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CAPITOLO PRIMO

Non molto lungi di Margariti, a quasi dieci leghe da Giannina, sul confine dell’Epiro sorgono le montagne della Selleide nella Grecia occidentale. Quel sentimento che abborre la schiavitù, e che fu sempre connaturale al classico terreno abitato dai figli degli Elleni, represso a forza nelle pianure e nelle città dalle numerose orde ottomane, rifugiato erasi più energico sulle altere cime delle montagne dell’Ellade, dove una selvaggia natura univasi coi magnanimi abitatori a sdegnare costantemente il tirannico giogo del Successore dei Califfi. Questa dolce libertà col puro aere che li nudriva respiravano i generosi montanari della Selleide, d’Agrafa, dell’Etolia, dell’Olimpo, e del Pindo: altrove la Grecia esposta da ogni banda alle incursioni de’ barbari, ed oppressa dal numero, curvata erasi, benchè fremendo, sotto il ferreo scettro de’ suoi oppressori. Così nella schiavitù dell’Epiro, gli intrepidi Suliotti mai non deposero le armi in faccia ai desolatori della bella lor patria; ma con quella energia che è propria del loro carattere, difesero sempre l’assoluta loro indipendenza. Possessori di alcuni villaggi alle falde delle loro montagne, li abbandonano in caso di attacco per ripararsi sugli alti piani ad essi soltanto accessibili: quivi aspettano i Turchi che vengono lor sopra per soggiogarli: e quivi è da più secoli che i Turchi sono pienamente battuti e respinti con gravi perdite fino alle loro città. Un Senato composto di vecchi padri della patria regge il governo de’ bellicosi figli di Suli: sacri alla Croce fumano gl’incensi sui loro altari; mentre alcuni eremiti che posero le loro celle su taluna di quelle aeree rupi, pregano per la prosperità dei loro compatriotti, e per la conservazione della loro indipendenza.

Alessio capitano di una compagnia di dugento Suliotti era stato spedito dal Senato di Suli contro un corpo di Turchi, che occupar tentavano in una delle loro escursioni la inespugnabile rocca di S. Veneranda, primo baluardo della Selleide. I Maomettani erano in numero ragguardevole; ed i pochi prodi guidati da Alessio sarebbero certamente periti sotto il fuoco delle artiglierie, quando venuti fossero ad aperta campagna col nemico: oltredichè avendo già trovato i Turchi trincerati al loro arrivo, aveano pure lo svantaggio del terreno. Alessio pertanto, dopo pochi colpi di fucile tratti ad intervalli e con poco effetto, temendo di compromettere la patria quando ostinato si fosse a perire alla spicciolata co’ suoi, comandò loro la ritirata, onde serbare il valore e le braccia a momenti più opportuni.

Frattanto il Governo di Suli meglio informato delle forze nemiche, spediva in ajuto di Alessio un corpo di quattrocento Suliotti: questi seco loro ricondussero al nemico molti di quelli che già marciavano in ritirata: coll’ajuto di alcuni pezzi di artiglieria fulminando il centro de’ Turchi, portato aveano il terrore in mezzo alle loro file, che aprendosi in disordine, e penetrar lasciandovi gl’intrepidi montanari, si dispersero, o caddero sotto i lor colpi. La fortuna delle battaglie si dichiarò per la Croce, ed i Suliotti si coprirono di gloria: ma Alessio che disperando del felice esito del combattimento non avea voluto prendervi parte, ritornando con alcuni dei suoi fra le native montagne, sembrò vile agli occhi de’ Suliotti avvezzi da più secoli a non mai ritirarsi in faccia al nemico. Vile adunque dichiarato dai suoi compatriotti, ai quali antica costumanza prescriveva il fuggire il commercio di coloro che tali pubblicamente si rendevano, Alessio, perduta la comune estimazione, ed oscurata quella fama che è l’anima del soldato, viveva una vita peggiore di morte.

Sua moglie Evantìa, la bella Evantìa ch’egli amava teneramente, e dalla quale era con pari amore corrisposto, portava già nel seno da alcuni mesi il dolce pegno dell’imeneo. Costretta per le leggi di Suli ad esser l’ultima ad attinger l’acqua alle pubbliche fonti, e ad occupar nelle chiese gli ultimi posti, struggevasi in lagrime. Esposta alle amare derisioni delle spose de’ valorosi, le quali pubblicamente cantavano le lodi de’ loro mariti, per colmo di sciagura veder dovea l’infelice Alessio languire di giorno in giorno, e sorbir lentamente l’acerbo calice del dolore e della disperazione; poichè, morto lo sventurato alla vita civile, poteva affatto contarsi fra gli estinti, in mezzo ad un popolo che nell’onore e nel coraggio trova la propria esistenza. Attaccato da una lenta febre che condurlo doveva al sepolcro, privo d’amici, abbandonato da tutti, la sola Evantìa vegliava le notti al suo fianco, e tutte quelle cure prodigavagli di che l’amor conjugale è capace in una tenera sposa: ma invano. Scritta era nel libro dei destini la morte dello sventurato, ed il potere degli uomini non è tale da cambiare i decreti del cielo: Alessio spirò fra le braccia di sua moglie, ed essa sentì di non potergli lungamente sopravvivere. La perdita di un uomo che adorava, e che forse più caro le si rendè nella sventura, giacchè sempre questa avvicina maggiormente fra loro le anime virtuose, talmente influì sulla vedova d’Alessio, che dopo averla esausta affatto di forze, ne provocò il parto non per anco maturo.

In una di quelle notti autunnali in cui rovesci di pioggia precipitano sulle rupi di Suli, ed in cui minacciosi venti contro spingendosi le addensate nubi annunziar sembrano la sovversione dell’universo, aprì gli occhi alla vita la fanciulletta Olimpia, mentre sua madre li chiudeva per sempre nel sonno della morte. — Sventurata creatura! tua madre perisce, e tu rimani pressochè sola sulla terra!

Alcune pietose donne, che, compassionando la misera Evantìa, accorse erano onde assisterne al parto, piansero sulla sorte della sventurata Orfanella: una di esse cui la recente perdita di un figlio appena nato più commovente rendea la situazione della fanciulla, stringendola al seno, si offrì a nutrirla del proprio latte; ed ecco che la povera Olimpia da una madre non sua riconoscer dovette la seconda sua vita. Ah, guai a colui che perde bambino i suoi genitori!.... egli è l’essere il più infelice della terra! — Sofia, che tale era il nome della generosa donna, oggetto facea l’Orfanella di tutte quelle cure amorose che la pietà più tenera suggerisce. Olimpia dunque accorgersi non dovea d’aver perduta una madre: ma chi non sa che la sola pietà, per quanto grande esser possa, non porta seco i vincoli di natura e di sangue, ed è sempre più debole dell’affetto materno?

Non peranco a spuntar cominciava sulle labbra di Olimpia il primo sorriso della infanzia, che i dolci suoi lineamenti, l’amabile sua fisonomia attraevano gli sguardi d’ognuno. Mirar non poteasi senza amarla: e tale per lei cresciuto era col tempo l’affetto dell’ottima Sofia, che già stabilito avea di adottarla per figlia, quando un vecchio di veneranda maestà, vantando dei diritti sull’orfana, venne a reclamarli. Era questi Atanasio, fratello dell’estinto padre di Olimpia, ed abitatore di un eremo già eretto dagli antenati di sua famiglia in una delle rupi di Suli; il quale ritornando dopo lunga assenza da devoto pellegrinaggio, e saputo il funesto avvenimento che portato avea la desolazione nella infelice casa d’Alessio, unir voleva al suo, qualunque fosse per essere, il destino della nipote. Non era Atanasio uno di quegli uomini, che, disgustati di una società che li disprezza, ritiransi sdegnosi nelle solitudini, declamando poi altamente contro di essa: ma impiegata avendo nell’utile de’ suoi simili la vigorosa gioventù, dedicava a Dio solo il resto di una vita virtuosa.

Olimpia, benchè questo incidente separarla dovesse da Sofia che amava teneramente, si volse pure con gioia alla conoscenza dello zio: sentì i moti del sangue: udì imperioso il linguaggio della natura, e si abbandonò piangendo fra le braccia del vecchio eremita. Folta e candida barba scendeva a questi sul petto, lambendo l’azzurra clamide che gli si avvolgeva sugli omeri: i suoi occhi, placidi come la calma del cuore, s’inumidirono dolcemente; ed il soave sorriso del conforto apparendo sulle sue labbra, sparse su tutto il volto di lui un’aria di celeste bellezza.

— Creatura infelice! egli disse stringendo infra le sue le tenere mani d’Olimpia; la tua sorte sarà d’ora innanzi la mia, ed in me troverai l’amore di quel padre che non hai conosciuto. Quanto a voi, eccellente Sofia, io non vi renderò grazie di quanto faceste per mia nipote: mi sembrerebbe così togliervi la più bella di tutte le ricompense; ma la gratitudine nostra non avrà fine che dopo la tomba.

Così disse: e la scena intanto faceasi sempre più commovente; poichè la buona Sofia, che fino allora stata era in silenzio, non potè più resistere alla piena degli affetti, e diè in un pianto dirotto. A sè trasse l’amabile oggetto del suo dolore; e come se più non volesse distaccarsi da lei, al seno avvinsela fortemente: quindi ad un tratto respingendola, baciolla in fronte: poscia nuovamente fra le braccia del vecchio, e con voce soffocata dai singulti rapidamente le disse:

— Addio, caro oggetto da me amato siccome mia figlia! il Cielo protegga la tua innocenza, e ti renda felice quanto io lo desidero! Nel sacro orrore de’ solitarii luoghi che t’attendono ricorda sovente il mio nome, dicendo che da questo seno suggesti un giorno il nutrimento della vita.

Ciò detto, baciolla nuovamente; e per non più prolungare così dolorosa separazione, prontamente si ritirò. Il vecchio Eremita stendeva intanto la mano all’Orfanella di Suli, invitandola a partire: ed Olimpia col ciglio ancor molle di pianto, seguiva nella solitudine l’unico appoggio della sua giovinezza, il fratello di suo padre.