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CAPITOLO X

Cessavano frattanto gli ardori della state: l’equinozio autunnale appressavasi rapidamente; e già le pioggie, che in quell’epoca precipitar sogliono copiose sulle rupi di Suli, il ritorno annunziavano de’ bei giorni d’ottobre. Il vecchio Eremita vedea con gioja sempre più dileguarsi quegli intervalli di tempo che frapponevansi ancora alla novella primavera: dipingevasi sovente al pensiero il fortunato istante della nuziale ceremonia; ed ivasi prefigurando tutti i più dettagliati godimenti che sarebbe questa per arrecargli. Ma l’uomo, che nasce nella perfetta ignoranza di quanto potrà succedergli fra i suoi simili, indarno fa dei proponimenti a sè stesso. Il libro dei divini decreti non è aperto qui in terra agli sguardi del mortale: un velo impenetrabile lo ravvolge nella più densa oscurità; ed egli, trascinato da una forza superiore, a cui inutile sarebbe resistere, segue ciecamente la propria carriera, senza saper ove sarà per fermarsi.

In mezzo al furore d’una terribile bufera, essendosi svelto dall’erta di una rupe enorme macigno, fracassato avea nel cadere la capanna di una povera famiglia di montanari, di cui le meschine possidenze perite erano sotto l’impeto della grandine e dei torrenti che strariparono. Era già qualche tempo che gli sventurati, ridotti nella estrema mendicità, viveano di quel solo che loro somministrava la pietà de’ vicini. Commosso a sì trista situazione, un giorno alcune ore innanzi il tramonto del Sole, il generoso Atanasio, dato di piglio al noderoso bastone, fido compagno de’ suoi piccoli viaggi, e caricatosi di alcuni pomi, di varie erbe, e di latte, avviavasi al sollievo degli infelici. Dimoravano questi a non poca distanza dall’eremo: ed Olimpia che nel soccorso de’ poveri trovava anch’essa le soddisfazioni più belle, avrebbe senza dubbio seguito lo zio nella pia opera, e nel dirupato cammino, se una leggera indisposizione di salute, ma che obbligavala al ritiro, non l’avesse impedito: frattanto l’uomo veramente filantropo allontanossi dalla nipote, promettendole un pronto ritorno innanzi sera. Ma alcune ore dopo la partenza di lui, quel superbo Sole che limpido e puro poco fa sfavillando nel cielo, lunga serie prometteva di bellissime giornate, cominciò a velarsi d’oscura caligine: le eterne nubi che coronano le inaccessibili cime del Picco di Kunghi, spinte da un vento gagliardo, si stesero minacciose sulle minori rupi di Suli: gli spessi lampi che le solcavano, più orribile ne rendeano la oscurità; mentre un vento secco ed infiammato, sollevando in giro le paglie leggere, annunziava imminente un terribile temporale.

Olimpia nata appunto in uno di quei momenti ne’ quali la natura in convulsione, lottando con tutto ciò che tende a sovvertirne l’ordine, soffre, e combatte per respingere la sua dissoluzione; assuefatta a vederli costantemente rinnuovare in ogni anno, ben conoscevane la tremenda imponenza e l’orrore. Palpitante sulla sorte dello zio, che l’uragano poteva sorprendere per via, vide in tutta l’estensione l’orribile scena di lutto che offrir potevate il funesto avvenimento. Spinta da un interno presagio, simile a quello che d’ordinario preceder suole una grave sciagura, la figliuola d’Evantìa recossi nel silenzio della cappella: quivi prostrata a piè della Vergine, implorava con tutta l’anima l’allontanamento di sì gran male; mentre le sue lagrime, accompagnando le fervide preghiere, ivano in copia cadendo sulla gradinata dell’altare.

In quell’istante giungeva Demetrio all’eremo della rupe. Erano già parecchi giorni ch’egli, per urgenza di pubblici affari, dimoravane assente: ora, condotta a fine con amorosa sollecitudine la propria missione, ritornava all’amante, quando questa supponevalo ancora ben lunge. All’annunzio del periglio di Atanasio, un gelo di morte corsegli per le vene: ma, pietoso del dolore di Olimpia, fu ben cauto di nasconder sulle prime il proprio turbamento; che anzi pose ogni cura in rassicurarla, ponendole in vista tutti i mezzi di scampo dei quali il vecchio potuto avrebbe valersi per via. Ma i frequenti lampi che sempre più vivi si faceano, persuadevan tutt’altro: il tuono avvicinavasi fortemente romoreggiando; e la terra avvolta nella più grande oscurità, non era che ad intervalli rischiarata da una luce sanguigna e funesta.

Commosso dalle strazianti querele di Olimpia; atterrito ad una idea ch’egli stesso cercava invano allontanare dalla mente; Demetrio, senza sapere ove sarebbesi rivolto, usciva per correre sulle orme di Atanasio... ma non era più tempo. Un terribile baleno che tutta illuminò la cappella, fu seguito da uno strepito orrendo di tuono che la scosse fin dalle sue fondamenta; l’aere ne gemette, e la terra sembrò provare una violenta commozione. Nel tempo stesso un diluvio di pioggia precipitava dal cielo: i minacciosi venti equinoziali curvando a forza i grandi abeti della foresta, mugghiavano cupamente; ed i replicati scoppi della folgore annunziavano la totale confusione degli elementi fra loro. La povera Olimpia nulla ormai più vedeva di quanto avvenivale intorno: il solo Atanasio occupava tutte le sue facoltà. Demetrio istesso gemea fra i dubbj più crudeli: inorridiva al pensiero di dover forse scoprire una terribile verità, e tuttavia attendeva impaziente il termine della bufera per tosto assicurarsene.

La pioggia frattanto veniva poco a poco cedendo: men frequenti e men vivi succedevansi i lampi; ed il tuono, sordamente mormorando, pareva allontanarsi. Quanto tremendi e fatali, altrettanto rapidi e di breve durata sono gli uragani nelle rupi di Suli. Colla facilità stessa con cui vi si addensano, dileguarsi ad un tratto le nubi che il Picco di Kunghi sembra richiamare alle inaccessibili sue cime: la caligine sparisce, e torna nuovamente a respirarsi l’aria più pura. Sdegnando forse la vista dell’orrida scena, il Sole frattanto era già sceso al tramonto: e la crescente luna sorgendo allora sul rischiarato orizzonte, rallegrava della blanda sua luce la oppressa natura.