Chapter 22 of 28 · 1056 words · ~5 min read

CAPITOLO XXII

Rimasta sola, l’Orfana non ancor persuasa di tanta felicità, tornò a rileggere il foglio dell’amante: lo baciò quindi con entusiasmo, e vivamente esclamò: — «Oh Dio! Non è dunque un sogno: Demetrio stesso è quegli che mi scrive: queste cifre sì conosciute e sì care vengono a rendermi alfine la speranza e la vita!» Ciò detto le lagrime della gioja larga strada si aprirono sulle sue guance, scorrendo così dolci per lei, come il fine della sventura al principio della felicità. — Ogni volta che l’orologio del castello coi misurati colpi le ore accennava che fuggivano «ed anche una di meno: (esclamava Olimpia): poco ancora, e Demetrio mi rivedrà. Dio immortale che presiedi ai destini degli uomini, volgiti dall’alto delle sfere a questa infelice che è pur figlia tua! Deluse non restino le mie speranze! proteggi la mia fuga! ed involami per sempre a questo carcere odiato, ove ogni giorno profanasi dagli Infedeli il Nome tuo!»

Finalmente la estiva vampa diurna lasciato avea poco a poco di sferzare la terra: il Sole era già sceso al tramonto. Con gioja vide Olimpia il ritorno della notte: uscendo da’ suoi appartamenti, gittò un ultimo sguardo su quelle superbe pareti testimonj di tante sue lagrime, e tacita e sola scese palpitando al giardino. Quivi attendevala Selim: appena vi giunse, egli incontrolla sorridendo, ed ambedue ad aspettar si posero a piè della grande inferriata. Oh, quanto lunghi sono gl’istanti per chi attende con impazienza un qualche bene! Ad ogni momento la figliuola d’Evantìa rivolgeva gli sguardi sul lago: ed il più debile fiotto dell’onda, il più lieve venticello, pareva dovesse annunziarle la barca liberatrice.

S’udì finalmente l’agitarsi del remo che appressavasi; ed al chiarore della luna riconobbe l’Orfana il generoso amico di Demetrio. Ad un segno di questi, cui rispose Selim, fermossi la barca sotto il giardino. La scala di corda raccomandata prima nell’interno alle grosse spranghe della inferriata, e gittata quindi all’infuori, additò il mezzo di scendere: ajutata da Selim, Olimpia vi si appese, salendo fin sopra al muro, ove aspettò ch’egli la raggiungesse: discendendolo quindi all’esterno, giunsero l’un dopo l’altra a toccare la barca. Il primo moto della gratitudine di lei fu quello di stringere vivamente la salvatrice mano di Eugenio: le sue ginocchia poi si piegarono: i suoi occhi si volsero al Cielo, e «grazie o Numi di pietà! (esclamò sommessamente). Libera alfine son io dai vili lacci della schiavitù; ritorno pure a’ tuoi altari, alla sacra patria degli avi miei!»

Eugenio frattanto a forza di remo allontanato erasi da quella remota parte dell’isola: tutto pareva assicurato; se non che rimaneva peranco buon tratto di via, ed un vento sciroccale levatosi all’improvviso, perigliosa rendeva la navigazione dell’alto lago. La barca pertanto dei fuggitivi radeva leggermente la costa dell’isola, ove l’onda era più cheta d’assai: e già il fragile legno oltrepassava non visto sotto il cannone del forte, allorquando una guardia, che fumando stavasi seduta sui baluardi, lo scoperse. — «Olà: chi siete?» (gridò minacciosa). — «Pescatori» (risposegli Eugenio in lingua turca, con voce franca e risoluta: Olimpia agghiacciava di spavento). — «Allontanati dunque di qui: a che radi le mura? — «Mi vi spinge il vento; ma ormai l’ho guadagnato, e m’allontano.»

Parve il Maomettano appagato di questa risposta perchè nulla più soggiunse: ritornò tranquillamente alla sua pipa, e la barca senza altro ostacolo giunse felicemente alla riva. Sbarcati che furono, Olimpia vestita degli abiti turchi che Eugenio aveale procurati onde patria e sesso mentisse, salì insieme con esso e con Selim, sui cavalli che rinvennero presso alcuni salci, ai quali Eugenio annodati li aveva nella sera medesima, poco prima di portarsi per la concertata fuga sotto il giardino del serraglio. A spron battuto si allontanarono dalle vicinanze del lago: e ad evitare ogni altro pericolo, percorsero strade scoscese e deserte durante tutto il resto della notte. Fu in mezzo al silenzio di questo viaggio che Eugenio narrò all’Orfana tutta la storia dell’accaduto, incominciando dall’istante in cui egli, piangente sul freddo cadavere d’Irene, unito erasi a Demetrio con i più saldi vincoli di amichevole affetto. Pianse Olimpia di tenerezza e di gratitudine, al racconto del suo liberatore: e l’anima sua, assuefatta a calcolare tutti i gradi della sventura, conobbe anche allora che non può essere vero amico di un infelice se non colui che egualmente soggiacque ad avversa fortuna.

La notte frattanto era al suo termine; e già l’aurora spargeva di rosea luce le immense vie del firmamento, allorchè la figliuola d’Evantìa coi primi raggi del Sole nascente scoperse in lontano le indorate cime delle rupi native. Quale straordinaria commozione fu in quell’istante la sua! Lagrime di gioja cadevano in copia sulle pallide sue guance: ed il sorriso brillando sulle sue labbra, con dolce contrasto opponevasi a quell’aria di melanconia che segnava da lungo tempo ogni traccia del suo volto. I generosi destrieri secondavano l’ardente desiderio de’ giovani Suliotti, divorando col veloce corso la via: scoprivansi omai vicinissime le minori rupi della Selleide: e di già apparecchiavasi Eugenio ad internarsi in una scoscesa gola incognita forse ai nemici, allorchè udir sembrogli in distanza il romore del cannone. Affrettarono il passo anche più, e videro finalmente attraverso una densa nube di fumo che un fiero combattimento impegnato erasi fra i Greci ed i Turchi. Non giunse nuova ad Olimpia questa disgrazia: nella giovane sua età passato avea forse un intero giorno tranquillo? Non doveva dunque meravigliarsi; l’animo suo era da lungo tempo assuefatto a soffrire: ma in un momento in cui lusingata erasi di respirar nuova vita; allorquando, rapita alla schiavitù, ritornar credeva alle braccia del fedel suo... sentì certamente ben grave il peso della propria disgrazia.

Vedendo Eugenio che impossibile saria stato tradurre l’infelice alle gole nel calore del combattimento, risolvette collocarla in luogo sicuro, finchè, cessato il tumulto delle armi, Demetrio medesimo avesse potuto più opportunamente ricondurla alle rupi. Divergendo pertanto dal già preso cammino, giunsero sotto la rocca di S. Veneranda, primo baluardo della Selleide, fortissima posizione difesa da imponente presidio. Ad un noto segno ch’egli fece, le scôlte calarono il ponte, e tutti vi entrarono. Eugenio manifestò col proprio il nome di Selim, e quello della travestita donzella: raccomandolla ai capi del presidio siccome sposa di Demetrio; e dopo averle promesso un pronto ritorno appena finita, la pugna, Selim ed egli indossarono greche vestimenta, ed a spron battuto corsero a prender parte alla mischia.