedo; — rispose l’Augereau. — Ma siamo in dodicimila, a circondarvi. Il generale Buonaparte è qui presso; il general Busca discende da Murialdo sui fianchi del vostro esercito; anche questi sono punti essenziali. Voi resisterete ad ogni modo, lo capisco; ne siete capacissimi. Ma se ieri il resistere era da temerarii, oggi sarebbe da pazzi. Aggiungo che ci costate già troppo sangue, e che noi, se vi ostinate, dovremo dare un esempio, passandovi tutti per le armi.

— E sia; — disse freddamente il capitano Tibaldè — Ma, per giungere a questo, bisognerà prima averci snidati di qua.

— Sicuramente; metto per principio che non potrete resistere.

— Lo potremo, signor generale. Lasciatemi proseguire, e vedrò di convincervi. Il general Colli, io dico, ha avuto tempo di raccogliere le sue forze e d’incominciare la sua marcia strategica. Partito nel cuor della notte, può presentarsi in battaglia da un’ora all’altra; ne convenite?

— Vorrei scommettere il mio grado di generale contro i vostri spallini da capitano, che questa marcia strategica è un’illusione del vostro cervello. Ma non si deve scommettere, quando si è certi. Il vostro general Colli è a quest’ora in ritirata su Ceva.

— Se ne siete certo, — ribattè il capitano, — perchè vi dispiace tanto una condizione che onora la nostra fede, senza far danno alle vostre operazioni? A noi non è lecito di fare un così pronto giudizio intorno al nostro comandante supremo. Ci ha mandati avanti, all’onore del primo fuoco; dobbiamo aspettarlo ancora, dargli il tempo di giungere. Siamo privi di munizioni, voi dite. È vero; non abbiamo neanche un tozzo di pane, nè un sorso d’acqua. Ma siamo noi che vi diciamo: lasciateci pure fino a mezzodì in questa orribile condizione; noi sapremo sopportare i nostri mali in silenzio.

— È una follia, vi dico. Torneremo all’assalto, e sarà di voi ciò che avrete voluto.

— Senza offesa, signor generale, ne abbiamo respinti tre; — rispose nobilmente il capitano. — Respingeremo il quarto ed il quinto. Per noi, vivere o morire è tutt’uno, quando si salvi l’onore. Qualunque cosa avvenga, avremo guadagnato colla forza il tempo che voi non ci avrete voluto concedere per atto di giustizia.

— Infine, — disse il francese, — sono sei ore che mi domandate?

— Sì, generale; e se voi siete certo che il Colli è in ritirata...

— C’è, per tutti i diavoli.... che abbiamo aboliti, — gridò, facendo un’altra delle sue spallucciate, il generale Augereau. — Quando mai si è visto un generale che manda un battaglione al fuoco e non pensa a sostenerlo dopo ventiquattr’ore, anzi dopo trentasei? È in ritirata, io lo so... Lo so tanto, che vi regalo anche le vostre sei ore. Sergenti, scrivete: «_concesso_» e non se ne parli più. Vi basta signori? O volete dell’altro?

— Sì, generale; — rispose il cavalier Tibaldè; — vogliamo ancora ringraziarvi della vostra bontà. Riconosciamo in questa concessione la vecchia cavalleria francese.

— Tutto per i valorosi, è la mia massima; — esclamò quel generale, che aveva, a detta di Napoleone, una cattiva testa e un cuore eccellente. — Siete gran diavoli, voi altri! E adesso, sergent_i, scrivete la data. — _Cosseria, il 25 germinale... o _il 14 aprile_, come vi piace; _dell’anno IV_, o _del 1796_, come vi torna; _alle ore 6 del mattino_, se l’orologio non mi dà in ciampanelle. Bene! Ed ecco qua la mia firma. A voi, signori; mettete la vostra. —

Era di buon umore, il cittadino generale: segno evidente che noi dovevamo sperar poco o nulla di essere soccorsi dal Colli.

In calce di ogni foglio, a sinistra, egli aveva scritto il suo nome: AUGEREAU. A destra, l’uno sotto l’altro, i nostri comandanti avevano scritto i loro; PROVERA, TIBALDÈ.

— Vediamo questo granatiere, che scrive così bene; — soggiunse il generale, piantandosi davanti a me col suo piglio soldatesco e squadrandomi dal capo alle piante.

Io mi irrigidii, come potete pensare, nella posizione del soldato senz’armi, e sostenni la sua guardata con tutta la fierezza d’un vecchio granatiere. In Piemonte eravamo assuefatti così e guardavamo perfino il re con aria feroce, come se volessimo farlo a pezzi e bocconi. Nella disciplina militare era quello il modo di mostrargli il nostro rispetto, e si diceva che fosse una costumanza presa da Federico di Prussia; ma, a parer mio, dev’essere più antica di molto. Come dovevano guardar Scipione, o Cesare, i fieri legionarii Romani?

Il generale Augereau parve soddisfatto della sua ispezione.

— Hai una bella mano di scritto; — mi disse. — E scrivi sotto dettatura abbastanza correttamente; il che non è facile, in francese. Dove l’hai imparato?

— Nel seminario di Mondovì.

— Ah, bravo! Sei stato seminarista? Ed anche tu hai buttato via la tonaca?

— Sì, — risposi, — per difender la patria.

— Anche questo è un frutto della nostra rivoluzione; — diss’egli. — L’avresti buttata egualmente cent’anni fa? —

Ero rimasto interdetto e non sapevo che cosa rispondere; ma egli stesso mi cavò dall’impaccio.

— Tu vuoi rispondermi che cent’anni fa non eri ancor nato; — soggiunse. — E per tutti i diavoli, anche questa potrebb’essere una buona ragione. —