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CAPITOLO XVI

Alta scorreva la notte per gli spazii del firmamento: seguivala, fedel compagna, placidamente la quiete; ed i venticelli usciti dai boschi qua e là spargevansi a rallegrare dolcemente la terra: allorquando Demetrio accompagnato da Eugenio, e seguito da un corpo di Suliotti, incamminossi alla funebre ceremonia, dirigendosi al villaggio ove già succeduti erano tremendi il conflitto e la strage. Deserte quivi erano le case: una moltitudine di cristiani cadaveri misti a quelli degl’infedeli ingombrava la via: splendea tacitamente la luna nell’alto del cielo: i lenti passi dei pietosi guerrieri, e lo stridere di alcuni carri che li seguivano, risuonavano soltanto in mezzo a quella solitudine. Inorridì il figliuolo d’Eutimia a scena così luttuosa: e quasi cercar volesse i perduti oggetti della sua tenerezza, stese furtivo lo sguardo da un punto all’altro di quel vasto sepolcro. — Tra la folla degli estinti sformati dalle ferite, e dal sangue che gli lordava, una donna di dolce e maestosa fisonomia, anzichè spenta, dormir sembrava placidamente: i candidi raggi dell’astro notturno la rischiaravano, ed un leggiero venticello agitava di tratto in tratto la scomposta sua chioma. Un solo istante bastò per convertire il dubbio in certezza: Demetrio rapidamente le si avvicinò, ed in essa riconobbe sua madre! Una larga e profonda ferita nel seno, intorno a cui ancor rappreso era il sangue, spinta aveala nel sepolcro; e le ultime sue voci chiamato avevano il figlio.

Raccapricciò d’orrore Demetrio; e, prostratosi sul terreno, portò tremando alle labbra la gelata mano materna, bagnandola di amare lagrime. — «Madre mia! come io ti riveggo, Madre mia!! — e null’altro disse; perchè il dolore gli chiuse le fauci, e lo tolse ai sensi. Riebbesi finalmente; e rivolgendo da una parte lo sguardo, additò dall’altra il cadavere a quei che il seguivano, e trasportar lo fece nei carri. — A pochi passi di distanza, svisata per le moltiplici ferite riconobbe pure Sofia... la madre di colei ch’egli adorava, giacca distesa attraverso un’ammasso di estinti: Demetrio volse sovr’essa uno sguardo di compassione, e l’affanno non permisegli che di proseguire il cammino.

Lusingavasi l’infelice di ritrovare anche Olimpia fra le vittime della morte. Tale era il colmo della sciagura, tale l’atrocità del pensiero ch’ella viva caduta fosse nelle mani dei Barbari, che astretto vedeasi a desiderare almeno quest’ultimo conforto; ma invano. Più e più volte trascorse egli quel funesto recinto: vecchi, fanciulle, donzelle confusi fra loro ingombravano il terreno; ma giammai fra queste ultime la figliuola d’Evantìa se gli offerse allo sguardo. Alfine dopo mille inutili ricerche, gli fu forza assicurarsi che dessa era schiava; a sì orribile idea, un tremito convulsivo s’impadronì poco a poco di tutte le sue membra; il suo respiro divenuto era frequente, e gli agitati palpiti del cuore trasparivan fin sopra le sue vesti. Forse un pianto copioso versato in quel punto ammollito avrebbe un’angoscia sì fiera... ma il nemico destino toglievagli pur anco la dolce voluttà delle lagrime.

Un flebile grido lo riscosse improvvisamente da sì penosa agonìa; si volse egli al loco d’onde partiva, e vi scorse Eugenio prostrato sul corpo d’una vergine estinta. — Era quella l’amabile Irene: i Barbari spenta l’aveano d’un colpo, tutte così troncando le dolci speranze del suo giovine amante: testimone lo sventurato della propria disgrazia, non trattenne le lagrime, e l’aere echeggiar fece de’ suoi lamenti.

«Irene mia! (esclamò coll’accento del dolore): a che mai teneramente mi amasti? a che il Cielo ci lusingò di renderne uniti e felici, se in un punto doveva io perderti per sempre?... Oh, quanto sangue sta rappreso sulla tua ferita!... quanto ne ha bevuto il terreno!!... Innocente vergine, dovea dunque su te sfogarsi la rabbia degl’infedeli?... Oh come contraffatte sono le belle tue forme! quelle labbra che mille volte per me s’apersero al più dolce sorriso dell’amore, chiudonsi ora livide e scolorate: quelle vivaci pupille che tutta l’anima appalesavano, coperte sono dal denso velo di morte... ah! se scritto è nel Cielo che io sopravviver debba alla tua perdita, obbedirò ai decreti di quel supremo destino che ne governa: ma qui, su questa mano istessa che sperai stringere un giorno in più felice momento, Irene! io ti prometto non esser d’altre che tuo: la tua memoria mi sarà guida dovunque; ed io passerò i giorni che mi restano nella sventura e nel pianto... Vi sarà altri sulla terra più infelice di me?»

— «Sì, che vi sarà: ed eccolo a te dinanzi: (risposegli Demetrio con voce soffocata, ed afferrandolo vivamente per mano). La sventura non ha altri colpi per l’uomo cui tolse in un punto la madre, e l’amante! Tu la perdesti: la piangi qui, estinta.... ma io non posso teco piangerla così! Ah, felici coloro che più non sono!! l’obbrobrio ed i mali non ne accompagnano almeno la malaugurata esistenza: nella pace della tomba essi non sentono l’orrore della schiavitù: non lasciano dei viventi sulla terra in angoscie mortali e continue!!... io sono uno di questi. In me l’orfano tu vedi, cui il ferro de’ nemici privato ha di una madre: pure essa è qui spenta fra noi, ed io sparger posso di lagrime la sua spoglia. Ma... la mia Olimpia che invano fra questi cadaveri ricercai, geme ora fra le catene dei Barbari: un crudele diritto la pone irrevocabilmente fra loro, ed io privo ne resto per sempre. — A che dunque ti vanti il più infelice sulla terra? A me (ed in così dire, invaso dalla passione, batteasi il petto a riprese), a me solo si dee questo nome. Qui sta: è qui nel mio cuore profondamente radicata; qui versa il suo veleno una crudele disperazione: qui essa giganteggia.... intantochè questo.... si restringe... s’annienta...»

Ciò detto, cadde tremando fra le braccia di Eugenio. Commosso il pietoso giovane a storia così funesta, mescolò le sue alle lagrime di Demetrio: e da questo interessante momento ebbe principio fra loro, quella tenera amicizia, che poi la sola morte doveva un giorno disciogliere.