CAPITOLO XXVI
Frattanto i Maomettani, compiuta nel corso della notte vegnente la orrenda carnificina, della quale il Sole tramontando sdegnò forse vedere la fine, impadronivansi di tutta la Selleide. Un ragguardevole corpo di truppe restava al presidio delle conquistate rupi; mentre l’altra parte dell’esercito ritornava all’indietro per cingere di stretto assedio la fortezza di S. Veneranda, entro cui ancor rimanevano liberi Greci, e nuove vittime da immolarsi.
Sull’ampia riva del romoroso Acheronte (fiume cotanto noto all’antica mitologia) s’erge la inespugnabile rôcca, fabbricata di rozza ma durissima selce: larghe e profonde fosse, al suo piede, difficile oltremodo ne rendono l’assalto; ed una numerosa fila di cannoni sopra i suoi baluardi destinata è a spargere la morte su chi tentasse avvicinarsele. Quattro grandi lati presenta, ognuno dei quali rivolto ad uno de’ venti principali: ed in mezzo ad essi sorge maestoso l’acropolo, torre di grande altezza, in cima a cui ancor temuto sventolava allora il sacro Vessillo della Redenzione.
Era intorno a questo formidabile asilo che i Barbari, fatti più arditi dalla sanguinosa vittoria, si accampavano minacciosi. Sapevano dessi che molto scarseggiavano di vittovaglie i generosi difensori racchiusivi: e così, risparmiandosi il sangue, risoluto aveano di aspettarne sicuri entro un campo trincerato la vicina resa inevitabile.
In tale miseranda situazione era già lungo tempo che gli sventurati Greci soffrivano le privazioni più dure. Vuotate già erano le arche del pubblico frumento: troncato dai nemici il corso delle sorgenti che dal seno delle rupi entravano nella rôcca; e tutto il presidio immerso negli orrori della fame e della sete. Ad estenuare sempre più gl’infelici Cristiani, i Barbari ogni giorno chiamavangli sui baluardi con nuove scaramuccie: sempre varii attacchi fingeano su punti diversi per instancarli; ed allorquando la notte avvicinavasi, ritornavano al loro campo dove l’abbondanza gli attendea. I Greci al contrario assai più bisognosi di ristoro, nulla ritrovavano che li confortasse. Privi di tutto, la dura necessità avea loro insegnato a profittare degli estremi rimedii. La buccia degli arboscelli che cresceano sulle arenose sommità delle mura venìa macinata, e formavasene una specie di negro pane; mentre a rinfrescare le arse fauci calavansi delle spugne sulle torbide acque dell’Acheronte, e succhiavansi quindi avidamente.
Era a tale stato ridotto il presidio di S. Veneranda, allorchè i capi di esso si adunarono a consiglio, onde deliberare sulle risoluzioni da prendersi in tanta pubblica calamità. Scendeva appunto la notte; ed i Turchi ritirati eransi nel campo, quando tutti si raccolsero in un grande atrio terreno. Era questo il deposito delle polveri: parecchie centinaja di cassoni disposti erano da una banda; buon numero di palle di grasso calibro ammucchiavansi dall’altra; ed un fanale nel fondo, illuminando il sotterraneo, degradata diffondea la sua luce fra i colossali pilastri. In mezzo ai principali capitani sedeva Samuele, Greco di straordinario coraggio, che giurato avea di salvar la rôcca, o perire. Tutti pendevano dal tuo labbro: ed ognuno disposto era a farsi legge d’ogni suo parere, allorchè egli, prendendo la parola, così disse:
«La caduta estrema della Selleide che, privandoci di patria, ne avvolse fra mali inenarrabili; e la precaria esistenza di questa fortezza, ultima sede della nostra indipendenza, or qui a consesso vi appellano, o valorosi fratelli! Privi di vittovaglie, senza speranza che mano amica ne provveda, (poichè tutti i Suliotti perirono traditi nella orrenda giornata alle gole di Suli, tranne i pochi che tuttora vivono separati e dispersi entro amiche città), ad uscire una volta da tanta sciagura due soli e tremendi partiti ne restano: o qui soccombere d’inedia, o renderci a discrezione del nemico. Il vostro senno e coraggio vi guidino nella scelta: parlate, ed abbia esecuzione il partito dei più.»
Così disse: ed un istante di silenzio succeduto essendo a’ suoi detti, un giovine Suliotto propose una sortita dei più valorosi; i quali, aprendosi a forza una via nel campo nemico, e caricandosi di viveri, ricondurrebbero abbondanza nella rôcca. Appunto per la grande arditezza piacque a molti il progetto: e già un sommesso mormorio, ed un inchinare di teste, accennava ch’erasi pronti ad abbracciarlo, allorchè un guerriero venerando, incanutito sotto il peso della armi, lo disapprovò.
«Lode al Cielo, (egli disse) non manca ancora il coraggio nel petto dei pochi figli sopravvissuti alla patria! dessi hanno il cuore de’ Greci, entro cui vivente io veggo tuttora la sventurata Selleide. Ma qual vero utile omai sperar si può dal valore? Qui noi non siam che dugento: è questo numero un punto inosservabile in faccia al poderoso campo dei nemici che ne circondano, superbi, ed incoraggiati dagli ottenuti vantaggi. Quando poi da questo pugno d’uomini detratta si fosse una parte per la necessaria custodia della rôcca, che mai avverrebbe dell’altra avventuratasi ad una imprudente sortita, composta di uomini valorosi sì, ma esausti quasi di forze, ed appena reggenti le armi, a petto di vigorosi nemici abbondanti di tutto? E non saria questo un esporsi a sicuro macello, senza che dal sangue risultar potesse il più lieve vantaggio?»
Tutti rimasero convinti, e si tacquero. Videro che inutile saria stata l’impresa, e che altro partito omai non restava se non quello di perire con gloria, difendendosi fino all’ultimo dai Barbari. — Ma questi non tentavano mai un vero attacco: aspettavano al sicuro, finchè tutto il presidio soccombesse d’inedia. Questa idea era terribile invero: rifuggivano gli animi alla vista degli orrori che la fame iva già, preparando con lugubre prospettiva; il freddo terrore spargevasi poco a poco nel consesso, ed alcune voci osarono pronunziare... capitolazione. — Samuele allora levatosi in piedi sdegnosamente, e seco lui tutti, ad alla voce esclamò:
«E dopo la sanguinosa carnificina de’ nostri fratelli, i cadaveri de’ quali orribilmente mutilati giacciono tuttora insepolti attraverso le gole della Selleide, non si conosce ancora la fede dei Barbari? Chi è qui di voi tanto amico di una morte ignominiosa, che trattative propone co’ nemici? Dessi già stanchi di aspettare, ed anelanti alla perdita nostra, accetterebbero ogni patto: ma, esciti appena da questo sacro loco che ne difende, mille pugnali penderebbero sulle nostre gole. Conoscono essi forse i Barbari religione, umanità, diritto inviolabile delle genti? Padroni essi di tutta la Selleide, l’abborrito loro stendardo sventolerebbe allora trionfante sull’acropolo di S. Veneranda, mentre gli squallidi avanzi delle vostre membra, ammonticchiati alla rinfusa sul terreno, d’esecrando pasto servirebbero ai cani ed agli avvoltoj delle rupi. — Sdegnate voi gli orrori della fame? perir volete gloriosi?... eccolo il mezzo: io ve l’addito. Son questi tremila barili di polvere che ne circondano: una sola scintilla... e siam liberati dall’obbrobrio — Sì; uditemi, fratelli, e sovvengavi pur che siam Greci! Allorquando questi Barbari nei finti loro attacchi s’innoltreranno fin sotto le mura, noi tutti ci uniremo in un punto; e ad un prolungato grido, che sarà l’ultimo nostro addio alla patria infelice, salterà in aria questa rôcca, avvolgendo con noi sotto le sue ruine gran parte degli implacabili nemici nostri. — Ecco la fine gloriose dei dugento; l’ultimo, il solo partito che ne resta: la morte!»
A questa formidabile parola all’intorno cupamente ripetuta dall’eco moltiplice di quel sotterraneo, i Greci sollevarono un grido di unanime consenso: si abbracciarono tutti fra loro; e, disciolto il congresso, ad aspettar si posero intrepidi la memoranda lor fine.