CAPITOLO XXIV
Non appena pertanto la prima alba del mattino usciva in cielo ad impallidire le stelle, che le orde de’ Barbari, marciando in silenzio, si appressarono alle gole. I posti avanzati de’ Greci furono i primi ad essere attaccati; alle replicate scariche dei fucili si sparse il grido dell’allarme; ed accorsa tutta la truppa de’ Suliotti: il combattimento si fece generale. Tre volte i nemici sforzar tentarono le strette, e tre volte respinti furono dai valorosi discendenti degli antichi Selleni. Finalmente un grosso corpo di assoldati maomettani Albanesi, i meno vili fra i Barbari, decidere volendo ad onore della Mezzaluna la incerta vittoria, serrarono le loro file; e così ordinati marciarono in avanti, risoluti di conquistar Suli, o perire. Un parco di volante artiglieria da campagna che li precedeva apriva loro la strada; mentre una selva di bajonette qualunque ostacolo allontanava dai lati. Gl’intrepidi montanari diretti dal generoso Demetrio, prodigii faceano di valore: ma i nemici moltiplicavansi ovunque; e se cento di essi cadeano, altri cento giungean subito a rimpiazzare gli estinti. Cedettero i Greci finalmente al numero dieci volte maggiore: e lo stendardo di Maometto lordò per la prima volta l’inviolato terreno sacro alla Croce.
Fu in questo momento tremendo che Selim ed Eugenio giunsero di tutto corso alle gole, dalla fortezza di S. Veneranda. Gli occhi di quest’ultimo cercarono più volte l’amico in mezzo al bollore della mischia, ma non mai vennegli fatto di rivederlo: avrebbe voluto narrargli la fuga di Olimpia, ed il sicuro loco ove trovavasi... infelice! anche questo unico conforto mancargli doveva in tanta sciagura.
Frattanto il prolungato urlare de’ Barbari, che da un eco all’altro delle rupi diffondevasi minaccioso, ed il cannone che udivasi tuonare ognor più, annunziavano alla Selleide il giorno estremo delle battaglie. Il corpo degli Albanesi maomettani erasi già impadronito degli interni posti fortificati; il resto dell’armata nemica chiudeva l’uscita delle gole, e gli sventurati Greci si stavano in mezzo a due fuochi. Inevitabile ormai erane la perdita. Combattevano essi con quel valore di cui sempre sono capaci uomini risoluti per la difesa dell’altare e della patria: ma a che pro? Una ostinata mitraglia consumavali poco a poco, piovendo su loro in un fondo basso e scosceso, dove i piccoli parchi non potevano agire. Tuonavano è vero da lungi i cannoni di S. Veneranda; ma i Turchi sicuri omai della vittoria gli disprezzavano, e trincerati fra i burroni, tutte le forze volgevano alla conquista delle rupi. Miseri Greci! desolata Selleide!! Le insegne nemiche, inalberate sulle tue montagne, sventolano superbe, e t’insultano: la morte spargesi ovunque: ed il grido della disperazione sollevandosi prolungato dal centro de’ figli tuoi, soave scende al cuore dei Barbari, siccome pegno sicuro della sanguinosa vittoria!
— Un bianco lino levato in alto sulla punta di una greca bajonetta annunziò che gl’infelici capitolavano. Tosto il cannone si tacque: le orde nemiche si adunarono in folla intorno ai vinti, e, per ordine di Velì, le trattative incominciarono.
Condiscendevano i pochi superstiti Greci a cedere una patria che più figli non avea per di difenderla: volevano peraltro bastanti viveri fino a Parga, ove avrebbero avuto un asilo presso i loro fratelli di religione. Acconsentirono i Turchi alla dimanda, e la capitolazione fu conclusa col reciproco giuramento. — Incauti! non avevano essi mille volte conosciuta la fede dei Barbari?
Ben fatto avea Demetrio a non fidarsi di loro. Sdegnando egli di vilmente sottoporsi ad una ingannevole trattativa, insieme coi più valorosi, avanti che questa cominciasse, aperta erasi a viva forza una via, ove un minor numero di Barbari se gli opponea. Allontanavasi dalla patria cadente: ma armato tuttora ritiravasi a Parga, colla speranza almeno di riserbarsele co’ suoi in tempi meno infelici.
Frattanto gli sventurati figli della Selleide, religiosi osservatori del giuramento, emigravano piangendo dalla cara terra natìa: e già oltrepassavano avviliti le strette gole delle loro montagne, allorquando i Barbari, che vi si erano appiattati, contro ogni divino ed umano diritto, d’ogni parte piombarono sopra gl’inermi come tigri affamate. Quale orrendo spettacolo! quale indicibile strazio fecesi allora dell’umanità! I voti del pietoso Selim, che mille volte desiderato aveva espiar col sangue la propria colpa, coronati furono da una morte gloriosa. Egli cadde fra i primi: tutti quindi (tranne que’ pochi, ed Eugenio con essi, che scampando dal generale sterminio raggiunsero poi Demetrio entro Parga) tutti perirono fino all’ultimo; ed un fiume di sangue innocente corse spumante attraverso le rupi della Selleide. — Fu questa la luttuosa fine d’un popolo d’eroi sacrificato sotto la scure de’ Barbari! questa la tremenda libazione, che i figli de’ Greci sul sepolcro fecero della spenta lor patria!!