Chapter 6 of 9 · 1783 words · ~9 min read

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tutte le batterie per accrescere i guasti, per rovinare tratti di trincea che visibilmente non avevano sofferto danni, e camminamenti non demoliti. Controbattuto violentemente dalle artiglierie nemiche, il nostro fuoco ottenne risultati che allora parvero buoni. Ma l’attacco fu rimandato al seguente giorno, sia per meglio stordire il nemico, sia per agevolare alle nostre truppe il còmpito che appariva arduo. Restava inteso che per l’ora stabilita l’attacco delle fanterie si sarebbe sferrato d’improvviso, simultaneamente, con la violenza necessaria al raggiungimento degli obbiettivi designati, ch’erano il villaggio e il fortino di Globna, il vallone di Paljevo, le case di Zagora.

Quanto all’obbiettivo ultimo esso era molto più vasto. Già si combatteva per la caduta della testa di ponte di Gorizia.

Un nostro battaglione avrebbe dunque operato contro Globna, defilandosi per i greti della riva sinistra dell’Isonzo, a ridosso delle falde basse del costone che scende da quota 363, mentre un altro battaglione alla destra del primo avrebbe dovuto impegnarsi in un’azione dimostrativa, traendo profitto dalle asperità del terreno per molestare il nemico calante alla difesa di Globna, con ogni mezzo in suo potere, cioè tiro di fucileria, lancio di bombe, e magari anche di pietre.

S’era provveduto a far venire truppe di rincalzo, quante se ne potevano ammassare senza ingombro nella conca tutta battuta del vallone di Plava. Uomini freschi erano giunti quella notte stessa sul 21: e s’erano fatti marciare per reparti molto distanziati, in gran silenzio: e alla mezzanotte erano all’addiaccio. La colonna non aveva recato altri impedimenti che i muletti porta-cucine, i muletti porta-cartucce, e i muletti con doppia ghirba per il trasporto dell’acqua.

Il tempo era incerto, ma non minaccioso. Il terreno piuttosto pesante, ma non tale da ostacolare le operazioni. I ponti sull’Isonzo reggevano.

* * *

Il 21 ottobre, alle undici antimeridiane, s’iniziò, come era convenuto, l’attacco generale delle fanterie. Fino all’ultimo minuto il cannone aveva scrosciato sulle difese nemiche e sulle retrovie, con boati assordanti, infernali, con tiri di sconvolgimento, di intimidamento, di interdizione. Piccoli incendi s’erano svegliati qua e là, da ambedue le parti, sotto la violenza dei due fuochi. Sulle rocce tronchi di piante smozzicati, bruciacchiati, neri, fumigavano come torce. Volute pigre di fumo si levavano dai boschi radi; vampate improvvise giganteggiavano da mucchi di rami abbattuti a terra, o sparsi qua e là come dalla furia dirompitrice di un uragano. Un incendio prestamente represso s’era sviluppato in una delle case di Zagora. In alcuni elementi di trincee nemiche avevano preso fuoco brevi tratti di copertura: i frasconi secchi bruciavano, con un lingueggiare di fiamme pallide nella luce diffusa del mattino. Nei pochi attimi di silenzio che seguirono l’alt del nostro fuoco, prima che cominciasse l’irruzione dalle trincee, s’udirono nitidamente gli schianti secchi, sonori dei tavoloni, spaccati dal calore. Qualche breccia nei muriccioli del nemico era stata aperta. Si intravedeva per gli squarci rotondi l’interno di un rifugio, in un accumulamento nuovo, confuso, di pietre, di tavole, di sacchetti sventrati. Ma non il cappotto di un nemico appariva, non una faccia, non una canna di fucile puntato.

I nostri che durante il bombardamento avevano lasciato pochi uomini di guardia nelle avanzatissime trincee, si rispinsero subito avanti, in ordine e silenzio, per l’attacco immediato; si affollarono ai varchi aperti appositamente, ne aprirono altri, spingendo fuori i sacchetti con le punte delle baionette innastate, levando le pietre con le mani, facendole rotolare coi calci dei fucili, con le grosse punte delle scarpe.

Già nella notte squadre di audaci, muniti di corde a miccia o di sigari accesi, e di scudi, e di elmetti, senza zaini, con i soli viveri per la mattinata, avevano eseguito rapide sortite fin sotto i reticolati, lanciato le bombe, fatto brillare tubi di gelatina e tentato il taglio dei fili. Cautamente erano rientrati. Ora doveva erompere la prima ondata, sparsa, leggera, rapida, guidata da pochi graduati o sottotenenti, che si dovevano buttare ai varchi, allargarli, e fare la strada ai sopravvenienti. I comandanti di battaglione tenevano l’occhio alle sfere degli orologi a polso.

Erano gli ultimi istanti, nei quali lo spettacolo tutto intorno, fuori delle trincee, non aveva ancora nulla di tragico. Le trincee da conquistare erano a pochi passi, pareva che ci si sarebbe arrivati di un balzo: a Globna coperti dal ciglione roccioso e terroso, nel vallone di Paljevo procedendo tra due pareti di petrame, quasi come in un camminamento largo; verso Zagora saltando di terrazza in terrazza, traendo profitto dal terreno piantato a vigna, digradante verso noi ad alti scalini, ognuno dei quali offriva un muricciolo, un riparo.

E le truppe erano fresche, avevano bevuto al risveglio una mezza gamella di caffè caldo, alle otto una razione copiosa di brodo, confezionato lungo la notte nelle casse di cottura. Si udivano uccelli nascosti cantare in una calma perfetta. Magnifici merli, grassi, pesanti, d’uno sviluppo inverosimile, che il cannone non aveva disturbati, svolavano fra i meli. Nel vigneto di Zagora, tra i pampini pendevano grappoli d’uva. La campagna, sgombra di cadaveri, pulita, solitaria, traspirava un’aria di pace autunnale, un senso placido di quiete. La terra mostrava agli uomini la sua faccia solita, velata di foglie cadute e di branche morbide di gramigna; un po’ spoglia, rilassata, indolente, ma senza un principio di orrore; senza le contrazioni convulse, i contorcimenti e sconvolgimenti paurosi, che prende nella mischia e conserva dopo il combattimento un lembo di terreno, quando pei ripiani e sui cigli, nei fossi e negli avvallamenti, i cadaveri dei caduti e i corpi dei feriti fanno nel suo calmo aspetto un mutamento e turbamento improvviso, spandono una vasta ruina, scavano rughe profonde, di strazio e di sangue.

I primi uomini che uscirono curvi, di corsa, col fucile bilanciato, dai muriccioli bassi, dai ricoveri in pietra, verso i reticolati, parevano battitori in una caccia grossa che corressero dagli appostamenti, sui lacci, addosso alla fiera. Immediatamente, dall’altra parte, cominciarono le scariche della fucileria e delle mitragliatrici.

* * *

Le cose si misero bene nel sottosettore di Globna; dove non erano reticolati. I nostri risalirono a corsa la sponda dell’Isonzo, e si sparsero su per la carrozzabile che mena al paese. Altre compagnie si defilavano per lo sperone a nord della quota 363 con progresso simultaneo. Questa avanzata era protetta dal fitto fuoco di fucileria di altre truppe distese a cordone verso Lozice, sulla riva destra; le quali battevano le trincee nemiche fra Globna e Britof. Piccole lotte si impegnarono fra i nostri e alcune sentinelle avanzate, che, sorprese dalla fulminea irruzione, assalite e rovesciate a terra, come si videro le baionette puntate alla gola, si lasciarono fare prigioniere. Ma su quei gruppi di avversari e di nostri, il nemico riavutosi dalla sorpresa aprì senza indugio, dalle case e dal fortino di Globna, un fuoco accelerato di fucili e mitragliatrici. In quel punto i suoi _shrapnel_ scoppiavano alti, e s’udivano le pallottole ricadere come sassate sui nostri soldati, che avevano ricevuto l’ordine di avanzare con cautela, più riparati che fosse possibile. Si procedeva carponi, con la zappa si cominciavano a scavare buche per allungarcisi al riparo dei tiri, che frugavano il terreno con raffiche metodiche. A mezzogiorno si erano conquistati circa 150 metri in profondità e le case di Globna erano a pochi passi, separate dalla strada soltanto. Ma sulla massicciata era un miagolìo e un rimbalzare di pallottole. Le nostre e le nemiche ci si incrociavano follemente, bucherellandone e scrostandone il piano.

Alcuni dei nostri che avevano potuto spingersi più avanti parevano dispersi, non si vedevano più. Nei fossi, nelle buche del bombardamento combattevano separati, avevano ingaggiato la loro piccola battaglia contro un determinato punto della linea avversaria, contro una finestra del villaggio, alla quale avevano intravisto un tiratore; e sparavano contro le porte, dentro le inferriate, nelle feritoie visibili a occhio nudo fra le crepe dei muri. L’assalto si dovette mutare nel pomeriggio in una lenta e sanguinosa lotta di assedio, nella quale il nemico aveva il vantaggio dei ripari solidi e organizzati, e i nostri quello del numero, dei rincalzi freschi che arrivavano a gruppetti, strisciando, gittando la voce ai compagni che erano più avanti, e che li attendevano per riprendere in gruppi densi l’assalto.

Anche nel vallone di Paljevo l’uscita dei nostri non fu molto molestata; i primi plotoncini poterono aprire la strada ai susseguenti reparti, i quali non ebbero che perdite leggere.

L’urto sanguinoso si delineò nel settore di Zagora, nostra estrema destra, dove aveva preso l’offensiva un battaglione, in corrispondenza delle brecce aperte nel trincerone nemico. Ivi la siepe dei reticolati era enorme, vicinissima. Il cannone l’aveva in più punti sconvolta, ma più era l’arruffio dei fili, più irregolari erano e più strambe le posizioni dei paletti, sradicati, contorti, spezzati, meno era visibile il punto di approccio e la via di passaggio. Eppure alcuni si erano infiltrati sotto il groviglio e, supini, lavoravano di forbice, di fucile, di paletto, per distendere un piccolo varco. Quando un proiettile li colpiva a morte, rimanevano con gli abiti attaccati alle punte, in posizioni di sforzo, di lotta disperata contro quella rete spessa, profonda, inestricabile. I feriti non potevano liberarsi dalla presa tenace, chiamavano soccorso.

In breve, soldati, graduati, sottotenenti, tenenti, capitani, anche maggiori, si videro sempre più frequenti uscire dai punti rotti delle trincee, per distendere e approfondire l’attacco. Al loro apparire ai passaggi obbligati, il nemico, terribile nell’agguato, li prendeva di mira uno per uno, coi suoi tiratori di calcolo e di precisione, che pare vedano un bersaglio in ogni avversario, al quale mettono la palla nella fronte come farebbero nella rosetta di un centro.

Fino dalla prima mezz’ora si vide che in quel punto la difesa, con poche perdite, minacciava di sventare l’offensiva. Le due fucilerie facevano un fracasso talmente assordante e continuo che non era più possibile udire i comandi. Quando si fece il conto delle cartucce sparate si vide che tre compagnie in poche ore avevano tirato più di ventimila colpi.

Misurata ancora nel pomeriggio, con altri tentativi irruenti, la stabilità della difesa nemica, fondata particolarmente sulla resistenza dei reticolati, i vari Comandi diedero ordine che con la prima oscurità le truppe sotto Zagora rientrassero, con ogni cautela, entro le vecchie trincee.

Si vide allora un fatto curioso quanto comune in giorni di battaglia. I soldati che avevano lottato per ore e ore, in una tensione nervosa facile a imaginare, rientravano dopo avere sfidato mille volte la morte. Appena al sicuro nei ricoveri, si buttavano a sedere, si stendevano per terra, nel fango, sui sacchetti, sulle pietre, abbassavano le palpebre e a pochi metri dal nemico si addormentavano di un sonno profondo, come fossero nel proprio letto. Non valeva chiamarli, scuoterli, squassarli, tirarli su; ricascavano come morti. Non chiedevano niente, nè da mangiare nè da bere. Avevano soltanto bisogno di dormire.

Del paro, sotto quota 363, dalla