Chapter 1 of 28 · 7954 words · ~40 min read

CAPITOLO PRIMO.

§ 1.

Decadimento di Roma. — La Chiesa romana sorge dalle rovine dello Stato. — Benedetto fondatore del monachismo occidentale. — Abazie di Subiaco e di Monte Cassino. — Cassiodoro si fa monaco. — Origine e diffusione del monacato in Roma.

La caduta del reame dei Goti dà inizio al decadimento universale del mondo antico e alla ruina di Roma. Le istituzioni, i monumenti, le stesse tradizioni storiche del vecchio tempo poco a poco si coprono d’obblianza. I templi vanno crollando. Dalla sua deserta collina il Campidoglio eleva nell’aere muto uno splendore meraviglioso di colonne e di monumenti, il cui silenzio di sepolcro interrompe soltanto il gemito lugubre del gufo; a quella vista ben avrebbe potuto commoversi al pianto il più fiero cuor di romano. L’immenso palazzo degli Imperatori, che pur serba incolumi le maggiori sue moli, simile a un labirinto di vuote sale ancora adorne dei marmi più preziosi e qua e colà coperte di tappeti trapunti in oro, va anch’esso decadendo ed è una rocca fatata, quasi residenza di Faraoni defunti; soltanto una sua breve parte è stanza del Duce bizantino di Roma, che è un eunuco della corte dell’Imperatore greco od un generale di origine e di costume a mezzo asiatici. I fori pomposi dei Cesari e del popolo romano sono cadenti di vecchiezza e diventano argomento di leggenda. Nei teatri e nel Circo massimo, dove non si rinnovellano più le corse di carri, ultimo e prediletto sollazzo dei Romani, s’alzano monti di ruine e cresce l’ortica. L’anfiteatro colossale di Tito sostiensi ancora nella sua saldezza, ma, messo a ruba, ha perduto il decoro degli ornati; le grandi terme non sono liete più di correnti d’acqua, non servono più al bagno e somigliano a città deserte su cui l’edera comincia a inerpicarsi. I rivestimenti di marmo prezioso che coprivano le loro muraglie cadono o sono strappati per bisogno di materiali, e i pavimenti di musaico si dissolvono in pezzi. Ancora in isplendide camere trovansi sedili da bagno di marmo bianco o scuro e preziosi bagnatoi di porfido o di alabastro orientale; ma i preti di Roma poco a poco tolgono di là quelli e questi per farne, nei santuarî delle loro Chiese, cattedre vescovili, o urne per raccogliere nelle confessioni le ossa di qualche Santo, o bacini pei battisterî; le statue che in gran numero adornano le terme vi rimangono abbandonate finchè qualche muraglia cadendo le infrange, e il cumulo dei ruderi per secoli le seppellisce. Il completo abbandono di quei magnifici monumenti di Roma, altra volta animati di tanta vita, ha qualche cosa che mette ribrezzo; gli era col terrore che destano gli spettri che il discendente dell’antica Roma guatava i loro portici bene dipinti e le loro ombrose gallerie simili a grotte di viva roccia gradatamente bagnate dalle acque; e il ladro e l’assassino, il falso monetario, il negromante, il settario, ivi ponevano loro nascoste dimore.

La mente umana non è capace di ricercare qual fosse l’animo del Romano de’ tempi di Cassiodoro e di Narsete, nè può comprendere qual cuore fosse il suo, quando percorreva quella Roma priva di vita, cui il genio della ruina andava gettando tutt’intorno le sue spire fatali, quando mirava nel silenzio senza lena di quell’età gli archi di trionfo, i templi, i palazzi, le colonne, le statue stare in piedi, come per forza di magìa, o smoversi, o cadere, o ingombrare di ruderi il suolo. Per quanto la fervida fantasia possa tentare di dipingere a sè stessa lo squallore di Roma nel primo periodo della signoria bizantina, allorchè il popolo, travagliato dalla fame e dalla peste e agitato sempre dal terrore della spada dei Longobardi, si smarriva per le vie deserte della morta città dei Cesari, le sarà pur sempre negata la forza di produrre un quadro fosco di tanta ombra spaventosa. Oltracciò Roma si trasformava come crisalide, si copriva di conventi nella più strana guisa; e durante il tempo dei Bizantini, in mezzo al profondo mutismo della Storia, altro non s’ode che il sordo rimbombo della caduta dei monumenti, che il romore di costruzioni senza posa di chiese e di chiostri, che il triste canto delle litane espiatorie, e le salmodie monotone di frati e di monache, e gli inni delle comitive di pellegrini germanici. Ma la cittadinanza civile dei Romani precipitata in basso, incapace di qualunque sentimento di libertà, povera, mendica, vero cumulo di ruine morali, sembra, come i dormenti di Efeso, immersa in un sonno di secoli nel mezzo ai ruderi della grande antichità, finchè nel secolo ottavo ne la desta la voce di un mago, la voce del Papa. Duranti questi tempi è il Papa il solo che veglia, il solo che opera, che non posa mai ed eleva l’edificio della gerarchia romana. Il graduale svolgimento di questa, il suo innalzamento dalle rovine dell’antico Stato romano in mezzo alle più aspre difficoltà, a ragione induce i posteri ad ammirazione, avvegnachè essa sia stata la trasformazione più potente dell’umanità, e nel tempo stesso insegni quali grandi fatti nell’ordine morale possano compiersi per via di un organamento condotto a sistema, quali risultamenti possano ottenersene. Lo studio di quel lavorio interno è còmpito di chi tratta della storia della Chiesa, non di chi scrive gli annali della città di Roma; a noi basterà pertanto di additarne in termini generali il procedimento. Il periodo politico di Roma si chiude colla caduta di quei Goti, che per qualche tempo ebbero sostenuta in vita la cultura antica e l’ordinamento civile dei Romani, ed or che proseguiamo nella storia della Città, ci è duopo ravvisare che siamo già entrati nel periodo ecclesiastico o papale di Roma. La energia di vita ancora rimasta ai Romani era rivolta ad esclusivo servigio della Chiesa erede di Roma imperiale, perocchè spenta già fosse l’operosità nelle bisogne civili. Nell’ordine politico serva a Bisanzio, ove durava lo Stato romano o pagano con tutte le conseguenze di una signoria despotica, la Roma profana degli antichi si trasformava nella città santa della Chiesa. La podestà spirituale piantava il suo vessillo sulle ruine di Roma e sedeva al riparo di quelle mura di Aureliano onde noi abbiamo già posta in rilievo l’importanza che ebbero nella storia del mondo! In mezzo a queste mura essa salvò il principio latino della unità d’impero e dell’accentramento del genere umano, serbò le leggi civili romane e le opere della cultura latina; di qui essa intraprese la grande lotta contro i barbari che avevano fatto in pezzi l’Impero, e gli educò cogli insegnamenti del Cristianesimo nel tempo stesso che gli incatenò a Roma. Questo còmpito, che nella civiltà storica fu affidato alla Chiesa, non sarebbe stato raggiunto mai se i Germani che dominavano Italia avessero conquistata anche la città di Roma. Eglino le mossero assalimento e l’assediarono ripetute volte; ma Roma ne fu sempre salva, così che la sua conservazione sembri quasi aver obbedito a una legge istorica.

Le conquiste stesse dei Longobardi in Italia, che minacciavano lo sterminio alla Chiesa di Roma, nei risultamenti giovarono invece alla vittoria di essa. I Longobardi fiaccarono la potenza dei Bizantini, i quali ad ogni modo seppero resistere in Ravenna per il corso di due secoli; eglino costrinsero i Vescovi romani ad usare di tutta la loro energia per dare opera a un ordine politico indipendente, da cui poco a poco il Papato conseguì sua potenza in Italia; eglino rianimarono l’amor di nazione fra i Romani, che dalla più profonda apatìa chiamarono a difender sè stessi con forza di armi. Bentosto la Chiesa romana, sodamente organata e difesa da Italia, potè combattere contro Bisanzio una lotta di questioni dogmatiche che in breve s’elevò ad un vero rivolgimento politico, da cui la Chiesa uscì ricca e fornita di podestà temporale e signora di Roma. E l’esito della lunga battaglia di Roma contro i Longobardi e contro l’impero assoluto bizantino si fu che questo venne cacciato di Europa, che la Chiesa ottenne libertà, che ne derivò la costituzione dell’Impero occidentale in forma di uno Stato feudale e cristiano dei Latini e dei Germani federati.

In mezzo alle rovine che ingombravano lo Stato e la Città dei Romani, si eleva, ancor negli ultimi tempi dei Goti, la persona solitaria e triste di un Latino che rifletteva in sè l’indole di quell’età di transizione; perocchè la sua vita e le sue opere dischiudano quei secoli tenebrosi che noi dobbiamo ora descrivere. Questo uomo insigne è Benedetto; figlio di Euprobo, nato nella Nursia umbrica intorno all’anno 480, è il patriarca del monachismo d’Occidente. Narrasi che giovinetto di quattordici anni venisse in Roma per compiere di erudirsi nelle scienze, ed oggi ancora in Trastevere, e precisamente nella piccola chiesa di san Benedetto in Piscinula mostrasi il luogo in cui dovette esistere la casa appartenente al dovizioso suo padre. Colpito di terrore allo spettacolo della caduta del mondo romano, il giovine fu preso da irrefrenabile desiderio di scamparne e di consecrarsi solitario alla contemplazione dell’Eterno. Egli fuggiva a Subiaco, dove l’Anio colle «sempre frigide» acque bagna una delle più amene vallate d’Italia[1].

Ivi, nella maestosa solitudine delle montagne, poneva stanza in una grotta, coperto di pelli d’animale e fornito di cibo da Romano, un anacoreta suo eguale. Le sue estatiche meditazioni, come quelle di Girolamo nel deserto, erano talvolta interrotte dalle ricordanze seducenti delle donne di Roma, ma il giovine, animato dal fervore di Dio, gettate le pelli che lo vestivano, si voltolava fra ortiche e fra nidi di vipere e fugava il demone tentatore. Si sparse la rinomanza della sua santità. Accorsero a lui altri fuggitivi del mondo che coltivavano animo eguale, e bentosto ei potè innalzare dodici piccoli conventi nelle montagne di Subiaco. Qui visse molti anni, incorato dalle lodi della pia sorella di lui, Scolastica, attendendo a raffermare la regola del suo Ordine. Financo illustri patrizî a lui adducevano i loro figliuoli perchè gli educasse; il senatore Equizio gli conduceva il figlio Mauro, Tertullo il figlio Placido, e in quei due discepoli Benedetto coltivava i suoi apostoli per le Gallie e per la Sicilia. La gloria del fondatore dell’Ordine svegliava però la gelosia dei preti di Varia e di Vicovaro; eglino congiurarono a cacciare il Santo e a distruggere il suo maggiore convento. Un dì mandarono colà sette avvenenti cortigiane, ed alcuni fra i tiepidi seguaci di Benedetto ruppero i loro voti e la fede claustrale. Il Santo allora decise di abbandonare Subiaco profanato, e seguito da tre giovani corvi, cogli angeli che lo ammaestravano della via, si condusse sul monte di Castro Cassino, che è un luogo posto lungo la via Latina, in quella parte montana della Campania che è irrigata dal Liri. Su quel monte egli trovò ancora pagani; avvegnachè le leggi degli ultimi Imperatori di Roma avessero potuto sì poco estirpare l’antico culto degli Dei, che lo stesso Teodorico dovette promulgare un editto contro gli adoratori degli idoli. Nei loro boschetti sacri di allori e di mirti gli abitatori di Castro Cassino sacrificavano a Venere, e in un tempio ben conservato alzavano preci ad Apollo. Non appena giunto, Benedetto distruggeva questi altari, al riparo delle leggi dello Stato faceva atterrare quell’ultimo tempio di Apollo onde parli la Storia, e sui suoi ruderi innalzava un convento, non temendo un demone che, posando sopra il tronco di una colonna abbattuta, cercava di porre impedimento all’edifizio cristiano. Questo chiostro di Cassino, che più tardi diventò l’Abazia di Monte Cassino, fu nel corso dei tempi la metropoli veneranda di tutti i conventi di Benedettini dell’Occidente; faro solitario della scienza splendette gloriosamente in mezzo alla tenebra densa del medio evo, ed uno spiro delle Muse dal tempio distrutto di Apollo si salvò in questa accademia di monaci che attendevano alla prece e al lavoro[2]. La fondazione del convento operata da Benedetto avveniva, con mirabile riscontro, in quello stesso anno 529 in cui l’imperatore Giustiniano cacciava gli ultimi filosofi dalla scuola platonica di Atene[3].

Ivi fu il prode Totila a visitare il Santo, che con veste mentita tentò invano di ingannare, e dalla bocca di lui udì vaticinarsi le vicende della sua vita; ivi Benedetto profetò la ruina che le tempeste avrebbero inflitto a Roma, predizione che gli scrittori posteriori sogliono addurre per discolpare i Goti di accuse odiose: ed ivi passò di vita il santo patriarca, nell’anno 544, credesi, tosto dopo la morte della sua fida sorella. La leggenda ornò di racconti poetici la vita mirabile del padre del monachismo di Occidente; e i pittori del medio evo se ne giovarono traducendola in innumerevoli affreschi sui muri dell’alta chiesa che a Subiaco fu eretta sul monte. Pregevoli per leggiadria e per sobrietà d’imagini, immuni così dalla esagerazione delle storie dei martiri come dall’assurdità delle leggende posteriori, quelle narrazioni possono appellarsi la vera epopea santa del monacato. Papa Gregorio, contemporaneo di Benedetto, ma di lui più giovane, dedicava alla storia leggendaria del Santo il secondo libro dei suoi Dialoghi, e più di due secoli dopo il longobardo Warnefredo, ossia Paolo Diacono, monaco di Monte Cassino, espiava la colpa del suo popolo che un tempo aveva distrutto quel convento, scrivendo distici adorni, nei quali celebrava i miracoli di Benedetto[4].

In un tempo in cui l’ordinamento politico dello Stato romano si sfasciava, in cui la società civile precipitava in rovina e molti di quell’età rifuggivano nella solitudine secondando un impulso quasi istintivo dell’animo, quell’uomo meraviglioso sorgeva a farsi legislatore nella cerchia di vita del sentimento cristiano. Prima ancor di Benedetto, l’Occidente aveva avuto i suoi monaci, ma fino a quel tempo eglino, per gran parte vagabondi e indisciplinati, erano vissuti secondo la regola del greco Basilio o di Equizio di Valeria, di Onorato di Fundi o di Egesippo di Castel Lucullano di Napoli o secondo altri ordinamenti. Ora però Benedetto dava opera ad una riforma d’ordine romano, e sottometteva il monacato ad un reggimento severo e durevole. Per lui la Chiesa latina riceveva il primo organamento claustrale autonomo, di tal guisa poteva liberarsi dalla soggezione di Grecia e d’Oriente; e si è appunto questo merito che attribuisce a Benedetto una altissima importanza nazionale in riguardo a Roma e all’Occidente governato dall’Episcopato romano. Chi giudica l’istituto monastico colle vedute e cogli intendimenti della società attuale, non può rendere giustizia ad un uomo quale si fu Benedetto; ma per chi lo consideri tenendo conto delle necessità dei tempi suoi, egli certo appartiene agli uomini più illustri dei primi tempi del medio evo onde egli fu il Pittagora. Entrambi quei legislatori ebbero in mira un idealismo sociale. Quello del grande Greco si esplicava in una fratellanza di uomini generosi e forti, che, inspirandosi all’amore della libertà e della filosofia, dovevano svolgere la loro operosità nell’adempimento dei doveri tutti della vita, nella famiglia, nella società, nello Stato. La repubblica monacale di Benedetto, inspirata ad un solo scopo, si chiudeva invece entro i confini sociali più angusti, così che Benedetto non poteva costituirla che a spese della società. Nelle sue leggi accoglieva la idea cristiana della negazione dello Stato, ripudiava il matrimonio, creava semplicemente una fratellanza di anacoreti; e queste associazioni di uomini, pochi di numero e tutto soli, si asserragliavano dapprincipio nel mezzo della solitudine immensa dei monti, più tardi anche nel mezzo delle città. L’affrancamento dalle necessità mondane apparve allora sotto la miseranda forma della servitù, avvegnachè coloro che si associavano in religione monastica altro non fossero che servi votati al Signore. Quel problema per cui s’era chiesto se fosse possibile cosa trasportare sulla faccia della terra l’imagine del regno celeste, doveva trovare sua soluzione in unioni solitarie di chiostri; sennonchè questa democrazia dei santi, causa le esigenze terrene, si convertì col proceder dei tempi in una sconciatura ridicola. L’ordinamento tremendo, in cui all’uomo null’altro è concesso che una libertà di puro misticismo, in cui l’anima vivente è strappata sì alle lotte del mondo, ma anche ai suoi godimenti, esce fuor dello scopo che è imposto dalle leggi di natura, ma non trascende però al di là dei confini dell’organamento dell’uomo; e quanto più in generale è dura, servile e infelice la vita della società, tanto più numerosi sono quelli che, astretti o volonterosi, rinunciano ad un mondo odioso e cercano rifugio nell’idea cui intende l’intimo desiderio della coscienza[5]. L’animo elevato e poetico, tutto in sè romito di Benedetto comprese i bisogni religiosi di quel tempo procelloso, li raccolse nella sua repubblica e quale legislatore ne costituì il reggimento colla mira generosa di far fruttificare in iscuole pratiche le dottrine cristiane dell’obbedienza alla legge morale, dell’umiltà e dell’amore, dell’abnegazione, della libertà morale e della comunanza dei beni. E quel che v’ha di grande nel suo Ordine monastico si è che esso svelò come quegli insegnamenti non ispaziassero nel mero campo dell’idea, ma potessero tradursi efficacemente nell’opera; e se vogliasi tributare una giusta lode a quel monacato, sì benemerito un tempo della cultura e sì venerando, questa è, che in un tempo barbarico, alle fiere e rotte passioni dell’egoismo, dell’avidità di potere e della sensualità esso potè opporre una repubblica eroica di uomini che s’imponevano a dovere la operosità, la povertà, il sacrificio di sè. Benedetto non permise che i suoi monaci perdessero sonnacchiosi il loro tempo nella ignavia contemplativa; obbedendo alla legge sociale della divisione del lavoro, eglino avevano obbligo di faticare colle braccia e collo spirito; laonde i Benedettini in molti paesi dell’Occidente divennero maestri dell’agricoltura, delle industrie, delle scienze, merito durevole di questo che fu il più illustre, il più glorioso, e, ciò che val meglio, il più umanitario di tutti gli Ordini religiosi sorti dal Cristianesimo. I conventi che obbedivano alla regola di Benedetto prestamente si diffusero nell’Occidente; Spagna, Gallie, Italia, Inghilterra e, dopo il secolo ottavo, anche Germania, ne furono piene. La Chiesa romana se ne giovò tosto al suo scopo; essi diventarono per la Chiesa ciò che erano state per la vecchia Roma le colonie militari; e, non appena lo Stato era caduto in pezzi, monaci romani a piè scalzi, cinti i fianchi di cilicio, non trattenuti da paura, si inoltravano, simili a conquistatori, fino alla estrema Tule, e penetravano in quelle regioni selvagge dell’Occidente che un tempo i consoli antichi, alla testa delle legioni, non avevano potuto sottomettere appieno.

Le terre tutte d’Italia in questo tempo vedevano sorgere conventi novelli. Ad uno di essi tributar dobbiamo venerazione profonda, avvegnachè fosse l’ultimo asilo di Cassiodoro. Dopo che per trent’anni quel grand’uomo di Stato ebbe con isplendore governata Italia sotto di Teodorico, di Amalasunta, di Atalarico e di Vitige, e dopo che per sì lunga età ebbe salvati gli Italiani dalla barbarie, stanco, triste e mosso a pensieri di pietà, egli si partì dal mondo romano che crollava, per seppellire nella cella di un chiostro, insieme colla sua vita, anche la scienza e la sapiente ragione di governo dell’Antichità. Nell’anno 538 fondò il _Monasterium Vivariense_ nella sua terra nativa di Squillace nelle Calabrie, la cui positura incantevole egli stesso descrive da poeta, quando la paragona ad un tralcio di vite che pende da un monte petroso. Dopo che ebbe tentato con alcuni scritti di inspirare negli studî teologici qualche gusto di stile classico, morì nel 545, nei suoi cento e più anni di vita, contemporaneo di Boezio e di Benedetto, di quei due uomini che si sogliono nominare l’uno allato dell’altro per dipingere i profondi contrasti di quell’età. Cassiodoro, ultimo dei Romani, che si copre la testa di un cappuccio monacale per morirvi, offre un quadro commovente e di tragica tristezza, perocchè si sveli in lui il destino stesso della città di Roma che omai entra in convento[6].

Anche in Roma fondavansi già, intorno a questo tempo, molti chiostri; e infatti, dopo che Atanasio di Alessandria discepolo dell’egiziano Antonio, verso la metà del secolo quarto, avea qui introdotto il monacato, questo vi si era diffuso con meravigliosa prestezza: e al tempo di Rutilio non v’era un palmo d’isola del mar Tirreno, per quanto piccola fosse, come Igilio, la Capraia, la Gorgona, e Palmara e Monte Cristo, dove anacoreti «pavidi della luce» non avessero posto loro stanza[7]. Agostino parla con chiaro discorso di conventi che esistevano in Roma, e Girolamo con orgoglio vi conta frati e monache innumerevoli. Questo apostolo zelatore del monacato in una lettera indiritta a Principia, pia donna romana, offre descrizioni curiose e particolareggiate sull’origine che in Roma ebbero i monasteri di donne. La pupilla della celebre Marcella avevalo chiesto di dettare una biografia di questa matrona, e Girolamo non sapeva tributare onoranza migliore alla Santa di quella per cui la celebrava prima monaca di Roma che fosse nata di nobile progenie. Marcella, discendente di una famiglia, che fra i suoi antenati contava una lunga serie di consoli e di prefetti di Roma, aveva perduto lo sposo dopo sette soli mesi di matrimonio; indi, respinte le istanze che il console Cercalis movevale per ottenerne la mano, aveva eletto vita monastica, affrontando colla fermezza dell’animo suo quella ignominia che agli occhi delle illustri donne le procacciava un proposito che non aveva riscontro d’esempli. Ciò avveniva non molto dopo che Atanasio e più tardi Pietro di Alessandria, fuggendo dalle persecuzioni degli Ariani, erano venuti a Roma. Le idee che questi uomini avevano qui diffuso e le narrazioni meravigliose della vita di Pacomio e di Antonio, delle monache e dei frati che dimoravano nei deserti petrosi della Tebaide, avevano acceso l’ardente fantasia di Marcella siffattamente, che la pia vedova nel suo fervore avrebbe ambito di raccogliere in chiostro le donne tutte di Roma. Occorsero degli anni perchè l’apostolato di lei mettesse frutto, ma poi ella con orgoglio potè contare fra le seguaci sue Sofronia, Paola ed Eustochia patrizie romane. In Roma finalmente ella conobbe Girolamo e tenne quindi con esso una frequente corrispondenza epistolare. È cosa incerta se Marcella fondasse il primo convento femminile di Roma nelle sue case che sorgevano sul monte Aventino[8]; perocchè dapprincipio ella non vivesse entro la Città, ma eleggesse a chiostro un suo possedimento di campagna, dove ella abitava insieme alla discepola Eustochia. «Abbiate ivi lunga vita,» così le scriveva Girolamo, «il vostro esempio ha operate molte conversioni, e Roma, giubiliamone, s’è trasformata in Gerusalemme; poichè vi sono parecchi conventi di vergini donne, e innumerevole è la moltitudine dei monaci»[9].

Ad ogni chiesa di Roma si cominciò quindi in poi ad aggiungere un monastero; già Leone I uno ne aveva edificato congiungendolo al san Pietro e l’aveva consecrato ai santi Giovanni e Paolo. L’operosità di Benedetto a quella tendenza del tempo inspirava una forza novella: ricchi patrizî fondavano chiostri; Gregorio, sceso della celebre stirpe degli Anicii, spendeva il patrimonio della sua famiglia per erigere nel palazzo Anicio sul Clivo Scauro un convento che dedicava all’apostolo Andrea e che dura oggidì ancora presso la chiesa di san Gregorio sul monte Celio[10]. Quando poi Gregorio diventò papa, la moltitudine dei frati e delle monache, che vivevano associati in conventi o solinghi in celle, era così numerosa, che di sole monache ei poteva contare tre mila donne, le quali ogni anno ottenevano sussidio dal patrimonio della Chiesa[11].

§ 2.

I Longobardi si avanzano in Italia. — Giungono fin sotto Roma. — Benedetto I papa, 574. — Pelagio II papa, 578. — I Longobardi assediano Roma. — Distruzione di Monte Cassino, 580. — Fondazione del primo convento dei Benedettini in Roma. — Pelagio II chiede aiuto a Bisanzio. — Gregorio va nunzio alla corte dell’Imperatore. — Inondazione e peste, 509. — Muore Pelagio II. — Edificazione del san Lorenzo.

La costituzione monastica di Benedetto, sorta fin dagli ultimi tempi dei Goti, aveva preceduto all’invasione di Alboino, e in essa la Chiesa conseguiva una delle armi più valide per sottomettere quei Longobardi che dapprincipio si erano mostrati tanto terribili. Ariani di credenza come i Goti, ma commisti a genti pagane della Germania e della Sarmazia, quei popoli erano incapaci di accogliere in sè la civiltà antica che eglino ancor trovavano in Italia[12], e soltanto alla Chiesa latina riusciva di poter loro mettere un freno, poco a poco trasfondendo in essi le reliquie di cultura classica che avevano trovato rifugio in quei conventi. Corsero tuttavolta più di centocinquant’anni perchè i Longobardi accogliessero quel mutamento nell’indole loro, e quel tempo fu uno dei più spaventosi periodi della storia di Italia. Quando quel popolo discese, le città italiche, sebbene dalle guerre dei Goti devastate e vuote di popolo, duravano tuttavia nella loro forma romana piene di monumenti deserti, testimonî dello splendore dell’antichità, ed offrivano allo sguardo uno spettacolo di estrema tristezza che a parole mal si può pingere. Ma una dopo l’altra cadevano adesso sotto la spada di quei barbari, e con esse perivano anche gli ultimi avanzi di costituzione latina del municipio antico. Il popolo di Alboino era animato da spiriti ben differenti da quelli del popolo del gran Teodorico; i generosi Goti avevano protetta la cultura latina, i Longobardi selvaggi la fecero in pezzi. La peste e le devastazioni di guerra avevano resa Italia quasi incapace di opporre resistenza, e fiacca era la difesa dei Greci. Già nell’autunno del 569 Milano s’era arresa ad Alboino, il quale nel 572, dopo un assedio di tre anni, entrava in Pavia nel palazzo di Teodorico, e dall’Italia superiore ora imprendeva l’opera di assoggettamento di tutta la penisola. Soltanto Ravenna, Roma e le città marittime tenevano alto il vessillo dello Stato e dell’Imperatore, e la conservazione di Roma, che appena si difendeva, sembrava un prodigio agli stessi Romani. Al possedimento della capitale agognava Alboino desideroso di porre la sede del suo reame nel palazzo dei Cesari; e già le sue orde guerriere, con orribili guasti, da Spoleto si avanzavano fin sotto le mura di Aureliano. Ciò avveniva ancora al tempo del vescovo Giovanni III (560-573), che, dopo un reggimento di quasi tredici anni, moriva addì 13 luglio 573.

Roma era premuta allora da difficoltà sì gravi che la sede di Pietro rimase più di un anno vacante, ed invero i Longobardi avevano posto campo innanzi alle porte o in vicinanza della Città e impedivano ogni relazione con Bisanzio, di dove l’Imperatore doveva dare la conferma al novello Pontefice. Fu questi Benedetto I, romano (574-578). Del suo reggimento, che durò quattro anni, poco si sa; il Libro Pontificale narra soltanto che durante esso i Longobardi ebbero invase tutte le terre d’Italia, e che la moria e la fame infierirono. Anche Roma ne fu afflitta, e Giustino imperatore, o piuttosto il generoso Tiberio, ebbe cura di alleviare la penuria della Città mandando granaglie d’Egitto a Porto[13].

Dopo che in sull’anno 575 fu morto Clefi, cui i Longobardi avevano data la corona di Alboino assassinato, l’impero di quel popolo, preda dell’anarchia, si era diviso fra trentasei Duchi, e Farvaldo, primo duca di Spoleto, teneva assediata Roma precisamente nel tempo in cui moriva Benedetto I, addì 30 Luglio 578[14]. Il suo successore, Pelagio II, figlio di Vinigildo, romano di origine gotica (578-590), fu perciò consecrato senza che avesse ottenuta conferma dall’Imperatore[15]. La pressura ond’era gravata Roma, rendeva ancor più necessaria la pronta elezione del suo reggitore spirituale, avvegnachè la Città non avesse nè un Duce, nè un Maestro di milizia. Ignoriamo massimamente in che modo Roma potesse provvedere alla sua difesa, nè sappiamo se fin d’allora alla poca soldatesca greca, che v’era di presidio, si unisse una milizia cittadina; abbiamo però motivo di accogliere l’opinione che l’assedio di Roma desse origine al primo organamento militare della cittadinanza. I Romani, che già un tempo colla forza delle armi avevano soggiogato il mondo, in quest’altro periodo della loro vita storica tornavano ai loro principî primi, e, dopo un lungo letargo che non aveva riscontro pari, imprendevano di bel nuovo a istituire una scarsa soldatesca cittadina, quasi che prima Roma non avesse avuto mai geste di guerra.

L’afflitta Città o piuttosto il suo Vescovo, chè la necessità ne lo faceva il rappresentante e ben presto il reggitore, si volgeva all’Imperatore di Bisanzio signore suo, chiedendone soccorso. Un’ambasceria solenne di senatori e di sacerdoti con a capo il patrizio Pamfronio, recava innanzi al trono di Costantinopoli il grido di dolore di Roma e tremila libbre d’oro smunte alla miseria della abbandonata Città. Ma la guerra di Persia occupava tutte le forze dello Stato, l’Imperatore mandava soldati insufficienti al bisogno a Ravenna, che per l’importanza gli stava più a cuore di Roma; era però generoso abbastanza da rinunciare all’oro romano, e consigliava che con esso si tentasse di corrompere i comandanti militari dei Longobardi[16].

I Romani conchiusero un trattato coll’inimico pagando riscatto, e Zoto, duca di Benevento, ritirò il suo esercito al di là del Liri, dove nell’anno 589 mise a distruzione il monastero di Monte Cassino[17].

Egli lo assaltò di notte tempo, ma gli sventurati monaci ebbero tempo di fuggire e di salvarsi a Roma seco portando il libro della Regola monastica scritto di mano del loro Santo[18]. Pelagio diè loro ricovero presso la basilica Lateranense, dove i padri di Monte Cassino fondarono il primo convento di Benedettini in Roma, che eglino appellarono col nome dell’Evangelista e del Battista Giovanni; e quando più tardi loro fu affidato l’officio liturgico della chiesa, la basilica di Costantino o del Salvatore, dal nome del chiostro, ricevette il titolo di san Giovanni Battista. Primo abate fu Valentiniano, e durante i centoquarant’anni in cui Monte Cassino fu abbandonato in ruina, il convento fiorì splendidamente; più tardi decadde così, che nel secolo ottavo Gregorio II fu costretto a rinnovellarlo[19].

Prima ancora che i Benedettini fuggiaschi trovassero ricovero in Roma, Gregorio, uno dei patrizî più illustri di Roma, aveva fondato, come già osservammo, un monastero sul dolce declivio di quel monte Celio che già diventava deserto; ed ivi allora ei viveva in solitudine monastica. Il vescovo Pelagio conobbe in lui virtù capaci a vincere le avversità dei tempi futuri, e pertanto, trattolo da quell’abbandono romito di sognatore, lo spediva suo nunzio alla corte bizantina, che voleva pacificare del dispetto cagionato dalla sua ordinazione avvenuta senza conferma imperiale. La Chiesa romana si faceva rappresentare (ed è questa la prima istituzione dei Nunzî) da un Apocrisario, ossia da uno stabile ambasciatore, così in Ravenna presso l’Esarca, come in Bisanzio presso l’Imperatore, e noi abbiam veduto che un officio sì illustre poteva essere considerato l’eccelso dei gradini che adducevano alla sedia di san Pietro. È probabile che Gregorio andasse a Costantinopoli con quella stessa ambasceria di patrizî e di preti che nel 579 era ita a chieder ajuto contro i Longobardi. Ivi, così in corte che fra gli ottimati più influenti, Gregorio si fece degli amici illustri, quali furono la imperatrice Costantina figlia di Tiberio, Teoctista sorella dell’imperatore Maurizio, e quest’ultimo, che salì al trono nell’agosto dell’anno 582. Ancora nel 584 egli stava in corte dell’Imperatore, come si pare da una lettera degna di nota a lui indiritta da papa Pelagio. Gregorio nunzio assediava del continuo con sue preghiere Maurizio, affinchè porgesse soccorso alle necessità di Roma, dove a quel tempo non trovavasi neppure un generale imperiale: alla fine l’Imperatore vi mandava Gregorio duce e Castorio maestro dei militi, e la Città era liberata dall’inimico mediante un armistizio di tre anni. Il trattato era conchiuso nell’anno 584 tra Smaragdo, successore di Longino nell’Esarcato, e re Autari, che in quello aveva di bel nuovo riunito sotto un solo governo lo Stato dei Longobardi[20]. Presto però ruppero costoro il patto della tregua, e fu questa la ragione per cui Pelagio scrisse a Gregorio la lettera onde più sopra facemmo menzione. Egli lo richiedeva che, fattosi compagno il vescovo Sebastiano latore a Costantinopoli dello scritto, andasse all’Imperatore instando di presti soccorsi. Quella epistola getta una tristissima luce sulle condizioni miserrime di Roma: «Parlate dunque», scriveva Pelagio, «e operate insieme per modo che, quanto più tostamente si possa, rechiate ajuto al pericolo nostro; perocchè la Repubblica sia qui ridotta a tal estremo che ci penda sopra inevitabile lo sterminio se Dio non mova il cuore del piissimo Imperatore ad aver pietà dei suoi servi e a concedere benignamente a questo suo dominio un Maestro dei militi ed un Duce[21]; ed invero il territorio romano, massimamente, sembra essere spoglio di qualunque presidio. L’Esarca scrive di non poterne soccorrere e protesta di non aver forze bastevoli a difendere neppure quel paese. Voglia dunque Iddio ispirarlo a correr tosto in salvezza nostra, prima che l’esercito del più empio tra i popoli riesca a impadronirsi di quelle città che la Repubblica ancora serba»[22].

Fin d’allora pertanto a sì diserto abbandono era ridotta la metropoli antica dell’Impero romano. Gli Imperatori greci, intenti a lottare in Oriente contro la potenza di Persia, indeboliti da rivolgimenti interni, affidavano alla balìa del destino le loro province d’Italia. Il Vescovo romano, che non fidava più nel soccorso di Ravenna, quasi lo inducesse previdenza del tempo futuro, cominciava perciò in allora a rivolgere i proprî sguardi al remoto Occidente, dove Clodoveo, già fin dall’anno 486, aveva fondato nelle Gallie sopra i ruderi dell’Impero romano il possente reame dei Franchi. Questo popolo, dopo la sua conversione, seguiva la fede cattolica di Atanasio, epperò il Papa scorgeva in esso chi avrebbe prestato ausilio alla Chiesa, e già i preti avevano appellato Clodoveo il re cristianissimo e lo avevano detto Costantino novello. Una lettera importante, che Pelagio II scriveva ad Aunacario vescovo di Auxerre, esprime manifesta fiducia che i Franchi ortodossi avessero ricevuto da Dio la missione di salvare Roma dalle mani dei Longobardi[23]. Per il fatto, anche l’imperatore Maurizio stringeva urgenti trattative con Childeberto re dei Franchi per muoverlo a guerra contro i Longobardi; e già nell’anno 584 Childeberto scendeva con un esercito in Italia, ma Autari lo induceva a far pace ed a ritornare tostamente alle sue contrade.

Poco dopo l’anno 584, Gregorio era tolto all’officio che teneva in Bisanzio, dove aveva a succeditore l’arcidiacono Lorenzo: ed ei tornava alla cella del suo monastero sul Celio, del quale non doveva più uscire che per salire alla cattedra di Pietro.

Gli anni che seguono sono involti in un buio profondo; i Cronisti di quei tempi sono, al paro di essi, laconici e oscuri, e parlano soltanto delle calamità che inflissero a Roma i nembi e la peste. Sulla fine dell’anno 589 il Tevere inondava una parte della Città e distruggeva molti templi e molti monumenti che, dobbiamo credere, esistevano nel Campo di Marte. Il celebre vescovo Gregorio di Tours aveva allora spedito a Roma un suo diacono per raccogliervi reliquie, e ciò che questo testimonio oculare, tornato in patria, gli raccontò con meravigliose amplificazioni, egli a sua volta narrò nella Storia dei Franchi. «Con tal violenza di flutti», dic’egli, «il Tevere coperse la Città, che ne precipitarono gli edifici antichi e ne furono distrutti i granai della Chiesa»[24].

Il guasto che recarono le acque fu sì grande che se ne deplorò la ruina di parecchi monumenti antichi; più terribile però fu il danno della peste che tosto dopo rese squallida Roma. Sul principio dell’anno 590 scoppiò essa in molti luoghi d’Italia, che al paro di Roma erano stati devastati da allagazioni simili a diluvî. Il morbo spaventoso, cui gli scrittori latini danno il nome di _lues inguinaria_, dall’anno 542 in poi non aveva cessato di disertare le contrade d’Europa[25]. Sorta dalle paludi dell’egiziano Pelusio, la peste era di repente comparsa a Bisanzio, indi, come suole avvenire nelle grandi sventure dei popoli, aveva seguite le orme delle guerre. L’età di Giustiniano ne fu afflitta per modo, che difficilmente in altri tempi la «morte nera» ebbe menato stragi eguali. Procopio e, dopo di lui, Paolo Diacono diedero descrizioni efficaci di quel flagello[26]. Senza che il fervore del morbo risentisse influenza di stagione, coglieva gli uomini al paro degli animali, nè aveva bisogno di contatto per propagarsi. La fantasia delirante delle genti udiva spandersi lungo per l’aere un suon di tube, mirava scolpito sulle case il segno dell’angelo dello esterminio, e nelle vie scorgeva errare il demone della peste e fantasime (φάσματα δαιμόνων) che d’un solo colpo infliggevano la morte ai passanti. La morte non era repentina; spesso avveniva solo dopo tre giorni: gli infermi trapassavano assopiti in un plumbeo sonno o arsi dalla febbre, e, se si apriva il cadavere, trovavansi le viscere rose da ulceri e nei tumori materie come di sostanza carbonica.

Già durante la guerra gotica e dopo di essa, Italia e Roma erano state a parecchie riprese afflitte dalla pestilenza; ma quando, nel gennaio dell’anno 590, scoppiò di nuovo, imperversò fieramente sì da minacciare che Roma si vuoterebbe d’abitatori. Gregorio nei suoi scritti ne fa menzione, e con terrore superstizioso asserisce che ad occhio veggente d’uomo miravansi scendere dal cielo frecce che parevano trafiggere i petti degli uomini. Lo spavento partoriva visioni, ed egli stesso porge un esempio che sembra quasi preannunciare le descrizioni dell’inferno dantesco. L’anima di un soldato infermo di peste, così egli narra, era trasportata fuori del corpo e trascinata nel mondo di sotterra. Ivi il moribondo vedeva un ponte gettato sopra un torrente nero nero, e al di là di esso splendidi prati smaltati di fiori, dov’erano raccolti uomini vestiti di abiti bianchi ed erano abitazioni luminose e belle. I giusti potevano valicare il ponte, ma i malvagi precipitavano nella fetida palude. Il visionario era tanto malizioso da scorgere in loco orrendo un Pietro prete, avvegnachè egli fosse steso sul nudo terreno sotto la pressura di un gran peso di ferro: però affermava di un sacerdote straniero che ricevendo oneste accoglienze e liete passava oltre il ponte, laddove il romano Stefano ne precipitava, per di sopra spinto da candidi spiriti, di sotto da diavoli: e probabilmente, se l’anima sua non fosse stata troppo presto ricongiunta al corpo, affè che il bravo soldato avrebbe potuto scernere qualche prete romano di più entro le fiamme dell’inferno[27].

Di questa pestilenza moriva anche Pelagio II, addì 8 febbraio 590. E ricordanza di lui, che resse la Chiesa in tempi sì oscuri e dolenti di tanti guai, è offerta dal suo edificio della basilica di san Lorenzo fuor delle porte[28]. Già nel secolo quarto, e più tardi per opera di Sisto III, la tomba di quel Santo, che trovavasi nell’agro Verano, era stata racchiusa entro una cappella. L’onoranza tributata al Martire crebbe nel corso degli anni; nei giorni della sua festività accorrevano comitive di pii visitatori a quelle catacombe di Ermete e di Ippolito, e già v’erano state costruite case pei pellegrini e piccole basiliche. Oltre a Lorenzo, quale protomartire veneravasi di singolare devozione Stefano, arcidiacono della chiesa di Gerusalemme, le cui reliquie narra la leggenda che Pelagio portasse di Bisanzio a Roma, dove ebbero sepoltura nell’urna di quell’altro Martire. I due Santi, principi del Diaconato, rappresentavano nella mitologia romana l’ordine dei sacerdoti, laddove altri appartenevano all’ordine dei nobili guerrieri o alla eletta cittadinanza od al popolo. Pelagio riedificò, ampliandola, la chiesa che già sorgeva sulla tomba del Santo venerato, e nella iscrizione apposta sull’arco trionfale della basilica magnificò sè stesso di aver compiuta l’opera di quell’edificio in mezzo alle ostili spade (dei Longobardi). La iscrizione dura tuttodì a ricordanza di una delle epoche più oscure di vita della città di Roma[29].

Quell’arco di Pelagio costituisce oggi la volta che unisce le due parti ond’è composta la mirabile chiesa, la cui storia antica è assai incerta. La basilica infatti consta di una parte anteriore, di cui è manifesta la costruzione più recente, e della parte posteriore che è più antica; quest’ultima poi in origine fu edificata sopra catacombe, delle quali si vedono oggidì ancora tracce di sepolcri e di pitture antiche. La chiesa contiene due serie di colonne, delle quali l’una posa sopra l’altra. Le colonne inferiori, cinque per lato e due all’estremità del coro, sono magnifiche e antiche; i loro capitelli sono quali corinzi, quali fantastici di stile differente, ma belli tutti; due di essi sono adorni di vittorie e di armature. Gli architravi sostenuti dalle colonne sono composti di frammenti preziosi dell’arte antica, ma commessi insieme rozzamente; per certo sono spoglie strappate a splendidi templi del miglior periodo imperiale, messi a ruba. È probabile che Pelagio trovasse quella prima serie di colonne già eretta e ch’egli sopra l’architrave edificasse soltanto la serie superiore di colonne minori, avvegnachè sembri che la tomba del Martire nell’età più antica fosse, a foggia di tempio, circondata soltanto di un portico, finchè vi fu aggiunta più tardi la chiesa posteriore che or trovasi di undici gradini più elevata dell’altra parte. Il disegno dell’edificio dimostra che la tomba del Martire in origine non era compresa entro una basilica, e forse Pelagio per il primo, all’uopo di raccogliervi il sepolcro, edificava la chiesa anteriore, al di sopra della Confessione innalzava l’arco trionfale, e, costruendo nel primitivo portico di colonne un coro elevato, ne costituiva così un presbiterio. Il distico che leggesi sotto il musaico antico, parla di templi, e con ciò sembra accennare alla duplice edificazione. Pelagio ornò l’arco trionfale di musaici che oggi molto hanno perduto del loro stile antico a causa di restaurazioni. Vi è figurato il Cristo avvolto in manto nero; siede sopra un globo e tiene nella sinistra il bastone colla croce; la destra alza in atto di benedire. Ai lati di lui Pietro e Paolo; vicino a Paolo stanno santo Stefano e santo Ippolito; a Pietro è prossimo san Lorenzo che tiene nelle mani un libro aperto e sembra raccomandare Pelagio alla protezione del Redentore. Il Papa veste un bianco paludamento, è a capo scoperto e senza aureola, e nelle mani sostiene il modello del suo edificio: ai due lati del quadro sono disegnate le città di Gerusalemme e di Betlemme, splendide di oro secondo il costume antico. I musaici originarî erano condotti con secchezza di stile; il san Lorenzo non è ancora dipinto in quell’aspetto giovanile e dolce che a lui, Santo prediletto, del pari che a Stefano, l’arte ecclesiastica si compiacque di attribuire nei tempi posteriori[30].

§ 3.

Gregorio I è eletto papa. — Sua vita prima. — Solenne processione in causa della peste. — Leggenda dell’apparizione dell’angelo sulla tomba di Adriano.

Morto Pelagio, il clero ed il popolo concordi eleggevano a papa quel Gregorio che tra i più illustri pontefici ottenne gloria imperitura (590-604)[31]. Discendeva egli dell’antichissima progenie degli Anicî, che per isplendore ebbe superate le altre grandi famiglie degli ultimi tempi dell’Impero romano, e la cui tradizione si serbò viva in Roma durante il corso di tutto il medio evo. Suo avo era stato papa Felice; ebbe a padre Gordiano; a madre Silvia che possedeva un palazzo presso santo Saba sull’Aventino; le sue parenti dal lato paterno, Tarsilla ed Emiliana, erano donzelle sante e pie, laddove Gordiana, una terza sorella, aveva invece preferito vita di piaceri mondani. Gregorio era cresciuto nel più terribile di tutti i tempi, quando i Longobardi, soggiogata la patria di lui, si spingevano fin sotto Roma, e nel furore selvaggio della devastazione cadevano distrutte le ultime reliquie del mondo latino. In giovinezza, designato agli officî politici, egli si era erudito in quella cultura dialettica e rettorica che allora insegnavasi in Roma, dove a stento ei poteva profittare degli ultimi avanzi di quelle scuole cui un tempo Teodorico aveva dedicato cura solerte. Tenne l’officio, non ancora cessato, di prefetto urbano[32]; però quali servigî un patrizio romano poteva in tanta tristizia di tempi prestare allo Stato, a quali onori poteva salire nella Repubblica? La meta più elevata cui il discendente degli Anicî potesse intendere si era soltanto il trono dei vescovi. Gregorio invaghito del desiderio di solitudine claustrale e afflitto delle condizioni politiche di Roma, si nascose, come Cassiodoro, nel sajo del monaco; l’uomo «che aveva costume di percorrere le vie della Città in abiti tessuti di seta e splendenti di pietre preziose, vestiva tonaca modesta e succinta per dedicarsi al servizio del Signore»[33]. Abbiamo già veduto che egli profondeva tutto il suo patrimonio a fondare monasteri; sei ne erigeva in Sicilia, e questo dimostra quanta ricchezza di possedimenti ivi avesse la sua famiglia. Pelagio lo ordinava diacono e lo spediva nunzio a Bisanzio, ed ora tutta Roma d’una voce lo acclamava pontefice[34].

Nessun uomo in mezzo a sì aspre difficoltà sembrava acconcio al governo della Chiesa meglio di quello illustre e benefico che un tempo era stato prefetto di Roma. Ma l’eletto tentava di sottrarsi al grande incarico e con lettere chiedeva all’imperatore Maurizio suo amico che negasse la conferma all’elezione; ma l’epistola, intercettata da Germano prefetto della Città, era cambiata con altra nella quale si conteneva fervida istanza affinchè la elezione fosse approvata. Nel tempo che durava la vacanza della santa sede, il reggimento della Chiesa era sostenuto dall’Arciprete, dall’Arcidiacono e dal Primicerio ossia preside dei Notai; egli sembra però che al solo Gregorio fosse affidato l’officio di tener le veci di vescovo: chè, prima ancora di essere consecrato, egli bandiva per tre dì litane di penitenza affine di supplicare dal cielo la cessazione della peste. Il morbo infieriva ancora orridamente; ed egli stesso, nell’orazione che tenne ai 29 di Agosto in santa Sabina, diceva che i Romani in gran moltitudine ne morivano e che le case rimanevano deserte di abitatori[35]. La processione fu ordinata nel modo seguente: il popolo doveva dividersi in sette schiere a seconda dell’età e del ceto, ed ognuna doveva riunirsi in una chiesa, donde muovere solennemente ad una meta comune che era la basilica di santa Maria Maggiore. I cherici partirono dai santi Cosma e Damiano coi preti della sesta regione; gli abati coi loro frati dai santi Gervasio e Protasio (san Vitale) col clero della quarta regione; dai santi Marcellino e Pietro mossero le abbadesse con tutte le monache e coi sacerdoti della prima regione; tutti i fanciulletti di Roma dai santi Giovanni e Paolo sul Celio coi preti della regione seconda; tutti gli uomini laici da santo Stefano sul Celio col clero della settima; le donne vedove da santa Eufemia coi sacerdoti della regione quinta[36]; finalmente tutte le donne maritate partirono da san Clemente coi preti della terza regione[37].

In mezzo a questa città che si seminava di cadaveri, in cui nel silenzio delle ruine e nei vasti tratti vuoti di abitatori l’orrore del deserto dev’essere stato spaventoso, mostravasi adesso uno spettacolo triste e strano con cui, nell’anno 590, per la prima volta si palesano i caratteri proprî del medio evo. I Romani antichi, se avessero potuto mirare a questa solennità cristiana, ne avrebbero abbrividito. Le donne dolenti si coprivano di manti e di veli abbrunati, e gli uomini velavano la testa di cappucci probabilmente simili a quelli con cui oggidì ancora si mascherano le confraternite di Roma. E intanto che quei lugubri cori di tutto il popolo romano facevano risonare l’aere di loro inni, avrebbe potuto sembrare che eglino trasportassero alla tomba la Roma antica e che celebrassero i presagî di quei secoli sciagurati che or dovevano incominciare.

La moria seguiva i pellegrini; nel mezzo della processione uomini cadevano morti al suolo, ma una visione soprannaturale conchiuse consolatrice le litane e il morbo. Gregorio stava già per entrare colla processione nella chiesa di san Pietro ed era venuto al ponte, quando un’imagine celeste si rivelò agli occhi del popolo. Sulla tomba di Adriano un angelo raccoglieva il volo e rimetteva nel fodero una spada di fuoco per significare che la peste era finita. Da questa bella leggenda la mole di Adriano ebbe fin dal secolo decimo il nome di Castel sant’Angelo, e la statua di bronzo dell’arcangelo Michele che ripone nella vagina la sua spada, posa ancora colle ali aperte sul vertice di quello che è il mausoleo più mirabile del mondo[38].

Altre leggende attribuiscono la cessazione della peste alla vera imagine della Vergine che il Papa fece portare in processione. Dei sette quadri effigiati della Madonna che furono attribuiti al mitico pennello dell’apostolo Luca, quattro si vedono in Roma; il quadro della chiesa di Araceli vale come più antico. In questa chiesa stessa sulla porta d’argento che racchiudeva la santa imagine, vedevasi, un tempo, il disegno che figurava la leggenda della peste. L’opera apparteneva al secolo decimoquinto; ad un secolo posteriore appartiene invece il quadro in ischisto, che vi rappresenta una processione in atto di trasportare la imagine sopra un carro funebre, e di valicare il ponte dietro al quale s’innalza il castello[39].