parte di
Fano, erano andati giù allo stabilimento e alla spiaggia, per vedere lo spettacolo, e quando videro le navi venire, via tutti a corsa, chi a chiudersi nelle cantine, chi a prendere la campagna. E _buumm_ _buumm_ anche su loro, ma non ci sono state disgrazie. Con la ferrovia lì sul mare, non sono stati buoni a romperla! Io dico che fanno per spaventare la gente. Ma da noi c’erano le mura piene di uomini e di donne e di ragazzi che guardavano coi cannocchiali!
Sempre sulle mura sono gli osservatori, i padroni delle barche, i pescivendoli, gli sfaccendati, i quali coi gomiti appoggiati al muricciolo, cercano sul mare le imbarcazioni: le conoscono a una a una, ai colori della velatura, sanno vita e miracoli di ogni equipaggio, affari di famiglia, gli amori, i fidanzamenti, i matrimoni, le disgrazie, i guadagni, tutto sanno. E là su in alto chiacchierano come i vecchioni di Ilio, mentre le paranze arano il mare, e combattono con le onde e con il vento.
— Adesso — riprende Guideo — è venuto l’ordine di non più star fuori la notte: si esce all’alba e si rientra al calare del sole.
— Guideo, un sigaro?
Ringraziò, prese il sigaro, lo ripose nella tasca della giacchetta.
— Lo fumo dopo colazione. Adesso salpiamo.
E diede la voce a quelli che erano sotto.
Recarono su la sfogliara, legarono con la sciagola il fondo del sacco, e messo il timone all’orza, gittarono in acqua le maglie, a bracciate.
Si vide la rete nera stendersi, allungarsi, nuotare a guisa di pesce, con la larga bocca triangolare spalancata, con la coda guizzante, e man mano che le si dava la corda dilungava da noi, e affondava nell’acqua chiara. Finchè non se ne vide che l’ombra, poi più nulla: la fune fu lasciata correre fuori del bordo e _Il Risorgimento_ riprese l’andatura sua tranquilla, sotto il vento che rinforzava.
Anche gli altri avevano gittato la rete, e la flottiglia sparsa sul mare procedeva più lenta. Ora i battelli sarchiavano il fondo del mare.
* * *
Tutti gli uomini tornarono sotto, fuori che Andrea e Remigio. Remigio aveva preso il posto di Guideo, alla barra, e parlava della guerra.
Aveva avuto un nipote sull’_Amalfi_, che s’era salvato a nuoto, e adesso l’avevano mandato al fronte sull’Isonzo, con le batterie di marina. Dopo l’affondamento dell’incrociatore, Remigio aveva avuto una lettera dal nipote, in cui diceva che la vita era salva. Ma un altro di Fano, che aveva un figlio sulla nave, era andato a Venezia ed era tornato recando le notizie dei compaesani e i saluti alle famiglie. Tutti stavano bene.
Parlava della guerra con la calma di un uomo di mare, che quasi non conosce il valore del tempo, che sa attendere, che non ha fretta. Parlava della guerra come un povero uomo del popolo, che sa di non capir nulla delle cose che si fanno tanto lontano da lui. Non era mai stato soldato sulle nostre navi; ma aveva sotto le armi una quantità di nipoti e di figli, che gli avevano lasciato in custodia le loro famiglie.
— Quanti anni avete, Remigio?
— Ho cinquantott’anni sulla vita mia, e un mucchio di ragazzi da mantenere. Quello è uno, vede? È il figlio di una mia figlia. Gli fa male il mare.
Il ragazzo stava accucciato sulle tavole, con la faccia sugli avambracci, a pancia sotto, e non si moveva: come fosse inchiodato nel sonno.
— I guadagni son pochi: e mangiare bisogna mangiare. Finchè c’è la salute, si va avanti, ma babbo ha da pensare a tutti.
Il babbo era lui: babbo dei babbi, che aveva cinquantotto anni “sulla vita sua”.
— Con questa vita faticata, li portate bene.
— Si fa adesso un po’ di vita faticata, che siamo pescatori: prima della guerra si navigava. Caricavamo legname. Tutti i porti di là erano nostri: da Monfalcone a Trieste, a Zara, a Corfù. Tante volte ci siamo stati. Adesso s’è disarmata la barca grande e abbiamo preso in cinque questo barchetto, tanto per campare. Ma di giorno si pesca poco; al largo non si può uscire; in capo alla settimana ci spartiamo qualche decina di lire.
Tacque, l’occhio rivolto alla prora. Ci passava dinanzi tagliandoci la strada il barchetto di Sbroccaseppie, vele rosse coi trezzi bianchi. Sulla coperta non c’era che il timoniere: alto, diritto, i gomiti appoggiati alla grossa barra:
— Oooh!
— Oooh!
Si passavano la voce da un legno all’altro, e ognuno continuava pel suo cammino.
Il sole era alto nel cielo; diffondeva sul mare una sonnolenza greve, cullata dallo sciabordare delle onde contro i fianchi neri del legno.
Di sotto le palpebre socchiuse vedevo Andrea che rattoppava la rete della sfogliara piccola: il lungo ago di legno entrava e usciva di tra le maglie colorate in rosso rugginoso.
Verso le undici ci mettemmo contro vento per fare la prima mano. Avevamo pescato una cesta di sfoglie e di roscioli.
Guideo tirò fuori il coltello e preparò il brodetto. S’erano portati con noi due fiaschi di vino e mangiammo con poche parole, all’ombra della maestra.
* * *
Ora Guideo s’era rimesso al timone, mentre il vento rinforzato trascinava il barchetto e le due sfogliare. Gli altri erano scesi a fare la dormita lunga sui ranci di sotto coperta, dopo il pasto. Accanto al pilota era rimasto Remigio, con la pipa in bocca.
E Guideo, messo un po’ su dal vino, canticchiava: Bella Fiume e bel Trieste.
Anche lui conosceva i porti di là dal mare: anzi, lui meglio degli altri, benchè fosse più giovane, ch’era parone. E aveva nella sua cabina la “geografia”.
Voleva dire l’atlante, le carte di navigazione.
C’era stato tante volte di là, presso quelle “ostie di slavi e di tedeschi” con la sua barca vagabonda.
Conosceva i nostri nemici, perchè li aveva veduti sulle calate e nelle osterie, li aveva incontrati per le strade di Trieste e per le isole dalmate. Aveva assistito alle risse fra loro e i nostri.
— Bisogna vincere, adesso, se no sarebbe il caso di non farsi mai più vedere di là!
— È una questione d’onore — dice Remigio.
— A me pare una questione di vita — corresse Guideo. — Se non si vince siamo morti.
— Hanno da morire loro, hanno.
— Questo è sicuro. Ma hanno tutti quei buchi di là, che ci dànno da fare.
— Quali buchi, Guideo?
— I buchi, no? Non è tutta buchi la marina loro? Si nascondono come la grancelle attorno agli scogli. Noi altri abbiamo tutta la marina aperta, ma non fa niente. Verrà il giorno che li cacciamo anche da Pola.
— Se ha da venire! — disse Remigio. — Avessi da andare anch’io, avessi: e poi non m’importerebbe niente andare a fondo, viva la Madonna! Tanto per quattro giorni che s’ha da vivere..... Per correre il pericolo di morire in America, è meglio morire qui!
— Siete stato in America, Remigio?
— Quando ero giovane. Ci ho quasi lasciato la vita per le febbri: e una volta ci lasciavo i quattrini, ch’era peggio. Mi fecero prendere una sbornia in un’osteria, avevo cento scudi in tasca, e me li son trovati la mattina dopo tutti acciaccati: ho avuto tanta paura che sono andato subito alla posta e li ho spediti a casa.
Era il tipo del nostro emigrante, che lavora e s’arrapina e fa la fame, ma mette insieme il suo gruzzolo col quale torna in patria, e si fabbrica la piccola casa sulla spiaggia del mare, o si fa fare un barchetto per navigare.
Era anche uomo di lettere. A forza di leggerla aveva ormai tutta nella mente la “Storia dei Reali di Francia”.
— Remigio, raccontate un po’.
— Cosa vuol che racconti io, lei la saprà meglio di me.
Io no, non la potevo sapere meglio di lui. E lo lasciai raccontare. Parlava di Fioravanti e di Carlo, diceva che allora si combatteva solo ad armi bianche.
Ma Guideo, scettico, rideva ogni tanto. Non abboccava a quelle favole.
— Adesso — diceva Remigio — non si crede più a niente. Una volta eravamo più stupidi. Lasciamo andare.....
Guideo lo incitava:
— E bada a contare, bada.
— A vedervi ridere, mi vien da ridere, come ho da fare? Basta, allora, Fioravanti, seppe che c’era un gran torneo per trovar marito alla figlia del re.....
* * *
Calava il vento, era l’ora che le barche riprendono la strada del porto. La terra sfumava laggiù in contorni vaghi, con molto rosso di sole calante. Il mare s’era fatto mosso: un mare lungo, con onde che venivano al galoppo e _Il Risorgimento_ con le sfogliare legate rullava, con lo scroscio del suo legname pesante.
Gli altri cominciavano a salpare, salpava _Mamulòn_, il _Biagiolo_, _Lipin_, più vicini a noi. Salpammo anche noi, lasciata la prora al vento.
C’impromettevamo una pesca bella; il vento avendo tirato forte fin dalla mattina.
Ma Guideo:
— Ragazzi; siamo andati! I _dulfin_!
Cercammo sul mare i grossi bestioni che tengono dietro alle reti per bucarle e divorare il pesce.
— Eccone uno.....
— Due.....
— Quattro.
Eravamo inseguiti da un branco. Erano a tiro di voce dalla nostra barca, ma non si scomponevano, venivano dietro senza paura.
A uno a uno, a due a due uscivano con l’arco della schiena dall’acqua, si rituffavano col testone nero, a capofitto, s’immergevano veloci come siluri, scomparivano, per ridar fuori di lì a poco con un soffione e una capriola. Andavano al fondo a bucare il sacco e parevano tornare su per inaffiare la bocca con uno sbruffo di schiuma. Le loro groppe nere si paravano come un bersaglio, a poca distanza. Ci inseguirono fin che le reti non furono ritirate, poi scomparvero.
E noi, quando tirammo su i sacchi, trovammo due enormi strappi e tra un mucchio di fango qualche libra di pesce.
— Ecco la giornata nostra — disse Guideo, allargando le braccia. — Anche i delfini ci fanno la guerra.
Lasciata agli altri la cura di lavare e spogliare il poco pesce, afferrò la barra per imboccare il porto.
UN DOTTORE
Settembre 1915.
_A mio zio Giovanni._
S’era laureato a Modena nella sessione di maggio; subito era stato chiamato al Distretto come sottotenente della Sanità. Non aveva ancora fatto il dottore, e non aveva mai fatto il soldato: entro le ventiquattr’ore dovette equipaggiarsi e partire pel fronte.
Bene, si parte! Lo accompagnammo nei giri per i negozi: la divisa, la sciabola (la rivoltella l’aveva: un vecchio macchinone che arrugginiva in casa entro un armadio), i gambali, la cassetta; non ricordo quante altre cosucce. (Ah, gli stivali: grossi, morbidi, gialli, con le lunghe stringhe rotonde, di cuoio, il suolo imbullettato, stridente, sonante sulle mattonelle rosse del negozio). A me non sarebbe bastata una settimana, a mettere insieme il corredo. Io sono un buono a nulla in queste occorrenze. Egli provvide a tutto rapidamente, ordinatamente con quel fruttuoso genio dell’organizzazione, che rende così notevole un uomo per tante altre parti comune. E che è, sovente, fondato su qualità di osservazione diretta e precisa, che pochi hanno.
Il nostro Enrico le ha. Non molte parole, immaginazione anche meno, niente poesia; ma Enrico osserva. Ha certi occhi di miope, cauti insistenti che non lasciano le cose se non dopo averne portato via i contorni. Vorrei avere io una retina sulla quale gli oggetti restassero incisi così a fondo. Gli stanno disegnati nella memoria per anni e anni, per sempre.
Glielo ho detto tante volte: Se tu avessi ingegno letterario, potresti fare lo scrittore. Ma alla licenza liceale fu bocciato in italiano.
Non importa. Il fatto è che in maggio prese la laurea; e partì con un battaglione per la guerra.
— Vedete come tutto s’accomoda — dicemmo noi. Ci siamo tante volte preoccupati di lui e del suo avvenire. Quando avrà presa la laurea, che farà Ernesto? Concorrerà a una condotta di campagna, e andrà a seppellirsi fra i monti? Ci siamo presi fastidio per nulla. Ecco che dalla mattina alla sera egli è a posto.
Dio mio, non che fosse un ufficiale brillante. Gli ufficiali brillanti vanno bene in tempo di pace (nei salotti, nelle sale da ballo, nei concorsi ippici). In tempo di guerra ci vogliono anche i buoni borghesi, i borghesi solidi, quadrati, massicci, che non hanno nulla di brillante e di “militare”, e che rappresentano così bene la nazione che combatte, che coopera, sotto il panno grigio dell’esercito, sotto le mostrine innumerevoli delle varie armi. Il nostro esercito che combatte è quasi tutto così.
Il nostro Enrico è in un reggimento di fanteria, di una classe di richiamati. Fino alla vigilia erano borghesi anche i suoi soldati. Quando partirono, i portaferiti erano forse meno allenati del loro sottotenente alle fatiche del campo. Erano tutti vestiti allo stesso modo, ecco l’importante. Tutti con lo stesso zaino, lo stesso fucile, la stessa mantellina, e lo stesso numero di reggimento sul davanti del berretto. Erano “quelli del 161”: un bel numero progressivo, che fa pensare a una distesa massa di uomini, a una spianata immensa, su cui brulichino centinaia di migliaia di uomini incolonnati. La terra scompare sotto la marea d’armi e d’armati.
Il dottore ha buona gamba. Da quattro anni è della _Sucai_; ha fatto tre campi in alta montagna; è cittadino emerito di tre Tendopoli. S’intende di gite in montagna, di vita in montagna, di tende e di cucina, di sacchi e di zaini, di piccozze, un poco anche di sci.
E il suo reggimento partì proprio per l’alta montagna.
Dunque:
Studente — sucaino; dottore — ufficiale.
Sano. Robusto. Buono, cordiale. Servizievole. Paziente. Senza nervi.
Piemontese.
No, non faceva “un brillante ufficiale”. Ma molto di più.
* * *
Ora sono passati quattro mesi. Durante i quali ci ha scritto più volte la settimana, lettere e cartoline. Cara mamma, care sorelle, caro Luigi. Ne abbiamo un pacchetto, di sua corrispondenza. Come oggi tutti ne hanno in famiglia. La mattina, la prima cosa che si chiede al postino è la lettera dal fronte. E si sta bene tutto il giorno. Si legge e si rilegge, se ne parla, si commenta.
Ognuno segue il suo caro, lontano. Lo si pensa e lo si vede. Lo si colloca con l’immaginazione in un paesaggio, che è poi tutto di nostra invenzione; in una cameretta così e così, fabbricata da noi, con la finestra che guarda su un prato, su una strada, su un fiume, verso una montagna; o sotto una tenda, in un bosco di pini, o di faggi, o di abeti, o tra i macigni, in mezzo alle rupi, sul dente di una cresta, in mezzo alle altre tende, vicino ai carriaggi, non lontano dai muli; e più oltre un parco d’artiglieria, e una staccionata pei buoi della sussistenza.
Ogni lettera che arriva di lassù, reca qualche particolare, che si aggiunge ai precedenti: e compie il quadro. Un quadro che si finisce col vedere quasi con gli occhi della fronte: tanto ci si fissa; tanto ci si pensa di giorno e di notte, a occhi chiusi, non meno che a occhi aperti.
* * *
I primi giorni, era l’avanzata. Andavano a cercarsi il proprio posto. Si ricevevano cartoline più che lettere; non c’era tempo per scrivere a lungo; le cose erano un po’ sottosopra. Tutto era nuovo, le abitudini, la compagnia, i doveri del servizio. Un po’ di smarrimento, un po’ di stanchezza.
Quello che più mi piaceva nelle sue lettere era l’assenza di idee. L’uomo che non pensava che al suo posto, al suo mestiere, alle piccole cose che riguardavano proprio lui, alla sciabola che era forse inutile, alle scarpe che facevano un po’ male, a qualche lieve incidente. Era proprio l’uomo senza crisi, senza impazienze e preoccupazioni e anche senza facili ebbrezze: semplice, queto, e parco di emozioni; direi economico. Ma appunto per questo, buono alla guerra, alla guerra lenta, lunga, che in molti consuma prima ancora lo spirito che il corpo.
Tutta la sua cura era nel mettersi a posto, nel divenire un piccolo dente dell’enorme ingranaggio. “Mi sto ingranando, scriveva, e non mi riesce difficile. Anche in guerra si è uomini come in pace. E io sono un dottore, al seguito di qualche centinaio di clienti. La mattina passo la visita, vedo qualche lingua sporca, distribuisco qualche pozione di olio di ricino. Come vedi, comincia bene”.
Di tappa in tappa egli, con i suoi uomini e le carrette, seguiva il battaglione. Una notte si persero. Il battaglione era andato avanti, il dottore doveva raggiungerlo. A un bivio dovevano esserci le segnalazioni, e non c’erano. Si fa un piccolo _alt_, e si tiene consiglio. La notte è buia, si staccano le lanterne dai carri, si esplora la massicciata, prima a destra, poi a sinistra, per sorprendere le peste del reggimento. Ma c’erano segni di un passaggio recente da una parte e dall’altra. Si chiama ad alta voce: Olà sentinella! Nessuno risponde. Intorno non c’era che buio denso, che pareva appiccicato come una vernice nera e spessa a tutte le cose, ai fossi, alle siepi, ai campi, alla terra, al cielo. Un buio che empiva la notte, come il vano di una grotta, e teneva fermi quei dieci o dodici uomini, accanto alle carrette: fermi come i cavalli, che pareva si fossero addormentati. Adesso che la strada non li guidava più, qualcuno s’era seduto per terra, attendeva la decisione dagli altri, contento che non ci fosse più un comando, perchè non c’era la possibilità di un comando.
(Erano i primi giorni di guerra; molti soldati ancora pigri; qualcuno pieno di malavoglia, di disinteressamento, con un po’ di egoismo, con un po’ di piccola cattiveria. Non gli dispiaceva vedere il superiore nell’imbarazzo; non gli dispiaceva non aver trovata la sentinella al suo posto. Un esercito è una macchina, di proporzioni enormi. Ci vuole, a metterla in moto, qualche po’ di tempo. Poi tutto cammina).
E il dottore disse:
— Chi di voi vuole andare per quella strada, a vedere, a domandare? Ci dovrebbe essere qualche sentinella più su.
Nel gruppetto intorno all’ufficiale tre o quattro si guardarono in faccia senza parlare. Il sottotenente capì che nessuno aveva voglia. Avrebbe potuto dare un ordine, non lo diede. Disse:
— Staccatemi un cavallo, vado io.
Glielo sciolsero dalle stanghe, lasciandogli in dosso tutti i finimenti.
L’ufficiale saltò sulla groppa, impugnò le redini, si volse per dire:
— Non movetevi finchè non sarò tornato.
E partì per una delle due strade, nel buio, solo, al trotto.
E andò, andò, senza incontrare nessuno, sempre salendo la costa di un monte, senza sapere dove riuscisse la strada.
Trottò per più di mezz’ora. Poi per un’altra mezz’ora. Gli venne il dubbio di avere perfino passato il confine. Ogni tanto portava le mani all’anca destra: la busta della rivoltella gli dava una sensazione gradevole nel buio tutto uguale, e avanti ancora. Finalmente, un: Alto là! Chi va là! — Ufficiale. — Che ufficiale? — Ufficiale della Sanità, italiano. — La parola d’ordine. — Mi sono perso. Dove siamo? — Al forte di..... — Ebbene, ho sbagliato strada. Conducimi al forte. Era salito al forte, dove fu accolto con sorpresa, e un ufficiale gli spiegò dinanzi agli occhi una carta. Era l’altra strada che doveva prendere. Risero, sturarono una bottiglia, e poi di nuovo in groppa, e giù verso il crocicchio.
Aveva trovato i suoi soldati pieni di ansia. Avevano temuto per lui, l’avevano immaginato prigioniero, dopo due ore di attesa. Il fatto è che avevano ammirato il suo coraggio, si vergognavano, adesso, di non essere andati loro, di non averlo accompagnato.
“Un’altra volta non mi lasceranno andare solo — ci scriveva nella lettera in cui narrava l’avventura. — Per questa, mi basta di aver loro dato una lezione, senza bisogno di sgridarli”.
Da allora i soldati cominciarono a volergli bene, a sentirsi legati a lui, a capire che in guerra bisogna stare insieme, essere d’accordo, sentirsi tutti uniti, aiutarsi sempre. Come, del resto, in qualunque occorrenza difficile della vita.
* * *
In luglio andai a trovarlo. Quando giunsi al paese dove il battaglione doveva essere accantonato, seppi che questo era partito da mezz’ora per una località più avanzata, che a me non era possibile raggiungere. Dovevo dunque rinunziare a vederlo. Tuttavia provai a spedirgli un biglietto, per un ciclista che pedalava verso quelle parti. Lo avvertivo che l’avrei atteso ad Asiago fino a sera. Gironzolai per il paese tutto il giorno, m’imbattei in parecchi conoscenti ed amici, coi quali si parlò di tante cose, e anche di lui. Poichè tutti lo conoscevano, di nome e di persona e di fama: il dottore del battaglione, allegro, servizievole, bonario, che si prestava a tutto, e non diceva no a nessuno: che aveva fatto perfino l’ufficiale di mensa. E verso sera lo vidi venir giù per la bella strada bianca, inforcato sulla bicicletta; gli tesi le braccia, ci scambiammo due baci, come fratelli.
E quella notte non si dormì. All’alba egli doveva essere di ritorno, io dovevo ripartire.
Domande e domande, una dopo l’altra: con una curiosità di notizie, di impressioni, che pareva una sete; ed egli mi dissetava. Parlava, come suo costume, lento e un po’ monotono, senza scatti, senza vivacità; calmo, continuo, inesauribile, sicuro, preciso, pieno di cose, di fatti, di osservazioni, quasi senza giudizi, senza personalità, ma di quel che diceva ci si fidava, perchè non era un intellettuale, nè un che cedesse alle impressioni sùbite, ma un ragazzo senza nervi, che guardava gli uomini come avrebbe guardato le cose, che guardava i morti in faccia come guardava i vivi, senza impallidire. Quando si sono sezionati, sulla tavola anatomica centinaia di cadaveri, centinaia di “pezzi”, si fa un’anima buona a tutte le circostanze, anche alle peggiori: si sa che alla morte bisogna arrivarci, e che più in là della morte non si va. La cosa è diventata semplice, e senza sorpresa.
Non era ancora stato in trincea: non poteva dire che cosa è la guerra per chi combatte; ma raccontava la guerra di chi si prepara, di chi si allena, gli episodi della vita di accantonamento, i fatterelli della mensa, le caratteristiche dei compagni, le parole e l’anima dei soldati, la vita sotto la tenda, la sua preparazione al grave compito che lo attendeva, parlava dei mezzi che aveva a propria disposizione come dottore, dei portaferiti, delle barelle, dei medicinali, dei rifornimenti e d’altre cose; ma solo di quelle che aveva vedute lui, che erano la sua esperienza di due mesi.
Io cercavo di capire se la vita militare l’avesse mutato: e in che cosa l’avesse mutato. Lo ritrovavo sempre uguale, sempre lui. Solo che la sua opera pratica s’era organizzata, ora, intorno a un dovere, a uno scopo, a un fine: ed egli era un uomo utile, era la