Chapter 9 of 9 · 8947 words · ~45 min read

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una famosa colonna di trecento autocarri, che occupava dieci chilometri di strada. Erano arrivati a Padova tutta bianca, con le rose di maggio legate a mazzi sui volanti e sulle scuffie, avevano portato lo strepito della guerra attraverso il Veneto verde e cantante, avevano raggiunto e sorpassato le colonne delle fanterie, i reggimenti di cavalleria che andavano all’invasione. Erano ricordi lontani lontani, ma indimenticabili, l’aurora luminosa della campagna, l’entusiasmo diffuso delle truppe e delle popolazioni, dei contadini, al di là delle siepi, delle donne che lavoravano i campi coi nastri tricolori al petto, dei ragazzi che gridavano al passaggio dei treni: Evviva Trieste! Poi erano venuti i giorni gloriosi e gravi del giugno e del luglio, quando l’esercito si batteva eroico e furibondo contro un nemico che cresceva di numero, di forza e di difese; poi l’altra offensiva memorabile dell’ottobre e novembre, poi la sosta invernale, la guerra lenta ed aspra, la resistenza faticosa e tenace, la volontà di vincere indurita, divenuta cupa e profonda, fatta più solenne da tante prove e tanto sacrificio di uomini, di compagni e di amici.

Era gente che la conosceva la guerra sull’Isonzo, che s’imboscava nel pericolo ogni giorno ed ogni notte. Conoscevano palmo per palmo la strada di Plava; i parecchi chilometri di nastro, che girano su se stessi come un serpente perfido, sotto il tiro delle mitragliatrici puntate, dei cannoncini, dei fucili; sotto il tiro degli _shrapnel_; con quelle svolte senza un metro di muretto ai lati, che hanno la gola dell’Isonzo spalancata sotto; e bisogna passare di lì, la notte, a lumi spenti, fra le pallottole che vi cercano, al lume dei razzi accesi sulle trincee nemiche del Kuk. Gente che aveva avuto il coraggio di rimanere lì ferma ventiquattr’ore per tirare su una macchina uscita dalla strada, che aveva rischiato cento volte la pelle per riparare un guasto al motore, pur di non abbandonare la propria vettura.

Altri avevano per mesi e mesi battuto le strade del Sabotino, di Lucinico e del basso Isonzo, sulle quali ogni cento metri è un picchio di granata, dove si passa in mezzo alle rovine squallide dei paesi distrutti, delle case che hanno i tetti rovesciati sulla via, che hanno i piani sprofondati nelle cantine, che fumano d’incendi nella pianura vigilata dagli osservatori nemici. Erano le loro strade di ogni giorno, il pane quotidiano dei loro motori. Proprio così: gli imboscati in tutti i pericoli. Bella gente che ci passava in mezzo tenendosi ferma al volante, con la destra alla leva dei cambi, l’occhio alla strada, l’orecchio al motore, e tutto il rimanente a torno non conta nulla.

Andavano ora verso un fronte sconosciuto, incontro ad altri pericoli, verso altre strade, sulle quali il nemico cominciava forse allora a regolare i suoi tiri, rompendo le massicciate coi marmittoni che precipitano a capofitto di sopra i mille metri, ululando.

* * *

Si fece sera nelle terre del Friuli. I paesi erano addormentati; qualche ritardatario su un uscio, qualche piccola luce trapelante dalle imposte.

La colonna passava con un frastuono assordante, tremavano i vetri, si scoteva l’acciottolato. La luce dei fanali era velata dal polverone, i vetri dei fanali erano divenuti quasi opachi.

Andavano così, a circa quindici chilometri l’ora sempre disposti ordinatamente; cento metri fra sezione e sezione, e trenta metri fra vettura e vettura. C’erano macchine da 25-35, che raggiungono anche i 50 chilometri; tipi 18 B. L., 17 A, 15 Ter. Si regolava il passo sulle vetture meno potenti.

E s’entrò a notte alta nelle terre del Veneto, in quella gran dolcezza di strade elastiche e pulite come piste, nella campagna verde e quieta, rigonfia di vegetazione, attraverso paesi e cittadine che sorridono dai giardini pieni di fiori, dalle ville settecentesche disposte sui balzi dei poggi.

A quando a quando un tratto di strada coperto di ghiaia minuta, un viale alberato che pareva condurre in un parco, pieno di frescura, un biancheggiare di grappoli d’acacie che venivano a sbattere contro gli scuffioni di tela.

Ed ecco che da altre strade, altre colonne di autocarri cominciavano a sboccare, alcune che tornavano dalle prime linee lontane, altre che si dirigevano verso quelle, le vetture già cariche di truppa. L’alba spuntava e venivano avanti i carrozzoni traboccanti di elmetti turchini, di canne di fucile, di braccia, di volti, di grida festose, di canti. E di fiori innumerevoli.

Il giorno avanti le popolazioni avevano coperto di rose, di garofani i soldati che andavano su, alle difese. Reggimenti interi, intere brigate fluivano, un torrente di uomini senza fine, che centinaia di motori erano corsi a prendere nei vari accantonamenti della pianura, e che sballottavano da dieci, da quindici ore via per le strade che s’irraggiano verso le alture. Si poteva arguire che verso tutta la zona minacciata migliaia di autocarri erano in moto.

A un bivio entrò nella corrente una colonna infinita di vetture nuove, che venivano da qualche deposito di riserva. Recavano centinaia di latte di essenza. Interi parchi si spostavano, era una improvvisa mobilitazione nel cuore della guerra che dura da un anno: una esplosione di nuove energie intatte, una messa in azione fulminea di riserve.

E a un passaggio a livello la cancellata chiusa arrestò per alcuni minuti tutto il movimento. Transitavano a poca distanza l’uno dall’altro treni anch’essi carichi di soldati, poi uno carico di cannoni. I pezzi, i cassoni erano velati di fronde e di erbe.

Veniva da un tanto movimento, da un tale flusso di forze, di macchine, di mezzi, un senso di energia e di sicurezza. Di contro l’offensiva nemica, sorgeva naturalmente, a poco a poco per molte vie, per le più oscure vie, l’entusiasmo della ripresa, la febbre della rivincita, l’allegro impeto della vendetta.

Le notizie dei nostri ripiegamenti erano giunte molto vaghe a quelle truppe, spostate dalle retrovie lontane, e che non conoscevano il fronte. I più credevano ancora che in poche ore la situazione si sarebbe capovolta; il fatto è che non chiedevano nulla, non volevano saper nulla, andavano cantando là dove c’era bisogno di loro, a formare il nuovo argine, a segnare i nuovi confini.

Si respirava un’atmosfera di riscossa attorno a quelle decine di migliaia di uomini, che il fronte diverso rinnovava, come andassero allora per la prima volta alla guerra.

La colonna giunse il mattino alla prima destinazione, e i conduttori ebbero un’ora di tempo per rifocillare se stessi e rifornire le macchine, prima di caricare le truppe.

* * *

La lunga colonna, come fu carica, ebbe ordine di ripartire senza indugio. I conduttori, al volante da più di dodici ore, avevano gli occhi sbarrati dal sonno e dalla fissità, calcarono il piede sull’acceleratore e il treno uscì di sotto il viale alberato, le cui fronde dovevano celare agli aeroplani nemici i nostri concentramenti.

Centinaia di cittadini acclamavano ai partenti. La bella città veneta non dormiva da più notti, era tutta una attesa e una passione. Ma gli animi fidavano nella sorte; persuasi che si sarebbe fermato il nemico. Il suo primo balzo in avanti era certamente dato, ma la guerra è fatta di alterne vicende. Si erano vedute andare su tante migliaia di uomini che le speranze avevano una ragione d’essere più solida dei facili dubbi, degli scoramenti vili. Del ripiegamento delle truppe sui due settori vicini, d’Arsiero e d’Asiago, non erano giunte al piano che notizie contraddittorie. Ora tutta la massa umana si rinnovava, andavano su contingenti freschi, bei volti sereni di soldati, artiglierie di diversi calibri. Sui treni ferveva una mobilitazione grandiosa, si parlava di centinaia di convogli arrivati e ripartiti, tutti destinati al trasporto delle forze.

Le strade che dalla pianura conducono all’altipiano e ai valichi aperti nella barriera montana che separa l’Italia dalle fortificazioni di Lavarone a destra e più a sinistra da quelle di Rovereto, man mano che le colonne coi rincalzi procedevano, rigurgitavano sempre più di movimento. S’era nelle retrovie immediate della guerra, e il flusso e riflusso delle truppe e dei borghesi riempivano da un capo all’altro i larghi nastri candidi, sui quali picchiava il sole, dai quali fumava la polvere sollevata da un tanto traffico.

Il ritorno dei reggimenti che avevano avuto il comando di ripiegare avveniva in ordine.

Lassù nei boschi fervevano ancora mischie disperate, lotte di piccoli nuclei per difendere i pezzi e i convogli fino all’ultimo minuto, cannoni fatti saltare quando la fanteria nemica era a poche centinaia o decine di metri, calibri difesi con le mitragliatrici, coi fucili, colle baionette: ci si batteva ormai più per i pezzi che non per la vita, più per proteggere i compagni che ripiegavano che non per aprire un varco a sè stessi.

Gli avvallamenti del terreno, gli infiniti tronchi degli abeti, le innumerevoli trune di pietra che avevano servito di ricovero agli operai borghesi, le trincee costrutte dietro le linee principali, le casette, le baracche di legno, tutto serviva di riparo, di punto provvisorio d’arresto, di difesa. Nei boschi ululava una caccia selvaggia di uomini e di cannoni. Dal Lavarone entravano nella foresta migliaia di proiettili a lacerare, a squarciare, a schiacciare le piante, il terreno. Gli immensi gentili abeti che noi avevamo rispettati sempre, la cara profonda foresta nella quale avevamo portato la guerra, ma senza guasti e senza rovine, scrosciava tutta come d’inverno sotto le valanghe, presa ora sotto una valanga strepitosa, senza posa, immane, che rovesciava giù gli alberi dalle cime, che li svelleva come fuscelli, che li piegava gli uni addosso agli altri come giganti feriti; e i tronchi divelti formavano nel fondo delle valli ponticelli improvvisati, sbarravano con le loro membra enormi le strade e i sentieri. Gli uomini ripiegavano ordinatamente e sullo straziato cadavere della foresta.

La ritirata continuava. Sezioni stupende d’artiglieria nuova, montata su autocarri, spiccavano tra le file degli uomini a piedi, tra le colonne dei muletti, tra i carrozzini e le carrette che trasportavano la roba delle popolazioni fuggiasche. Era questa forse la nota più mesta del gran quadro di guerra.

S’era dovuto dare l’ordine di sgomberare i paesi. Quel che non s’era mai fatto in un anno di guerra, s’imponeva da qualche giorno come una necessità. La settimana avanti l’offensiva, il nemico aveva lanciato su Asiago qualche grossa granata, aveva tuonato di lontano, dal di là del confine, la prima sua feroce minaccia. C’era stata in paese qualche vittima e qualche ferito. L’esodo era cominciato subito. Non era più possibile la vita in un paese di qualche migliaio di anime, ormai sotto il tiro di un pezzo della marina austriaca. S’aggiunga che il paese non avrebbe potuto resistere a un altro bombardamento anche per la struttura leggera e pronta all’incendio della maggior parte delle sue abitazioni. Una bomba lanciata da qualche areoplano, che avesse appiccicato il fuoco a una casa avrebbe facilmente provocato un incendio generale. Le abitazioni sono contigue e le fiamme camminano sui tetti di legno e di paglia. Cominciò dunque l’esodo da Asiago e a un tempo dagli altri comuni dell’altipiano. Scendevano a una a una le famiglie, calavano in una corrente continua le singole popolazioni a occidente dell’Assa. L’altipiano si sgombrava. Verso Val d’Astico fluiva la stessa processione.

Vecchi, fanciulli, donne e qualche malato; erano, anzi tutto le vite che cercavano scampo. Poi, i piccoli beni che l’uomo non abbandona se non con la morte. Si vedevano sui carrettini stracarichi gli avanzi delle abitazioni domestiche: i materassi senza i letti, qualche arnese da cucina, qualche rame lucente, qualche sacco pieno di abiti o di oggetti confusi. Non erano le caratteristiche processioni dei nomadi che non hanno casa, che hanno sempre organizzata e pronta la piccola dimora su quattro ruote; era l’esodo di una gente che aveva sconvolto e abbandonato le proprie dimore e recava fuggendo le testimonianze della fretta, della confusione e dell’abbandono.

Traevano seco l’innumerevole bestiame che i pascoli fini, molli come tappeti, alimentano attorno alle case d’ogni comune. Le mucche da latte venivano dietro i carretti, procedevano a due a due, o a mandrie folte. Le mammelle gialle apparivano talmente gonfie che le bestie procedevano lente, scansandosi a fatica, intoppando la strada. Le colonne degli autocarri subivano lunghi arresti, le mucche istupidite dal cammino, dal frastuono andavano a urtare contro i radiatori delle macchine, pareva non avessero la forza di trarsi in disparte. Branchi di pecore venivano anche giù, trotterellando nel polverone. Centinaia di vitellini, legati entro le ceste, o sprofondati tra le masserizie, guatavano, le gambe in aria, e il muso rivolto al cielo, le strane cose che accadevano nel mondo proprio nei giorni ch’essi erano nati. Volti rosei di fanciulli guardavano senza nulla capire, e si passava accanto a donne e bambini grandicelli distesi sui veicoli, sprofondati in un sonno più forte d’ogni ansia, tranquillo, riparatore.

Non una faccia in pianto: una fermezza e pacatezza tutta campagnola, di gente nostra che non grida, non bestemmia, non mormora. Pareva veder passare in un gran sogno calmo, senza voci, le migrazioni usuali dei tempi remoti. Si assisteva a uno spettacolo senza apparente dolore, non si udiva un lagno, non si riusciva a sorprendere nemmeno sui volti femminili un segno di sgomento o di paura. Reggeva gli animi una forza immensa, pacata, che serviva d’esempio e conforto a noi, che salivamo con l’animo sospeso, e il pianto alla gola.

Era la forza inesausta, inesauribile del popolo, che resta sempre la sorgente più ricca d’energie di una nazione: qualche cosa di duro e fermo insieme e tranquillo come la terra che si stendeva all’intorno, come le vallate e i pascoli che non mutavano forma, e restavano uguali, e lasciavano passare la gente tacita che scendeva, e lasciavano passare la truppa che saliva festosa, e reggevano sulle proprie groppe i reggimenti che cominciavano ad accampare sul verde.

Ricordo che il primo giorno si incontrò un vecchio solo che scendeva passo passo, col proprio maiale. L’uomo aveva la barba bianca, come una figura antica, dai tratti duri, senza eloquenza, un volto tagliato nel legno, le scarpe grosse, i panni polverulenti, le ciglia, le labbra polverulente, le mani, quelle aduste mani che hanno i vecchi con le floscie rughe giallognole e le vene grosse e turchine. Veniva giù dietro il maiale bassotto e grasso, ricascante di grasso da tutte le parti, la testa pesante, i fianchi rotondi, le natiche sballonzolanti sui garretti fiaccati; avanzava zoppicando, a stento, lo si sentiva soffiare, lo si vedeva patire. Si soffermavano ogni tanto. Lo perdemmo di vista. Quel giorno stesso al ritorno li trovammo qualche centinaio di metri più sotto. Il giorno dopo, come risalivamo, li rivedemmo ancora non molto lontano dal punto in cui s’erano incontrati la prima volta, al piede di un albero, fermi tutti e due, l’uno accanto all’altro, la bestiola distesa col muso sul margine della strada, accosciata sul fianco, il vecchio candido seduto, solo, in silenzio.

Ma tali episodi che toccavano l’animo, man mano che si saliva sprofondavano nel vasto quadro della guerra.

Una meravigliosa energia di uomini, l’esercito splendido e sereno saliva all’arginatura dell’altipiano.

E la strada fremeva, tumultuava a quel passaggio d’armi, di uomini e di canti; su per le infinite volute della salita fumava un polverone bianco che dava imagine di un incendio diffuso nella vaporosità avvampata del mezzogiorno di maggio.

E pareva vedere i volti accesi dal riflesso di una gran fiamma che ardeva lassù dappertutto: che era come il fuoco dell’immensa fornace crepitante e divoratrice.

GIUGNO VICENTINO

Vicenza, giugno 1916.

_A Roberto Cantalupo._

Ieri, nel pomeriggio domenicale, tutto festante di sole, pieno della placida gaiezza di tutta una popolazione uscita all’aperto, disseminata pei ridenti giardini, pei magnifici viali, pei verdi passeggi sereni che si distendono sulla pianura, che si inerpicano sui colli berici di storiche memorie, vivi oggi più che mai di reminiscenze gloriose, cominciarono a diffondersi le prime ancora incerte vaghissime notizie del ripiegamento nemico sulla regione dell’altipiano, su tutta la regione dell’altipiano.

Giungevano da fonti non ancora ufficiali, serpeggiavano come sussurrii indefinibili, come annunzi scoccati nel rapido suono di poche parole, nella concitazione di un dialogo breve, fra gente che giungeva di là e taluno che qui attendeva, si propagavano poi di bocca in bocca, di crocchio in crocchio, con le inevitabili amplificazioni della fantasia e con le innocue esagerazioni dell’animo incapace di calma, ugualmente eccitato dai timori e dalle speranze.

Tante voci si propagano in tempo di guerra, tante invenzioni mettono radice facilmente, tanto ondeggiare di notizie buone e di facili sconforti aveva nelle passate settimane colpito i vicentini, che i più si afferravano quasi ostentatamente al dubbio, alla incredulità, come a un’àncora che dovesse conferire un po’ di stabilità agli animi e alle menti prese nel vortice di una corrente che se veramente reale, continua e profonda avrebbe fatto delirare di gioia la cittadinanza.

* * *

Intanto le informazioni continuavano a giungere. E da più parti giungevano; nomi di luoghi lontani si univano nella confusione concitata dei discorsi, si parlava di una nostra azione vittoriosa sul Cengio, di una riconquista della vetta imminente, di una pressione fortissima verso Busibollo che avrebbe tagliato fuori le difese nemiche già affrante da troppi giorni di combattimento; si parlava di una nostra avanzata verso Campiello, si rivedeva con gli occhi della mente il bel luogo così caro ai vicentini, dove la cremagliera fa ugualmente la sua sosta, quasi a mezzo il cammino dell’altipiano, si ripensavano i giorni tristi, ma non sconsolati dell’abbandono, della ritirata sanguinosa, di borra in borra della regione; e di notte si giunse perfino a parlare di Conca e Treschè e più tardi di Asiago ripresa, rioccupata, ritenuta saldamente dai nostri. Un automobilista giunto dopo la mezzanotte fu circondato da un crocchio di cittadini, interrogato, premuto, quasi soffocato da una folla crescente di nottambuli, che voleva sapere, voleva notizie certe, precise, indiscutibili; e il soldato disse di essere arrivato veramente ad Asiago alle quattro del pomeriggio, col proprio autocarro.

— Con questo?

— Sì, con questo.

Allora si dovè credere al testimonio semplice, all’araldo che non poteva mentire, al soldatino che veniva proprio di là con la sua macchina polverosa, che aveva dovuto da circa un mese abbreviare le sue corse quotidiane, correndo sotto il fuoco nemico che precipitava strepitoso insolente giù per le retrovie in declivio e pretendeva di imporre con la propria violenza il timore e lo sconforto alle popolazioni del piano. Dunque era vero quello che era stato per tutti i vicentini e per tutti i nostri gloriosi soldati un sogno di tutte le notti, un vagheggiato e fremente desiderio di tutti i giorni da un mese a questa parte, ora, finalmente, era la verità, la verità semplice e vera, quella che si ode con l’orecchio, che si diffonde con la voce della parola, che si percepisce con la pupilla aperta, sciolta dai veli.

Ed ecco stamane fin dalle prime ore la notizia riprese il suo corso, e tutta la città, pel centro e pei borghi pieni di popolo disceso sulle soglie, raccolto per le vie a domandare, a narrare, a fantasticare, a ripetere, e finalmente a gridare di gioia, a improvvisare dimostrazioni di entusiasmo, a urlare: _Viva l’Italia! Viva Cadorna!_

Una folla di centinaia di persone si assembrò in piazza, e la gioia di tutta una popolazione, diciamo meglio, di tutto un popolo esplose nel sole, nel sorriso della città ridesta a una nuova sensazione di vita, chiamata a vivere e a godere un’ora indimenticabile di gloria.

Era proprio tutta Vicenza gaudiosa, paziente, fidente e gloriosa che esultava stamane per le vie e per le piazze, sul limitare delle povere case operaie e per le finestre dei palazzi meravigliosi, per le bifore marmoree che vedono da secoli il flutto della storia passare.

* * *

Attraversiamo Vicenza che s’orna, s’addobba, letteralmente si riveste di bandiere. È una fioritura fulminea, uno scampanìo di colori che dondolano dai balconi, dalle finestre: grandi e ricche bandiere che palpitano come vele fresche al sole, piccole, povere bandiere di stoffa stinta e gualcita dal tempo, che mettono una nota di popolo minuto di piccola e buona gente, di borghesia modesta nel coro dell’esultanza civile, italiana.

Mai Vicenza fu più esultante e bella, mai più prodigio di luci e colori, di quadri e di sfondi d’arte, di archi e di colonne, di palagi e di torri si offerse all’occhio del sole. Pareva che i ciuffi dei gerani dalle bifore del 300, dalle cornici di vecchio rosso mattone, tutto caldo di glorie gittassero nell’aria voci acute di giubilo, squilli alti di vittoria, zampilli di giovine sangue glorioso. Su Piazza dei Signori il mezzogiorno di giugno batteva la pietra di bianco e grigio color freddo, scoteva l’impassibilità marmorea di quell’enorme sala scoperta, e la vecchia torre dei Bissaro, altissima puntava al cielo come una fiamma.

Tutte le glorie architettoniche di Vicenza, le balaustre, i balconi, le logge, i portali, gli spaziosi cortili luminosi e armoniosi come vani di teatri, parean corsi da un palpito di rinascenza civile, da un fremito di umanità nuova, che rievocava tutte le grandezze d’un tempo, tutte le lotte magnifiche e sanguigne, tutti gli splendori, le fedi, le forze del tempo antico, guerriero e politico, artistico e signorile. Tutto rivive nei grandi giorni, tutto ritorna l’immortale passato. Questa è nella storia l’ora in cui si rifiacca anche una volta l’orgoglio e la rabbia tedesca: contro questi emergenti lavori dell’arte, contro queste rimanenze eterne della nobiltà nostra perenne, contro queste cose che nacquero dalle anime dei nostri padri, che furono e sono il retaggio delle loro menti, il capolavoro delle loro mani, la loro stessa anima dalle molte vite, contro questa italianità sacra e squillante, sempre giovane e sempre vera, dei marmi e dei mattoni, delle linee e dei colori, dell’arte e dello spirito nostro; proprio contro questi baluardi, contro questi segni di spiritualità che più ci appartengono, che furono e sono e saranno la nostra forza più franca, la ragion d’essere più profonda e più pura, contro questi limiti divini, che non sono trincee, che non sono reticolati, nè cavalli di frisia, nè bocche di lupo, nè altre cose orride dai più orridi nomi, si è fermato il flutto iroso nemico, come contro una scogliera che non si frange, che nessuna alluvione potrebbe sommergere.

Noi lo scrivemmo: verrà il giorno in cui la cieca furibonda violenza austriaca cederà il campo al ritorno felice, alla ripresa sicura del nostro vigore, del nostro slancio, della fede e volontà di resistere e vincere, per difendere le nostre città e i nostri tesori, i campi e le case, i luoghi del lavoro e della preghiera; i nostri solchi sudati, le nostre piazze, i nostri quadri, i nostri vicoli, le nostre strade candide fra il verde, i nostri paesi più avanti, i pascoli dei nostri armenti più in alto, le terrazze dei nostri panorami più in alto ancora, i nostri fiumi, la nostra acqua e la nostra terra e anche il nostro cielo. A ogni muro, a ogni zolla abbiamo dato le radici dei nostri germogli, qui per tutto lo spazio che appare è passo per passo una pianticella e una pianta, un arbusto e un colosso, un fiore ed un tronco, uno stelo e una branca della nostra crescenza, lenta, folta, forestale di popolo. Tutto voleva abbattere il nemico, con qualche centinaio di bocche da fuoco; tutto voleva dirompere, stroncare, invadere, incenerire la meravigliosa foresta: ed essa era piena di spiriti, ogni tronco era una vita viva, ogni memoria è diventata una forza strenua, ogni cosa è tornata un’anima; non i soli generali, non i soli soldati, non quelli unicamente che combattono, non i viventi, non quelli che sono caduti, ma tutto il popolo, ma tutta l’anima del popolo, ma tutta la storia del popolo ha resistito e vinto, ha fatto impeto e breccia, ha temprato le spade, ha rifucinato i cannoni, ha rovesciato tutta la nostra infinita anima addosso al nemico.

* * *

Faccio un rapido giro per i quartieri popolari. Voglio rivedere i luoghi dove prima conobbi la povera gente cui non si oscurò l’animo nei giorni più bui, che accese nel suo cuore tutte le luci e tutte le fiamme, sotto quello che ai senza fede poteva sembrare il vento della disfatta.

Chi dimenticherà mai quelle visioni, quegli istanti, mentre le truppe giungevano a folate di migliaia di uomini dai lontanissimi punti di concentramento, da altri tratti del fronte, sugli autocarri squassati e polverulenti, e traversavano questi quartieri, lambivano questi borghi per portare soccorso ai combattenti dell’altipiano, e la popolazione che oggi vedo sparsa per le strade in festa e rumore prima le accolse e le coprì di fiori, di auguri, di grida di fede e di vittoria? Come non ripensare ora, come non rivedere nella fantasia accesa le scene memorande che allora il popolo compose a se stesso e per se stesso nell’intrico delle sue viuzze, fra i muri di queste casupole che oggi riecheggiano di interiezioni di gioia. In quei giorni, in quei momenti di trepidazione si gittò la sementa che oggi fiorisce e fruttifica.

Di qui passavano le truppe che venivano dalla pianura; entravano, dapprima per Porta Borgo Padova, traversavano la città per ponte degli Angeli, imboccavano il corso famoso. Poi si fece fare alle colonne degli autocarri il giro di circonvallazione, e venivano a Porta Santa Lucia, a Porta S. Bortolo o Bartolomeo, e a Porta Santa Croce. Le altre provenienti da Treviso passavano per Borgo Scrofe e il Viale dell’Astichello, tra il profumo dei tigli. Tutte si congiungevano a Santa Lucia, e i carri correvano rapidi sotto le piccole mura del 300. Questa porta S. Bortolo è un avanzo delle vecchie mura aggiunte nel 1508 per fare argine contro le truppe di Massimiliano. Anche allora si erano calate giù per le vie naturali dell’altipiano e del Brenta e cozzarono contro i nostri nella battaglia del Rastello. Proprio qui, dove comincia la fila delle case più popolari, su questa porta erano i cannoni che respinsero, nel ’48, il 20 maggio, gli austriaci che facevano impeto dalla strada di Bassano. E coi vicentini erano romani e svizzeri. Ora non si vedono più, ma che lungo ammonimento lasciarono quelle vecchie bombarde, che spinsero gli austriaci verso Verona, e quelli tornarono il 24 a ritentare da Porta Felice, e invano, e allora Radetzskj organizzò la famosa spedizione che venne da Montagnano e prese Vicenza dall’alto.

Per queste stesse strade l’invasione nemica fu fermata un mese fa, con la forza degli animi. Qui vivono famiglie di artigiani, ecco botteguccie di falegnami, di fabbri, di calzolai, di stiratrici, di cucitrici, di piccoli sarti. La grande industria non ha ancora messo le sue radici qui. E gli uomini non emigravano. Lasciarono poi la casa e la famiglia, il desco e la bottega, quando furono chiamati in guerra. E non tutti la volevano quella partenza. Ma un anno più tardi, come si seppe che l’altipiano stava per essere invaso fino al ciglio suo estremo, quando si videro le cannonate balenare nella notte sulle cime che guardano il piano; quando accorsero i soldati alla salvezza, una improvvisa commozione umana, uno slancio trattenuto di affetto, un sorriso e una lacrima sola si accesero su tutti i volti, al passare delle truppe, rapido, incessante, incalzante.

Dalle casette rimaste quasi vuote di uomini validi, le donne, le giovinette, i vecchi, i bambini si rovesciarono fuori sulle strade: rifiorirono per le truppe tutti i giardini e i prati del maggio. Queste donne che ora accorrono a strappare dalle mani del rivenditore la copia del giornale che reca la laconica _Stefani_, che tirano fuori il soldino e si raccolgono a crocchio per leggere o compitare le poche linee dell’annunzio fausto e felice; questa gente che non aveva mai gridato guerra, gridava ora, in una sublime anticipazione degli eventi, vittoria!

— Bravi, bravi i nostri figlioli! Siete tutti nostri figlioli!

Era un clamore di voci, la folla accorreva attorno ai carri, li fermava.

— Benedetti da Dio!

E quelli di rimando:

— Adesso andiamo su noi, non li lasceremo passare. Vi giuriamo che non passeranno. Contate su noi.

— Figli nostri, benedetti, benedetti!

Le fanciulle correvano verso i prati verdi lì intorno, strappavano a furia le margherite, le erbe, tornavano sulla strada, i grembiuli pieni di primavera, i pugni ricolmi dei più semplici colori del maggio e infioravano i carri e i capi dei soldati: _Evviva, evviva!_

Le madri cercavano ansiose con sguardi fulminei il volto di un proprio figlio, che forse era là in mezzo; le spose cercavano i mariti, i fanciulli vedevano rapidamente passare il padre loro, confuso nella schiera carreggiata del reggimento. Passavano alpini, granatieri, bersaglieri, fantaccini delle vecchie e nuove Brigate, decine e decine di migliaia di uomini al giorno, decine e decine di migliaia di uomini la notte. Nel buio venivano sulle soglie coi lumi, con le candele affondate in un imbuto di carta, perchè l’aria non scotesse e non spegnesse la fiamma.

Le fiamme più belle non si spegnevano nei cuori.

Vidi io un mattino povere fruttivendole afferrare, le ceste delle frutta, il loro unico capitale, e rovesciarle entro gli autocarri, dando tutto in dono spontaneo. Vidi donnette meschine, quelle stesse che vanno al Municipio a riscotere il sussidio settimanale, mettere insieme a due a due i centesimi per comperare un _toscano_; e per offrirlo a qualche soldato; una ne vidi che nello slancio dell’offerta tanto si fece innanzi che fu urtata e rovesciata a terra da una macchina, che per poco non le passò sul corpo; un mazzo di sigari che aveva in mano le andò per la polvere sfasciato; ed ella si sollevò pronta e si curvò a raccogliere, e offrì il dono ai soldati di un altro carro sopravvenente. Chi assistendo a quelle scene di popolare pietà non ebbe le ciglia umide, non proverà più commozione.

* * *

In poco più di un mese quale e quanta mutazione di animi e di cose!

Tutto si può rendere con una parola sola: _La guerra!_ La guerra che è un’epopea e un dramma, che ha i suoi svolgimenti pacati e lenti, e le sue sorprese improvvise, i suoi rivolgimenti tragici, le sue ore di sospensione e di ansia soffocante, avviliente, e i suoi ritorni fatali, le sue conclusioni necessarie, le sue sintesi ultime, che rimangono a chiudere la vicenda alterna degli avvenimenti singoli e minuti.

Tanto quanto si è atteso bisognava soffrire, e bisognava anche temere e dubitare, e sentirsi il cuore in ferita e in sangue prima di giungere a questo. La via sassosa, spinosa, intricata, nemica, che prova le forze e gli animi bisognava percorrere e ripercorrere, cadendo, soffermandoci, disseminando la terra di nostri caduti, seppellendo i nostri santi morti; ma non seppellendo mai la fede, anzi sollevandola sopra di noi, sopra tutte le venture e le sventure, più alta di ogni caso, più splendida d’ogni luce, più terribile di ogni arma.

Mai i nostri placidi fiumi furono più pieni di storia, di destino e di santità.

LAGHETTO DI DOBERDÒ

Agosto 1916.

_Ad Arnaldo Monti._

I soldati, ora, vanno attorno allo scoperto, vengono fuori come le lucertole ai primi soli caldi. Fa un effetto curioso la gente che si muove in libertà su quel terreno di insidie mortali, d’appostamenti, fra quelle tane di accucciati e sepolti. Non s’era mai veduto.

Dal giorno in cui i primi, da una parte e dall’altra, sbucando su dalla strada di Ronchi e dal terrapieno della ferrovia, che va per S. Polo e Monfalcone a Trieste, e dalle case di Selz, s’erano scontrati con gli altri, calati da Doberdò, che li aspettavano al varco, dietro i ciglioni di pietra; da quel lontano giorno i due avversari s’erano distesi in linea, questi di fronte a quelli e non avevano fatto che ammucchiare pietre per coprirsi, empire sacchetti di terra, e scavare, scavare, con le zappe, coi badili, coi picconi, talvolta perfino colle baionette, con le bocche dei fucili e con le unghie, per ripararsi, nascondersi. Era passato un autunno, un inverno, tutta una primavera. Erano venute le settimane di pioggia continua: nelle buche ricolme d’acqua gialla si pescava. Era venuta l’estate, la pietra bolliva al sole come avesse il fuoco sotto, e le due schiere nemiche erano ancora lì, coi fucili spianati alle feritoie, con le provviste di bombe a mano sui parapetti e negli angoli, nel lezzo tremendo dei cadaveri che non si possono rimovere, che gonfiano, e fanno le mani nere, come fossero inguantate, poi calano di settimana in settimana, quasi che gli abiti si sgonfino; si spersonano, ischeletriscono dopo qualche mese e il vento li scuote. Ognuno aveva i suoi. Ognuno ne aveva davanti alcuni non della sua parte. Dopo un’azione, aprendo all’occhio un varco sottile tra sacchetto e sacchetto, si cercava lì sulla petraia gialla, bruciata qualcuno che non era tornato, si credeva di vederlo laggiù, disteso bocconi, col fucile per terra a pochi passi. Era, non era, come si sarebbe potuto sapere?

Adesso si gira liberamente, si può andare dove si vuole, sporgere il capo, camminare senza curvarsi; non s’ode più in aria il “ta-pum” che una volta scoccava la sua minaccia di morte.

Questo sole d’agosto che batte sul pianoro liberato, s’espande improvvisamente dolce come a primavera. Sulla faccia tormentata della terra, sulle sue ferite aperte dove pare rosseggino grumi di sangue, il sole comincia a risanare, a pulire, a spazzare via le sporcizie, i lerciumi, gli avanzi ripugnanti degli scomparsi abitatori del luogo.

Sole d’agosto, che tu sia benedetto! Gli ultimi morti rimasti fra queste pietre, scoperti, t’hanno veduto ancora. Tu li hai purificati. La loro presenza non si fa più sentire ai vivi. Quel nemico proteso bocconi con le braccia allargate, ha uno strano capo rossiccio, arso, bruciato dalla vampa. Ciuffi di capelli gialli scendono sulla nuca, come una strana parrucca. Non fa nessuna impressione il morto. Non è più un cadavere, non è che il ricordo lontano, scolorito di un corpo.

Ora vanno in giro per le trincee nemiche ad osservare, a frugare, a raccogliere armi, fucili, cassette di munizioni, di bombe a mano. Camminano guardinghi, con la cautela della gente di mestiere che sa da un pezzo che sia un campo di difesa. Guardano dove posano il piede, certo non vanno a rovistare nel pattume.

Ogni tanto un topolino grigio sfrugola via in silenzio, fuor d’un cencio di coperta, fuor d’una scarpa sdruscita. Anche i topi, ora faranno pulizia. E si butterà la calce su quei letamai, si darà fuoco ai mucchi di paglia, ai pagliericci lerci dove si dormiva martoriati dai pidocchi. Già si è cominciato ad appicciare l’incendio qua e là, coi fiammiferi: nella diffusa luce del pomeriggio estivo, le vampe tremolano come ombre d’oro tenui, evanescenti. Il sole e il fuoco ti ripuliranno, vecchio e tristo pianoro del Carso.

Come sembrano sformate, ora, svuotate d’ogni importanza, ridotte a qualche fosso, a qualche muretto, a mucchi sconvolti di filo di ferro, le difese della guerra atroce. Non ci voleva che una tempesta di acciaio che ci passasse sopra, per rovesciare ogni cosa, per togliere importanza a tutto. È un campo di cose morte, di rovine senza quasi più significazione di vita. Rimosso il pericolo, snidata l’insidia, cessato il bisogno di nascondersi, di ripararsi in un modo qualunque, nulla ha più alcun valore. L’istinto della difesa rimbucava la gente: ogni pietra aveva un compito; ogni ricovero, se anche colmo di pattume, serviva. I fossati profondi, pure scheggiati, abbozzati, grezzi, erano una salvazione. Lì dentro ci si viveva. Non si viveva che lì dentro. Le buche avevano le dimensioni dei corpi. I corpi s’erano accomodati, adattati alle buche. Prima, quei solchi erano colmi di gente, di seme umano; ormai non sono che rughe del terreno aride, vuote; non c’è che un guasto sterile intorno, un campo di vecchie cose, la rigattiera della guerra. Dopo un incendio, dopo un terremoto si vede pure la gente che va curva tra le rovine, le macerie. Ma le case anche più distrutte conservano un’anima, mantengono qualche linea intatta, parlano del passato come di cosa che non ha cessato la sua ragion d’essere, che in altra forma tornerà ad esistere. Queste opere che parvero grandiose, formidabili, immani, non presentano che una desolazione squallida.

* * *

Il cuore torna a quelli che sono morti, che hanno preparato la gioia e la vittoria di oggi, nel sacrificio; a tutti i santi e i poveretti caduti per fare un passo avanti, qui dove noi ora camminiamo sicuri a piedi. La più alta e durabile espressione della guerra è in questa sua somma immensa di dolore. Ciò che si è fatto par nulla al paragone di quello che si è sofferto. Ciò che si sa è nulla al paragone di tutto ciò che non si racconterà più e non si saprà mai. C’è qui una religione del dolore, più grande d’ogni storia militare.

E l’animo va verso il senso nuovo di gioia e liberazione, che non si può reprimere nè soffocare.

La strada che sale dal piano per Doberdò, si scioglie anch’essa come da un incubo. Rivede, dopo un anno, nella piena luce del giorno, ripassare carri e truppe in cammino. Non udiva da tempo che il calpestio tacito, nelle notti senza luna, di reparti nemici che andavano alle trincee e ne venivano, di compagnie e battaglioni che si davano il cambio. Di giorno le granate la bersagliavano, solo che un’ombra vi apparisse sopra, solo che una figura minuscola risaltasse sullo sfondo della sua carreggiata polverosa. Il tracciato è pieno di buche: ma centinaia di colpi non l’hanno distrutto. Appena ricominciato il movimento, la strada, con qualche carriola di pietrame, è tornata quello che era. Si svolge, corre al sole, manda fumate di polvere, tagliando a una a una le linee delle trincee, là fino alle case di Doberdò. Di là prosegue. Le nostre truppe che avanzano la scoprono passo per passo.

È una sensazione così nuova, così forte, e piena di così strano sapore che la si vuol godere mano mano che si procede. Pare di andare alla scoperta di un terreno vergine. Qui non abbiamo ricordi nè riallacciamenti col passato. Quelli di noi che in tempo di pace non ci vennero mai, ora hanno il senso di scoprire tutto, di trovare cose nuove.

Che altra cosa è la guerra quando ci si muove! Quando gli orizzonti mutano e si lasciano i morti addietro. Nella guerra di trincea quasi sempre si hanno davanti. Si cammina cantando. Odo canzoni attorno a me. Il nemico non è lontano. Si sa che si ritira, ma si sa anche che si vede ancora da qualcuna di quelle alture. Non è più sul Cosich, non è più su quota pelata; anche quota 121 è stata sgombrata stamane. Ma quota 144 è ancora sua. Dicono che la fanteria avanzi verso la cima. Al di là, dal versante opposto, s’alzano fumate bianche; effetti dei nostri tiri di sbarramento e di inseguimento. Si impedisce ai rincalzi di venire avanti, si cerca di tagliare la ritirata ai difensori.

Di quando in quando traversa l’aria un sibilo. Più si procede e più giungono. Ci battono. Ma è un fuoco senza persuasione, di truppe e di batterie in ritirata. Noi si incalza. Vengono giù di corsa alcuni autocarri della Croce Rossa: i feriti nell’azione impegnata a Oppacchiasella, e più avanti ancora. Incontriamo reparti di un reggimento che avevamo veduto l’ultima volta altrove, in un giorno d’azione. Effetti della grande manovra per le linee interne, che ha sorpreso il nemico; rinforzi venuti per la linea più breve, seguendo la corda che regge l’immenso arco del nostro fronte. Gobbe rocciose, bozze di spugna arida, secca, un velo di terra disteso dalle conche dal vento; e il tormento del caldo e della sete. Agli spinelli delle botti piene d’acqua, allineate in un campo, fanno ressa i soldati con le borracce. Il nemico tira _shrapnel_ su quei luoghi di ristoro che ha individuati.

Alle spalle delle truppe che incalzano, che i Comandi gettano nella sempre più aperta spaccatura del fronte, per premere il nemico su tutta la linea, per ributtarlo senza soste verso le sue difese a tergo, a oriente del vallone, contro le alture di Medeazza, che saranno il pernio più vicino al mare della nuova resistenza, fluisce l’ondata dei carriaggi, gli approvvigionamenti, le batterie, le munizioni. La mostruosa organizzazione tutta si sposta, dalle sedi di Comando agli osservatori di batteria, dai depositi alle pattuglie di punta. Gli uomini sono come i tentacoli più sensibili e prensili, avvolgenti e penetranti del mostro che si muove con la sua vasta mole, sulle strade, pei sentieri, pei dosserelli erbosi, attraverso la scarsa vegetazione arborea, che i tiri della nostra artiglieria hanno rasa, rotta, bruciata. Ma tutto questo fra poco ripullulerà. C’è una vegetazione folta di erba attorno alle rovine delle prime case di Doberdò.

* * *

Il paese è una desolazione. Non una casa che nasconda la propria rovina. Ci si è tirato dentro con le grosse artiglierie, come in un bersaglio. Doberdò era un luogo di concentramento e di passaggio per le truppe austriache della difesa di Sei Busi e di Selz. Molte di quelle case aperte, squarciate, sono delle tombe: sotto le macerie si ritroveranno delle ossa, delle armi, forse anche qualche pezzo d’artiglieria. Dalla chiesa il nemico tirava con un medio calibro. La facciata è crollata, la chiesa s’apre come il vano d’un palcoscenico. Nel mezzo è un cumulo di rovine alto molti metri.

Le case scoperchiate, sventrate, afflosciate su sè stesse, senza più il sostegno di una parete valida. È la insulsa tristezza degli abbandoni remoti che non hanno più colore. Un tritume, un seccume di avanzi tormentati all’infinito da nuove esplosioni, coperti, soffocati da sempre nuove ricadute di pietre, di sassi, di mattoni, di calcinacci, di polvere. Vecchie tombe di case scoperchiate e inaridite, senza episodi. Silenzio. Non s’ode che il cigolìo di un fanale arrugginito rimasto appeso al suo braccio, all’angolo di una casa. L’ultimo avanzo della illuminazione stradale di Doberdò. Una granata ha colpito anche quello, lo ha dimezzato, non è rimasta che una porzione dello scheletro lieve: cigola ai buffi del vento che viene dall’Adriatico.

Di tutto il paese di una volta, che aveva da essere ridente, non restano che gli alberi. Gli abitanti sono stati i primi ad essere spazzati via: poi se ne sono andate a una a una le case; ora se ne sono andate le truppe loro. Ma i gelsi sono ancora qui, quasi tutti in piedi. Hanno resistito all’abbandono degli uomini; un po’ intristiti dall’incuria di quattordici mesi; hanno resistito ai bombardamenti che facevano crollare le case attorno ai loro tronchi; si sono salvati. Allargano le fronde, un po’ scarne, di un verde malato, sui resti bassi delle dimore umane. Ci vuole più furia di ferro e di fuoco a distruggere un filare di gelsi che a polverizzare un paese.

* * *

A oriente di Doberdò le tre groppe del Crni Hrib, uno dei punti di appoggio della seconda linea nemica, anch’esso crollato. La battaglia infuria più oltre, al di là di Oppacchiasella, e a sud sulle alture di quota 144, che il nemico difende da alcuni elementi di trincee a mezza costa. Fra quota 144 e il paese, s’apre come una pupilla il laghetto, orlato di rive flaccide, pantanose. Qualche batteria avversaria manda rari _shrapnel_ a sfiaccarsi fra i molli canneti.

Paiono gli ultimi radi fumacchi di un incendio, le cui vampate hanno ormai attraversato il vallone.

PRIGIONIERI AUSTRIACI

Novembre 1916.

_A Mario Missiroli._

Erano circa duecento, stesi per terra, falciati l’uno accanto all’altro da un sonno più pesante della morte. Parevano cadaveri. L’abbandono, il rilasso dei loro corpi non mostravano più nulla di volontario, di mosso, di vivo. Ci sono posture nel sonno che rivelano ancora il pensiero, o qualche cruccio della veglia, o la serenità del riposo, o la quiete dolce, il sogno. Quelli erano corpi inanimati, senza più nessun appiglio alla vita, nessun ricordo e nessuna plastica, allineati per quattro o cinque lunghe file, tutti voltati sullo stesso fianco, gli uni agli altri accostati, aderenti, stretti come salme deposte in poco spazio per essere inumate in una fossa comune. Certo non l’ala di un sogno affiorava dai giacenti; non si udiva un respiro levarsi di sotto quei cenci che li avviluppavano, li fasciavano come corpi induriti di mummie. Erano i loro cappotti turchini, dai baveroni rialzati, che li coprivano fin sopra la testa: qualche mento con la barba lunga veniva fuori qua e là, qualche pezzo di faccia dalla carne pallida, cerea, o il giallore di una calvizie untuosa, o le occhiaie profonde intorno alle palpebre chiuse, scavate sotto la fronte come in un defunto. Le gambe s’allineavano come tronchetti di legno, ingrossate dalle fasce fangose; e sporgevano i piedi chiusi negli scarponi di cuoio buono che hanno i nostri nemici e che durano addosso ai cadaveri per mesi e mesi: talvolta sui terreni dove i morti non si sono mai potuti seppellire, rimangono a calzare agli scheletri le ossa dei piedi.

C’era una umanità immensa, dantesca, in tutta quella carne prosternata al suolo in attesa di una occulta remota resurrezione. E nella notte, gli alberi a torno apparivano anch’essi senza vita e senza nome, forme imprecise, nere, levate come scheletri su quella specie di umano strame. E dentro il recinto non era che quella miseria, e l’odore del branco putrido e l’albore della pacifica luna. Era un rilievo degno della mente di Dante. Erano anime che venivano dall’inferno, scampate alle bolge e alle doline del Carso, sfuggite al fuoco che piove lassù a larghe falde sulla landa della nostra caccia selvaggia e della loro condanna e del martirio. Erano lì come in un vestibolo di pace, sulla terra che è l’avanzo di un parco, disseminata di paglia, di stracci, di scatolette di carne in conserva. C’erano dei fanali azzurri appesi agli alberi, fiochi come i lumicini che vegliano i malati, inutili, che si perdevano nella chiarità lunare.

E quelli erano i prigionieri del giorno stesso, che avevano addosso la cappa ferrea della fatica, sotto la quale non si potevano più muovere. S’erano lasciati cadere lì allo scoperto, meccanicamente addossati come per non soffrire il freddo pungente dell’alba, con le teste posate sulla terra, come si trovano i morti. Non s’erano nè fatto nè cercato un giaciglio, avrebbero preso sonno sulle più dure pietre, avevano lo sfinimento, l’abbrutimento come capezzale, come materasso e coperta. Si vedeva ch’erano affondati in un sonno cupo, senza risentimento e senza intoppo, quasi presi in braccio dalla terra materna, che è la genitrice eterna, dalla quale si esce, alla quale si ritorna, nella quale si rimane poi per sempre quando ogni altro appoggio e abbraccio e consolazione umana è finita per sempre. La terra che era per la loro infinita stanchezza come il pane solo per la loro fame, come l’acqua sola per la loro sete.

Quelli erano i combattenti di ventiquattr’ore prima, che avevano sparato sui nostri soldati usciti fuori dalle trincee, che ne avevano anche ucciso qualcuno, che avevano preparato dolore e lagrime alle nostre madri. Erano lì, riposavano. Avevano salva la vita che è ancora un bene sulla terra. Taluno di loro interrogato appena preso intorno a quel che pensasse della guerra, aveva risposto: Per noi la guerra è finita. Tutto quel che sarebbe accaduto dopo la loro partenza dalle linee perdute, non li riguardava affatto: diventava una faccenda per gli altri. E nella totale assenza di ogni altro sentimento che non fosse di questa liberazione intera, suprema, avevano parlato.

* * *

Scampavano chi da uno, chi da due anni di guerra. Non avevano più altre memorie che di guerra. Chi aveva fatto tre campagne, chi quattro: parlavano della Serbia e della Galizia, dei Carpazi e del Trentino, dove i loro battaglioni erano stati richiamati e sbattuti, dove erano stati decimati e rifatti, donde erano tornati, come onde di un mare in tempesta. Avevano corso tutte le linee ferroviarie dell’Impero, nei lunghi treni che portano di qua e di là il nerbo delle offensive, e poi i soccorsi febbrili sulle retrovie dei fronti rotti o minacciati. Avevano combattuto d’inverno e d’estate, s’erano trovati di fronte sempre nuovi nemici, s’erano trovati di fianco commilitoni sempre nuovi, dalle favelle incomprese. Erano la storia viaggiante di tutte le spedizioni militari dell’Austria. Avevano combattuto in Serbia senza trincee, riparando il capo dietro un sasso qualunque: avevano combattuto sui Carpazi nevosi nei rigidi inverni, con la morte nelle carni, nelle ossa; erano stati mandati ora sul Carso, nella bolgia più orrida di tutta la loro guerra.

Alcuni di costoro erano stati veduti e descritti da Wiegand mentre tornavano dai trinceroni di Sei Busi, di Selz e del Cosich: gente che aveva incrostata sul volto la maschera di terrore della guerra: la carne dei loro compagni aveva appestato la conca di Doberdò, aveva riempito i cimiteri sparsi sui luoghi dove oggi sono i nostri soldati. Erano i testimoni della nostra guerra terribile, dicevano senza esitazione che di tutti i fronti il nostro è quello dove si vive e si muore più tragicamente di tutti. Parlando delle campagne sul fronte russo, i contadini accennavano con poche parole alle terre distese, su cui marciando avevano posato il piede, in cui avevano potuto scavare le trincee con la vanghetta, su cui i proiettili affondano nella mollezza del terriccio e dei solchi. Ma qui sul Carso avevano trovato la pietra che vola in schegge sotto gli scoppi e dissemina e centuplica la strage, come se ogni lastra d’acciaio riscoppiasse a mitraglia.

E avevano narrato il martirio della resistenza su linee che non erano ancora pronte e finite: specie le più avanzate, contro le quali le nostre fanterie avevano sferrato l’assalto, dopo due giorni di bombardamento distruggitore. Chi aveva potuto trovare una caverna vi si era imbucato, e non se ne era più mosso: era stato fatto prigioniero dai nostri. Altri avevano avuto ordine di non arrendersi, di lottare fino alla morte, così com’erano, allo scoperto o quasi, dietro alcuni muretti di divisione tra campo e campo. Altri assicuravano che gli ufficiali li avevano abbandonati in massa il giorno prima, lasciando l’ordine di ripiegare lentissimamente, passo per passo, ricostruendo difese improvvisate ad ogni opportunità che offrisse il terreno. Ad alcuni era stato detto che le loro retrovie erano bombardate da nostre granate asfissianti, e che perciò non pensassero nemmeno a fuggire, perchè avrebbero trovato nella fuga la più atroce delle morti. Ad altri erano state affidate le mitragliatrici, con l’ordine di scaricarle non appena si mostrassero le nostre truppe: la grande arma con la quale il nemico cerca di controbilanciare l’effetto spaventoso delle bombarde italiane.

Interrogato in quali condizioni si trovasse Comen, un prigioniero aveva dichiarato che tutti i Comandi n’erano scappati, cacciati dal nostro fuoco. Altri parlavano della linea di Kostanjevica, come della vera linea loro di difesa, senza interruzioni, ricca di caverne, munita di saldi punti d’appoggio, in complesso durissima. Ma annunciavano anche che i nostri calibri la tormentavano intensamente. Alla domanda se avessero sofferto la fame, rispondevano che da qualche tempo nell’esercito austriaco si gode del buon raccolto fatto quest’anno in Ungheria. Ma negli ultimi due giorni moltissimi non avevano più ricevuto il pane nè il rancio perchè il nostro fuoco d’interdizione aveva impedito tutti i rifornimenti. E finalmente interrogati su quel che si dice e pensa nel campo avversario della nostra continua pressione e della nostra attuale offensiva, alcuni avevano risposto che ogni giorno si attende una ripresa a fondo delle nostre operazioni, che le preoccupazioni sono molte e vive, che l’animo delle truppe è incerto, e che se noi fossimo giunti a Kostanjevica, essi avrebbero dovuto poi ritirarsi su Adelsberg. Insistevano specialmente sulla gravità delle perdite subíte sotto i nostri bombardamenti furibondi.

* * *

Questo ed altro avevano detto nei primi rapidi interrogatorii, subito dopo essere calati giù in branco, per le strade carsiche che qualche mese fa essi stessi o i loro commilitoni avevano disperatamente difese. Quanti di quelli che noi vedevamo lì non erano passati in formazione di plotoni e di compagnie su per la strada di Doberdò, dove ora corrono i nostri autocarri, o per le strade di San Martino e di Castelnuovo, dove ora s’odono i dialoghi dei soldati delle nostre centurie? Quanti di quelli che giacevano a terra, ridotti come cenci, senza più forma e senza più forza, non avevano tenuto per mesi e mesi le trincee al di qua del Vallone, ora vuote, abbandonate, imbiancate alla calce come luoghi d’infezione, corse nei lunghi silenzi da frotte fameliche di topi?

Erano, quei prigionieri ai quali non si sarebbe dato un soldo, nient’altro che i soldati dell’Austria, che avevano combattuto fino a ieri come combattono i nostri nemici, tenacemente; senza speranza di vittoria, ma senza rilasso. E duri alle fatiche fino all’estremo. E fin quando sono sotto la sferza dell’aguzzino, disciplinati e feroci. Poi, caduti prigionieri, perdono ogni carattere, ogni coesione, quasi ogni fisionomia militare e d’un tratto rendono a chi li guarda l’imagine degli elementi diversi dell’impero.

Ora, non parevano più che avanzi di uomini. Nel silenzio raccolto del luogo, una bestialità stanca e greve li accomunava, come capi di un gregge, distesi in lunghe file sulla terra che era già stata la loro, donde s’eran dovuti ritirare, che avevano abbandonata a noi, e sulla quale ora ritrovavano, tornando, una notte di requie.

FINE

INDICE

Fra gli uomini rossi (_a Vincenzo Valducci_) PAG. 1 Vele latine (_a Sante Solazzi_) 31 Un dottore (_a mio zio Giovanni_) 47 Sulle terre invase (_a Giulio Bechi_) 67 Due muli e una carretta (_a Enrico Bettazzi_) 85 Ritorno in trincea (_ad Alighiero Castelli_) 103 Fra Globna e Zagora (_a Gino Berri_) 121 Il “Diario di trincea” di Renato Serra 155 Mattino di battaglia (_ad Achille Benedetti_) 177 Alle trincee di Selz (_alla memoria di Gigi De Prosperi_) 193 Sui ghiacci dell’Adamello (_alla memoria del Generale Carlo Giordana_) 213 Don Bigolin (_a Giorgio Bardanzellu_) 245 Autocarri (_a Gino Piva_) 257 Giugno vicentino (_a Roberto Cantalupo_) 275 Laghetto di Doberdò (_ad Arnaldo Monti_) 289 Prigionieri Austriaci (_a Mario Missiroli_) 301

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.