CAPITOLO V
Ritornava Olimpia trilustre al dolce asilo dell’innocenza... ma quanto diversa da quando il fece, la prima volta, decenne! Non più quella trista apatìa che accompagnava allora i lenti suoi passi; un solo oggetto, ma con tutta la energia, ora le occupa l’anima, mentre una forza soprannaturale sembra costantemente richiamarla al villaggio. — Loco fatale! per te l’Orfana perdendo una pace a stento ornai racquistata, sente pur troppo di non esser nata che a soffrire. — Quella sacra solitudine che tanto un tempo contribuiva a raddolcirle l’amara impressione del dolore, non ha più forza sul suo spirito: una diversa cagione ne forma ora la inquietudine, ed anche il dolore è insanabile, quando insanabile è la ferita che lo produce.
Sonovi sulla terra degli esseri di sì delicata natura pe’ quali lo stesso amare è una pena. Questa passione infatti sconosciuta finora ad Olimpia, agiva su lei per la prima volta con una veemenza, e con un impeto che la straziavano. Lontana da colui che adorava; priva della speranza di rivederlo nelle selvaggie balze dell’eremo, delle quali non era supponibile ch’egli la credesse abitatrice; ignorando affatto di essere corrisposta; la fredda ragione avria potuto svellerle certamente questo affetto dal seno, se troppo profonde state non ne fossero le radici. Benchè una vana rimembranza non potesse che vieppiù inasprire il suo male, riandava sovente col pensiero gl’incantati istanti trascorsi nel villaggio innanzi al valoroso. Allora fissavasi immobile: lampeggiavano alla sua fantasia quegli sguardi di fuoco che Demetrio le dirigeva: penetrandone tutto il sentimento, lasciavasi cadere delle lagrime sulle guancie... nulla più udiva; anzi nulla più esisteva per lei immersa nella contemplazione di un oggetto che occupava tutte le sue facoltà, e ch’essa chiamava Demetrio... sventurata! non era questo talora che un tronco, od un sasso.
Intanto il figliuolo di Eutimia non era meno infelice dal canto suo. In braccio alla più violenta delle passioni, dopo mille infruttuose ricerche onde rivederne l’oggetto, mal sopportando la vita senza colei che sola potea fargliela amare, e perduto il fiorente vigore della gioventù, giacevasi infermo nel letto del dolore, gravemente dubitar facendo di sua vita. Un’ardente febre unitasi all’eccessivo calore della stagione lo manteneva quasi sempre in uno stato di delirio, che interrompendosi soltanto per dar luogo ad una quiete sovente foriera di mortali svenimenti, era anche più pernicioso. Negli accessi più forti le rotte parole ch’ei pronunziava, analoghe ad una folla d’idee vaghe e disperate, null’altro a travedere lasciavano che l’impeto del male: ma nei meno veementi, allorquando un più mite delirio traevalo a parlare, l’amabile donzella era sempre l’oggetto delle sue querele.
«Adorabile fanciulla! (esclamava passionatamente). Bella come il primo raggio del mattino.... piegossi nel tempo ch’io lo feci al sentimento dell’amore... ah! quello sguardo... quel fatale sguardo me ne convinse, e... non mai partirà dalla mia mente.» Un breve silenzio succedendo a questi detti, con languida voce ripigliava: «Ma se tanto buona, perchè abbandonarmi?... perchè fuggire per sempre da me?... Ah! lo conosco: io non era degno di lei. La celeste creatura quaggiù discesa per beare un istante i mortali, non poteva rimanervi lungamente: il cielo la richiamava... ed essa, come il baleno, dileguossi da’ suoi... Ma fra poco io spero raggiungerti... sgombro allora dai lacci terreni... sì... potrò amarti senza arrossire!» Qui un sospiro tratto dal profondo del cuore sembrava spingere leggermente all’alto il suo voto; mentre le negre pupille umide di pianto, elevandosi languidamente, tentavano accompagnarlo.
La lebbre intanto aumentando sempre più, era per giungere al colmo; e l’infermo spossato per lunghe vigilie, annunziava co’ sintomi più funesti la terribile crisi che si avvicinava. Ma le tenere indefesse cure di sua madre, e più il vigore della gioventù, che sebbene oppresso non era per anco spento del tutto, fecero sì che Demetrio, dopo aver lungamente lottato colla morte, superasse il pericolo, e si avviasse quindi a gran passi ad una totale guarigione. Restituito dopo qualche tempo alla primiera salute, non respirava però la primiera tranquillità: e siccome senza il prezioso dono di questa non può l’uomo viver lieto fra i suoi simili, così il figliuolo d’Eutimia, di allegro e sommamente vivace ch’egli era, cangiossi tosto in melanconico e taciturno. Quella dolce mestizia che sparge su tutti gli oggetti la lugubre tinta del dolore, signoreggiava il suo spirito; e nulla, in mancanza di lei che adorava, facevagli amar più della solitudine e del silenzio.
Spinto da queste inclinazioni dell’animo, considerandosi come adatto solo sulla terra, invano sua madre e colle ragioni e colle preghiere tentava ricondurlo al primiero tenore di vita: Demetrio a tutto indifferente, non trovava interesse se non che in que’ luoghi solitarii che soli addir si poteano al suo stato. Un folto bosco non mai penetrato dai raggi del sole, una roccia impraticabile, un profondo burrone, una folta quercia che scorrer vide più secoli, erano i soli oggetti che fermar potessero la sua attenzione. Frattanto in queste solinghe passeggiate, in mezzo ad una selvaggia natura, l’immagine dell’amabile verginella offrivasi sempre al suo pensiero: figlie della tenerezza, e di quel soave sentimento che può ben provarsi da alcune anime gentili, ma non adequatamente descriversi, spargeva allora in copia delle lagrime; queste peraltro non avevano l’amarezza del pianto: procurando sovente uno sfogo ben necessario al suo cuore, cadevano dolcemente senza ch’egli sapesse di versarle.