Chapter 5 of 9 · 9854 words · ~49 min read

parte di

un tutto insieme, che conoscerete e vedrete a poco a poco, fermandovi e girando ancora, tornando più volte sui vostri passi, trascorrendo giornate intere là dove ora la pupilla lancia un’occhiata fuggevole. Passeremo ore ed ore in quegli accampamenti, anderemo a chiacchierare con quegli uomini di truppa che hanno veduto il fuoco e dormito in trincea; faremo fermare la vettura, un mattino, tornando qua, dinanzi a quell’immenso parco di artiglieria e scenderemo, ci frammischieremo in quella confusione di bipedi, di quadrupedi, di avantreni, di cassoni, di basti neri come la pece: aderiremo a tutte le piccole e grandi realtà della guerra che ora ci fuggono dinanzi veloci e saltuarie. Allora tutto ciò non sarà più per noi uno spettacolo, una visione, ma un lembo enorme di vita, un serbatoio di sensazioni, una scuola di realtà, per i nostri sensi e per l’anima, il campo vasto e profondo dei nostri pensieri e del nostro spirito e forse anche della nostra arte, se arte avremo uguale o non indegna della storia viva che ne circonda.

Laggiù, in quel letto di fiume, arido, pieno di sole, di spaziosità luminosa, lavorano degli operai, vanno e vengono vagoncini di una ferrovia Decauville, e scendono trabalzando, ondeggiando, pencolando, pericolando colonne di autocarri. Scenderemo laggiù anche noi, un giorno; ci fermeremo a guardare, ad ascoltare, a parlare, seduti, sdraiati sulla sabbia e sui ciottoli; cercando in questi luoghi ancora lontani dal tiro, benchè non fuori del tiro, le propaggini naturali, le radici semplici della guerra, che non è soltanto eroismo e pericolo, ma un modo di vivere, come un altro, di organizzarsi e lavorare: è rifornimento e fatica, assestamento e consolidamento: una enorme cosa che non comincia nemmeno di qui, che viene di assai più lontano, dalle città che abbiamo lasciate, dalle officine, dai campi che non rivedremo per chi sa quanto tempo.

Oggi, avanti ancora. Artiglieri coi furgoni, che cavalcano con le mani nelle tasche, le redini abbandonate sulle selle. E i territoriali che cacciano innanzi una mandria di buoi, grandi, magri, scuri, neri, che camminano lenti lenti verso le cannonate lontane, verso i macelli.

A un punto vediamo cavalli disseminati da per tutto, a gruppetti, a decine, a centinaia. Qui all’abbeverata, là riposano in piedi, cavalli bai, neri, sauri, con un’aria dozzinale, poco nobile, di bestiame mezzo selvatico, peloso, arruffato. Cavalli raspati nelle requisizioni, che non hanno razza, raccolti in una varietà tumultuosa di mercato: alcuni con le orecchie basse, irritati dalla catenella che li lega a circolo, altri mordicchianti la scorza di un albero, altri mezzo addormentati, con l’occhio semispento, tutti coperti del pelo lungo e aspro dell’inverno. Ci sono parchi di cavalli, come ci sono parchi di motori, roba da fatica e da sciupìo, senza bellezza nè grazia, ma che insieme dànno l’idea della forza viva dell’esercito, del suo lavoro muscolare, e alcuni, staccati da poco, infangati e impolverati, fumano ancora come un motore dopo la corsa.

Passiamo avanti a carretti carichi di carne macellata di fresco, sanguinosa, mal coperta da una tela. Più oltre — poichè lo spettacolo non finisce mai — cucine da campo, fumanti, cuochi all’opera, soldati che lavano. Poi una colonna di carri carichi di balle di fieno, impacchettate, legate con filo di ferro: venute sui treni chi sa di dove. Non passano di qui, come una volta, sui carri ordinari, tirati dai buoi pezzati di rosso, che hanno le ciglia bianche degli albini. Ma le portano le coppie dei cavalli americani, o i carrozzoni delle _Fiat_ o delle _Spa_. Non è il passaggio metodico dei frutti della terra, che si offrivano in ogni stagione, che venivano fuori da queste zolle intorno, che si coglievano da quei rami, stecchiti. È roba che viene di lontano, mandata e portata dagli invasori. Sullo sfondo rugginoso del paese agricolo si profilano distese vaste di botti di ferro, latte di benzina e di lubrificante: le materie industriali della guerra, le linfe spesse e graveolenti della meccanica. Siamo alle spalle delle linee combattenti, nel pieno della zona di operazione, quasi nelle trincee avanzate delle riserve di uomini e di materiale.

Tutto un popolo in armi, coi suoi impedimenti e carriaggi, venuto fino dall’estrema Italia, si è accampato qui: ha invaso le casupole, occupato i letti, piantato gli accampamenti sui seminati, disteso i fili telefonici sugli alberi delle ville signorili, accumulato le riserve nelle aie georgiche, appoggiato i fucili accanto alle siepi, ordinato i cannoni sui solchi, ammonticchiato i basti nelle stalle, gli zaini nei solai, e le sentinelle vigilano alle teste dei ponti, sui crocevia, sui campanili delle chiese, sulle torrette dei camini, sulle terrazze delle case. Qua e là alcuni monelli giocano, appare qualche donna; ma gli amori e i dolori di questa gente non contano più. Appartengono quasi a un’altra epoca, a un’altra storia. E i soldati passano avanti ai cancelli dei cimiteri e non guardano oltre la cancellata: non hanno lì i loro morti, non hanno lì nè memorie nè dolori. La guerra occupa tutto, tutto è mutato provvisoriamente. Dove era un giardinetto su un monticello è un osservatorio di artiglieria, e tra le frasche di una capannetta sporge il volto di un ufficiale che scruta col binoccolo il cannoneggiamento nostro e nemico, dal Sabotino al S. Michele.

* * *

Una tale varietà di particolari, che nella sola passeggiata di un pomeriggio basta a riempire un taccuino, fa capo ultimamente a una unità inscindibile: nel movimento sparso, che par confuso, è un ritmo, una legge. Tutto in realtà è ordinato e preordinato. Il moto irradia da centri fissi, va verso punti fermi, che in una prima occhiata non si vedono; si ignorano, ma si suppongono: magazzini centrali e magazzini avanzati, colonne, munizioni e autocarri, rifornimenti di materiali e parchi, sezioni di sanità e posti di medicazione, ambulanze e carri, ospedaletti da campo e ospedali di riserva, magazzini di distribuzione per i vettovagliamenti e parchi viveri, panifici avanzati e parchi buoi, comandi di tappa e traini automobilistici, tutte queste parole vaghe per un profano, sono i termini precisi del linguaggio e dell’azione militare: coi quali si unificano le innumeri e diverse impressioni delle cose sparsamente vedute. Ogni movimento ha la sua direzione, la linea tracciata da un punto all’altro: dai centri di rifornimento, dai forni, dalle piccole stazioni ferroviarie, dai depositi di munizioni ammassate nei rotoli di legno sotto le tettoie, dagli ospedali della Croce Rossa indicati con un numero sul portone di un vecchio palazzotto, o all’ingresso di un edificio scolastico, dai comandi allogati in una villa nascosta tra le piante alte di un parco. Ogni ruota che corre sulla strada e par libera, è presa nell’ingranaggio di una macchina fantastica, che ha il movimento impresso da otto mesi. L’ora di partenza di un autocarro, l’ora di arrivo, tutto tutto era sulla carta stamane, sarà sulla carta stasera; empirà la pagina di una giornata di guerra.

Il movimento è cronometrico: nulla può arrestarlo, nulla deve turbarlo. Anche gli incidenti improvvisi di strada hanno poca importanza. Gli impacci si sgombrano rapidamente: i piccoli disastri sono presto riparati. Si ha fretta, si riatta tutto sollecitamente, si accorre, si soccorre con tutte le forze e quando non si può riattare si sostituisce. Un carro rotola dentro un fossato, carico di quintali di legna. Soldati balzano dagli autocarri e in cinque minuti sono staccati i cavalli e scaricato il veicolo, di lancio si tira fuori tutto, il carro torna sulla via, è caricato, le bestie sono riattaccate, e non resta che uno sbocconcellamento nell’orlo del fosso, che due pale colmeranno. C’è della forza, in giro, che abbonda.

E si va sempre avanti. Quando la strada è liscia, bene; quando è cattiva non ci si bada, si va ugualmente, con un po’ più di materialità, di strepito, di sobbalzi: ma si deve andare ugualmente: i pneumatici strosciano violenti contro le carreggiate inghiaiate, fanno balzare lontano le pietre, si fanno mordere, ma si va. Se tutto si consuma, tutto si rifornisce senza misura, senza limiti.

Gli è che tutta la roba è in comune, e non appartiene a nessuno, e ognuno se ne serve come di uno strumento: son tante cose che appartengono ai parchi automobilistici, ai magazzini, ai centri di rifornimento, ecc. ecc.: sono il ferro, la gomma, l’acciaio, il legno dell’esercito. Pare a tutta prima che chi se ne serve non abbia il senso scrupoloso della proprietà. Ma non è che una illusione. Ognuno ha cura della roba propria. Se osservate attentamente quegli uomini, ognuno ha il senso, l’ambizione, la preoccupazione delle cose sue: il cavaliere del suo cavallo, della sella, accomodata alla propria inforcatura, delle redini che gli hanno fatto il callo alle dita; l’automobilista del suo motore, di cui conosce il battito, di cui sa il canto nelle lunghe ore di marcia, su cui si china ad ascoltare il respiro nelle salite gravose, o del volante a cui rimane attaccato, come il timoniere alla ruota. Ognuno aderisce, ognuno s’affeziona al proprio strumento, perfino il territoriale al carretto che conduce, di cui sa il peso e la portata, su cui dorme e siede, con le cosce sulle stanghe, per chilometri e chilometri di cammino; o al cavalluccio, o all’asino, o al bove, o al mulo morditore o calciatore, ch’egli guida da tanti mesi tra la polvere, sul fango, sotto la pioggia, che bagna tutti e due; e l’uomo è amico della bestia, con la quale ha diviso i freddi della notte, o il calduccio di una stalla, a cui fa la lettiera, a cui dà da mangiare, prima di mangiare egli stesso.

Tutto ritorna alla forma ineliminabile eterna e quasi alla sostanza della proprietà individuale. Ognuno è legato al proprio arnese da vincoli di abitudine, di fatica, di compagnia, perchè si misura il passo su quello del proprio quadrupede, si vede la guerra col ritmo del proprio veicolo, e per questo anche se non ci appartiene è nostro, sia che ci porti verso la morte, e carreggi munizioni fin sotto le batterie prese di mira, sia che trasporti la ghiaia sulle strade dal letto pacifico dei fiumi. Tutto quel che ci è intorno, dinanzi agli occhi, fra le mani, a portata dei sensi, dalla mattina alla sera, è nostro e ci è caro, ne abbiamo cura, se anche ci grava, se ci affatica, se ci minaccia; ed è quello il nostro peso e il nostro compagno; è spesso un confidente muto e un appoggio. Per il soldatino che reca la posta la guerra grava sulle spalle col peso del piccolo sacco grigio fasciato di rosso. Egli porta il suo sacco come l’alpino lassù il proprio cannone. Ognuno ha la sua arma e il suo ufficio, ognuno è legato al suo compito, come a un dovere, come si è legati alla sorte, al destino umile o alto.

* * *

Scendeva la sera. E lo spettacolo dei nostri uomini accampati mi si rinnovava ancora e ancora, a ogni tratto di via. Era l’invasione nostra sulla pianura che volge verso l’Isonzo, e l’Isonzo era vicino, e i ponti si profilavano nel cielo del tramonto.

Le cannonate rumoreggiavano, insistenti. La guerra ci tirava sempre più innanzi: ormai non si vedevano più che soldati.

DUE MULI E UNA CARRETTA

Oltre l’Isonzo, febbraio 1916.

_A Enrico Bettazzi._

Sulla mensa sparecchiata, in mezzo ai fiaschi e alle bottiglie d’acqua minerale, ardeva una mezza candela. Sul pavimento posavano quattro ceste coi viveri. Sui panconi attendevano due bersaglieri di scorta, il moschetto fra le ginocchia, e il cantiniere. Alle tre il conducente avrebbe dovuto essere con la carretta davanti all’uscio.

Erano le tre e mezzo. Pioveva. Fuori, per la strada non si udiva un’anima. Gli ultimi autocarri erano passati verso le due, in direzione del ponte di Sagrado. Da allora non si erano più udite che folate di scirocco l’una dietro l’altra sbattere contro la vetrata della finestra, e l’acqua che scrosciava sulla strada, e la spazzava a ventaglio. E ogni cinque minuti le nostre cannonate.

Si era in un paese di pianura verso l’Isonzo, mezzo distrutto dalle artiglierie nemiche. Il campanile era ancora in piedi. Una quarantina di case, attorno al campanile erano a terra. Nelle altre stavano accantonati un trecento uomini nostri. E dormivano.

Non ci si decide, neppure sotto il pericolo, a scansarsi dalle rovine. Anche fra quattro pareti smozzicate l’illusione del nido rimane, rimane l’attrazione di un po’ di raccoglimento e di tepore. Si fugge invece, specie di notte e di inverno, la terra nuda, la desolazione fredda delle cose abbandonate allo scoperto. Si cerca istintivamente un po’ d’intimità, non pure con l’occhio, ma quasi col piede: come il selciato di un cortile, l’angolo di un porticato, l’usciolo d’una stalla, la cancellata d’una cappella.

Qualche ora prima, al calar della sera, i nostri erano tutti fuori sulla via principale, con la proibizione di oltrepassare le sentinelle, chiusi fra le due file di case: raccolti, ammucchiati come i branchi negli steccati. Perchè non bisogna farsi avvistare. E la sera, come il solito, era scesa triste. Lontano, nelle città, nei villaggi, di dove questi soldati vengono, quella è l’ora che s’accendono i fanali per le strade e nelle case s’accendono i lumi e i fuochi. Nulla, nelle città e nei villaggi, è più dolce del cielo che si fa pallido e imbruna a poco a poco sulla luminosità allegra, chiassosa, calda dell’abitato. Ma qui non si accende più un fiammifero, e l’oscurità che scende greve, noiosa ai sensi e all’anima, smorza le conversazioni nei crocchi e tronca le parole in gola. Si prova uno scoramento, una oppressione, fatta di solitudine, d’abbandono, di lontananza. Pare che nessun vincolo vi leghi più al mondo remoto, se non una malinconia infinita. Questi uomini ripensano alle proprie case, al proprio letto, alla moglie, ai ritrovi usati, agli amici; e restano all’aperto fin che c’è un poco di luce, quasi a consumare con le pupille il giorno. Ma si sentono lontani e stranamente divisi da tutto quello a cui pensano. Non possono raccogliersi in un canto e scrivere alle loro famiglie, non possono rileggere la cartolina, la lettera ricevuta nel giorno. Rientrando si coricheranno al buio, cercando ognuno a tastoni la propria cuccia, stendendosi sulla bracciata di paglia o sul pavimento; senza spogliarsi, l’uno accanto all’altro, allineati nel riposo e nel sonno come nella marcia. Per fortuna la stanchezza li prende presto ogni sera. Si coricano, i piedi accanto ai piedi, le gambe accanto alle gambe, le teste accanto alle teste; corpo accanto a corpo come i buoni soldati restano in vita e in morte, talvolta sotto un poco di terra e talvolta sopra la terra. Meglio ci si addormenta entro le stalle, distesa la coperta sui cumuli molli di fieno. Nell’oscurità s’odono le bestie scalciare, mordicchiare la greppia, si ode il calduccio e pare d’essere sprofondati in un gran pagliericcio.

* * *

Il carro giunse, finalmente, verso le quattro. S’udì il cigolìo delle ruote e l’irrequieto trapestio dei muletti che sostarono davanti all’uscio.

Allora il cantiniere si alzò, sollevò col braccio la tenda che impediva alla poca luce di battere sulla strada e lanciò la mala parola al conducente, che avrebbe dovuto essere lì da un’ora. L’altro gli rispose per le rime. Toscani ambidue, nello scambiarsi le più spaccate ingiurie erano meravigliosi. Mettevano a soqquadro l’universo per cavarne i termini di paragone e gli epiteti più strambi e pazzi. Il fatto è che l’uno aveva più caro il sonno del pane, e udendo fra il sonno la pioggia scrosciare, affondato nella lettiera di fieno magnifica, non s’era voluto muovere. Ma gli altri tre, che dormivano per terra, lì nella saletta della mensa degli ufficiali, dietro una tenda, con certi sorcetti che venivano a correre sulle gambe e a leccare il grasso delle scarpe, s’erano anche in quella notte da lupi levati alla stessa ora, perchè avevano l’ufficio di recare le ceste dei viveri agli ufficiali di parte del battaglione che erano nei baraccamenti al di là del fiume, presso alle trincee.

Si udì il conducente troncare la lite con queste parole piene di sapienza:

— Statti quieto, un c’è furia. Quando piove ci tiene tutti umili.

— E questo è vero — disse l’altro, e lo invitò dentro a bere un bicchierino di “cognacche”.

— Un paio non ci sta mica male, sai?

— No, basta uno.

— Sii bono, fa il bisse.

— Non ci sono avvezzo, io.

— Manco io era avvezzo. Ma qui ci si avvezza a tutto.

— Madonna, ste strade con la pioggia mi faranno ingrullire. Quante ceste hai stanotte!

— Sono sei ufficiali. Un po’ di robicciola sempre gli ci vole.

Erano tutti quattro incappottati in quei corti e larghi cappotti color giallo verdone, che hanno un cappuccio come le tonache dei frati, e sono anche più belli a vedere dei lunghi cappotti grigi, perchè dànno il colore del fango e di quella maledetta terra rossa che è là sul pietrame del S. Michele e fra le rocce del Carso. Pare terra che beva il sangue e tenga sempre la macchia, come fa il panno.

Le ceste furono caricate a una a una sul carro.

— Vai piano che lì ci sono le ova. Non mi fare la frittata.

Poi furono caricate due sedie per i bersaglieri di scorta.

— Quando si pole star comodi è meglio.

L’ultimo a uscire soffiò sulla candela e chiuse l’uscio.

— Madonna, come piove!

— E’ par d’entrare col carro nella bocca di un lupo.

— Stai bono, che a farci un po’ di chiaro ci pensano loro, lassù. Guarda come giocano coi razzi stanotte!

— Anzi che i nostri quando piove non tirano!

— Senti la batteria di..... È tutta notte che gli va in cuffia, come dice l’abruzzese.

— Siete pronti?

— Pronti siamo. Tu bada a quelle ova.

Come i tre furono dentro, sotto il soffio di cerata gialla, il conducente mise il piede su un raggio della ruota, posò il ginocchio sulla stanga, abbrancò le redini, diede uno strappone, calò la frusta.

— Vai, _Gigi_.

E la carretta si mosse nel buio, parve affondare nella strada, diede tanti balzi come fosse ammattita, e i muletti via, al trotto e al mezzo galoppo, nella notte nera, sotto la pioggia che veniva a secchi.

Non si vedeva più là delle orecchie dei muli, ma quelli sapevano la strada a memoria e si portavano via il carro coi tre uomini, come fosse una carriola, facendo tintinnare a ogni sgropponata le catenelle che sbattevano contro le stanghe e i bilancini.

Erano due muletti alti, lunghi e magri, con le orecchie diritte e gentili, le groppe grassotelle e il pelo corto, pulito e lustro, tenuti bene, a razione abbondante di fieno e di biada. Bestiole giovani, un po’ capricciose quando sono sciolte, ma si rabboniscono subito sotto la stanga, come hanno il muso nella briglia, e i paròcchi, e sentono sulle spalle la bella bardatura di corame novello, e la carretta che loro vien dietro sulle ruote alte, frangendo coi cerchioni la ghiaia, facendo uno strepito, allegro.

— Vai, _Gigi_.

_Gigi_ era quello di destra, a bilancino, che aveva una redine sola e al richiamo dava un balzo in avanti e portava via la carretta.

— Bada, che tu ci porti tutti nel fiume stanotte.

— Voialtri badate alle ova, alla strada ci penso io. E se si andasse nel fiume più acqua di quella che piove non ci pole essere.

— Madre della Madonna, senti che sparo.

— È nostro.

— La batteria è nostra, ma il colpo è loro.

— Qui è dove tirano i “cecchini”. L’altra notte hanno ferito un soldato che veniva in bicicletta e portava un telegramma al maggiore.

— Senti: _ta pum, ta pum_.

— Vai, _Gigi_. Maledetti quei razzi, fanno il giorno a quattro chilometri.

— I “cecchini” sono più vicini.

— Si capisce eh! quelli saranno a un chilometro e mezzo. Vengono sotto, a tirare alle quaglie.

— _Buumm_: senti quella batteria. Un c’è pericolo gli manchi il pane da munizione.

— Giust’appunto che agli austriaci il pane gli fa difetto e i nostri gliene mandano. Senti adesso che spedizione gliene fanno! Gli tirano da tutte le parti.

S’alzava la voce dei cannoni nostri da più punti della pianura. Era un cannoneggiamento senza precipitazione, senza rabbia, metodico, insistente, che veniva da batterie non visibili di giorno, anche più misteriose di notte. A uno capitato là la prima volta, i colpi facevano un effetto quasi pauroso. Ma bisogna sapere di dove vengono, e allora ognuna di quelle voci cessa di essere paurosa ed ignota, vi dice il nome di un paese o il numero di una quota, ridesta il vivo ricordo di un appostamento scavato nella roccia, interrato nella mota, difeso dai sacchetti di terra, mascherato dai graticci e dalle frasche. Allora, veramente, diventano voci amiche, che s’alzano nell’oscurità senza sorpresa, e che riconoscete e distinguete, come le voci delle campane dei villaggi disseminati in un lembo di paese che v’è familiare.

Ficcando gli occhi nel buio, si sorprendevano a distanze vaghe le vampe dei colpi, i fiotti delle fiamme contro il nero della terra. Poi era il rombo di un tuono, e il suo rotolìo per un grande arco del cielo. Per tutta risposta, dalle colline al di là dell’Isonzo, e dall’altre sue posizioni ancora al di qua, dal Sabotino, dal Podgora, dal S. Michele e più verso il Carso, il nemico lanciava l’uno dopo l’altro, o due o tre alla volta, i suoi razzi illuminanti, che portano il fiocco di magnesio lento lento su in aria, in vetta a uno stelo di luce, e lo lasciano ricadere con l’ondulazione molle di un paracadute. Si fa nelle notti più cieche una così diffusa luce che a distanza di qualche chilometro dal razzo, sul palmo della mano distesa si scoprono le rughe più fini. Tutta la notte il nemico illumina in quelle zone le posizioni proprie e le nostre, ci tiene a bada con quel lancio ininterrotto di luce bianca che fa il giorno sui reticolati e rende facile la sorveglianza alle loro sentinelle. Quasi sempre le loro artiglierie tacciono, non si avventurano nel buio; ma si riattiva la fucileria e cade sui nostri un fastidio di pallottole. È la piccola e tormentosa caccia all’uomo, che tutte le notti fa le sue vittime e rende particolarmente pericolosi alcuni tratti di strada scoperti, alcuni sentieri presi di infilata dal tiratore invisibile, nascosto in una posizione avanzata, ch’egli va ad occupare a sera e da cui si ritrae con la prima luce.

* * *

La carretta era giunta in vicinanza del fiume. Cominciava appena a schiarire. Nella cuffia del carro c’erano tre o quattro buchi, segni di palle, e attraverso quelli si vedeva il primo chiaro del cielo nuvoloso, che continuava a mandar giù pioggia a ventate. La strada era un lago di fango. Le zampe nere dei muletti diguazzavano nella poltiglia come in una crema. In certi tratti, dove la massicciata era soda, pareva che gli zoccoli picchiassero sulla lastra lucente d’uno specchio metallico.

Si calò al fiume, apparve la testata del ponte, un ammasso di legname, archi di travi, di tavole lanciati sul greto, sul ciottolame, sullo striscione qua verdognolo, là giallastro della corrente.

Il conducente balzò a terra, aveva le gambe inzuppate, era intirizzito, si mise a correre accanto ai muli, le redini e la frusta in mano. Le tavole sotto le ruote, sotto i ferri, rimbombavano. La luce cominciava a farsi largo di qua e di là del ponte, sul letto dell’Isonzo, velata dalla pioggia. Il passaggio era lugubre.

E finalmente, come si fu sull’altra riva, parve di entrare in un paesaggio nuovo, nel pieno della distruzione, in un regno cupo, sotto un’aria rarefatta, plumbea, greve come una cappa. Nessuno dei quattro uomini diceva più una parola. Nessuno arrischiava un frizzo. Quello che teneva la mano sul cestello delle ova, ci si era lasciato, in un trabalzo, cader sopra col gomito. Il conducente frustava i muletti, senza aprir bocca. L’alba livida sbatteva su quei quattro volti, che ora apparivano duri, assonnati, un po’ tirati, come sul giallo sporco della strada. Si lasciavano portare in silenzio dalla carretta, cullati dallo strepito monotono delle ruote e delle catenelle di ferro. Sensazioni nuove, ancor vaghe stentavano a precisarsi.

La strada, oltre l’Isonzo, risale la corrente. A manca il fiume, a dritta il terrapieno della ferrovia che conduce a Gorizia. Al di là del terrapieno le prime falde delle colline dai nomi fatti truci da tanto sangue sparso. I segni delle granate sparsi per tutto, in mezzo alla strada, sui fossi, sull’argine del terrapieno, sulle rive del fiume; buche, avvallamenti, bocche di crateri, montagne di terra smossa, caselli ferroviari ridotti a un muricciolo basso, pavimenti di case portate via dalle esplosioni, rasate al suolo; vani di cantine, di stalle riempiti di macerie, di tegole frantumate, di avanzi di mobili.

E dovunque l’occhio girava per quella devastazione, vedeva un rovinìo, uno stroncamento di alberi, di arbusti, di siepi; tutta la vegetazione colpita, scheggiata, curvata al suolo, frantumata, lacera. Una desolazione dantesca, d’inferno non imaginato, ma sensibile, reale, in cui le cose prendevano una animazione strana, paurosa, di fantasmi, come se ogni ramo recasse il segno eloquente della granata, come se ogni cespuglio piegato fosse sotto il peso di un cadavere stramazzatogli addosso, come se nell’aria fosse il sentore diffuso, acre, stagnante della strage, della morte, della putrefazione.

E per chi transita di là ogni mattina, sull’orrore abituale della scena, spiccano sempre nuovi segni di rovina recente; una casa crollata, che ieri ancor si reggeva, un affossamento fresco a uno svolto della strada, un pezzo di rotaia sporgente dal terrapieno, contorta, ritta in aria, divelta come un virgulto risecchito. Questi segni rinnovano il senso della minaccia continua, del pericolo che vi pende sopra a ogni passo, cieco, inesorabile, come in un campo di battaglia, e nell’ora della battaglia.

Si allunga lo sguardo sulla strada, si fissa su un tratto, ci si domanda se si arriverà in tempo a percorrerlo, a girare fino a quel gomito, a passare di là da quel masso. Non potete togliervi di dosso la noia affannosa di questa minaccia, che non vi lascia mai, che viene dall’ignoto, che vi fa parer grottesca ogni vostra posa del corpo, ogni vostra occupazione, che vi fa provare la stupidità di ogni vostro proposito, di ogni vostro più piccolo disegno: perchè non siete certi di essere vivi fra un istante, di potere fra mezz’ora essere al punto in cui un amico, che avete fatto avvertire del vostro arrivo, vi attende. E le prime volte siete preoccupati di tutto: del camminare adagio, che vi pare pericoloso, dell’affrettare il passo, che forse vi conduce al punto buono di una granata, del correre, che è altrettanto stupido quanto il soffermarsi, del vostro cappotto di pelliccia, che non vi servirà proprio a nulla, delle scarpe, che vi siete fatte pulire prima di partire, di tutte le cose che hanno importanza nella vita solita, in quella che vivono gli altri, lontani e che qui non hanno nessuna importanza.

Finite col non pensare più a nulla, vi abbandonate alla vostra sorte, diventate, come dicono, fatalisti, e a poco a poco accettate tutto, non vi stupite più di niente, tutto rientra in un quadro di vita normale: è naturale che ci siano delle rovine, che scoppino delle granate, che lì ci sia un soldato ferito, che più oltre quattro uomini portino sulle spalle una barella con sopra una coperta di sotto la quale sporgono le due gambe di un morto, i suoi calzoni inzaccherati, le scarpe enormi, deformi, come due zolle di terra inzuppata di sangue.

Il coraggio è l’accettazione calma, rassegnata, fredda di tutto quello che accade intorno a voi. E guardate i due muletti che salgono salgono al mezzo trotto, al galoppo, tirandosi dietro il carretto, da niente preoccupati, come se andassero sullo stradale tranquillo di Palmanova.

* * *

Andavano su verso le trincee del San Michele. Ed era l’ora che i soldati dei baraccamenti si svegliano: si alzano insonnoliti, si sporgono fuori del baraccamento a guardare il tempo, vanno con le mani alla cintola giù verso il fiume. Lungo la riva sono disposte, in cimiteri improvvisati, alcune centinaia di fosse dei nostri. Croci di legno, qualche lastra di pietra con sopra inscritto il nome. Poco sopra il fiume, nel fango, sono tristi quei piccoli ricoveri dei nostri caduti. Non hanno che un riposo incerto, pare che siano, anche dopo morti, in guerra. Non si è potuto dar loro che una pace provvisoria.

Dinanzi alle cucine degli ufficiali del battaglione, la carretta si fermò, i quattro uomini scesero a terra, cominciarono a scaricare i cesti. Tre o quattro ova si erano rotte, e cominciò una piccola lite per quelle quattro ova rotte, un altro alterco meraviglioso, pieno di fantasia poetica, come un canto amebeo.

Poi la carretta e i muli furono messi in un canto, sul margine della strada, e gli uomini si ripararono per qualche minuto nel baraccamento delle cucine. Vennero loro offerte quattro fumanti tazze di caffè, e stettero lì sotto i cappucci, a sorseggiarle.

C’era in un secchione una mezza pagnotta di pane risecchito, buttata via da qualche soldato, un po’ infangata.

— Questa la vo a dare a _Gigi_ — disse il conducente.

E la portò ai muletti. La spezzò in due, e sul palmo delle mani offerse i due grossi bocconi alle bestiole. Queste glieli presero con le labbra calde e coi denti bianchi come mandorle sbucciate, e li frantumarono di gusto. Sogguardavano, di tra le ciglia lunghe, attraverso le nere pupille mansuete, dolci, il soldato. Erano tutti inzuppati, e la pioggia fumava sulle loro groppe, nel mattino invernale, come un’acqua in bollore. Si lasciarono accarezzare il muso, grattare la fronte, con una dolcezza di bestie bone bone. E come il conducente si allontanò da loro, per tornare nella baracca a bersi il caffè, si volsero tutte e due, d’un mezzo giro di testa, a guardarlo ancora.

Nemmeno un mezzo minuto dopo, si sentì arrivare per l’aria, col rumore di un vagone, uno di quei marmittoni, che sfondano le case. Si videro gli uomini che erano sulla strada correre e buttarsi dentro le baracche. Si udì uno dei soliti soldati burloni, un abruzzese, borbottare, fuggendo: “_Matre delli Santi, arriveno li lupi manari_”. Poi un boato, che intoppò gli orecchi a tutti: lo sfracellìo di un monte di pietre, di sassi, le sassate contro le baracche, i vetri rotti, un odore di polvere nauseabondo.

Era caduta sulla strada, scavando una buca inverosimile, ferendo leggermente, come si vide poi, cinque soldati, ma senza ammazzarne uno.

Nessuno lì per lì pensò alla carretta e ai due muli. Fu il conducente, che quando si alzò da terra dove era ruzzolato, cercò le bestie e non vide più niente. Si trovò poi uno zoccolo d’un piede anteriore sulla branda di un tenente, a duecento metri di distanza, che c’era entrato per la finestra, fracassando i vetri. E non c’era più che mezzo ferro. Per questo fu impossibile anche al conducente stabilire se quello era lo zoccolo di _Gigi_ o del compagno.

Il quale accertamento, del resto, non aveva molta importanza, e naturalmente non se ne fece cenno nel rapporto dell’accaduto, che mezz’ora dopo scrisse e firmò il capitano, con alcuni pochi particolari sulla sorte della carretta, i quali non potevano far nascere dubbi nell’Intendenza sulla sua impossibilità di riprendere servizio.

RITORNO IN TRINCEA

Plava, febbraio 1916.

_Ad Alighiero Castelli._

Il 5º battaglione lasciava quel giorno gli accantonamenti, trascorso in pace il mese di riposo. A notte doveva essere di ritorno nelle trincee.

Già innanzi l’alba un sottotenente e un graduato del 4º, che attendeva il cambio, erano venuti giù di staffetta a prendere in consegna gli alloggiamenti. Erano partiti di prima sera, per non farsi cogliere dalla luna, che s’alzava sul tardi, a mezzo le falde del Kuk. Calati a Plava avevano risalito il versante nostro, preso la strada scoperta e poi la mulattiera, che mena verso Cusbana. Giungevano che sul bivio di Cusbana splendeva la luna e illuminava a giorno i colli e i valloncelli, e batteva sul Planina nevoso.

In una valletta che s’apre sulla strada, fra due speroncini di un poggio, erano le baracche del 5º, chiuse, addormentate. La sentinella passeggiava davanti alla garitta, su e giù col suo fucile a spalla e la sua ombra per terra.

L’uscio del baraccamento degli ufficiali era socchiuso. Il tenente entrò nella saletta da pranzo e s’inoltrò nel corridoio. A destra e a manca gli uscioli delle cabine erano chiusi, e si sentiva russare. Dormivano tutti. Dormivano sodo, quella mattina, gli ufficiali del 5º battaglione, trentasettesimo fanteria.

S’erano lasciati andare a una baldoria solenne, la sera; lì in quella saletta da pranzo ornata di coroncine d’edera e di festoni, come per un ballo campestre. Avevano sturato bottiglie su bottiglie di bianco e di rosso spumante e cantato in coro sulla chitarra e il mandolino, alla vigilia di tornare negli appostamenti del Kuk. Dove non si canta la sera e dove non si va attorno.

Il Kuk è quella cosa Che sta ritta sull’Isonzo Non si può più andare a zonzo, C’è il cecchin che fa ta-pum.

Erano una quindicina di giovani. Facevano la guerra da otto, da sei, da cinque mesi, molti venuti su dal niente, entrati nell’esercito volontari, o richiamati come tenenti di complemento e passati capitani. Due avvocati, un ingegnere, un dottore, altri studenti di secondo e terzo anno di liceo. Erano stati e avevano combattuto chi nel vallone di Paljevo, chi alle case di Zagora chi sul Sabotino e a Oslavia coi granatieri, chi a Globna e chi in qualche altro inferno. S’erano tirati dietro nelle giornate d’ottobre e di novembre i propri uomini, contadini, braccianti, operai, quasi tutti di leve più anziane: li avevano scatenati su pei gironi della bolgia di Plava non come uomini, come demoni.

Avevano fatto cose garibaldine, compiuto gesta da camice rosse, con quei volti imberbi di adolescenti, quasi di fanciulli, cresciuti fra i comodi della vita, presi un bel giorno nel fondo di una provincia o nel mezzo di una città grande dalla passione politica, riscaldati dal circoletto o dal giornale nazionalista, divenuti feroci contro l’Austria, alla quale avevano gridato tante volte abbasso andando in corteo sotto i Consolati, e adunandosi a comizio nelle aule o nei cortili delle Università nei pomeriggi di sciopero scolastico. Ed erano tutti andati a sbattere contro reticolati immani, contro gabbie di fili e trabocchetti; e con la loro spensieratezza, le loro canzoncine napoletane, il loro indicibile slancio e disprezzo della vita, avevano fatto fare all’Italia, essi con le anime, coi corpi, col sangue, il balzo oltre i confini vietati. E la patria oggi è abbarbicata alle rocce dove essi hanno esposto il petto e costruito le difese, mettendo pietra su pietra sempre sotto il fuoco, fra i corpi insepolti dei compagni caduti al loro fianco.

Ed ora, dopo avere gioito della mensa e dei canti e dei suoni nella notte serena, alla vigilia del ritorno nelle vecchie buche, dormivano il sonno ristoratore nelle loro cuccette.

Come il diritto di alloggio appartiene, fino all’ultimo istante, al battaglione in riposo, prima che i vecchi inquilini ne siano sloggiati, i nuovi non entrano. Considerato dunque che l’attesa era lunga, il graduato depose zaino, coperte e fucile e si buttò sulla terra a dormire. Il sottotenente accese una sigaretta, s’appoggiò ad un alberello e considerò dal poggio la luna che tramontava. Era la luna di febbraio, così mite fino ad oggi, che ha dato quasi ogni notte il sereno ai nostri uomini.

* * *

Cominciarono i soldati a svegliarsi, verso le sei, pizzicati attraverso le fessure dell’assito dal frescolino dell’alba. S’udirono là dentro i primi dialoghi, il tramestio di quelli che si alzavano, i brontolii dei sonnacchiosi, che indugiavano a uscire di sotto le coperte. Si spalancavano usci e finestrelle. Il valloncello si popolò di soldati in farsetto. Cominciavano sparsamente i preparativi della partenza.

Altra cosa è quando un battaglione in riposo, chiamato da un fonogramma inatteso, è fatto partire d’urgenza a rincalzo di truppe impegnate in una seria azione! Allora si è tutti fuori in pochi minuti, gli ufficiali lanciano ordini, e magari si parte senza gli zaini. È un altro spettacolo.

Ma perdurando lo sverno e la calma sul fronte, col cambio metodico delle truppe, il ritorno in trincea è tranquillo. Si sa per tempo che si deve partire; si sa dove si torna; ognuno si prepara con calma a riprendere il suo posto.

Due ore dopo, le carrette caricano le cassette, i sacchi di tela grigia degli ufficiali, coi nomi e cognomi inscritti a lapis copiativo, i lettucci da campo: tutto il superfluo che si manda indietro al magazzino, quando si fa il periodo di trincea.

L’ufficiale venuto di là reca ai colleghi le notizie più interessanti: rende conto dei lavori compiuti nel frattempo, dei nuovi camminamenti coperti che ora conducono ai ridottini, delle piccole correzioni di linea; fornisce particolari sugli umori del nemico, che variano anch’essi come i nostri, col mutare delle truppe. In un luogo si è venuti a una tregua per il seppellimento dei cadaveri; in un altro si sono rafforzate le difese con lancio di cavalli di Frisia; in un altro abbiamo appostato una mitragliatrice; altrove il nemico riesce a prenderci d’infilata e bisognerà far nuovi lavori per non avere ogni notte qualche morto o qualche ferito. Nel vallone di Paljevo si dà una caccia stupenda ai merli: ci si tira a palla e si vanno a raccogliere sui reticolati la sera. E il tenente racconta tutte queste cose col sorriso contento, attendendo solo che il battaglione se ne vada per entrare lui e scegliersi la sua cabina. Il graduato è lì per terra, e non si moverà fino a sera.

Girando per gli alloggetti degli ufficiali pare d’essere in uno di quei minuscoli alberghi di montagna, il giorno in cui parte una comitiva. Uno sbattere di usci nel corridoio, un via vai affrettato, un rintronare di scarponi chiodati, gente che insacca roba, arrotola coperte, ripiega sacchi a pelo, ripone panni, spazzole, boccette di profumi (quei tenentini sono rasati, pettinati a lucido, con la scriminatura); chi infila il passamontagna, chi si mette a tracolla il binoccolo, chi intasca la minuscola Kodak, chi straccia in quadretti minuti la corrispondenza. Si spazza via tutto, si fa il vuoto, fin che nelle cabine non restano che i telai di legno delle brande coi pagliericci gualciti, e qua e là una borraccia felpata, d’alluminio, o un bastone ferrato, che saranno presi all’ultimo momento.

Nelle baracche della truppa, lunghe, ampie, aperte come corsie, dove si dorme sulle tavole, e la roba e gli uomini e le armi e gli attrezzi si pigiano e si affastellano, è una maggiore confusione; è un’altr’aria, una mistura ingrata di odori di scarpe ingrassate, di aliti grevi, di strame, di medicazioni. Pare di essere nella terza classe di un bastimento di emigranti, poco prima di entrare in un porto, quando ci si prepara a portare tutto in coperta. Il sole entra per i finestrini, come per tanti _hublots_; si direbbe che fuori c’è il mare. Chi sale, chi scende per le scalette; chi si gira le fasce intorno alle gambe, chi arrotola la coperta, chi, in un canto, si rade.

Sull’uscio, all’aperto, il dottore passa la visita. Bocche che si spalancano, corone dentarie nere, guaste, tonsille infiammate, mani fasciate, che se si sviluppa la garza appaiono tumefatte, bluastre, e ne spiccia sul dorso una perlina di liquido giallognolo. C’è qualcuno che non andrà in trincea. Due accusano la febbre, e attendono il turno mogi mogi, le gote arrossate, il bavero della mantellina rialzato, pazienti, come sono i poveri che attendono negli ambulatori gratuiti.

Verso le dieci distribuzione del rancio, odore di minestra, zaini a terra, fucili poggiati sugli zaini, in due lunghe file fra le due baracche. E una visione varia, un po’ strana, di elmetti ampi, rotondi, leggeri, senza quel che di truce o di fiero hanno i caschi aderenti e grevi e certi altri elmetti di acciaio, più spesso, che si calcano sulla fronte con un taglio netto e risalgono sulle orecchie, alla bella foggia degli elmi antichi, guerreschi e tutelari. Questi hanno una forma quasi di coccio, non so che del vaso capovolto, e spiovono cogli orli ampi sulla faccia, o sormontano sul berretto o sul passamontagna come una casseruola sopra un turbante. Ci vengono di Francia, e, a dire la verità, poco hanno della grazia e cavalleria francese. Dei nostri, i più burloni li lasciano ricadere sulle ventiquattro, con una ironica trascuranza. Si direbbe non ne vogliano sapere, preferiscono arrischiare il capo. E, certo, quell’azzurro cuccumone gallico non è bello. Ma quando il battaglione è adunato o in marcia, allora, moltiplicato per centinaia di teste, spalma una vernice fresca sulle linee, e di lontano fa una bizzarra nuvola turchina.

Finalmente si sgombrano le baracche delle cartacce e della paglia marcita, si dà il fuoco ai mucchi di pattume, agli avanzi sudici, agli stracci. Fumacchi nerastri si svolgono in aria, lenti, pigri, con un bruciaticcio nauseabondo, e tra il fumo scoppiano, con una piccola risonanza chioccia, le cartuccie dei fucili cadute a terra, talvolta anche buttate via.

Poichè il soldato nostro è qualche volta struscione. Non sempre misura l’utile, nè considera il prezzo di ciò che gli si dà abbondantemente, e che bisogna ridargli spesso. Vanghette, ad esempio, piccozzini, zappe (in genere l’attrezzamento leggero), lascia anche cadere e non sempre si china a raccogliere.

È un segno che la guerra di trincea gli pesa, che non ama questi modi tedeschi della guerra. È contadino, e gli piace affondare la vanga nella scassatura della vigna, lavorare di zappa nel terriccio dei suoi orti. È bracciante, e fruga nel mucchio di sassi o nella grotta, con la pala e il piccone, per guadagnarsi la giornata. Ama l’opera bella, il nostro soldato italiano, l’opera buona, la fatica del suo vecchio mestiere, il suo arnese pacifico. Quanto ai pericoli della guerra li sfiderebbe volentieri allo scoperto; l’istinto lo porta a ripararsi alla bell’e meglio. Operaio meraviglioso in tutto il mondo, attaccato alla terra sempre dov’egli vada, sterratore, minatore paziente, resistente, magnifico, in guerra pare rifugga dai nascondigli sapienti, dalle gallerie sotterranee, da tutti gli apprestamenti d’approccio. Questa lotta cieca e minuziosa di talpe non è la sua. Eppure quanto non ha lavorato il soldato nostro nelle retrovie e nelle trincee! Quanto sudore non ha sparso sulle roccie, quante strade non ha aperte, quante mine non ha fatte brillare, quanti ponti non ha gittati tra l’acqua e il fuoco, bagnando la propria opera col proprio sangue!

Tutto gli si fa fare, a tenerlo d’occhio, a curarlo, a trattarlo bene, a volergli bene. A tutto lo si muove parlando alla sua intelligenza e al suo cuore, facendogli capire che cosa è la guerra oggi, dimostrandogli che deve fare così per il suo stesso bene, per salvaguardare la sua vita, e per non essere da meno del nemico. Il nemico lavora dall’altra parte, dobbiamo lavorare anche noi. Il nemico non fa la guerra garibaldina, neanche noi possiamo più farla. Quando il soldato ha capito che non basta essere eroe della guerra, ma occorre anche essere manovale, operaio, minatore, sterratore, allora lavora di gusto e tiene cara la sua vanghetta come il fucile, e non butta via nulla di quel che gli si dà, e non sperpera più.

— Forse il pane sperpererà sempre — mi dice un ufficiale sorridendo, dopo che c’eravamo scambiati questi pensieri. — Li guardi.....

Guardai, e vidi che sì, lo sperperavano il pane, ma in carità. Porgevano le pagnotte o le lanciavano a certi bimbetti sloveni accorsi coi sacchi e le ceste a fare incetta. Come facevano in Libia coi piccoli arabi, le donne e i fanciulli.

— Sempre la stessa storia.

— Buono l’italiano.

— E sfama sempre qualcuno, quando è soldato.

* * *

Si attese il calare del sole per prendere le mosse: sì da essere al punto dove si divalla su Plava di prima sera, quando la luna non è ancora levata. E dato l’ordine della partenza, i capitani si misero alla testa, e gli uomini, per due, dietro.

Si risaliva una mulattiera, a passo lento, per le dorsali dei colli coltivati a vigna e a frutteto. C’era tanto oro diffuso nell’aria e sui costoni vicini, e ricascava giù come una pioggia magnifica da certi cestelli candidi di nubi sospese a mezz’aria, nel turchino. Ci passavano sul capo alberelli di ciliegio, alti sui ciglioni del sentiero. Le pianticelle di vite, arroncigliate come serpenti, spiccavano nere sulla terra invernale, vestita di seccumi giallastri. Più oltre si strisciò coi gomiti fra la ramaglia di un bosco novello di querce: migliaia di foglie colore di rame, secche, accartocciate tintinnavano sui rami, scosse al venticello della sera come campanelle di carta. E a mano a mano che si saliva apparivano in fondo alla valle i villaggi e i nastri bianchi delle strade e i filamenti pallidi dei sentieri, e i tetti neri delle baracche nostre, che mandavano fumo.

La colonna veniva su adagio, ma senza fatica, e gli elmetti, gli uni dietro gli altri, parevano le scaglie lucide di un enorme colubro turchino, che si snodasse fra le piante, con un lungo fruscio.

Erano nel battaglione molti che avevano preso per questi sentieri nei giorni di maggio, mentre le viti erano tutto uno spampanio verde per le terrazze, e i ciliegi si picchiettavano di rosso. Avevano compiuto la prima avanzata, erano scesi i primi su Plava, avevano varcato l’Isonzo. Morti quelli che erano morti, i fortunati tornavano ora anche una volta in trincea. Avevano ormai nello sguardo il senso e quasi il segno di tanta vicenda e monotonia della sorte.

Emozioni vive, scosse al cuore, erano state dei primi giorni. E queste io ritrovavo mentre il battaglione saliva, sulle pagine ingenue d’un taccuino, che un soldato mi aveva dato a prestito perchè leggessi.

Lessi fin che la luce non mi mancò. Più tardi trascrissi, e la parte del poema che si può pubblicare dice così:

_Il 24 maggio._

Il 24 la notte un rombo si sente, Sul far dell’alba continua sovente.

Il nostro tenente gridava a terra Che questa notte è cominciata la guerra.

Fino al confine noi siamo arrivati, Con due bandiere che segnavano i lati.

Avanti, ragazzi, non c’è paura Prima che la notte si faccia scura.

Alla mattina siamo rivati, A San Martino che c’erano stati.

Una confusione come quel giorno Non l’ho mai veduta da che sono al mondo.

Da dieci chilometri li abbiamo seguiti Con una maniera di non usar fucili.

Siamo arrivati fin là in fondo Dove dicevano questo è l’Isonzo.

Plava l’abbiam passata senza paura Perchè ancora non si sapeva nulla.

Avanti, ragazzi, dice il maggiore, Mentre si vedeva un grande splendore.

Quando noi siam giunti al posto Su quel burrone vicino al bosco,

Il mio compagno è stato ferito Disse il colpo è venuto e non l’ho sentito.

Porta feriti, venitelo a pigliare Ma lui aveva poco da respirare.

Il 16 un caso succede Che bisogna andare nelle trincee.

Fra cinque minuti comincia l’attacco Era una cosa da diventar matto.

Il 18 ottobre il bombardamento comincia Dicevano tutti questa volta si vince.

Dopo tre giorni di bombardamento Una compagnia tentò pel centro.

Chi ha fatto questa stragedia È stata l’eroica sestesima.

Ti ringrazio fortuna di quel giorno tristo Che tante volte il pericolo l’ho visto.

Tristi giorni la pioggia cadeva Con tutti i fatti che succedeva.

Trenta prigionieri venivano avanti, Gridando siamo fratelli tutti quanti.

Una ridotta è stata occupata Da quel giorno è tutta insanguinata.

— Dove li hai scritti questi versi?

— In trincea, quando non avevo niente da fare. Ma lei, che è borghese, perchè ci viene?

— Per vedere quello che fate, gli ostacoli che dovete superare, per farlo sapere al Paese.

— Allora venga su e vedrà. E leggeremo sul giornale la sua scrittura.

* * *

Si era giunti dove si inizia la discesa nella gola di Plava. Fu dato un breve _alt_. Bisognava che le compagnie scendessero in silenzio, a una a una, gli uomini distanziati.

Dalla parte nostra il costone cala quasi a dirupo sul letto del fiume, e dall’altra si alzano sopra le nostre posizioni basse di Plava e di Zagora le cinture dei trinceroni nemici, irti di fucili puntati e di mitragliatrici. Ci potevano tirare a una distanza di poche centinaia di metri.

Senza una parola, alleviando lo stropiccio dei piedi, gli uomini si defilarono giù, a uno a uno, curvi, lesti, come ombre. Ogni tanto qualche fucilata partiva dal versante opposto. Ogni tanto si levavano dalle loro posizioni quei maledetti razzi illuminanti, e la colonna sgranata, uomo per uomo, si fermava tutta d’un tratto, per non essere scorta. Tornata l’oscurità, quelli alla testa mormoravano: “Via!”, e d’un lancio si ripartiva, con certi passoni lunghi, la testa bassa.

La scena aveva del fantastico. Centinaia di uomini venivano giù, quasi di corsa, la vita sospesa alla sorte. Taluno cominciava ad ansare, tutti sudavano sotto il peso dello zaino affardellato. Qualcuno inciampava e rotolava a terra. Prima che si alzasse, chi gli veniva dietro balzava avanti a prendergli il posto nella fila.

Si camminava forse da mezz’ora e pareva un tempo infinito. La colonna s’era fatta straordinariamente lunga. Non si vedevano più i primi; chi sa dove erano gli ultimi, ancora. Soffermandosi, uno vedeva queste ombre di uomini calarsi giù una dopo l’altra, l’una uguale all’altra, senza mai fine, dando i medesimi balzi, facendo gli stessi tratti di corsa, girando stretti alla stessa voltata. Non un metro di terreno coperto, non un muro dietro cui acquattarsi in caso di pericolo.

La gola del vallone si faceva profonda più si scendeva: c’era sempre dell’ombra sotto di noi, c’era ancora del vuoto e dell’ignoto, e l’occhio, che cercava di scoprire il fondo, la fine, si perdeva in una vacuità immensa, cupa, continua di gola selvaggia, da cui non saliva eco di voce. Apparivano soltanto dei lumicini lontani lontani, dispersi, come quelli delle casine fra i boschi delle favole. E non c’era altro di umano nel silenzio, in quell’orrido, in quella notte cupa che il passo del compagno che inseguiva il compagno e l’ansia delle respirazioni stanche.

Sotto il piede si sentiva sempre la strada in pendenza, e col capo in avanti si continuava a discendere, il sudore che grondava per la faccia, un ronzio metallico negli orecchi, che parevano intoppati, giù giù, automaticamente verso una mèta misteriosa in fondo all’abisso.

Finalmente si arrivò su un tratto di strada pianeggiante, e si udirono le prime parolette, nel buio: “L’Isonzo!” Avevamo, di fatto, il fiume al nostro lato: riluceva un corso d’acqua non largo, incassato fra le pareti di roccia.

E fu traversato l’Isonzo, e cominciò poi la salita per il pendio del monte, popolato di nostri alle falde e di nemici più in alto, tutto intorno alle spalle e sulle vette.

La luna dava fuori allora con rossori sanguigni, che sparpagliava come spruzzi di vernice lucente su certi tratti neri dei costoni; e frugava dall’alto della sua pace celeste nel fiume verde, con sottili razzi di argento, e pareva aprisse tutta la valle con la luce distesa, diafana, bianca come un vestito di fata.

E gli uomini, salivano per i camminamenti, stanchi, muti, inciampando nelle pietre, battendo con gli elmetti nei traversoni di copertura.

Come la testa della colonna fu giunta presso alle trincee, s’imbattè nei primi manipoli del battaglione, che cominciavano a scendere. E man mano che le cuccette restavano vuote, i nostri, appena arrivati, ci si buttavano a giacere.

Finalmente, a pochi metri dal nemico, si prendevano un po’ di riposo.

FRA GLOBNA E ZAGORA

Zagora, marzo 1916.

_A Gino Berri._

Questa storia di Plava non è ancora finita. Il libro dei suoi martiri ha qualche pagina bianca, che attende. Siamo rimasti al punto dove s’è fermata l’offensiva d’autunno.

L’offensiva d’autunno nel settore di Plava faceva parte della più vasta offensiva. Come l’Isonzo, in quel punto, scendendo da Canale e andando verso il Sabotino, fa un gomito a occidente, ci era utile allungare da ambo i lati le branche di quella morsa di ferro con la quale dal giugno mordevamo il terreno della riva sinistra e serravamo da presso il nemico ritirato sulle alture. Alta nel mezzo di questo gomito la quota 363 era nostra e si prestava bene, a guisa di pernio, al collegamento delle due ali, specialmente sul lato di Globna. Sull’altro il vallone di Paljevo divideva la quota dalle poche case di Zagora, che dovevamo occupare. L’offensiva doveva iniziarsi il 20 ottobre.

Si trattava di operare in un vallone profondo, a pareti ripide, incassate, con un fiume, in mezzo, inguadabile e turbolento, munito di ponti mobili di legno che le artiglierie nemiche battevano e che la piena poteva asportare. Ogni momento la riva sinistra poteva essere separata dalla destra, e le truppe operanti restare senza collegamento. L’ottobre è generalmente mese di piogge grosse e continue.

L’unica rotabile che mena nel vallone di Plava, da Verholje, dal punto in cui scende a nastro sulla sponda destra dell’Isonzo verso il paese, è tutta sotto il tiro del fucile nemico. Gli austriaci l’hanno disegnata e costrutta in modo che dalle posizioni di riva sinistra un passeggero sia scorto e seguìto passo per passo fino al fondo della valle. E, benchè venga qui costeggiando il burrone e a tratti si sporga sul precipizio, non ha sull’orlo un tratto di muretto, non ha da un lato la scanalatura di un fosso: liscia, dura, marmorea. Di lì doveva di necessità andare e venire tutto il nostro carriaggio.

S’aggiunga che nel mese di ottobre i lavori nostri nelle posizioni occupate non erano ancora perfetti, perchè disturbati ininterrottamente dal nemico; non molti, di necessità, i camminamenti coperti. Tutta la conca era sotto il fuoco nemico, quasi un imbuto che raccoglieva d’ogni parte migliaia di proiettili. Le truppe di rincalzo erano sotto la morte come nelle trincee.

Dai primi del mese il tempo s’era mostrato incerto, il fiume repentinamente ingrossava, decresceva un poco, tornava a crescere.

La truppa era spesso costretta a consumare viveri di riserva. Con una barca si traghettavano le provviste.

Il primo del mese si stabilì una comunicazione, fra Plava e quota 363, mediante un cavo d’acciaio, per il passaggio dei viveri ordinari.

Verso il 5 si riuscì, con l’Isonzo in piena, a riattivare un ponte di barche. Un secondo fu gettato qualche giorno dopo.

Intanto si approfittava del tempo che ci separava dall’offensiva, per dare un turno di riposo a parte delle truppe, sì che fossero fresche alla ripresa. Ma con le altre si doveva procedere ai lavori di rafforzamento e di approccio, e alla vigilanza specie nelle ore della notte, col tempo cattivo, la pioggia, il freddo. Ad alcuni reggimenti il vitto era distribuito ad ore insolite, alle 3 del mattino e la sera alle 20.

Il nemico molestava i lavori e i lavoranti. S’accendevano grosse e piccole zuffe di batterie avversarie che si attaccavano a grandi distanze, incroci di tiri di mitragliatrici e di fucili, botte e risposte sonore, attacchi e contro-attacchi rapidi, ma furiosi, tutto un tasteggio di bocche da fuoco, assaggi e inizii di una battaglia che si veniva preparando.

Si esplorava il terreno. Pattuglie nostre s’erano spinte, sulla ferrovia che costeggia la destra dell’Isonzo, fra la galleria di Zagora e quella del Sabotino, senza trovare traccia del nemico. Chi cercava e chi si acquattava. Si frustravano le esplorazioni più ardite con gli appostamenti più scaltri. Il nemico poneva ogni cura nel coprirsi, nel darsi per morto, quasi volesse farci dubbiosi della sua presenza. Nemico calmo e cauto, che conosceva le arti della guerra di posizione, e palmo per palmo il terreno e uno per uno i vantaggi e svantaggi e le insidie.

Lo si udiva generalmente lavorare di notte, occupato senza posa a migliorare le difese, a rafforzare le trincee, a piantare paletti pei reticolati e a buttare nuove reti; ad aprire con le mine nuovi passaggi, a coprire con tavoloni e con sacchetti e con frasche i ridottini, ad appianare i sentieri. Frugati dai riflettori nostri alcuni rari gruppi o fanti isolati che andavano o venivano per i cambi, si buttavano loro addosso raffiche di mitraglia e di pallottole; si ricevevano entro le trincee bombe a mano, lazzi e scherni, ingiurie e sfide sprezzanti.

Le loro batterie regolavano i tiri su questo o quel punto, sulla strada, sui ponti, sugli svolti delle mulattiere, sulle trincee, sui reticolati antistanti, sulle loro stesse difese per essere pronti a batterci in pieno quando mai le avessimo prese e occupate. Le alture in mano loro erano piene di cannoni d’ogni calibro: ce n’erano sul rovescio del Kuk, sulla sella del lontano Vodice, sul Monte Santo, sul Sabotino. Il duello delle artiglierie si annunciava grandioso, ci si attendeva un’azione di fuoco concentrata, al primo accenno di movimento generale.

Attraverso le linee telefoniche erano corsi ordini, domande, rapporti intorno all’effetto dei tiri delle più grosse bocche da fuoco nelle difese mobili. S’erano fatte prove e riprove.

Ma una cosa era certa: che neanche dai grossi calibri c’era da attendersi molta efficacia di distruzione dei reticolati. I mezzi d’offesa che vennero poi non li avevamo ancora.

* * *

Nei giorni antecedenti l’artiglieria nostra aveva dunque eseguito i così detti tiri di sconvolgimento sulle posizioni nemiche. La notte del 19 e del 20 li riprese più intensi, ripicchiando sulle trincee e nei reticolati.

Il fuoco delle batterie era tale che preannunciava chiaramente l’attacco. Non si era fatto assegnamento su un’azione di sorpresa.

Mandati a contatto con l’avversario osservatori appositi ne tornarono con informazioni varie. In alcuni punti i nemici erano stati obbligati a sgombrare le trincee, lasciandole esposte al tiro delle granate, degli _shrapnel_ e della fucileria, per evitare perdite inutili. In altri punti, su linee più vicine alle nostre, contro le quali avremmo potuto irrompere rapidamente, le ricognizioni informavano che il nemico non s’era mosso; tiratori scelti rimanevano sotto il tiro, alle feritoie dei blindamenti robusti e continuavano a sparare ad intermittenza. Tutta la truppa era all’agguato, dietro i muriccioli e i sacchetti.

Il nemico era attentissimo e si preparava. Furono ordinati contemporaneamente tiri di interdizione sulle mulattiere retrostanti, per battere i rincalzi, per gittare la confusione e il panico sulle retrovie dell’avversario. Si controbattevano le batterie che rispondevano alle nostre. La battaglia era ormai accesa; cominciava a svilupparsi come un incendio.

La notte sul 20 si fece un fuoco d’interdizione quasi continuo, integrato con tiri di mitragliatrici.

Nelle difese si producevano i primi guasti, anche per l’opera dei posa-tubi. Verso Zagora scoppi di gelatina avevano prodotto nei reticolati un’apertura di una quindicina di metri; qua e là si erano aperti altri varchi, ma l’estensione del reticolato essendo molto profonda, non potevano ritenersi sufficienti. In altri settori si era riusciti a far brillare altri tubi, ma con distruzioni insufficienti, parziali.

Ad una più intensa e metodica devastazione si opponeva la vigilanza e l’attività del nemico. Le sue vedette avanzate o coperte, al primo spuntare di un soldato nostro, davano l’allarme. I suoi tiratori eseguivano sugli audaci tiri di giustizieri. Il compito dell’avversario era reso più facile dall’uso abbondante dei razzi illuminanti, che si levavano in aria al più leggero nostro rumore. Protetti a loro volta dalla oscurità, pronti riparavano le distruzioni operate dalle nostre artiglierie o dai lancia-tubi. La mattina del 20 ottobre, un mercoledì, fu da noi rinnovata l’azione di fuoco da