Chapter 7 of 28 · 618 words · ~3 min read

CAPITOLO VII

Allorquando una profonda tristezza ha lungamente signoreggiato il cuore dell’uomo, e l’animo di lui si è poco a poco abituato ad una costante melanconia, può ben questa rendersi più mite per la improvvisa sopravvenienza della gioja; ma non è già che dileguisi del tutto. Di fatto, benchè il fausto avvenimento contribuir dovesse a far rivivere in Demetrio la primiera vivacità (quel dolce invidiabile sentimento che devesi quasi sempre alla perfetta inesperienza de’ grandi mali) pure egli non anco aveala racquistata; e la lugubre tinta dell’antico dolore, benchè più leggera al presente, ottenebrava pure il cuor suo, — Non si dia in braccio ad una passione, chi brama conservarsi nella gioconda serenità dello spirito; perduta che sia questa una volta, non mai si ricupera interamente.

Era già il sole pervenuto alla metà del diurno suo corso, diretti raggi vibrando sulle rupi di Suli, quando l’amabile figlia d’Evantìa alle fresche ombre si ricondusse della foresta dell’eremo. L’ardente luglio percuoteva con una sferza di fuoco la terra: l’erbe ed i fiori languivano sui campi; cercavano gli augelli nella verdura dei boschi un più gradevole asilo; mentre le importune cicale, sotto un cielo privo di nubi, faticavano nel canto.

È ben vero che nella sventura è per l’uman cuore assai consolante soddisfazione il narrare le proprie pene anche agli inanimati oggetti che ne circondano; queste allora, se non meno amare, rendonsi pure più facilmente sopportabili, ed a ragione: poichè l’anima sovente al vivo dipingendo colle parole la terribile passione da cui trovasi agitata, col sovente ricopiarla viene a rendersi meno odiosa la immagine dell’originale. Assisa pertanto sulla fresca sponda del ruscello, ripigliava Olimpia il flebile suo canto.

Sacro bosco, ermo, e segreto, Aura pia, chiaro ruscel, Mie querele a voi ripeto Che ne foste eco fedel. Ah! qual suol lampo fugace...

— Ma donde questa dolce armonia che i sensi rapisce? essa accompagnasi soavemente alla mia voce.

Così Olimpia esclamava, tendendo acutamente l’orecchio; e guardandosi stupefatta all’intorno: ma di nulla accorgendosi, e punto non dubitando di essersi ingannata, già a riprender faceasi la usata canzone, allorquando una grata melodia interruppe nuovamente il silenzio della selva.

Demetrio ritornato al loco dell’amoroso incanto, attendeva tacitamente dietro il folto cespuglio l’arrivo della giovinetta: quando questa comparve, e la flebile cantilena riprese, le dolci note di un flauto univa egli alle pieghevoli modulazioni della sua voce. — Attonita Olimpia, e come in dolce estasi rapita, pendeva intanto dagli amorosi concenti che uscir sembravano dal folto degli alberi. Ma svanita appena la prima illusione della sorpresa, ed accortasi che un ente umano era non lunge da lei, in un loco ove dessa erasi sempre creduta perfettamente sola, non curando di conoscerlo, fuggiva atterrita alla volta dell’eremo.

Demetrio perder non volendo sì bella occasione per manifestarlesi, confidando interamente sul proprio onore, e null’altro scorgendo in quella fuga precipitosa se non che gli effetti di un mal concepito terrore, o di troppo selvaggia educazione, sperando disingannarla, seguìa velocemente i suoi passi. Sentendosi inseguita, la innocente fanciulla ebbe appena il coraggio di rivolger lo sguardo sulle proprie orme: ma quale non fu il suo sbigottimento, quando in lui che teneale dietro riconobbe Demetrio! Proruppe in un grido che le morì sulle fauci: coprì gli occhi con ambe le mani; ed ignorando ella stessa quanto faceva, entrò barcollando la soglia della vicina cappella.

Colpito come dal fulmine a scena così inaspettata, tutte le circostanze della quale sembravano dirgli ch’erasi egli ingannato, e che la giovinetta non avealo amato giammai, Demetrio era rimasto immobile, e quasi fuori di sè. Rispettando la santità del loco in cui trovavasi, non ardì penetrare nella cappella: ricalcò rapidamente la strada percorsa; e si allontanò dalla foresta, pensando ai più espedienti mezzi onde meglio assicurarsi del vero.