parte il
forte, davanti a lui i reticolati; dall’altro il..... collina che sembra un panettone, tutta trincee e reticolati, forse tutta gallerie e mine; più in alto ancora c’è un monte, lo..... anche lui col suo fortino.
“C’era una bellissima luna e pareva di essere in pieno giorno. Finchè siamo stati nel bosco al coperto, arrivavano cannonate in alto, con nessun danno. Parevano treni diretti che fischiassero in lontananza. Ma poi si accesero qua e là riflettori: uno dal monte frugava in basso, il forte si illuminò con un altro riflettore; le sue trincee erano segnate da tante lampadine, e pareva di vedere una nave illuminata in mare. Andarono avanti i soldati guastatori, che devono tagliare o far saltare con tubi di gelatina esplosiva i reticolati, e cadde subito il tenente che li guidava. Ai primi tagli dei fili spinati, siccome ci sono i fili elettrici, i soldati hanno sentito squillare anche le sonerie elettriche nelle trincee del forte. Si vede che frammischiati al reticolato ci sono linee di campanelli: il soldato di notte non le distingue, le taglia, avviene il contatto, e il suono dà l’allarme. Io dal bosco vidi inalzarsi dei razzi verdi luminosi, e poi subito funzionarono le mitragliatrici, che scoppiettano come motociclette. Sono pericolosissime, poichè si sa che dove battono tagliano addirittura l’erba. Ogni tanto sparavano, poi tacevano; non si vedevano, naturalmente, e si andò avanti. Albeggiava quando arrivarono i primi feriti, a piedi e in barelle; poi il numero andò man mano crescendo, e noi due medici non bastavamo più, e chiedemmo aiuto dei medici del 2º e 3º battaglione, che stavano nel bosco, di rinforzo al 1º battaglione, che avanzava. Quando ci dissero che quattro ufficiali erano feriti, io lasciai il posto di medicazione e sono sceso coi caporali di Sanità e col padre Marcello sul campo. Allora non pensavamo al pericolo, ma vi assicuro che andare avanti allo scoperto era un affare serio. Ogni uomo, o sano o ferito, che si movesse era un bersaglio alla artiglieria da montagna nemica, e alle mitragliatrici e ai pochi, ma buoni tiratori scelti. L’artiglieria fa poca paura, ma sentire le pallottole di fucile e di mitragliatrice passare rasente il corpo, ripararsi distesi contro i tronchi abbattuti e sentire i proiettili piantarsi nel legno (ne ho estratti due come ricordo), o ripararsi in una buca fatta dai cannoni e non poter più uscire perchè sulla testa ti inaffiano colle pallette di _shrapnel_, non era certo piacevole. Pure se si stava fermi tanto valeva ritornare indietro, e allora sono saltato fuori e di corsa ho raggiunto un muro, e trovai un tenente col petto trapassato, e fu portato al sicuro. Più in su, in una buca da proiettili, s’era fatto portare il sottotenente Bortolotti, di Torino, ferito in più parti, alle gambe e all’inguine (ma non grave). Il frate andava a vedere i più gravi, i portaferiti li trasportavano su nel bosco per farli medicare, e poi cercammo gli altri due tenenti feriti, ed io non li trovai. Furono scoperti dai miei caporali. L’aiutante tenente Cena, col braccio stroncato da un proiettile d’artiglieria, e il tenente Zineroni (c’è l’annuncio di morte sulla _Stampa_), di Torino, direttore dei tramvai (crivellato di ferite), furono portati su ai medici. Anch’io allora mi ritirai, e mentre medicavo il povero Zineroni, gli altri colleghi colle forbici amputavano, o, meglio, staccavano i pochi brandelli del braccio.
“Venne così il mezzogiorno. La sezione di Sanità portò via man mano i medicati; i morti venivano allineati e riconosciuti; poi si ritirarono le truppe che andavano avanti, e finite le medicazioni ci riposammo nel bosco. Il fuoco cessò, il più bel sole illuminava la scena molto triste, ed io mi sono addormentato, armato, e col sacco da montagna sulle spalle e il binoccolo a tracolla, là sull’erba. Verso le 2 il colonnello ci fece avvisare che si vedevano nel campo i morti, e forse ci potevano essere dei feriti. Chi voleva andare poteva seguire la bandiera della Croce Rossa, col P. Marcello, cappellano. Sul forte e sul..... gruppi di austriaci guardavano in giù, e pare che anche loro raccogliessero i caduti. Così partii col dottor Martina, col frate, tre caporali e non so quanti portaferiti, e siamo scesi giù e si cominciò la ricerca.
“La bandiera fu piantata il più visibilmente possibile, e nessuno pensò che un colpo ben mirato poteva troncare la nostra opera di misericordia. Ricordo che appena io spuntai sulla cima della prima collinetta avanzò una lunga fila di dispersi; camminavano a quattro gambe e avevano abbandonate le fossette che s’erano scavate. Erano soldati che, spintisi avanti o rimasti indietro mentre si ritornava al mattino, non avevano più raggiunta la loro compagnia, e riunitisi in gruppetti, stavano, secondo loro, trincerati nelle buche o dietro i sacchetti pieni di terra, e aspettavano la notte per ritornare nelle loro file. Vista la bandiera, che il sole illuminava e il vento teneva ben spiegata, ci vennero incontro e si posero in salvo. E noi continuammo a battere il terreno. Non vi descriverò quello che abbiamo visto. Il nemico per noi almeno fu leale, ci sorvegliò certo, ma ci rispettò, e non fece che il suo dovere.
“Raccolsi i feriti, e ne abbiamo trovati molti che, caduti nelle prime ore del mattino, erano lassù impossibilitati a muoversi, invocanti di essere portati via. Benchè non fosse mio compito, col carico della barella, aggiunsi le armi e le munizioni, il restante materiale, bombe di dinamite, pinze per il taglio dei reticolati, vanghette, tascapani per viveri di riserva per due giorni, e il carico di cartucce e baionette fu da noi ammucchiato e coperto con le mantelline. Quando credemmo di non aver lasciato feriti o morti al nemico, mentre calava il sole, rientrai al battaglione col caporale che portava la bandiera e con un portaferiti. Non so perchè, ci fu tirata una fucilata, e subito uno _shrapnel_ scoppiò alla nostra destra, un 300 metri troppo avanti. Si allungò il passo, raggiungendo il bosco, e per quel giorno avevamo fatto tutto il nostro dovere.
“I battaglioni si posero sulla via del ritorno: io restai cogli zappatori, e in buche avvicinate seppellimmo i morti della giornata. Io portai in un sacchetto le carte trovate addosso ai caduti ed il piastrino che ogni soldato tiene cucito alla giubba, col nome e cognome, matricola e Distretto, coll’anno di leva. Scendemmo nella valle e ci fermammo in seconda linea.
“Il 26 fui occupato con gli altri medici e col dottor Ferrero a compilare l’elenco dei feriti, dispersi e caduti; poi vi scrissi che si andava al mattino del 27 al......., a raccogliere i morti di un altro reggimento. Difatti alle 5,45 io mi sono presentato al Comando, ma consultato anche il Comando della nostra Brigata, col pericolo di restare noi pure sul campo o di essere catturati, si rinunciò. Da quel giorno, nessuno di loro è uscito.
“Abbiamo notti fredde (4-3 gradi sopra zero) e giorni molto caldi. Da stamattina, alle 8, piove. Ora siamo qui aspettando un po’ di riposo. È dal 26 maggio che battiamo i monti e i boschi. Di salute sto bene. Ho molto da fare, non tanto per servizio di malati, perchè sono le solite indisposizioni, i feriti sono già tutti ai varii ospedali, più verso la pianura.
“Scrivo male per essere appoggiato sulla mia cassetta, sotto un ricovero poco umano, mentre piove.....”.
* * *
Quando il nostro Enrico ritornerà, ve ne trascriverò altri di questi suoi racconti di guerra.
SULLE TERRE INVASE
Fronte dell’Isonzo, gennaio.
_A Giulio Bechi._
Si entra nel gran movimento che empie le strade subito dietro il fronte.
L’occhio che posava sulla campagna, monotono, vago, come sperso nella noia del paesaggio invernale, solo richiamato a un senso di vita dal frullo di un passero, dal saluto di un cantoniere, si volge ora verso nuovi aspetti. La corsa comincia a risentirsi della via ingombra; si rallenta, si sosta; la sirena lancia lontano, a ogni nuovo intoppo che appare, lo squittio lacerante, il grido rabbioso della velocità frenata.
Ci si accorge a un tratto che i segni della vita normale sono scomparsi intorno a noi.
Gente in panni borghesi s’incontra sempre più rara: operai col bracciale rosso, appartenenti al Genio civile, due vecchierelle sole su un lento carrozzino, un crocchio di monelli sulla proda di un fosso. Oppure un impresario, addetto ai lavori, che sul davanti di un autocarro mette la nota nera del cappotto fra il grigio delle divise militari. Rari mortali, forniti di uno specialissimo salvacondotto, ogni tanto si vedono fermi a una stazione di carabinieri, alla testa di un ponte, e tirano fuori le carte, fra le baionette di due territoriali.
La rarefazione dell’elemento borghese è quasi completa. Vecchi mezzi di locomozione, che paiono venuti fuori dal fondo di un magazzino, avanzi arcaici di famiglia appaiono di quando in quando, attacchi lillipuziani, vasti soffi patriarcali, antiche berline, un leggerissimo _sulki_ sulle ruote di gomma: arnesi risparmiati dalla requisizione. E il tuono dei cannoni lontani sfoca nella solitudine dei campi.
Solo nei villaggi, i piccoli nodi della vita agreste, e nelle borgate e nelle cittadine, la vecchia umanità si ostina a permanere, sotto il pericolo, incurante della minaccia continua; attaccata ai muri, alle case, alle vecchie strade, al fango dei crocicchi, istupidita davanti alle vetrine dei negozi che hanno mutato generi, davanti ai nuovi spacci, che ostentano i sigari e le cartoline italiane; attaccata alle piazze dove le vecchie statue e memorie austriache emergono ancora sul flutto della gente nuova sboccata da tutte le parti.
Lì rimangono, e continuano la propria vita impassibile, legati ai piccoli interessi, tenuti su dalle ultime illusioni domestiche; rientrando nelle case dove si parla la solita lingua, dove si sussurra, dove si sta a sentire e si rimugina quel che accade fuori, affacciandosi alle finestre per vedere quello che passa, coll’orecchio teso alla cannonata lontana.
Al di sopra delle piccole questioni locali, degli arresti necessari e delle deportazioni, al di sopra dei sospetti e delle vigilanze, è il fatto eterno della piccola gente che muta padrone, e fa i piccoli calcoli d’interesse, e mette su le piccole botteghe, dove traffica e vende cose nuove ai nuovi venuti, impara altre parole, sente le proprie ripetute da estranei con uno stupore curioso, e vede mutarsi l’orizzonte e il destino giorno per giorno, e nel frattempo vive di questo senso dell’improvviso, dell’inaudito e dell’incerto; mentre i ragazzi vanno verso la novità, con la curiosità intelligente e monella, docile e impertinente, che è diversa dal mutismo o dall’ossequio dei genitori e dei vecchi. Così le piante che nel rinnovo di una cultura l’agricoltore non abbatte — ma i ferri frugano nella terra e feriscono e schiantano le radici — inaridiscono a poco a poco e un giorno cadranno, ma i germogli buttano vivaci attorno al tronco e formeranno la vegetazione di domani.
Sono sradicati. E una strana rassomiglianza agguaglia la loro sorte a quella della terra, che sola, abbandonata, conserva le proprie linee, le divisioni antiche, le sue facce infinite e diverse, i segni dei campi, le stampe fisse dei secoli, delle proprietà e delle culture, le rughe del tempo e del lavoro, e lascia fare ed attende, immutata, immobile. Arrischierà a primavera le sue fioriture oziose e vane, rampollerà in una vegetazione incomposta e inutile, darà fuori il suo verde scapigliato; finchè, col tempo, anche queste campagne riprenderanno l’aspetto usato, e le case riattate riformicoleranno di vita; e ai nostri figli e nipoti, passando di qui, potrà sembrare che le cose, dal tempo dei tempi, siano state sempre così.
Allora i dolori saranno tutti dimenticati. Dove sono cimiteri saranno campi, dove s’accumulano rovine e calcinacci sorgeranno costruzioni nuove, e il mattone rifarà i villaggi, i campanili, le ville, e l’amore rifarà le creature.
* * *
Ma il flutto di quella che pare, anche oggi, la invasione nostra sulla pianura che volge verso l’Isonzo e ha per scenario i baluardi nemici digradanti sul Carso, richiama tutta l’attenzione. È questo l’altro volto della guerra, veramente nostro.
Migliaia e migliaia di uomini occupano la regione: un popolo nuovo calpesta i campi e le strade. Sono dapprima figurine isolate, gruppetti, colonne, accampamenti, che appaiono, andando, in una successione interminabile. L’occhio se ne rende conto gradatamente, passando dal piccolo aspetto al grande, soffermandosi prima sulla varietà più minuta, e perdendosi poi in quella che sembra confusione crescente.
Nei primi momenti è nulla quello che si vede. Ci si bada come a un qualunque episodio comune, che direste staccato da tutto il resto. Ecco cinque artiglieri, con le coperte a bandoliera, che camminano in gruppo: una macchietta sul nastro bianco della strada. Tornano forse dalla licenza. E il vento agita le falde dei loro cappotti. Silenzio e solitudine. Ad un tratto sopraggiunge un autocarro, col vetro del fanalotto verniciato di turchino, per velare la luce: i soldati hanno rialzato attorno al collo l’ampio baverone di pelo giallo. La strada è squassata dal traino; sotto le ruote pesanti si macina la ghiaia. Fantaccini col berretto di lana rossa, le mani nelle tasche dei calzoni; e paiono infreddoliti. Più oltre un vasto cantiere di legname; assi e tronchi accumulati sotto tettoie: materiale per i baraccamenti invernali, e per la copertura delle lontane trincee.
Ancora: soldati in marcia, con berrettoni di lana nera; un bersagliere col cappello senza piume, foderato da una tela slavata dal sole e dalla pioggia. Carabinieri in grigio, la lucerna enorme, larga quasi quanto le spalle: macchiette napoleoniche che spiccano, ogni qual volta s’incontrano, sullo sfondo un po’ uguale di tutta l’altra milizia. Passa veloce, tra due ondate di polvere, un autocarro scoperto, carico di marinai, beccheggiando sulle cunette della strada; e gli uomini, in piedi, abbrancati alle bande di legno, come alle ringhiere di bordo, vi lasciano la visione strana dei berretti grigi rilevati sullo sfondo immobile delle siepi, degli alberi e dei solchi.
Da tanti volti si cava un aspetto solo, comune, di salute e pulizia, di freschezza e giovinezza: un senso vivo del mirabile sangue nostro, della nostra forza umana e gentile, dolce, allegra e ridente. Le belle facce rasate di fresco e rosee fanno pensare a una vita salubre, all’aria aperta; alla bontà del nutrimento, abbondante, ai comodi e forse anche ai piccoli lussi degli accantonamenti, e anche alla relativa quiete della guerra invernale.
Tuttavia pensate anche che le fatiche e gli strapazzi tolgono di mezzo, giorno per giorno, i più deboli, eliminano dalla circolazione i malati. Sappiamo tutti che questa guerra è consumo e logorìo di uomini, e che la carne dei nostri fratelli si struscia anch’essa come l’anima dei cannoni, come le ruote dei carri, come il cuoio duro delle bardature.
Altri volti quelli dei territoriali: gote più incolte, non so che di trasandato nella persona, di meno svelto e men lieto; non hanno negli occhi la divina luce dei vent’anni, sentono anche nei moti del corpo, nella andatura, la piega ferma e un po’ dura del vecchio mestiere: carrettieri, sterratori, muratori, fabbri-ferrai, contadini. Hanno nello sguardo non so che di grave, quasi più che il ricordo, la cura presente della famiglia, i segni dell’autorità domestica e paterna.
Poi frotte di operai borghesi, che tornano a piedi verso un villaggio, oppure, aggrappati ai veicoli, si fanno ricondurre alle baracche, con fagotti sotto il braccio, con borse di tela a tracolla, con gli strumenti del lavoro in mano. Sono i nostri emigranti di ieri, che hanno portato per tutto il mondo le magnifiche braccia; che hanno lavorato per tutti i popoli e furono pionieri oscuri di tutte le civiltà: oggi tornati entro i confini rassodano le strade nostre, scavano le trincee, rinforzano le difese: zappatori stupendi, vangatori, minatori, che la patria dilagando fuori dei vecchi termini manda anche una volta avanti. Proletariato che s’aggrappa alla guerra, e questa lo incorpora nella nazione. E poi ancora cataste di legname e operai addetti ai lavori stradali.
La strada è rassodata e ampliata: d’ambo i lati furono allargati i margini, i fossi spostati, e nei fossi corre l’acqua che rinfresca la massicciata, e impasta la ghiaia. In alcuni punti la strada è talmente ampliata da raggiungere una fila d’alberi che prima era oltre il fossato: ora i capitozzi corrono lungo il margine, come strani paracarri di legno. E avanti, avanti. Un ufficiale a cavallo, con la sua ordinanza al fianco, giunge al trotto serrato. Poi un motociclista, a grande velocità, basso sulla macchina, con due ali di polvere sotto i pedali immobili. Una _limousine_, con ufficiali di Stato Maggiore, lo incalza, insistendo alle sue spalle con un trillo continuo di sirena. Più oltre un cavallo spaventato, salta da un campo in mezzo alla via, la corda della cavezza fra le zampe, e ringhia e springa, mentre due soldati tentano di riafferrarlo. Più oltre ancora un idillio: un tenente a braccetto con una signorina, in passeggiata romantica. Poi un fantaccino a cavallo d’un asinello, le gambe larghe su due enormi bisacce, gli scarponi ciondolanti, il cappotto giallo, con l’aria di un frate nel suo placido giro di questua. Ed ecco, in una ambulanza della Croce Rossa, tinta in nero, una suora infermiera sola sola, col rosario in mano, seduta su uno dei lunghi panconi, immota sotto le larghe ali bianche.
* * *
E così l’occhio abbandona la campagna e la monotona scena intorno. Il volto della terra dimenticata non ha più espressione. Tutto questo altro non è che una piana sulla quale un esercito accampa. E si vedono poco oltre altri baraccamenti d’inverno, coperti di tela incatramata, le finestrine quadrate, con i minuscoli telai di vetro, e per le porticine aperte appaiono le brande, e le coperte scure e i lenzuoli. Accanto alla ferrovia veri arsenali di rifornimento, montagne di legname da ardere. Non si finisce più di guardare: l’attenzione è sempre richiamata verso qualche nuovo episodio; sono frammenti della realtà che vi si rivelano l’uno dopo l’altro, in successione veloce più della corsa che vi rapisce per decine e decine di chilometri. E già sentite che tutti i particolari fanno