parte di
un tutto; aveva un compito e una responsabilità che lo ingrandiva ai miei occhi, lo ingrandiva agli occhi dei colleghi. Era il dottore del battaglione: a lui erano affidate delle vite, dalle sue cure avrebbero dipeso le sorti di chi sa quanti feriti, la riconoscenza e il sorriso o le lacrime di chi sa quante famiglie.
Tutto questo egli non lo diceva, forse non perdeva tempo a pensarlo: ma lo _sapeva_, perchè lo sentiva dentro, accettando la guerra per quello che è, non scherzando sul proprio ufficio, pieno di una serietà che non si espandeva in parole, che era una cosa sola con la sua anima silenziosa, naturale, profonda.
Rinasceva in lui, nell’occasione della guerra, il morto nonno materno, che era stato dottore del piccolo suo paese natale, che era stato cinquant’anni prima il “medico” per antonomasia, di una terra di fittavoli e di borghigiani; che aveva vissuto fino ai settantasei anni fra gli ammalati e i poveri; che aveva tenuto una condotta vasta come una regione, correndola a sella dalla mattina alla sera e di notte, a qualunque ora, per qualunque tempo; che rompeva le reni a tre cavalli il giorno, per raggiungere, là nelle langhe del Monferrato, per le scarpate dei colli, per i sentieri, i cascinali più remoti; che era rimasto, dopo la morte, un mito, per la gente del popolo. Sepolto quello, non ce n’era stati più di medici come lui: ne erano venuti su altri, molti, che tutti insieme non facevano le sue fatiche e non ritiravano indietro, quanti erano, tanti, vicini a morire.
* * *
Finalmente sapemmo ch’era in trincea, sotto il fuoco, e lavorava anche lui di zappa e di badile. Lo vedemmo, con la fantasia, rannicchiato nella sua buca; tutto caldo nei maglioni e nelle calzature di lana che gli avevamo spedite. E cercavamo sulla carta il posto avanzato nel quale egli era col suo battaglione. Egli segnava con la sua persona un punto del nuovo confine d’Italia!
Ed ecco, l’altro giorno, una gran lettera: la descrizione di un assalto.
“Cara mamma,
“Mi trovo qui davanti un mucchio di vostre cartoline e lettere, che rilessi e alle quali rispondo cumulativamente con questa mia. Molte volte ho cominciato lettere, e non ho potuto continuarle e finire: per scrivere bisogna avere almeno un paio di ore di tranquillità e di libertà. Tranquilli non si può essere mai, liberi non s’era nemmeno nei così detti giorni di riposo, quando tutti i giorni c’erano marce o tattiche o finti combattimenti.
“Eravamo nel paese di C....., vicino ad A.....; i soldati erano accantonati, ossia alloggiati nelle case, gli ufficiali sparsi per gli alberghi. Poi, come vi scrissi, siamo tornati su al fronte, e lì si fece servizio di trincea, un po’ in prima linea e un po’ indietro.
“Ci fu un gran bombardamento di tutte le artiglierie per varii giorni e notti, nella sera del..... scorso siamo andati avanti verso il forte di..... Arrivammo nel bosco di.... che lo fiancheggia, a notte fatta: ci accompagnava l’artiglieria da montagna. Eravamo in due reggimenti; il mio, e precisamente il 1º battaglione doveva andare avanti nelle prime ore del mattino. Ho impiantato il posto di medicazione in una valletta il più avanti possibile, per abbreviare la strada ai portaferiti, che seguivano il 1º battaglione, e che hanno l’incarico di sgombrare il campo dai caduti per portarli ai medici. Fra gli alberi si vedeva bene la pianura, ossia una serie di collinette, di vallette con erba alta, ortiche, cardoni, scavate qua e là da grandi buche fatte dalle nostre artiglierie. Una stradetta di campagna l’attraversava, poi dei muretti a secco, qualche larice qua e là, da una