parte di
S. Michele — Arrivo di granate — Per le 4? — Un plotone che avanza, bombardieri, zappatori — La giornata passa — Il temporale — uragano; poi pioggia fina — Il cambio della guardia — Impressioni — Notte, coi piedi nell’acqua — Posta.
“Dormo fino alle 8 — Alle 9 riprende il bombardamento — Notizie dal Carso — Disposizioni — 12 plotoni della guardia pronti per un bisogno. I primi feriti — Raggi — Notizie di soldati — sotto la tettoia del Comando — Raffica di _shrapnel_ che sfiorano il campo — A vedere l’azione, con Genta, poi alle batterie — La mensa — Altri feriti (E i morti) — I prigionieri: prima 3 — Il caporale preso per ufficiale: notizie — Passaggio di 305 — Riposo.
“L’azione che procede: a vedere: i nostri che avanzano. Notizie. Al Comando: Tassinari (il vol.): italiani eroici — sui 4 prigionieri — La 2ª e la 3ª sfilano per pigliar posizione — Toccherebbe a noi dopo — Il povero Combi — Stelluti e gli altri, feriti e feriti — La trincea rioccupata e perduta: le bombe — Genta mi porta la notizia — Scoramento — Da ricominciare — Che cosa resterà da fare a me? Esame di coscienza; triste — Si fa sera, tra le nuvole e la luna fresca”.
MATTINO DI BATTAGLIA
Marzo 1916.
_Ad Achille Benedetti._
Eravamo due corrispondenti di guerra, partiti a notte dal Quartier generale. Avevamo scrutato il cielo partendo, per sorprendere un accenno di tempo sereno. Ma in aperta campagna si vedevano uscire dalle profondità oscure dell’orizzonte i fasci dei riflettori, pallidi fra la pioggia e affondare in alto nella nuvolaglia sporca che lo scirocco da venti giorni non faceva che sciogliere in pioggia su tutta la pianura friulana. Parea di viaggiare in canotto lungo le strade, con le ruote che giravano nell’acqua come quelle dei vecchi bastimenti a vapore, gettando di qua e di là, oltre i fossi, nei campi, immense spruzzate giallastre, a ventaglio.
In queste fiumane torbide, che allagano le carreggiate, il transito caotico delle retrovie non ha più tregua nè giorno nè notte. Il movimento ha preso un ritmo continuo e rapido, s’incanala, si dirama, si intensifica, si allarga. Le colonne munizioni, più lunghe del solito, al trotto serrato delle pariglie, vanno verso le batterie avanzate; gli uomini a cavallo, incrostati sulle selle, i lembi dei pastrani madidi, senza più colore, si raggricchiano sulle groppe. Paiono strane teorie di fantasmi, alti, grossi, corpulenti, che cavalcando si suscitino dietro un fragore stridente di legname duro, di cassoni carichi di metalli. Ogni tanto su un cavallo di timone spazia un arcione vuoto: lunghi sputi di mota chiazzano il cuoio dei cuscinetti. Gli autocarri succedono agli autocarri, macchinosi, pesanti come vagoni di un treno sgranato, che maciulla le massicciate. Le sirene delle automobili sibilano per gli stradoni, lungo interi chilometri; le vetture si aprono in alcuni punti varchi angusti, e si perdono lontane. Reggimenti che vanno, reggimenti che tornano, un movimento in grande di unità che cambiano sede, che debbono raggiungere il posto di combattimento, di riserva, o di riposo. E su questo tramestìo accelerato di uomini e di carri, di staffette e di generali, spiccano, come gli annunciatori della tempesta, i grigi trasporti della Croce Rossa, che si mobilitano verso il fronte, e in parte ritornano recando i primi feriti, volti fasciati di garza, braccia fissate al collo nei triangoli di tela. Il bombardamento dura intenso da due giorni e i proiettili piovono anche sulle nostre linee.
Queste scene nella notte si intravedono, a squarci, o ammassate, confuse; se ne afferrano i particolari solo in alcuna delle tante soste forzate, nella strozzatura di una strada, all’imbocco di un ponte, nella piazzetta d’un paese, al chiarore turchiniccio di un fanalotto proteso sopra un radiatore.
Talvolta la sosta è meno breve; una prolunga s’è accasciata sull’asse, attraverso la strada; una automobile s’è accosciata in un fosso; un enorme cannone è affondato coi cingoli nel suolo di una via campestre, e bisogna tornare addietro, voltare le macchine, spostare il traffico verso un’altra arteria stradale, rifare chilometri e chilometri, cercarsi lontano un’uscita. Dopo un’ora o due avete quasi un principio di stanchezza e di stordimento, e sentite come la guerra pesi fino nei luoghi dove il cannone non giunge che col boato smorzato, e che cosa sia la fatica che si tira dietro una linea di combattenti, alla vigilia di movere un passo fuori delle trincee. Sentite la gravità incommensurabile che incombe su operazioni anche di non vastissima portata, come forse son quelle che stanno per cominciare, quando il tempo ci è così spietatamente avverso, quando si deve lottare sulle strade come si farebbe nei pantani, e quando bisogna andare avanti nei pantani come se fossero strade; notte e giorno, sotto l’acqua che bagna, incolla i panni alla pelle, passa gli impermeabili e gli stivali, e dà dopo qualche ora la stupidità brutale della pioggia che inflaccidisce i nervi e stronca le giunture.
Procedendo per Cormons nella luce diafana dell’alba, che spuntava fra scrosci di pioggia, incontrammo, disseminati sullo stradone, alcuni soldati che tornavano dalle trincee. Le truppe che tornano dal fronte si riconoscono súbito, spiccano nella pittoresca stranezza sullo sfondo comune delle cose. Portano sulle spalle tutto il loro carico greve, e il pondo più greve della fatica. Non parlano, non cantano, procedono mute, in ordine sparso, come stupite al rivedere il mondo, le vie larghe, le case, le siepi, i campi pacifici.
I primi che ci passarono accanto nel lividore del giorno, erano ancora i più freschi, formavano la testa della lunghissima colonna. Riconoscemmo un reggimento che tiene alcune trincee del Podgora.
Venivano di là, e avevano camminato tutta la notte. Nella loro stanchezza fisica, ridotta allo stremo, erano pur da descrivere. Se pittura e scultura cercheranno mai nuove forme in questa guerra, nuove espressioni, le troveranno meravigliose in queste parvenze di uomini stracchi, sfiniti, sovraccarichi di impedimenti, di armi, che paiono usciti dai cunicoli di una miniera. Soldati e ufficiali, non riconoscibili gli uni dagli altri, procedevano insieme, uguagliati dalla sorte e dall’affanno.
Nelle immagini, che parevano fantastiche, di quei piccoli uomini stronchi, infangati, inzuppati di pioggia, riconoscemmo le colonne formidabili della nostra guerra.
Avevano i bei cappotti giallognoli striati, insozzati di belletta, striati da larghe pennellate di un colore sanguigno, tenace come vernice. Avevano trascorso nelle trincee una ventina di giorni; avevano dormito nelle tane di pietra e di terra, di tavole marce e di tela; s’erano seduti, accosciati nel fango; avevano le facce, le mani incrostate di mota. Le barbe lunghe invecchiavano i volti.
Tutte le milizie che combattono in questa terribile guerra lunga, lenta, faticosa, come tornano dai covi delle trincee per il turno di riposo, sono così. Pensavamo, guardandoli passare, che fra due o tre giorni, mutati i panni, lavati, ripuliti, quelli sarebbero i più allegri soldati del mondo.
Sotto quell’ammasso di panni, d’armi, di fango rimane, come un focherello sempre acceso, come una lampada tenace, la nostra anima di popolo cresciuto al sole nella robusta bontà della terra.
Ed ecco che alcuni compagni di quelli che avevamo veduti passare col carico greve — zaino, coperta, tascapane, bisaccia, scarpe di ricambio, giberne, fucile, baionetta — curvi e incappucciati, sotto l’acqua, o seduti per terra, sul margine di un fosso, o sdraiati sulla soglia di una casa — li ritrovammo nella bettola di un villaggio, dove s’erano fermati per rifocillarsi. Rivedo un sottotenente con l’ordinanza, soli a un tavolino; altri tre soldati a un altro, in disparte. Avevano ordinato chi caffè, chi vino, pane e salciccia; quel che la bettola dava. Avevano bisogno di buttare qualche cosa di tepido nello stomaco vuoto, infreddolito, ristretto. E, mentre mangiavano, li ascoltammo parlare.
Avevano lasciato a sera i posti della morte, quando il bombardamento nostro durava da quarantott’ore; per dare il cambio a un reggimento fresco, che trovava nei reticolati antistanti qualche breccia aperta. Avevan passato lassù, fra prima, seconda linea e posti di riserva una ventina di giorni sotto l’acqua incessante. Non s’era più veduta una stagione simile. I muretti delle trincee bisognava ogni notte rimetterli a posto, perchè l’acqua sgretolava, rovinava, portando via tutto, correndo a ruscelli pei camminamenti che si sfaldavano. Si stentava a tenersi in piedi, camminare era un’impresa. Nelle grotte s’entrava a schiena curva, a capo basso, per non urtare nelle travi, e si camminava nell’acqua, come nei corridoi di cantine allagate.
Il sottotenente, dietro le lenti a staffa, moveva lo sguardo vago, intontito dal lungo cammino: le mani terrose, intirizzite, spezzavano il pane con stento. Ma il volto imberbe, di studente, era d’una serenità tranquilla, in cui affiorava il sorriso. A fianco dell’ufficiale, in silenzio, in atto di devozione stava l’ordinanza. Si capiva che s’erano trovati tante volte insieme al pericolo; una comunanza di pensieri e d’affetti s’era stabilita fra loro.
All’altro tavolino tre siciliani, occhi neri, lucenti, volti vivaci di saraceni, razza vergine ancora, belle fisonomie argute. Dicevano motteggiando, che con questi tempi da ladri, deve per forza esserci la guerra. “_Lu Signore si mise a pi_...”. Avevano sulle labbra arguzie aristofanesche, quei contadini siracusani, che fino a ieri scassavano la terra attorno ai ruderi della civiltà magno-greca. Mangiavano di gusto, inaffiando il pasto con sorsate di vin bianco, aspretto, cavato dai vigneti austriaci. “Mangiamo, chè la pelle tirata vuol essere!” Tutti e tre sopra i trent’anni, si motteggiavano come fanciulli. Uno di essi diceva di avere una lotta col proprio zaino: “L’uno vuol fare f... l’altro. Vedremo chi vince dei due!” Si sarebbe stati lì a sentirli parlare: incantavano.
Che curiosa varietà di sentimenti, di fantasie, quanta poesia di anime in queste masse grige di uomini, che paiono l’uno uguale all’altro, quando si vedono passare in colonne lungo le strade! Chi ce la ridirà questa poesia, chi ce lo scriverà il romanzo vero della guerra nostra, il poema di questa italica unità discorde, della Nazione in cui le stirpi diverse non sono ancora perdute, in cui le regioni più lontane si ritrovano ognuna coi propri accenti, coi canti e i lazzi della propria terra?
Come usciamo all’aperto, ritroviamo sulla strada, che giungono, che vanno oltre, o si soffermano soldati e soldati ancora, con lo stesso numero sopra la visiera, che vengono dalle stesse buche, che vanno verso lo stesso riposo: che hanno gavette, fucili, vanghette, zappe, coperte, zaini, elmetti, tutto accatastato sulle spalle, e vanno sotto la pioggia, specchiando i volti sulla strada bagnata, lucida al biancicare del giorno.
Sull’uscio d’una bottega, un gruppetto s’accalca dinanzi a una cesta di frutta. Hanno comperato gli aranci; mordono coi denti bianchi la polpa dolce, succosa, che sanguina dalla buccia rossastra. Li riconosciamo siciliani all’accento. E tengono in mano quei frutti del sole, come una cosa cara, un prezioso dono. Non c’è che grigio colore intorno, su cui spiccano i rossi dischi rotondi, e pare che se ne riscaldino il cavo delle mani i buoni figli della Sicilia lontana, che hanno tenuto per tanti giorni filati il tristo Podgora!
* * *
Filiamo verso un osservatorio di artiglieria.
Come l’aria schiarisce, i tiri delle batterie nostre rinforzano. Andiamo a vedere i fumacchi delle granate sui baluardi del Sabotino, se è possibile, e sul S. Michele. Bisogna cercarla così, da punto a punto, questa battaglia, che si distende in proporzioni vaste come l’orizzonte, e dilaga per tanti panorami.
Questa notte, verso l’una e verso le quattro, hanno tirato sulla stazione di Cormons. Ce lo dicono all’osservatorio, aprendo gli sportelli per dove si contempla il duello lontano dei grossi e medi calibri sulle posizioni del San Michele. Podgora, Sabotino, Monte Santo sono nascosti dalla nebbia. Ci dicono anche che finora le batterie austriache hanno controbattuto debolmente. Ma qualche cosa accade sul S. Michele verso il Bosco del Cappuccio. L’azione si orienta verso il Carso. I nostri devono essere usciti, e a quest’ora attaccano, non v’ha dubbio. Sul Bosco del Cappuccio gli _shrapnel_ nemici scoppiano l’uno dopo l’altro, c’è un lampeggio continuo, un ballo di scintille elettriche che scoccano, in furia. Il nostro fuoco è concentrato ora sul rovescio del San Michele: si battono i camminamenti nemici che menano alle trincee.
E nulla è più sorprendente della pace che regna attorno a noi, attorno a questo buco donde si spazia con l’occhio su tanta distesa di orizzonte, su un quadro mattutino di battaglia. Non s’ode che la pioggia scrosciare sulla terra molle, rimbalzare con un suono dolce; strepere tepida nella giornata sciroccale, con un invito alle radici e alle fronde di scuotere il sonno dell’inverno, chè la primavera già viene, coi quadratini verdi di grano, coi prati che germinano.
Andiamo a vedere un po’ più da vicino quel che succede laggiù. Sono le otto della mattina.
* * *
Per via ci soffermiamo a un ufficio di collegamento, dove affluiscono notizie dal fronte per telefono e per mezzo di staffette. Abbiamo: che verso Zagora, nella giornata di ieri, è stato segnalato un gran movimento di truppe nemiche e di feriti. Da tutta altra parte, verso Monfalcone, pattuglie nostre sono uscite ad assaggiare il terreno. Alcune azioni di varia importanza paiono in corso sul San Michele. Verso la chiesa di San Martino abbiamo provocato incendi. Si tratta, in sostanza, di una ripresa offensiva, che di ora in ora prende maggiore sviluppo. Il nemico impressionato, ha ricominciato a tirare coi più grossi calibri, che da un pezzo dormivano. Riserve numerose sono state portate avanti, le trincee loro sono piene di truppa, come si arguisce dalla vivacità della fucileria, e come hanno constatato ardite esplorazioni e irruzioni di piccoli nostri riparti.
Sfortuna vuole che il terreno sia così molle, che le granate si smorzano nel fango e non tutte possono scoppiare come quando picchiano sull’asciutto e sul sodo.
Procedendo verso Gradisca il tempo accenna a schiarire. Le quattro cime del S. Michele si disegnano fuori della nebbia, come le gobbe di un mostro accovacciato sulla sponda sinistra dell’Isonzo, e rivolto col muso basso verso Gorizia.
Sotto ognuna di quelle quattro cime che il nemico tiene corrono le linee dei nostri. Dagli osservatori delle creste l’occhio della difesa spazia giù sul costone, e sul fiume sempre ineguale, ora gonfio d’acqua gialla, ora striato da venature di smeraldo, e sul piano nostro che si allarga alla destra dell’Isonzo.
Dall’alto il nemico contempla tutte le nostre vie, batte col cannone i paesi, i villaggi, le case sole, le solitarie rovine.
Gradisca è ancora a tiro dei suoi fucili.
* * *
Gradisca era un giorno un’amena villeggiatura Oggi è una vittima squallida della guerra; porta i segni di una devastazione più impressionante ancora di quel che potrebbe essere la distruzione completa. Una borgata rasata al suolo, senza più una casa in piedi, ha perso tutte le sue proporzioni, non esiste veramente più. Una città come Gradisca, la quale ancora si tiene su, fa meglio vedere la rovina, la solitudine, l’abbandono, lo strazio che ha sofferto e che soffre, ed è piena di accorata tristezza. I giardini, le piazze, le strade, le case, le ville, sono ancora lì, come un tempo, ma il luogo è spopolato, deserto, gli usci spalancati, le finestre a pian terreno vi lasciano guardare negli interni, oltre le cancellate vedete aiole verdeggiare e fiorire. Tutto non è morto, non tutto è abbattuto, ma appunto per questo il contrasto è duro per il ridente abitato di un tempo e la sconquassata solitudine attuale.
Vedete le facciate scrostate dalla fucileria, come picchiettate da tanti schizzi; le pallottole cadono con un tonfo tra il folto dei bossi, o passano sibilando fra i rami, picchiano nei tronchi, rimbalzano sui marciapiedi. A notte il tiro rincalza: si cammina con sospetto sotto i viali, rasente i muri; non si è mai sicuri di arrivare di qui a lì. Ogni tanto un ferito, un morto. Ogni tanto una granata va a cadere su una casa, sfonda un tetto, sbreccia una finestra, squarcia un muro, storce un tratto di cancellata, butta in aria tavolini e credenze di un caffè, fra un rovinìo di legname, di vetri, di bicchieri. Un silenzio profondo tien dietro a quegli scoppi di collera cieca.
Se ne possono essere viste di rovine, ma ogni volta stringono il cuore. La insistenza nella distruzione ogni volta vi colpisce e vi fa male. C’è sempre qualche abitazione intatta, o che non mostra i segni della rovina: soffrite per il suo strazio, che il nemico persegue metodicamente ogni giorno e ogni notte.
Come le città resistono a questo martirio! Come stentano a morire, a finire tutte in polvere e frantumi; come continuano, dopo mesi e mesi di bombardamento a opporsi alla propria fine, come si erigono al cielo anche con le rovine, ora con la vetta di un campanile, ora con la punta di un comignolo di fabbrica, ora con le pareti scheletriche di una casa. Le città hanno una vita tenace, come le foreste, come tutte le cose cresciute a poco a poco, con somme di lavoro e di fatiche, col tempo, l’industria e la pazienza: la furia della guerra le martirizza per mesi e mesi, le fa agonizare, ma si direbbe non riesca mai a ucciderle, ad abbatterle, a sprofondarle in una sepoltura quieta.
Quando libereremo Gradisca?
Solo quando la testa di ponte di Gorizia sarà caduta. Caduto il Podgora, il Sabotino, il San Michele; e caduta tutta la prima linea nemica da San Michele al mare, liberato l’Isonzo da una parte e dall’altra.
Oggi si sta con l’unghie e coi denti ancora aggrappati al primo ciglione del Carso: ed è guerra ingrata, terribile. Siamo al di là dell’Isonzo come naufraghi usciti dall’acqua sbattuti contro lo scoglio, attaccati alla pietra. Sui camminamenti, sulle baracche, sui cimiteri piove il ferro e la morte, incombe la molestia quotidiana, continua. Ogni metro di terra fu intriso del sangue dei nostri.
Ora si ode il crepitare della fucileria, e la voce roca delle mitragliatrici: segni d’attacco.
Si lotta e si muore: per una trincea, per un elemento di trincea. Quando si sfonderà tutta la linea, quando si caccerà il nemico; a quando il balzo in avanti e la vittoria?
. . . . . . .
ALLE TRINCEE DI SELZ
Aprile 1916.
_Alla memoria di Gigi De Prosperi._
Fummo alle cave di Selz un pomeriggio dello scorso marzo. Visitammo le posizioni e facemmo la conoscenza di un generale che ebbe dal Re la medaglia d’oro.
Una giornata di sole. Cominciava la primavera. C’era ancora molta acqua nei fossi e un po’ di polvere sulle strade: un cielo pazzerello, a enormi spazi turchini, dove giocherellavano bioccoli leggeri di nuvole. Oltre il ponte di Pieris udimmo qualche cannonata, rada, come dispersa: le batterie parevano annoiate e stanche quel giorno. Quiete sul fronte, quasi indolenza da una parte e dall’altra.
Era uno di quei pomeriggi di primavera che insonnoliscono gli uomini e la terra, quando le palpebre scendono sulle pupille al riflesso delle strade bianche, e gli occhi delle gemme buttano le prime fogliette, coprono i rami neri di vivide ciglia. Mazzi di fiori di pesco spiccavano su macchie verdi di prati punteggiati da ranuncoli d’oro. Non pareva e non era una giornata di guerra; spaziava nel dramma una parentesi d’idillio, s’era fatta una sosta di pace. Una calma enorme, una tranquillità profonda, appena turbata da qualche sparo, era sulla terra e nell’aria.
Andavamo verso il Carso. La vettura levava nella corsa un traino di polvere. Vedevamo le creste occupate dal nemico, le sue vedette ci vedevano.
Eravamo di fronte a quel primo ciglio del Carso che gira verso il mare, e che è il più basso. Da Gorizia a Monfalcone si inarca a ferro di cavallo questo gradino gibboso, che al S. Michele raggiunge i 275 metri e alle cave di Selz scende sotto i cento. È come il cerchio di una balconata, alla quale siamo aggrappati: il monte Sei Busi ne è quasi il centro. E da Sei Busi vediamo Doberdò, al di là delle linee nemiche, come dal S. Michele gli altri vedono Cormons e Gradisca, al di qua dell’Isonzo. Fra Sei Busi e la rocca di Monfalcone, sotto l’ondata della roccia sono le cave di Selz, dove andavamo.
Come la strada corre alle radici di queste rosse gobbe carsiche, poche centinaia di metri lontana dai muriccioli nostri e nemici, vedevamo tutte le difese, il labirinto delle trincee nostre e nemiche.
Immaginate sulla sponda di un fiume un sistema di canalotti e di ripari fatti con la mota e coi sassi da un branco di fanciulli che giocano. Se ne fanno tanti d’estate sulla spiaggia del mare. Durano un mattino, viene un po’ di maretta e spazza tutto.
Questa guerra formidabile, che occupa milioni di uomini, fa di questi giochi, disegna di queste tracce labili, che pare debbano durare un giorno, sul terreno tutto intorno devastato.
Vedute di lontano le linee, che si guatano, si fronteggiano, si rincorrono, si cercano, paiono minuscole cose, effetti di un capriccio, stranezze di una mente inferma. Sembrano proprio linee tracciate da bambini o da folli. Ma vedute da presso hanno un’aria brutta, sudicia e feroce, la perversità tortuosa dei reticolati, le punte offensive delle armi e le lame taglienti, e son fatte per offendere, per sorprendere, per sovrastare, per incunearsi nel cuore delle linee nemiche, per tagliarne fuori i lembi sporgenti, per ributtarle indietro, per rovesciarle tutte. Seguono il terreno nelle sue scabrosità, nella sua crosta sassosa, si acquattano negli avvallamenti, risalgono i costoni, si nascondono e rispuntano, hanno nella loro immobilità una vicenda strana di intenzioni, di mosse.
Ogni tratto di muricciolo è una vita di uomo; dietro ogni pietra è un fucile, fra sacchetto e sacchetto s’appiatta un elmetto e una testa. La difesa di terra, di sacchi, di pietra è mobile, viva, animata, tortuosa come un serpente. Gli uomini stanno fermi, le trincee non si movono, un manipolo irrompe, la trincea si apre, i sacchetti si spostano avanti: avviene il balzo da una posizione all’altra, s’accende la mischia, le trincee si congiungono anch’esse, si abbrancano, si addentano, s’avviluppano, e così in lunghi mesi il disegno si corregge, le linee s’intricano e districano, i salienti s’allungano o si smussano, gli archi si ampliano: sono gli episodi della lotta, le vicende della guerra, segnate metro per metro con gocce di sangue.
Questo il romanzo e il poema, il dramma inverosimile della guerra di posizione, che ha lunghi, enormi intermezzi, e atti rapidi, fulminei, nei quali centinaia di personaggi cadono e scompaiono attorno al protagonista, che è un pezzo di muro, un lembo di reticolato, un osservatorio blindato. È una guerra d’assedio, una lotta d’approcci: rotolando le proprie difese le due schiere opposte s’incontrano, cozzano come gli avari e i prodighi nell’inferno dantesco.
* * *
Trovammo il generale nei suoi ricoveri. Che ha il generale nell’occhio? Che ha nello sguardo quell’uomo? Un sorriso dolce è sul volto giovane, ma lo inquadrano due rughe, intorno alla bocca, profonde. La carne è segnata come una maschera, uno spirito mite la illumina. La volontà è maschia, assidua, tenace: l’animo ha un che di vago e pio, a tratti intimamente mesto. È di quegli uomini raccolti, che ascoltano parlare più che non parlino. I suoi silenzi hanno non so che di musicale al paro delle parole. Tutta la figura piccola, armoniosa, gentile, è come i tratti del suo volto, come i gesti parchi della mano, accomodata alla misura dell’anima, che è senza orgogli e depressioni, calma, limpida, vereconda. Il nastrino della medaglia d’oro brilla al suo petto, quasi non come il premio di una giornata eroica, ma come segno e riconoscimento di un che di puro e di aureo che è nella sua natura e umanità perfetta.
Figlio schietto dell’Abruzzo, rampollo di una razza antica e giovane sempre, robusta e vergine ancora, il generale che parla poco offre nello sguardo e nella voce una effusa mitezza, una perpetua poesia di fanciullo. Il braccio destro sente ancora le ferite di novembre; camminando, il generale s’appoggia sul bastoncino, come un pastore della sua terra lontana; non porta armi. Nei giorni d’azione, dove è più vicino il pericolo, è la sua persona; sulle trincee, fuori delle trincee dove passa l’assalto è il suo occhio che guarda, la punta del bastoncino che accenna.
Quante altre cose avrebbe potuto fare questo uomo se non fosse soldato! Forse l’agricoltore nelle terre di Popoli, sua patria; forse il pastore pei monti, se fosse nato povero; forse il maestro di fanciulli in una piccola scuola. Altre circostanze avrebbero potuto volgere l’animo suo ad altre cure.
Tra i fanciulli non sarebbe stato diverso da quello che è fra i soldati. Avrebbe voluto bene, si sarebbe fatto amare dai piccoli, come si fa dai grandi, da questi nostri soldati fanciulloni di vent’anni. Egli è lì, in uno dei settori più aspri del fronte, pacato, sorridente, buono, come sarebbe fra i banchi. Loderebbe i suoi piccoli come loda i grandi, si compiacerebbe dei loro progressi nel leggere e nello scrivere, come si compiace con un sorriso, con una carezza, con un groppo alla gola delle bravure, degli eroismi e sacrifizi delle truppe dei suoi reggimenti. I soldati sono i suoi ragazzi. La loro scuola comune è quella del quotidiano dovere: non della violenza o dell’aggressione o dell’odio, ma del lavoro e della serenità nella fatica e nel sacrifizio.
Tutti i rischi delle truppe sono anche i suoi. Egli visita i soldati in trincea ogni giorno, una o due volte, parla con loro, assaggia il loro rancio, si occupa e si preoccupa dei particolari minuti della loro vita. Li ascolta e li consiglia, li guarda e li segue, li conosce e li pensa; all’ora dell’attacco non li sospinge, non li manda; va verso le loro baracche, passa in mezzo alle loro file, butta giù i sacchetti, esce dalle trincee, li precede, e quelli si scagliano di qua e di là dove egli accenna. Gli sono passati avanti molti che non hanno fatto ritorno, molti gli sono caduti morti o feriti accanto; fu ferito anche lui come gli altri, portò la sua ferita in silenzio, finchè gli mancarono le forze, non l’animo. Allora disse: “Ragazzi, vado a prendere rinforzi, voi continuate”. I rinforzi non c’erano, ma si vinse ugualmente. Il generale fu portato via in barella, curato in un ospedale, dove il Re andò a trovarlo, gli mise la medaglia sul petto e gli disse: “Generale, sono sicuro che Ella guarirà”. E il generale è tornato.
* * *
Fu condiscepolo di Gabriele D’Annunzio nel collegio Cicognini, a Prato. E ci parlò quel giorno del “suo conterraneo glorioso”.
“Eravamo compagni di scuola, me lo ricordo benissimo. Era un bel ragazzo, un po’ effeminato. Non studiava molto, era tuttavia il primo in greco e latino. Scriveva allora le prime poesie. Noi veramente credevamo che le copiasse. Lo avevamo in gran concetto, ma non avremmo potuto presagire la gloria che ebbe. Di matematica mi pare non intendesse nulla. E, se ricordo bene, quella lampada votiva che egli celebrò in una delle sue prose, era una fiammella sulla quale mettevamo a cocere la farina di castagne.
“Aveva grande fantasia e si appartava da noi sovente, faceva vita piuttosto ritirata, leggeva molto. Da allora non ci siamo più veduti. Egli è salito e mi ha dimenticato. Oggi ho letto che gli hanno dato la medaglia d’argento. Gli voglio scrivere, per congratularmi”.
Anch’egli era salito molto alto, il generale. Ma a sentire lui non pareva. Non si sale mai abbastanza per la via del dovere. Non ci sono cime oltre le quali non si possa andare. È una via di tutti i giorni, di tutte le ore, di tutti i minuti. Da quando la guerra è cominciata, la via non fa che allungarsi. Quando la guerra sarà finita, sarà ancora quella, e sempre aperta, per gli uomini di buona volontà, fino al giorno del riposo, che non è in questa vita.
E si capiva che il generale non pensava mai, non aveva mai pensato a se stesso, nè alla sua gloria, nè alla sua salvezza.
Nel suo sorriso era come la punta di una malinconia pensosa d’altrui, quasi il ricordo mesto di quelli che gli erano morti accanto, che avevano chiuso le pupille per dargli la vittoria. Egli li ricorda tutti, i suoi caduti; li porta nel cuore. E con poche parole ci fece l’elogio dei propri soldati. Ci disse che abbiamo dei grandi soldati: perchè abbiamo dei veri uomini, dei quali si fa quello che si vuole, che si portano dove si vuole. “Forse — egli ci disse — il nemico non ci è inferiore nella resistenza fisica: ma noi abbiamo riserve e risorse morali mirabili. Con queste vinceremo la guerra”.
Queste cose ci diceva un uomo nel quale sentivamo di poter credere. Poichè egli ci appariva pieno di fede e insieme di ragione e di buon senso, e la sua vita era di nobili fatti. Uno di quegli uomini di razza, che hanno l’antichità dei padri nelle vene, l’esperienza e l’istinto di molte generazioni sane. L’Abruzzo non ha politici, ma tradizioni di poesia, di arte, di cultura e di agricoltura, antichissime che si perdono nei tempi; e di guerra. Quell’uomo era antico come la sua terra.
Come fummo all’aperto lo vedemmo guardare le piante d’un giardinetto che fiorivano attorno alla sua casa. Le piante del giardino, là dentro, e poi come fummo sulla strada, le piante degli orti e i mandorli fioriti, le siepi, i campi.
— “Peccato che queste belle campagne siano tutte in abbandono”.
Avevamo le trincee nemiche a poche centinaia di metri, camminavamo lungo la strada scoperta. E gli occhi del generale spaziavano sui campi dove la primavera spargeva i suoi ciuffi di verde e i suoi grumi di fiori.
* * *
Per salire alle posizioni infilammo un camminamento. Chi mai loderà abbastanza i camminamenti nella guerra di trincea? Essi sono quel che i grandi viali alberati, ombreggiati in una città avvampata, percossa dal sole di un mezzogiorno di agosto. Ci si respira qualche boccata d’aria fresca.
Camminamenti sono i sentieri che menano alle trincee. Nei più dei casi ai loro fianchi sono due muriccioli di sacchetti, levati ad altezza d’uomo. È già una buona protezione contro i tiri di fianco. Ma certi camminamenti possono essere presi d’infilata, che è il tiro più pericoloso; allora nei tratti bersagliati si posano tronchi d’albero o travature spazieggiate, per sbarrare il tiro della fucileria e delle mitragliatrici. I camminamenti più sicuri sono tuttavia quelli scavati a fossato, con rivestitura completa e potente, o addirittura a cunicolo, addentrati nella terra o nella pietra. Si è relativamente al riparo anche dalle grosse artiglierie.
L’utilità di questi lavori è palmare. È proprio sulle zone immediatamente retrostanti alle trincee, che batte quotidianamente quella parte della artiglieria nemica che non ha il compito di cercare i pezzi dell’artiglieria avversaria. Su queste zone le truppe vanno e vengono per i cambi: passano a ogni ora del giorno le _corvées_, col rancio, le munizioni, i carichi di materiale.
Le trincee, nei giorni di calma, godono d’una certa immunità. La stessa vicinanza in cui sono verso le trincee nemiche le protegge. L’avversario non tira sulle trincee nemiche per non colpire le proprie, che distano in alcuni punti dieci, quindici, venti metri. Per lo meno non tira con le artiglierie. Fra trincea e trincea la lotta si fa a colpi di fucile, a scariche di mitragliatrice, a lancio di bombe. Gli _shrapnel_ e le granate cadono sulle zone retrostanti, sulle strade, sui sentieri, sui villaggi, dove si dubita siano truppe accantonate, insomma sulle retrovie, dove l’occhio del nemico è in grado di individuare una quantità di bersagli, colonne in marcia, carri, uomini isolati.
I camminamenti sono dunque opere di protezione e di difesa; indispensabili anche all’offensiva, per poter fare accorrere rincalzi, per poter sgombrare il terreno dei feriti. Base di una grande offensiva saranno sempre le solide e abbondanti opere di difesa.
Tutto ciò è intuitivo, fa parte, più ancora che dell’arte o scienza militare, del buon senso.
Di fatto, le mitragliatrici, i cannoncini, i lanciabombe, armi che si collocano nelle trincee stesse o nei tratti adiacenti, non possono esplicare la loro funzione se non sono esse stesse abilmente e solidamente coperte. Il loro fuoco essendo facile a individuare, provoca un tiro concentrato, sotto il quale non si potrebbe reggere se mancassero difese adeguate.
Solo un esercito che abbia condotto a termine grandi opere difensive può ragionevolmente volgersi all’offensiva. Ecco anche perchè la guerra moderna richiede periodi così lunghi, mesi e mesi, di sosta apparente e di silenziosa preparazione, ecco perchè essa è fatta di lavoro e di fatica, ecco come i nemici che abbiamo di fronte, gente dura e metodica, che occupa in lavori gran parte del tempo, riesce ad opporsi al nostro slancio, sminuzza le nostre avanzate, delimita e frastaglia i nostri progressi. Ed ecco il punto in cui il soldato italiano ha dovuto subire necessità del tutto nuove, e assoggettarsi a una disciplina che pare aliena dalla sua natura.
Il nostro soldato era, specie nei primi tempi, sprezzante del pericolo. Molti dei nostri giovani ufficiali credevano ancora alla guerra brillante, alla lotta aperta dell’uomo contro l’uomo; erano garibaldini. Contro il garibaldinismo il nemico usava poco gli uomini e molto usava le artiglierie e le mitragliatrici.
Più noi ci scoprivamo, più egli si copriva; ai nostri balzi rispondeva con altrettanti appiattamenti e interramenti. Noi cercavamo la vittoria nella luce, nel sole, egli preparava la difesa e l’offesa nell’ombra, nei camminamenti, nelle caverne. Non si fiaccava, ma ci massaggiava duramente. Egli aveva su noi il vantaggio di un anno di guerra europea. Per noi tutto era novità, per lui tutto era esperienza. Si impara sempre qualche cosa dal peggiore dei nemici: noi abbiamo imparato molto dal nostro.
* * *
Scendemmo dunque nei camminamenti a fossato che dovevano condurci su alle trincee. Dopo le grandi piogge di marzo l’acqua stagnava ancora lungo certi tratti. Pareva di camminare nel letto di un ruscello. Diguazzammo prima con le scarpe, poi fino ai polpacci. Il pomeriggio era caldo, assolato, uno di quei pomeriggi di primavera che vi dànno il senso della piena estate; e l’avventura era piacevole. Dieci giorni prima avremmo detto altrimenti; le nostre calzature avrebbero dovuto impegnare un’altra lotta.
Tuttavia in guerra ci si avvezza a tutto. L’uomo sarà sempre l’animale più adattabile dell’universo. Vive sulla terra e sotto terra, sull’acqua e sotto l’acqua, con qualunque tempo, a qualunque temperatura. L’altra mattina, sul Pal Grande un ufficiale degli alpini, in mutandine, faceva il bagno sulla neve, mentre sul capo gli sfioccavano gli _shrapnel_. La guerra non fu mai così piatta: tuttavia ha i suoi momenti e i suoi episodi fantastici. E nulla era più fantastico in quel marzo radioso, fiorito di mandorli, del nostro procedere al buio, curvi, nell’acqua, sotto le cannonate.
Raggiungevamo pel camminamento soldati che procedevano carichi di sacchetti e di tavole: passavamo innanzi a gruppetti di sterratori; davamo il passo ad altri che scendevano dalle trincee. Erano andati su con gli asinelli ed ora tornavano. Le bestiole, piccole, grigie, nerastre, facevano la loro strada tranquillamente al di sopra del camminamento, o ai suoi lati, su un sentiero scoperto. Frustavano le mosche col mozzicone della coda; soffiavano sulla polvere nuova, che metteva loro nelle narici il gusto dolce della primavera, spiccavano coi denti cespi di erbetta. Il loro fatalismo era sublime, di quella sublimità esemplare, filosofica, che l’asino rivela in ogni sua faccenda e che lo rende spesso di tanto superiore all’uomo, il quale si è sempre vendicato delle sue virtù proverbiando i suoi difetti. L’asino non è impressionabile, come prova la lentezza dei suoi placidi orecchi. Non capisce perchè in una bella giornata si debba lasciare la strada buona per la cattiva. Passando loro accanto ci accorgemmo di essere guardati con indifferenza.
Ho veduto molte volte gli asinelli in terreno battutissimo, bersagliati da una tempesta di medi calibri. Non movevano neppure la coda. A differenza del cavallo, l’asino non si interessa affatto alla guerra, non prende la più piccola parte alle battaglie, non ha slanci di generosità e di odio per nessuno; delle lotte più accanite, delle mischie più furibonde rimane sino all’ultimo spettatore impassibile, inerte. È grande perchè è semplice, è eroico perchè mite, serve perchè è buono, è buono perchè è sobrio.
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Ai baraccamenti trovammo i soldati che si asciugavano al sole. Tutto asciugava al sole, quel giorno: la terra, gli uomini, le baracche, il piccolo cimitero che raccoglie i nostri morti. Forse anche quelli asciugavano; ci deve essere molto umido laggiù. Si mettono le croci sui tumuli, le tavolette coi nomi, le lodi brevi, i fiori, ma non si può fare di più. Si ricordano, si tengono vicini, si dice la messa su un piccolo altare improvvisato sulla piana di una macchina da cucire, portata via da una casa diruta, ma l’aria, la luce, il sole, la primavera non arrivano fino ai morti, sono il lusso dei vivi. Tuttavia, quando piove fa ancora più pena saperli laggiù. E come il tempo si rasserena si pensa che essi non lo vedranno, che hanno gli occhi chiusi, sono distesi, coperti, e questo pensiero è triste.
Bene: dopo un poco non ci si pensa: la vita è piena di questi mutamenti: tutti si deve o prima o poi morire. E intanto ritorna la stagione buona, si può uscir fuori delle baracche senza avere sulla pelle i vestiti umidi incollati, senza avere l’acqua nelle scarpe e nelle ossa. È il piacere delle lucertole che si sdraiano al sole, la terra fuma, l’orizzonte s’apre, si vedono le strade bianche lontano, un occhio azzurro, aperto, che è quello del mare, distese di campi, coi canapugli gialli, strisce brune di siepi, braccia di alberi che si stirano al caldo, scossi dal torpore, le groppe del Carso, la schiena del Sei Busi, con le nostre linee e le nemiche accanto, il padule, i vigneti incolti, abbandonati, i canali irrigatori, la rocca di Monfalcone, i frammenti intatti di boscaglie, tutto il paese fertile e deserto, teatro della guerra e della solitudine, che va verso il mare da un lato, verso l’Isonzo dall’altro, disseminato di paesi altra volta popolosi e ridenti, ridotti a cumuli di macerie, a bersagli di batterie, a ricoveri perigliosi di sentinelle o di truppe.
Sopra i baraccamenti, via via per la traccia bizzarra delle trincee, quali siano le posizioni nostre non si può dire, non si può fare intendere a chi non ha visto, a chi non c’è stato. Descrivere, non è la parola; non si riesce a descrivere. Abbiamo fatto tante fotografie di questi luoghi e di altri, ma le fotografie non rendono che particolari minuti della scena; la scena nella sua larghezza, nel suo tutto insieme, nel suo groviglio e confusione inestricabile di muri, di fossi, di ridotti, di scavi, di grotte è quella che conta. E con mezzi meccanici non si rende.
Bisogna esserci stati, bisogna tornarci, bisogna averci vissuto. Allora l’occhio, la mente, l’animo s’accasano in questi luoghi, ognuno di essi diventa un mondo; in essi si vive da quattro, da cinque, da sei mesi; si conosce ogni sentiero e ogni pietra, ogni parapetto e ogni cuccia, ogni passaggio mortale e ogni riparo; questa è una tomba recente, quella è un avanzo di vecchia trincea espugnata il tale giorno, dal tale battaglione, che ebbe i tali morti, i tali feriti; quello è il punto dove il generale fu ferito in novembre, dove il maggiore Embabi morì. Adesso ci si passa, ci si cammina, ci si sofferma; allora era tutto terreno scoperto, qui era l’inferno, là era l’inferno, più oltre era l’inferno. I feriti imploravano, i morti imbarazzavano, i vivi urlavano, erano attacchi, contrattacchi, progressi, regressi, spiegamenti di truppe, irruzioni violente, assalti alla baionetta, colonne di prigionieri, barelle che passavano, l’inferno, l’inferno.
Ma ci volevano ributtare dalle cave di Selz, come dal Sei Busi, come dal San Michele, e più oltre dal Sabotino, dal Podgora, dal Kuk; e non ci riuscirono, lasciarono morti su morti a centinaia, armi, feriti dappertutto, e andarono indietro. Gli strappammo di sotto i piedi la terra passo per passo, ci affacciammo qui sulla cresta delle cave, fino a vedere la loro conca mortifera, pestifera di morti, quella tragica conca di Doberdò che pare un vaso in cui le artiglierie nostre da mesi maciullano il nemico come con un pestello che non ha tregua.
Verso il mare essi hanno il Cosich, il monte a cono, con ciuffi di alberi senza foglie, da cui tirano con le batterie e cercano di tagliarci ogni avanzata.
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Eppure abbiamo fatto un passo avanti anche di questi giorni su questi crostoni del Carso. In una settimana abbiamo messo fuori combattimento più di mille nemici, abbiamo espugnato un lungo tratto di trincea. Cominciammo col dare l’assalto a circa centocinquanta metri di trinceramento nemico. Fermati nel primo sbalzo, ne demmo un secondo. Contrattaccati, mandammo avanti nuove truppe; assalite anche queste di notte, ci ributtammo avanti di pieno giorno. I centocinquanta metri divennero circa seicento; i prigionieri salirono a più di duecento. I morti non si sono contati. Si calcola che il nemico ne abbia lasciato almeno uno per ogni metro di difese perduto.
Venivano avanti come demoni. Prima a masse dense, poi a colonne serrate, alfine a piccole squadre. Si può vedere anche adesso come cadevano, le file addosso alle file, i mucchi accanto ai mucchi. Le mitragliatrici li falciavano come si falcia il grano, l’erba. Cadevano a decine sulle gambe stroncate, coi petti e le teste che buttavano zampilli di sangue. I colpi dei nostri cannoni prendevano su gli uomini, li buttavano in aria, le braccia e le gambe divaricate, li rammulinavano a venti o trenta metri dal suolo insieme coi fucili, le pietre. Era uno spettacolo di orrore, di follia, di strage indescrivibile.
Quella di Selz è stata una lezione. Ma poichè tutto è possibile, potrebbe anche darsi l’assurdo: che gli austriaci non l’avessero capita.
SUI GHIACCI DELL’ADAMELLO
Maggio 1916.
_Alla memoria del Generale Carlo Giordana._
Siamo saliti sull’Adamello a trovare i nostri soldati. Abbiamo seguìto le loro strade fin dove si perdono in sentieri, abbiamo battuto i sentieri fin dove la neve li copre, siamo andati da capanna a capanna, di pesta in pesta, dall’uno all’altro paletto lasciato a indicazione del cammino nella desolata solitudine dei ghiacci, su fino alle grotte candide dove si annidano a guardia delle linee recenti gli ultimi nostri garibaldini delle Alpi.
Che scrive il _Berliner Tageblatt_ delle nostre azioni recenti sull’Adamello? Che sono un miracolo della guerra moderna.
Siamo saliti a 3200 metri. Abbiamo portato cannoni anche più in alto. Tutto il massiccio dell’Adamello, meno un tratto di poche centinaia di metri, è in nostro possesso. Siamo attendati su un ghiacciaio che ha più di sessanta chilometri quadrati d’estensione. Cercate in Francia, in Russia, in Asia un campo di battaglia più inverosimile. Cercatelo nella storia. Cercatelo nei racconti di Wells o di Verne. Non è mai stato immaginato.
Neanche noi, all’inizio della guerra avevamo in mente che ci fosse qualche cosa da fare lassù. I tratti del fronte nei quali avremmo dovuto prendere l’offensiva erano scelti. Erano anche noti i punti dove ci saremmo organizzati alla difensiva. Il massiccio dell’Adamello non apparteneva nè a questi, nè a quelli. Rappresentava, per così dire, la non-guerra. “_Di qui non si passa_” era lassù il motto della natura.
Negli orrori di quella solitudine neanche i camosci si spingono. D’inverno è uno spento mondo, in cui vivono solo le nevi, in cui le acque correnti si polverizzano o cristallizzano. Come viene l’estate, il ghiacciaio si scioglie alla superficie, rivoletti d’argento corrono per il piano vitreo, sgorgano dalle spaccature di cristallo, precipitano nei crepacci, decine di metri profondi, azzurri come le onde di un cupo mare, ricche di riflessi mutevoli, di scintillii, di bagliori. Allora il ghiaccio vive, palpita e guarda dai mille occhi mobili, fantastici, insidiosi: disteso con le sue vaste branche dall’una all’altra cresta del massiccio, come un immane essere prensile, una specie di mostruoso polipo, che avvolge di amplessi possenti i granitici fianchi delle montagne che si denudano al sole. La materia si agita in occulti misteriosi amori. Sono le nozze della materia, gli incontri folli delle molecole, il ballo degli atomi, la giovinezza del mondo, che rinasce da un sonno di morte, e ripartecipa al travaglio della vita perenne.
Non era dunque l’Adamello un punto del fronte contro il quale dovessimo pur pensare di premere, o dal quale potessimo attenderci una pressione nemica. Esso non unisce, ma separa Val Camonica dal Trentino. Non era una porta che si dovesse aprire od abbattere. Anche dinanzi alla violenza delle armi, che sforza ogni resistenza, che rovescia ogni opposizione, che si accanisce contro ogni tenacia, il gruppo dell’Adamello rimaneva come qualche cosa di troppo elevato, di troppo superiore ed estraneo a tutte le lotte, i tentativi e le competizioni: ostile egualmente ai due avversari, che teneva fra loro lontani, recinto di orrore e di silenzio, con le molte vette all’intorno e coi passi dai nomi inesplicabili e maliosi: Tòpete e Fargorida, Veneròcolo e Brizio, Mandrone e Carè Alto, Pisgana, e Crozzon di Lares.
Solo un appellativo squillava quasi come invito e incitamento ardimentoso, incalzante: quello di Punta Garibaldi. E fu nel nome eroico, che i nostri primi soldati diedero all’Adamello il battesimo della guerra.
* * *
Alle falde del massiccio, sul versante italiano, fu costruito anni or sono un rifugio.
Scoppiata la guerra, i nostri soldati vi presero stanza e cominciarono a costrurre qualche baracca. Il contingente di uomini era piccolo, le masse affluivano altrove.
Il confine correva a mezzo il massiccio, e noi sostammo al di qua. Affidammo al ghiacciaio la prima e migliore difesa. Contro quel baluardo ciclopico il nemico non aveva forze da lanciare. Nessuno dei suoi piani d’invasione contemplava la traversata di quel mare di ghiaccio, costituente una specie di angolo morto della gran guerra che divampava su tutto il resto del fronte.
Eppure i nostri si mossero. Benchè il rifugio fosse un posto avanzatissimo, gli alpini ne fecero il centro di una intensa attività. Ogni mattina partivano di là pattuglie e compagnie in ricognizione. Stavano fuori buona parte della giornata, tornavano a sera; talvolta perlustravano le montagne circostanti di piena notte. Studiavano il terreno, si allenavano alle più aspre fatiche, alle più rischiose ascensioni. E come sul rifugio pendeva la cresta più occidentale del ghiacciaio, su per il petrame della gradinata che conduceva a quella, s’inerpicavano, in vista alla prima vitrea distesa, la vedretta del Mandrone.
Passo Brizio segna quella imboccatura del ghiacciaio, ed è come un cancello aperto in una rastrelliera di vette, formata dall’allineamento dell’Adamello propriamente detto (3554), di Monte Veneròcolo (3325), di Monte Venezia e di Corno Bèdole: linea che digradando s’innesta alla difesa del Tonale. Di fronte a questa specie di cancello la vedretta del Mandrone si distende fino al secondo allineamento montano, costituito da Monte Fumo (3478), dal Dosson di Genova, o anche Crozzon di Genova (3441), dalla Cresta della Croce (3373), dalla Lobbia Alta (3196), dalla Lobbia di mezzo (3002), dalla Lobbia Bassa (2959): linea le cui depressioni formano i passi di Monte Fumo (3402) e della Lobbia Alta (3036).
Oltre questa seconda cancellata, il ghiacciaio prende il nome di vedretta della Lobbia, con uno sviluppo di circa due chilometri e mezzo, mentre quella del Mandrone ne ha quattro all’incirca. E la vedretta Lobbia è chiusa a sua volta da una terza serie di alture, prolungamento del versante orientale dell’Alta Valle del Chiese. Nei riguardi dell’azione nostra, queste ultime alture, con andamento quasi parallelo alla precedente linea, culminano nel Corno di Cavento (3400), nel Crozzon di Lares (3354), e nel Crozzon di Fargorida (3082), e si deprimono ai rispettivi passi di Cavento (3195), di Lares (3256) e di Fargorida (2923). Oltre la quale catena numerosi valloni scoscesi conducono nella Valle di Genova, dove nel primo maggio della guerra erano i posti avanzati del nemico, molto al di là del confine.
A guardia del rifugio ponemmo dunque in maggio alcuni piccoli posti sul Passo di Brizio: lievissime pattuglie, che erano come l’occhio del ghiacciaio. Nel mese seguente, approssimando l’estate, la prima linea fu occupata con posti d’avviso di carattere stabile. Fra i sassi e le nevi sorsero alcune tende.
L’osservatorio era stupendo. Pareva un nido di aquile. Tutta la vedretta del Mandrone gli era sottoposta, un piano immenso di lago gelato, una calotta polare, che andava a urtare contro lo sbarramento della seconda linea montana, contro la piramide della Lobbia Alta, per piegare alla destra e ridistendersi in ampiezza fino alla terza ed ultima linea, precipite su Val di Genova.
Punta Garibaldi si leva alla sinistra del passo Brizio, come il torrione d’una fortezza medievale a guardia del ponte. È una mole di blocchi rettangolari, di color bruno, sovrapposti l’uno all’altro in tante stratificazioni. Dalla parte della vedretta, esso scende a picco sul tavoliere dei ghiacci: ed è senza neve, tutto essicato, scavato, screpolato dal vento. L’aria lavora la pietra come l’acqua il fondo dei torrenti, la rode, la morde, la lima, la spacca. La parete orientale del picco ha le rughe profonde, le ferite, gli squarci di una vecchia faccia di gigante alpino. La furia degli elementi ha tagliato nella roccia le sue pagine levigate, sulle quali ha scritto la storia delle sue lotte, dei suoi assalti. La tormenta che infuria sovente sulla vedretta, viene a ingolfarsi in quella specie di forra e sbatte contro l’ostacolo dell’immane pilastro.
Le nostre scolte avevano dovuto celare le tende entro i triangoli aperti fra i blocchi granitici, perchè non fossero strappate dall’uragano. Le avevano legate con corde, inchiodate alla roccia. Non un filo d’erba cresce lassù, non un seme sbattuto dal vento riesce a metter radice.
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Settimane e settimane trascorsero lassù, dandosi cambi frequenti, attendendo un nemico che non si faceva vivo. I giorni di tormenta trascorrevano bui come le notti, sotto le tende senza paglia era un’oscurità completa. Allo scoperto, quando la tormenta saliva dalla vedretta, o irrompeva dalle gole, avvolgendo tutto in un pulviscolo grigio, in un nebbione pungente, che feriva a sangue la faccia e tagliava le mani, le scolte soffocavano.
Le notti di tempesta erano atroci. Nessun lume reggeva, non si riusciva neanche sotto la tenda ad accendere un sigaro. Le mani, i piedi gelavano. Bisognava ravvolgersi nelle coperte umide o incrostate di ghiaccio. Erano ore indescrivibili di attesa, di pazienza, di resistenza, di passione. La consegna era più dura della roccia. Gli animi più duri della consegna.
Soldati e ufficiali aggrappati alla pietra vivevano di quella profonda, semplice, tenace vita che l’uomo porta dentro di sè, sotto l’apparenza della vita consueta, fatta d’immaginazione, di convenzioni, di desiderî, di capricci. In ognuno di noi sono queste riserve elementari di energia, queste possibilità fisiche di resistenza, delle quali in tempi comuni ignoriamo la portata. Sono forse gli avanzi dell’antica vita selvaggia, ferina, che la fatica, la lotta per l’esistenza, la guerra, risollevano entro di noi.
E tuttavia la resistenza lassù era tanto più dura, quanto meno poteva volgersi contro il nemico, quanto più era contro le cose. Non la guerra, ma la solitudine, la pietra, il freddo, la tormenta lottavano contro i nostri. Gli uomini si dovevano misurare con le cose enormi, impassibili, eterne, fatte per superarci nello spazio e nel tempo; che prima o poi ci vincono tutte, perchè noi passiamo e quelle rimangono, l’uomo soffre e quelle non sentono, l’uomo si consuma e quelle si rinnovano o si succedono sempre.
Le nostre scolte rimasero. Si doveva rimanere lassù fermi, soli, perchè l’ordine era questo. Non di avanzare, ma di attendere. Si doveva obbedire.
Un giorno molto lontano, quando lo avevano fermato, quando più che fermato, gli avevano imposto di tornare, il Generale non aveva scritto su un foglio di carta, sul modulo di un telegramma questa parola: Obbedisco?
Le oscure scolte dell’Adamello riconsacravano il luminoso esempio.
* * *
Un giorno, verso la metà di luglio, uno degli alpini di scolta a Passo Brizio credette vedere una pattuglia sbucare dal fondo della vedretta di Mandrone. Era un mattino chiaro, il lastrone lucido del ghiacciaio mandava lampi abbaglianti, che ingannavano l’occhio. Ma non c’era dubbio: il nemico avanzava in ricognizione. La pattuglia, in fila indiana, era di una quarantina di uomini. I nostri erano quattro.
Nessuno descriverà la gioia, l’esultanza, l’allegrezza irrattenuta, sfrenata che si impadronì dei nostri a quella vista improvvisa. Erano soldati soli, senza ufficiali; comandavano se stessi. Scorgevano il nemico per la prima volta, lo vedevano avanzare su per la crosta liscia, venir sotto tiro passo per passo, senza sospetto.
Poteva essere l’avanguardia di un nucleo più numeroso: non sarebbe stato inopportuno mandare qualcuno al rifugio per avvertire il Comando. Nessuno volle andare, nessuno volle muoversi dal posto.
Di balzo i quattro si sparpagliarono su per il crostone di Punta Garibaldi, ognuno si acquattò dietro un ronciglio, col fucile fra le ginocchia, i pacchi delle cartucce a portata di mano, per terra. Erano tutti tiratori scelti, sicuri del fatto loro.
Quando ebbero misurata a occhio la distanza aprirono un fuoco calmo, avvicendato. Tirava l’uno e taceva, poi tirava l’altro da un altro punto, poi il terzo, poi il quarto. Non c’era fretta, e non bisognava neanche spaventare il nemico, facendogli credere che molti fossero alla difesa del passo: nel qual caso la colonna avrebbe forse ripiegato rapidamente. Si doveva capire che si trattava solo di quattro fucili contro quaranta. Gli assalitori dovevano essere attirati dalla scarsità numerica dei difensori, nella speranza di sopraffarli e di giungere al passo dall’alto del quale avrebbero potuto esplorare la nostra zona circostante al rifugio.
Ecco, le prime pallottole fischiarono sul passo, andarono a schiacciarsi con un tonfo chioccio contro le rocce. Cercavano i nostri.
Dalle buche del torrione questi aggiustavano il tiro in tutta calma, dandosi la voce, cominciando a contare quelli che si vedevano cadere. Furono quattro, poi altri quattro, poi altri quattro ancora che si afflosciarono sul ghiaccio, e non si mossero più. Allora i superstiti cominciarono a indietreggiare. A un tratto uno si mise a fuggire, un altro lo seguì, gli altri tennero dietro. Alcuni erano feriti, camminavano zoppicando, senza più volgersi, senza più sparare.
E i nostri cominciarono a bersagliarli di grida e di urla. Pur scaricando i fucili, li chiamavano indietro, li sfidavano a salire, a venire a prendersi il passo.
Quelli, a uno a uno scomparvero donde erano saliti. I compagni caduti rimasero sul ghiaccio; strane apparizioni di morte in un quadro di fulgori abbaglianti, divini, che nessun episodio di strage aveva mai turbato.
Solo allora le quattro scolte, scendendo per le scalinate della roccia, si accorsero di perdere sangue. Erano state tutte e quattro ferite.
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Questo accadeva il 15 luglio del primo anno di guerra. Da allora sull’immenso ghiacciaio non apparve più l’ombra di un soldato nemico.
S’entrava nella grande estate e il massiccio dell’Adamello mutava forme e colori. Le pareti dei picchi si spogliavano delle nevi; ai soffi del vento caldo scrollavano a lembo a lembo la candida pelliccia. Nelle anfrattuosità delle selle, nelle fenditure riposte restavano lucide striature e sparsi candori. Il nero e il bianco s’avvicendavano, la roccia erompeva dallo scintillio monotono dell’inverno. E le vedrette, sul cui piano s’erano sciolte le nevi, si tingevano di azzurro, balenavano alla luce. Apparivano qua e là, in forma di risucchi in una gran distesa d’acqua, i nudi vitrei gorghi dei crepacci.
La stagione e il terreno invitavano alle escursioni alpine, e le ricognizioni che si fecero ebbero questo carattere di _sport_ arrischiato. Il còmpito era di esplorare i luoghi e riconoscerli punto per punto. La guerra era ancora all’inizio, l’inverno relativamente vicino, e nessuno pensava a una occupazione del ghiacciaio. Pareva che lo stesso nemico ne rifuggisse, poichè non si faceva vedere, ci abbandonava tutto il deserto.
In perfetta quiete trascorse tutta l’estate e l’autunno. Alla fine dell’anno le condizioni della montagna erano tali che l’occupazione nostra del Passo Brizio, difficile e piena di sacrifizio, rappresentava un còmpito per se stesso mirabile.
* * *
Ma un altro, anche più grave e complesso, ci attendeva al basso. S’era venuti nel proposito di aumentare il presidio che teneva il rifugio. Nuove reclute arrivarono, giunsero alpini delle classi richiamate, si deliberò di costituire un nucleo di sciatori.
Ne fu affidata l’istruzione a un giovane capitano, e tutto l’inverno le nuove truppe lo passarono in esercitazioni. Squadre volanti partivano dal rifugio, si sparpagliavano sulle nevi, risalivano i costoni intorno, a destra e a manca del passo che rappresentava l’estrema occupazione nostra; si allenavano. Erano un pugno di uomini, ma la guerra di montagna non si fa con le grandi masse.
Molte più braccia occorrevano pei servizi di rifornimento. Si richiedevano lavori e fatiche immense, date le distanze dal piano, le strade solo fino a un certo punto praticabili, poi i sentieri che la neve aveva ricoperti, le ardue pendenze, le valanghe.
Si dovettero costituire colonne di portatori, vere cordate umane per le quali salivano i viveri, le provvigioni, gli indumenti, le coperte, le lane, le munizioni, le armi, i materiali per le baracche. Rifornimenti enormi erano accumulati al piano. L’amministrazione militare mandava roba, giungevano ogni settimana offerte di privati, centinaia di pacchi, di sacchi, di scatole, di casse: ogni tanto perveniva una serie di nuovi oggetti, tipi di scarpe più solide, _stoks_ di occhiali, di passamontagne, di sacchi a pelo. Si preparava la ripresa d’estate.
Soldati cadevano malati, bisognava trasportarli agli ospedali; c’erano casi di congelamento; bisognava organizzare i soccorsi e i trasporti solleciti. Anche i poveri morti bisognava caricare sulle barelle, portarli in ispalla a seppellire giù nella valle, dov’è il cimitero, la terra. Lassù non era che neve e ghiaccio.
Truppe territoriali, uomini sopra i trent’anni che non avevano còmpiti di prima linea, vennero a dare la mano agli alpini. Con le lunghe catene ricongiunsero giorno per giorno i posti avanzati alla sottostante vita dei villaggi e dei paesi. Centinaia di uomini andavano e venivano nel più crudo inverno, sulla neve, fra la neve, nella tormenta, pei valichi stretti e rischiosi, su per le falde impervie come muraglie, strapiombanti l’una sull’altra. Erano giornate intere di marcia; notti trascorse alla meglio, dopo le fatiche del giorno, ritorni lenti e guardinghi giù pei pendii diroccati verso le sedi più comode, che anche a valle s’andavano costruendo per opera d’altri innumerevoli lavoratori.
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Non appena fu possibile si provvide a una teleferica. Si trasportarono le macchine, migliaia di metri di corda di ferro, l’altro necessario. Alpini e territoriali si aiutarono a vicenda. Tonnellate d’acciaio furono così trasportate passo per passo, si portarono su gli appoggi e le travature: la macchina ancora smontata, pezzo per pezzo, chilogramma per chilogramma, fu fatta salire: in pochi giorni la prima teleferica funzionò. Abbreviava di circa tre ore il cammino.
Si provvide alla costruzione della seconda. I Comandi non perdevano un giorno, l’Amministrazione mandava quel che si chiedeva, tutte le autorità agivano con energia anche sugli ingegneri borghesi. Si fissò il numero dei giorni nei quali la seconda linea doveva essere pronta. Il trasporto dei materiali fu facilitato dal funzionamento della prima e in pochissimo tempo la seconda teleferica funzionò.
Senza indugio si iniziarono i lavori per una terza, la più lunga di tutte. Un altro motore salì, salirono le corde e i carrelli, furono costruiti altri due capannoni, e la terza linea era pronta quando già si cominciava a provvedere per la quarta.
La guerra usciva anche lassù dal puro sforzo muscolare, dalla rudimentale fatica umana, per assumere il suo aspetto di organizzazione e di lotta meccanica. Era la guerra ordinata e precisa, macchinosa, agglomeratrice di trovati, di produzioni, di capitali, quale si svolge per tutta l’Europa. Noi la facevamo in alta montagna, la spingevamo audacemente verso le creste che si perdono nel tumulto caliginoso delle nubi.
* * *
Ci rivediamo ancora in cammino, per un sentiero che s’inerpica da prima in mezzo a boscaglie, contro il corso di un torrente. Poco fa erano prati verdi intorno a noi: la primavera sta salendo dal fondo della valle. Poi l’erba muore, la vegetazione dirada; i muletti scalpitano sul suolo fangoso, nevoso. A un tratto l’ondata d’una valanga ci ferma il cammino. Si abbandonano le cavalcature, si prosegue a piedi, lenti lenti, per raggiungere la prima teleferica.
Il carrello sale ondeggiando, quasi mordendo con la ruota il filo. Sotto di noi si spalanca un abisso vertiginoso, s’apre l’occhio candido di un lago incrostato dal gelo. Tutto rimpicciolisce, si perde lontano. La rotella della teleferica stride, manda un respiro sforzato, affannato. Pare che si debba arrestare ogni poco, e qualche volta accade che ci si fermi a mezza via per una lieve stanchezza del motore. Il sottostante vuoto assume allora proporzioni più paurose e vaste, si soffre un attimo la tentazione di saltare fuori.
Quando il vento soffia impetuoso, le corde di ferro stridono e sibilano, il carrello ondeggia follemente nel vuoto, come un sughero nella tempesta. Eppure lungo la guida aerea salgono senza interruzione viveri e rifornimenti d’ogni sorta, quintali di legno e di ferro, di arnesi, di sci, di maglie, pellicce, pale, zappe, piccozze. E discendono i feriti e i malati rapidamente, che prima bisognava portare in ispalla per decine di ore di cammino.
Le _corvées_ continuano a salire per i sentieri, a svolgersi lente e faticose. Ne vediamo una dall’alto: una fila nera di formiche nel bianco, carica ognuna del suo fuscello e del suo granello. È una vista che induce nell’animo una commozione senza parole.
Ci si sente diventare più modesti quassù, più pensosi e più buoni. Un sentimento di devozione, di rispetto, di riconoscenza devota cresce nell’animo verso i nostri fratelli. Non è il tramonto grigio e malinconico che induce questi pensieri, ma la scena che abbiamo d’intorno.
La seconda teleferica ci attende. Il carrello è partito poc’anzi, carico di viveri. Si allontana verso le nubi, scompare. Piano, piano, un rettangolo nero spunta giù dalla nebbia, si avvicina quasi col moto strano d’un grosso ragno appeso ad un filo. Reca un carico strano, allungato. Quando il carrello si ferma compaiono le aste gialle di una barella, sulla quale un corpo umano è avviluppato.
La barella affidata a due sci è deposta sulla neve. Gli scarponi ferrati, d’un colore bruno, di cuoio tutto bagnato, sporgono fuori delle coperte. La faccia è velata: nessuno la scopre. Le mani chiuse nei guanti sono composte sul petto in un segno di croce. Due giri di corda passano attorno al cadavere, lo fermano alla barella. Un biglietto sotto la corda reca nome, cognome, qualità del caduto. È un alpino di Edolo andato volontario. Ha compiuto dieci mesi di guerra, ha offerto alla patria tutta la sua anima, tutta la sua fatica mortale; ora riposa, raccolto in poco spazio come quando si sta per lasciare il mondo e cercare la quiete dentro la terra.
Quattro soldati, senza parlare, prendono in mano le funicelle; a passi lenti, sulla neve, trascinano la slitta, scendono verso la stazione dell’altra teleferica.
Lo stesso carrello ci prende e ci solleva. Noi seguiamo dall’alto in silenzio il convoglio dell’oscuro eroe che scende verso la valle.
* * *
Il primo nucleo di sciatori fu pronto verso la metà di marzo — che a quelle altezze è fitto inverno.
Era, sul terreno quanto mai duro a praticare, una truppa leggerissima, uno stormo di gente volante: i cavalleggeri della montagna. (Avevano ai piedi le alette gialle o nere dei volatori del Nord: i legnetti sottili e lunghi, dal becco ricurvo, di tempra fine come il più nobile acciaio. A mezzo la stretta assicella s’imposta lo scarpone chiodato, massiccio come uno zoccolo: le stringhe allacciano il collo del piede, il peso della persona va leggero sulla neve). Erano alpini scelti, bergamaschi e bresciani.
Fu dunque ordinata per il venti di marzo una ricognizione in forze su tutta la zona del ghiacciaio: la traversata di quella ampia terrazza polare che la neve copriva ancora: dalla prima cancellata di monti, cioè dal Passo Brizio, alla seconda, cioè al Passo della Lobbia Alta, e di là alla terza, dove s’apre il Passo di Fargorida, che mena alla nemica Valle di Genova. La sera avanti, al Rifugio, si apprestarono alla partenza.
Tempo meraviglioso, cielo puro, freschezza luminosa di stelle, aria calmissima. Attorno alle baracche, centocinquanta uomini, chiusi negli scafandri di tela bianca, i cappucci sul capo, le mani inguantate, i volti cotti dal freddo, s’aggiravano come fantasmi. Era lo stormo che voleva alzarsi.
La partenza fu data dopo la mezzanotte. Si salì a Passo Brizio, sulla neve gelata, che sotto i pattini crocchiava. E raggiunto il Passo, calarono giù pel ghiacciaio, sul pendio dolce, quasi in una sospensione di volo. Lievi pattuglie di sicurezza precedevano, ed esploravano il campo, che appariva deserto. Si sapeva che nella prima vedretta non si sarebbe incontrato il nemico. Si dubitava che fosse annidato al termine della seconda. E come si giunse alla Lobbia Alta, primo obbiettivo della ricognizione, fu dato l’_alt_: le forze si divisero in tre colonne, che puntarono a ventaglio sul Passo di Lares e Cavento, sul Crozzon di Lares, sul Passo di Fargorida.
S’era fatto giorno, il luogo appariva in tutta la sua miracolosa bellezza, ampio, solenne, come un paese nuovo, vergine d’ogni traccia; scenario luminoso, fantastico, teatro aperto alle voci sonore del vento, alle orchestre immani delle bufere: che ora un gruppo di uomini occupava, infinitamente piccolo nella solitudine e nel silenzio.
La guerra si presentava lassù diversa da tutte le altre parti. Gli uomini lottano per la terra, si battono per questa crosta lavorata e scavata, per i suoi campi recinti di siepi, arati e seminati, popolati d’alberi e di erbe, carichi della secolare fatica umana, gravi dei segni della nostra passione. Lassù, nulla. Il luogo non è di nessuno, l’uomo ci passa ma non ci si radica; tutto è dimenticanza e sterminio. Non una traccia, un segno che duri: soli i nomi delle vette, delle vedrette, dei passi, dànno l’illusione che anche quel lembo di mondo sia nostro, che l’uomo lo popoli. L’uomo ci passa con la sua anima, solo, e cerca un suo simile per suscitare la guerra dalla stessa fraternità comune.
Giunti che fummo alla terza catena, senza intoppi, senza trovare nessuno, ci affacciammo alla sottostante valle, vedemmo in quel fondo i segni della vita: sentieri che si perdevano lontano, macchie nere di boschi d’abeti, un lembo di terra ancora nevosa, ma che recava le malghe disperse, le piccole solitarie abitazioni umane, attorno alle quali la primavera avrebbe presto scoperto i prati novelli, i pascoli fioriti. Era uno degli angoli della cara terra del Trentino, che pareva ci attendesse.
Il mezzogiorno era alto, e frugava coi raggi nella valle, stretta alla testata, dominata dalla vetta impervia della Presanella, come da una scolta; una valle tacita e povera, dove cercando con l’occhio non si scopriva un solo nemico.
Il ritorno fu come l’andata, tranquillo. Il tempo si mantenne sereno. E tuttavia, volgendo l’occhio da cima a cima, si aveva l’impressione della difficoltà di una azione a quelle smisurate altezze, dove le sorprese del cattivo tempo s’annidano quasi in ogni punto, e balzano fuori d’un tratto, per assumere proporzioni e forme terribili.
Le nubi stagnano pigre in qualche seno riposto, sono acquattate nei bacini profondi quasi dormissero, torpide. Si vedono i loro crini bianchi, le code tortuose che il vento solleva in furia. Si mischiano le nubi alle nebbie, le nevicate piovono improvvise, la tormenta flagella intere zone, ammucchia l’oscurità sul massiccio. La montagna si rattrappisce in un chiarore smorto, crepuscolare.
Gli austriaci conoscevano il luogo, e non avevano osato violarlo, ma la nostra ricognizione li fece reagire.
Qualche giorno dopo, la parte del ghiacciaio dove c’eravamo avventurati lanciò i primi segni di vita, offrì le prove d’una recente occupazione. Dal Passo di Tòpete, imminente su Val di Genova, fu visto salire nell’aria un filo di fumo. Movimenti minuscoli di pattuglie si svolgevano anche sulla seconda linea, specie a Lobbia Alta: si videro sulla neve numerose piste.
Attraverso il deserto i due nemici cominciavano veramente a fronteggiarsi: si avvicinavano, si osservavano: s’iniziava un contatto che avrebbe ben presto suscitato un’azione.
* * *
Da parte loro essa era più facile. Più rapidi e brevi sono i rifornimenti per Val di Genova. La via più lunga, più aspra è la nostra. Ma questo è il proprio della guerra italiana: non ci spaventò altrove, non ci fermò sull’Adamello. Anzi, poichè il nemico usciva dai ricoveri, meglio farglisi incontro, azzuffarsi.
La prima linea fu rafforzata, fu studiata ed eseguita l’impostazione di alcuni pezzi. Si accrebbero i depositi delle armi e dei viveri; munite le truppe d’ogni conforto, si equipaggiarono splendidamente, e fu decisa pel 12 aprile la prima vera azione: la conquista della linea di mezzo, che sarebbe stata battuta dai più alti cannoni d’Europa.
Le truppe non erano mai state così belle. La presenza del nemico le infervorava: non si sentivano più sole: non si trattava più di avanzare nel deserto. La montagna era un campo di azione.
L’11 aprile, a sera, dal rifugio muove una grossa colonna di sciatori, per portarsi al Passo di Brizio. Il tempo era coperto, ma poichè bisognava operare di sorpresa, nessuno desiderava il sereno.
Al Passo di Brizio, quando i primi si affacciarono alla cresta rocciosa, nella notte buia, furono schiaffeggiati dal vento. Fu un trapasso brusco, una specie di assalto improvviso. Questa volta il ghiacciaio non ci voleva. Il suo saluto non poteva giungerci più ostile.
Gli uomini stentarono a valicare quel punto. La bufera ci s’ingolfava, ributtava addietro come per furia di ondate. Pareva di scendere dal vertice di uno scoglio in un mare burrascoso. Il terreno diroccia a picco, frana, come una sponda a perpendicolo. La neve, i ghiacci, le pietre fanno impasto, e si sdrucciolava, bisognava aggrapparsi con le mani, calarsi adagio; a ogni passo si rischiava di rotolare.
Si calò, e ci si raccolse più a basso, dove il piano del ghiaccio comincia a distendersi. Ma lo sguardo si perdeva in un rammulinamento furioso. Si dovettero subito abbassare gli occhiali per non avere gli occhi feriti dagli aghi della tormenta. I ghiaccioli schiaffeggiavano la pelle, come manate di pezzi di vetro lanciate con forza da tutte le parti.
In queste difficoltà si formarono tre colonne, che da quel punto si mossero, divergendo, affidate all’istinto delle guide. Era passata la mezzanotte.
Andarono per qualche tempo ognuno per avvicinarsi al punto convenuto. Non era possibile orizzontarsi se non palpando il terreno, seguendone i molli ondulamenti che dànno la fisionomia alla vedretta. Ma la tormenta operava con stordimento sui sensi. Gli uccelli si perdono nella tempesta, si persero anche i nostri. Le tre colonne, dopo avere piegato a destra, forse nella direzione più forte del vento, andate per un lungo tratto alla deriva, giravano su se stesse. All’alba, schiaritosi il tempo, i nostri si ritrovarono vicini.
Fu dato l’ordine di comporre quattro colonne e di riacquistare il tempo trascorso. Tornava il sereno. La sorpresa veniva a mancare, ma si andò avanti ugualmente. Il nemico forse allora cominciava a vederci, ma non tirava ancora. Si profilavano le loro sentinelle sul Passo di Lobbia Alta; e noi avanzavamo bianchi nel bianco, gli zaini e i fucili chiusi nelle fodere di tela, perchè non facessero macchia, cogli scafandri ingannatori.
Una prima colonna sale per Monte Fumo, un’altra pel Dosson di Genova, una terza tenta la Cresta della Croce; una quarta la Lobbia Alta. Questi reparti salendo dovevano biforcarsi, espandersi, per procedere verso la vetta all’aggiramento dei nuclei nemici. Questi come ci videro salire aprirono il fuoco. Erano acquattati alti fra le rocce, scaricavano giù fucilate e raffiche su raffiche di mitragliatrici.
Fu allora che le nostre artiglierie cominciarono a batterli, aprendo la strada ai nostri che si inerpicavano cogli sci. Approfittavano dell’aria limpida a nostro vantaggio.
Inerpicati com’erano a ventaglio su per i vari crostoni, i nostri s’andavano stringendo a tenaglia addosso al nemico. Andavano su così: una raffica di fucileria e uno sbalzo. Un’altra raffica e un altro sbalzo. La conquista delle quattro posizioni progrediva uniforme, pareva regolata sul cronometro.
I pezzi spostavano i tiri da punta a punta, battendo la resistenza nemica più dura, facendo volare qualche mitragliatrice.
Sul Dosson di Genova fu intimata ai nemici la resa a tre metri di distanza: si invitarono a darsi prigionieri. Ma un colpo partì dalla loro parte a bruciapelo, e allora con una scarica pulimmo la posizione.
Uno sciatore che precedeva di qualche metro la pattuglia si trovò di fronte, improvvisamente, tre o quattro austriaci. Vedendosi solo, gridò: “Avanti la compagnia!” colla baionetta innastata. I nemici sorpresi alzarono le mani e gli si diedero prigionieri.
Sulla Cresta della Croce, un caporale avendo avvistato un punto adatto per impostarci una mitragliatrice, fattosi avanti con le bombe a mano, le gittò su coloro che lo occupavano, li uccise e disperse, fece piazzare l’arma, e la mise in azione.
Prima di sera tutta la linea assalita, che oggi teniamo saldamente, era in nostro potere.
* * *
Si sono prese a occhio le misure, non sono venti metri quadrati. Bisognerà dormire qui in sei.
Per la cena si sono dovute disporre due serie, come nei _Wagons-Restaurants_, poichè tutti non ci si stava. Ora portano fuori la tavola e mettono su i letti. Non si dormirà certo bene come al Rifugio.
Che dormita al Rifugio, in quella cuccetta di legno, che veniva fuori dalla parete, come una cabina di bastimento! Ce n’erano altre otto attorno a noi, e vaporava un calduccio che ristorava. Un professore di greco, che ai bei tempi della scuola batteva i più grossi filologi tedeschi sul campo della restaurazione dei testi monchi, allungato nel suo rettangolo pareva una di quelle statue che si posano sui sarcofaghi: gli occhietti semichiusi, il volto soffuso del sorriso serafico del pedante ingegnoso e fine, filava a mezza voce esametri su esametri di Omero. Avevamo assaporato, anzi c’eravamo nutriti di uno di quei sonni ristoratori che tolgono dieci anni di sulle spalle e venti dall’anima. E di buon mattino s’era ripresa la salita verso il ghiacciaio; attraversata la prima vedretta, eravamo giunti nel mezzo del teatro della guerra.
I letti che ora si apprestano sono questi: tante barelle, coi pattini sotto. Le stanno infilando di traverso per l’uscio, a una a una, le distendono sul pavimento di tavole. Come le tele erano ricoperte di neve, l’hanno dovute scrollare: c’è rimasta l’incrostatura del ghiaccio, ma per raschiare che si faccia col paletto, non vuole andarsene. Si stenderanno due coperte sopra, in vece del materasso, e delle nostre giunture sarà quel che Dio vuole.
Pensiamo un po’! Gli alpini che ci hanno fornita questa sontuosa baracca di legno tolta a un Comando austriaco, sono là, nella notte piena di nevischio, entro grotte, aperte nella neve. Dormono impacchettati nelle coperte umide. Sono quindici giorni che salgono, che combattono, che vigilano. Sono quelli che hanno preso la seconda linea, quasi tutta la terza. Gli attacchi nostri del 29 aprile e del 30 ci hanno dato in mano quasi intero il terzo ed ultimo sbarramento del ghiacciaio. Restano alcuni posti nemici nel mezzo della linea, che andremo a prendere fra cinque o sei giorni.
Ora ch’hanno distese le barelle sul tavolato ci si può anche distendere. Ma uno alla volta, perchè tutti dentro non ci si sta.
Vestiti, s’intende; tolti i soli scarponi che la marcia nella neve ha inzuppati; e due soldati ci rinfagottano fra le coperte, come tante mummie grottesche, col passamontagna in capo, le mani nei guantoni di lana. Verso il mattino, se non fa freddo, sono sempre quei dieci gradi sotto zero. Quando gli alpini escono dalle loro buche, trovano la coperta distesa la sera sulla bocca della caverna, dura come un lastrone di zinco.
— Soldato, fammi il piacere di stendere anche l’impermeabile sulle coperte. Mi piove addosso.
Sul tetto della baracca il tepore scioglieva la neve: era uno stillicidio sulle mie spalle.
— E voi come state?
— Così, così.
— Io ho le estremità gelate.
— L’umido della tela della barella comincia a passare le coperte.
— Buona notte.
— Non sarà una buona notte.
Per fortuna, ai nostri piedi ardeva una stufetta portatile, a petrolio. Aveva certi quadretti di vetro rossi, pareva una lanterna e diffondeva nel dormitorio un mite chiarore.
* * *
Dopo un po’: _cr cr cr cr cr cr_..... Il telefono.
Ci eravamo allogati nella baracca del centralino (voglio dire che in quei venti metri quadrati si facevano i pasti, si dormiva e si raccoglievano tutte le comunicazioni telefoniche del vasto settore).
_Cr cr cr cr cr cr_; chioccio chioccio.
Il soldato telefonista stava per prendere sonno, s’era allungato sulla branda.
_Cr cr cr cr cr cr_.....
— Pronti! Pronti! Centralino. Chi sei? Scuoti il microfono, non si capisce un accidente. Prontiiiii! Comando?, sta bene. Ti metto in comunicazione. No. Sì. “La compagnia ha avuto questa notte il cambio”..... Nevica..... virgola..... La terza teleferica ha avuto una interruzione di circa un’ora. Punto. Ciao. _Cr cr cr cr cr cr cr cr_.....
Il telefonista torna alla sua branda. La stufa borbotta, come una pentola in bollore, ripiena di fagiuoli.
Dove siamo? in Russia? Al Polo Nord? Che siamo? Esploratori dell’Artico o dell’Antartico? Ma! Senti quello come russa! Beato lui! Sull’impermeabile piove, piove. Le gocce cadono l’una dopo l’altra, ritmicamente, come da una grondaia. Fuori s’ode l’urlo della tormenta, che scorrazza sulla vedretta e viene a sbattere contro la baracca. Qualche spiritello maligno zufola alle fessure. Quando ancora la baracca era senza uscio, si doveva stare molto peggio. Allora la tormenta entrava dentro, la mattina ci si trovava con le coperte tutte bianche, impaccati nel gelo. La situazione è migliore assai.
— Dormi tu?
— Io no.
— Hai visto l’onorevole come resiste, a queste fatiche?
— Come è andato via e come è venuto qui a balzi, dalla Lobbia Alta!
— Un vecchio alpino, quello!
— Un bel sergente.
— E quel tenente volontario, che ha fatto il bagno sulla neve!
— Quello è un tipo! Sai che ha preso parte anche lui alla conquista della terza linea, senza essere del battaglione? Era venuto quassù per servizio. Quando ha saputo che c’era qualche cosa in aria, s’è fatto dare sette uomini e su, alla carica, per un roccione a nord di Passo di Cavento. Pensa: sette uomini! Andavano su a balzi: si fermavano ogni tanto per riprendere fiato, per cercare un passaggio. “Avanti ragazzi!” Un soldato non si voleva muovere. “Va su, che fai?” Lo prende per il cappuccio, lo scuote, si abbassa per guardarlo in faccia. Era morto!
— _Cr cr cr cr cr_.....
Il telefonista si rialza.
— Ma è così tutta la notte?
— Tutta la notte. Pronti! Va bene. Qui la tormenta fino a poco fa. Adesso si deve essere rasserenato. Sì, sì, sì..... Faremo verificare la linea appena sarà giorno. Ciao.
— _Cr cr cr cr cr cr cr cr cr cr cr cr_.
— Di’ un po’, e il colonnello, che ti pare?
— Quello è un uomo!
— Hai visto che occhi dolci in quella faccia dura come il legno?
Li tiene nel pugno tutti, dal primo all’ultimo, i suoi uomini, ufficiali e soldati! Quello che vuole vuole. Quando il tenente gli ha detto: “Signor colonnello, due alpini della compagnia che ha ricevuto il cambio, sono mezzo svenuti”, hai sentito lui? “Non è vero; nel mio battaglione non è mai svenuto un alpino, in vent’anni che ho di carriera”. Lui gli uomini li tiene su con una parola, con un’occhiata. Vedrai come li spazza gli austriaci, fra qualche giorno!
— Sì, ma io ho le ginocchia intormentite.
Una voce assonnata: — E se ve la finiste una buona volta? Non potreste provarvi a dormire, come facciamo noi?
— Ha ragione. Proviamo a dormire.
Ma piove sempre sull’impermeabile, e giù pel collo s’infiltra il freddo frizzante dell’alba. La stufa non borbotta più, ha consumato tutto il petrolio, si è spenta. Per fortuna, fuori comincia a schiarire. Con l’aria gelata scocca per le fessure la luce. L’interno della baracca s’illumina. Quella è la parete destinata alla cucina. I fornelli, i piatti, tegami e tegamini, uno zampone appeso allo spago. Là è una mensola con un par di occhiali gialli, una rivoltella nella busta di cuoio, un par di grappette fra alcuni oggetti di cancelleria, una macchina fotografica. A quest’altra parete, cappotti di pelliccia, passamontagne, mantelli impermeabili.....
Un colpo di cannone: un proietto che passa alto alto nella parabola sibilante. Un pezzo grosso!
_Cr cr cr cr cr cr cr._
— Pronti! Sì, ha sparato ora. No, è il..... Sopra i tremila metri! Scuoti il microfono. Pronti. È il pezzo postato sopra i tremila metri..... Va bene. Ti metto in comunicazione con la batteria.....
DON BIGOLIN
Aprile 1916.
_A Giorgio Bardanzellu._
Pare ci fosse un cappellano in un reggimento dei nostri molto avanzato in Valle Lagarina, il quale si chiamava don Bigolino. Anzi, più breve: don Bigolin.
Sulle labbra dei soldati, degli ufficiali e dell’altra gente del luogo, il nome o nomignolo che fosse sonava ogni volta al passare rapido rapido d’una tonaca, che veniva di chi sa dove, che andava chi sa dove, che si vedeva in varie ore del giorno un po’ dappertutto. In paese i ragazzi dicevano: “Ecco don Bigolin”. E la tonaca scantonava per le viuzze. Le donne che lavano i panni entro la vasca, alzavano il capo quando sentivano il _fru-fru_ del panno, e don Bigolin passava. Lungo la strada, dove sono i paletti con su scritto “passaggio battuto dall’artiglieria nemica”, anche di lì passava don Bigolin, di pieno giorno, col suo solito passetto affrettato, ma non per le parole scritte sul paletto. Più avanti, dove i territoriali lavorano, e ogni tanto, al fischio delle granate, si rimbucano entro le grotte, la tonaca di don Bigolin sventolava. Gli artiglieri inginocchiati attorno alla coda dei pezzi mascherati, tirando la cordicella per rispondere alle missive nemiche, vedevano con la punta dell’occhio il cappellano che batteva il sentiero scoperto, e procedeva oltre. Quando, molto più avanti, i camminamenti nostri scavati nella sabbia erano ancora stretti stretti, e bisognava in certi punti camminare di sbieco, i soldati con l’elmetto vedevano passare anche da quelle parti, rialzando con le mani la tonaca, l’irrequieto cappellano.
Più avanti ancora, dove i camminamenti sboccano nelle trincee e fra le corone dei sacchetti s’aprono le fenditure degli osservatori in cemento o quelle quadrate, in legno, le guardie che stanno all’agguato col fucile in pugno e le bombe allineate sulle mensole, all’altezza del petto, volgendosi si trovavano alle spalle don Bigolin. Nelle ore calme, come nei giorni più caldi, don Bigolin era sempre in giro di qua e di là, in un punto o nell’altro della zona, ed era sempre quella tonaca, sempre quel passetto rapido, sempre quella vocetta di saluto e di sorpresa, e, con quel suo essere dappertutto, pareva avesse del leggendario e del fantastico. Questi era don Bigolin.
Di qui venne che un cannoncino austriaco, che tirava sulle nostre posizioni da posizioni non precisate, e mandava i suoi colpi anche lui dappertutto, improvvisi anche quelli e senza conseguenze, come il _fru-fru_ della tonaca del cappellano, avesse dai soldati il nome di costui, e si chiamasse senz’altro, don Bigolin. Chi fu il primo a trasferire a un cannoncino il nome di un buon servo di Dio, non si sa, e non si saprà mai. Nulla è più misterioso della prima origine delle parole. Ora in Val Lagarina don Bigolin è nome comune: dal cannoncino austriaco che tira ora da un punto ora dall’altro, si è trasferito a più d’uno dei nostri che gli rispondono. Di dove precisamente, è un mistero profondo. Noi si vede dove arrivano, e non si deve cercare altro.
Ci sono dinanzi a Rovereto, dei pezzi che hanno ben altra importanza. Coni Zugna e Zugna Torta, — che a guisa di sperone, si spingono fra Val Lagarina e Vallarsa fin sulla bella città in mano al nemico, dividendo le due magnifiche strade che da Rovereto si partono per raggiungere l’una Verona e l’altra Vicenza — devono essere pieni di grossi calibri nostri, che dànno alla guerra d’assedio una maestà terribile e sonante. Non per nulla abbiamo cacciato gli austriaci di qui: credo bene per mettere qualcosa di grande nelle piazzole e negli appostamenti che essi s’erano preparati lassù. Ma accanto ai pezzi grossi, i nostri vari don Bigolin conservano il proprio ufficio particolare che assolvono con impegno.
Proprio su Mori, che noi ci siamo lasciati alle spalle per inoltrarci a monte dell’Adige, con un sistema di camminamenti, di trincee e reticolati, s’erge e strapiomba sul paesetto abbandonato il Biaena: una di quelle posizioni austriache che vi fanno pensare all’impossibilità di un’avanzata. Il monte su in vetta è forato, e i buchi delle cannoniere accennano dall’alto, giù dal regno delle nuvole. Più in basso, pei canalotti, lungo i costoni ora lisci ora scabri, per le schegge e i macigni, per i sentieri e i ripiani, s’abbarbicano le difese nemiche. S’appostano i tiratori, si snodano i camminamenti, si annidano altri pezzi, si stendono in brevi linee le trincee. Tutta questa roba ci pende sul capo, e dovrebbe impedirci di muovere un passo. Ebbene, laggiù in fondo alla valle, sulla riva del fiume, sotto quelle difese aeree che paiono appostamenti di cacciatori, che sono veri nidi di falchi, la nostra avanzata quasi tocca Rovereto. Quando il nemico tenta di disturbare i lavori, questo cannoncino, o quello va coi suoi colpi su per le rocce del Biaena, a scovare il disturbatore.
* * *
Da Mori si vede su pel Biaena un camminamento nemico; deve essere un modesto sentiero, dove passano le truppe loro che vanno e vengono da un tratto di trincea. Per coprire il passaggio, l’hanno coperto con una fila di graticci, di quelli che servono all’allevamento dei bachi. Un muretto di cannucce, giallognolo, leggero, che appena resiste al vento di montagna. Dietro quello schermo passano non veduti: ma don Bigolin sale a trovarli di quando in quando, e apre nel graticcio una falla. In altro punto un loro sentiero è mascherato da una cortina di frasche: e don Bigolin rovescia le frasche. Allora quelli s’indispettiscono e a loro volta tirano. La lite s’ingaggia fra i piccoli pezzi. Se non cessa intervengono i grossi.
Basta una fucilata a far nascere uno scompiglio. Una pallottola scatena una tempesta. La valle rintrona per ore di ululi e di boati, gli echi si sbattono da parete a parete, coprono il vasto profondo mormorìo del fiume, trasportano la guerra in fondo ai burroni, la sollevano ad altezze candide di nevi e di nubi. Alle batterie di Valle Lagarina fanno presto compagnia quelle di Vallarsa, e Rovereto e la sua bella conca sono in piena guerra d’assedio.
* * *
Dinanzi a Rovereto, come dinanzi a Gorizia, si è a poche centinaia di metri dai borghi. Sulle sponde dell’Adige e su quelle dell’Isonzo siamo risaliti a monte con quei lenti, prudenti passi che nella guerra moderna movono avanti agli stessi uomini le trincee. Fin dove giungono i campi, gli orti, le sparse propaggini dei suburbi, le prime case, siamo giunti noi strisciando, appiattandoci, sprofondando nei lunghi camminamenti tortuosi scavati nella terra o nella sabbia, sotto i bracci distesi dei filari, lungo le siepi di biancospino, fra le radici dei susini, dei peschi, dei meli.
Stratificazioni molli e profonde ha lasciate l’Adige súbito a valle di Rovereto. Un soffice giacimento di arena si è accumulato ai piedi delle montagne rocciose, dirupate, che si erigono come baluardi della difesa nemica. Sotto un velo di terriccio fertile, dato tutto alla vegetazione, si è trovato scavando questo strato di sabbia nel quale la nostra avanzata ha proceduto con lavori di approccio silenziosi.
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Chi venga qui dal fronte carsico, ha l’impressione quasi di un’altra guerra. Le sponde dell’Adige fin presso le linee nostre più avanzate, sono ricreative al paragone di quelle dell’Isonzo. Bel fiume è l’Adige e si svolge fra pareti di roccia e piani verdi come una vena azzurra che si disegni vigorosa in un bel corpo. L’Adige ha un aspetto di forza e di letizia insieme, e intona mille episodi idillici. La sua corrente non separa due nemici. Per lungo tratto è unicamente nostra, attraversa le nostre città, specchia i nostri villaggi, le rustiche case, i bei campi dove il lavoro ferve ininterrotto, e gira le alte nere ruote dei nostri mulini e degli orti.
Verso Rovereto, i colpi di cannone fioccano; ma non si trovano le rovine dei paesi che l’Isonzo costeggia o bagna. Qualche casa scoperchiata, un muro sforacchiato da un finestrone rotondo, irregolare, il cornicione d’un campanile sfrangiato, qualche fossa orlata di terra nera, smossa di recente e che s’apre lungo i sentieri o in mezzo all’abbandono dei campi. Sono i segni della guerra, ma non della devastazione, dello spopolamento, del terrore. La popolazione rimane ad abitare le case, a lavorare i campi, ad accudire alle proprie faccende. Sono bambini che giocano, donne che lavano curve su una vasca o vanno alla fontana col carico dei bei secchioni di rame lucente. Sono contadini che menano il carro coll’unico bove aggiogato fra le due stanghe che si riuniscono sul davanti a punta di timone. Tutta questa gente è sotto il tiro, vive nel pericolo, e non ci bada. La guerra passa loro accanto, ma non li caccia e non li schiaccia. Traversano i passaggi comunemente colpiti, rimangono lunghe ore in zone scoperte, non si dànno pensiero di quel che accade.
Questo è anche un effetto della montagna. La pianura è terribile perchè ogni suo punto può essere individuato, bersagliato, colpito. I monti hanno dei fianchi scoscesi, anfrattuosi; hanno una fronte ma anche una schiena, hanno delle rughe profonde, una vegetazione folta, un rivestimento denso; hanno mille angoli morti, nei quali si annida la pace, il placido idillio dell’erba col ruscello, della cascatella col musco, della zolla col sole. Le gole rombano, riecheggiano al tuono delle artiglierie, ma la montagna mormora e sospira da tanti piccoli angoli calmi, che empie solo il mormorio dell’acqua cadente, il borbottio della roggia e del canaletto, lo strepito lene, uguale, monotono della fontana.
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La conquista di Coni Zugna e di Zugna Torta è stata per noi di un valore inestimabile. Ci ha permesso di andare innanzi in Valle Lagarina, lungo l’Adige, e contemporaneamente in Vallarsa, per le due strade alle quali accennammo, che muovono da Verona e da Vicenza e convergono a Rovereto. In Vallarsa siamo passati proprio sotto l’immenso forte del Pozzacchio, che è tutta una montagna scavata a fortezza; gli austriaci ne volevano fare una porta chiusa per sempre a noi; non sono riusciti a fornirla a tempo di truppe e di cannoni. Don Bigolin ci avrebbe aiutato poco da quella parte, se il Pozzacchio fosse stato pronto nel maggio del 1915!
Chi da Valle Lagarina passi in Vallarsa e salga a visitare i lavori interrotti sul grosso cocuzzolo del monte, che doveva difendere Rovereto sbarrando la rotabile che porta da Vicenza e da Schio per il pian delle Fugazze, resta attonito dinanzi alla enormità del disegno, alla maestosa potenza di quell’abbozzo di forte. Una intera montagna è stata scavata per annidarci le più potenti artiglierie di cui l’Austria dispone. Chi ha visto a Siracusa le Latomie può farsi un’idea dell’immensità di quest’opera, nelle cui grotte ampie, ciclopiche, lugubri come catacombe si sarebbero facilmente adunate provviste inesauribili di proiettili di maggiori calibri, capaci di sostenere una guerra senza limiti di tempo. Il Pozzacchio doveva essere un caposaldo della difesa delle terre italiane aggiogate all’Impero. Così com’è rimasto a mezzo deve essere costato milioni.
La fortezza immane è in nostro possesso, e le nostre truppe l’hanno sorpassata di parecchi chilometri. Anche da quella parte esse stringono Rovereto dappresso, con opere d’approccio che il nemico vede ogni mese crescersi sotto gli occhi.
La sua rabbia deve essere stata grande, se proprio in questo settore ha creduto di dover sperperare contro di noi una cinquantina di colpi di quell’unico pezzo da 420 che esso abbia finora rivelato lungo tutta la linea del fronte. Povero pezzo, deve essere ormai fuori uso. E doveva essere malandato quando intraprese il compito vano, se quasi tutti i proiettili che lanciò caddero senza esplodere, sulla viva roccia. Ne abbiamo veduto uno in una sella di monte, lungo, lucido, rossastro, rimasto lì sugli scogli come un cetaceo arenato. Pieno di polvere e di spocchia, grottesco, nella sua fine, più innocuo assai di un piccolo don Bigolin che sentivamo correre in aria mentre eravamo chini a guardarlo.
AUTOCARRI
Maggio 1916.
_A Gino Piva._
Improvviso, verso sera, era giunto l’ordine di tenersi pronti alla partenza. Per dove, si ignorava, ma chi pensò all’Albania e chi disse: “Ci mandano nel Trentino”. I comunicati cominciavano a dare notizie dei primi movimenti dell’offensiva; qualche cosa di grosso stava per accadere lassù; eravamo al principio di una nuova fase della guerra. Benchè fosse recente l’episodio di Monfalcone, dove gli austriaci avevano tentato di rovesciare le nostre difese per infiltrarsi nel paese e prenderci alle spalle, ed erano stati trattenuti e poi ributtati in mischie sanguinose da ondate di fantaccini e di bersaglieri; benchè da qualche giorno, su tutta la linea del Carso, dalla groppa di Sei Busi alle cime del S. Michele, e contro il Podgora e il Sabotino e giù nell’imbuto di Plava, le artiglierie nemiche scaraventassero tempeste di proiettili, che pareva preludessero ad un generale attacco; — pure si cominciava a sentire che il fronte vero si spostava dall’Isonzo verso le valli del lontano saliente trentino. I più pensavano che si sarebbe corsi là a far argine contro la nuova pressione.
Si trattava di alcune sezioni di autocarri, che fino allora avevano fatto servizio un po’ qua, un po’ là sull’Isonzo, raccolte in uno dei tanti parchi automobilistici organizzati su quel fronte. Come in Francia, alla Marna e a Verdun, si operava la mobilitazione dei motori, una delle più interessanti della guerra moderna.
E per alcune ore il reparto fu tutto in movimento. Forse, dal principio della guerra non s’era più veduta una cosa simile. Si stava proprio costituendo un fronte nuovo e pareva d’essere nel maggio dell’anno avanti, in quel movimento grandioso e folto, in quella novità di notizie e di ordini, in quella viva e pungente incertezza del domani che sbriglia le fantasie ed eccita i sentimenti, come fa sempre la guerra quando è di movimento e di avventura, e serba agli uomini l’allettamento dell’ignoto e della sorpresa.
Conduttori e meccanici che da mesi e mesi facevano sempre, su per giù, la stessa vita misurata alle esigenze d’uno stesso servizio, benchè avessero finito la loro giornata, si preparavano allegri a una partenza che li avrebbe condotti chi sa dove per altre strade, in settori diversi. Sotto le tettoie era un andare e venire di macchine e di uomini: chi insaccava la propria roba, chi veniva dall’avere disdetto la propria stanza, chi provvedeva al completo rifornimento; sotto i cofani sollevati si ripassavano i carburatori o le candele, per terra erano latte di benzina, di olii, di grassi, cumuli di copertoni vecchi e nuovi, pacchi di camere d’aria, pezzi di ricambio, cassette spalancate che lasciavano vedere gli arnesi meccanici, i martelli, le chiavi, le leve. Nei magazzini, in mezzo all’abbondanza strepitosa d’ogni cosa, si eseguivano i necessari prelevamenti, con quella furia un po’ materiale ch’hanno sempre i conduttori delle grosse macchine, e che la fretta del momento moltiplicava.
Verso le otto, la colonna cominciò a formarsi lungo la strada nell’ordine regolamentare. Man mano che le macchine erano pronte, uscivano dal parco, si raccoglievano a sezione, l’una dietro l’altra, ogni sezione al comando del proprio ufficiale. Alle otto e mezzo il comandante del reparto passò in rassegna le vetture e comunicò il luogo di destinazione. Si doveva andare verso Padova.
I conduttori erano al volante, i meccanici girarono le manovelle, i motori s’accesero con un lungo rispondersi di scoppi: parve lungo la strada una enorme esplosione, e al fischio di segnale le vetture di testa si mossero, e le altre dietro, prendendo subito le distanze. Il lungo treno s’allontanò nel polverone.
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Lasciavano, non senza una punta di nostalgia — cominciavano a sentirla ora che se ne allontanavano — il fronte nel quale avevano fatto servizio, chi da qualche mese e chi dal principio della guerra. Erano fra essi alcuni partiti da Bologna proprio un anno prima: e avevano fatto