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CAPITOLO IV

Ma già ai terribili momenti dell’allarme e del pubblico pericolo era succeduta l’ora della calma, e della comune sicurezza. La patria esultava, ed i giovani guerrieri copertisi di gloria erano l’oggetto della generale ammirazione: i vecchi animati da nuovo vigore, rallegravansi di essere vissuti cotanto; e le rispettabili madri di quel popolo d’eroi al seno stringevansi i figli carichi delle spoglie dei debellati aggressori. Nulla però era comparabile all’entusiasmo che destava la vista di Demetrio. Salutato da tutti aquila della Selleide, scudo della pallia, Genio della vittoria, le mani stesse di sua madre tremanti per la gioja gli cingevano al crine la meritata corona; mentre i fanciulli e le donzelle spargendo di fronde di lauro la via che percorrer doveva il vincitore, cantavano inni di lode al trionfante Vessillo della Redenzione.

Olimpia col vecchio suo zio trovavasi presente a questa scena commoventissima. Nel fatale istante, in cui si videro in forse i destini di Suli, essi pregavano piangendo nella cappella dell’eremo: l’ottenuta vittoria era appunto lo scopo delle loro preghiere; ed Atanasio a sè ed all’Orfana negar non volle la innocente soddisfazione di vedere co’ proprii occhi il trionfo della Croce. — La figlia d’Evantìa toccava allora il terzo suo lustro. Il bianco giglio e la rosa, simboli della verginale innocenza, fiorivano sulle sue guancia: due negre pupille che tutta l’anima appalesavano giravansi languidamente sotto le grandi sue palpebre; mentre le turgidette labbra tinte di viva porpora, leggiadro contrasto formavano colla candidezza del collo e del seno.

Demetrio intanto, segno allo sguardo di tutti, vedeva per la prima volta l’amabile Orfana, allora che una lagrima di gioja chiamatale sul ciglio dalla tenera sua sensitività, la rendea mille volte più bella. Vederla, ed accendersi di lei fu l’opera d’un solo momento: quel cuore fino allora straniero alla più dolce fra le passioni, trovava alla fine chi doveva interamente soggiogarlo. Nulla omai più scorgendo sulla terra tranne l’amabile oggetto che lo colpiva; dimentico della trionfale scena di cui formava gran parte, a null’altro aspirar sembrava se non che a trasfondere tutta la passione che investivalo nella interessante verginella di Suli. Ma già il primo raggio dell’amore, più rapido del baleno, penetrato aveva ad un tempo i due giovani cuori: animati questi da un medesimo sentimento, di già intendevansi fra loro perfettamente; ed un solo sguardo per parte di Olimpia, ma che tutto disse in quell’istante, bastò ad assicurare il fortunato Demetrio della sua felicità.

Intanto la pubblica festa avvicinavasi poco a poco al suo termine; ed il pomposo corteggio giunto al maggior tempio di Suli, già ne entrava le porte fra l’universale acclamazione. Semplice, ma vasto è l’antico edifizio: colossali pilastri in giro a doppia fila collocati ne sostengono l’ampia volta; ad essi in mezzo nella eterna sua maestà ergesi l’ara della Croce; ed un’aura santa, leggermente fremendo all’intorno, annunzia al mortale la presenza della Divinità.

— Salve o glorioso Vessillo vincitore dell’averno e della Morte! «(intuonavano i ministri del Signore.) — Inni di lode al Dio degli eserciti! (rispondevano i guerrieri); innanzi a Lui, sole di giustizia raggiante sull’alto delle nostre montagne, dileguaronsi gl’infedeli come la nebbia dal piano. — A Te sian grazie, o Maria! (cantava un coro di vergini); brilli sempre a Suli propizia il tuo lume, o fulgida stella del mattino! difendi la patria, e perano i nemici del tuo nome! — Lode all’Eterno! vittoria alla Croce! esclamavano battendo le palme i fanciulli ed i vecchi.»

Ma un istante di silenzio succeduto era alle espressioni della gratitudine e del giubilo comune: Demetrio allora circondato dai venerandi Senatori, ed ispirato dagli ardenti affetti che agitavanlo «a Te (disse) o Dio de’ forti, che reggesti il braccio del Pastorello nella valle di Terebinto a danno dell’orgoglioso: a Te sovrano reggitore dei destini di Suli: a Te, nella cui ira tremenda annientaronsi gl’impuri Islamiti, consacra Demetrio il brando della vittoria! Egli in voto lo appende al tuo altare: ma innanzi a Te, Onnipotente, ed in faccia a tutti i suoi concittadini qui giura di ripigliarlo, tostochè i nemici della religione e della patria, tenteranno nuovamente di opprimerla!»

Replicate grida di acclamazione, e lagrime di tenerezza uscivano dal labbro e dagli occhi di tutti: le ampie volte del santuario n’echeggiarono; ed il cannone tuonando ad intervalli dalla rocca di S. Veneranda, annunziava alla Selleide il giorno della pubblica gioja. In rendimento di grazie all’Eterno cantossi quindi dai sacerdoti il Trisagio celeste: e, finita la ceremonia, la Croce per le mani del ministro del Signore benedisse l’accolta moltitudine, che poi, romoreggiando come le onde del mare dopo la burrasca, si sciolse, e dileguossi.

Invano frattanto i cupidi occhi di Demetrio ricercavano nel villaggio l’amabile figlia d’Evantìa: dessa più non v’era; unita al vecchio suo zio, già la via ricalcava che all’eremo mena della rupe.