parte di
Globna, l’azione non era stata risolutiva. Squadre di guastatori, bombardieri, tagliafili, avevano anche là iniziato arditamente la sortita con numeroso lancio di bombe a mano, e col tentativo di taglio dei reticolati. Accolti da vivissimo fuoco avevano proseguito il lavoro, con buoni risultati. Allora avevano fatto irruzione alcune compagnie, precedute da pattuglie che erano giunte fin quasi al trincerone nemico. Un fremito d’entusiasmo si era propagato fra le truppe retrostanti. Si erano veduti molti innastare le baionette e precipitare verso le posizioni avversarie.
Il nemico era rimasto per alcuni istanti sorpreso. Forse anche ordiva dietro le sue reti di spranga altre più feroci insidie. Guarnisce con doppia fila di tiratori le trincee e mette in funzione le mitragliatrici. Il breve spazio in cui possono irrompere i nostri, affollandosi ai varchi, è battuto da una cortina di fuoco. Tuttavia non pochi tentano di forzarla per raggiungere le trincee. Sono falciati, e la prima irruzione non riesce.
Riordinati i reparti si tenta nel pomeriggio una seconda e una terza irruzione. Finchè viene l’ordine di desistere per quel giorno, e di riprendere le posizioni primitive.
Solo dinanzi a Globna furono potuti tenere duecentocinquanta metri di terreno.
* * *
La mattina seguente le truppe riposate ripresero alla stessa ora l’offensiva su tutta la linea.
Nel vallone di Paljevo alcune compagnie riuscirono per infiltrazione ad avanzare su un tratto di circa centocinquanta metri, ad altrettanta distanza dalle trincee nemiche, verso le quali si misero a costruire camminamenti coperti. Pattuglie inviate nel pomeriggio più innanzi non proseguivano per non perdere contatto con le truppe d’ala che trovavano ostacoli insormontabili nei reticolati e nei muri nemici. Alcuni soldati offertisi a collocare tubi e tagliare i fili e le reti, erano stati tutti colpiti.
Nel settore di Globna, dove il giorno avanti, durante l’occupazione, e la notte stessa s’erano praticati nella boscaglia camminamenti a colpi di mannarese, per facilitare i rifornimenti e gli sgombri e per rassodare i ripari, verso il tramonto piccoli gruppi di un battaglione erano riusciti ad entrare nelle case del villaggio, impegnando furiosi corpo a corpo.
Sotto Zagora il nemico continuava ad opporci la resistenza maggiore. Piccole incursioni notturne dei nostri avevano assodato che ivi anche le difese accessorie erano in buono stato.
Prima dunque di slanciare fuori le fanterie, si rinnovò il tiro dei grossi calibri nelle trincee, e si disposero i fanti in modo da approfittare dell’effetto del bombardamento, non appena fosse cessato.
In quel punto gli ostacoli erano molti e potenti: i reticolati su tutta la linea del fronte, una casa isolata, detta _Casa diruta_, alla nostra sinistra, a mezza costa fra noi e il paese; e le case del paese su in alto, nelle quali il nemico s’era raccolto e asserragliato, con strepitosa abbondanza di mitragliatrici. Il villaggio mezzo distrutto era come un bugno di vespe, che i nostri tiri inferocivano.
I nostri ufficiali specialmente misuravano tutta la difficoltà della lotta, vedevano queste terrazze salienti l’una sull’altra, a gradinata, fino al crinale del poggio. Di lì non si sarebbe usciti vivi che per miracolo. Approfittavano degli ultimi istanti per scrivere l’ultima lettera alle loro famiglie. Era il loro saluto estremo alla vita, gittato in fretta, con una penna stilografica su un pezzo di carta che avrebbe preso la via del ritorno, mentre essi dovevano andare avanti ad ogni costo. E si scioglievano senza ribellione da tutti i vincoli del mondo, che sentivano ormai lontanissimo, alle proprie spalle, al di là del fiume il cui passaggio pareva avesse loro tolto la memoria della vita serena, e come lavato l’anima di ogni desiderio e affetto mortale. Molti, in un silenzio raccolto, si comunicavano in tutta purità con la morte. Avevano gli occhi sereni di chi sente sciogliersi nel cavo della propria anima ogni peccato, di chi sente come venir meno il peso di ogni colpa antica, in un ritorno improvviso alla dolcezza del fanciullo, e a quella bontà di perdono e dolcezza di rassegnazione che è propria di chi si sente morire e raccomanda altrui di non disperarsi e di non piangere. E alcuno aveva dato al Comando l’indirizzo di un amico di casa o di un fratello perchè la notizia giungesse alla famiglia non improvvisa. E se un pensiero addolorava non era di lasciare la vita in mezzo ai compagni, in quel luogo, ma di dare con la propria morte un grande dolore alle persone che li amavano, e che avrebbero continuato a piangerli quando essi non avrebbero più avuto bisogno di essere pianti.
Quelli che precedono l’attacco sono i più terribili istanti.
Di furia, correndo senza più pensare a nulla, senza più sentire nulla, i nostri irrompono verso la Casa diruta, e in pochi minuti, alcuni uomini di due compagnie penetrano per una breccia in un tratto di trincea nemica antistante alla casa. Si buttano addosso ai difensori, urlando, li sbattono contro i muri, li disarmano, li tengono prigionieri. Ma l’astuzia del nemico era stata tanta che aveva organizzato nelle trincee scompartimenti separati e chiusi, per fronteggiare un’invasione e limitarla: come si fanno gli scompartimenti chiusi nelle navi per fermare l’irruzione delle acque. Era un compartimento di una quindicina di metri, chiuso ai lati da solidi sbarramenti interni; onde la breccia era aperta e occupata, ma l’occupazione non si poteva allargare. Si picchiava coi calci dei fucili, si cercava di tirar via le pietre, ma si urtava in lamiere di ferro salde, spesse, come le pareti d’una cassaforte. Si chiamavano di là dentro i nostri in aiuto, di rinforzo, ma il tratto era angusto e col crescere in numero degli assalitori, diminuiva lo spazio per muoversi.
Altri avevano operato una doppia diversione, tentavano l’accerchiamento, dal di fuori, di quella specie di saliente facente capo alla casa diroccata, di dove piovevano i proiettili a grandine spessa. S’ingaggiavano tra assalitori e difensori lotte furibonde, si strappavano i fucili dalle feritoie, si tiravano giù i sacchetti, si cercava di far leva sui tavoloni per massacrare dall’alto il nemico con gettito di bombe. Era una mischia piena di urli, di imprecazioni, di grida disperate, su cui passavano le vampate scottanti delle granate.
Più a destra altre operazioni si tentavano verso le case del villaggio, ma così tormentate dalla artiglieria nemica che non era possibile svilupparle. Eppure un prigioniero fatto la mattina, interrogato, aveva detto che Zagora s’andava sgombrando. La notizia fu comunicata alle truppe, e allora tutto un battaglione si butta avanti, deciso a conquistare il villaggio, con qualunque sacrificio. Il comandante è ucciso, altri ufficiali caduti e scomparsi, l’artiglieria e la mitraglia insistono con violenza, e ci si impone di ripiegare con prudenza, a piccoli gruppi. Informazioni sicure avvertono che rinforzi nemici avanzano su Zagora, bisogna prevenire un vigoroso ritorno offensivo, che già si delinea anche alla Casa diruta, dove rincalzi nemici tentano di ributtare addietro e schiacciare i più ardimentosi dei nostri.
E la sera scende sulla comune sospensiva.
Intanto il contatto era stato preso, l’offensiva aveva avuto uno svolgimento più ampio del giorno innanzi, avevamo messo piede in trincee formidabili, munite d’ogni più solida difesa, d’ogni più spaventosa arma di offesa; avevamo aperto delle brecce che il nemico non poteva più chiudere, avevamo non pure subìto, ma inferto al nemico perdite gravi.
Non bisognava cedere nè arrestarsi; bisognava non dar tregua al nemico in nessun punto, rinnovare la stretta, proseguire nello sgretolamento delle sue difese, riaffermare tutti i propositi di offensiva a fondo.
I prigionieri fatti parlavano di volontà di arrendersi in tutti i compagni. E i nostri feriti rimasti sul terreno e i nostri morti, gli uni coi lamenti e gli altri col silenzio ci richiamavano fuori per il giorno seguente.
* * *
La notte sul 23 ottobre giunse nel settore di Zagora un nuovo comandante di reggimento, il colonnello Giletti. Arrivato a Plava la sera aveva avuto un colloquio col generale, e preso accordi per la ripresa dell’azione il mattino dopo. Giungeva in posizioni a lui nuove, e passò la notte girando per le trincee, interrogando i soldati, cercando di farsi una idea esatta del terreno. Erano le sette del mattino, quando il generale di brigata arrivò su anche lui, per dare sul posto le ultimissime disposizioni e tener d’occhio l’azione. Era un ometto sulla cinquantina, di poche parole, d’un coraggio spinto alla temerità, di una indifferenza assoluta davanti al pericolo. Il nemico bombardava di _shrapnel_ le nostre trincee, eseguiva dall’alba tiri di intimidazione e di interdizione, e colonnello e generale si portavano da un punto all’altro, si fermavano in osservazione nei punti più esposti. Quando uno _shrapnel_ scoppiò loro sul capo e lasciando incolume il generale uccise il colonnello. Erano le otto, era arrivato al battaglione quattro ore prima.
Ripresa su tutto il fronte l’azione concorde, passò attraverso vicende di sbalzi, di soste, e di ripiegamenti non dissimili dai giorni precedenti. Le case di Globna furono occupate prima di mezzogiorno, e mentre i nostri ci si affermavano, pattuglie procedevano oltre il villaggio per un duecento metri, sulla strada di Britof.
Nel settore di Paljevo una compagnia mirava all’avvolgimento della cappelletta, vivamente contrastata da pattuglie e da batterie avversarie. Altri reparti attendevano con intensa alacrità a lavori di approccio e di sistemazione, in attesa di tentare a sinistra l’attacco di quota 383, da noi occupata soltanto in una parte del versante nord, verso Plava e Globna.
Come sempre la più tenace resistenza ci si opponeva dalla Casa diruta e dal villaggio di Zagora. Le nostre truppe, riuscite ancora una volta ad avanzare fin sotto i reticolati, erano state fermate dall’accorrere di truppe nemiche in cordone lungo tutta la striscia delle trincee. Si dovette nuovamente ricorrere a tiri violenti di artiglieria per arrestare una offensiva incipiente della fanteria austriaca e per tentare di obbligarla all’abbandono del trincerone. Verso il tramonto si tentò un nuovo risoluto assalto, che ebbe per effetto di portar nuove truppe sotto le posizioni nemiche, ma la nostra linea non potè essere mutata. Si decise di tenerla durante la notte, per appoggiare durante l’oscurità l’indispensabile lavoro dei guastatori contro i fili e le reti. Si era notato che alcune di queste avevano il particolarissimo còmpito di parare il nemico dalle schegge di rimbalzo. Avevamo dinanzi un sistema di difesa la cui potenza complessiva era forse superata da una incredibile abbondanza di risorse e scaltrezze minute.
Si giunse adunque, con tali risultati parziali e dopo tante fatiche, al mattino del 24: dinanzi a difese complessivamente solide, benchè non più intatte; di fronte a un nemico che, in forze sempre crescenti, attendeva da tre giorni al grande assalto risolutivo, a truppe non ancora logore nè di animo nè di forze, benchè provate da un succedersi di azioni difficili e sanguinose.
Rinnovato l’assalto alla Casa diruta, tale fu l’impeto e così imminente la minaccia che il nemico per frustrarla ricorse all’astuzia, e gridava parole di resa. “Buoni italiani, veniamo con voi”. I nostri, sorpresi, ebbero un attimo di sosta, di indecisione. Bastò perchè le mitragliatrici nemiche, cresciute di numero durante la notte, con scariche furibonde fermassero dall’alto la carica che stava per irrompere. Un battaglione rimase con due soli ufficiali. Un maggiore e un sergente, presi di mira ripetutamente, dovettero buttarsi a terra dietro il muricciolo di una delle tante terrazze che dovevano risalire. Le canne di alcuni fucili rimasero tutto il giorno puntate al ciglio sotto il quale le loro teste erano state viste calare. Tentarono più di una volta di strisciare carponi verso il ritorno. Ma come il nemico vedeva spuntare una mano o una scarpa, li batteva col fuoco. La terra intorno a loro era tutta bucherellata, smossa dalle pallottole; un cerchio di morte li chiudeva come in una tana. Essi decisero di attendere la notte per muoversi. Il sergente stanco prese sonno. Ma come si levò la luna, pareva fosse il giorno. Ogni più piccolo movimento era visto. Ogni movere di frasca, là dove altri erano rimasti acquattati o feriti, erano miagolii di pallottole, che pareva radessero i capelli sul capo. Le ore passavano ormai senza speranza. Quando la salvezza venne dalla improvvisa oscurità fatta da una nuvola. I due si mossero insieme, carponi; strisciarono in silenzio, ora soffermandosi, ora affrettandosi, e poterono rientrare incolumi nelle vecchie trincee, abbracciati dai nostri che avevano seguìto con ansia le fasi dell’avventura.
Un episodio simile era occorso in quello stesso settore due giorni prima al capitano Viglione, che doveva morire in uno degli attacchi del 28. Pattuglie nostre uscite all’assalto il pomeriggio del 21, avevano trovato per terra il suo cappotto e il capitano non essendo rientrato la sera fu dato per morto. Più tardi lo si vide tornare sano e salvo tenendo per le cocche il fazzoletto colmo di grappoli d’uva. Costretto a ripararsi durante il giorno sotto un tralcio di vigna, aveva passato il tempo vendemmiando.
La sera del 24, non potè ancora annunziarsi la presa della Casa diruta, ma solo l’espugnazione del trinceramento a quella antistante, dove reparti nostri erano riusciti ad irrompere nel pomeriggio, e avevano respinto un primo contrattacco, infliggendo perdite e prendendo prigionieri.
Poichè il nemico si disponeva ormai a controattaccare. Ci assalì di fatto, in forze e d’improvviso la mattina del 25, piombando con elementi freschi sulle truppe esauste da un giorno continuo di assalti e da una notte agitata di vigilia e di lavoro. La sera del 25, il trincerone davanti alla Casa diruta tornava in mano al nemico. Tutto il terreno guadagnato con non poco sacrificio nella giornata del 24 era perduto nella seguente.
* * *
Come le onde susseguentesi e incalzantisi in un piano rendono meravigliosamente bene, secondo il concetto del Comando, l’imagine di un esercito vittorioso ed invasore; così le onde che urtano contro un lembo di roccia, e sono destinate a frangersi e a dare un balzo indietro per riprendere slancio e ritentare l’assalto, dànno altrettanto chiara l’idea del lento, fatale andare e venire d’ogni qualunque forza d’uomini sospinta ad abbattere una organizzata resistenza d’arte e di terreno, e a superare l’opposizione di un nemico che scaglia anch’esso e rovescia a tempo sugli assalitori i suoi successivi rincalzi. C’è nella guerra di posizione una specie di fissità sostanziale di ostacoli, che la rendono pochissimo mobile e moltissimo dura; e una episodica mobilità e quasi flusso e riflusso alterno di ondate, con tutte le sorprese, i giuochi, i capricci e i sobbalzi, i vortici, i risucchi, le spume di una qualunque massa liquida, lavorata da correnti che s’urtano e si affaticano, turbata e sbattuta da un fondo irregolare e insidioso, ricco di abissi, di secche e di scogli.
Che se in teoria le ondate di uomini debbono susseguirsi e rincorrersi l’una l’altra dappresso, senza soste e interruzioni forzate, altro, di necessità, avviene in settori come quelli nei quali allora si combatteva: aspri a tenersi anche da un esercito immobile, se il nemico avesse potuto assumere un’attitudine di vigorosa offensiva; con comunicazioni difficili e ripari relativamente affrettati; con camminamenti ancora quasi tutti scoperti; con molti passaggi obbligati, battuti da molti fuochi; senza possibilità di cambi rapidi e sicuri. Rinforzi fatti partire la mattina per tempo dai ricoveri lungo il fiume, non sempre potevano giungere alle vecchie trincee prima del tramonto: tanto preciso e nutrito era il tiro d’interdizione nemico, su un terreno ancora povero di opere di approccio, nel quale dovevamo finalmente allargarci per poterci consolidare e proteggere.
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Il giorno 26 si prende, dopo il villaggio di Globna, il fortino. All’alba alcuni volontari avevano fatto brillare due tubi di gelatina nel reticolato antistante alla piccola opera nemica. Alle 13 si diede il segnale dell’assalto, e prima di sera reparti di un reggimento di valorosi avevano conquistato il ridotto, facendovi prigionieri 75 soldati e 3 ufficiali.
L’azione era stata così brillantemente condotta, da due battaglioni mossi da due parti all’attacco, che verso sera un plotone muove di là con tre ufficiali per spingersi fino alla chiesetta di Paljevo, alta sulle falde del Kuk, nella speranza di incunearsi fra le linee nemiche, vittoriosamente, sì da spezzarne a destra ed a sinistra la tenace difesa.
Ma le truppe nostre operanti nel vallone di Paljevo, più in basso, avevano ritentato in quel giorno inutilmente la solita irruzione contro le trincee nemiche di quota 383, guadagnando non più che un centinaio di metri.
E a Zagora la situazione era rimasta invariata, facendo il nemico un fuoco fitto di fucileria.
Ma ormai si avevano dai prigionieri notizie più ampie e relativamente attendibili sugli effetti di tanti giorni di combattimento. Onde si diedero istruzioni di non dar tregua e di non cedere mai più un solo palmo di terreno conquistato. L’offensiva si venne consolidando a poco a poco, abbreviava così le sue pause, eliminava i proprî arresti. C’eravamo oramai avvicinati e addentati al nemico; cominciavano i sussulti dell’ultima lotta feroce corpo a corpo, quando anche gli assaliti messi alle strette e afferrati vigorosamente, debbono farsi assalitori per tentar di scrollare il nemico di dosso.
Di fatto, nella notte stessa del 27, un violento controattacco si manifesta a Globna. Sulla mezzanotte artiglierie di grosso calibro iniziano un fortissimo bombardamento contro il villaggio e le vecchie trincee nostre di quota 383. Al cannoneggiamento segue un attacco disperato di fanterie, alla baionetta, con ufficiali alle spalle che rivoltellavano senza pietà i dubitosi, con squilli di tromba rianimatori. Dietro i pochi e deboli ripari le nostre truppe resistettero, e sventarono un minacciato avvolgimento della loro ala sinistra. Solo in qualche piccolo punto del centro, pei vuoti lasciati dai caduti, deboli nuclei nemici riuscirono ad infiltrarsi; ma la linea della fanteria rimase salda, nessuno dei nostri indietreggiò di un passo. Le perdite non furono poche nè da una parte nè dall’altra; qualche compagnia rimase al comando di ufficiali subalterni, finchè tutta la linea non fu rimpolpata e rinsanguata con nuovi elementi.
Ma se all’impeto delle fanterie eravamo riusciti ad opporci, nuove perdite ci inflisse durante il giorno l’artiglieria: che pioveva proiettili sulle posizioni sparse di uomini ormai stanchi, di cadaveri e di feriti, che chiedevano soccorso e che non era agevole trasportare.
Anche in quel punto il tiro di intimidazione e d’interdizione era feroce; impossibile riprendere l’azione; pericolosissimo defilarsi; e per quanto ufficiali e soldati, aggrappati al terreno, non dessero segno di volersi ritrarre, si ordina l’abbandono di tutta la valletta di Globna, ma in modo da costituirla zona neutra, impedendo al nemico di rioccupare la posizione del fortino sovrastante alle case. Sopra di essa il nemico aveva in antecedenza aggiustato i suoi tiri.
Mentre a sera i nostri ripiegavano, giunsero tra loro gli avanzi del plotone che avevano tentato di raggiungere la chiesetta di Paljevo, e che avevano combattuto per tutto il giorno, soli, avanzati, scoperti, minacciati di accerchiamento e di distruzione. Gli ufficiali tornarono incolumi, recando avviso di perdite enormi del nemico, e cacciandosi innanzi alcuni prigionieri.
Quanto a Zagora, si lavorò alacremente per tutto il giorno ad opere di approccio. Una vera trincea fu improvvisata dinanzi alla Casa diruta.
Il 28, con truppe riposate, si fece irruzione contro i reticolati antistanti a Zagora. Un primo contrattacco alla nostra sinistra fu sventato; un altro alla destra, battuto dalla nostra artiglieria, semina il terreno di morti: possiamo allargare l’occupazione fino sotto al margine del paese, mentre ci rassodiamo a sinistra oltre la Casa diruta facciamo una ventina di prigionieri.
Dagli interrogatori che si fanno a questi soldati presi, si viene a sapere che il nemico sta ricevendo notevoli rinforzi, e si prepara a un attacco imminente. Verso le 4,30 del mattino, questo si sviluppa con tale inaudita violenza, che ancora una volta si impone il ritorno dentro le vecchie e solide trincee. In poche ore la situazione torna quale era il mattino del giorno innanzi. Occorrevano assolutamente nuove truppe, e si decise di non tentare altra azione prima che fossero giunte.
Si eseguì dunque il cambio la notte del 30, si riposò tutto il 31, e il 1º di novembre, alle 6 del mattino, con battaglioni freschi si tornò fuori: in pochi minuti si riprese tutta la trincea della Casa diruta, e i primi più fortunati reparti spintisi su verso il paese, penetrarono nel caseggiato. Altre forze seguirono, fu dato l’assalto alle case diroccate, furono invase le stradicciole e le stanze squarciate, furono come in una gran retata avviluppati e raccolti ben 202 prigionieri di truppa e 5 ufficiali, che tanti non erano bastati in un groviglio di ruderi, profondo e sovrastante a tutte le posizioni dei nostri, con un arsenale di mitragliatrici, bombe, fucili, a fermare, dopo una settimana di sforzi continui, inauditi, l’impeto assalitore dei fanti italiani. I quali più di altri cento prigionieri fecero nel pomeriggio, allargando l’occupazione a sinistra per le pendici del Kuk.
* * *
Chi scende oggi nel vallone di Plava e visita passo passo i vari settori, si sofferma dinanzi alle piccole croci di legno che disseminano qua e là il terreno combattuto.
Ma nelle trincee molto è mutato da quei giorni oramai lontani di ottobre e di novembre. Molti lavori furono eseguiti durante l’inverno, lunghi camminamenti coperti, sicuri, conducono alle posizioni avanzate, ai ridottini estremi. Da Plava a Lozice si cammina per un sentiero nascosto, non veduti mai, e si trova il paesello abbandonato e tranquillo, con le piccole case solitarie fra gli orti e i giardini. Una scoletta deserta apre le sue finestrelle sulla riva destra del fiume e dai piccoli banchi neri si vede la corrente dell’Isonzo passare limpida, smeraldina. Si ripensa ai giorni quando questo era un nido di fanciulli biondi, di azzurri sloveni. Sui banchi e per terra, sparsi come le foglie della Sibilla, sono i minuscoli evangeli della sapienza infantile, sillabari e quaderni.
Nel ridottino di Globna i nostri stanno saldamente afforzati: e i muletti calano sul ciglio di un valloncello, che in tempo di pioggia scarica le sue acque nell’Isonzo. Più oltre, nel terreno sgombro per un tratto di nemici, si sporgono sulla carrozzabile gli avanzi delle casette di Globna, grigiastre, e al di là della strada un orticello erboso, abbandonato, par che coltivi da solo una piantagione lussuosa di cavoli, alti, grassi, abbondanti. In un mattino limpido di febbraio, tutto spira un senso idillico di pace campestre.
Solo lassù, nel settore di Zagora, gli avanzi della lotta feroce rimangono fra la terra smossa, sconvolta, seminata di paletti rovesciati, di fili e spranghe di ferro, di cavalli di frisia buttati all’aria, fracassati. Poche piante da frutta, qualche raro tralcio di vite è ancora abbarbicato al terreno, come sperduto nella convulsione.
E le case di Zagora, quelle più basse nelle quali siamo noi, e le più alte nelle quali si annida a muro a muro coi nostri il nemico, sembrano nel loro stretto abbraccio, nel loro inviluppo tenace, nel nodoso intrico delle viuzze perpetuare il ricordo dell’antica lotta degli uomini nella materia petrosa, che resiste dopo tanti mesi al crollo e alla distruzione.
IL “DIARIO DI TRINCEA”
DI RENATO SERRA
_Nello zaino di Renato Serra, insieme con la rivoltella — della quale non fu sparato neanche un colpo — era un taccuino di piccola mole, con alcune pagine piene della sua sottile scrittura: il diario della sua breve vita di trincea._
_Nella edizione milanese dell’_Esame di coscienza, _dove pur avrebbe trovato posto al seguito di quelle che sono senza dubbio le pagine più belle che da penna di scrittore europeo siano uscite sull’argomento della guerra, non demmo di questo diario neanche la notizia; per ragioni che è inutile dire._
_Per la prima volta se ne trascrivono qui le pagine intere, segnando con tratti punteggiati alcune brevi lacune della trascrizione._
_Il diario va dal 6 luglio 1915, giorno dell’arrivo davanti al Podgora, al 19 luglio, vigilia della morte del grande e caro amico._
* * *
“6-VII, ore 14,40. — Nel bosco davanti Podgora: cuccie nel terreno sconvolto: dopo un sonno sotto i primi _shrapnel_. Stanotte che bella dormita sui cuscini dell’autom. accanto a F. Alle 5 via: per Palmanova in cerca di Cormons: dalle pinete e dai canali neri sotto i colonnati alle colline di terra rossa e di sassi — Incontri, schiene d’asino — Da C. a Mossa: scarico presso il Comando di Div. Di lì al com. di brigata. Torno a prendere la borsa zaino, faccio l’ultima scelta di cose necessarie; entro in campagna — Le guide nel bosco. Arrivo al regg.to — A mensa — A posto — Istinto che fa batter le ciglia al passaggio dello _shrapnel_.
“Ripenso all’arrivo: entrando nel campo, incrocio la barella del cap. D. G.: una forma sotto una coperta, una mano increspata fuori della coperta, magra, esangue, verde — Segno? Tante cose.
“Caldo sotto il tavolato. Mi chiamano per dare il cambio alla 3ª in trincea di 2ª linea — Vado a percorrere la trincea — Si mangia in fretta aspettando il buio. E. non può lasciare le mitragliatrici. Mi chiamano ancora: un ordine di operaz. è arrivato — a bassa voce — cambio sospeso — tenga la comp. pronta per appoggiare l’avanzata. Il cap. che mi ha fatto festa prima cambia voce: parla a uno che va per un’altra strada — Bene — in un giorno solo, tutto. Il circolo si chiuderà? curioso — Raccolgo la comp. (M. dà gli ordini per me), due plotoni sul ciglio: a sedere per terra, aspettiamo: la sera scende assorta, sulle membra indolenzite — Si parla a voce sommessa, parole più rade: gli occhi fissi: si vede sempre il cielo e il bosco, nelle ore lunghe. Sul materasso, ad aspettare che mi chiamino, senza pensarci più.
“7 — Notte di fuoco e di lampi, razzi fin sopra noi — Mi persuado che non ci chiameranno, dormo tranquillo, lungamente — Sveglia del mattino, e giorno chiaro: la vita del campo che si riprende, lavarsi, pulirsi... Sto in piedi un po’ a stento, traballando — La ferita. Mi passa per la testa che potrei benissimo ammalarmi, tornare in licenza: per un secondo mi son già accomodato. Ma so che non sarà per più di un secondo. Sorrido, come quando una granata scoppiandomi sulla testa me la fa abbassare — Giornata senza novità — Il mio caporale ferito alle dita, Manoni: lo proporremo per la ricompensa. Si mangia; coi miei compagni, sudati, sotto le tavole basse: bisogna aggiungere Mensozzi, e gli altri attendenti fuori presso l’apertura, pronti: e la nostra famiglia — Riposo — Le ore passano — Vado in trincea a parlare dei bisogni della comp. e poi col colonnello: faccio uno specchio, sorveglio i lavori per spianare la strada alla batteria — Non daremo cambio ancora stanotte. Forse domani tutto il battaglione sarà ritirato — sento le notizie della giornata — il tentativo della brigata Perugia alla destra. Come si vede e si sente diversa la guerra, a esserci in mezzo. Si fa. Ma è ormai come la vita. È tutto, non è più una passione, nè una speranza. E, come la vita è piuttosto triste e rassegnata: ha un volto stanco, pieno di rughe e di usura, come noi — Questo non toglie tanta forza nascosta, insospettata — quasi inesauribile malgrado tutte le stanchezze. Scrivo guardando i monti intorno e il cielo velato di vapori di calore che si stanca. Vicino, i soldati gridano come scolari per rimettersi a posto nelle trincee più basse — Sopra è arrivata l’artiglieria — Che cosa si prepara per stanotte? Aspettiamo la mensa e il giornale — La cresta di fronte è coperta di alberi, bassi, un verde cupo, arricciato e velato come nella lama di uno specchio — Le acacie del mio bosco hanno un fogliame tenero, chiaro e fermo nella luce che vien meno — Sento i panni attaccati alla pelle da un resto di sudore. Le figure di Battase: un altro che prenderà posto in questa compagnia.
“Si fa scuro, chiacchierando: cose militari — A dormire — La sinfonia notturna — Scroscio di pallette sul tavolato: palle di fucile tra gli alberi — Il cuore un po’ in sospeso: attaccano? attaccheremo?
“8 — Sveglia: sacchi per la terza: visite alle trincee — Visi rossi alla luce del mattino di chi non ha dormito — Seguito a girare — Desiderio di fare un giro per le trincee avanzate — Non mi sono ancora sentito sparare addosso, non ho ancora fatto una traversata di terreno veramente battuto! — come una puntura — con Pipietto — che bel viso arrossato dal sole, ma fresco e fiorente di 20 anni: tranquillo, ridente: così bisogna essere: soldato, fanciullesco.
“Arrivo alla 1ª sotto il monte, tutto ansante, sudato: neanche un colpo si è sentito: la cresta di fronte, a 300 metri, con le sue tavole sottosopra, la terra un po’ scavata e rivoltata negli squarci brulli, e il bosco fermo, pieno di silenzio — la pendice circolare alla base, tagliata come una parete sul fondo: e i soldati appoggiati rintanati tutto intorno — Lì appoggiati si sta al sicuro: si vede solo la parete e il cielo azzurro brillare sopra; dietro un rivoletto tra le frasche, prato, filari vigne immobili — di un verde chiaro, intrecciato di fili lucenti al sole — L’areoplano che non vedo — Dall’angolo della trincea i reticolati a cento metri; paletti e fili in croce: che aspetto inoffensivo!
“Visite alle trincee del 131, sulla destra. Il pozzo, le case annerite di Lucinico abbandonate in mezzo al verde — Ritorno più adagio: sempre il silenzio e il cielo immobile caldo, sospeso sulle brevi corse. E nulla — Il comando per la comp. — La vallata di dietro a noi; il sole sul bosco sempre arricciato, ma fresco, molle — Ritorno: la salita stanca; grondando di sudore. Da Borla, distesi sotto il blindamento; scrosciano gli _shrapnel_ da montagna: due feriti a pochi metri. Passano laggiù per la radura: un lamento napoletano “Povera mamma, povera mamma” — Mensa, riposo. Gli scoppi periodici oramai e consueti — Come passa il pomeriggio vuoto e lento — Scrivere qualche cartolina, lavarsi, mettere in ordine lo zaino; e poi sulla cassetta rovesciata, col sole pallido che piove sulle mani di tra i rubini — Il boschetto intorno; cinereo, azzurrino di dietro su lembi di un cielo di perla: verde spento, quasi di carta chiara e fragile a sinistra; tenero e bagnato di sole stanco, frastagliato tra la nebbia calda.
“9 — È già buio. Non vedo il lapis — In trincea agli avamposti, in luogo della 2ª — Giornata calma — E la notte?
“Ricapitolo. Nottata dell’8 — La solita grandinata di colpi. Fuochi a comando, a scroscio; fuoco individuale, scoppiettio ininterrotto — Le pallottole tra il bosco, schiantano i rami, cadono a fasci, con piccolo tonfo secco, sul terreno — Bisogno d’alzarsi dalla cuccia e sporgere la testa dall’apertura — Sonno del mattino, nella luce scialba — Un’ombra sulla soglia la interrompe — Mi chiamano. Sostituire la 2ª — A vedere i luoghi — Discesa dalle trincee della 3ª, per la vigna, cammino non ancora percorso — Sbalzi di corsa, per seguire il compagno che si fa piccino ma non si ferma; soste a scrutare fra l’erba e le pannocchie di stipa la strada buona — Si tira a indovinare, e via, avanti. Fiato grosso — arrivo — perlustrazione, stato dei lavori — Ritorno da sinistra in cerca di un cammino più coperto — Per il camminamento sotto le case della Morte, tra l’argilla viscida d’acqua e per il bosco — irritazione, che sudata e che fatica.
“Preparativi e partenza — si sfila per uno; Cinque va a fare il giro lungo per le posizioni del 12º — Si sale, si scende; è una delle manie solite di soldati — Il tratto scoperto — 15 metri in pendio; a gruppi, di corsa — Sono sfilati tutti — Qualche sparo — Una pallottola fracassa la scatola serbatoio di un fucile; curiosità, chiasso — Siamo in trincea — Ci si accomoda come per starci sempre — Dopo un po’ di tempo si scoprono delle piccole fortune ignorate ancora: sedersi sulla proda del filare davanti alla buca arrostita dal sole, nel ronzio delle mosche — Un po’ d’acqua e par già d’esser contenti — Sistemaz. delle trincee; giro intorno a vedere gli altri lavori, alla 1ª, all’8ª, che è già su, sotto la volta del bosco — Si fa sera — Arrivano delle granate da 210 — Mangiamo i biscotti con quelli della 1ª.
“Notte — che stellato — Vedette a posto colla baionetta inastata — Ci mettiamo a dormire — Qualche colpo raro. A mezzanotte giro d’ispezione — Tutto quieto — Si torna a riposare — Dormiveglia, scariche, le pallottole fitte proprio sopra noi — Scoppi d’artiglieria nel buio, attraverso a un velo languido, fino alla mattina.
“10 — Son qui a scrivere, nella mattina ancor fresca — Qualche colpo, un canto sottile di uccelli qui presso, parlare sommesso di soldati — Vita di trincea — Lavato, una tazza di latte; come par di star bene — Fatte le scritture per le comp., dati gli ordini, si lascia passare il tempo — Ora finiremo di far pulizia, e poi s’andrà a trovar gli zappatori. Ci dovevano essere 3 ore di tregua per seppellire i morti su un fronte vicino (del 1º fant.). Poi l’hanno sospeso — Areoplani — Mortaretti di _shrapnel_ e fiocchi bianchi che restano sospesi nel cielo lucido — (di seta).
“Avanti — Giornate spaziose, piene — Calma del nemico — I soliti convogli oscillanti sbuffanti gravi alti sul capo: colpi rabbiosi tesi dei nostri 75 che gettano i frantumi roventi indietro fra noi — Qualche colpo di Cecchino — uno anche a me, vicino, mi è sembrato. Ma nessuna impressione — Vo al comando a riscotere quasi tutti gli arretrati e ne spedisco via due vaglia — Si torna, per le case diroccate: le api e il merdaio — Si mangia e si prova a riposare: ma il sole entra obliquo e preciso — Mi siedo a scrivere — Poi ordini alla compagnia per i lavori e per la notte — avanti adagio: comincio ad adattarmi all’animo degli altri — A visitare le trincee; si manda un plotone a cercare i teli e le mantelline — Unica novità, i pennacchi di fumo biancastro a lungo cacciati dal vento là di fronte sulle colline — selvose — brulle — dell’altra riva: verso S. Michele. I nostri che avanzano — Presto Podgora sarà presa a rovescio — Comincio a capire come si troverà la forza e la voglia di andare all’assalto; è un cerchio che si stringe, irresistibilmente. Ci troveremo anche noi a far parte dell’ondata che sale — Partecipo ancora al brontolare e allo scontento — legittimo — dei miei vicini; ma capisco che a un certo momento saremo portati via tutti. Non penso a me: non mi faccio ancora il caso mio personale, il problema del mio morire.
“Infine, il temporale che s’addensava; gonfiezza umida lucente del cielo sulla ricchezza sorda fresca del verde — Le nubi gonfie brillanti di luce; zone d’ombra disciolte e lavate, a stracci caldi sul freddo — colore magnifico.
“E adesso non c’è più nè luci nè colori — Il vento fa le foglie scure in basso, in alto l’aria celestina — I primi spari.
“11 — Ricomincio: accoccolato presso la spalliera di sacchi che ripara una vedetta — di destra; col sole a piombo, sole tardo del pomeriggio, cocente dopo il temporale.
“Si prepara la partenza: il cambio — In mezzo a una pioggia di bombe — C’è dei feriti nel bilancio di oggi; un po’ di scompiglio tra i soldati; ma si comincia anche ad averli in mano — io — un po’ di più. Poco da aggiungere, ricapitolando.
“Notizie del nemico che ha preso posto sullo sperone di destra, quello scoperto e sconvolto dalle nostre granate — Feriti e morti sul tratto di strada dopo la casa del pozzo e lungo la trincea della 3ª — La strada che faccio io — presa d’infilata — Sparano anche sopra noi, vicinissimi: battono la nostra destra. Due feriti.
“Il primo dei miei che vedo con un fianco lacerato da una palla (esplosiva?) viso di Guidi (quello del naso mancante a virgola). I compagni vicini — Bisogno di spingermi sul posto preciso dove son caduti: silenzio di quelli che son lì quatti; le pallottole piovono ancora. E bombe-bottiglie. Una dopo l’altra. Fragore e scompiglio.
“Stamattina, lo svegliarsi dopo il temporale: cielo grigio, che si scioglie in uno sgocciolamento autunnale — Tutta la notte ha piovuto, prima violento, a raffiche di bufera: vento e spari: le mie gite alla trincea superiore: nel buio sferzato dall’acqua, e fischio e crepitìo di palle vicine, croscianti — Una volta devo tornare indietro, mollo d’acqua; non trovavo la strada tra il fango e la tenebra — Ma non son contento finchè non son tornato a sedermi lassù, vicino all’ultima vedetta: i nervi rallentano la tensione delle ultime scariche che non finivano mai — Guardo la notte fosca, di un lividore che comincia a scialbarsi. Verrà il sole? Come si desidera! Ci si ribella alla prospettiva di una giornata come questa notte. — C’è fango e acqua per tutto, nei camminamenti, nelle buche: sacchi, coperte, vestiti brutti di mota, che si secca nelle mani, si incrosta.
“Venne il sole, ma ha tardato — Pioggia a scosse e poi acqua minuta, perpetua sul far dell’alba, si guarda il grigiore dal fondo della fossa, rassegnati indifferenti — Resto lì, chiudendo gli occhi volontariamente: ho visto qualche squarcio di chiaro, — ma freddo, sporco — fra gli stracci di nuvole e non voglio muovermi finchè non sia tutto un po’ schiarito — Sereno come d’autunno — E poi il sole prima pallido; e poi vivo, caldo, brillante, sull’umidore che non si asciuga. Torna la voglia di pulirsi, di lavorare — Istantanee — Il sole fra i pampani, di un verdiccio vergine — E la ricchezza dei verdi, per tutta la valle e sui monti, dai viticci ai castagni, alle querci fredde e fosche lassù: quanti toni e risonanze nella luce fresca — Poi viene il cambio — di Raggi — Marcia di ritorno, dentro il bosco; si mangia laggiù al posto di medicazione, nel crepuscolo — E poi a Vallisella.
“12 — Scrivo che è già buio — Dopo l’arrivo penoso, irritante di stanotte e il brancolare nel bosco, sulla terra dura, in cerca di riposo, pieni di sonno e di stanchezza, oggi niente di nuovo — Riposo — Aggiungo: l’entrata nel bosco, dopo la marcia notturna — come torna fuori — Ma anche sotto il fuoco si ritrovava — il solito meccanismo della vita militare:....... — Ci mettono in marcia....... — Uno dietro l’altro; per la via rotta, fra muri calcinati e buche di granate — Ogni tanto qualche indicante. Ma non a tutti i bivii. Cerchiamo di non serrare addosso agli altri: ma si finisce per raggiungere la colonna — Il solito andare, allungarsi e poi premersi alle fermate — Il movimento della testa che si comunica alla coda, come attraverso un corpo senza vertebre con sussulti e riprese strascicate, spossanti. Si arriva abbastanza presto per fortuna. — I plotoni si formano, si affiancano: (sono un po’ perduto in quel buio, con quella stanchezza, ordini, contrordini, gente che brontola, voci di comandanti che minacciano: ripetizione eterna, monotona — Niente dunque cambierà mai?); si abbattono giù sul prato umido.
“Il comando di battaglione ci chiama: i soliti ordini, entrare nel bosco, ognuno nella sua zona, non lasciare uscire nessuno (gli areoplani!); una comp. darà la guardia — sempre alla 4ª tocca! — mandare la _corvée_ per il rancio su, prima dell’alba; domattina si fisseranno i settori, le consegne, le sentinelle — Avevamo sperato di riposare..... È sempre la stessa cosa...... — Attraverso un fosso e un pantano: bisogna sfilare per uno lungamente — E poi su per il pendio imbrattato di mota viscida dai piedi dei primi, sdrucciolando e incespicando nelle scheggie d’alberi e nei tronconi — Il terreno solito degli accampamenti dove han vissuto i soldati; orribile terreno nudo, battuto, indurito — Si intravedeva il folto degli alberi; e ci si buttava sperando l’erba, il terriccio soffice, il musco intorno alle zocche e il seccume. Si trova questo — E tutto il pendio è arduo, gobbo. Andiamo a finire giù nello spiazzo; giù in un sonno di piombo. Manca Mont. che ha raccolto le _corvées_ e alle 2-1/2 le deve accompagnare — Lo sentiamo tornare sul far del giorno: la luce pallida attraverso le palpebre calate; voci che passano dietro il velo — Poi bisogna alzarsi, ancora con le ossa peste. Mettere a posto la comp.; ecc. Si trova il luogo per la nostra capanna; un po’ d’acqua sugli occhi — Si comincia a andare — Servizio interno, l’acqua, le latrine, la cinquina — avvisi al comando — La giornata passa con una lunga, profonda riposata dormita pomeridiana — si fa sera — Mont. smonta — La sua malattia....... Cinque porta la comp. a Capriva per gli zaini — Noi restiamo, nella trincea mezzo vuota si conversa un poco sotto il nostro tetto di frasche nel crepuscolo. Di là dal colle giunge un suono strano, insistente; musica di negri — L’artiglieria ha fatto le trombette con la scorza di fico — Qualche bomba di areoplano, qualche granata — Scoppiano e dileguano.
“M’addormento senza aver nemmeno data un’occhiata al cielo, se si vedan le stelle.
“13 — Mi sveglio tardi, ristorato, tranquillo — sono le 6 — M’ha preparato di Marco acqua e tirato fuori calze, mutande: ce n’andiamo in un altro boschetto laggiù, tacito e fresco, con qualche filo di sole che piove sull’erba pulita, e mi lavo e mi cambio. Torno. Mattinata quasi senza sole, sereno a zone d’ombra, ora tepida ora fredda — Scrivo rapporti, note; e il tempo passa — scorrevole, uguale — Riprendo. Come sono superficiali queste note! Colori, apparenze, minuzie materiali.... par di aver fatto quasi un tacito compromesso con sè stessi per sorvolare, per lasciare in sospeso tutti i problemi ansiosi, le parti oscure. Si tira via, forse è necessario far così, per conservare forza e voglia di vivere, questa facilità, questa disinvoltura che passa sopra a tutto; e se non ci fosse. Istinto del vivere, irresistibile — Non mi son fermato sul primo incontro del 20º per la via di Chiopris. Colonna d’uomini curvi rassegnati sui due lati della strada polverosa: panni rossastri, colle pieghe del giacere per terra e la crosta di polvere e fango che non s’ha più la forza di sbatterci il rosso della terra del Carso sugli abiti e sui volti, sulle mani scure e stanche, sulla pelle rugginosa; albe delle notti passate su una strada, quando t’alzi senza una goccia d’acqua da lavarti la polvere: occhi brucianti sotto le palpebre che tirano, occhi spenti, atoni; volti invecchiati e infossati — Il riposo tetro, l’andare inesorabile. Il volto della guerra.
“È l’altro volto — quello a cui nessuno vuol guardare — Ma tutti lo fissano muti,.......: non è malcontento, non è sfiducia, non è stanchezza soltanto, è abitudine superficiale di individualismo (che non impedirà il sacrificio e lo star fermi e il correre avanti): è l’istinto della vita che si ribella sordamente, che non vuol vedere, che non sa accettare.....
“Anch’io: come quando andavo in bicicletta, su per una salita, col sangue che mi scoppiava martellando nelle arterie; ancora un paracarro e poi mi fermerò — E seguitavo — Così dico di fermarmi — Ma so che non mi fermerò. Tirerò avanti, ogni tanto, trasportato da qualche ondata improvvisa che non so donde sorga.
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“Finiamo la cronaca. Dormire, scrivere — Passeggiata sul cocuzzolo, dove il bosco ha una radura: e si vedono tutte le cime circostanti affollarsi, dense di macchie e di verdura ondeggiante, scura, riccioluta: schiuma di castagni fresca, verdezza chiara e fragile di rubini tra il fosco dei querceti: e di là dalle gobbe e per le insellature, la pianura che s’intravede come un velo di cenere sotto la caldura — E il cielo.
“La notte ci risveglia dolorosamente, si lotta per trovare una posizione meno incomoda — La terra è dura, le membra informicolate — S’arriva al mattino con una pena lunga — e ci si trova riposati, lieti.
“Sempre così.
“14 — Al solito — davanti alla capanna — Scritto un monte di cartoline.
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“Note della giornata — Minaccia di temporale; il cielo gonfio che si scioglie in acqua: una parete color di lavagna a destra: vento per l’accampamento, che rovista tra le frasche e le immondizie: i primi goccioloni, e il vento che li porta via.
“Crepuscolo fresco, frizzante; con un grigio d’autunno; e i riflessi di tramonto caldi sui volti — Mi scordavo: un quarto d’ora nell’altro boschetto, dietro il cocuzzolo: intrico di rovi e di piante sottili fra cui danza il sole umido e cocente........ cose insignificanti — Dormita breve (appena mi sposto o mi abbasso come sento la testa che non ha ancora ripreso l’equilibrio fisico!) — Notte lunga. Un po’ di dolore alle gengive. E poi queste giornate senza muoversi, rintanati in un buco, stancano l’appetito e il sonno.
“15 — Giornate pigre, senza mangiare, senza scrivere — Sdraiato per terra in un torpore su cui (come sono metallici gli scoppi degli _shrapnel_ stasera) galleggia il senso di qualche malessere: denti, ventre.
“Due quercie che ho guardato a mezzogiorno dal basso, tra la macchia di rubini, accovacciato — Due quercie si profilavano sul cielo: che fogliame duro, cupo, fresco: che calma e che silenzio: cupo argento sull’azzurro brillante profondo e limpido senza fine...
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“Si fa sera — Granate che passano — Prima gli areoplani: uno dei nostri colpito, o minacciato.
“16 — Niente novità — Malessere.
“Pareva che si dovesse partire stasera, e quasi era meglio. Oramai che si sta a fare? Il riposo si sente bene che è finito. Non ho detto niente dell’acqua di stanotte. Siamo ancora infangati. Ma oramai — son cose che bisogna parlarne intanto che avvengono: tutta notte lotta col sonno, coll’umido, coll’acqua che filtra — E poi, è passata — E via.
“17 — Notte penosa, mattinata brutta; senza mangiare da ieri, dissenteria, mal di capo, la parete dell’orecchio sempre più ottusa, s’ingrossa e pesa — le gambe che traballano, caldo e sudore quasi di febbre in pelle in pelle — Giù sulle foglie, spossato.
“Arriva l’ordine di partire, per questa sera — il 3º Battagl. viene a darci il cambio qui — Inasprimento e stanchezza: — Farò una morte oscura e sciupata! Una morte che non mi dispiace. Ma non ne ho coscienza _reale_ nessuna in questo momento — (Prima sì, laggiù disteso nell’afa della capanna) — Meno male che si lascia questo campo che m’è divenuto intollerabile: Riposo! — su questa terra cattiva, pestata, indurita, con queste buche malfatte e questi sentieri a casaccio, che non puoi guardare senza sentire in tutte le membra la noia ingrata e inevitabile del giaciglio insufficiente, che non ti lascia stendere, colle disuguaglianze ti rompe la schiena — degli sdruccioloni e del cammino a zig-zag — a strapponi, che ti snerva senza scopo — tutte le difficoltà e le asprezze delle cose malfatte, provvisorie, che ti tolgono il cuore di provare a raddrizzarle.
“E poi tutti i segni dell’agglomeramento di uomini, che passano e sanno di non restare, e lasciano il peggio di sè, le traccie del vivere abbandonato, bestiale: brani di carta che s’ammucchiano in tutti gli angoli coi resti, e gli stracci, biancheria sporca buttata sui cespugli secchi e sui rami scortecciati, avanzi di cibo tra il fango, pasta che si macera e mescola la sua acredine al puzzo degli escrementi e delle lordure disseminate per tutto; tutti i detriti di un campo, dove si è bevuto e vociato come all’osteria, paglia, ovatta, fiaschi, latte interrate e ammucchiate su questo terreno spelato, in questo sottobosco rado dove il sole che filtra tra i riflessi del verde pare un’ironia sulla terra gibbosa, nuda e tetra, dove non trovi più un filo d’erba, e anche di là dai termini del campo, dove ricomincia la macchia e l’intrico delle fronde, non un angolo, non un ramo, non una zolla, che non conservi la pesta e la sporcizia dell’uomo — E dire che non si può pensare a un bosco, senza l’impressione del riposo nell’ombra, su cui danza il sole, nell’ombra piena di cose secche e molli, verdi e fresche, erba e musco, foglie secche affondate nel terriccio — O una proda di erba vera, vivace, non toccata ancora se non dalla luce — erba per camminarci a piedi scalzi e per dormire distesi, fra il silenzio e il cielo!
“S’accosta il tramonto — Sto meglio.
“Arriva il pacchetto-campione della mamma — Povera mamma! Non parlo mai di lei in queste note — Ma come è possibile! È nel cuore, nel respiro, nel vivere: così naturalmente e continuamente che non si sente il bisogno di parlarne. Se non a urti, a certe scosse che riempiono di commozione dolorosa — Come quando incontrai quella donna vestita di nero con un ragazzo pallido, stretto al braccio — soli loro due uniti e silenziosi nel vasto mondo — E come quando mi arriva questa roba: chi sa quanto impazzire e crucciarsi nel prepararla, e scordare un poco le sue pene senza perderle.
“18-VII: 1915 — Podgora. (Il giorno dell’avanzata?) ore 16...... mentre si aspetta (l’assalto?) — dopo, il bombardamento che dura da stanotte — Odore di esplosivi nell’aria — Poca voglia di scrivere — finchè non si possa fare un po’ di bilancio: o chiusura.
“19 — ore 11. — È cominciato l’attacco.
“In riserva:
“Ore 19 — Sommario di ieri e di oggi — perchè non posso scrivere — Arrivo nella notte, dopo la marcia — Snervamento — La compagnia a posto (ore 2-1/4) — La baracca per noi — Nel posto degli altri — Sveglia, stanchi — Ordine di operazioni. 2ª e 4ª — Bombardamento — Sonno — Fotografie — Dalla