CAPITOLO XVIII
Ma già le vespertine ombre cadendo poco a poco dal cielo annunziavano il ritorno della notte, allorchè l’Orfana giunse al Castello del lago, trascinatavi dai ministri della tirannide. Condotta negli appartamenti del superbo Mouctar, fu data in particolar cura a Selim, capo degli Eunuchi del Serraglio, e molte schiave ebbero ordine di riguardarla siccome loro padrona. Già queste, spinte da quella invidia che alligna nel petto delle vili femmine vendute al piacere dei molli despoti d’Oriente, col pretesto di servirla, le si affollavano intorno, quando Olimpia chiese d’esser lasciata nella quiete; il suo desiderio fu legge; tutti si ritirarono, ed essa rimase perfettamente sola.
Libera alfine dagli odiosi testimonj del suo dolore, nuove sue lagrime corsero sulla traccia delle tante sparse per lo passato, ed abbandonossi su di un sofà nel più profondo abbattimento: la memoria della estinta Eutimia e di Sofia, tornò assai dolorosa al suo pensiero; ma quanto non fu crudele la rimembranza di Demetrio! «Oh, voi felici, (esclamava) che nel sonno della morte rinveniste il dolce oblio degli affanni! Ah! così pur dato mi fosse un eguale destino! io vi seguirei là dove il potere dell’uomo perdè ogni forza; ed a voi unita, pregherei perchè presto anche Demetrio ne raggiungesse. Colà almeno, spiriti indivisi, gustata avremmo quella piena felicità, di cui quaggiù la sola ombra si vide: ed io fra le catene della schiavitù non sarei qui vittima di un Maomettano orgoglioso... Ah! ma prima scagli su me l’avverso destino tutti i fulmini suoi! mettasi ad ogni prova, a qualunque tormento, la mia povera esistenza, anzichè io, dimentica dell’onore, e della sacra religione de’ padri miei, ceda un solo istante al tiranno! — Perduta (è vero) ho la mia libertà sulla terra; ma se più non ho quella d’involarmi a questi luoghi d’orrore, mi resta pure la mia volontà. Questa mi sarà scudo contro lo scelerato carnefice dei Suliotti; ed egli conoscerà suo malgrado che una greca donzella atterrir non lasciasi dalle minaccie, e che preferire sa sempre al disonore la morte.»
Queste generose parole, pronunciate da Olimpia in tuono solenne e religioso, ricondur parvero in lei le smarrite forze dell’animo. Meno affannoso le addivenne d’allora in poi la propria prigionia: confortolla il consolante pensiero che in breve liberata ne l’avrebbe la morte, e che inviolata tuttora scender potea nel sepolcro. Piena pertanto di quella grata soddisfazione, che in un cuore bennato ispira sempre la bella determinazione di sottrarsi ad ogni costo al disonore ed all’obbrobrio; sicura che il dolore e gli affanni che la disgrazia le procurava, riunita ben presto l’avrebbero ai perduti oggetti della sua tenerezza, l’Orfana apparentemente tranquilla, si pose da quel magnifico appartamento a riguardar sul lago soggetto. — Sereno e puro era l’aere all’intorno: le onde leggermente increspate dal venticello della notte in tuon sommesso flottavano lungo le mura del castello; e la luna che colma splendeva nell’alto del cielo, rischiarando in silenzio le rive lontane, specchiavasi tranquillamente sulla cerulea superficie delle acque. — Infelice! era pur quello il momento in cui, guidato da quel lume istesso, indarno fra gli estinti del villaggio ricercava Demetrio la diletta donzella.
Dessa intanto all’aspetto di scena così imponente scender sentiva una dolce commozione nel cuore: questa per altro figlia non era della gioja; partir sembrava piuttosto dalla rimembranza delle sofferte vicende. Assorta ne’ suoi pensieri, Olimpia non avvedevasi che le ore fuggivano rapidamente, e che malgrado la generale inazione delle cose, ed il sonno della natura, non arrestava il tempo neppur d’un istante il veloce suo corso. L’orologio del castello accennò la metà della notte: alcune voci, ed un leggero tumulto nella rôcca, accompagnarono la muta della guardia ai baluardi: tutto quindi si ricompose, e tutto rientrò tosto nel primiero silenzio. Fu allora che la prigioniera infelice cedette al bisogno della natura: coricata sulle morbido coltri, ricercar tentò nel soave abbandono dei sensi la dimenticanza de’ mali: ma Demetrio le fu sempre presente: Demetrio solo vide essa ne’ sonni brevi ed interrotti, e nelle lunghe dolorose vigilie.
Al mattino novello le schiave tutte del serraglio si portarono a lei, ed offrironsi a servirla: Olimpia le ringraziò; e pregolle d’allora in poi a non toglierle il solo unico bene che rimanevale, la solitudine. Era questa di fatto un vero conforto per l’Orfana; se non che talmente accresceva la cupa sua melanconia, che sovente facendo l’infelice a tutto insensibile, stranieri anche rendeale gli oggetti stessi che la circondavano. Era in questi crudeli momenti che i suoi occhi in alto fissati, coprivansi di quell’umido velo che precede il pianto: tremanti erano le sue membra; alterati i suoi lineamenti: alcune grosse lagrime giù correndole per le pallide guancie, bagnavano il pavimento... ma dessa non iscorgevale; non sentiva più nulla: l’anima sua sorpassava allora quella immensa linea che divide la terra dal soggiorno della Divinità. Ivi nelle braccia dell’Eterno rivedea più belli i perduti oggetti dell’amor suo: a piè di Lui che è lo scrutinatore de’ cuori, deponeva i tormenti che laceravanla: la grazia celeste scendeva intanto sull’innocente suo capo; ed essa, riavendosi da quel dolce letargo, piena sentivasi di soave conforto, e di forza novella.
Al mezzogiorno dell’isola, non lungi dalla rôcca, circondato di mura, giace il giardino del serraglio; che destinato al passaggio delle donne racchiusevi, e dalla più raffinata eleganza fatto adorno per ogni dove. Spaziosi viali fiancheggiati da ombrose piante distendonsi in lungo: brillano le ajuole nel mezzo di mille fiori diversi che una leggiadra simmetria vi ha collocati: un piccolo boschetto, perpetuo albergo degli zeffiri, cupamente verdeggia nel fondo, mentre alcune grandi aperture nelle mura, difese da doppie inferriate, libera lasciano in distanza la prospettiva del lago.
La prima volta che Olimpia vi discese fu in un momento in cui deserto era il loco, e che le vili schiave dimentiche della perduta libertà, celebravano tranquillamente una festa nell’interno del serraglio. Si assise in un sedile di bianca pietra a piè d’una inferriata: quindi, poggiato il cubito sui gradini di essa, e sulla mano la guancia, a riguardar si pose la riva all’intorno. Il Sole circondato da leggere nuvolette era al tramonto; i raggi di lui tremolanti sulle acque indoravano per l’ultima volta l’orizzonte: ed una languida luce, dileguandosi poco a poco dalla terra, spargeva di melanconica tinta gli oggetti tutti del creato. Le sole cime di un alto monte da lungi mostravano tuttora la presenza dell’astro: e su quelle rupi inaccessibili, inseguito dalle tenebre nemiche, rifugiarsi pareva il giorno morente. Per naturale movimento rivolse Olimpia a quel punto lo sguardo: quelle canute roccie, quelle balze scoscese non le furono ignote: richiamò ad esse un’istante l’alienata attenzione, ed alle eterne nubi che le coronano riconobbe il Picco di Kunghi. — La più sublime delle native montagne, la sacra terra degli avi suoi ricomparivale dunque finalmente dinanzi! Spinta da una soprannaturale commozione, ella cadde sulle sue ginocchia: sparse lagrime di tenera gioia; e benedisse l’Onnipotente, che sì dolce conforto arrecavale in mezzo a tante amarezze.
Lieta per sì bella scoperta, non mancava Olimpia di portarsi ogni sera al giardino. Era questo il loco che solo addir le si poteva nella trista sua situazione: trovava in esso un sollievo altrove sconosciuto; e vi si tratteneva delle ore intere senza pure avvedersene: giacchè sempre di brevissima durata ne appaiono que’ felici momenti, che talora il corso interrompono delle nostre afflizioni.