libro di
buona critica sul filosofo e storico Ferrari. Iscrivendosi volontario, risolveva nel migliore dei modi il proprio problema intellettuale e morale: per dir meglio, risolveva quel cumulo di problemi che lo avevano occupato e tormentato per lunghi mesi: la necessità di una guerra nazionale, di liberazione completa dall’Austria, di tutti i nostri confini, di tutte le nostre terre e tradizioni e memorie — la partecipazione nostra alla difesa del mondo e della civiltà e pace latina, contro i tedeschi, barbari invasori e strapotenti, turbatori della comune quiete. Da quando era sotto le armi il suo cervello era in pace.
Per altri, il volontariato era il più bell’episodio della giovinezza, la più lieta decisione della vita; un non so che di imposto e quasi necessario, pur nella libertà della decisione presa, dalla forza dell’età stessa, dagli ancor pochi legami con gli interessi pratici della vita, dall’esempio di tanti altri. Era bastata una parola del padre, e il suo consentimento, per andare a firmarsi e partire.
E per altri, era la risoluzione di un puro problema di coraggio. Siccome c’era del pericolo, dei rischi, avevano voluto andare. Si sarebbero vergognati di rimanere a casa. Non avrebbero potuto più farsi vedere all’osteria e al caffè, ai loro vecchi, che ai bei tempi erano partiti, alle loro donne, che amano il coraggio.
Ed erano tutti lì. Ma, come dico, non tranquilli; irrequieti; volevano andare al fronte.
Da un mese, ogni volta che qualcuno tornava da una breve licenza, gli altri gli si facevano attorno, e domandavano:
— Che dicono di noi, a Faenza?
— Cominciano a pensare male. Dicono che siamo qui in villeggiatura. Ci dànno dei poltroni!
Silvagni, il repubblicano, schizzava fuoco. Gli altri attestavano che a Faenza avevano ragione di parlare così.
— Noi ci siamo inscritti, perchè vogliamo fare alle fucilate.
— Non vogliamo più starci qui!
— _Me a m’inscriv in tla fantereia._
— _E pu i dis_... (E poi dicono).
— _Cus el chi dis?_ (Che cosa è che dicono?).
— _I dis chi s’è fet vuluntèri d’quii chi n’a mai ciapè tant aedè._ (Dicono che s’è fatto volontario qualcuno che non ha mai cavato tanto dalla sua giornata).
— E anche questo è vero. Facanapa non ha mai guadagnato tre e cinquanta!
Il povero Facanapa era mortificato. Ma che colpa aveva lui se a lavorare la pelle delle scarpe non era mai arrivato a guadagnare tre e cinquanta? Avrebbe esposta la pelle propria anche per meno.
— _Basta chis manda prest a e front!_
Era il ritornello, il principio e la fine d’ogni discorso.
Quelli che erano, se non garibaldini?
O che importa se non avevano la camicia rossa? Io li preferivo vestiti di panno grigio. Non imitavano nessuno, non volevano far rinascere nessuna forma caduta: erano garibaldini nell’anima, poichè partiti volontari e poichè volevano andare al fuoco. Sentivano la guerra, più ancora che la milizia, amavano lo slancio più ancora della disciplina. Erano certo più generosi che ubbidienti. Ma solo perchè sapevano di potere ubbidire a se stessi, di potere fare fidanza nel proprio coraggio, e negli istinti profondi di bravura che ognuno aveva vivi entro dì sè.
* * *
Essi volevano “andare alla guerra”, e non si accorgevano che già c’erano. Poichè la guerra era per ognuno quella interruzione improvvisa e totale di abitudini: quella partenza e lontananza dalla famiglia e dalla casa, quella vita obbligata e metodica di tutti i giorni e di tutte le notti e di tutte le ore; quel dormire sulla paglia, quell’alzarsi a mezzo la notte per montare la guardia, quel passare lunghe ore su e giù per la spiaggia, sotto il sole, sotto l’acqua, nel vento, nel freddo, al buio, nella solitudine, fra la malaria.....
Non era quella una via e un compito di soldati in guerra?
Non era guerra, quell’essere rimossi da ogni solito pensiero e quotidiana occupazione; quell’essere pronti a tutto e sapere di servire a tutti, quell’avere il pasto versato in una gamella di latta, offerta dalla nazione, insieme con la carne e il pane; non era guerra quell’avere amici e compagni nuovi, quel guardare tutte le cose intorno con cuore più intenso e con occhio quasi più leggero e staccato, come cose che si possono lasciare fra poche ore e abbandonare per sempre?
No, non era guerra per loro. Volevano il pericolo continuo, essi, il cannone, la fucilata, veder la morte in faccia, passarci per quel punto che par così rimosso da tutte l’altre vie della vita e dai momenti comuni.
Augurai che il desiderio potesse essere presto soddisfatto. E che fra qualche giorno essi non fossero più là.
Qualche guardia di finanza li avrebbe sostituiti. E lì presso sarebbe rimasta, durante la guerra e dopo la guerra, la silenziosa scolta eschilea della terrazza sulla torre del semaforo, il marinaio dal petto scoperto e dal capotto marrone col cappuccio a triangolo: l’occhio tranquillo del cannocchiale, la pura pupilla che aderisce alla lente.
VELE LATINE
Fano, agosto 1915.
_A Sante Solazzi._
S’usciva ancora, quella mattina. Una delle ultime. Poichè adesso i porti e i canali sono chiusi, una catena sbarra l’imboccatura, e le barche, l’una addosso all’altra, accosciate con le pance sull’acqua, stanno dentro come greggi di pecore raccolte nello stazzo.
I marinai passano la giornata nelle osterie, picchiano sodo coi pugni sulle lunghe tavole, giocando alla morra; tracannano il vin cotto, e al tramonto si vedono tornare a frotte dalle trattorie di campagna, dai giochi di bocce di Sgarzino e di Carboncino, abbracciati pel collo, dondolanti, ubbriachi. La vita di terra fa loro girare la testa.
Il sole non s’era ancora levato; l’Adriatico era deserto. Solo una piccola vela, al largo, luceva come una fiammolina nella penombra argentea e nuvolosa del crepuscolo: un battello che non era potuto rientrare la sera, e che andava verso Pesaro, a scaricare il pesce. Ma poco fuori del porto c’era il battellaccio del Sordo, con la vela stanca, la prora volta alla spiaggia. Il Sordo aveva passato la notte fuori, contro l’ordinanza del capitano di porto, e ora voleva rientrare. Si udivano i colpi regolari dei remi entro gli scalmi; ma la voga era così fiacca, che il legno, che prendeva una bava di vento da terra, stava fermo. Da più di un’ora il Sordo vogava, e la sua vecchia carcassa si curvava in avanti, per risollevarsi, e ricadere sulle lunghe ali pesanti del battellaccio immobile. Di quando in quando giungeva la voce: Oooh! Oooooh! Chiamava che venisse qualcuno a rimorchiarlo. Il suo pareva il richiamo d’un naufrago abbandonato, lungo e monotono, paziente, d’un sordo che tentasse con la voce di scuotere dei sordi.
Nessuno gli badava, chè ancora non c’era nessuno sulle calate. Le case dei pescatori, lungo il canale, erano chiuse; i barchetti legati da prora e da poppa, dormivano con le vele ammainate, in una quiete così stanca, che quasi faceva tornare la voglia del sonno.
Più tardi cominciarono a giungere gli uomini, e anche i ragazzi. Con le camisacce di rigatino, i maglioni di lana aderenti al petto come corazze, le camicie di colore aperte sotto la gola, i piedi scalzi, quasi camminassero ancora sul pavimento delle loro camere, fra l’ampio letto in cui dormono le spose, e i materassi, per terra, su cui i figlioli si ammucchiano nell’aria greve.
Si mettono le scarpe nei giorni di festa, ma sulle coperte dei loro trabaccoli piantano i pollici grossi e nocchiuti, le dita che prendono le corde come quelle di una mano e le stringono, i calcagni che hanno la cotenna e fanno il tonfo sul legno asciutto e sonoro delle barche.
Cominciavano a venire giù i paroni e i morea, gli uomini di fatica e di timone; alcuni vestiti come operai che vanno alla fabbrica, senza nessuna di quelle caratteristiche pittoresche che hanno i marinai nell’immaginazione della gente di terra che non li ha mai osservati.
Parevano ancora pieni di sonno, quasi corrucciati dal vino bevuto il giorno innanzi in occasione della festa. Le ciglia penavano a svincolarsi dall’accapatura; le facce erano dure; un non so che di lento e meccanico, di abitudinario era nel loro passo e in tutti i loro atti.
Scendevano nelle barche, passavano dall’una all’altra, scavalcando i loro bordi che si toccavano; si calavano nei boccaporti per riporre il fagotto del pane e la bottiglia di acqua o di vino che portavano con sè.
Poi, man mano che gli equipaggi si completavano, cominciavano le manovre per uscire; le prime barche calavano le vele, aprivano le ali colorate al sole che veniva su dal mare, rosso lanternone rotondo razzante come la luna di prima sera.
E a poco a poco, col moversi delle barche, si scioglievano anche le lingue in bocca, s’udivano i comandi, gente correva ai bordi, sulle coperte, s’arrampicava agli alberi, si chinava a far nodi con le funi; lentava le gomene, le borine, le scotte, tra un dirugginìo di carrucole, e uno sbattere ancora lento di pennoni contro i legni, e uno schioccare di velature, chè il vento, verso la bocca del canale, cominciava a tirare e fioriva le acque di una marezzatura verde.
Erano le parole della manovra, i consueti suoni di ogni mattino; ogni qual volta la flottiglia peschereccia usciva sul mare tranquillo si ripetevano, uguali. Nei giorni di maretta erano diversi.
E così dopo gli altri, quasi ultimo nella fila del branco “Il Risorgimento” uscì anche esso: con Guideo, ritto alla barra; il grande alto Guideo, che pareva un colosso sulla piccola imbarcazione.
* * *
Ora le barche sembravano una schiera di farfalle sciamanti.
Apparivano le mura della città, di lontano, gli alti bastioni malatestiani, il mastio della fortezza, dove ora sono le celle pei carcerati: il camino della filanda; le casette lungo i viali dello stabilimento; e le strisce lunghe dello spiaggione verso Pesaro da una parte, verso Marotta dall’altra. Sopra la città parevano pendere i monti: Monte Giove, con l’eremo dei Camaldolesi deserto; e quando fummo più al largo avvistammo le forche di Cagli, il passo dei Romani, di dove giunge la Flaminia, che sbocca sul mare in quel punto per piegare a sinistra su verso Rimini e le antiche Gallie. Poi la doppia gobba del Catria e il Carpegna.
* * *
Eravamo a otto o nove passi d’acqua, e Guideo s’era seduto accanto alla barra; gli altri calati sotto, s’erano buttati sugli strapunti, in attesa di essere chiamati su per gittare la rete.
— Ecco, fu qui, disse Guideo. L’altra notte ci trovammo con le navi austriache in mezzo a noialtri. Era buio, credevamo fossero i nostri, e ci avvicinammo per vedere. Ce ne siamo accorti dopo, che erano loro; parlavano italiano e ci hanno chiesto se l’acque davanti a Fano erano minate. Che Dio li fulmini, venivano proprio a domandarlo a noi! Ho risposto io: “Noi non sappiamo niente”. E quelli hanno continuato ad avvicinarsi alla costa. C’era il barchetto del Grosso, davanti a loro, gli hanno detto: “Fatevi in là che dobbiamo tirare sui ponti”. Si vedevano i cannonieri ai pezzi, e si sentì _buumm_, _buumm_. Che tiratori sono? Lo vede il ponte sul Metauro? È lungo, no? Ci avessero cacciato un colpo! Fossero stati i nostri: lo vedeva il bersaglio, dove andava finire! Ma quelli! E dopo andarono davanti a Pesaro, che anzi i pesaresi, sentendo le cannonate dalla