CAPITOLO SETTIMO. — § 1. Muore Adriano nell’anno
795. — Leone III è eletto papa. — Spedisce un’ambasceria a Carlo, e questi conchiude un patto colla Chiesa. — Significazione simbolica delle chiavi della tomba di san Pietro e del vessillo di Roma. — Giurisdizione suprema esercitata da Carlo patrizio in Roma. — Definizione dell’accordanza che esisteva fra la podestà religiosa e la civile. — Musaici in santa Susanna. — Quadro a musaico nel triclinio di Leone III » 523
§ 2. I nepoti di Adriano uniti ad altri ottimati congiurano contro Leone III. — Attentasi alla vita di lui. — Il Papa fugge a Spoleto. — Va in Alemagna e s’incontra con Carlo. — Roma è in balia dei nobili. — Alcuino consiglia sul contegno che Carlo deve usare con Roma. — Leone torna a Roma nel 799. — Carlo per mezzo di suoi ministri procede contro gli accusati » 544
§ 3. Carlo a Roma nell’800. — Tiensi parlamento nella chiesa di san Pietro. — Carlo pronuncia giudizio sui Romani e sul Papa. — Leone presta giuramento di purgazione. — Carlo è eletto dai Romani imperatore. — Restaurazione dell’Impero occidentale. — Carlomagno è incoronato imperatore dal Papa nell’anno 800. — Criterî sull’origine giuridica e sul concetto del novello Impero » 557
VOLUME SECONDO
ERRATO CORREGGI
Pag. 28 nota, lin. 11, Enrico Eorico » 28 nota, » 12, Enrice Eorice » 62 nota, » 7, riceve nome porta nome » 62 nota, » 10 e 11, accolto corretto » 78 nota, » 16, imperdonabili perdonabili » 90 nota, » 1 e 2, Mai, di regola Mai catene generale, catene » 111 nota, » 8, Pallasenas Pallacenas » 180 testo, » 17, della piazza del foro » 183 testo, » 12, su presso » 188 testo, » 12, frammenti miniere » 216 nota, » 4, soialem sodalem » 226 nota, » 9, deve aver si dice aver » 257 testo, » 17, Leone Gregorio » 279 testo, » 4, vendeva rendeva » 392 nota, » 2, Annaldo Anualdo » 401 testo, » 22, leggere a leggere la scritta, Carisiaco fatta a la scritta Carisiaco, » 434 nota, » 2, Faccioli Vignoli » 456 testo, » 8, giardini orti » 463 testo, » 12 e 13, monte; è alto monte, alto dugento dugento palmi; palmi, quale sembra una » 463 testo, » 14, alle simboliche a simbolica collina colline sepolcrale sepolcrali » 496 nota, » 3, malamente espressamente » 515 testo, » 3, omai ancora » 515 testo, » 3 e 4, s’era fatta città di provincia città di considerevole terra ferma
NOTE:
[1] _Sublacus_ o _Sublaqueum_ ebbe nome dai laghi artificiali, dei quali Nerone adornò ivi la sua villa. Menzione del luogo è fatta per la prima volta in PLINIO, _Hist. Nat._ III, 17. Soltanto la fondazione del convento fatta da san Benedetto diè origine al _Castrum Sublacum_. Vedi il NIBBY, _Annal._ III, 120, e il JANNUCELLI, _Memorie di Subiaco_, Genova 1856.
[2] Don LUIGI TOSTI scrisse la più recente storia del suo celebre convento: _Storia della Badia di Monte Cassino_ (Napoli 1842, 3 vol.), con documenti. Il favoloso documento della donazione di sette mila schiavi di Sicilia con Messina e con Panormo, che Tertullo avrebbe fatta a Benedetto incomincia: _Tertullus Dei gratia invictissimae Reginae Coeli Terraeque civitatis Romanae Patricius, Dictatoribus, Magistratib., Senatorib., Consulib., Proconsulib., Praefectis, Tribunis, Centurionibus_ ecc. La sottoscrizione conta a olimpiadi! Il Tosti riconosce che questa pergamena ha i caratteri del secolo X, e che il rescritto di privilegio di papa Zacaria, in cui è data conferma a questa donazione, esiste soltanto in copie posteriori al secolo XI. La Sicilia, dove Benedetto mandò Placido da missionario, è il paradiso dei Benedettini; il documento creato dall’imaginazione non manca nella _Sicilia Sacra_ del PIRRO (p. 1155).
[3] Gli ultimi sette savî di Atene furono Damascio, Simplicio, Eulamio, Prisciano, Ermiade, Diogene, Isidoro. Eglino si rifuggirono in esilio presso re Cosroe di Persia. AGATHIAS, _Hist._ II, 30. Volle stranezza di destino che i filosofi greci del primo tempo dovessero scampare davanti ai Persiani, le conquiste dei quali già minacciavano il mondo ellenico, e che undici secoli più tardi gli ultimi filosofi di Grecia, esiliati di Atene dall’Editto di un Imperatore cristiano, dovessero invece cercare riparo presso un Re di Persia: KUNO FISCHER, _Storia della filosofia moderna_, 1865, I, 20.
[4] Il MONTFAUCON, nel _Diarium Ital._ p. 323, attingendo ad un Codice cassinese del secolo XI, dipinge il ritratto di Benedetto e dell’antica veste dei Benedettini. Così il TOSTI, I, 100 e segg., dove trovasi anche la Regola di Benedetto tratta dal commentario di Paolo Diacono. Il lettore può trovare la storia di Benedetto nei: DACHERII _et_ MABILLONII _Acta Sanctor. Ord. S. Bened._ e nel MABILLON: _Annales Ord. S. Benedicti_.
[5] Anime generose facevanlo mosse da quell’impulso, di cui il Poeta dice:
Werft die Angst des Irdischen von euch! Fliehet aus dem engen dumpfen Leben In des Ideales Reich!
_Sgombrate dall’ansia mente i terrestri ardori; dalla vita gretta e vuota del mondo, fuggite nel regno dell’idea!_ SCHILLER. Così sulla porta del convento di Grotta Ferrata sta scritto: Ἔξω γένοισθε τῆς μέθης τῶν φροντίδων.
[6] Il TIRABOSCHI (III, l. c. 16) fa incominciare dalla monacazione di Cassiodoro la completa ruina della letteratura italiana: _D’allora in poi l’Italia non potè occuparsi in altro che nel piangere le sue sciagure_. Egli dedica a Cassiodoro un eccellente Capitolo e con molta dignità respinge le supposizioni del SAINT MARC riguardo ai motivi che spinsero il Ministro a farsi monaco. Cassiodoro dettò nel chiostro la sua Storia ecclesiastica, _Historiae ecclesiasticae tripartitae libri XII_, un compendio di Sozomeno, di Socrate e di Teodoreto; scrisse inoltre _De orthographia_ per istruzione dei suoi frati, che egli esortò vivamente ad occuparsi di copie di codici. Vedi il TIRABOSCHI, il BAEHR, _Storia della letteratura romana_ e le _Fonti storiche_ del WATTENBACH.
[7] RUTILIO con versi eleganti e vivaci scaglia le prime frecciate di satira che si conoscano scritte contro il monachismo (v. 489 e segg):
_Processu pelagi jam se Capraria tollit_, _Squallet lucifugis insula plena viris_. _Ipsi se_ MONACHOS _graio cognomine dicunt_, _Quod soli nullo vivere teste volunt_. _Munera fortunae meluunt dum damna verentur:_ _Quisquam sponte miser, ne miser esse queat?_
[8] Il NERINI, _De Templo et Coenob. S. Bonifacii et Alexii_, Roma 1752, c. 4, reputava che questo convento sull’Aventino fosse l’antichissimo di Roma. Il documento della donazione di Eufemio desta appena un sorriso.
[9] _Gaudemus Romam factam Hierosolymam. Crebra virginum monasteria, monachorum innumerabilis multitudo_ (S. HIERON., Ep. 126, _ad Principiam_). Quando parlammo del saccheggio dei Goti trovammo Marcello con Principia sull’Aventino, e la pia donna morì pochi dì dopo la caduta di Roma. La più antica menzione di una monaca romana nelle iscrizioni dei monumenti risale al 447. HIC QUIESCIT GAVDIOSA C. ANCILLA DEI QVAE VIXIT ANNIS XL. ET MEN. V. DEP. X. KAL. OCTOB. CALLEPIO VC. CON. Trovasi nel DE ROSSI, _Inscript. Christian._ I, n. 739.
[10] JOH. DIACON., _Vita S. Gregor._ I, c. 6. PAUL. DIACON., _Vita S. Gregor._ c. 2. MABILLON, _Acta S. Ord. S. Ben._ I.
[11] Precisamente ottanta libbre contribuite dal «patrimonio di san Pietro» che Gregorio, nella carezza cui era salita in Roma ogni vettovaglia, giudica essere troppo poco. Così è la vita loro, dic’egli, e la traggono in lacrime e in astinenze, laonde io credo che, se elleno state non fossero, niuno di noi per sì lunghi anni avrebbe potuto in questa città serbarsi in vita sotto la spada dei Longobardi. Lettera di grazie da Gregorio indiritta a Teoctista e Andrea. _Ep._ 23, lib. VI. Le donne che vivevano in religione claustrale appellavansi dal greco _monastriae_; con dizione latina _sanctimoniales_.
[12] Il MONE, _Storia del paganesimo nell’Europa settentrionale_, II, § 96, descrisse le costumanze pagane dei Longobardi. Il BORGIA, _Memorie di Benevento_, II, 277, riporta un inno a Barbato dell’anno 667, in cui è discorso della cessazione del culto dei serpenti. Dalla venerazione che i Longobardi tributavano al campeggio ed agli alberi magici ebbe origine la credenza popolare degli Italiani che i Tedeschi principalmente adorassero gli alberi. Il GÖTHE trovava ancora viva in Italia quell’idea.
[13] PAOLO DIACONO, III, c. 11, dice che fu il Papa a far venire granaglie.
[14] Il Ducato di Spoleto, che ebbe tanta importanza nella storia di Roma, probabilmente fu fondato intorno al 569. La storia del Ducato fu scritta dal benemerito abate FATTESCHI, che pel primo si giovò dei documenti longobardi di Farfa: _Memorie Istorico-diplomatiche riguardanti la serie dei Duchi di Spoleto_, Camerino 1801. La cronologia dei primi tempi longobardici è buia.
[15] Colla caduta del regno i Goti non erano del tutto scomparsi in Italia. Così in Roma come nella Campania eglino continuarono in famiglie che assunsero costume latino.
[16] MENANDER, _Excerpt._, p. 126.
[17] MABILLON, _Annal. Benedict._ ad ann. 580; sennonchè il TOSTI assume l’anno 589. Nella sua storia di Monte Cassino egli tratta dei primi secoli assai brevemente e con discorso incerto; ed io seguo con buon fondamento gli Annali dal MABILLON e gli _Acta SS. Ordinis S. Benedicti_ editi dal Mabillon stesso.
[18] PAUL. DIACON., IV, c. 19 e il _Chronic. S. Monast. Casin._ I, c. 2, nel MURATORI _Script._, T. IV.
[19] Nei più tardi anni del medio evo scomparve ogni traccia di questo convento di Benedettini presso il Laterano.
[20] SIGON. _De Regno_ 1, 17. — CARLO TROYA, _Cod. Dipl. Long._ 1, 62 pensa che la Città fosse governata dal Senato e dagli altri magistrati di Roma finchè non v’era nè un Duce, nè un Maestro dei militi. Della pace conchiusa parla Pelagio II, _Ep._ V ad Elia vescovo di Grado ed ai Vescovi d’Istria e delle Venezie (nel LABBÈ e nel TROYA, _Cod. Dipl._ I, n. XIV). Il NORIS ed il MURATORI son d’accordo nel ritenere per data l’anno 586.
[21] Per _Respublica_ non deve intendersi la Città, ma lo Stato. Del pari, Childeberto, in una lettera a Lorenzo di Milano, dice: _Juxta votum Romanae reipublicae vel Sacratissimi nostri Imperatoris_ (TROYA, _Cod. Dip. Longob._ n. XI). — _Vel unum magistrum militum, et unum ducem dignetur concedere;_ dunque i due officî erano distinti.
[22] La epistola (_ad Gregorium Diacon. Ep._ III, LABBÈ _Concil._ VI, 623) porta la data: 4. _Nonas Octobr. indict. III_. Il Muratori la attribuisce all’anno 587, ma il TROYA I, n. 16, con buone ragioni la fa risalire ai 5 ottobre 585.
[23] _Ep. IV ad Aunacharium Episc. Antisiadorensem: nec enim credimus otiosum, nec sine magna divinae providentiae admiratione dispositum, quod vestri reges Romano imperio in orthodoxae fidei confessione sunt similes; nisi ut huic urbi ex qua fuerat oriunda, vel universae Italiae finitimos, adjutoresque praestaret._ I Franchi furono considerati _Leti_ ossia federati dell’Impero romano. A ragione il TROYA annette a questo fatto importanza, e si riferisce ai versi che SIDONIO rivolgeva ad Eorico re dei Visigoti:
_Eorice tuae manus rogantur,_ _Ut Martem validus per inquilinum,_ _Defenset tenuem Garumna Tibrim._
TROYA, _Storia d’Italia_, I, 1308. _Tav. Chronol._, p. 577. Si legga nel _Cod. Diplom. Long._, n. 43, la lettera che Maurizio scriveva a Childeberto, dove l’Imperatore discorre della _priscam gentis Francorum et Ditionis Romanae unitatem_. Così si preconizza il tempo più tardo, in cui un Pontefice diceva di Carlo Magno: _cujus industria Romanorum Francorumque concorporavit imperium_. SERGIO, in un documento riportato dal MAURISSE, _Hist. de Metz_, p. 190 e citato da GIORGIO WAITZ, _Storia della costituzione germanica_, III, 185.
[24] GREGOR. TURONEN., _Hist. Francor._, X, c. 1. Vi attinsero GIOVANNI DIACONO, _Vita S. Gregor._ I, c. 34 e PAOLO DIACONO, _Vita S. Gregor._ c. 3 e _De gestis Longob._ III, c. 23. — L’ALVERI, _Roma in ogni stato_, I, 571 e segg., con molto ardimento e con grossi errori, dà la storia di tutte le inondazioni del Tevere e di tutte le pestilenze di Roma dalla fondazione della Città fino al 1660.
[25] GREGORIO DI TOURS, X, c. 1, PAOLO DIACONO _De gest. Long._ III, c. 23. La _Cronica_ di MARIO D’AVENCHE la chiama anche _variola, pustola_ e _glandula_.
[26] PROCOP. _De bello Persico_, II, c. 22, 23, PAUL. DIACONUS, _De gest. Long._, III, c. 4.
[27] GREGOR., _Dial._ IV, c. 36. La descrizione di una visione meravigliosa del Paradiso e del Purgatorio trovasi più tardi nella lettera che San Bonifacio di Magonza indirizzava alla Domina Eadeburga, nel BARONIO, _Annal._ IX, p. 11.
[28] _Hic fecit supra corpus b. Laurentii martyris basilicam a fundamento constructam, et tabulis argenteis exornavit sepulchrum ejus._ ANAST. _in Pelag._
[29]
_Praesule Pelagio martyr Laurentius olim_ _Templa sibi statuit tam pretiosa dari:_ _Mira fides! gladios hostiles inter et iras_ _Pontificem meritis haec celebrasse suis._
La iscrizione (di sei distici), ora quasi cancellata è riportata completamente nel BUNSEN III, 2, 314 secondo la correzione introdotta da GAETANO MARINI nel suo Codice manoscritto della Vaticana. Vedi anche CIAMPINI, _Vet. Mon._ II, c. 13. — L’associazione di Lorenzo e di Stefano è spiegata chiaramente in una sentenza di Leone I: _A Solis ortu usque ad occasum Leviticorum luminum corruscante fulgore, quam clarificata est Hierosolyma Stephano, tam illustris fieret Roma Laurentio_. S. LEO PAPA, _serm._ 83 _in festo S. Laur. M._ pagina 169 (Edit. Lugdun. 1700); nel FONSECA, _de Basil. S. Laur. in Dam._ c. 3, p. 137.
[30] Sotto il musaico con caratteri ammodernati leggesi il distico antico:
_Martyrium flammis olim Levita subisti_ _Jure tuis lux templis veneranda redit._
[31] Della vita di Gregorio scrisse GIOVANNI DIACONO, contemporaneo di Anastasio bibliotecario, in sull’882. Dapprima monaco di M. Cassino, indi Diacono della Chiesa romana, GIOVANNI dettò quella biografia dietro comando di Giovanni VIII (MABILLON, _Acta S. O. S. Ben._ T. I). Anche PAOLO DIACONO, monaco di M. Cassino, scrisse una _Vita S. Gregorii_, la quale tuttavia, nella forma in cui oggi la conosciamo, gli è contestata (MABILLON, ivi). Vi ha inoltre la _Vita S. Gregorii_ nei Bollandisti e Maurini, ma essa non è che un raffazzonamento.
[32] Gregorio stesso (_Ep._ 2, lib. III) dice di aver tenuto quell’officio: _Ego quoque tunc urbanam praefecturam gerens_. V’ha però la lezione _praeturam_, nè GREGORIO DI TOURS nè PAOLO DIACONO, nè BEDA (_Histor._ II, c. 1) non fanno alcuna menzione di ciò. Stando al PAGI, _ad ann._ 581, n. III, Gregorio intorno all’anno 575 fu prefetto della Città.
[33] Di tal guisa GREGORIO DI TOURS ben dipinge la pompa bizantina del vestire, _Hist._ X, c. 1.
[34] _Clerus, Senatus, populusque romanus_, dice GIOVANNI DIACONO, _Vita_ I, c. 39, ma in questa antica formula sotto nome di Senato manifestamente non può intendersi altro che il titolo degli ottimati.
[35] S. GREGOR., _Ep._ 2, lib. XI.
[36] Secondo il MARTINELLI, santa Eufemia sorgeva nel vico Patricio non lungi dal _Titulus Pudentis_.
[37] Di questa _Litania septiformis_ parlano GREGORIO DI TOURS, X, c. 1 e PAOLO DIACONO, _De gest. Long._ III, c. 24, e in generale: LADERCHIUS, _De sacris Basil. SS. Mart. Marcell._ etc. III, c. 10. Sono qui dunque menzionate tutte le sette regioni ecclesiastiche; la _Reg._ III e la _Reg._ IV corrispondono alle antichissime denominazioni, le altre no. Oltracciò non si parla di alcuna chiesa nel Trastevere, perlocchè la processione non si attenne esattamente alla partizione regionale.
[38] Benedetto XIV vi fece innalzare quella statua. L’angelo che ripone nel fodero la spada sarebbe il simbolo più sublime del sacerdozio che ha missione di dare al mondo la pace; sventuratamente però non si affà alla storia dei Papi, che usurparono anche la podestà della spada temporale.
[39] La iscrizione dice: _Lucae et Lucis opus. Virgo haec quam cernis in ara circumvecta nigram dispulit urbi luem_. Il CASIMIRO, nella sua _Storia di S. Maria in Araceli_, dà la descrizione dell’imagine bizantina della Madonna ed una lunga ed arida dissertazione su quell’argomento. Non mi è noto che al tempo di Gregorio fossevi l’uso di trasportare in processione le imagini dei Santi. Oggidì ancora si celebra la ricordanza di quella leggenda, poichè la grande processione di san Marco, quando giunge al ponte adrianeo, canta l’antifona _Regina coeli_.
[40] S. GREGOR. _Ep._ 4, lib. I. Le sue prime lettere, precisamente quelle indiritte a Teoctista sorella dell’Imperatore, lamentano la perduta felicità della vita contemplativa: _Contemplativae vitae pulchritudinem velut Rachelem dilexi sterilem sed videntem et pulchram, quae etsi per quietem suam minus generat, lucem tamen subtilius videt. Lea mihi in nocte conjuncta est, activa videlicet vita, fecunda, sed lippa, minus videns, quamvis amplius parens_. Dei simboli di Rachele e di Lia usarono più tardi Dante e Michelangelo.
[41] S. GREGOR., _Ep._ 4, lib. VI: _Secretiora loca petere aliquando decreveram_, e la _praef._ del _Liber Pastoralis_ dice: _Pastoralis curae me pondere fugere delitescendo voluisse_. Anche GREGORIO DI TOURS, X, c. 1, dice soltanto: _Cum latibula fugae praepararet, capitur_. Ma GIOVANNI DIACONO, I, c. 49, riferisce la leggenda della fuga, e PAOLO DIACONO, _Vita_, c. 11, racconta che egli si faceva trasportare entro una cesta e che una colonna di luce indi ne tradiva l’intento.
[42] _Evang. Lucae_, XXI, 10, 11.
[43] È questa la Omelia prima sugli Evangelî della Edizione dei Benedettini, t. I, p. 1436. Mi presi l’arbitrio di compendiare la predica verso la fine.
[44] S. GREGOR. _Ep._ 2, lib. I. Nelle lettere è usata più spesso l’espressione di _sitonicum_ per _annona_.
[45] _Ep._ 3, lib. I.
[46] _Ep._ 32, lib. II, ind. X. _Theodosiani vero, qui hic remanserunt, rogam non accipientes, vix ad murorum quidem custodiam se accomodant._ La voce ῥόγα significa _donativum_ o _stipendium_, ed _erogator_ tesoriere degli stipendi. V. l’_Ep._ 129, lib. VII, ind. II, indiritta a _Donellus erogator_.
[47] HIERON. RUBEUS, _Hist. Ravenn._ IV, p. 187.
[48] PAUL. DIACON., _De Gest. Long._, IV, c. 9, e S. GREGOR. _Praefat. in lib. II super Ezechiel._ e l’Omelia sesta.
[49] Dal testo di questa Omelia riunisco soltanto questi frammenti: _Ubi enim senatus? ubi jam populus? Contabuerunt ossa; consumptae sunt carnes: omnis in era saecularium dignitatum fastus extinctus est. Quia enim senatus deest, populus interiit — jam vacua ardet Roma_.
[50] _In qua (urbe) sine magnitudine populi, et sine adjutoriis militum tot annis inter gladios illaesi, deo auctore, servamur. Ep._ 23, lib. VIII, Ind. I.
[51] _Ep._ 43, lib. IV, Ind. XIII.
[52] _Ep._ 40, lib. V, Ind. XIII. Merita considerazione questo periodo: _Et quidem si terrae meae captivitas per quotidiana momenta non excresceret_: vi parla una grande coscienza della dignità propria; Gregorio sentiva di essere a capo del paese romano.
[53] Le lettere di Gregorio parlano del _Dux Sardiniae_ (_Ep._ 46, 47, lib. I), del _Dux Arimini_ (56, I), del _Dux Campaniae_ (12, VIII), del _Dux Neapolis_ (5, XII) ecc.
[54] Nelle vicinanze di Roma, e incaricati puranco di prestarle soccorso, erano Veloce e Maurizio, maestri de’ militi, (_Ep._ 21, XII, Ind. 7). Più di sovente è fatta menzione di Maestri de’ militi in Sicilia ed in Napoli: 25, XII; 13, 71, 75, VII.
[55] _Ep._ 129, VII. _Ep._ 2, VIII, Ind. 3.
[56] _Praefectus Urbis Johannes: Ep._ 7, VIII: così il già menzionato Gregorio era prefetto della Città. _Ep._ 40, V.
[57] _Georgius Praef. Italiae. Ep._ 22, 23, 37, 38, I, 24, XII, c. 1, V. Si noti la espressa distinzione: _Excell. Romanum Patricium_ (cioè l’Esarca) _et per emin. Praefectum atque per alios Civitatis suae nobiles viros_. — _Praef. Africae_ 37, VIII, _Illyrici_ 21, II, _Siciliae_ 38, II (qui altri Codici scrivono _Praetor_). Vi contraddice pertanto il PANCIROLI il quale nella _Notitia imp. occid._, pag. 115, dice: _Italiae serius recuperatae suus Praefectus redditus non invenitur_.
[58] _Proconsul Italiae_ (_Ep._ 20, VIII). Gregorio si lagna col Proconsole che alla Diaconia di Napoli fosse tolta l’annona, e si riferisce a quanto aveva fatto Giovanni suo predecessore nell’officio. È cenno anche di un _Proconsul Dalmatiae_ (_Ep._ 3. VII). Non avevano dunque anche i Proconsoli cessato di esistere, come il BIONDO e il GIANNONE opinano a torto.
[59] _Ep._ 30, X: _Quia quid passurus sit, exemplo praecedentium non nescimus_.
[60] _Ep._ 51, X, Ind. 3. Al punito, che era colpevole di malversazioni, Gregorio indirizzava una bella lettera di conforto _Ep._ 31, VIII. Il BARONIO compara mirabilmente le relazioni di Gregorio con Leonzio a quelle di Cicerone con Verre.
[61] _Epp._ 54, 55, 56, 57, 58, VIII.
[62] FELIX CONTELORIUS scrisse _de Praefecto Urbis_ (Roma 1631): è lavoro importante per la storia dei Prefetti nei più tardi anni del medio evo; esso apre con bastante ingenuità la serie dei Prefetti antichi da Adamo o da Romolo. A quello scrittore, con maggior cura, ma soltanto fino all’anno 600, succedette il CORSINI, _de Praefectis Urbis_, Pisa 1766. — Trovo che il prefetto Giovanni portava titolo di _Palatinus_ e di _Patricius_ (51, 52, VIII), ed osservo che il titolo di _Patricius_, più tardi proprio del solo Esarca, era in quel tempo ancora diffuso largamente: _Opilio Patricius_ (_Ep._ 27, XII), _Venantius Patricius_ (33, I, 42, 43, V), ecc., perfino la moglie di lui si appella _Patricia_ (128, VII), e così la romana Rusticiana. Non parlo del _Patricius Galliarum_, il cui titolo era allora conferito dai Re franchi (33, II, 17, XII).
[63] Così un _Comes privatorum Beator: hic qui quasi comes privatorum dici vult, venisse et multa contra omnes agere. Ep._ 26, XI, Ind. 6. — Nella _Ep._ 29, XII, Gregorio parla dei _diversa officia palatii urbis Romae_, pei quali raccomanda l’annona.
[64] Il TROYA, _Osserv. sul Gov. di Roma nel_ 595 (Nota al _Cod. Dip. Long._, I, n. 131), s’industria a sostenere la esistenza del Senato. A favor di questa opinione egli osserva (n. 401) che nell’anno 717 entra in corte di Liutprando un _Senator filius Albini_, nel quale vuol ravvisare un _Senator Romanus_. Io trovo tuttavia che ancora in sull’anno 874 un Vescovo di Torcelli porta nome di Senatore, del cui titolo si fregiava anche Cassiodoro. Però il TROYA respinge l’idea del SAVIGNY che il Decurionato esistesse nelle città italiche ad onta della conquista dei Longobardi, e questo errore fu, dopo di lui, corretto da CARLO HEGEL, il quale reputa che la designazione _Ordo_ (_Clero, Ordini et Plebi_) usitata ai tempi di Gregorio, fosse unicamente una forma dello stile di segreteria, e, dichiarando che per esso debbasi intendere il ceto degli _Honorati et Possessores_, opina che le Curie, massimamente in questo periodo, fossersi estinte (I, c. 2, della sua _Storia della Costituzione dei Municipî_).
[65] Il conte VENDETTINI (_Del Senato Rom._ I, c. 2) si sforza indarno di affermare che esistesse il Senato ad onta delle parole di questa Omelia, e il TROYA appunta di esagerazione i detti di Gregorio. Il SAVIGNY (I, 367, Nota c.) sostiene che nelle Lettere di Gregorio è fatta menzione del Senato; io però in quelle Lettere non rinvenni neppur un passo dove fosse il caso di trovarne motto, fuori di una che parla dell’acclamazione con cui il clero ed il Senato accolsero il simulacro di Foca: io la reputo però un’aggiunta posteriore alla compilazione di quelle Lettere. _Senatus deest, populus interiit_, dice Gregorio. Supposto pure che qui il _deest_ fosse soltanto un rettoricume come l’_interiit_, e che quell’ambasceria di senatori avvenuta nell’anno 579 provasse la continuazione del titolo senatorio, ne sarebbe salvo soltanto un nome, non già l’essenza.
[66] La patrizia Rusticiana era emigrata a Bisanzio, e sembra che Gregorio invano abbia invitata la pia e ricca donna a tornarsene a Roma. Qui possedeva dei beni; ed ella consolava sè con pellegrinaggi al monte Sinai, e il Papa con donativi; gli mandava dieci libbre d’oro perchè riscattasse schiavi, e drappi di seta per ornamento della chiesa di san Pietro, pretendendo con ambizione aristocratica che quei tappeti dovessero essere trasportati alla basilica con pompa solenne. Gregorio le scrisse cinque lettere.
[67] Così, nel documento della donazione a san Paolo di alcuni beni, leggiamo i nomi dei _Fundi Antonianus, Cassianus, Cornelius, Primianus. Ep._ 9, XII, Ind. 7.
[68] _Ut quisquis fuisset publicis administrationibus implicatus, ei ad ecclesiasticum venire officium non liceret._ JOH. DIACON., _Vita S. Gregor._ II, c. 16. Gregorio perciò venne in dissenso coll’Imperatore (_Ep._ 62, 65, II). All’invece si presenta il solo caso di uno che uscisse del chiostro per assumere un officio temporale. Il patrizio Venanzio diventava _ex monacho Cancellarius_ d’Italia, e perciò n’ebbe aspra censura da Gregorio (Ved. l’_Ep._ 33, I, ed altre lettere a lui indiritte). Già Costantino, nell’anno 320, aveva dovuto promulgare una legge, mercè cui proibiva che quegli sventurati schiavi delle finanze dello Stato, ch’erano i Decurioni, rifuggissero nel sacerdozio (_Cod. Theodos._ XVI, 2, 3). Del continuo gli Imperatori tentarono con editti d’impedire che gli officiali dello Stato concorressero alle dignità ecclesiastiche.
[69] Al tempo di Gregorio fannosi risalire le publiche lavande dei piedi e i conviti di pellegrini a Pasqua: sono oggidì quelle scenate da teatro, colle quali in Roma si mettono in maschera la povertà e la umiltà cristiana.
[70] Si consultino JOH. DIACON., _Vita_, II, c. 53, e le numerose lettere di Gregorio a questi suddiaconi.
[71] _Ep._ 70, lib. I.
[72] _Ep._ 30, lib. XII, Ind. 7. — Dopo ch’ebbero perduti i patrimonî di Sicilia, i Papi andavano talvolta a cercar cavalli in Francia. Adriano pregava Carlo di spedirgli alcuni «famosi» cavalli, per poter cavalcare con decoro: _Tales nobis famosissimos mittite equos, qui ad nostram sessionem facere debeant. Cod. Carol., Ep._ LXVII (nel CENNI, LXXXI, p. 440). Per i rapporti colle colonie hanno importanza la _Ep._ 44, I, Ind. 9, _ad Petrum Subd. Sicil._, e le altre: IV, 21, Ind. 12; IX, 18, 19, Ind. 2, XIII, 34, Ind. 6. — Il canone in grano è specificato così: _Pensionem integram et pensantem ad septuaginta bina persolvant_. La prestazione è chiamata _pensio_ (da _pensum_), talfiata anche _burda_ o _burdatio_ (forse il _Bürde_, fastello, fascio dei tedeschi?), oppure _illatio burdationis_. Una imposta sui prodotti del mercato è detta _siliquaticum_ o _siliquae_; così in Cassiodoro, _Var._ lib. II, _Ep._ 30, III, 25. Se un colono prendeva moglie, pagava al _Conductor_, a titolo di _nuptiale commodum_, un _solidus_. — Le massime di Gregorio sono espresse nell’_Ep._ 44, I: _quia nos sacculum ecclesiae ex lucris turpibus non volumus inquinari_: aurea sentenza e meritevole che si tragga dall’obblio.
[73] _Cenni storici sull’agro Romano dal secolo VIII sino ai giorni nostri_, Roma 1855, breve ed utile scrittura colla carta topografica dell’agro romano, di EMILIO PITORRI.
[74] Gregorio impiegava il reddito di beni cospicui per alimentare le lampade nella chiesa di san Paolo; erano i possedimenti _ad Aquas salvias: Massam quae Aquas Salvias nuncupatur, cum omnibus fundis suis; i. e. Cella vinaria, Antoniano, villa Pertusa in foro Primiano, Cassiano Silonis, Cornelii, Thessalati atque Corneliano. Ep._ 14, XIV, Ind. 7. Di tal guisa nella Campagna si salvano dal naufragio i nomi ruinosi di antiche famiglie patrizie. Oggidì ancora la _Massa delle acque Salvie_ colla Victoriola e colla Cesariana è la maggiore nel patrimonio appiense. — Continuava ancora il nome del fiume Almo, come emerge dalla stessa Bolla, che principalmente offre ottime notizie dei dintorni del san Paolo. A destra fuori della porta esisteva allora il convento di monache di santo Stefano, il fondo Pissinianico e la _fossa latronis_. A sinistra erano i possedimenti del convento di santo Edistio.
[75] Maurizio, intorno al 569, mandava trenta libbre d’oro perchè fossero ripartite fra il clero e i poverelli; e Gregorio (_Ep._ 2, VIII, Ind. 3) gliene fa quitanza rendendogli grazie. — Ma l’Esarca prendeva denari a prestito dalla Chiesa: _Ep._ 129, VII, Ind. 2.
[76] Nepe: _Ep._ 2, XI, Ind. 10. — Napoli: _Ep._ 24, XII, Ind. 7: _Universis militibus Neapolitanis — magnificum virum Constantinum Tribunum custodiae civitatis deputavimus praeesse_. Qui ha motivo di giubilare il cardinale Baronio. — Cagliari: _Ep._ 2, 5, VII, Ind. 2.
[77] _Ep._ 21, 22, 23, XII. Ind. 7 ai maestri de’ militi Veloce, Maurizio, Vitaliano.
[78] _Ep._ 41, 42, VII, Ind. 2: Lettera di grazie di Gregorio ad Agilulfo e a Teodolinda.
[79] _Ep._ 103, VII, Ind. 2, a Teodoro, curatore di Ravenna.
[80] Sui _Laurata_ vedi il BARONIO, _ad ann._ 603, i Benedettini nella annotazione all’_Ep._ 1, XI, Ind. 6 e il DUCANGE nel Glossario. — Adriano I scriveva a Costantino e ad Irene: _Neque enim quando imperialis vultus et imagines in civitates introducuntur, et obviant judices et plebes cum laudibus, tabulam honorant vel supereffusam cera scripturam, sed figuram imperatoris_ (nel LABBÉ, _Concil._ VII, 758).
[81] _Ep._ 1, XI, Ind. 6: _Venit autem icona suprascriptorum Phocae et Leontiae Augustor. Romam VII Kal. Maii, et acclamatum est eis in Lateranis in basilica Julii ab omni clero et senatu: Exaudi, Christe: Phocae Augusto et Leontiae Augustae Vita. Tunc jussit ipsam iconam Dom. beat. et apostol. Gregorius Papa reponi in oratorio S. Caesarii mar. intra palatium._
[82] Il BUNSEN ecc., III, 1, 507, opina che la _basilica Julii in Lateranis_ sia stata l’antico Palazzo e si riporta ad ANAST. _Vita Sergii_ I: _Basilica domus Juliae, quae campum respicit_. A me però avviene di trovare il seguente passo nella _Vita s. Vitaliani_, dove, di tempi anteriori, si parla della presenza in Roma dell’Imperatore Costante: _Venit ad Lateranos et laetus ibidem pransus est in basilica Julii_, prova evidente che si discorre di una sala o di un triclinio dell’antico palazzo lateranense.
[83] Il BARONIO pensa a san Cesario nella via Appia, ma egli interpreta erroneamente il passo della _Vita Sergii_ I. Un _oratorium S. Caesarii_ era nel Laterano, e il GALLETTI, _Del Vestarario_, p. 3, determina che esso esistesse nel _Vestiarium_. Il GIBBON vi trova posto nel palazzo de’ Cesari; le inesattezze di lui per quel che riguarda le località di Roma sono altrettanto gravi che perdonabili. Come poteva un tanto uomo ignorare che la Chiesa chiamava santi i papi ancor dopo san Gregorio?
[84] A Foca _Ep._ 38, XI, Ind. 6, del mese di giugno. A Leonzia _Ep._ 44, XI, ed a Foca, _Ep._ 45, XI. — Il BARONIO lo scusa, denigrando la fama di Maurizio; il MURATORI s’indigna celebrando il Maurizio; il SIGONIO narra, senza assumere quella missione di giudice che spetta allo Storico; ma il GIBBON e il BAYLE dicono la verità. Il gesuita MAIMBOURG, _Histoire du Pontife St. Gregoire_, Paris, 1680, I, 257, trova occasione di adulare Luigi XIV, dicendo che l’umiltà di Gregorio fu sì ammirabile ch’egli ad un tiranno qual’era Foca scriveva _avec tout le respect et toute la soumission qu’un sujet doit à son Prince_. L’abate FLEURY con eleganza dice soltanto: _On voit par cette lettre, combien saint Grégoire était peu content du gouvernement de Maurice_.
[85] La iscrizione leggesi nel BUNSEN, III, 1, 271 e in CARLO FEA, _Iscrizioni di monumenti pubblici_, Roma, 1813 pag. 4. Del Senato non è cenno qui, come non havvene al ponte che Narsete edificava sull’Anio. Del resto diverte il comparare a quella iscrizione pomposa l’energica enumerazione delle qualità che CEDRENO attribuisce a Foca: _Vinosus, mulierosus, sanguinarius, rigidus_, ecc. _Hist. Comp._, p. 170.
[86] _Ep._ 30, III, Ind. 12.
[87] Colla _Ep._ 29, I, egli spedisce ad Andrea di Dibiria una di quelle chiavicine: _Clavem a S. Petri Apost. corpore — quae super aegros multis solet miraculis coruscare: nam etiam de ejus catenis interius habet. Eaedem igitur catenae, quae illa sancta colla tenuerunt, suspensae colla vestra sanctificent_. ARATORE, nel suo poema della storia dell’Apostolo, dice sulla fine del primo libro:
_His solidata fides, his est tibi Roma catenis_ _Perpetuata salus, harum circumdata nexu._ _Libera sempre eris, quid enim non vincula praestent,_ _Quae tetigit, qui cuncta potest absolvere? cujus_ _Haec invicta manu, vel relligiosa triumpho_ _Moenia, non ullo penitus quatientur ab hoste_ _Claudit iter bellis, qui portam pandit in astris._
Gregorio VII rinnovellava l’uso di mandare in dono delle chiavi di Pietro; egli ne spediva ad Alfonso di Spagna. _Reg. Greg. VII._ 6. — Ancor nell’anno 1866 si fondava una confraternita delle catene di san Pietro. — Mai catene furono portate sì a lungo quanto quelle di san Pietro.
[88] Gregorio mandava alla regina Teodolinda un amuleto in croce d’oro, che ancora può vedersi nel tesoro di Monza. L’uso degli amuleti trovasi diffuso in Roma dopo il secolo quarto. Dapprima portavano appesi al collo dei pesci di metallo che contenevano reliquie, ed anche de’ globi d’oro come nell’antichità: soltanto nel secolo sesto gli amuleti in forma di croce sembrano esser divenuti più frequenti, sebbene se ne rinvenga anche nel quarto secolo. — Vedi il DE ROSSI, _Bullettino di Archeologia cristiana_, Roma, maggio, 1863, n. 1.
[89] _Ep._ 23, VI.
[90] _Ep._ 34, VII: L’ex-console Leonzio gli manda _oleum sanctae crucis et aloës lignum, unum quod tactu benedicat, aliud quod incensum bene redoleat_. Il MARINI, _Pap. Dipl._ N. 143, riporta un documento da Monza (intorno all’anno 600), che contiene un catalogo degli olii dei santi Martiri di Roma; tanta copia ai tempi di Gregorio ne aveva fatta venire la regina Teodolinda. Vedi inoltre il MARINI in nota alla pagina 377 e il DUCANGE: Ἔλαιον του ἁγισυ Σταυρο, nel _Glossario_.
[91] JOH. DIAC. _Vita S. Greg._, III, c. 58: _Vestes foras excussae_. — FRANCESCO PAGI non si stupisce che un abito facesse miracoli, se ne operavano i sudarî e le cinture di san Paolo. _Breviar._ p. 189, XXIV.
[92] _Dialog._ III, c. 30. Il diavolo era ariano, e con esso Gregorio mirava a far breccia nei Longobardi.
[93] _Ep._ 19, II. Ind. II. Nè nella Roma del medio evo, nè in quella odierna mi riescì di rinvenire una chiesa di questo Santo famoso del Norico, il cui cadavere era dai suoi fratelli emigranti portato a Napoli nel tempo di Odoacre.
[94] _Dialog._ IV, c. 40. Geenna è l’espressione adottata dai Padri della Chiesa. Anche PRUDENZIO ne usa, principalmente in quel passo stravagante con cui conchiude la sua _Hamartigenia: Avidae nec flamma gehennae Devoret hanc animam mersam fornacibus imis. — Esto: cavernoso, quia sic pro labe necesse est Corporea, tristis me sorbeat ignis averno_. Sembra quasi accogliere un’idea del Purgatorio. — Nel documento di una donazione, in Farfa nel secolo ottavo, si legge: _Quisquis — metu gehennae aeterna incendia pertimescens_ (_Registri di Farfa_ nel FATTESCHI ecc., p. 260). Nel secolo nono, il _Poeta Saxo_ dice: _Sevis tortoribus igne gehennae_. Secondo la dottrina di Gregorio l’Inferno senza fondo (_Infernus_) era nella terra, e, come nel poema di Dante, era diviso in parecchi scompartimenti (_poenales loci_). Chi moriva nella fede doveva anzi tutto purificarsi nel Purgatorio.
[95] Ricavai questa leggenda da JOH. DIAC. II, c. 44, da PAOLO DIAC. c. 27 e dal greco GIOVANNI DAMASCENO (del secolo ottavo) nell’opera _De iis, qui in fide dormierunt_, tom. I, c. 16, ediz. di Parigi del 1712. Fa meraviglia che il Leggendario di JAC. DE VORAGINE non l’abbia accolta. Della redenzione di Trajano fa menzione anche il _Chronicon_ di SIEGBERTO, ad ann. 591, ed il Cronista viveva intorno al 1100.
[96] BELLARMINO, _De Purgatorio_ II, c. 8, nel tom. I delle Controversie.
[97] Lo spirto poetico di DANTE, come un tempo Gregorio nel foro, scorse storiata quella leggenda nel Purgatorio fra gli intagli del primo cerchio che attestano esempli d’umiltà:
_Quivi era storiata l’alta gloria_ _Del roman prence, lo cui gran valore_ _Mosse Gregorio alla sua gran vittoria:_ _Io dico di Trajano imperadore etc._ _Purgat._ Cant. X.
[98] PAUL. DIACON., _Vita S. Gregor._, c. 27: _Quod opere mirifico constat esse constructum_. Nel Museo gregoriano del Laterano si conservano due splendidi ornati in alto rilievo del foro di Trajano, e un bel rilievo di parecchie figure, tra cui quella dell’Imperatore, che deve aver fatto parte dell’arco di trionfo di Trajano: da quei resti puossi argomentare la bellezza di quel foro, in verità _opus mirificum_.
[99] VENANT. FORTUN., _Carm._ III, c. 23; ed inoltre VII, c. 8:
_Si tibi forte fuit bene notus Homerus Athenis:_ _Aut Maro Trajano lectus in urbe foro._
[100] Quei versi gli sfuggirono; ma questi ei serbò di una iscrizione funeraria che VENANZIO compose per il vescovo Leonzio:
_Nobilitas altum ducens ab origine nomen_ _Quale genus Romae forte senatus habet._
Lib. IV, _poem._ 10. — VENDETTINI, _del Sen. Rom._, p. 17.
[101] OZANAM, _Documents inédits_ etc., p. 6, il quale toglie a prestito il contenuto sostanziale del suo scritto dalla eccellente dissertazione del GIESEBRECHT: _De literarum studiis apud Italos_.
[102] ARATORE, ligure di nascita (morto nel 556 o nel 560), scrisse due libri _Historiae apostolicae_ (tom. X della _Max. Bibl. Veter. Patr._ Lugduni). La dedica all’abate Floriano in forma d’elegia non è priva di grazia:
_Ad carmen concurre meum; pedibusque labanti_ _Porrige de placido saepe favore manum._
Del resto questo poema ha lo scopo di glorificare san Pietro, cui è consecrato il primo libro, e san Paolo, cui è consecrato il secondo. — Intorno ad Aratore si veda il TIRABOSCHI, III, I, c. X, e il GALLETTI, _Del Primicerio_, p. 21. — Sette volte il poeta lesse i due libri in publico. Il poema si contiene in un antico _Cod. Vatican._, n. 1665, sulla fine del quale, Fol. 39, sono raccolte le notizie della sua intitolazione a Vigilio e della lettura publica.
[103] Quei concetti non si spensero mai nella letteratura cristiana. Idee e forme pagane ricomparvero ancora nella età della rinascenza sotto di Carlo Magno. Il PIPER, che nella _Mitologia e simboli dell’arte cristiana_, tom. I, p. 139, fa incominciare quell’età con _Alanus ab insulis_ nel secolo duodecimo, avrebbe potuto completare d’assai quel suo Capitolo con esempli tratti dal tempo di Aratore.
[104] S. COLUMBANI _Poemata Epist. ad Fedolium_, p. 34 (tom. XII della _Max. Bibl._). Nel suo carme _De vanitate et miseria vitae mortalis_ già compaiono la rima e l’assonanza. Quell’ode egli scriveva vecchio di settantadue anni, poco tempo prima di morire. — Gli studi più recenti hanno dimostrato che il celebre _Cod. Argenteus_ di ULFILA apparteneva al monastero di Bobbio. Alcuni preti goti convertiti dall’Arianesimo donarono probabilmente quel gioiello a san Colombano: di là fu portato in Vestfalia, indi ad Upsala. CASTIGLIONI, _Ulphilae Gothica Versio Epistolae divi Pauli_, Mediol. 1829, in CARLO TROYA, _Cod. Dip. Long._ P. II, p. 24.
[105] _Ep._ 28, IX, Ind. 4.
[106] _Togata_ e _trabeata latinitas_, dice il barbarico frate di Monte Cassino nel secolo nono. _Vita S. Greg._, II, c. 13.
[107] È notevole per il suo secolo la «barbara eleganza» con cui scrive GIOVANNI DIACONO (II, c. 14): _Sola deerat interpretandi bilinguis peritia, et facundissima virgo Cecropia_ (la lingua greca) _quae quondam suae mentis acumina, Varrone caelibatum suum auferente, Latinis tradiderat, imposturarum sibi praestigia, sicut ipse in suis epistolis quaeritur, vindicabat._ — Gregorio confessa la sua ignoranza del greco: _Quamvis Graecae linguae nescius. Ep._ 29, VI, Ind. XV, e _Ep._ 27, VI: _Hodie in Constantinopolitana civitate qui de Graeco in Latinum, et de Latino in Graecum dictata bene transferant, non sunt_. Si ha fatica a crederlo.
[108] _Quia in uno se ore cum Jovis laudibus Christi laudes non capiunt. Ep._ 48, IX.
[109] _Non barbarismi confusionem devito, situs motusque et praepositionum casus servare contemno, quia indignum vehementer existimo ut verba coelestis oraculi restringam sub regulis Donati. Epist. ad Leandrum_ come introduzione alla _Exposit. Moral. in Libr. Job._ — Questa confessione, cui il BRUCKER, _Hist. Crit. Phil._ III, 563, dà molto peso, è interpretata dal TIRABOSCHI, il quale difende Gregorio con dignità e con acutezza. — W. GIESEBRECHT, _De litterar. stud. apud Italos primis medii aevi seculis_, Berlino 1845, dice di Gregorio: _Quamvis ipse doctissimus, non modo his studiis non favebat, sed maxime iis erat inimicus. — C’est de tous les papes, celui dont il nous reste le plus d’écrits_, dice il FLEURY, _Hist. Eccl._, VIII, 235.
[110] V’erano pagani a Terracina, GREGOR., _Ep._ 20, VII; in Corsica, 2, VII; persino in Sicilia, 26, III; e Gregorio veniva a sapere che il prete Sisinnio di Reggio nelle sue case alzava preghiere a un idolo (4, X). È probabile che questo uomo non fosse altro che un amatore di belle arti. — La Sardegna aveva molti pagani, _Ep._ 23, ecc., III. Chiamavansi Barbaricini e loro duce era Ospizio, che, fattosi cristiano, ebbe da Gregorio in premio un Breve. I Giudici dell’isola per denaro tolleravano il culto pagano, _Ep._ 33, IV.
[111] OZANAM, ecc., p. 32: _On y enseignait assurément la métrique latine, et les éléments de la langue grecque_. Gregorio scrisse il suo _Antiphonarius_ sotto il dettato di un angelo nell’oratorio della santa Croce nel Laterano: così almeno afferma GIOVANNI DIACONO, _De eccles. Lateran._ nel MABILLON, _Mus. Ital._ II, 571.
[112] GIOVANNI DI SALISBURY (_Polycrat._ II, c. 29): _Doctor S. Gregorius non modo mathesin jussit ab aula recedere, sed, ut traditur a majoribus, incendio dedit probatae lectionis_
_Scripta Palatinus quaecumque tenebat Apollo_ (Horat., Ep. 3, I)
_in quibus erant praecipua, quae coelestium mentem, et superiorum oracula videbantur hominibus relevare_. Si scorge chiaro che per matematici intender si devono soltanto astrologi e auguri.
[113] _Ep._ 29, VII ad Eulogio di Alessandria. Egli vi dimostra che la biblioteca della Chiesa non era affatto completa.
[114] Li trasse da un palimsesto che altre volte aveva appartenuto al monastero di Bobbio. Vedi la prefazione alla sua edizione _M. Tullii Ciceronis De Republica quae supersunt_. Romae, 1822.
[115] LEONIS URBEVETANI _Chronicon_, tom. V delle _Deliciae Eruditor._ di GIOVANNI LAMI, p. 104: _et ne erroris antiqui semen de cetero pullularet, imaginibus Daemonum capita et membra fecit generaliter amputari_ — descrizione per fermo preziosa di quest’amputazione generale di statue! Di Gregorio narra lo stesso fatto, celebrandolo, AMALRICO AUGERIO, _Vitae Rom. Pont._, MURATORI, _Scriptor._ III, 2, p. 55.
[116] PLATINA, _De Vitis Pontif. in Sabiniano I_. Qui e sulla fine della vita di Gregorio lo difende con valore dall’accusa di vandalismo.
[117] BARGEO, di mente barbarica al paro di LEONE d’Orvieto, difende Gregorio se distrusse statue e templi, locchè ei crede; ed è massimamente opinione sua che i Romani medesimi per impulso dei Papi violentemente devastassero la Roma antica. — Gregorio è discolpato dal PLATINA, dal TIRABOSCHI, dal BANDINI e meglio che tutti dal FEA. Il BAYLE stesso (_Dict. hist. et crit., article Gregoire I_), lascia stare di quelle accuse; il BRUCKER, ecc. III, 590, seg., e nell’Appendice, attacca con accanimento il Papa, ma dubita egli pure che si facesse reo di quel vandalismo d’arte.
[118] _Ep._ 24, XII: _Quatenus cura formarum committi Augusto vicecomiti debuisset. — Nam sic despiciuntur atque negliguntur formae ipsae, ut nisi major sollicitudo fuerit, intra paucum tempus omnino depereant_. La lettera è dell’anno 602.
[119] Gregorio accenna una volta alle terme di Agrippina dove fondava un convento; un’altra volta parla di una _Taberna juxta Pallacenas_. D’entrambe la _Ep._ 44, V. Le terme di Agrippina, sposa di Germanico, sono situate nella valle di san Vitale, dove ancora si trovano i loro avanzi. Ci è noto che il luogo _Pallasena_ fosse in vicinanza al san Marco. Una sola volta negli scritti di Gregorio vengono a galla nomi di porte antiche. _Ep._ 44, XI.
[120] _Servus servorum Dei._ Vedi GIOV. DIACON., II. c. 1. Il titolo di _Papa_ a quei tempi era dato ancora ad altri vescovi. Il primo che così ne appellò il Vescovo romano ad esclusione degli altri, fu Ennodio di Ticino intorno all’anno 510. Vedi la annotazione nel GIESELER, I, p. 437.
[121] Oltre che sulle Chiese d’Italia, il Vescovo romano era fornito delle prerogative patriarcali anche sopra l’Illirio e sull’Africa.
[122] Sulle relazioni di Gregorio colle Chiese germaniche, che, al pari di quella stessa cattolica dei Franchi, stavano soltanto in lassi rapporti con Roma, vedasi G. LAU, _Gregorio I magno nella sua vita e nella sua dottrina_, Lipsia, 1846, p. 179 e segg., massime sui rapporti con Idelberto e con Brunhilde.
[123] _Ad Christum Anglos convertit pietate magistra Adquirens fides agmina gente nova — Hisque «Dei consul» factus laetare triumphis._ Così sta scritto nell’epitaffio di Gregorio.
[124] _Angli quasi Angeli._ BEDA, _Histor._ II, c. 1; GIOV. DIACON. _Vita_ I, c. 21. — Gregorio mandava il prete Candido nelle Gallie a comperarvi fanciulli angli per il servizio dei conventi. _Ep._ 10, V.
[125] _Ep._ 59, 60, IX, e la lettera di Gregorio a raccomandazione del monaco Agostino, 52 ecc. V. Con quanta abilità ei sapesse adattarsi al Paganesimo, ce lo insegna la _Ep._ 71, IX, dove comanda che i templi pagani sieno consecrati a chiese, e che i battezzati nella festa dei Martiri sieno convitati a mensa in capanne di verzura disposte intorno alle chiese.
[126] _Ep._ 59, 1, all’Esarca di Africa. Gli sventurati Còrsi erano oppressi dagli officiali greci in modo sì atroce che vendevano i loro proprî figliuoli. _Ep._ 3, VI.
[127] Ebbe sepoltura in san Pietro dove gli fu posto un monumento ed una bella iscrizione sepolcrale. Fu scritta in verso da Oldrado, arcivescovo di Milano e secretario di Adriano I, perciò in tempo assai più tardo. Si consulti il CANCELLIERI, _De secretariis vet. Basilicae Vaticanae_, p. 669. La iscrizione può vedersi nei miei _Monumenti sepolcrali dei Pontefici romani_.
[128] GIOVANNI DIACONO descrive questi dipinti, _Vita_, IV, c. 83, 84. Degli occhi di Gregorio dice: _Oculis pupilla furvis non quidem magnis sed patulis_ — si suole correggere in _fulvis_ forse a torto; e il BAYLE dice che era in lui _le fond de toutes les ruses et de toutes les souplesses dont on a besoin pour se faire de grands protecteurs et pour attirer sur l’Eglise les bénédictions de la terre_. — ANGELO ROCCA scrisse su quei ritratti una dissertazione (Tom. III della edizione dei Maurini).
[129] PAOL. DIACON., _Vita S. Gregor._, c. 23, e _De Gest. Long._, IV, c. 30.
[130] Questa storia di fantasmi leggesi in SIGBERTO, _Chron._ ad ann. 607. Vedasi il PLATINA, _in Sabiniano_. Secondo alcune lezioni di ANASTASIO, nella _Vita Sabin._, sarebbe detto che egli vendeva il moggio di grano a trenta oppure a tredici _solidi_; secondo altre, affatto inverosimili, egli avrebbe dato, per un _solidus_, trenta moggia. D’una libbra d’oro si coniavano _solidi_ settantadue.
[131] _Funus evectum est._ ANAST. _in Sabin._ Un’altra lezione reca _ejectum_, locchè del resto importa una grave differenza, e il VIGNOLI assume la variante assai affaticata; _funus et lectus ejus ductus est_.
[132] È noto che Urbano VIII Barberini ne spogliava il tetto per fonderne cannoni e per farne le torte colonne del tabernacolo nel san Pietro. Di quel fatto vandalico tolse vendetta la pasquinata imperitura: _Quod non fecerunt Barbari, fecerunt Barbarini_.
[133] Il più antico documento romano in cui appaia il nome di _Pantheum_, data dal tempo di Nerone nell’anno 59, ed è una mirabile tavola arvalica che fu rinvenuta nell’anno 1866 nel luogo ov’era il tempio della _Dea Dia_ lungo la via di Porto. Ivi, fra altro, la corporazione dei _Fratres Arvales_ dichiara che essa si congregava _In Pantheo_... così è dato di conchiudere che l’edificio di Agrippa già allora era rivolto a scopo di culto religioso. Vedi il DE ROSSI, _Bullett. Archeol._ 1866, m. 4.
[134] Secondo DIONE CASSIO, LII, 27, vi si trovavano le statue di Marte e di Venere, ma egli con finezza di spirito il nome Πάνθειον spiega così: ὄτι θολοειδες ὄν, τῷ οὐρανῷ προσέοικεν. PLINIO, _Hist. Nat._ XXXVI, 24, 1, dice: _Pantheon Jovi Ultori ab Agrippa factum_. L’abate PIETRO LAZERI, nel suo scritto: _Della Consecrazione del Panteon_, Roma 1749, XI, afferma che il Panteon non fosse un tempio, nè che tale dai Cristiani fosse considerato (VIII); egli è però acconciamente confutato dal FEA, _Sulle Rovine_, Nota C., p. 284.
[135] In un disegno dell’interno del Panteon fatto da Giuliano da San Gallo, contemporaneo di Raffaello, si vedono ancora nelle edicole i piedestalli antichi sui quali un tempo erano poste le statue degli Dei. Questo disegno trovasi nella Barberina. Vedi il PASSAVANTI, _Raffaello da Urbino_, I, p. 322.
[136] _Ep._ 71, IX, _Indict._ 4.
[137] L’ANONYM. VIENNENSIS (ed. Luigi Ross, Vienna 1840, n. 11) chiama ancora il Partenone: ναὸς τῆς θεομήτορος, e favoleggiando aggiunge che da Apollo e da Eulogio fosse edificato al non conosciuto Iddio, ὅν ῴχοδόμησαν ἀπολλὼς και εὐλόγιος ἑπ’ ὀνόματι ἀγνὠσιῳ θεῷ. Il Belamio di Eliopoli fu il primo tempio tramutato in chiesa cristiana intorno all’anno 391. Vedi il GOTTFRIED, _Commentar. in Cod. Theodos._, XVI, tit. 10.
[138] ANASTAS. _in Bonifacio IV: Hic petiit a Phocate Principe templum, quod Pantheon vocabatur; quod fecit ecclesiam beatae ac gloriosissimae et Dei genitricis semperque Virginis Mariae, et omnium Martyrum Christi_. — PAOLO DIAC. _De G. Long._ IV, c. 37: _Idem alio Papa Bonifacio petente jussit in vetere fano, quod Pantheon vocabant, ablatis idolatriae sordibus, Ecclesiam beatae semper virginis Mariae, et omnium martyrum fieri, ut ubi quondam omnium non deorum, sed daemonum cultus erat, ibi deinceps omnium fieret memoria sanctorum_. BEDA narra il fatto parimente.
[139] _Liber de Mirab. Romae_ nel MONTFAUCON, _Diar. Ital._ e la _Graphia aureae urbis R._, la quale aggiunge: _In hujus autem templi fastigio stabant duo tauri erei deaurati_. Ambedue, oltre che di Cibele, parlano anche di Nettuno. Ai _Mirabilia_ attinse quasi alla lettera LEONE DA ORVIETO nel _Chronicon Pontific._ nel LAMI ec., IV, p. 107; egli vi aggiunse anche Marte. Si compari finalmente il _Martirolog. Romanum_, colla nota del BARONIO al dì 13 Maggio; ADONE, nel _Chron._ e nel _Martyrologium_, e l’USUARDO.
[140] UGONIO, _Le stazioni_, p. 313. Altri conta diciotto carra, che tuttavia avrebbero già dato una somma ragguardevole; ma il BARONIO da un manoscritto di quella chiesa determina che fossero carra trentadue: e se ne compiace.
[141] ADO VIENN., _Cronic._, 604; HERMANN. CONTRACTUS, 609; SIGBERTO, _Chronic._, 609; MARIANUS SCOTUS, 610. Si dee però ancor dare la prova che sia esatta la data del 609, assunta sulla fede degli _Annales monasteriens._ nel PERTZ, _Mon. Germ._, III, 153: ad essi soltanto si riferisce il JAFFÉ, _Regest. Pont._
[142] BARON., _Annotat._ al _Martyrolog. Rom._ 1 Novemb.
[143]
_Gregorio Quartus, jacet hic Bonifacius almus_ _Hujus, qui sedis fuit aequus Rector et aedis,_ _Tempore, qui Focae cernens Templum fore Romae,_ _Delubra cunctorum fuerunt quae Daemoniorum;_ _Hoc expurgavit, sanctis cunctisque dicavit._
Quest’iscrizione leggesi ancora nelle grotte del Vaticano.
[144] _Juramentum Senatorum Urbis_ nell’_Ordo Roman._ di CENCIO CAMERARIO e nel MABILLON, _Mus. Ital._, II, 215: _Nominatim autem sanctum Petrum, urbem Romanam, civitatem Leoninam, Transtyberim, insulam, castellum Crescentii, Mariam Rotundam_.
[145] ANASTAS. _in Diodato_. Secondo la cronologia degli Esarchi data da MARQUARDO FREHER (_apud Joh. Leunclavium Jus Graeco-Roman._ Francf. 1596, T. I), Giovanni Lemigio fu il quinto esarca, ed a lui successe Eleuterio nel 616. Ecco la serie: Longino, Smaragdo 584, Romano 587, Callinico 598, Smaragdo _iterum_ 602, Giovanni Lemigio 612, Eleuterio 616. Anche gli Esarchi, come i Re longobardi, assumevano il soprannome di _Flavius_.
[146] ANAST., _in Bonifacio_ V, e PAOLO DIACON., IV, c. 45.
[147] Vedi a quest’anno il PAGI, _Critica in Baron._, e FRANCESCO PAGI, _Breviar._
[148] Vedi i due PAGI.
[149] Il gesuita GARNERIO, editore del _Liber Diurnus_, crede che la seconda formula, ossia il _Decretum de electione Pontificis_, sia stata scritta dopo la elezione di Bonifacio V. È sottoscritto: _Clerus, Optimates, et Milites seu Cives_; e ciò sarebbe di grave rilevanza per la storia della costituzione della città di Roma se si potesse accertare il vero tempo della compilazione di quel decreto.
[150] _Renovavit omnia cimilia b. Petri Apostoli_. ANAST., in _Honor._
[151] _Investivit regias majores in ingressu ecclesiae, quam vocant medianam, ex argento_ etc. Il plurale indica i due battenti della porta.
[152] La iscrizione è nel GRUTER, p. 1163, 5, secondo il _Cod. Palatin._ Ne riferisco gli ultimi versi:
_Sed bonus Antistes dux plebis Honorius armis_ _Reddidit ecclesiis membra revulsa piis._ _Doctrinis monitisque suis de faucibus hostis_ _Sustulit exactis jam peritura modis._ _At tuus argento praesul construxit opimo_ _Ornavitque fores, Petre beate, tibi._ _Tu modo coelorum quapropter, Janitor alme,_ _Fac tranquilla tui tempora cuncta gregis._
[153] SEVERAN. ecc., I, 68. _Guidonea — per quella erano guidati — i Peregrini_. Con questa spiegazione, il nome non può certo avere appartenuto al secolo settimo.
[154] _Operuit etiam omnem ecclesiam ejus ex tegulis aereis, quas levavit de templo, quod appellatur Romae_ (erroneamente _Romuli_) _ex concessu Heraclii piissimi Imperatoris_. ANAST. _in Honorio_.
[155] _Fecit Ecclesiam beato Adriano martyri in tribus fatis._ ANAST.
[156] BUNSEN e PLATNER, III, 1, 359. Il MARANGONI, _Cose Gentil._, c. 53, la prende per il tempio di Saturno dov’era _Aerarium_. Il NARDINI, II, c. 6, p. 200, combatte quest’opinione, che è pur quella del MARLIANO.
[157] Il MARANGONI, _Cose gent._ c. 52, afferma che il san Teodoro sia la terza chiesa della serie dei templi trasformati. Il PANCIROLI ecc. p. 705, reputa che fosse stata tempio di Romolo e di Remo, e dice che al suo tempo la lupa di bronzo venne di là trasportata in Campidoglio. Altri dichiarano che fosse stato tempio di Romolo (VENUTI e MARLIANO, c. 21); anche il NIBBY sembra decidersi per questa opinione (Nota al NARDINI, II, lib. V, c. 4, 162). Il WINKELMANN, _Storia dell’arte dell’Antichità_, III, 3, § 11, reputa non soltanto che il gruppo sia quello antico famoso di cui parla DIONISIO DI ALICARNASSO (_Ant. Rom._ I, c. 79, p. 65), ma afferma altresì che il san Teodoro fu il tempio di Romolo. Dionisio però non parla di un tempio, ma di un τέμενος, dove egli vide elevarsi il gruppo antico nella vicinanza del Lupercale: χάλκεα ποιὴματα παλαιᾶς ἐργασίας. Un secondo gruppo di quella maniera era puranco nel Campidoglio. — La storia della chiesa di san Teodoro fu scritta dal TORRIGIO: _Historia del Martirio di S. Teodoro soldato_, Roma 1643; egli pure reputa che fosse il tempio antico di Romolo.
[158] VENUTI, _Descriz. delle antichità di Roma_, p. 1, c. 1. — PANCIROLI, _Tesori nascosti_, p. 705. — TORRIGIO c. 6 e 7. — Al c. 21 egli riferisce le antiche preci di questa chiesa per gli infermi che conchiudono così: _per signum sanctiferae Crucis, et in intercessionem Beati Theodori liberet te Dominus noster Jesus Christus ab hac infirmitate_. — Oggidì san Teodoro appartiene alla _Sodalitas Sacrati Cordis Jesu_. Nel cortile un’ara antica serve ancora di _cantharus_.
[159] _Martyrol. Roman._ e l’USUARDO agli 8 di Novembre. — Si veneravano in questa chiesa anche cinque Martiri che avevano vissuto da scalpellini in Pannonia e s’erano rifiutati di scolpire idoli. S’ignora il tempo in cui le loro reliquie venissero a Roma. La loro antica leggenda fu narrata dal WATTENBACH. Vedi le sue _Fonti storiche della Germania nel medio evo_, p. 28.
[160]
_Illic Orphea protinus videbis_ _Udi vertice lubricum theatri_ etc. MARTIAL. X, 19.
[161] _Martyrol. Rom._, l’USUARDO al dì 21 Gennaio, il SURIO, t. I, 488 a 492, che attribuisce la leggenda a sant’Ambrogio, e JACOBUS DE VORAGINE.
[162]
_Constantina Deum venerans Christoque dicata,_ _Omnibus impensis devota mente paratis,_ _Numine divino multum Christoque juvante,_ _Sacravit templum victricis virginis Agnes etc._
In BUNSEN e PLATNER ec. III, 2, 445. La iscrizione è attribuita al vescovo Damaso, che molti epigrammi ebbe composto in onore dei Martiri, e segnatamente anche quello a santa Agnese che leggesi nella chiesa di lei, sopra una tavola di marmo. PRUDENZIO dedicava alla Santa l’inno ben conosciuto.
[163] Nel GRUTER, 1172, 4. — Addì 14 Aprile 1855, trovandosi nel cenobio di sant’Agnese, Pio IX ebbe la disgrazia di precipitare al basso nelle stanze sottoposte insieme colle persone adunatevi, poichè il pavimento della sala ove egli stava crollò. In gratitudine di aver salva la vita, egli fece restaurare la chiesa; ma il mal genio dell’arte odierna ebbe guasta la semplicità di quella chiesa incantevole colle stonature dei dipinti collocati sulle pareti.
[164] _Martyrol. Roman._ al dì 22 Gennaio. Di san Vincenzo cantò PRUDENZIO nei _Peristeph. Hym._ 5. — Il BARONIO scrisse una dissertazione erudita sull’_equuleus_, ossia sullo strumento di tortura con cui il Santo fu straziato, ed è cosa che per certo ci mette troppo brivido in dosso. — Della traslazione delle reliquie di santo Anastasio a quella chiesa parla ADONE nella Cronica dei tempi di Eraclio e nel _Martyrol._ ai 22 Gennaio. La storia dei due Santi trovasi nel SURIO che, secondo Simone Metafraste, la colloca ai 22 Gennaio.
[165] _Est haud procul ab hujus urbis muro et S. Pancratius Martyr valde in perjuriis ultor._ GREGORIO DI TOURS, _de gloria Martyrum_, c. 25. — Il carmelitano PAOLINO, _De Basilica s. Pancratii disquisitio_, Romae 1808, narra la storia della basilica. Egli lamenta che nell’anno del terrore 1798 sparisse il cadavere del Santo e non ne rimanesse che un osso del braccio: e neppure quest’osso valse a difendere il convento duranti i moti dell’anno 1848.
[166] _Et ibi constituit molam in loco Trajani juxta murum civitatis, et formam, quae ducit aquam a laco Sabbatino, et sub se formam, quae conducit aquam ad Tiberim._ Così il testo, sulla fine della _Vita Honorii_ nel VIGNOLI.
[167] Ciò si ricava da ANASTAS. _in Severino_, ed è l’opinione del PLATINA nella Vita del medesimo Papa.
[168] ANAST. _Vita s. Silvestri_. Il lettore già sa che Costantino non fu battezzato da Silvestro, ma che soltanto in fine di sua vita ricevè il battesimo da un Vescovo ariano.
[169] ANAST. _in Sixt. III: hic fecit in Basilica Constant. ornamentum super fontem, quod ante ibi non erat, i. e. epistylia marmorea, et columnas prophyreticas erexit, quas et versibus ornavit_. Questi distici si leggono oggidì ancora in caratteri moderni nell’architrave sopra le colonne.
[170] Al di sopra di esse leggesi quest’iscrizione antica: _In honorem B. Jo. Baptistae Hilarus Episcopus Dei famulus offert_. Nell’altro oratorio la iscrizione rinnovata, che è sopra la porta, dice: _Liberatori suo B. Joanni Evangelistae Hilarus Episcopus famulus Christi_. Egli lo ebbe fondato in rendimento di grazie che, cardinale diacono e legato di Leone I al sinodo brigantesco di Efeso nell’anno 449, aveva potuto sfuggire alla morte. Certo si è che Ilario massimamente deve avere contribuito all’edificazione del battistero, perocchè ciò si paja da una iscrizione che leggesi nel GRUTER, 1163, n. 11.
[171] ANAST. _in Hilaro_, n. 69. Essi furono demoliti; l’oratorio della Croce perì soltanto al tempo di Sisto V.
[172]
_Martyribus Christi Domini pia vota Johannes_ _Reddidit antistes, sanctificante Deo._ _At sacri fontis similis fulgente metallo_ _Providus instanter hoc copulavit opus;_ _Quo quisquis gradiens et Christum pronus adorans,_ _Effusasque preces impetrat ille suas._
Sulla storia della cappella vedi il CIAMPINI, _Veter. mon._ II, c. 45.
[173] _Et misit per omnia castra, quae erant sub civitate Romana per circuitum_, dice ANAST. in Teodoro. Così è denotato il territorio della Città, nè ancora è fatta menzione del _Ducatus Romanus_.
[174] ANAST. _in Teodoro_. — ERMIN. CONTRACT. determina l’anno 644 per quello della ribellione, e lo segue il BARONIO. Il MURATORI racconta l’avvenimento in quell’anno, senza accoglierne sicurezza di data. Erra manifestamente MARQUARDO FREHER quando assume il 642 per l’anno della morte d’Isacco, chè altrimenti quei fatti che il _Lib. Pont._ narra nella Vita di Teodoro, sarebbero avvenuti soltanto un mese dopo la sua ordinazione. Il MONTFAUCON pone la morte d’Isacco all’anno 641.
[175] La iscrizione che io lessi in Ravenna è migliore di quella che dà il RUBEUS, _Hist. Rav._ IV, p. 202; MONTFAUCON, _Diar. Ital._, p. 98:
Ἐνταῦθα κεῖται ὁ στρατηγήσας καλῶς. Ῥώμην τε φυλάξας καὶ φυλάξας τὴν δύσιν Τρὶς ἕξ ένιαυτοῖς γαληνοῖς δεσπόταις Ισαάκιος τὼν βασιλέων ὁ σύμμαχος, Ὀ τῆς ἁπάσες Ἀρμενίας κὸσμος μέγας, Ἀρμένιος ἦν γὰρ οὖτος ἑκ λαμπροῦ γένους. Τούτου θανόντος εὐκλεῶς ἡ σύμβιος Σώσαννα σώφρων τρυγόνος σεμνῆς τρόπῳ Πυκνῶς στενάζει ἀνδρὸζ ἐστερημένη, Ἀνδρὸς λαχόντος ἐκ καμάτων εὐδοξίαν, Ἐν ταῖς ἀνατολαῖς ἡλίου καὶ τῆ δύσει Στρατοῦ γὰρ ἦρξε τῆς δύσεως καὶ τῆς ἕω.
[176] Ciò narra non già ANASTASIO ma TEOFANE nella _Chronogr._, p. 275. Il fanatico costume veniva di Grecia.
[177] MARTINELLI, _Roma ex ethnica sacra_, p. 301.
[178] LABBÉ, _Concil._, T. VII, p. 78 e seg.
[179] _Si autem — potueris suadere exercitui Romae consistenti, jubemus hoc idem tenere Martinum — si autem inveneris aliquid contrarium in tali causa, exercitum tacitum habeto_...... ANAST. _in Martino_. — La lezione del BARONIO: _taciti abitote_, ha un buon significato.
[180] _Armans se cum exercitus virtute_, oppure _armans secum exercitus virtutem_, come legge il VIGNOLIO nella Vita di Martino, n. V.
[181] _Profectus est in Siciliam adversus gentem Saracenorum, qui ibidem inhabitabant._
[182] Il MURATORI dubita che Teodoro Calliopa effettivamente fosse esarca due volte. Secondo il PAGI, Martino sarebbe stato trascinato fuor di Roma nel 653, ed egli esclude l’anno 650, che è la data dal BARONIO. V. il JAFFÈ, _Reg. Pont._
[183] _Quibus susceptis in palatio. Ep._ XV _Martini ad Theodor._, nel LABBÈ, _Concil._ VIII, p. 66.
[184] Nella sua lettera indiritta a Teodoro narra Martino che egli fu imbarcato in una nave a Messina; per certo era l’antico porto _Misenum_, non già Messina: ciò si pare dal testo. La _Terra Laboris_, di cui fa cenno la stessa lettera, sembra essere un corrotto della _Terra Liparis_, anzichè nome della _Terra di Lavoro_. Così pensa CAMILLO PELLEGRINO, _De Ducatu Benevent., Diss._ V. — _Misenum_ era detto allora _Messena_ e _Mesenu, Lipari_ forse _Lebori_ o _Labori_.
[185] Ei lamentava amaramente che tutti i suoi amici e i Romani lo avessero diserto nel loro oblio: _Quia sic funditus infelicitatis meae obliti sunt, et nec scire volunt, ut invenio, sive sim super terram, sive non sim_. Egli scongiura i Romani di mandargli dei viveri: dacchè gli stessi stranieri sono in Roma pasciuti, avea ben egli, che un tempo era stato pontefice, diritto a un po’ di cibo. Per verità, Giobbe fu meno sventurato di quello che Martino fu nel suo esiglio di Crimea.
[186] Atene nel medio evo — è argomento di studî severi e grandiosi. Si legge con altissimo allettamento la _Descriptio urbis Athenarum_ dell’ANONYMUS VIENNENSIS (τὰ θέατρα καὶ διδασκαλεῖα τῶν Ἀθηνῶν), che è scrittura di un Greco del secolo decimoquinto, edita da LUIGI ROSS (Vienna, 1840), il quale la trasse da un manoscritto esistente a Vienna (oltre alle lettere di ZYGOMALÀS e di KABASÌLAS nella _Turcograecia_ del CRUSIUS). Se ne scorge che un eguale spirito di leggenda velava nel buio i monumenti di Atene al paro di quelli di Roma. Come in Roma, così anche in Atene, più d’un grande monumento si denotava col nome di palazzo (παλάτιον o οἶκος), ma la ricordanza dei filosofi di Atene abbelliva durante il medio evo parecchie di quelle ruine col titolo di scuole ossiano διδασκαλεῖα; così si avevano le scuole di Socrate, degli Eleati, dei Cinici e dei Tragici, di Sofocle, di Aristotele ecc. Gli Istoriografi bizantini non fanno pur motto di Atene.
[187] PAOLO DIACONO, III, c. 32.
[188] GIANNONE, _Storia del Regno di Nap._, IV, c. 2, 3, e la _Dissertazione_ di CAMILLO PELLEGRINO.
[189] ANASTASIO dice soltanto _suscepit cum_; l’_honorifice_, che è di stile prammatico, rimase per un senso di pudore nella penna.
[190] _Pallium auro textile_ in ANAST.; similmente narra PAOLO DIAC., V, c. 11 e BEDA _De sex. aetat._ ad ann. 4625.
[191] Le giustificazioni del cardinale BARONIO si riassumono brevemente in queste sue parole: _Dummodo catholicae veritati esset consultum_.
[192] Questa elegia trasse il MURATORI da un codice che si conserva a Modena (_Antiq. Med. aevi_, XXI). Il verso _Ingenuique tui_ ecc., fu dal TROYA (_Cod. Langob._ I, 143, 144) e dal PIZZETTI (_Antichità Toscane_, I, 322) interpretato di questa guisa: I senatori privati dei loro beni decaddero in condizione di coloni. In qualunque modo, quel passo parla della ruina della nobiltà. Il _servorum servi_ prende di mira i Bizantini; e forse anche con ironia accenna ai Pontefici, dei quali primo Gregorio I appellossi _Servus servorum Dei_. Non credo che il carme fosse composto innanzi al tempo di Gregorio. I versi ricorrenti _Roma subito_ ecc., sono un giocherello antico, e APPOLIN. SIDON. (IX, ep. 14) lo cita come _illud antiquum_, ed un altro ne aggiunge: _Sole medere pede, ede perede melos_. La associazione di Roma e di Amore è antica e mistica; e trovo in GIOV. LYDUS, _De Mensib._, IV, 50, un passo che ne dà spiegazione. Roma, dic’egli, ha tre nomi: τελεστικὸν ἱερατικὸν πολιτικόν, τελεστικὸν μεν οἱονει Ἔρως, ὤστε πάντας ἔρωτι θείῳ περὶ τὴν πόλιν πατέχεσθαι. Il nome sacerdotale era Flora, il nome politico Roma.
[193] _Quamdiu stat Colyseus, stat et Roma: quando cadet Colyseus, cadet et Roma: quando cadet Roma, cadet et mundus._ BEDA, _Collectan. et Flores_, III, 483. — SCIPIONE MAFFEI accoglie l’opinione che il nome derivasse dall’edificio stesso (_Verona illustrata_, IV, I, c. 4). Anche l’anfiteatro di Capua nel secolo nono era appellato _Colossus_, e quindi detto era _Colossensis_ il signor suo Guaifar. ERCHEMPERT, _Hist Langob._, c. 56. — Il Beda moriva intorno al 734. — In Inghilterra ai tempi di Edoardo I correva una strana profezia sul _Caballus Constantini: Costantine, cades, et equi de marmore facti_, locchè tuttavia più rettamente si poteva riferire ai due domatori di cavalli. V. il PAULI, _Storia d’Inghilterra_, IX, 39, che è citato nell’articolo della _Quarterly Review_, Jan. 1864, p. 225, dedicato a questa Storia della città di Roma ed intitolato: _Rome in the Middle age_.
[194] _Omnia quae erant in aere ad ornatum civitatis, deposuit: sed et Ecclesiam S. Mariae ad Martyres quae tecta tegulis aeris erat, discoperuit, et in regiam urbem cum aliis diversis, quae deposuerat, direxit._ ANASTASIO, e parimenti PAUL. DIAC. V, c. 11. Si vedano anche i _Mirabilia, Cod. Laurent._, e l’ANONYM. MAGLIABECHIANUS. — Il FEA, _Sulle Rov._, pag. 313, trova di che confortarsi colla certezza che ancora rimasero alcuni bronzi, segnatamente nel palazzo dei Cesari, dove, ancora nel secolo decimottavo, si dissotterrarono di consimili frammenti.
[195] Ai tempi di Carlomagno in Roma non esisteva che una sola statua equestre di bronzo; perocchè il così nominato ANONIMO DI EINSIEDELN, che allora scriveva le sue notizie topografiche di Roma, oltre al _Caballus_ o _Equus Constantini_, di cui soltanto fa menzione, altre per certo ne avrebbe specificato se veduto ne avesse. Se dunque il suo _Caballus_ fosse stato effettivamente quello di Costantino, dove rimaneva quello di Marco Aurelio, e perchè egli non ne faceva cenno? Io credo pertanto che il _Caballus Constantini_ dell’ANONIMO fosse la statua equestre di Marco Aurelio, e che la iscrizione della vera statua equestre di Costantino, da lui copiata, si leggesse ancora sul piedestallo.
[196] Siracusa nel medio evo ha una storia buia. Non ne trovai lume nè nella lettera del monaco TEODOSIO (anno 878, _ad Leonem Archid. de Syracus. urb. Expugnant._ nella _Bibl. Sicul._ del CARUSO I), nè nel PIRRI e neppure nel FACELLO. Lo stesso MICHELE AMARI, nella sua _Storia dei Musulmani in Sicilia_, ne offre scarsi chiarimenti. Egli dice: «Ratratta era la città nel nono secolo dal tempio di Giove Olimpico e dalle Epipoli alla penisola: ratratto l’umano ingegno da Gelone al monaco Teodosio.» — Al tempo di Costante il tempio di Minerva era stato già tramutato in una chiesa, che è l’odierna cattedrale, e consecrato a _Maria Theotocos_; è però difficile che Belisario ne compiesse la edificazione (PIRRI, _Sicilia Sacra_, II, 123). — Il _Liber Junior. Philos._, tra le città illustri di Sicilia nel secolo quarto, cita Siracusa e _Catina_ (_Catanea_), e loro dà ancora il predicato di _splendidae_: lo stesso Codice aggiunge anche _Palarmus_, ma il MAJ editore la ritiene un’aggiunta appostavi da un frate della Cava, quando Palermo era già cresciuto a potenza.
[197] Secondo il _Liber Pontificalis_ restaurò la chiesa di san Pietro nel _Campus Meruli_ lungo la _via Portuensis_. Il BOSIO, _Roma sotterr._, II, c. 20, 124, afferma che fosse collocato alla duodecima pietra miliare, e dimostra che ancora in una bolla di Giovanni XIX è fatta parola del _Campus Meruli_, che è oggidì il Campo Merlo in Portese. Ho già riferito un passo dei Dialoghi di Gregorio (III, c. 11), secondo il quale il Campo Merlo sarebbe stato situato all’ottava pietra miliare.
[198] Erasmo fu vescovo della Campania e martire ai tempi di Diocleziano: vedi il _Martyrol. Usuardi_ ai tre di Giugno. La storia del martirio di sant’Erasmo è il più orrido soggetto della pittura; si miri il quadro di Nicolò Poussin che esiste nella galleria del Vaticano e se ne rabbrividisca.
[199] UGONIO, _le Stazioni_, pag. 291; SEVERANO, _delle sette chiese_ p. 486.
[200] NARDINI III, 367; PLATINA, _in Dono I_. Gli è PIETRO MALLIO che afferma il fatto nel suo scritto sulla basilica di san Pietro. Quel così detto _Sepulcrum Scipionis_ è figurato in forma di piramide sulla porta di bronzo del san Pietro. — Dono restaurò anche la chiesa che nella via Appia era dedicata a Eufemia, celebre santa di Calcedonia, che aveva una chiesa anche dentro di Roma nel _Vicus Patricius_ presso il Titolo di Pudente. MARTINELLI, _Roma ex ethnica sacra_, p. 357. — Ambedue quelle chiese sono perite. — Il _Liber. Pontif._, nella Vita di Dono fa cenno di un convento siriaco, _Monasterium Boetianum_, in cui quel Papa, a cagione delle eresie nestoriane professate dai monaci, pose frati romani. Che fosse una fondazione di Boezio o che sorgesse nelle case di lui?
[201] AGNELLUS, _Osserv. alla Vita di Mauro_, riferisce il notevole privilegio da Costante largito alla Chiesa ravennate; la carta relativa è data _Kal. Martias Syracusa_. Ivi è detto: _Sancimus amplius securam atque liberam ab omni superiori Episcopali conditione manere et non subjacere pro quolibet modo Patriarchae Urbis Romae, sed manere eam_ Αυτοχέφαλην. — Era allora (anno 666) esarca Gregorio.
[202] Ancora nel secolo nono la gelosia di Ravenna si manifesta con fervida passione negli scritti di AGNELLO. Dopochè lo Storico ravennate ha narrato della sottomissione di Teodoro, egli lo caccia in sepoltura con ischietto compiacimento: _Cum multa alacritate Sacerdotum, et omnium gratulatione submersus est, in Ardica B. Apollinaris subtus jacet. Vita Theodori_, c. 4, 320.
[203] _Ep. Agathonis_, nel LABBÉ, _Concil._ D. VIII, 655.
[204] _Non quidem ut haereticus, sed ut haereticorum fautor._ FRANCESCO PAGI, _Breviar._, pag. 243, XVIII, e ANAST. _Vita S. Leonis II_, n. 148.
[205] PAOL. DIACON. VI, c. 5. — ANAST. _in Agathone_ n. 141, parla della peste di Roma, ma nulla riferisce della leggenda di Pavia.
[206] _Delatis ab urbe Roma beat. Sebastiani martyris reliquiis._ Il BARONIO e il SIGONIO leggono: _Ad urbem Romam_. L’UGONIO (_le Stazioni_, p. 58) e il PANCIROLI (ecc. p. 212) affermano la stessa cosa. Il MURATORI dà ragione ai Pavesi.
[207] Il quadro è attribuito ad Antonio Pollaiuolo fiorentino; sta a manca di chi entra nella chiesa.
[208] Così è dipinto in uno dei più bei quadri del Sodoma nella galleria degli Ufficî a Firenze.
[209] Così la leggenda secondo il SURIO, _De probat. Sanctor. Histor._, Colonia, 1570, tom. I, p. 434-452, ai 20 di Gennaio. Il cardinale WISEMAN, che ne trasse partito nel suo romanzo della _Fabiola_, si fe’ lecite certe finzioni, delle quali egli dovrà chieder venia ai Martirologi ed ai Martiri.
[210] Poichè la testa di san Paolo era caduta sotto la scure, nessun altro Martire aveva virtù di resistervi. _Virtus Christianorum nonnisi in ferro vincitur_, dice la _legenda aurea_ nella Vita di santa Eufemia. La leggenda riccamente adorna di san Giorgio è una delle più favorite tra le poesie di quelle specie. Vedi gli _Acta Sanctor._, addì 23 di Aprile.
[211] Duranti le crociate frequenti erano le apparizioni di san Giorgio e del suo esercito biancovestito, e con lui si mostravano anche san Teodoro e Mercurio. Per combattere gli infedeli la Chiesa romana soleva invocare Maurizio, Sebastiano e Giorgio, come si pare dall’_Ordo Roman. ad armandum Ecclesiae Defensorem vel alium militem_.
[212] JACOPO DE VORAGINE, domenicano e arcivescovo di Genova (morto nel 1298), scrisse la sua _Legenda sanctorum_ (appellata _Historia Lombardica_ e _aurea_, per la prima volta stampata a Norimberga), che nell’età delle leggende costituì della vita dei Martiri un novellario ad uso del popolo. Egli narra che a Silena, in Libia, un Re era costretto a esporre la sua unica figliuola alla voracità di un drago, e che san Giorgio montato sul suo buon destriero ne la liberava. — Il PANCIROLI, p. 716, il BARONIO nel _Martyrol._, ed altri affermano con senso schiettamente romano che la vergine raffiguri una provincia chiedente soccorso. — Giustiniano innalzava una chiesa a san Giorgio, e nell’antica Atene, forse già fin dal secolo quinto, il santo cavaliere aveva preso possesso del tempio di Marte. Così le Divinità antiche si trasformavano in Santi cristiani, e i vecchi templi degli Dei si tramutavano in chiese del Cristianesimo.
[213] _Hujus almi Pontificis jussu, Ecclesia juxta velum aureum in honorem beati Sebastiani aedificata est, necnon in honorem martyris Georgii._
[214] S. GREGOR. _ep._ 68, IX, _ad Marinianum Ab: quia ecclesiam S. Georgii positam in loco qui ad sedem dicitur_. L’UGONIO non venne alla conghiettura che la espressione _ad sedem_ possa mettersi in relazione coll’_Janus Quadrifrons_, sede dei banchieri, il quale dista soltanto di alcuni passi dal san Giorgio. Invero presso la chiesa s’alza anche l’Arco degli Orefici, ma esso è più piccolo, e per fermo la località dev’essere determinata dal monumento maggiore.
[215] Nel portico della chiesa di san Giorgio la iscrizione, che è dei tempi di mezzo, di un abate Stefano, dice: _Hic locus ad velum praenomine dicitur auri_. Ancora nell’anno 482 era assai bene conosciuto il nome antico. Lo apprendiamo da una iscrizione che si legge nel DE ROSSI: _Inscriptiones Christian. Urbis Romae, VII saeculo antiquiores_, I, n. 878: LOCVS AVGVSTI LECTORIS DE BELABRV....
[216] GIORGIO FABRICIO, _Antiquitatum_ p. 21, dice che nell’età di mezzo, al _Janus Quadrifrons_ il popolo dava nome di _casa di Boetio_. Io però ho ragione di dubitare che tal nome derivasse de quello dell’illustre Senatore. È più probabile che discendesse da qualche famiglia nobile che abbia fortificato il _Janus_. Per lo meno a’ tempi di Gregorio IX, nel secolo decimoterzo, eravi un _Aegidius Boetii_. Vedi _Vita Gregor. IX_; MURAT. III, 582.
[217] La iscrizione dice: _Basilica Semproniana S. Georgii Milit. Mart. in Velabro_. MARTINELLI, pag. 106, e lo segue l’UGONIO, p. 18.
[218] In una cappella attigua è istoriato san Giorgio a cavallo che combatte il dragone; non è però un quadro antico. Non vi trovai più un altro dipinto di età più remota, del secolo decimoquarto o del decimoquinto, che altra volta esisteva in sant’Eusebio. Nella chiesa si mostra come reliquia la mitica bandiera del Santo. San Giorgio era venerato quale duca e capitano del popolo cristiano. Nel medio evo il Senato romano celebrava la sua festa addì 23 di Aprile, e gli offeriva un calice in dono.
[219] Il MARTINELLI nomina ancora le chiese di san Giorgio _in Martio, in Specie_ ed _in Vaticano_.
[220] È cosa singolare che san Giorgio ottenesse diffusamente culto di patrono, persino nell’Abissinia; così ne informano le lettere della spedizione di Abissinia di questi ultimi tempi (1868).
[221] Il MABILLON, _Mus. Ital._ II. _Comment. in Ordin. Rom._, CXVII, confuta l’opinione del SIGONIO, _de Regno it._, p. 78 ad a. 682, che prima di Leone II, il Pontefice fosse consecrato da un solo Vescovo, da quello di Ostia. Il Vescovo di Ostia appoggiava il libro degli Evangeli alla nuca del Pontefice e gli imponeva sul capo la mano; quello di Albano salmeggiava la prima orazione: _Adesto supplicationibus nostris_; il Vescovo di Porto cantava la seconda: _Propitiare, Domine. — Ordo Roman._ XIV, nel MABILLON, pag. 272, e _Titul._ VII del _Liber Diurnus_.
[222] _Hic suscepit divalem jussionem clement. principis Constantini ad venerabilem clerum et populum atque felicissimum exercitum Romanae civitatis, per quam concessit, ut qui electus fuerit in sede Apostolica, e vestigio absque tarditate Pontifex ordinaretur._ Il BARONIO esclama: _Restituta Romana ecclesia in pristinam libertatem!_ Ma, al paro degli avvenimenti della Storia, non si acconciano a quest’opinione nè il _Liber Diurnus_, nè le _Professiones fidei_ che in questo si contengono indiritte precisamente a quell’Imperatore.
[223] Ne era allora universale la costumanza. Il giovine Pipino era adottato da Liutprando, re de’ Longobardi, colla recisione delle chiome. Anche la recisione della barba si usava come simbolo di adozione. PAUL DIACON., VI, 53. Le ciocche di capelli così tagliate appellavansi _Mallones_, da μαλλὸς; «e _Malloni_,» dice il MURATORI all’anno 684, «s’ode anche oggidì nel dialetto modenese.» — Taso e Caco, giovani figliuoli di Gisulfo duca di Forlì, furono assassinati a tradimento dallo esarca Gregorio, dopochè costui gli aveva adescati e tratti a sè colla promessa di volerseli adottare per figli colla recisione della barba. L’astuto barbiere tenne parola; rase la barba di Taso, ma soltanto dopo che gli era stato troncato il capo (PAUL. DIACON., IV, 41).
[224] Il Tit. IV del _Liber Diurnus_ dice: _Viros honestos cives, et de exercitali gradu_; e, secondo il Tit. II, sottoscrivevasi il decreto di elezione così: _Clerus, Optimates et Milites seu cives_. La elezione avveniva: _convenientibus nobis, ut moris est_ (sec. 7), _cunctis sacerdotibus ac proceribus ecclesiae, et universo clero, atque optimatibus, et universa militari praesentia, seu civibus honestis, et cuncta generalitate populi istius a Deo servatae Romanae urbis_. Qui è assai difficile di porre rettamente a loro luogo le particelle congiuntive _et_ e _seu_. In generale tengo opinione che i _milites_ appartengano agli _optimates_, del pari che i _proceres ecclesiae_ appartengono ai _sacerdotes_, e che i _cives honesti_ egualmente sorgano dalla _generalitas populi_. Io adotto pertanto la interpunzione seguente: _cunctis sacerdotibus ac procer. eccl. et universo clero; atque optimatib. et universa militari praesentia; seu civib. honestis et cuncta generalitate populi_. Io credo che il _Miles_ fosse essenzialmente un cavaliere, ossia che appartenesse ai soldati a cavallo. — CARLO HEGEL, I, 248, vuole distinguere del tutto i _Milites_ dai _Cives_, quasi che fossero un terzo e un quarto Stato; e tiene (I, 252) i _cives honesti_ soltanto per il _populus_ ossia _plebs_. Nel MARINI, _Pap. Dipl._, n. 112, 113, su cui egli si appoggia, si trovano denotati per _viri honesti_, uomini che attendevano ai mestieri. Sennonchè non avrebbero potuto questi forse appartenere all’_Exercitus_, come obligati a prestar servigio nella milizia? Se i nobili servivano a cavallo, quali Romani componevano le fanterie? Per certo cittadini atti alle armi.
[225] Tit. V. _Lib. Diurn.: convenientibus Sacerdotibus, et reliquo omni clero, eminentissimis consulibus et gloriosis judicibus, ac universitate civium et florentis Romani exercitus_. — Qui i Consoli e i Giudici stanno insieme colla cittadinanza, quali suoi giudici civili. A questa partizione cittadina in altre città corrisponde manifestamente la formula di elezione usata dopo di Odoacre: _Clero, Ordini et Plebi_; così in Rimini, in Terracina, in Perugia, in Crotona e in Ravenna stessa, come si rileva dalle Lettere di Gregorio: _Ep._ 56, I, 58, I, 14, 27, II, 21, IV. Ivi però non si parla di esercito. Per Napoli particolarmente, si aggiungono anche i _Nobiles: Clero, Nobilibus, Ordini et Plebi_, 3, II. L’_Ordo_, onde in Roma non è fatto cenno, era l’antica Curia, che s’era divisa in ottimati, possessori ecc.; come opina C. HEGEL.
[226] _Suis judicibus, quos Romae ordinavit et direxit ad disponendam civitatem._ ANAST. _in Conon._, n. V.
[227] Ecco le parole di ANASTASIO: _inito consilio, primates judicum, et exercitus Romanae militiae, vel cleri seditiosi pars plurima et praesertim sacerdotum, atque civium multitudo_: la moltitudine dei cittadini, cioè a dire di quelli che non servivano nell’esercito.
[228] _Qui sic abdite venit, ut nec signa nec banda cum militia Romani exercitus occurrissent ei juxta consuetudinem in competenti loco, nisi in propinquo Romanae civitatis._ ANASTAS. _in Sergio_, n. 159.
[229] Il BARONIO ha buon dritto di dire: _Unus spiritus omnium Romanorum pontificum_.
[230] La data dell’anno in cui si tenne questo concilio andò perduta co’ suoi Atti. Il PAGI e il MURATORI assumono l’anno 691. Il suo nome _Trullanum_ deriva dalla cupola, ossia _Trullus_ del palazzo; il nome di _Quini-Sextum_ discende da ciò che si congregò a supplemento del quinto e del sesto Concilio ecumenico.
[231] _Egressus — foris basilicam Domni Theodori Papae apertis januis sedens in sede, quae vulgo appellatur sub Apostolis._ Questo però è l’oratorio di san Sebastiano, edificato da papa Teodoro.
[232] AGNELLUS, _Vita S. Felicis_, c. 2, 352 segg.
[233] Vedi la lettera ad Elvia madre di lui.
[234] L’epitaffio è in BEDA, _Hist. Eccl. Gentis Anglor._ V, c. 7, in PAOL. DIAC. VI, c. 15, e più correttamente nel tom. V _Classicor. Auctor._ di ANGELO MAI, p. 404. — È probabile che la iscrizione fosse poetata da BENEDETTO, arcivescovo di Milano. Ne riferisco alcuni distici del principio e del mezzo:
_Culmen, opes, sodalem, pollentia regna, triumphos,_ _Exuvias, proceres, moenia, castra, lares;_ _Quaeque patrum virtus, et quae congesserat ipse_ _Caedual armipotens, liquit amore Dei,_ _Ut Petrum, sedemque Petri Rex cerneret hospes_... _Sospes enim veniens supremo ex orbe Britanni_ _Per varias gentes, per freta, perque vias,_ _Urbem Romuleam vidit templumque verendum_ _Aspexit Petri, mystica dona gerens_...
_Hic depositus est Caedual, qui et Petrus, Rex Saxonum, sub die duodecimo Kalendarum Maiarum, Indictione secunda; qui vixit annos plus minus triginta, imperante Domno Justiniano, piissimo Augusto, anno et Consulatus quarto, pontificante Apostolico viro Domno Sergio Papa anno secundo._ — Del battesimo e della morte di Caduallo in Roma fa menzione anche il _Carmen Aldhelmi de Basilica aedificata a Bugge filia regis Angliae_, in ANGELO MAI, ibid., pag. 388. ALDELMO (morto nel 709) scrive _Ceduvalla_ e dice senza malizia:
_Alta supernorum conquirens regna polorum,_ _Clarum stelligeri conscendens culmen Olympi._
[235] ANAST., _Vita Constant._ e BEDA, V, c. 20. — Quei Re morirono a Roma non molto dopo.
[236] _Cymelia_ è espressione generica degli arredi sacri: in particolare poi v’erano forme innumerevoli di lampade, di vasi, di coppe, di calici, d’incensieri ecc.
[237] Conchiude così:
_Sergius antistes divino impulsus amore_ _Nunc in fronte sacrae transtulit inde domus._ _Exornans rutilum pretioso marmore tumbum_ _In quo poscentes mira superna vident._ _Et quia praemicuit miris virtutibus olim,_ _Ultima Pontificis gloria major erit._
GRUTER. 1170, n. 3. — A papa Sergio s’attribuisce l’edificazione di una sola chiesa, e precisamente dell’oratorio di sant’Andrea nella via Labicana, che egli rinnovò da cima a fondo.
[238] ANAST. in _Joh._ VI.
[239] _Apud fossatum, in quo in unum convenerant._ Il MURATORI traduce «fossa della città,» ma _fossatum_ è principalmente un accampamento circuito di fosso: così nella Vita dello stesso Giovanni VI si usa dell’identica espressione per significare il campo dei Longobardi. — Non m’accingo a decidere se il fatto ricorresse o no nell’anno 702.
[240] MURATORI, ad ann. 683; MABILLON, _Annal. Bened._, XVII, c. 32, 561 segg.; _Chron. Farfense_ e MURATORI _Prolegom._, a questa Cronica nel tom. II, p. 2, _Scriptor._ Nei documenti Longobardi di Farfa ricorre sempre la formula: _Monasterium S. Dei genitricis Mariae quod situm est in territorio Sabin. in loco ubi dicitur Acutianus_.
[241] La _Tabula chorographica Medii Aevi_ di GIOVANNI BARRETTA (XX, n. 108) offre in quest’argomento pochissimi chiarimenti, al paro della _Dissert. IV de ducatu Benev._ di CAMILLO PELLEGRINO. Un passo degno di nota che trovasi in PROCOPIO, _De B. Goth._ I, 15, estende il territorio romano, come oggidì, fino a Terracina: μεθ’ ὃυς Καμπανοὶ ἄρχι ἐς Ταρακήνην πόλιν οἰκοῦσιν οὓς δὴ οἱ Ῥώμης ὃροι ἐκδέχονται.
[242] ANASTASIO non parla che dello sconosciuto luogo _Horrea_; all’invece PAOLO DIACONO specifica: _Suram Romanorum civitatem, Hirpinos atque Arcem_. Il CLUVER e il MURATORI leggono: _Soram, Arpinum, Arcem atque Aquinum_. Sora era un castello antico de’ Sanniti; l’antica _Arx_, che è l’odierna Arce, è posta tra Arpino e Aquino.
[243] Fu una restituzione di beni ecclesiastici, nè già la donazione di una intera provincia, qualmente opinava il BARONIO. In tutte le terre da loro conquistate i Longobardi si erano impossessati dei patrimonî della Chiesa.
[244] Aveva sostituito un naso d’oro, e quando lo spurgava, i suoi cortigiani comprendevano che aveva condannato a morte qualcuno.
[245] Ne diede la descrizione il TORRIGIO, _Le sacre grotte Vaticane_, II, 117, prima che fosse demolita.
[246] Questa imagine, dall’anno 1609 in poi, trovasi nella cappella Ricci in san Marco di Firenze: così almeno attesta il FURIETTI, _De Musivis_, c. 5, p. 79.
[247] _Joannes indignus Episcopus fecit B. Dei Genitricis servus._
[248] Rappresenta la Vergine col bambino, velata a foggia greca, seduta sopra un trono splendidamente adorno: innanzi a lei sta un angelo; dietro v’ha una mezza figura che offre un dono al bimbo, ed una seconda figura, che forse è quella di Giuseppe. Il lavoro, condotto su pasta cattiva e grossolana, è rozzo al pari di quello contemporaneo del santo Stefano in san Pietro _ad vincula_. Un brutto disegno ne è dato nel CRESCIMBENI, _Storia della basilica di santa Maria in Cosmedin_ p. 145.
[249] Lo desumo dal _Cronicon Benedicti_, monaco di santo Andrea sul monte Soratte (_Mon. German._, V, c. 11); _Johannes praeerat papa, qui fecit oratorium sanctae Dei genitricis, opere pulcherrimo, intra ecclesia b. Petri apostoli, ubi dicitur a Veronica_.
[250] Sull’argomento del santo sudario (_Sindone_ in greco) vi ha una piccola letteratura. Mi occorre ammonire il lettore affinchè si guardi dal torre in mano il libro di ALFONSO PALEOTO intitolato: _Jesu Christi Crucifixi Stigmata sacrae Sindoni impressa_, dove la dipintura del corpo di Cristo è tale da metter addosso brividi di paura. Poichè Cristo pinse sè medesimo sul sudario, non v’ha alcuna delle sue piaghe che non sia ricercata e discussa con dottrina senza pietà: in breve la è una repugnante anatomia della sua passione. — L’ALVERI, _Roma in ogni stato_, II, 210 segg. e il SEVERANO, _Le sette chiese_, p. 154 e segg., diedero una storia completa del sudario.
[251] Il gesuita LANDSBERG ci fa certi che questa imagine era fedele al pari di una fotografia; egli vi seppe scorgere persino le tracce della ceffata con cui un soldato scelleratissimo percosse il volto di Cristo: _in quella sacratissima imagine, che si conserva in san Pietro, si vedono ancora i segni delle dita di quel soldato_. SEVERAN, p. 160. — La santa Veronica è per disgrazia una finzione derivata dalle parole _vera icon_ che significano «vera effigie» di Cristo; questa effigie re Abgaro si dice aver tolto da Edessa. Vedi il LA FARINA, _Storia d’Italia_, I, p. 210.
[252] OROSIO, _Hist._ XII, c. 4. Nulla qui è detto della Veronica, ma soltanto che Tiberio, alla notizia della morte e della risurrezione di Cristo, voleva proclamarlo Dio, e che ne fu impedito dal Senato. Da OROSIO attinse il racconto OTTONE DI FRISINGA, _Chron._ III, c. 12, ma neppur esso fa parola della Veronica, sebbene il monaco Benedetto, due secoli prima di lui, ne conoscesse la storia.
[253] Oggidì ancora nel Panteon si vede una cassa con una iscrizione che arditamente dice: _In ista capsa fuit portatum sudarium passionis Domini nostri Jesu Christi a Hierosolymis Tiberio Augusto_.
[254] MABILLON, _Annal. Bened._, lib. XIX, 23.
[255] _Johannicius Ravennianus ille facundus poeta, quia invictissimo Augusto contrarius fuit, inter duos fornices murina morte vita privetur._ AGNELLO racconta la storia di quest’uomo nella _Vita Teodori, Damiani, S. Felicis_. È un racconto da romanzo; la sorella di lui pregò che le fosse concesso di vedere dalla finestra il mozzo capo del fratello; lo vide, pianse e morì. AGNELLO si dice pronipote di Giovanniccio. — Di questo notevole Storico della Chiesa ravennate, che chiude la sua opera col vescovo Giorgio in sull’anno 846, si leggano i _Prolegomeni_ nell’AMADESI, _Antistit. Ravenn. Chronotaxis_. Favent. 1783. La sua orrida prosa è una miscela di semplice stile di cronista e di imitazione ampollosa dei retori antichi.
[256] Dal modo con cui i Bizantini acciecavano i condannati al supplizio, costringendoli a fissare gli occhi sopra un bacino arroventato in cui si versava aceto, il MURATORI fa derivare la parola italiana _abbacinare_. I casi di Ravenna narra AGNELLO nella _Vita S. Felicis_.
[257] Alla mitra del Papa ANASTASIO dà nome di _camelaucum_ (καμελαύκιον in greco): in italiano s’usa la voce _camauro_. Vedi l’annotazione del VIGNOLI a questo passo.
[258] ANASTASIO dà la descrizione di questo fatto; ma chi però potrà prestargli fede che l’Imperatore colla corona in capo si prostrasse e baciasse i piedi del Pontefice? V’è però aggiunto che egli _pro delictis suis_ si confessasse e ricevesse la comunione.
[259] È quel giuoco antico ai dischi che anche oggi s’usa in tutta Italia, ed è conosciuto sotto il nome di _ruzzola_. Nel testo è detto: _parvuli cum modica orbitella_. AGNELLUS, _Vita Damasi_, c. II, 327.
[260] _Saccos induti sunt — ciliciis se operierunt._ Sono i cappucci oggidì ancora usati dalle Confraternite. Quelli che li portano di stoffa di crine (_ciliccino_) sono detti particolarmente i _sacconi_. — In quest’occasione, AGNELLO, che scriveva soltanto cento anni dopo, nomina come ornamenti abituali delle donne: _mutatorias vestes_ (varietà di abiti sfarzosi), _et pallia, inaures, et anulos, et dextralia_ (smaniglie), _et pereselidas_ (?), _et monilia_ (collane), _et olfactoria_ (ampolline odorose), _et acus, et speculas, et lunulas_ (ornamenti d’oro in forma di luna), _et liliola_ (ornamenti in forma di giglio), _praesidia_ (?), _et laudosias_ (?). In Ravenna erano ancora in quel tempo teatri e terme.
[261] AGNELLO dice che quelle lotte sanguinose duravano ancora a’ tempi suoi.
[262] _Bandum_ significa _vexillum_ (bandiera) e _Bandus_ una schiera riunita sotto un vessillo. AGNELLO usa con pari significazione _bandus, militia, numerus. Numerus_, per reggimento di soldatesca, appartiene ai tempi dell’Impero, e quella voce trovai, in un epigramma di Damaso nelle catacombe, usata anche per la turba (_exercitus_) dei Martiri. — Alcuni di quei gonfaloni esistevano già anche sotto l’Esarca. — I _Papiri Dipl._ del MARINI enumerano: _Numerus felicum Theodosiacus_ (n. 90), _Num. Mil. Sermisiani_, forse composto di Dacî di Sarmisia (n. 91), _Num. victricis Mediol._ (n. 93), _Num. Arminiorum_ (n. 95), _Num. felicum Persoarminiorum_ (n. 122), _Num. Veronensium_ (n. 95), _Num. Juniorum_ e _Num. invicti_ (n. 111). I nomi di questi reggimenti erano dunque tratti da quelli di paesi o di Imperatori, o da concetti astratti. I loro officiali erano appellati: _Tribunus, Primicerius, Adorator_ (parola inesplicabile) e _Optio_ od _Ozio_, che si spiega per _distributor annonae_.
[263] ὁ δὲ φιλιππικὸς διὰ τοῦ αὐτοῦ σπαθαρίου ταύτην ἐπὶ τὰ δυτικὰ μέρη ἕως Ῥὠμης ἐξέπεμψεν. THEOPH., _Chronogr._, p. 319.
[264] I Greci chiamavano _pancarea_ quelle manifestazioni in dipinto; vedine ANAST., _in Vita Constant._, n. 174. Nel secolo decimoquarto, e più tardi ancora, in alcune chiese di Roma si collocavano di quei quadri, malagevoli a trattarsi, di Concilî.
[265] Ecco come s’esprime ANASTASIO: _Hisdem temporibus cum statuisset populus Romanus nequaquam haeretici Imperatoris nomen, aut chartas, vel figuram solidi suscipere_.
[266] Riporto il passo: _Contigit, ut Petrus quidam pro ducatu Romanae urbis Ravennam dirigeretur, et praeceptum pro hujusmodi causa acciperet_, n. 176. È cosa meravigliosa che i _Duces_ di Roma si facciano visibili precisamente nel tempo in cui il loro potere sta per iscomparire.
[267] _In Via sacra ante palatium_ etc.
[268] Questa iscrizione degna di nota trovasi nel MARINI, _Pap. Dipl._, p. 367, nota 1, al n. 424. Videla per la prima volta PIETRO SABINO nel secolo decimoquinto in santa Anastasia; un frammento indi ne videro l’UGHELLI e il SUARESIO in san Benedetto _in Piscinula_. Io consultai tanto questo frammento, quanto la copia del SABINO nell’archivio del DE ROSSI; non vi si trova variante per il passo _longo refecta gradu_. Ecco la iscrizione:
_Ultima funereo persolvens munia busto_ _Quo pater illustris membra locanda dedit_ _Adjecit titulos proles veneranda Joannes_ _Ne tantus quovis esset honore minor._ _Hic jacet ille Plato, qui multa per agmina lustrans_ _Et maris undisoni per freta longa volans_ _Claruit insignis regno gratusque minister_ _Celebremque sua praestitit esse manu._ _Post ergo multiplices quas prisca Palatia Romae_ _Praestiterant curas longo refecta gradu_ _Pergit ad aeterni divina palatia regis_ _Sumere cum meritis praemia firma dei._
_Plato V. Ill. Cura Palatii Urbis Romae Vix. An. Pl. M. LXVI. Dep. M. Nob. Die VII. Indict. XV. Imp. DN. Justiniano Aug. Anno II. P. C. Ejus Anno II._
Nell’_Epitome Chronicor. Cassinens._ (MURATORI, II, p. I, 354) è detto che Eraclio, dopo la conquista della Croce, venisse all’_Aurea Urbs_, e quivi fosse coronato nel palazzo dei Cesari. Mi meraviglia che il NIBBY, _note al Nardini_, III 136, e il VISCONTI, _Città e famiglie_, sec. II, 255, potessero prestarvi fede. Lo stesso Cronista, di cui è difficile che scrivesse prima del mille, narra la egual fiaba anche dell’imperatore Maurizio.
[269] Dal fervore vivissimo con cui il popolo prendeva parte all’elezione del Duce, il BETHMANN HOLLWEG (_Dell’origine della libertà delle città Lombarde_, p. 186), conchiude a ragione che questo Duce, anzichè un generale, fosse capo del governo nella Città e nell’intiero Ducato. Non puossi in veruna guisa dubitare che il Duce era reggitore della Roma di allora come Vicerè dell’Imperatore. — Mi giova qui introdurre l’osservazione che il secondo trimetro dell’iscrizione riferita in nota alla pag. 161, deve suonare così: Ῥὼμην τε φυλάξας ἀβλαβῆ καὶ τὴν δύσιν.
[270] _Hic exordio pontificatus sui calcarias decoqui jussit, et a porta S. Laurentii inchoans hujus civitatis muros restaurare decreverat, et aliquam partem faciens etc._ ANAST. _in Gregorio II_, n. 177.
[271] ANAST., n. 180, PAUL. DIACON. _De Gest. Lang._, VI, 36, e BEDA, _De sex aetat._ ad ann. 4671. Quest’ultimo direbbe _ad Pontemolinum_, ma è ben un errore di amanuensi posteriori. Il PAGI e il MURATORI pongono la innondazione all’anno 716, il BARONIO al 717, e così pure l’_Index Ducum spoletan. et Abbat. Farfensium_ nel MABILLON, _Mus. It._ I, 2, 63.
[272] _Ducatum ei qualiter aggerent quotidie scribendo praestabat._ ANAST. n. 181.
[273] _Quod enim simulacrum Deo fingam, cum si recte aestimes, sit Dei homo ipse simulacrum?... Nonne melius est in nostra ima dedicandus est mente, in nostro imo consecrandus est pectore?_ È un bel passo nell’_Octavius_ di MINUCIO FELICE (Edizione di Parigi, 1605, pag. 367).
[274] _Concil. Illiberis, Can._ 36: _Placuit picturas esse in ecclesia non debere, ne quod colitur et adoratur in parietibus depingatur_.
[275] Nei primi secoli non fu costume di rappresentare il Cristo nudo in croce. Negli atrî antichi delle chiese di Roma non s’ebbe trovato mai un crocifisso; l’antico simulacro della Croce di Lucca rappresenta il Redentore vestito di tonaca lunga e decente, col diadema in capo. I mirabili vasi da olio bizantini che trovansi in Monza, ed i quali la regina Teodolinda ebbe in dono, rappresentano la storia della passione di Cristo, ma il Salvatore si eleva in gloria al di sopra della croce, e soltanto i due ladroni pendono dalle croci loro. L’uso del Crocifisso era ancora assai raro all’età di Gregorio. Alcuni anni fa si rinvenne nelle rovine del Palatino una caricatura pagana in colori, che rappresentava un Crocifisso colla testa d’asino.
[276] PRUDENZIO (_Inno_ IX a san Cassiano) ci fa però conoscere uno di quei quadri di martirî; chè, nella chiesa sepolcrale di _Forum Cornelii_ (Imola), egli vide dipinta la storia di quel santo maestro di scuola che i suoi scolari pagani con loro stili da scrivere straziarono a morte. È questo il più antico cenno che io mi conosca di una pittura di quel genere; Prudenzio viveva nel secolo quarto. Dappoi, Paolino di Nola, al principio del secolo quinto, fece ornare la chiesa ch’egli consecrava a san Felice, con quadri di storie bibliche antiche e di martirî. Nel secolo sesto crebbero a gran numero i quadri nelle chiese.
[277] Può essere che le prime finzioni di quei ritratti del Cristo appartenessero al secolo terzo, e fossero di origine gnostica. AGOSTINO non conosceva alcuna imagine vera del Cristo: _Qua fuerit ille facie nos penitus ignoramus — nam et ipsius Dominicae facies carnis innumerabilium cogitationum diversitate variatur et fingitur; quae tamen una erat, quaecumque erat. De Trinit._ VIII, c. 4, 5, oper. III. — Alessandro Severo deve aver collocato il simulacro di Cristo nel suo _Lararium_ (_Lamprid._ c. 29).
[278] _Et quidem zelum vos ne quid manufactum adorari possit, habuisse laudavimus, sed frangere easdem imagines non debuisse judicamus. Idcirco enim pictura in ecclesiis adhibetur, ut hi qui litteras nesciunt, saltem in parietibus videndo legant quae legere in codicibus non valent._ S. GREG. _Ep._ 110, VII. _Ind._ 2. Pari linguaggio ei tiene scrivendo a Sereno _Ep._ 9, IX, e a Secondino, _Ep._ 54, VII, _Ind._ 2.
[279] CICERO _in Verrem_, IV, c. 47, § 94: _Herculis templum est apud Agrigentinos. — Ibi est ex aere simulacrum Herculis, quo non facile dixerim quidquam me vidisse pulchrius — usque eo, judices — ut rictum ejus ac mentum paulo sit attritius, quod in precibus et gratulationibus non solum id venerari, verum etiam osculari solent_. Il piede del Pietro di bronzo in Vaticano, dai baci della gente è reso affatto aguzzo; il bacio prolungato del tempo distrugge i monumenti al pari del suo dente roditore.
[280] Il CANCELLIERI, _De sacrariis novae Basil. Vatic._ p. 1503 segg. parla diffusamente di questa statua. Un’altra statua antica di Pietro e simile a questa, ma in marmo, stava sopra la porta maggiore della basilica, ed ora si trova nelle Grotte. TORRIGIO, _Le sacre grotte Vatic._, p. 73.
[281] _Imago cujuslibet Sancti aut Martyris, aut Angeli:_ ANASTAS. n. 184, PAUL. DIAC., VI. c. 49 e THEOPHAN. _Chronogr._, p. 338.
[282] Καὶ μαθὼν τοῦτο Γρηγόριος ὁ πάπας Ῥώμης τοῦς φόρους τῆς Ἰταλίας καὶ Ῥώμης ἐκώλυσεν. ANASTASIO, che erra nel tempo, parla soltanto della imposizione di un censo.
[283] _Omnis Italia consilium iniit, ut sibi eligerent Imperatorem, et Constantinopolim ducerent:_ ANAST., n. 184.
[284] Il racconto di TEOFANIO, p. 343, che il Papa eccitasse Roma e Italia tutta all’insurrezione (e seguono la sua fede ZONARA e CEDRENO) è un errore. Mi fa meraviglia che Gregorio nella sua lettera a Leone non accenni neppure a pensare che gli Italiani intendessero di eleggersi un novello Imperatore. La _Vita Gregorii II_ dice che egli ammoniva i Romani: _ne desisterent ab amore, vel fide Romani imperii_. Il LA FARINA, _Storia d’Italia_, I, 215, dice con amore di patria affatto moderno: «non oprò da pastore, nè da amico d’Italia».
[285] _Petrum ducem turbaverunt_ oppure _orbaverunt_.
[286] Questa è opinione sostenuta assai modernamente (dopo il PAGI) dal SUGENHEIN, _Storia dell’origine e dello svolgimento dello Stato della Chiesa_. È difficile di raccomandarla all’autorità di una fonte storica; io non ne conosco pur una.
[287] Le due lettere (in greco e in latino) sono negli _Act. Syn. II Nicaen._ nel LABBÉ, VIII, 651. Il BARONIO ne determina la data all’anno 726, il PAGI al 730, il MURATORI al 729.
[288] Afferma il BARONIO che quella celebre imagine venne, dopo che Costantinopoli cadde in mano dei Turchi, di Edessa a Roma, dove oggidì si conserva nella chiesa di san Silvestro _in Capite: Annal._, ad ann. 944.
[289] Εἱκοσιτέσσαρα στάδια ὑποχωρήσει ὁ ἀρχιερεὺς Ῥὼμης εἰς τὴν χώραν Καμπανίας, καὶ ὕπαγε διῶξον τοὺς ἀνέμους. È un passo difficile a decifrarsi; sembra che il Papa con sarcasmo e con esagerazione parli della debolezza di Bisanzio, che, tutto al più, poteva fidare nei suoi vascelli.
[290] ὅν αἴ πᾶσαι βασιλεῖαι τῆς δύσεως θεὸν ἑπίγειον ἔχουσι. Il BARONIO non legge neanche ὤς θεὸν. Dunque Pietro è dichiarato Dio, e tale lo proclama lo stesso Papa.
[291] ὅτι βασιλεὺς καὶ ἱερεὺς εἰμι: nelle lettere medesime.
[292] PAUL DIACON., VI, c. 49. — Dal c. 54 si pare la presa di Ravenna, onde fa racconto AGNELLO nella _Vita Johannis_, p. 409. La successione di questi avvenimenti è più confusa che le vie d’un labirinto. Ad ogni modo, la presa di Ravenna dev’essere anteriore all’anno 730.
[293] _Facta donatione beatissimis Apostolis Petro et Paulo restituit atque donavit:_ ANAST. Siamo entrati nel periodo delle così dette «restituzioni» e delle donazioni. Il SUGENHEIM, ecc., p. 11, dice: «Appare quindi che Sutri fu il primo embrione dello Stato della Chiesa oltre a Roma.»
[294] _A nec dicenda gente Longobardorum_ — è frase solita in bocca dei Papi per questo popolo a que’ tempi. La lettera del Papa indiritta a Orso, doge di Venezia, trovasi in ANDREA DANDOLO, nel MURATORI, XII, nel BARONIO ad ann. 726, e nel LABBÉ, _Concil._, VII, 177. Il Papa in essa dice: _Ut ad pristinum statum sanctae Reipublicae in Imperiali servitio dominorum, filiorumque nostrorum Leonis et Constantini magnorum Imperatorum ipsa revocetur Ravennatum civitas, ut zelo et amore sanctae fidei firmi persistere, Domino cooperante, valeamus_.
[295] _Cum cuncto clero, nobilibus etiam consulibus, et reliquis Christianis plebibus adstantibus decrevit:_ ANASTAS. _in Gregor. III_, n. 192. È il noto partimento dei tre ordini elettivi di Roma.
[296] _Sex columnas onychinas volubiles concessas ab Eutychio exarcho, duxit in ecclesiam b. Petri Apostoli._ Meglio _columnae stiratae_, come opina il VIGNOLI.
[297] Anche i Bizantini tornarono a coltivare fervidamente la pittura, e ottennero scusa in grazia del Panselinos, che fu il Raffaello di loro.
[298] Monache fuggitive fondarono nell’anno 750 il convento greco di santa Maria in Campo Marzo, detto anche di san Gregorio Nazianzeno. Vedi la piccola Cronica del convento, data alle stampe nell’anno 1750.
[299] A questo edificio si riferiscono alcune iscrizioni in marmo che trovansi nelle Grotte del Vaticano. Vedi il DE ROSSI, _Due monumenti inediti spettanti a due concilii Romani de’ secoli VIII e IX_.
[300] _Basilicam s. Dei Genitricis quae in Aquiro dicitur:_ ANASTAS. n. 201. Altri manoscritti hanno _in Aciro, in Adchiro_. Il VIGNOLI legge _in Cyro_. È assai difficile di poter pensare che il nome derivi dalle antiche corse equiriche di cavalli, da lunghissimo tempo obbliate: potrebbesi facilmente spiegarlo da quello di qualche romano Aquirio o Aquilio, che in origine avesse edificata questa chiesa nelle sue case.
[301] _Hujus temporibus plurima pars murorum hujus civitatis Romanae restaurata est. Alimoniam quoque artificum, et pretium ad emendam calcem de proprio tribuit:_ ANAST. n. 202.
[302] Τὰ δέ λεγόμενα πατριμόνια τῶν ἁγίων καὶ κορυφαίων ἀποστόλων τῶν ἔν τῇ πρεσβυτέρᾳ Ῥώμῃ τιμωμένων ταίς ἐκκλησίαις ἔκπαλαι τελούμενα χρυσίου τάλαντα τρία ἥμισυ τῷ δημοσίῳ λόγῳ τελεῖσθαι προσέταξεν: TEOPHAN, p. 334. Di questa confisca fa menzione papa Stefano, _Cod. Carol. Ep._ VIII; 111 nel CENNI.
[303] Il cardinale DEODATO, sulla fine del secolo undecimo, raccolse nella sua _Collezione_ (_Cod. Vat._ n. 3833), traendole dai Registri di Gregorio II, molte notizie sugli affitti di quei fondi; fra altro: _Theodoro Consuli in annis XXVIII Insulam Capris cum monasterio S. Stephani_, per la mercede di cento nove solidi d’oro e cento _megarici vini_. Al prete Eustachio era allogato il convento di san Martino in Sorrento; a una diaconessa il luogo detto Icaonia nella Campania; a Teodoro console il convento di san Pancrazio presso Miseno per la durata di ventotto anni. BORGIA, _Breve istor. del domin. tempor._ ecc., _Append. Docum. I_.
[304] _Hujus temporibus Galliensium castrum recuperatum est — et in compage sanctae reipublicae atque in corpore Christi dilecti exercitus Romani annecti praecepit:_ ANAST., n. 203. Di qui si pare che incominciavasi a denotare il popolo stesso sotto il nome di _Exercitus_. Peraltro è falsa assolutamente l’opinione del CENNI (_Monum. Dominat. Pont._, p. 14), che dice: _Gregorius III sanctam republicam_ (locchè significa chiaramente Stato della Chiesa) _instituit_.
[305] _Dum — a Gregorio Papa, atque ab Stephano, quondam Patricio et Duce, vel omni exercitu Romano praedictus Trasimundus redditus non fuisset:_ ANAST., n. 206, nel principio della _Vita Zachariae_. Il VIGNOLI legge invero _patricio et duce omnis exercitus Romani_, ma la lezione riportata di sopra è più antica, ed ha il carattere del tempo, laonde io mi vi conformo giusta il testo del BIANCHINI.
[306] Accoglie questo fatto il PAGI ad ann. 726, n. 13, 14; è ben vero che la sua opinione si raccomanda soltanto ad una considerazione contenuta nel _Lib. Pontif., Vita Steph. III_, n. 235.
[307] Con esse incomincia il _Codex Carolinus_, che è uno dei documenti più importanti della Storia e decoro della biblioteca di Vienna. Quella Collezione, ordinata da Carlo magno, contiene novantanove lettere dei papi Gregorio III, Stefano III, Zaccaria I, Paolo I, Stefano IV, Adriano I, e dell’antipapa Costantino; sono indiritte a Carlo Martello, a Pipino e a Carlo magno, e vanno dall’anno 739 al 794. La Collezione fu stampata nei _Monum. Dominat. Pont._ del CENNI e nel _Cursus Completus Patrologiae_, ed. Migne t. XCVIII; indi parecchie altre volte; modernamente fu di nuovo edita dal JAFFÈ. L’intitolazione di quelle lettere di Gregorio III è questa: _Domno Excellentissimo filio Carolo subregulo Gregorius Papa_.
[308] Il MURATORI (ad ann. 741) confuta il cardinale BARONIO, il quale afferma, Liutprando avere assediato Roma e messo a sacco il san Pietro. Il BARONIO, dal suo punto di vista, pretende ricavarlo da un passo della seconda lettera di Gregorio.
[309] _Populus peculiaris_, frase fin qui inusata, che denota a pennello la novella epoca di Roma: il popolo romano divenuto proprietà e _pecus_ di san Pietro.
[310] _Sacratissimas claves Confessionis B. Petri._ Conosco gli scrittori e gli argomenti pei quali eglino sostengono che queste chiavi fossero di foggia diversa da quella delle chiavi che Gregorio sì di sovente spediva a Principi. Anche a me per fermo il significato del donativo sembra essere più elevato, e riferirsi in pari tempo alla protezione del sepolcro.
[311] _Nostris obedias mandatis, ad defendendam Ecclesiam, et peculiarem populum:_ lettera seconda.
[312] Questo Cronista, pressochè contemporaneo, è il _Continuator Fredegar._ III, c. 110, nell’edizione di GREGORIO DI TOURS fatta dal RUINART: _Eo enim tempore bis a Roma sede S. Petri ap. B. Papa Gregorius claves venerandi sepulcri cum vinculis S. Petri_ (ossiano schegge di ferro limato) — _legationem — Principi destinavit. Eo pacto patrato, ut a partibus Imperatoris recederet, et Romanum Consulatum praefato principi Carolo sanciret._ — Il CENNI, _Mon. Dom._ p. 2, segg., respinge ogni idea di questo consolato che il RUINART afferma. L’_Annalista di Metz_, che scrisse cento sessanta anni dopo di Gregorio (_Monum. Germ._ I, ad ann. 741), senza discorrere di consolato, v’aggiunse parola di un _decretum Romanor. Principum_; e vi concorda quasi alla lettera il _Chronic. Mossiacense_ ad ann. 734. — Il RUINART, il PAGI e il MURATORI perciò accolsero l’idea che il patriziato fosse conferito a Carlo Martello; e il MURATORI vuol trovarne conferma nel passo della prima lettera di Gregorio che dice: _Et ipsas sacratissimas claves confessionis B. Petri, quas vobis ad regnum direximus;_ cioè alla signoria, precisamente, di Roma. L’altra lezione _ad Rogum_ (preghiera), manca di senso. Per parte mia prendo l’espressione _ad regnum_ come affatto locale, e cioè _ad regnum Franciae_. L’espressione _Regnum_ per _Consulatus_ o _Patriciatus_ repugnerebbe affatto ai concetti di quell’età.
[313] Il MURATORI a quest’occasione ommette di pronunciare il suo giudizio sull’arte politica romana, e dice: «tralascio altre osservazioni». — ANAST. _in Zacharia_, n. 208.
[314] _Praedictas quatuor civitates, quas ipse ante biennium abstulerat_ (dunque nell’anno 740) _eidem sancto cum eorum habitatoribus redonavit viro. Quas et per donationem firmavit in Oratorio Salvatoris, sito intra ecclesiam B. Petri apostoli:_ ANAST. n. 210.
[315] _Ubi cum tanta suavitate esum sumpsit, et hilaritate cordis, ut diceret ipse rex, tantum se nunquam meminisse commessatum:_ ANAST. — Il _Lib. Pontif._ narra che il Re camminò alla staffa del Pontefice per un mezzo miglio di strada. Questo fu dunque il primo di quegli atti di umiliazione, con cui i Re si abbassarono innanzi ai Papi. Similmente, più tardi anche Pipino fece a papa Stefano da _vicestrator_. Nella famosa donazione di Costantino, quest’Imperatore avrebbe assunto officio di palafreniere verso papa Silvestro: ἡμεῖς στράτορας ὀφφίκιον (!) ὑπελθόντες καὶ τὰ χαλινὰ τοῦ ἵππου αὑτοῦ κατέχοντες (FABRICIUS, _Bibl. Graeca_, t. VI, p. 6).
[316] Ecco le notevoli parole con cui s’esprime ANASTASIO: _relicta Romana urbe jam dicto Stephano Patricio et Duci ad gubernandum_. Ripeto che io ritengo, questo Stefano essere stato un officiale greco; nè v’ha or bisogno di spiegare in che relazione egli si trovasse rispetto al Papa. Stefano fu l’ultimo Duce imperiale di Roma. La serie di questi Duci o Vicerè bizantini di Roma, che noi conosciamo, è la seguente: Cristoforo duce nel 711, Pietro nel 713, Basilio nel 717, Marino nel 718, Pietro nel 720, Stefano nell’anno 740. — Vedi l’annotazione del BALDINI ad ANASTASIO, _Vita Constant._, t. IV, p. 616, cui io nulla posso aggiungere.
[317] Lo narra il Biografo del Papa con ingenua serietà.
[318] _Parti reipublicae restitueret:_ qui dunque per _respublica_ s’intende ancor sempre l’Impero romano. Ma nell’anno 764, papa Paolo I parla già di una _pars nostra Romanorum_ (Cod. Carol., XXIV, nel CENNI XXXVIII).
[319] Vedi il SIGURD ABEL, _Della caduta del reame dei Longobardi in Italia_, Göttingen 1859, p. 22.
[320] PHILIPPS, _Diritto ecclesiastico_, III, 34.
[321] Nella bolla di Adriano, dove trattasi di alcuni beni del monastero di Farfa (dell’anno 772), è detto: _Imperantibus domno nostro piissimo Augusto Constantino a Deo coronato magno Imperatore, etc._ Di Gregorio III e di Zaccaria si hanno parecchi _Acta_ con quella formula cronologica.
[322] _Donationem in scriptis de duabus massis, quae Nymphos et Normias appellantur, juris existentis publici eidem sanct. et beat. Papae S. Romanae eccl. jure perpetuo direxit possidendas:_ ANAST. n. 220. — Le mura ciclopiche di Norba, terra dei Volsci, destano, oggidì ancora, meraviglia. Il luogo rimase deserto, e in vicinanza ad esso fu edificata Norma. Lasciata anche questa in abbandono, sorse più al di sotto Ninfa; ma essa pure cadde, simile a un sepolcro vaghissimo tutto ricoperto d’edera, e in quello stato oggidì pure si mira. Sembra che nel secolo ottavo Ninfa fosse abitata, non Norma; ed è probabile che la paura di assalimenti dei Saraceni, costringesse il popolo a ricoverarsi nuovamente in Norma ch’era terra forte. Vedansi il WESTPHAL e W. GELL ai luoghi relativi.
[323]
_Vides ut alta stet nive candidum_ _Soracte._ — HORAT. I, 9.
_Summe Deum, sancti custos Soractis Apollo_ etc. VIRGIL. _Aeneis_ XI, 785.
[324] Ne parla anche Adriano nella sua lettera indiritta all’imperatore Costantino e ad Irene, _Acta synod. II Nicaen._, LABBÉ VIII, p. 750: _misit ad montem Soractem, ubi S. Silvester — persecutionis causa — receptus_ etc.
[325] SAN GREGORIO (_Dialog._ 1, c. 7) lo descrive posto sul vertice del monte, ma non lo appella da san Silvestro. Su una delle pendici del monte era un convento dedicato a santo Erasmo (GREGOR., _Ep._ 24, I, Ind. 9). Incerto è quando avesse origine il nome di santo Oreste: quel nome derivò da una iscrizione ivi rinvenuta SORACTE..., da cui la furba ignoranza del medio evo costrusse un santo, S. ORESTE. Per un ricovero di uomini penitenti il nome di Oreste sa di classicume, e tocca nel segno.
[326] Pipino donò più tardi il chiostro maggiore al Papa, che lo congiunse a quello di san Silvestro in _Capite_ di Roma. La bolla di Paolo è nel _Cod. Carol._ XII, nel CENNI, XXXII; MABILLON, _Annal. Bened._, XXII. n. 12: sulla donazione di Pipino vedasi ancora il _Cod. Car._ XVI, nel CENNI, XLI. — EGINARDO, nella _Vita di Carlo_ c. 2, dice: _Monachus factus est in monte Soracte apud ecclesiam S. Silvestri constructo monasterio_. I Cronisti appellano il monte col nome di _Zirapti_ e _Sarapte_; così anche la _Cronica del monaco Benedetto_ che è del secolo decimo (_Mon. Germ._, V, dal 693 al 719).
[327] ANAST. n. 223. LEO OSTIENSIS, _Cronic. Casin._, lib. I, c. 7 e 8. Di altri Principi che intorno a questo tempo si fecero monaci, si citano Unoldo di Aquitania e Anselmo di Friuli, fondatori del celebre convento di Nonantola presso Modena.
[328] Il SIGURD ABEL accenna che Rachi avea leso il sentimento di nazione dei Longobardi con donazioni fatte secondo il diritto romano, e dimostra che quel popolo lo lasciò cadere allorchè egli uscì di sua via per le insinuazioni del Papa. _Della caduta del reame dei Longobardi_, p. 23.
[329] Il _Cod. Carol._ contiene una sola lettera di papa Zaccaria a Pipino maggiordomo, ai Vescovi ed ai Principi di Francia: è dell’anno 758, ma riguarda soltanto cose di Chiesa.
[330] Con Pipino incominciano le idee di teocrazia. Fu il primo ad appellarsi re per grazia di Dio. G. WAITZ, _Storia della costituzione germanica_, III, p. 198.
[331] LE COINTE, _Annal. Eccl. Francor._, ad ann. 752.
[332] Se ne trova il disegno nel SEVERANO: _delle sette chiese_ I, 535. Fu fatto dall’architetto FRANCESCO CONTINI che lo trasse dalla pianta della Città del BUFFALINI, da disegni esistenti nel san Pietro in Montorio e nella biblioteca Vaticana, e da tradizioni. Lascio ai Topografi la descrizione di quel labirinto, e rimetto il lettore anche alla Tav. XXXVII delle _Basiliche di Roma Cristiana_ del GUTENSOHN e del KNAPP.
[333] _Ducitur ad palatium Zachariae Papae, quod vulgariter dicitur Casa major: Ordo Roman._ XIV, nel MABILLON, _Mus. Ital._ I, 260.
[334] _Fecit autem a fundamentis ante scrinium Lateranense porticum atque turrim_ etc. ANAST. n. 218.
[335] La voce tecnica è _vela — vela serica alytina_ da ἄλυτος, _insolubilis_, oppure da ἀλήθινος. Che sia esatto?
[336] Del Registro degli affitti di Gregorio II ho già parlato. Questo Pontefice, intorno al 715, costituiva a beneficio delle lampade del san Pietro una fondazione, colla dotazione di quarantotto possessioni che si estendevano fin verso Anagni. La iscrizione marmorea antica che vi è relativa è oggi infissa nel muro nell’atrio del san Pietro; la bolla ne è stampata nel _Bullar. sacr. Basil. Vaticanae_, I, 7. Tutti quei terreni avevano cultura di oliveti.
[337] Il Catalogo delle tenute dell’_Ager romanus_ dell’ESCHINARDI cita: Fontignano in san Paolo. — Di queste fondazioni fa parola il _Lib. Pontificalis_. Si veda l’art. _Laurentum_ nel NIBBY, _Analisi de’ dintorni di Roma_.
[338] Per vero lo si chiama anche Stefano III, se si conta il suo antecessore fra quelli che furono ordinati papi.
[339] Il MURATORI ha determinato questa data sul fondamento di un diploma del convento di Farfa promulgato da Astolfo, e dato: _Ravennae in Palatio, IV die m. Julii A. feliciss. regni nostri III, per Indict. IV feliciter._, nelle _Antiq. Ital. Diss._ 67; nel FATTESCHI, N. X, 264 e nel FANTUZZI, t. V, n. VIII. La monca Storia di AGNELLO tace di un avvenimento tanto importante.
[340] _Et suae jurisdictioni civitatem hanc Romanam, vel subjacentia ei castra subdere indignanter asserebat._ Il _Lib. Pontif._, da questo tempo in poi, contiene notizie abbastanza precise e accertate. Vedi anche il _Cronic. Vulturnense_, lib. III, 401, ed il MURATORI, _Script._, I, p. 2.
[341] Il celebre convento di san Vincenzo sul Vulturno, nella diocesi d’Isernia, fu fondato da tre fratelli longobardi, Tato, Taso e Paldo intorno al 703. Per qualche tempo contenne dai cinquecento frati: PAOL. DIACON., IV, c. 40, e la Cronaca del convento edita dal MURATORI, che la trasse dalla biblioteca Barberina.
[342] _Deprecans imperialem clementiam, ut juxta quod ei saepius scripserat, cum exercitu ad tuendas has Italiae partes, modis omnibus adveniret_ etc. ANAST. n. 232.
[343] _Procaedens in laetania cum sacr. imagine Domini Dei et Salvatoris nostri Jesu Christi, quae acheropita nuncupatur:_ ANAST. n. 233. È la prima volta che si faccia menzione di questa antica imagine. È dipinta in tavola; la figura è di colore oscuro, con barba, tutta di stile bizantino. Se ne trova la copia nel MARANGONI, _Istoria della Cappella di Sancta Sanctorum_, Roma, 1747. — Durante tutto il medio evo s’adoperò nelle processioni; e alla vigilia dell’Assunta la si lavava nel Foro, come un tempo la statua di Cibele si mondava nelle acque dell’Almo (_Ordo Roman._ XI, nel MABILLON, _Mus. It._, II, 151). Vedi ANDREA FULVIO, _Ant. Rom._ I, _de Ostia_ in sulla fine, il MARTINELLI, _Roma ex ethn. sac._ p. 157 ed il MARANGONI, _Cose Gentil._ c. 28, 105. La processione notturna fu bandita soltanto da Pio V, poichè la si avea tramutata in baccanale.
[344] A ciò si riferiscono le due lettere di Stefano a Pipino (_Cod. Carol._ X) ed ai Duchi del popolo franco (XI), che il CENNI opportunamente ordinò a loro posto.
[345] _Jussionem imperialem_, dice ANASTASIO collo stile d’uso.
[346] _Commendans cunctam dominicam plebem bono pastori Domino nostro_, etc. La espressione _Dominica plebs_, spesso usata nel _Cod. Carol._ per significare i Romani, ha una nota assai efficace, come quella di _peculiaris populus_.
[347] Nel convento di san Maurizio moriva di febbre Ambrogio, primicerio. Il suo barbarico epitaffio (nelle cripte del Vaticano) dice: _Ex hac urbe processit suo secutus pastorem In Roma salvanda utrique petebant regno tendentes Francorum Sancta perveniens loca B. Mauritii aulae secus fluvii Rhodani Litus ubi vita noviliter ductus finivit mense Decemb._ etc. etc. GALLETTI, _del Primicer._, p. 41. Preferisco leggere _ductus_ anzichè _doctus_.
[348] Il JAFFÉ, _Regesta Pontif. Rom._, fissa ai 14 di Aprile la data del trattato di Carisiaco. Il FANTUZZI, _Mon. Ravenn._ VI, n. IC, riporta il documento della donazione ch’è notoriamente falso.
[349] Lo significa manifestamente anche Stefano III (a. 770) nella sua lettera a Carlo e a Carlomanno (_Cod. Carol._ 45, nel CENNI 49): _vos b. Petro, et praefato vicario ejus, vel ejus successoribus spopondisse, se amicis nostris amicos esse, et se inimicis inimicos, sicut et nos in eadem sponsione firmiter dinoscimur permanere_. E Paolo I parimenti protesta (_Cod. Carol._, XVI, nel CENNI, XLI e nella lettera successiva). Così Pipino assunse la _defensio et exaltatio Ecclesiae_ nel senso spirituale e in quello temporale, come si pare da passi innumerevoli delle lettere di Paolo.
[350] Pipino è denotato soltanto col predicato di _Defensor_ o _Protector_. Vedasi nel CENNI, a pag. 74, 79, 82, 141, 146, 150, 160, 167, 170, 181, 182, 183, 184, 187, 189, 190, 191, 196, 199, 208, 210, 212, 220, 222, 227, 233 ecc.; sempre _defensor_! — Io respingo l’opinione del DUCANGE che già fin d’allora il Patriziato fosse un _dominium_. — Il BORGIA, _Breve Hist._ ecc., p. 51 e _Memor. stor. di Benevento_, p. 13 e segg., nel Patriziato vede l’avvocazia della Chiesa, e ciò per il tempo di Pipino è esatto. — ANASTASIO avvisatamente non fa cenno neppur una volta della elezione dei Re a Patrizî. Anche il MABILLON, _De re diplom._, II, c. 3, 73, afferma che Stefano fe’ Pipino patrizio soltanto a titolo di onoranza. — Il diploma di fondazione di san Silvestro in Capite (nel GIACCHETTI, _Hist. di s. Silvestro de Capite_, p. 16), che senza dubbio è falso, dà a Pipino il titolo di _Defensor Romanus_; allora per certo si avrebbe detto: _Defensor S. Dei Ecclesiae Romanae_.
[351] _Qualiter patricius sit faciendus._ Nell’OZANAM, _Document. inédits_ etc., p. 482. La stessa formula è riportata testualmente nel _Glossar._ del DUCANGE, che la trasse da un Cod. Vatic. di PAOLO DIACONO, _De Gest. longob._: trovasi anche nel MABILLON, _De re dipl._, c. IX, n. 3. — Su quest’argomento è da confrontarsi CONSTANT. PORPHYROG., _De Cerimon. Aulae Byz._, I, 47, p. 236 segg. Le indagini moderne attribuiscono a ragione quella formula al tempo degli Ottoni. Vedi il _Floril. del Mus. Ren. per la Giurispr._, V, 123, CARLO HEGEL ecc., I, p. 316 e il GIESEBRECHT, _Stor. dell’Impero ted._, I, 812.
[352] _Sub terribili — sacramento, atque in eodem pacti foedere per scriptam paginam affirmavit se illico redditurum civitatem Ravennatium cum aliis diversis civitatibus:_ ANAST., n. 248.
[353] _Cod. Carol._ VII, IX, nel CENNI VI, VII. Non può muoversi dubbio di sorta sul documento della donazione: _et necesse est, ut ipsum Chirographum expleatis_. Le forme usate per esprimere la restituzione sono: _reddere et contradere_.
[354] Si afferma che il Papa riferisse la «restituzione» alla Republica nazionale italica o romana, perciocchè la conquista di Ravenna avvenuta sotto Giustiniano fosse stata un’usurpazione: ma allora la signoria greca, massime dopo Belisario, sarebbe stata sempre usurpazione, e sarebbe contraddizione inesplicabile che ancora Stefano II, e i suoi succeditori fino a Carlomagno avessero prestato ossequio all’Imperatore di Bisanzio, come a capo legittimo di tutto lo Stato romano anche in Italia. Vedi quell’opinione esposta nella Dissertazione del DÖLLINGER: _L’Impero di Carlomagno e dei suoi successori_, negli _Ann. istor. di Monaco_, 1865.
[355] _Vestra melliflua bonitas, vestris mellifluis obtutibus, nectareas mellifluasque regalis Excellentiae vestrae syllabas._ Al culmine dei barbarismo è l’espressione _deifluo_ «che sgorga da Dio.» Il _Christianissimus_ è predicato del Re dei Franchi, già in uso.
[356] _Ut princeps Apostol. suam justitiam suscipiat_ — frase accorta che abbraccia titolo di diritto e di possesso. La usano anche i Cronisti tedeschi.
[357] _Cod. Carol._, IV, VI; nel CENNI, VIII, IX. Non si fa menzione degli Spoletini; però essi erano compresi nelle _Tusciae partibus_.
[358] _Praefatus vero Warneharius — ut bonus athleta Christi decertavit totis suis viribus_: sulla chiusa delle due lettere.
[359] _Pestifer Aistulfus — nam et multa corpora sanctorum effodiens, eorum sacra mysteria ad magnum animae suae detrimentum abstulit._ ANAST. n. 249. Accenno di volo soltanto, che nell’anno 653 alcuni monaci franchi ebbero rubato da Monte Cassino, allora abbandonato, le salme di Benedetto e di Scolastica, e le portarono nelle Gallie. Vedi il MURATORI, _Antiq. med. aevi_, V, p. 6, segg. Le Catacombe di Roma saccheggiate dai Longobardi furono del resto ancora aperte ai visitatori fino al secolo nono. Soltanto dopo di quel tempo, e fino al secolo decimoquinto, rimasero obliate e caddero in rovina tale che se ne dovette indi fare quasi nuova scoperta. Vedi il DE ROSSI, Introduzione alla sua _Roma sotterranea cristiana_.
[360] Così dice il FLEURY, _Hist. Eccl._, an. 755, n. XVII: _L’Église y signifie non l’assemblée des fidèles, mais les biens temporels consacrés à Dieu; le troupeau de Jésus-Christ sont les corps, et non pas les âmes — et les motifs les plus saints de la religion employés pour une affaire d’état_. Il MURATORI abbandona «questa delicata materia» al Francese, e dice soltanto: «Certamente nulla è più capace di travolgere le nostre idee e di farci nascere in mente delle dolci e strane immaginazioni, che la sete e l’amore de’ beni temporali, innata in noi tutti.»
[361] _Cod. Carol._, III, nel CENNI X: _Petrus vocatus Apostolus a Jesu Christo Dei vivi filio... vobis viris excellentissimis Pippino, Carolo et Carolomanno tribus Regibus, atque sanctissimis Episcopis, Abbatibus, Presbyteris, vel cunctis generalibus exercitibus et populo Franciae_. L’antica lezione di ANASTASIO: _subtili fictione Pipino — intimavit_ etc. si acconcia ottimamente a questa lettera, ma il VIGNOLI la corregge, certo rettamente, così: _subtili relatione_ etc.
[362] Sono frasi della lettera medesima: _Ne lanientur, et crucientur corpora, et animae vestrae in aeterno atque inextinguibili tartareo igne cum diabolo, et ejus pestiferis Angelis_ etc.
[363] La rivelazione di questi secreti diplomatici la dobbiamo a due passi dell’ingenua narrazione che leggesi in ANASTASIO, n. 250.
[364] ANASTASIO, nella biografia di Stefano, narra questi fatti con bella chiarezza: _Asserens isdem Dei cultor, mitissimus Rex, nulla penitus ratione easdem civitates a potestate beati Petri et jure Ecclesiae Romanae, vel Pontificis Apostolicae Sedis quoquomodo alienari_ etc.
[365] Opina il SUGENHEIM che Pipino concedesse al Papa soltanto l’_utile Dominium_; il MURATORI non si decide, ma propende a questa sentenza. Il PAGI dà al Papa il dominio assoluto; non occorre dire del BARONIO, nè del BORGIA, del CENNI e dell’ORSI. Il LE COINTE, il DE MEO e il DE MARCO assennatamente affermano che continuasse la signoria suprema di Bisanzio, ed io son certo che essa durasse in quell’età quale principio regolatore. Per quanto finalmente concerne l’apocrifo documento della donazione di Pipino, che il FANTUZZI riporta nei _Monum. Ravenn._, VI, 99 (_a Lunis cum Corsica_ etc. fino a Benevento), non v’ha bisogno oggidì di fare pur parola.
[366] L’avvenimento della donazione, oltre che da ANASTASIO, è confermato da due lettere di Stefano II, nelle quali egli parla di _donationis pagina_ e di _chirographum_. (CENNI, _Monum._ I, 74, 81; SUGENHEIM, p. 23). Il DÖLLINGER respinge l’opinione che Pipino abbia fondato un principato ecclesiastico (nella Dissertaz. soprad.). Il PHILIPPS (_Diritto eccles._, III, p. 48) afferma senza fondamento, che Pipino abbia elevato a esistenza giuridica la sovranità del Papa nell’Esarcato, dove già esisteva di fatto. Il WAITZ (_Storia della Costituzione germanica_, III, p. 81) concepisce quegli avvenimenti nel senso che il Vescovo romano abbia ricevuto la cessione delle conquiste di Pipino per conto dell’Impero, e quale vicario di questo, ma nel tempo stesso anche a favore della Chiesa, che con quello consideravasi legata di associazione strettissima. Questa opinione, divisa anche dal DÖLLINGER, si concilia colla mente politica di quell’età. — Vedremo più tardi quanto ristretti fossero i diritti di signoria territoriale che Carlo, continuatore della opera di Pipino, concesse al Pontefice. — La opinione espressa dall’EICHORN (_Storia del diritto e dello Stato germanico_, quarta ediz. I, p. 537), che al Papa, come patrizio di Ravenna, fosse trasferita la podestà fino allora tenuta dall’Esarca, è meno contendibile dell’altra sua opinione, che già Pipino ricevesse pari autorità su Roma e sul Ducato. Quanto poca autorità egli ivi esercitasse lo dimostrerà ciò che vedremo in seguito. Anche il SAVIGNY (_Storia del diritto romano_, I, 360) al Papa attribuisce autorità di Esarca; egli afferma che la donazione fu fatta alla Chiesa ed alla Republica romana, e che per questa ultima non s’intendeva la città di Roma, ma l’Impero romano occidentale antico, che gli Imperatori bizantini avevano usurpato; della restaurazione dell’Impero occidentale s’avrebbe già coltivato il disegno.
[367] Ne sono memorabili esempli le donazioni di Subiaco e di Monte Cassino.
[368] _Etenim tyrannus ille, sequace diaboli, Haistuplus devorator sanguinum Christianorum, Ecclesiarum Dei destructor, divino ictu percussus est, et in inferni voragine demersus... Cod. Carol._, VIII, nel CENNI, XI. — Quando, cinquecent’anni dopo, morì Federico II, che fu il grande nemico del Papato politico, Innocenzo IV osannò alla sua morte con parole simili (_Laetentur coeli, et exultet terra_): sempre eguali durarono gli odî del prete e le condizioni di Roma.
[369] _Sed valde dilexit Monachos, et in eorum est mortuus manibus._ ANONYM. SALERNIT.
[370] _Et praedictus Fulradus venerabilis cum aliquantis Francis in auxilium ipsius Desiderii, sed et plures exercitus Romanorum si necessitas exigeret_... ANAST., n. 255.
[371] _Annuente Deo rempublicam dilatans_... ANAST. Nel _Cod. Carol._, XXXVI, nel CENNI XV, si legge (p. 144): _dilatationem hujus provinciae_, locchè manifestamente si riferisce al Ducato: e Roma e il Ducato nel _Cod. Carol._, XX, nel CENNI, XXXVII, sono detti: _haec miserrima et afflicta provincia_. Con Imola e colle dette città, Desiderio doveva restituire anche Osimo, Ancona, Numana, Bononia. Tutti questi luoghi mancano nella enumerazione data da ANASTASIO (n. 254) per quelli donati da Pipino; locchè dimostra che il sopraddetto ANASTASIO non ebbe innanzi ai suoi occhi il documento di quella donazione di Pipino.
[372] È la prima delle trentuna lettere di Paolo, nel _Cod. Carol._, XI, nel CENNI, XII.
[373] _Cod. Carol._, XXVII, nel CENNI, XIII: _preciosissimum — munus attulit, Sabanum videlicet_.
[374] _Cod. Carol._, XXXVI, nel CENNI, XV: _nos — firmi, ac fideles servi S. Dei Ecclesiae, et praefati ter beatissimi, et coangelici spiritalis patris vestri, Domini nostri Pauli etc. — fovens nos, et salubriter gubernans_... Pipino invece è chiamato: _noster post Deum defensor_, e _auxiliator_.
[375] _Domno excellentissimo, atque praecellentissimo, et a Deo instituto magno Pippino Regi Francorum, et Patricio Romanorum, omnis Senatus, atque universa populi generalitas a Deo servatae Romanae civitatis._ Il MURATORI a torto pone la lettera all’anno 763.
[376] Il Papa mandavagli alcuni libri in dono: _Antiphonale et Responsale — Grammaticam Aristotelis, Dionysi Areopagitae libros, Geometriam, Orthographiam, Grammaticam_ etc.: _Cod. Carol._, XXV, nel CENNI, XVI, 148. — Oltracciò, Paolo mandava a Pipino una spada di gran prezzo, esempio primo della consecrazione della spada, che è in uso anche oggidì; e ai Principi spediva anella di gran valore (_Cod. Carol._, XV, nel CENNI, XVIII, 159). — La spada significa la missione militare di Pipino. Nelle incoronazioni degli Imperatori, avvenute nei tempi posteriori, il Papa toglieva dall’altare del san Pietro una spada nuda, e ne cingeva l’Imperatore qualificandolo _Defensor_ della Chiesa e _Miles_ di san Pietro. Vedine il rito nell’_Ordo Roman._, XIV; nel MABILLON, _Mus. Ital._, II, 402.
[377] Più tardi il Cardinale cospirava con Bisanzio, e il Papa pregava il Re di confinarlo come Vescovo in qualche remota Città del suo Stato. _Cod. Carol._, XXV e XXXIX, nel CENNI, XVI e XIX.
[378] Questo emerge dalle lettere di Paolo: _Cod. Carol._, XV, nel CENNI, XVIII: _sicque Spolentinum et Beneventanum, qui se sub vestra a Deo servata potestate contulerant_.
[379] Questa città, già fin d’allora, era appellata _Otorantum_ (Otranto).
[380] Vedi questa lettera nel _Cod. Carol._, XIX, nel CENNI XVII.
[381] Lettera XV, nel CENNI, XVIII: _Sed bone Excellentissime fili, et spiritalis compater, ideo istas literas tali modo exaravimus, ut ipsi nostri missi ad vos Franciam valerent transire_.
[382] A ciò si riferisce la lettera XXI, nel CENNI, XX. Invece dell’anno 759, il MURATORI assume l’anno 760 e l’Indizione 13: lo segue il TROYA, _Cod. Dipl. Long._, tom. V, n. DCCXL.
[383] _Non ob aliud nefandissimi nos persequuntur Graeci, nisi propter sanctam et orthodoxam fidem etc. Cod. Carol._, XXXIV, nel CENNI, XXV.
[384] Questo dubbio è espresso dal MURATORI, _Annal._ ad ann. 759, 762. Egli si meraviglia inoltre che Paolo parli soltanto degli armamenti dei Bizantini contro Ravenna, e mai non parli di Roma. Eppure v’è un passo dove si discorre di disegni di guerra non unicamente contro Ravenna. _Cod. Carol._, XXXIV, nel CENNI, XXV: _Graeci — super nos, et Ravennatium partes irruere cupiunt_.
[385] Delle intenzioni dei Bizantini, oltre alla lettera sopraddetta, parlano anche la XXVIII, nel CENNI, XXVI, e la XXIV, nel CENNI, XXXVIII.
[386] _Quod sex Patricii deferentes secum trecenta navigia, simulque et Siciliensem stolum, in hanc Romanam urbem absoluti a Regia Urbe ad nos properant._ Ibid.
[387] ANAST. _Vita Gregor. III_, n. 194. Il PANVINIO (_De Basil. Vatican._, III, c. 8, nel tom. IX _Spicileg. Roman._) dà i nomi dei conventi, traendoli da una iscrizione marmorea di Gregorio III, esistente nel suo Oratorio. Vedi il DE ROSSI, _Due docum. inediti_, tav. II, e il CANCELLIERI, _De Secretariis novae B. Vat._, p. 1484. — Il nome _Cata Galla Patricia_ si spiega da una proprietà di Galla, figlia del patrizio Simmaco, che visse da monaca presso il san Pietro. Di quest’opinione io trovo conferma nelle notizie, sebbene confuse, che sono offerte dal _Chronicon Benedicti_ di Monte Soratte, il quale, intorno all’anno 1000, sa narrare: _ad omnipotentis Dei servitium sese apud b. Petri ap. ecclesia in monasterio tradidit_.
[388] Stefano lo edificò a rendimento di grazie del viaggio che egli compiè felicemente quando andò a Pipino. Il FRODOARD (_De Stephano II Papa_, in DOM. BOUQUET, V, 442) dice di esso: _Papa Deo grates referens, turrim erigit aulae, Argentique colens radiis investit et auri. Aere tubas fuso attollit, quibus agmina plebis Admoneat laudes et vota referre Tonantis_. — È noto che il primo uso delle campane nelle chiese è attribuito a Paolino di Nola; tuttavia, prima del secolo settimo, non vi si adoperavano campane di gran dimensione. Vedi il BARONIO, ad ann. 614. — L’AUDOEN, _Vita S. Eligii_, anno 650, usa del nome _campanae_; parimenti il BEDA intorno all’anno 700. Si soleva adoperare la frase: _signa pulsare ad missam publicam_. I frati fecero uso generale delle campane dopo il 740. Vedi GIO. BATTA CASALI, _De profan. et sacris veterib. Ritibus_, Romae, 1644, p. 236.
[389] Del campanile di Stefano presso il san Pietro danno notizia il _Cod. Freher._ e _Thuan._, II del _Lib. Pontif._
[390] Pietro stesso avrebbe dato sepoltura alla sua figliuola, e sul sarcofago di lei avrebbe scritto: _Aureae Petronillae filiae dulcissimae_. TERTULLIANO e GEROLAMO parlano della moglie di lui. — La leggenda narra che Flavio, nobile pagano, avesse chiesto in isposa la bella giovinetta; ella chiedeva tre giorni per decidere; li passava nella preghiera, e moriva.
[391] Sul cimitero di Petronilla vedasi il BOLDETTI, _Osservaz. sopra i Cimiteri de’ Ss. Martiri_, II, c. 18, p. 551. — Già in sul 600 si parla dell’olio miracoloso della lampada di Petronilla, e nel catalogo di questi olii che trovasi nel MARINI, _Papiri_ ecc., p. 208, dicesi addirittura: _Sce Petronillae filiae Sci Petri Apost_...
[392] Il _Lib. Pont._ dà al luogo dell’edificio il nome di _Mosilius_, che significa _Mausoleum_ (SEVERANO, _Le sette chiese_, p. 92). Il CANCELLIERI (_De secretar. Veter. Bas. Vatican._) a questa chiesa rotonda di Petronilla ha dedicato una lunga ed erudita dissertazione, e decisamente smentì l’opinione ch’essa avesse origine dal favoleggiato tempio di Apollo.
[393] _Infra autem sacrati corporis auxiliatricis vestrae B. Petronillae, quae pro laude aeterna memoriae nominis vestri nunc dedicata dinoscitur. Cod. Carol._, XXVII, nel CENNI, XIII.
[394] La positura del luogo è descritta nel secolo decimo da BENEDETTO, monaco di Soratte, in questo modo: _Stephanus — cepit hedificare domum ecclesiam; in onore S. Dionisii, Rustici et Heleutherii, in hurbe Roma, juxta via Flaminia, et ereio_ (_horologium_ di Augusto?) _non longe ab Agusto, juxta formas species decorata, sicut in Francia viderat_ (_Mon. Germ._, V, c. 20). — _Agusto_ è il mausoleo di Augusto, e può darsi che esso, nel secolo decimo, fosse appellato _Agosta_. Io attribuisco importanza a ciò, che BENEDETTO associa la fondazione di Stefano col soggiorno da lui fatto in Francia.
[395] _Ubi et Monachorum congregationem construens, Graecae modulationis psalmodiae Coenobium esse decrevit:_ ANAST., _Vita Pauli_, n. 260. — Nell’archivio di san Silvestro si conserva il diploma di fondazione scritto in pergamena di dubbia origine, che fu completamente stampato nel LABBÉ, _Concil._ VIII, p. 445. Di questa chiesa scrisse distesamente, ma senza lume di critica, il CARLETTI, _Memorie storiche critiche_.
[396] Il convento chiamossi anche _Cata Pauli_ dall’abitazione di Paolo I; ed anche _inter duos hortos_. — Il _Lib. Pontif._ attribuisce a Paolo l’edificazione di una chiesa agli apostoli Pietro e Paolo, presso il tempio di Roma, nella via Sacra. Il suo luogo deve essere stato là dove s’eleva oggidì santa Francesca Romana, non lungi dall’arco di Tito, sulle ruine del gran tempio di Venere e di Roma.
[397] _Omnes eum derelinquentes, nisi ego:_ così dice Stefano III nel _Concilium Lateranense_, ann. 769, ed. CENNI, Rom. 1735, p. 4. — Paolo I fu lodato perchè era padre di tutti i poverelli, e di notte tempo visitava le carceri per liberarne coloro che erano condannati a morte: questo prova che, a rincontro dei tribunali, spettava al Papa diritto di grazia. _Sed et carceres, atque alia claustra per eadem noctium secreta visitabat. Et si quos ibidem conveniebat retrusos a mortis eruens periculo liberos relaxabat:_ ANAST., 258. Similmente riscattava spesso i debitori _a jugo servitii_: durava quindi ancora la prigionia per debiti.
[398] Questi fatti escludono che Pipino esercitasse un’autorità diretta su Roma. Oltre al _Lib. Pontif._, è di grande rilievo per la storia di questi avvenimenti un frammento notevole degli Atti del concilio Lateranense dell’anno 769, edito per la prima volta da GAETANO CENNI e completamente dal MANSI, _Suppl. Concil._, I, 642. Di Toto è detto: _quidam Nempesini oppidi ortus Toto nomine_...
[399] _Ex improvisa enim violentia, manu a populorum innumerabili concordantium multitudine, velut valida aura venti raptus, ad tam magnum et terribile Pontificatus culmen provectus sum. Unde sicut navis aequoreis procellis fluctuatur, ita ego infelix_ etc. Le due lettere di Costantino leggonsi nel _Cod. Carol._, 98, 99.
[400] Si leggano i sopraddetti Atti di quel Concilio dell’anno 769.
[401] _Per muros civitatis cum flammula ascendebant, metuentes Romanum populum, et nequaquam de Janiculo ipsi Longobardi ausi sunt descendere_, n. 258. La _flammula_, dice il VIGNOLI in nota, era una banderuola purpurea che usavasi quale segno in campo; quello Scrittore ricorda la orifiamma dei Re francesi.
[402] _Sicque praefatus Christophorus alia die aggregans in tribus fatis sacerdotes, ac primates cleri, et optimates militiae, atque universum exercitum, et cives honestos, omnisque populi Romani coetum a magno usque ad parvum:_ ANAST., n. 271.
[403] Stefano III fu eletto addì 1 di Agosto, e consecrato nel dì 7 di Agosto: JAFFÉ, _Reg. Pontif._
[404] _Nam Constantinus invasor apostol. Sedis, dum deductus ad medium esset, et magna pondera in ejus adhibentes pedibus in sella muliebri sedere super equum fecerunt, et in Monasterium Cella novas coram omnibus deportatus est:_ ANAST. _in Stephano_, n. 272. Stando al MARTINELLI ed al _Catalogus Ecclesiar._, questo chiostro di monaci greci s’ergeva presso la chiesa di santo Saba, che fu un abate di Cappadocia morto intorno al 532: il luogo era detto Cella nova, ed ivi erano le case possedute dalla madre di Gregorio magno.
[405] _Gratiosus tunc Chartularius, postmodum dux:_ ANAST., n. 269.
[406] Nel manoscritto D., edito dal MURATORI, è detto: _et Campaniae pergentem Alatro partem Campaniae ubi erat_, come suppone il PAPENCORDT nella sua _Storia della città di Roma nel medio evo_, a pag. 93. — Precisamente quando io era giunto alla conchiusione di questo secondo volume (nell’anno 1858) mi giunsero sott’occhio i materiali lasciati dal PAPENCORDT e pubblicati dall’HÖFLER. La profondità degli studî di quel valentuomo prometteva un’opera di grande rilevanza, sebbene il PAPENCORDT si restringesse alla sola parte d’argomento politico. Ma l’erudito scrittore fu rapito dalla morte nell’incominciamento della sua carriera, e fu perdita grave della scienza, che io in particolarità amaramente deploro. A lui s’appartiene la gloria di essere stato il primo a concepire l’idea di questa difficile impresa. Il suo disegno, simile a quello originario del GIBBON, era ignoto anche a me, allorchè nell’autunno dell’anno 1852 volsi il pensiero a quest’opera, e quando nell’anno 1855 ne impresi lo eseguimento. Dappoi, le mutazioni politiche d’Italia diedero nuova importanza allo studio del medio evo di Roma, che per lungo tempo fu negletto, e i lavori della sua storia si vanno estendendo ognora più. Nell’anno 1865 il DYER publicò una _History of the City of Rome_, e nel 1867 A. DI REUMONT diede alle stampe i due primi volumi della sua _Storia della città di Roma_, che si stenderà dalla fondazione della Città fino alla età odierna, e, per gli avvenimenti di questi periodi di tempo, offrirà un quadro generale, giovevole per la gran moltitudine dei lettori. Pertanto, da un dieci anni a questa parte venne in vita una nuova letteratura in argomento della «Storia della città di Roma.»
[407] Presso il Colosseo. Con questo nome per la prima volta ANASTASIO appella l’anfiteatro di Tito.
[408] _Eumque in teterrimam retrudi fecerunt custodiam, quae vocatur Ferrata in cellario majore:_ ANAST., n. 274. Era un carcere munito di cancellata di ferro; la _transenna_, ossia andito presso il Laterano, fa argomentare che ivi una prigione esistesse. Si fa spesso cenno delle _cellae_ o _cellaria_ del Laterano, cantine o volte, ove si custodivano le vettovaglie, ed alle quali presiedeva il _Paracellarius_.
[409] Vedi nel MANSI il frammento sopra citato, e consulta anche il LABBÈ, _Concil._, tom. VIII, 483. ANAST. dà soltanto la narrazione delle cose di maggior rilievo.
[410] _Ita coram omnibus professus est, vim se a populo pertulisse, et per brachium populi fuisse electum, atque coactum in Lateranense Patriarchium deductum propter gravamina, ac praejudicia illa, quae Romano populo ingesserat Domnus Paulus Papa:_ ANAST., n. 277. Ne consegue che una parte del popolo, gli ottimati in ispecie, incominciavano a soffrire, come di un giogo, la dominazione del Papa. Quel passo è assai notevole.
[411] Sergio era laico, ripudiò la moglie, e divenne arcivescovo. Ei si difese assai bravamente in Roma, dove Stefano II lo sostenne prigioniero: _Laicus fui, et sponsam habui, et ad Clericatum perveni, et cognitum vobis factum est, et dixistis, nullum obstaculum mihi esse potest_ (AGNELLUS, _Vita Sergii_, p. 424). Egli morì nell’anno 769. — Stefano, duce di Napoli e aderente di Roma, fu dal popolo eletto vescovo. Morì nell’anno 789.
[412] _Igitur judicavit iste a finibus Perticae totam Pentapolim, et usque ad Tusciam, et usque ad mensam Uvalani, velut Exarchus:_ AGNELLUS, _Vita Sergii_, c. 4, 430. La narrazione di Agnello, che del resto è ostile a Roma, viene tuttavia confermata dal _Cod. Carol._, LV, nel CENNI LI. Vedi anche il MURATORI, ad ann. 770, 777.
[413] _Quin etiam, portas hujus Romanae urbis claudentes, aliam ex eis fabricaverunt, et ita armati omnes existebant ad defensionem propriae civitatis:_ ANAST., n. 285.
[414] Vedasi l’analisi di questi avvenimenti nel SIGURD ABEL, _Annali dell’Impero franco sotto Carlo magno_, Berlino 1866, I, p. 76 segg.
[415] Il JAFFÈ colloca l’abboccamento all’anno 771. Ma tutti questi avvenimenti succedettero prima che si trattasse del progetto di maritaggi tra le corti di Francia e di Pavia, locchè avveniva nell’anno 770.
[416] _Sergius eadem nocte, qua hora campana insonuit:_ ANAST. n. 288. Già a quel tempo sonavano in Roma le campane, forse ad annunciare l’ora dell’_Ave Maria_.
[417] _Et dum infra civitatem, nocturno silentio, ipsos salvos introducere disponeremus, ne quis eos conspiciens interficeret, subito hi, qui eis semper insidiabantur, super eos irruentes, eorum eruerunt oculos: Cod. Carol._, XLVI, nel CENNI XLV, 269. L’amanuense di ANASTASIO dice: _Cupiens eos, noctis silentio propter insidias inimicorum salvos introduci Romam_. Questi ed altri passi concordi dimostrano che il Biografo conobbe la lettera di Stefano, ma le varianti significano che egli era di parte franca.
[418] _Subtilius mihi — Domnus Stephanus Papa, retulit, inquiens, quod omnia illi mentitus fuisset (sc. Desider.) — et tantummodo, per suum iniquum argumentum erui fecit oculos Christophori Primicerii, et Sergii Secundicerii filii ejus, suamque voluntatem de ipsis duobus proceribus Ecclesiae explevit, unde damnum magis et detrimentum nobis detulit._ Così Adriano in ANASTASIO, n. 293.
[419] _Ep._ XLVI, nel CENNI, XLV, 267. Il CENNI opina col LE COINTE e col PAGI che la lettera fosse estorta, perocchè i nobili uomini Cristoforo e Sergio tutto a un tratto non potessero tramutarsi in malfattori, nè i nequissimi Longobardi in figliuoli illustri. Ma la lettera evidentemente fu scritta nell’eccitamento dell’animo, subito dopo la caduta dei due, per adulare il Re cui ne fu mandata una copia. Il MURATORI si appose al giusto, e lo seguì il LA FARINA. Si chiarisce facilmente la ragione per cui Dodone è dipinto con oscuri colori: egli era legato di Carlomanno, ed in quel momento eravi fra i due fratelli inimicizia.
[420] ANAST. n. 293. Colla biografia di Adriano il _Lib. Pontif._ muta di stile; e qui s’entra in un altro periodo di questa Collezione preziosa.
[421] Ne tratta il _Cod. Carol._, XLVII, nel CENNI I, p. 274.
[422] _Annales Francor._ ad ann. 770.
[423] _Seminans inter reges discordia_, dice a quest’occasione già nel secolo decimo l’Autore del _Libellus de imperatoria potestate in urbe Roma. Mon. Germ._ V, 720.
[424] _Cod. Carol._ XLV, nel CENNI, XLIX, 281: _Perfida, quod absit, ac foetentissima Langobardorum gente polluatur, quae in numero gentium nequaquam computatur, de cujus natione et leprosum genus oriri certum est_. Se ne offende il sentimento onesto del MURATORI, il quale giunge a dubitare che questa lettera di sensi triviali fosse scritta dal Papa: persino il CENNI sclama, arrossendone: _Aevo illi dandum est aliquid_.
[425] EGINHARD. c. 18, e PAOL. DIACON., _Gesta Episcop. Mettensium_ nei _Monum. Germ._ II, 265: _hic ex Hildegard conjuge quattuor filios et quinque filias procreavit, habuit tamen ante legale connulium ex Himiltrude nobili puella filium nomine Pippinum_.
[426] _Anathematis vinculo esse innodatum, et a regno Dei alienum, atque cum diabolo et ejus atrocissimis pompis, et caeteris impiis aeternis incendiis concremandum deputatum:_ formula consueta dell’anatema in quell’età. La si scriveva anche sopra i sepolcri per vietarne la distruzione, e con essa si conchiudono le scritte di donazioni. — Un’iscrizione marmorea del secolo ottavo, commemorativa di una donazione di Giorgio e di Eustazio (trovasi nel vestibolo della chiesa di santa Maria in Cosmedin) dice in sulla fine: _et anathematis vinculo sit innodatus et a regno Dei alienus, atque cum diabolo et omnibus impiis aeterno incendio deputatus_. Colla formula di anatema riferita più sopra, concorda quasi parola per parola, quella del _Liber Diurnus_ c. VII, tit. 22: _et cum diabolo et ejus atrocissimis Pompis, atque cum Juda traditore Domini Dei et Salvatoris nostris Jesu Christi, in aeternum igne concremandum, simulque in chaos demersus cum impiis deficiat_.
[427] Il MURATORI con qualche malizia osserva che Carlo allora non era «peranche divenuto magno.»
[428] Sembra che Rimini continuasse ad avere dei _Duces_. La loro serie nel secolo nono è quasi completa. Vedasi LUIGI TONINI: _Rimini dal principio dell’êra volgare all’anno MCC_, Rimini, 1856, II, 155. Ei si pare che questa memoranda città sia stata a capo della _Pentapolis maritima_ (Rimini, Pesaro, Fano, Sinigaglia e Ancona): la _Pentapolis mediterranea_ o _nova_ comprendeva Jesi, Cagli, Gubbio, Fossombrone, Urbino con Montefeltro e, più tardi, con Osimo. I due territorii insieme uniti, erano detti _Decapolis_.
[429] Questi avvenimenti sono narrati da ANAST. _Vita Stephani III_, n. 282, 283 e nella Epistola di Adriano che è nel _Cod. Car._ LXXI, nel CENNI XCIII, 499.
[430] _Incertum_, (dice EGINARDO, _Vita Car._ c. 18,) _qua de causa_. Un frate favoleggiatore, che scriveva sullo spirare del secolo nono, ne sa egli solo la ragione: _quia esset clinica et ad propangandam prolem inhabilis, judicio sanctissimorum sacerdotum relicta velut mortua_. MONACHI SANGALL., _Gesta Karoli_, II, c. 17, nei _Mon. Germ._ II, 759.
[431] Di Adelardo di Korbey è detto: _culpabat modis omnibus tale connubium_ (con Ildegarde) — _quod — rex inlicite uteretur thoro, propria sine aliquo crimine repulsa uxore: — Ex vita Adalhardi_ 7, p. 525. E di Berta dice EGINARDO, c. 18: _ita ut nulla unquam invicem sit exorta discordia, praeter in divortio filiae Desiderii regis, quam illa suadente acceperat_.
[432] _Theodotus_ (così io scrivo in vece di _Theodolus_) restaurò in Roma la chiesa di sant’Angelo in Pescaria, come ne serba ancora memoria un’iscrizione in marmo ivi esistente: _Theodotus holim dux nunc primicerius scae sed. apostolicae, et pater uius Ben. Diac. a solo edificavit pro intercessionem animae suae et remedium omnium peccatorum_.
[433] Il decreto di elezione di Adriano, deposto nell’archivio del Laterano, fu edito dal MABILLON nel _Mus. Ital._ I, 38, al _Libellus de Vita Hadriani I_. Tutti gli ordini elettivi ivi compaiono.
[434] _Vita s. Adriani_ in ANAST., n. 292. Un passo di AGNELLO (_Vita Sergii_, p. 426) dimostra che già s’aveva costume di accordare amnistie quando avvenivano mutazioni nel pontificato: _in ipsa vero die electus est praedictus germanus defuncti Papae (sc. Paulus) in solio Apostolatus, et statim solvit omnes captivos, et omnibus noxiis veniam concessit_.
[435] _Tunissone Presbytero, et Leonatio Tribuno habitatoribus civitatis Anagninae: Vita Hadr._ n. 297.
[436] Quella via aveva il nome da un palazzo: _usque in Merolanam ad arcum depictum, quem secus viam, quae ducit ad ecclesiam S. Dei Genitricis ad Praesepe: Vita Hadr._ n. 298. Con pari nome quel luogo è detto _Merolanas_ anche nell’_Ordo Roman._ I (MABILLON, _Mus. Ital._, II, 4), che è un libro di formule, compilato tosto dopo del tempo di Adriano.
[437] _Vita Hadr._ n. 298: _tunc praefatus sanct. Praesul precibus judicum, universique populi Romani jussit contradere antefatum Calvulum cubicularium, et praenominatos Campanos praefecto urbis, ut more homicidarum eos coram universo populo examinaret_. La voce _examinare_ ha omai un’impronta di medio evo.
[438] _Pro vero amputandis tam intolerabilibus flagitii reatibus, missi sunt ipsi Campani Constantinopolim in exilium:_ ibid. n. 299.
[439] _Tradidit eundem Paulum consulari Ravennatium urbis:_ ibid. n. 299. — CARLO HEGEL ecc. I, 262, respinge con buoni argomenti l’opinione che per quel _Consularis_ s’abbia a intendere il collegio di Consoli, che, secondo il parere del SAVIGNY e del LEO, sarebbe subentrato a quello dei Decurioni.
[440] _Ita vero idem Paulus examinatus est, quia etiam nec scientia exinde data est — Pontifici: Vita Adr._ n. 300. Ma i Biografi pontificî celano troppe cose.
[441] _Adscribi fecit suggestionem suam Constantino et Leoni Augustis, magnisque Imperatoribus — ut in ipsis Graeciae partibus in exilio mancipatum retineri praecipissent:_ ibid. n. 300.
[442] ANASTASIO narra che a Ravenna trovavasi allora Anualdo, cartulario: il nome è germanico (_Anwald_), ma questo ottimate della milizia e messaggiero del Papa, è dal Cronista qualificato _civis romanus_. Perciò egli dovrebbe essere stato lo stipite della posteriore famiglia romana degli Anialdi o degli Anibaldi.
[443] L’antica _Utriculi Civitas_ ai tempi dell’Impero era ricca di tesori d’arte; e gli odierni musei di Roma, dopo che Pio VI v’ebbe fatto effettuare degli escavi, devono a quella piccola città di provincia, dei capolavori preziosissimi; fra gli altri, quella testa dei Giove di fama universale che trovasi nella rotonda del Vaticano, e il grande musaico che ivi pure si vede.
[444] _Fabricari fecit:_ espressione consueta pei lavori di muratura. Dopo il tempo di Cristoforo e di Sergio, gli abitatori della Toscana e del Lazio (Campania) erano obbligati a prestare servizio militare nella Città.
[445] _Susceptoque eodem obligationis verbo per antefatos Episcopos, ipse Langobardorum Rex illico cum magna reverentia a civitate Viterbiense confusus ad propria reversus est._
[446] _Promittens insuper ei tribui quatuordecim millia auri solidorum, quantitatem in auro, et argento:_ ANAST., n. 310. Il LEO, _Storia d’Italia_, suppone con buona ragione che questa fosse la domanda che in origine Desiderio aveva rivolto a Roma.
[447] AGNELLO (nella _Vita Leonis_, p. 439) dice che fu Martino, diacono ravennate, a guidare i Franchi nel loro cammino: secondo il _Chron. Novalicense_ sarebbe stato un giullare.
[448] In generale si affà all’indole dei Longobardi quello che del valoroso Drottulfo dice il noto epitaffio di Ravenna, che leggesi in PAOLO DIACONO:
_Terribilis visu facies, sed corda benigna._
[449] Nella _Vita Hadriani_ n. 314 segg. è data particolareggiata descrizione dell’ingresso e del soggiorno di Carlo in Roma.
[450] _Direxit in ejus occursum judices ad fere triginta millia ab hac Romana urbe in locum, qui vocatur Novas, ubi eum cum bandora susceperunt._ La stazione è situata alla vigesimaquarta pietra miliare. L’HOLSTENIO (nel VIGNOLI, Nota 3, c. 35) pretende di aver visto ruine di _Novas_ due miglia al di qua di Bracciano.
[451] _Schola militiae cum patronis, simulque et pueris, qui ad discendas literas pergebant, deportantes omnes ramos palmarum atque olivarum_ etc. Dal PAPENCORDT o dal suo editore (p. 98) si opina erroneamente che i _patroni militiae_ fossero i Santi protettori anzichè i preposti delle corporazioni militari. L’espressione _patronus_, nel significato di Santo protettore, io trovo per la prima volta nella _Vita Hadr._, n. 339. — Dalla menzione che è qui fatta dei fanciulli delle scuole, l’OZANAM (_Docum. inédits_) volle trarre la conseguenza che in Roma si provvedesse ancora all’insegnamento delle scienze.
[452] _Venerandas cruces, id est signa, sicut mos est ad Exarchum aut Patricium suscipiendum._ Ma tosto dopo è detto: _cruces ac signa_.
[453] È nota la questione che si dibattè se avesse luogo più onorifico chi teneva il lato destro oppure chi stava al sinistro, e sulla ragione per cui, nei musaici e nei sigilli antichi, san Pietro spesse volte tenga la manca, e san Paolo la destra. Sembra che il luogo d’onore si determinasse a seconda che la persona si presentava allo sguardo dello spettatore. Quando il Papa e il Re entravano nella chiesa, il popolo che guardava ad essi, aveva il Papa alla sua destra. _Ordo Roman._ I, nel MABILLON, II, p. 3: _Episcopi quidem ad sinistram intrantium, presbyteri vero ad dextram, ut quando Pontifex sederit, ad eos respiciens, episcopos ad dextram sui, presbyteros vero ad sinistram contueatur_.
[454] _Sesesque mutuo per sacramentum munientes, ingressus est Romam._ — Nei tempi più tardi i Re davano e ricevevano giuramento di pace prima di entrare in Roma. — Così suggellavasi legame di amistà (_firmitas et integritatis stabilitas_), come dice Adriano: _Cod. Car._ LIII, nel CENNI, LII, 326.
[455] Alcune statuizioni in riguardo alla messa ed alle preci ordinate per Carlo, si contengono nell’_Ordo Romanus_ I, che è un mirabile Libro rituale del secolo ottavo o del nono. In esso è data descrizione delle funzioni pasquali conformemente ai racconti di ANASTASIO. — Le Stazioni della Pasqua sono rimaste anche oggi le stesse; chè alla domenica la Stazione è in santa Maria Maggiore, al lunedì in san Pietro, al martedì in san Paolo, al mercoledì in san Lorenzo.
[456] Il testo di ANASTASIO, secondo il VIGNOLI, è questo: _A Lunis_ (oggidì Sarzana) _cum insula Corsica, deinde in Suriano, deinde in monte Burdone, inde in Berceto, deinde in Parma, deinde in Regio, et exinde in Mantua, atque in Monte Silicis, simulque et universum Exarchatum Ravennatium, sicut antiquitus erat, atque provincias Venetiarum et Istriam, necnon et cunctum ducatum Spoletinum seu Beneventanum_. Si confronti il _Docum._ I nel BORGIA, _Breve Istor._ Cod. Vatic. 3833. — È notevole cosa che, fuor di ANASTASIO, non v’ha alcun Cronista che sappia di questa donazione. Il frammento della _Vita Adriani_ nel MABILLON dice questo solo: _Carolus non destitit, donec Desiderium — exilio damnaret — resque direptas Adriano Papae restitueret_, proposizione che appartiene ad EGINARDO, quasi parola per parola.
[457] Contro questa donazione, che il CENNI, l’ORSI, il FONTANINI, il BORGIA sostengono a tutta possa, si manifestano chiaramente il MURATORI e il LA FARINA. All’opposto il SIGURD ABEL recentemente propugnò l’opinione che in fatto la donazione di Kiersy comprendesse tutti i territorî che sono specificati nella _Vita Adriani_; egli non reputa che il passo relativo vi sia stato inserito più tardi. Vedi _La caduta del reame dei Longobardi_ p. 37 e segg., e gli _Annali del reame franco sotto di Carlo Magno_ dell’istesso autore, I, 131 segg. Parimenti dice il medesimo ABEL: Il documento di donazione avrà contenuto soltanto la promessa di provvedere alla restituzione di quei possedimenti della Chiesa romana sui quali il Papa poteva far valere i suoi diritti. — Il MURATORI, il GIANNONE, il SIGONIO sono propugnatori intelligenti della potestà suprema di Carlo: _jure principatus, et ditione sibi retenta_.
[458] Fa meraviglia di trovare perfino la citazione del primo anno di patriziato nella _Epist. Hadriani ad Bertherium Viennensem Episcop._ (nel LABBÈ, _Concil._ VIII, 554): _datum Kalend. Jan. imperante piissimo Augusto Constantino, annuente Deo coronato piissimo rege Karolo, anno primo patriciatus ejus_. Peraltro questa lettera è apocrifa.
[459] _Cod. Carol._ LV, nel CENNI L, 318. Le basiliche allora erano ventotto, le diaconie sette.
[460] _Karolus gratia dei Rex Francorum et Longobardor. ac patritius Romanor._ Così nel diploma dei 9 di Giugno 776, in cui egli conferma all’abbazia di Farfa tutte le donazioni fatte dai Re longobardi: _Reg. Farfa_, n. 147. — Nei documenti però è ommesso talvolta il titolo di patrizio; così in un istromento del primo di Dicembre 774, che concerne l’abbazia di Monte Amiato, si dice soltanto: _Regnante Domino nostro Carolo Rege Francor. et Langobardorum_ (_Cod. Dipl. della Badia di san Salvadore al monte Amiato_, nella biblioteca Sessoriana di Roma).
[461] _Cod. Carol._ XLIV, nel CENNI LIX, 352: _quia ecce novus Christianissimus Dei Constantinus Imperator his temporibus surrexit, per quem omnia Deus Sanctae suae Ecclesiae... largiri dignatus est_. Nella sua lettera Adriano parla solo di patrimonî, e della _potestas_ in Italia: _Piissimo Constantino magno, per cujus largitatem S. R. Ecclesia elevata et exaltata est, et potestatem in his Hesperiae partibus largiri dignatus est_. La lettera è dell’anno 777 o, per lo meno, è anteriore al 781. La Cronologia delle quarantanove lettere di Adriano indiritte a Carlo è talvolta oscura; coll’anno 781, in cui Adriano diventò compadre di Carlo, le lettere si dividono in due parti. Tutte le lettere con intitolazione di _spiritalis compater_, sono posteriori al 781: massimamente il MURATORI, il LE COINTE e il PAGI sono in parecchi luoghi corretti dal CENNI, compiutamente poi dalla grandiosa opera del JAFFÈ.
[462] Il DÖLLINGER nella sua Dissertazione _sulla donazione di Costantino_ (_Fole pontificie del medio evo_, Monaco 1863) ha descritto l’origine e la storia di quella finzione. Egli chiarisce che fu un’invenzione di origine romana, spacciata tra l’anno 752 e il 777; soltanto più tardi si fece una versione in greco della scritta: vedi il FABRICIUS, _Bibl. Graeca_, VI, p. 5 seg. Ne fa menzione AENEAS PARISIENSIS in sull’854. Nel corso del tempo si volle compreso in questa donazione anche tutto l’Occidente. Soltanto nel secolo decimoquinto, LORENZO VALLA con critica poderosa confutò quella falsità. Il leggitore potrà inoltre trovare un giudizio assai arguto delle idee espresse in quella donazione, consultando L. K. AEGIDI, _Il Congresso de’ Principi dopo la pace di Luneville_, Berlino 1853, p. 129.
[463] Il _Castellum Felicitatis_, anticamente _Tifernum_, fu più tardi detto Città di Castello. Lo dimostra una lettera di Gregorio IX indiritta a Federico II nell’anno 1230: _Castellum Felicitatis, quod nunc dicitur Civitas de Castello:_ HUILLARD, _Hist. Dipl. Friderici II_, vol. III, 249.
[464] Il MURATORI ad ann. 776 e gli _Atti della Cronica di Farfa_. — Ad onta di quanto si legge nel _Cod. Carol._ LVIII, nel CENNI LVI, 341: _quia et ipsum Spoletinum Ducatum vos praesentialiter obtulistis protectori nostro B. Petro_, i Papisti non osarono di attribuirne al Pontefice di più che il _Dominium utile_. La Chiesa non aveva maggior diritto su Spoleto di quello che avesse sull’Istria, se anche vi possedeva dei dominî; è detto: _in partibus_ di Spoleto: p. 253 nel CENNI. — La frase _ipsum Spoletinum Ducatum_ reputo essere un’esagerazione, sebbene il FATTESCHI, _Memorie istorico diplom. riguard. la serie de’ Duchi di Spoleto_ (Camerino 1801) p. 50, affermi che al Papa fu donato il territorio, ma senza giure sovrano.
[465] _Cod. Carol._ XV, nel CENNI, LXXXIX, 480. — Il CENNI comprende persino la _Tuscia Regalis_ (che è l’odierna Toscana) nella donazione, ma senza diritti di sovranità. Egli trae quest’opinione dal _Cod. Carol._ LXV (presso di lui è la LXIII), poichè ivi il Papa dà ingiunzioni al Duce di Lucca, che questi però non ascolta. Tuttavolta anche Gregorio Magno, già al suo tempo, dava comandamenti ai Duci di Napoli e di Sardegna, senza che per ciò quei paesi fossero a lui soggetti.
[466] _Cod. Carol._ LVI, nel CENNI, LXXI, 405. — Erano vecchi di Forobono (l’antico vescovato di _Forumnovum_) prossimo all’odierno Montebono. Vedi anche la _Ep._ LXVIII, 387. Egli vi prega che fosse proceduto alla statuizione dei confini _sicut ex antiquitus fuit... signa inter partes constituentes_. Il termine romano qui ha nome di _signum_. A questa delimitazione di confini tra la Sabina e Reate s’ha riguardo anche nel _Diploma Ludovici Pii_.
[467] Vedi il FATTESCHI, loc. cit. p. 93, 248. Egli vi riporta una serie di documenti di Farfa dal 938 al 1106. Prima dell’anno 939 non si trova infatti documento di sorte nel Registro di Farfa che riguardi la Sabina. — Per esempio, all’anno 939: _Ingibaldus Dux et rector territorii Sabinensis_, e vi sono aggiunti gli anni di reggimento del Papa. All’anno 941: _Sarilonis Marchionis et Rectoris Territorii Sabinensis_ etc. Non v’ha dubbio che fossero Rettori pontificî.
[468] AGNELLUS, _Vita Mauri_, c. 2, 273 (Mauro tenne la cattedra dal 642 al 671). I _Conductores_ della Chiesa ravennate in Sicilia appaiono già intorno all’anno 444 nel celebre istromento (è il più antico che esista) che è contenuto nel MARINI, _Papir._ n. 73.
[469] _Cod. Carol._ LIV, nel CENNI LI, 322. Può darsi che tutti e due portassero addirittura titolo di _Judex_; nei luoghi minori sembra che il Papa delegasse dei _Comites_, come a _Gabellum: Cod. Carol._ LI, nel CENNI LIV, 335. Officiali pontificî nelle città portavano in generale anche il titolo di _Actores_, che spesso si ritrova nelle carte ravennati.
[470] _Cum exercitu in eandem civitatem nostram Castelli Felicitatis properans: Cod. Carol._ LX, nel CENNI, LV, 337. Le lettere che trattano della «ribellione» di Ravenna sono nel CENNI, ai num. 51, 52, 53, 54.
[471] _Sed nec nostrae paternitati displicere rectum est, qualiscumque ex nostris aut pro salutationis causa, aut quaerendi justitiam, ad vos properavit. Cod. Carol._, LXXXV, nel CENNI XCVII, 521.
[472] _Cod. Carol._, LXXV; nel CENNI LXXVI, 421 sq.
[473] Questa lettera importante è la L; nel CENNI LXI.
[474] Così all’incirca deve aver scritto, chè Adriano risponde: _Pro honore vestri Patriciatus nullus homo esse videtur in mundo, qui plus pro vestrae regalis Excellentiae decertare moliatur exaltatione, quam nostra apostolica assidua deprecatio_. Quest’è la prima volta in tutto il _Codex Carolinus_, che un Papa parli della dignità di Patrizio, ove se ne eccettui l’intitolazione nell’incominciamento delle lettere.
[475] _Quia ut fati sumus_ (così correggo a vece di _estis_), _honor Patriciatus vestri a nobis irrefragabiliter conservatur, etiam et plus amplius honorifice honoratur; simili modo ipse Patriciatus beati Petri, fautoris vestri, tam a s. recordationis Domno Pippino, magno rege, genitore vostro, in scriptis in integro concessus, et a vobis amplius confirmatus, irrefragabili jure permaneat: Cod. Carol._, LXXXV; nel CENNI, XCVII, 521. Può darsi che la lettera sia dell’anno 790.
[476] Carlo non pretese all’investitura di Roma, ma, secondo certi Atti di un Concilio lateranense dell’anno 774, il Papa avrebbe acconsentito che ei ne fosse fornito. Peraltro l’avvenimento di questo Concilio, menzionato per la prima volta da SIEGBERTO ad ann. 773, non è altro che una finzione. Vedasi il MANSI, _Suppl. Concil._, I, 721 e il PAGI, ad ann. 774, 13. Devesi poi riferire soltanto alle costituzioni posteriori all’800 quanto il _Libellus de imperatoria potestate in urbe Roma_ (_Mon. Germ._, V, 719) dice di Carlo, dopo la sua andata a Roma: _Fecitque pactum cum Romanis eorumque pontifice, et de ordinatione pontificis ut interesset quis legatus_ etc.
[477] EGINHARD, _Vita Carol._ c. 26: _Ad cujus structuram cum columnas et marmora aliunde habere non posset, Roma atque Ravenna devehenda curavit_. E il _Poeta Saxo_, vers. 439:
_Ad quae marmoreas praestabat Roma columnas,_ _Quasdam praecipuas pulcra Ravenna dedit._
_Cod. Carol._ LXVII; nel CENNI LXXXI, 439: _Nos quippe libenti animo et puro corde, cum nimio amore vestrae Excellentiae, tribuimus effectum, et tam marmora, quamque mosivum, caeteraque exempla de eodem palatio vobis concedimus auferenda_. Aggiungo che Carlo Magno fece trasportare di Ravenna ad Acquisgrana anche la statua equestre di Teodorico. Nel secolo decimo il palazzo di Ravenna era già in ruine, e Ottone II vi edificava intorno al 971 un palazzo nuovo. Vedi il FANTUZZI, ecc. Tom. V, nel Prospetto § 13.
[478] _Cod. Carol._, LXXXIV; nel CENNI LXXXIII, 459. I Veneziani (_Venetici_) avevano _praesidia_ e _possessiones_ nelle terre ravennati, ed allora già tendevano a impadronirsi di Ravenna.
[479] ANASTASIO, n. 222.
[480] _Cod. Carol._, LXV; nel CENNI LXIII: _Quia nos nec navigia habemus, nec nautas, qui eos comprehendere potuissent, tamen naves Graecorum gentis in portu civitatis nostrae Centumcellensium comburi fecimus_ etc. Nel Volume III avrò argomento di riportarmi alla Storia della marineria pontificia scritta dal GUGLIELMOTTI, bibliotecario dei Domenicani in santa Maria sopra Minerva: di questo libro è or ora incominciata la stampa[481].
[481] Il primo volume della _Storia della Marina pontificia nel Medio Evo dal 328 al 1499_ del P. ALBERTO GUGLIELMOTTI fu edito di recente (1871) a Firenze, coi tipi dei Successori Lemonnier. L’originale del secondo volume (2. ediz.) di questa Storia della città di Roma, publicavasi nel 1869. (N. del T.).
[482] Il GIANNONE ecc. tratta bellamente di questo argomento e delle relazioni con Benevento, Lib. VI, c. 1 sgg.
[483] _Cod. Carol._, LIX; nel CENNI LVII, 343 sq.: _Qualiter — proximo Martio mense adveniente, utrosque in unum conglobarent, cum caterva Graecorum et Athalgiso, Desiderii filio, et terra marique ad dimicandum, super nos irruant, cupientes hanc nostram Romanam invadere civitatem_.
[484] Dalla conquista del Friuli data la divisione dei Ducati longobardi in Contee; ma la costituzione del _gau_ e il feudalismo dei Franchi furono trapiantati in Italia: LEO, _Storia d’Italia_, III, 1, p. 206.
[485] _Cod. Carol._, LXXXIII; nel CENNI LX, p. 357 sg. La lettera è anteriore al 781, e il dubbio del MURATORI che essa possa appartenere all’anno 791, è confutato dal CENNI che la attribuisce all’anno 777. Il GIANNONE, VI, c. 1, sulle orme di CAMILLO PELLEGRINO, trae erroneamente da questa lettera la conseguenza che i Beneventani avessero preso Gaeta, donata da Carlo alla Chiesa, e che l’avessero restituita ai Greci. A fior d’evidenza si tratta qui di alcune città della Campagna (_aliquantas civitates nostras ampaniae_). Io tengo opinione che Gaeta allora fosse ancora greca, quantunque possa negarlo il FEDERICI (_Degli antichi Duchi e Consoli Ipati e della città di Gaeta_, Napoli 1791, p. 30, Introduzione).
[486] _Nos quidem pro nihilo deputamus ipsam civitatem Terracinensem_ etc., _Cod. Carol._, LXIV; nel CENNI LXV, p. 377.
[487] _Nefandissimi Neapolitani, et Deo odibiles Graeci — subito venientes, Terracinensem civitatem, quam servitio beati Petri et vestro atque nostro subjugavimus, nunc autem — invasi sunt._
[488] La frase: _Ut sub vestra atque nostra sint ditione_, e l’altra, spesse volte ripetuta, _in servitio vestro, pariterque nostro_, non è già espressione cortese, ma denota l’_altum dominium_ del Re. Sembra che la lettera sia stata scritta tosto innanzi all’anno 781. L’amicizia tra Roma e Napoli durò soltanto breve tempo. Nell’epitaffio di Cesario, figlio di Stefano duce di Napoli, è detto:
_Sic blandus Bardis eras, ut foedera Grais_ _Servare sapiens inviolata tamen._
[489] A quel battesimo ed alla presenza di Carlo in Roma hanno argomento alcuni versi che leggonsi in DOM. BOUQUET, V, 401; ivi Carlo è appellato Console. Ne tace la _Vita Adriani_. Noto in essa per lo meno due specie di redazione; la più antica descrive completamente gli avvenimenti politici fino alla caduta di Pavia: ciò che sussegue spesso non è altro che un duplice compendio dei Registri di chiese. — Può vedersi il _Chronic. Laurisham. Moissiac._ gli _Annal. Laurissenses_ e quelli di EINHARDO, ad ann. 781.
[490] EINHARDO, _Annal._ ad ann. 786, _Annal. Lauristens._, 787, TILIANI (787), il _Poeta Saxo_, ann. 786. — Il _Chronicon Mon. Casin._ I, c. 12 (nel MURATORI, _Script._ IV) riferisce le condizioni di pace. La Storia di ERCHEMPERTO scorre di volo sul reggimento di Arichi.
[491] Quindi in poi la Chiesa romana fu veramente la lupa, di cui il poeta dice:
_Ed ha natura sì malvagia e ria_ _Che mai non empie la bramosa voglia;_ _E dopo ’l pasto ha più fame che pria._
[492] _Praesertim et partibus ducatus Beneventani idoneos dirigere dignetur missos, qui nobis, secundum vestram donationem, ipsas civitates sub integritate tradere, in omnibus valeant: Cod. Carol._, LXXXI, nel CENNI, LXXXVIII, 475; XC, nel CENNI LXXXIX, 480; XCII, nel CENNI XC, 483. — _De Capua quam b. Petro — pro mercede animae vestrae, atque sempiterna memoria, cum coeteris civitatibus obtulistis_, LXXXIII, nel CENNI XCI; LXXXVI, nel CENNI XCII.
[493] Nel diploma di Lodovico il Pio (BORGIA, _Breve Istoria_ ecc. Append. III, p. 19) è detto; _in partibus Campaniae Soram, Arces, Aquinum, Arpinum, Theanum et Capuam_.
[494] Vedi la _Sacra Imper. ad Papam_, nel LABBÉ, _Concil._ VIII, 678 ecc., negli Atti del _Concil. Nicaen._ II. — Dopo l’assestamento della controversia delle imagini Adriano chiese la restituzione dei patrimonî di Sicilia e di altri luoghi, ma Bisanzio non vi diè risposta. Se ne duole il Papa nella sua lettera indiritta a Carlo (LABBÉ VIII, 1598). — La controversia delle imagini fu definita nell’anno 842 per opera dell’imperatrice Teodora, ma i _Libri Carolini_ di Carlo e di Alcuino, e il Concilio di Francoforte del 794 si pronunciarono decisamente contrarî alla adorazione (προσκύνησις) delle imagini.
[495] _Cod. Carol._ LXXXVII; nel CENNI XCI, 488: _Spatarios duos ad Patricium eum constituendum, ferentes secum vestes auro textas, simul et spatam, vel pectinem, et forcipes, sicut illi praedictus Arichisus indui et tondi pollicitus fuerat_.
[496] ERCHEMPERT. c. IV, sq. — Grimoaldo II morì nell’anno 806; i Beneventani, piangendolo, scrissero sul suo sepolcro:
_Perculit adversas Francorum saepe phalangas,_ _Salvavit patriam sed, Benevente, tuam;_ _Sed quid plura feram? Gallorum fortia regna_ _Non valuere hujus subdere colla sibi._ (ANON. DI SALERNO, c. 22.)
L’epitaffio, che vorrebbesi scritto da PAOLO DIACONO per Arichi, trovasi nell’ANONIMO DI SALERNO, c. 16, e nel PELLEGRINO, _Tumuli Princ. Longob._ nella sua _Historia Princip. Longob._, t. III, p. 305. Tanto le iscrizioni funerarie dei Principi di Benevento quanto quelle dei Consoli e dei Duci di Napoli (ivi) riescono di sussidio alla storia di quell’età, e meritano di esser lette.
[497] _Evellens portam usque ad arcum qui vocatur Tres Faccicellas:_ ANAST. n. 356. Il VIGNOLI legge più esattamente _falciclas_. Ignota è l’origine del nome, che significherebbe tre fiaccole od altrimenti tre falciuole. — Il FEA, _sulle Rovine_, p. 380, pensa che fosse l’arco vicino al san Lorenzo in Lucina, fatto abbattere da Alessandro VII nell’anno 1662, e che nel più recente medio evo era appellato «delli Retrofoli» e «di Portogallo.» I _Mirabilia_ dicono: _arcus triumphalis Octaviani ad s. Laurentium in Lucina_.
[498] _Usque ad Pontem Antonini._ Non convengo col FEA che questo ponte fosse il _Sublicius_, nè col VIGNOLI che fosse il ponte «Quattro Capi,» nel medio evo detto _Fabricii Judaeorum_. I _Mirabilia_ con esatta serie enumerano: _P. Antoninus, Gratiani, P. Senatorum_; la _Graphia_ specifica: _Neronianus ad Sassiam_ (il distrutto ponte Vaticano presso santo Spirito), _Antonini in arenula, Fabricii in ponte Judaeorum_ ecc. I _Mirabilia_ parlano di un _theatrum Antonini juxta pontem Antonini_; e l’_Ordo Roman. XI_, nel MABILLON, _Mus. Ital._, II, p. 126, fa che il Papa vada _ad majorem viam Arenulae, transiens per theatrum Antonini_. Questo teatro pertanto non può essere stato altro che quello di Balbo (presso il palazzo Cenci). Vedi il NIBBY, _Roma_ nel 1838, II, 588 ed i PLATNER e BUNSEN, III, 3, 65.
[499] _Totas civitates tam Tusciae, quamque Campaniae congregans, una cum populo Romano, ejusque suburbanis, nec non et toto Ecclesiastico patrimonio:_ ANAST., n. 236, 355.
[500] ANAST., n. 331: _Simulque in balneo juxta eandem ecclesiam sito, ubi et fratres nostri Christi pauperes, qui ad accipiendam eleemosynam in paschalem festivitatem annue occurrere et lavari solebant_; dimostrazione dell’antico costume delle lavande dei piedi che fannosi a Pasqua nel san Pietro. Anche nel Laterano era un bagno simile, che probabilmente aveva origine dagli antichi palazzi: ANAST., _Vita Stephani III_, n. 271 e _Vita Hadriani_, n. 333. — Sulla restaurazione dell’_Aqua Trajana_, vedasi ALB. CASSIO, _Corso delle acque_ ecc., I, pars. 1, n. 39, p. 359.
[501] Il CASSIO assume l’anno 776 senza esporne la ragione. Ei parla (p. 361) di una seconda restaurazione della _Trajana_ effettuata per opera di Adriano, ed è probabile che lo traesse in errore un’altra più breve notizia data da ANASTASIO, n. 346. Gli sfuggì l’avvertenza che la seconda parte della _Vita Hadriani_ consiste di una duplice redazione, per lo che ne deriva la ripetuta enunciazione degli stessi edificî.
[502] _Dum vero forma, quae Claudia vocatur, per annorum spatia demolita esse videbatur, unde et in balneis Lateranensibus de ipsa aqua lavari solebat, et in baptisterio ecclesiae Salvatoris domini nostri Jesu Christi, et in plures ecclesias in die sancto Paschae decurrere solebat:_ ANAST., n. 333. Io credo pertanto di aver colto nel vero senso con ciò che ho detto più sopra nel testo.
[503] _Sicut antiquitus abundantur, decurrere fecit:_ ibid.
[504] _Forma quae Jobia vocatur:_ ANAST., n. 332. Tal nome le è dato anche dall’ANONIMO DI EINSIEDELN. — Il CASSIO ha su questo punto un lungo e arido capitolo, I, n. 30. Ei si decide per la _Marzia_, e forse la _Jobia_ era una ramificazione dell’_Aqua Marzia_ che dava la più squisita acqua potabile di Roma, vero dono degli Dei, dice PLINIO. Il VIGNOLI, all’invece, vuol correggere _Julia_ in luogo di _Jobia_.
[505] _Forma, quae Virginis appellatur, dum annorum spatia demolita, atque ruinis plena existebat, vix modica aqua in urbem Romam ingrediente — noviter eam restauravit, et tantam abundantiae aquam effudit, ut pene totam civitatem satiavit:_ n. 336. L’ANONIMO DI EINSIEDELN vide ancora i suoi archi ruinati in vicinanza della colonna di Antonino: _forma virginis fracta_.
[506] Oggidì la proporzione dei possedimenti è la seguente: di 362 «Tenute» dell’_Ager Romanus_, persone private laiche ne possedono 236; Capitoli ecclesiastici, conventi, ospitali ed altri luoghi pii ne possedono 126. Vedi EMIDIO PITORRI ecc., p. 59.
[507] Nella collezione DEUSDEDIT, trovansi locazioni date a soldati, come a Gemmulo e ad Alfio, al primo cuoco del Papa, a notai, a donne.
[508] Sugli _Angariales_ vedi il MARINI, _Papiri_, n. XLVI, documento dell’anno 1027.
[509] Sul colonato danno illustrazioni le Lettere di SAN GREGORIO, il _Liber Diurnus_, i papiri del MARINI, i documenti di Farfa, il _Glossario_ del DUCANGE. Riferisco di una _matricola_, ossia canone enfiteutico nel territorio di Ravenna (nel MARINI, n. 137): _Colonia... praestat solidos numero... tremisses... siliquas... in xenio laridi pondo... anseres... gallinas... ova... per ebdomadam opera... lactis pondo... mellis pondo_... — Oppure: _Angariae quatuor cum bovibus et quinque a manibus_ etc.: MARINI, p. 371, a. 3. — Nei documenti di Farfa vedasi al n. 33 (nel FATTESCHI, p. 263, anno 750), una donazione di Lupo duce di Spoleto, all’Abazia di Farfa, in cui nominatamente si specificano molti coloni.
[510] La celebre _chartula manumissionis_ nell’_Ep._ 12, V, di SAN GREGORIO, in cui egli dimette in libertà due schiavi, Montana e Tommaso, fu assunta a _praeceptum libertatis_ nel _Liber Diurnus_, c. VI, tit. 21, e dice: ... _cumulo libertatis largito, ab omni servili fortuna et conditione liberum esse censemus, civemque Romanum solutum ab omni subjectionis noxa decernimus_. E il notevole testamento di Mananes dell’anno 575 (MARINI, _Pap._ n. 75, p. 116): _ingenuos esse volo civesque Romanos_. — Nel secolo ottavo trovasi nei _Reg. Farfa_, n. 94, FATTESCHI, n. XXIV: _servi et ancillae, quos pro animarum nostrarum ademptio liberos dimittimus_; ibid., n. 97, XXVIII: _Bonosulo clerico liberto nostro_; n. 148, XXXVII, anno 792: le persone sono fatte libere, ma devono prestare all’Abazia annualmente _angariae et pullos et pecus_.
[511] Questa Galeria, che oggi è in completo decadimento ed è di veduta grandemente pittoresca, conta appena novanta abitatori. Rimase senza risultamento il proposito accolto nell’anno 1830 di volerla popolare (W. GELL ecc.) — E. PITORRI (ecc. p. 18) reputa che la odierna tenuta di santa Maria di Galera o in Celsano, sia il luogo dove esistesse una delle _Domus cultae_ di papa Zaccaria.
[512] ANAST., n. 328: _seu Monasterium b. Laurentii, positum in insula portus Romani, cum vineis ei pertinentibus, simulque et lecticarium, quae vocatur Asprula_. Fa meraviglia la spiegazione che il DUCANGE dà di questa oscura parola; egli afferma chiamarsi _lecticarius_ il _fundus_, perchè vi si andava in lettiga.
[513] _Calvisianum_ è uno dei nomi antichi, dei quali molti ancora si rinvengono a quel tempo. In una iscrizione esistente nella chiesa di santa Maria in Cosmedin (secolo ottavo) e nella Collezione DEUSDEDIT, trovo ancora parola del _Fundus Pompejanus_, che è Mompeo, odierna tenuta nel Sabinate. Nel secolo ottavo durava tuttavia un _Fundus Mercurianus_. Nelle affittanze di Gregorio II trovansi un _Campus Veneris_, e terreni appellati _Hostilianum, Porcianum, Coccejanum, Pompilianum, Servilianum_ e perfino _Lucretianum_ (nel territorio Gabinate). Invece hanno suono italiano moderno: _Casa nova, Cervinariola, Casavini, Casa simiama_.
[514] Ivi la Chiesa ereditava da Leonino, prima console e duce, poi monaco, tre _unciae_ del suo patrimonio detto _Massa Aratiana_ ecc. La _Uncia_ era la duodecima parte di un _Jugerum_, ossia un tratto di terra lungo venti piedi, largo dieci.
[515] Di questa chiesa, consecrata ad un Vescovo di Brindisi, e di un convento eretto ivi presso, fa menzione una volta anche SAN GREGORIO. Due volte se ne trova cenno anche nella _Vita Benedicti III_ (ANAST., n. 559, 561), indi per l’ultima volta sotto Gregorio VII. Ancor nel secolo decimottavo se ne mostravano le ruine presso Torre del Quinto. Vedi il GALLETTI, _del Primicerio_, nota alla pag. 54.
[516] L’allevamento dei majali aveva avuto larghe proporzioni al tempo degli Imperatori, ed era considerevole anche adesso. In un diploma di Farfa (FATTESCHI, n. XXI), Teodicio, duce di Spoleto, nell’anno 764, concede a quell’Abazia la pastura estiva nei suoi boschi per duemila porci: _debeant papulare in gualdis nostris_.
[517] _In porticu — ubi et ipsi pauperes depicti sunt_; bellissimo degli ornamenti per un palazzo vescovile. Ecco l’indice delle provvisioni: per cento poverelli _decimatas vini duas_ (la _decimata_ corrisponde a sessanta libbre, dunque libbra 1-1/5 a testa), oppure _cuppam capientem calices duos_, che corrisponde ad una foglietta all’incirca; _caldaria plena de pulmento_, da cui ogni persona riceveva _carnem de pulmento_. Il _pulmentum_ non era sempre una vivanda di carni; nella _Cronica_ di BENEDETTO DA SORATTE è detto: _pulmentum ex milio factum_, vivanda fatta con farina di miglio, ossia vera _polenta_. — Intorno a _Capracorum_ (_posita in territorio Vigentano_) vedasi ANAST., n. 327, 328, 339. — Ebbi chiara idea del reggimento di queste colonie ecclesiastiche, allorchè vidi i dominî dei Certosini di Trisulti nelle campagne di Frosinone; ivi trovai sei monaci dalla bianca tonaca e dalla lunga barba, che facevano da ispettori di quelle tenute rurali, governando un popolo di mille coloni.
[518]
HANC TURREM ET PAGINE UNA. F ACTA. A MILITIAE CAPRACORUM T[=EM]. D[=OM]. LEONIS QU[=AR]. [=PP]. EGO AGATHOE (patrono della milizia).
Questa iscrizione, che ancor si vede infissa nel muro sopra la porta per cui s’entra dalla via di porta Angelica, ed un’altra iscrizione che riguarda la _Militia_ di Saltisine, leggonsi nel MARINI (Annot. n. 48, 240). Egli spiega acconciamente la parola _Pagina_ per fronte del muro posta fra due torri; nel nome di Saltisine egli si studia di scoprire il significato di _Calvisianum_.
[519] Nella _Militia_ di _Capracorum_ scorgo un raro esempio della trasformazione di coloni in liberi agricoltori. Il nome _Milites_, almeno nel secolo undecimo, è talvolta traslato dal presidio dei soldati agli oppidani (_Collez._ DEUSD. nel BORGIA, docum. I, p. 7, 8). _Capracorum_ è espressamente nominato come castello (Vedi le bolle nel MARINI, Nota I al n. 48, e n. 46, p. 73, n. 48, p. 81). — Il COPPI in una piccola scrittura intitolata: _Capracorum colonia fondata da s. Adriano I_ (Roma 1838), segue la storia delle sorti di questa terra, e pensa che l’antico _Capracorum_ sia l’odierno Campagnano, vicino a Nepi. Il MARINI ed altri si lasciano indurre dal nome di Caprarola (presso Viterbo) a cercare colà il luogo di _Capracorum_.
[520] Al cominciamento del portico (_caput porticus_) era la chiesa di santa Maria (oggidì Traspontina), che deve distinguersi da un’altra di pari nome nell’Adrianeo; ambedue Adriano elevò al grado di diaconie: ANAST., _in Adr._ n. 337: _unam quidem s. — Dei genitricis Mariae — quae sita est in Adrianio. Aliam — quae sita est — in caput porticus_. Il VIGNOLI, in vece di _Adrianio_, legge (e fa meraviglia) _Atriano_, spiegando la dizione così: _in atrio prope Vaticanum_. Le annotazioni di questo benemerito editore del _Liber Pontificalis_, il più di sovente, sono fiacche.
[521] ANAST. n. 341: _plusquam duodecim millia tufos in littore alvei fluminis in fundamentis ponens_. Se queste pietre di tufo provenivano da edifizî antichi, la devastazione dovette essere grandissima. Tufi qui significano quadroni di pietra travertina.
[522] ANAST. n. 342.
[523] ANAST. n. 356: _Portas aereas majores mirae magnitudinis decoratas studiose a civitate Perusina deducens in basilicam b. Petri Apostoli ad turrem compte erexit_. Il BUNSEN ecc. II, p. 1, p. 64, opina che la Vita di Adriano attribuisca all’opera di questo Papa anche la torre dell’atrio; essa però parla soltanto della torre che è accosto al palazzo patriarcale del Laterano: quella del san Pietro ebbe origine da Stefano II.
[524] Questa inscrizione riferisce il GRUTER, seguendo il _Cod. Palatinus_, p. 1163, n. 8. Eccone il passo:
_Tradit oves fidei Petro pastore regendas,_ _Quas vice Hadriano crederet ille sua:_ _Quin et Romanum largitur in urbe fideli_ _Vexillum famulis qui placuere sibi._ _Quod Carolus mira praecellentissimus rex_ _Suscipiet dextra glorificante Petri._
Il BUNSEN, p. 90, col PAPEBROCH, pone _Imperium famulis_ invece di _Pontificatum famulis_, come ha il GRUTER. _Pontificatum_ non avrebbe alcun significato, e, dopo che ebbi esaminato i musaici del triclinio di Leone III, io correggo senza dubbiezza il senso, scrivendo: _vexillum famulis_, e penso che su quelle lamine ne fosse rappresentato il disegno: ne parla in favore anche il _suscipiet dextra_, locchè presuppone il braccio che impugna una bandiera. La lezione _Imperium_ è preferibile naturalmente per la metrica; parimenti sotto questo riguardo non potrebbesi accogliere che solamente _vexillum_.
[525] Ivi il solo Adriano collocava sessantacinque di quei _Vela: per universos arcus ejusdem Apostolorum Principis basilicae de paliis tyriis atque fundatis fecit vela numero sexagintaquinque_. La voce _arcus_ fu usata sbadatamente; chè sulle colonne del san Pietro posava un architrave a linea retta.
[526] In progresso di tempo si continuò a illuminare la chiesa di san Pietro prima con quella lampada a croce, indi con una minore, finchè quell’uso ne fu affatto sbandito nell’anno 1814. All’età di PIETRO MALLIO (in sul 1180) ardevano ogni giorno centoquindici lampade nel san Pietro, ed egli descrive la luminaria dei giorni festivi nel Cap. VI della sua _Histor. Basil. Vatican._ — Al tempo di Adriano, o poco dopo, un pellegrino di Salzburgo compilò un elenco delle chiese romane, dove numerò tutte le cappelle e tutti gli altari che erano dentro e intorno al san Pietro. Può dirsi che questa scrittura sia la più antica descrizione della basilica Vaticana. È compresa sotto il titolo di _Notitia Ecclesiarum urbis Romae_ nel Vol. II, T. II delle _Opere_ ALCUINI, ed. Froben, p. 597.
[527] _Per unumquemque titulum viginti, et linea viginti._ — ANASTASIO ne enumera 440, locchè, al tempo di Adriano, darebbe ventidue chiese titolari a vece di ventotto. L’ANONIMO DI SALISBURGO specifica perfino solamente ventuna chiesa nella Città. — Al contrario si desume il numero di sedici diaconie in proporzione di sei tappeti per ciascuna, su novantasei. Adriano stesso fondò tre novelle diaconie, le due già menzionate di santa Maria, e quella di san Silvestro presso il Vaticano.
[528] Trovasi nel MURATORI, Dissertazione XXIV delle _Antiq. med. aevi_: fu tratto da un codice di Lucca.
[529] Lo si può raccogliere dalla biografia di Adriano e da quella di Leone III. — A significare la porpora usavasi la voce _blattyn_; _blatteus_ adopera Eutropio, e Sidonio appella _blattifer_ il Senato. _Blatta_ poi è chiamato l’insetto, del cui sangue si cava il colore cremisino. I _vela_, i _pallia_, le _vestes_, spesse volte hanno nome semplicemente dal loro colore e dalla loro stoffa, ad esempio _holoserica, alba, rosata, prasina, rubea, alythina_ o _de stauracin_ (da _storax_ oppure da σταυρος: trapunto a croci). Dalla manifattura o dagli ornati hanno queste appellazioni: _cum periclysi_ (con galloni), _de blatta ornata in circuitu de olovero_ (tutto porpora da ὸλος; e _verus, sc. color_), _de chrysoclavo cum historia_ (a bottoni o a punti d’oro), _quadrapola_ (secondo il BULENGERUS nel DUCANGE, ai quattro angoli _auro textae, aut serico, vel tabulis auroclavatis_), _fundata_ (ossia _auro textus, acu pictus_). Pei lavori d’oro e d’argento battuto, è usata la solita espressione _anaglyphus_ ossia _sculptilis_. Il Museo cristiano del Vaticano dà soltanto alcuni deboli saggi di quell’arte antica.
[530] TERTULLIANO pel primo parla del martirio di Giovanni in Roma: _in oleum igneum demersus nihil passus est, in insulam relegatur_. Vedasi il _Martyrolog. ad diem 6 Maii_. — Il discorso usitato è questo: _Ante Portam Latinam in ferventis olei dolium missus est_; così anche nei _Mirabilia_. La esatta espressione: _juxta Portam Latinam_, usata da ANASTASIO è tramutata in _ante_, e la chiesa oggidì ancora è detta «san Giovanni avanti Porta Latina» oppure «a Porta Latina.» Ne scrisse la storia il CRESCIMBENI: _L’istoria della chiesa di S. G. a P. Latina_, Roma 1716: ivi egli riferisce anche le leggende.
[531] La festività del Santo, che cade nel giorno 6 di Maggio, è di già compresa nel _Liber Sacramentalis_ di Gregorio I; credesi pertanto che la chiesa esistesse fin dal secolo quinto, e che fosse edificata sulle rovine del tempio di Diana: CRESCIMBENI l. c., II, c. 1. — Il territorio che ivi si stende tra la via Latina e la via Appia, è illustre per le tombe degli Scipioni e per i più celebri colombarî di Roma.
[532] Più sotto del tempio della Pudicizia Patricia, ed in vicinanza di esso, erano il tempio rotondo di Ercole Vittorioso e l’Ara massima. Di ciò vedi il DE ROSSI: _L’ara massima ed il tempio d’Ercole nel Foro Boario_, Roma, 1854, pag. 7. Al tempo di Sisto IV, dai ruderi di un edificio rotondo fu disotterrato il famoso Ercole capitolino scolpito in bronzo dorato: è figura disaggradevole per il suo ammanieramento, e rimonta alla età di mezzo dell’Impero.
[533] Lo si ricava dall’ANONIMO DI EINSIEDELN, il quale, additando la via che conduce al san Paolo, fa questa distinzione: _Inde per scholam Graecorum, ibi in sinistra ecclesia Graecorum_. Nell’itinerario dello stesso Anonimo si rinviene ancora la denotazione di _Schola Graeca in Via Appia_. — Si menziona in Ravenna una _Schola Graeca_ in sul 572; MARINI, _Pap._ n. CXX, 185: _Leonti Medici ab Schola Graeca_. — Nel NERINI, _de templo S. Bonif._ ecc., Append. I, il diploma di Ottone III, che ivi è riferito, dice: _seu in rippa Graeca, vel in Aventino_ etc. Vedi il CRESCIMBENI, _Istoria della Basil. di S. M. in Cosmedin_ (Roma, 1715), opera che quel canonico e custode dell’Arcadia ampliò nell’altra: _Lo Stato della Chiesa di S. M. in Cosm._, Roma, 1719.
[534] L’ANONIMO DI SALISBURGO (in ALCUINO, l. c., p. 600) enumera le seguenti chiese di Maria in Roma: _Maria Major_ (così chiamavasi di già allora la _S. Maria ad Praesepe_), _Maria antiqua, Maria rotunda, Maria transtyberim_. Non parla della _Schola Graeca_, dacchè è probabile che egli scrivesse prima dell’edificazione di Adriano. Che questa _Notitia_ fosse compilata nel secolo ottavo e non prima, ricavo da ciò che lo Scrittore conosce la cappella di santa Petronilla in san Pietro.
[535] _Diaconiam vero s. Dei Genitricis, semperque virginis Mariae Scholae Graecae, quae appellatur Cosmedin..... veram Cosmedin amplissimam a novo reparavit:_ ANAST. n. 341.
[536] NERINI, _De Coenob. ss. Bonif. et Alex._, p. 33, 37: _Monasterii S. Bonifacii — et Alexii — quod ponitur in Abentinum loco, qui dicitur Balcerna_. L’_in Cosmedin_ e l’_in Blachernis_ corrisponde, in Ravenna, al _S. Apollinaris in Classe_ e, in Roma, al _S. Georgio in Velabro_ etc. L’_in_ determinava luogo o titolo, come _in Lucina, in Damaso_ ecc., ma talvolta significava anche qualità; alcune chiese in Italia erano infatti dette _in coelo aureo_ dai loro tetti scintillanti di dorature; una chiesa di Roma è da un suo altare detta in _Ara coeli_. — Ricordo finalmente che anche Carlo magno chiamò _in Lateranis_ il suo palazzo di Aquisgrana, a ricordanza di Roma.
[537] _Maximum monumentum de Tiburtino Tufo super eam dependens per anni circulum plurimam multitudinem populi congregans — demolitus est._ È probabile che se ne adoperassero le pietre per costruire il portico del san Pietro.
[538] Nel muro del portico vedesi oggidì infissa una scultura antica che rappresenta una specie di frontispizio d’edificio ad otto arcate, colla iscrizione seguente che fu illustrata dal CRESCIMBENI:
_Honoris Dei et sanctae Dei Genitricis Mariae_ _Pontificatus Domini Adriani Papae ego Gregorius Notarius._
Ritengo quella scultura non essere altro che un arabesco di fregio ornamentale.
[539] In Roma le torri di santa Maria Nova (oggidì Francesca Romana) e dei santi Giovanni e Paolo hanno costruzione pari a quella di santa Maria in Cosmedin.
[540] _Item Bineas Tabularum 115, qui sunt in Testacio._ Devesi intendere vigneti nel _campus Testaceus_. Le _Tabulae_ sono misura di superficie dei campi. Del resto, quelle iscrizioni sono monumenti preziosissimi del latino barbarico di quell’epoca. — Oggidì Monte Testaccio è coronato di taverne, coperte di rottami di orci; gramo quadro della vita, che avrebbe ispirato un Orazio o un Hafis.
[541] Il NIBBY, _Roma nel 1838_, I, p. 32, crede che il Testaccio non sorgesse prima del secolo quarto, perocchè essendovi state scavate delle grotte, vi si trovarono delle antiche sepolture; ed opina che non si elevasse soltanto allora che quei vasi antichi erano iti fuor d’uso; può darsi che al tempo di Teodorico già fosse sorto. Al secolo terzo lo attribuisce anche il REIFFERSCHEID (_Bullettino dell’Instit. di Corrispond. Archeologica_, n. XI, Novem. 1865), e lo crede formato di vasi che riempievano i magazzini dell’emporio tiberino. Il NARDINI, _Rom._ III, _ant._ p. 320, lo fa derivare dalla corporazione dei vasai che fin dall’antichità dimorava in quelle vicinanze; ANDREA FULVIO e LUCIO FAUNO accolgono eguale opinione. Il FICORONI lo crede formato del cumulo di ruine di colombarî. Per me sono lieto che il Testaccio si celi agli sguardi degli Archeologi, ravvolgendosi entro un velame di poesia.
[542] Nella dedicazione ad Adalberga, che è preposta alla _Historia Miscella_, PAOLO celebra il genio della Principessa, dicendo: _Ipsa quoque subtili ingenio sagacissimo studio prudentium arcana rimeris, ita ut philosophorum aurata eloquia poetarum gemmea tibi dicta in promptu sint: historiis etiam seu commentis tam divinis inhaerens, quam mundanis._ — I sarcofaghi dei Principi di Benevento furono ornati con lunghe poesie. Di Arichi celebrava il Poeta:
_Quod logos et physis, moderans quod ethica pangit,_ _Omnia condiderat mentis in arce suae._
Di Romualdo:
_Grammatica pollens, mundana lege togatus._
Vedi questi epitaffi nel PELLEGRINI, l. c.
[543] Nel tom. V. _Classicor. Auctor._ del MAI, p. 420 segg., tra i _Carmina varia aevi Karolini_ trovansi parecchi epigrammi sulla grammatica, sulla rettorica, sulla dialettica, sull’aritmetica, sulla geometria, sulla musica, sull’astronomia, sulla medicina. Sono tolti da un codice del secolo decimo, che contiene poesie latine del secolo ottavo. Dappoichè in una di quelle (n. XXI) Boezio è appellato NOSTER, sembra quasi che derivino da iscrizioni poste sopra edificî di scuole di maestri romani. — Nella scuola di TOURS, in una sala dove gli amanuensi attendevano a copiare, leggevansi dei versi di ALCUINO, nei quali era raccomandata cura sollecita dell’arte loro: J. J. AMPÈRE, _Hist. littéraire de la France_ etc, III 74.
[544] _Tremulas vel vinnulas, sive collisibiles vel secabiles voces in cantu non poterant perfecte exprimere Franci, naturali voce barbarica frangentes in gutture voces_, dicono gli _Annales Lauriss._, a. 787, _Mon. Germ._ I.
[545] ANGELO MAI, nel tom. III dei _Classic. Auctor._, publicò tre Mitografi vaticani. Ancor nel secolo sesto un MARTINO, vescovo di Braga in Portogallo, scriveva un libricciuolo intitolato: _De origine idolorum_, ibid., p. 379.
[546] BENEDETTO (morto nel 725), da diacono scriveva in versi un _libellus medicinae_, ossia un epigramma sulla cura di parecchie malattie: ANGELO MAI, V, 391.
[547] _Praecellentissimos atque nitidissimos Deo dicatae regalis praecelsae scientiae vestrae mellifluos suscepimus versus, quod reserantes atque sigillatim relegentes, eorum robur cum nimio amplectimur amore: Cod. Carol._ LXXXI, nel CENNI LXXXIII, 473 (dell’anno 787).
[548] Questa epistola poetica trovasi in DOM. BOUQUET, V, 403, e nel LABBÈ _Concil._ VIII, 584, come prefazione al _Cod. Canonum_, che il Papa regalò in Roma a Carlo.
[549] La questione tanto discussa sull’origine della lingua italiana, fu anche recentemente trattata da CESARE CANTÙ: _Sull’origine della lingua Italiana_, Dissertazione, Napoli 1865. Il CANTÙ vuol dimostrare che l’italiano è una conversione naturale del latino antico. Quest’opinione, cui interamente mi associo, sarebbe suffragata dalla teoria dei trasmutamenti insegnata dal LYELL (Vedi il suo celebre libro _Dell’antichità del genere umano_, massimamente al Cap. XXIII).
[550] Mi riporto alla Dissertazione XXXII del MURATORI.
[551] Dai diplomi di Farfa e di Subiaco si ricava un ricco florilegio di barbarismi, dove, tratto tratto soltanto, si trovano effettivamente tracce di influenza longobarda (ad esempio _gualdus, guadia, burda_ etc.). Il cambiamento del _b_ e del _v_ (_bictoria, cavalli_ ecc.) è ancor più antico. Nomi di città hanno omai assunto suono italiano; in iscritture di quell’età trovo: _ad Salerno_; in Roma dicevasi già nel nominativo: _Porta Majore_; così: _casale, quod dicitur castro majore_; dopo il secolo ottavo adoperavansi di buon grado nel nominativo e nell’accusativo i casi che finivano in vocale; ad esempio: _Leonem religioso et angelico abbate — per Saburrum vel germano suo — regno tendentes Francorum — faciens quotidiana missa._ — In luogo di _meo_ usasi diggià _mio_: spesso _iri_ a vece di _ire_. — La più antica espressione volgare che io da documenti mi conosca, appartiene ad una iscrizione funeraria dell’anno 391: PITZINNINA IN PACE. Vedila nel DE ROSSI, _Inscription. Christian. urbis Rom._, I, n. 404.
[552] PROCOPIO, _De Bello Goth._ IV, 27, si esprime così: τῶν ἐπὶ τοῦ παλατίου φυλακῆς τεταγμένων λόχων, οὕσπερ σχολὰς ὀνομάζουσιν. Vedi la illustrazione del VALESIO ad lib. XIV, c. 7. AMMIAN.; ed il MURATORI, Diss. 75, p. 455, tom. VI _Antitiquit. Med. Aevi_.
[553] Nella espressione: _scholae cum patronis_, che trovasi spesso in ANASTASIO, reputo doversi intendere i patroni della milizia, non come officiali della corporazione, nè come condottieri militari, ma quai socî di onore, nel senso spiegato nel testo. Può darsi che anche il vessillo della _schola_ fosse affidato al patrono in segno di onoranza.
[554] In alcuni documenti del convento di santo Erasmo, che appartengono al secolo nono e al decimo, _publicus numerus seu bandus_, nel significato di corporazione, è posto allato dei _loca pia_. La formula barbarica è così concepita: _qui si filiis, aut nepotem minime fuerint, duobus etiam extraneis personis cui voluerint relinquendi habeant licentiam, excepto piis locis vel publicis numero militum seu bando:_ GALLETTI, _del Primic._, p. 137, 179, 189, 191. Il predicato _publicus_ appartiene al _numerus_, come si pare dalla frase seguente: _vel publico numero militum seu bando: Dipl._ VI, 191; _Registro di Subiaco_, p. 140, e MARINI, _Pap._ n. 136. Suppongo che questi beni di proprietà del _publicus numerus militum_ oggi corrisponderebbero al concetto di beni comunali cittadini.
[555] La Collezione DEUSDEDIT chiama i cittadini romani col nome di _Milites_; e lo stesso Carlo magno era _Miles_ della Chiesa.
[556] Questo significato dei _Numeri_ fu svolto egregiamente dal BETHMANN-HOLLWEG: _Origine delle libertà municipali in Lombardia_, Bonna 1846, p. 182 sgg.
[557] Da ciò che avveniva in altre città, presumo che anche in Roma esistessero di tali sodalizî. In quel tempo si fa espressa menzione soltanto di Scuole pontificie, com’erano, oltre a quella dei notai, le altre dei _vestararii_ e _cubicularii_, e dei _cantores_ col loro Priore (_Ep._ 35 _Cod. Carol._, nel CENNI 43). Le diciasette Scuole specificate nell’_Ordo Roman._ XII, nel MABILLON, _Mus. Ital._ II, 195, appartengono soltanto al secolo duodecimo. In GREGORIO, _Ep._ X, 26, si trova un passo relativo ai saponai di Napoli che fanno a lui lamentanza, perocchè il ministro greco si trattenga il tributo pagato dai socî della corporazione al momento di loro ingresso, e molesti l’_ars_ (oggidì «arte») con innovazioni: eglino protestano di non volersi discostare dai loro statuti: _adjiciens quoque pactum inter se de quibusdam rationabilibus artis suae capitulus juxta priscam consuetudinem — atque id sacramento — firmatum_ etc. — Nella _Ep._ IX, 102. Ind. 2, è fatto cenno della _ars pistoria in Hydruntum_. — Nel MARINI ecc. p. 179 e 343, si trovano i _saponarii_ di Classe; al secolo decimo ed all’undecimo, nei documenti ravennati del FANTUZZI, trovansi Scuole dei _piscatores_ e dei _negotiatores_: CARLO HEGEL ecc., I, 256.
[558] Il sistema delle corporazioni dei Romani è antico, e lo si attribuisce a Numa. Durante la Republica vi erano ammessi otto sodalizî, ed erano i _collegia_ dei _fabri aerarii_, dei _figuli_, dei _tibicines_, degli _aurifices_, dei _fabri tignarii_, dei _tinctores_, dei _sutores_, dei _fullones_, ai quali più tardi si aggiunsero anche i _pistores_. Inoltre v’erano i _collegia funeraria_, confraternite dei morti. Vedi TEOD. MOMMSEN nello scritto _De Collegiis et sodaliciis Romanor._, p. 31.
[559] Per vero dire, gli è la prima volta nel secolo duodecimo che gli Israeliti sono formalmente riuniti in una _Schola_ (_Ordo Roman._, XII, nel MABILLON, II, 195); ciò non esclude però che la loro sinagoga esistesse in ogni tempo. All’età degli Ottoni, gli Ebrei nelle solenni occasioni cantavano le laudi dell’Imperatore, come si rileva dal Rituale detto _Graphia Aureae Romae: Dominator — hebraice, graece et latine fausta acclamantibus, Capitolium aureum conscendat_.
[560] _Vita Leon. III_, n. 372: _Cunctae Scholae Peregrinorum, videlicet Francorum, Frisonum, Saxonum, atque Longobardorum_. Non si contano tra essi i Greci e gli Israeliti.
[561] MATH. WESTMONAST. ad ann. 727 (p. 137 nell’edizione del 1601): _Fecit in civitate domum, consensu, et voluntate Gregorii papae, quam scholam Anglorum appellari fecit — fecit — ecclesiam — in honorem b. virginis Mariae_ etc. Il Cronista narra all’anno 883, che Marino I, per preghiera di Alfredo, esentuò questa _Schola_ dal tributo; lo stesso fece pure Giovanni XIX, nell’anno 1031.
[562] MATH. WESTM. ad ann. 794: _Dedit ibi — sigulos argenteos de familiis singulis_. Egli stesso nella biografia di Willegod, abate di sant’Albano, narra della fondazione dello xenodochio di santo Spirito: _Qua e schola propter peregrinorum confluxum ibidem solatia suscipientium, versa est in xenodochium, quod S. Spiritus dicitur. Ad quod exhibendum, Rex Offa — denarium, qui dicitur S. Petri — concessit._ — FRANCESCO PAGI, _Brev._, p. 330. — L’ordine del santo Spirito però appartiene soltanto al primo tempo del secolo decimoterzo. Il SEVERANO, _Le sette Chiese_, p. 297, attribuisce erroneamente la chiesa di Santo Spirito ai Sassoni di Carlo, anzichè agli Anglosassoni.
[563] _Quae vocatur Schola Saxonum_: MARINI, _Pap._, n. XIII, dell’anno 854. Il _Martyrol. Roman., in SS. Tryphone, Ruspicio et Nympha_, dice: _in Saxonia_. Vedi il BARONIO ad ann. 804. La chiesa di Ina era detta in origine: _S. Dei Genetricis Mariae Schola Saxonum_.
[564] Il predicato deriva piuttosto dal quartiere degli Anglosassoni anzi che dai Sassoni tedeschi. Il PANCIROLI, _Tesori_ ecc., p. 151, sostiene a torto differente opinione, dacchè egli faccia derivare quel nome dai Sassoni confinati a Roma da Carlo. Secondo gli _Annal. Lauresham._, ann. 799, Carlo avrebbe disperso i Sassoni per varie terre, ma non è fatto espresso cenno che una loro colonia si trapiantasse a Roma. Ad ogni modo prevalevano i Frisoni, dacchè la chiesa di san Michele, intorno all’anno 854, fu detta a causa di loro: _Ecclesia S. Michaelis quae a schola Frisonorum_; così nel MARINI, _Dipl._ XIII.
[565] Ivi esiste un’iscrizione che rimonta alla fine del secolo decimoterzo, la quale attribuisce la sua edificazione a Leone IV e a Carlo magno (che ivi erroneamente sono detti contemporanei). È più probabile che Leone IV, al tempo di Lodovico II, abbia edificato questa chiesa ad onore dei Frisoni, i quali trovarono la morte nell’anno 846, quando i Saraceni assalirono il Vaticano. Fu favoleggiato che sul _Mons Palatiolus_ esistesse un palazzo di Nerone; ma questo _Palatium Neronis_ senza dubbio non era altro che il circo Vaticano. Nella piccola chiesa mirabile, è sepolto il sassone Raffaele Mengs.
[566] _Ita est autem ipsa Eccl[=a] propter tradendi sepulturas pauperes et divites nobiles et innobiles quos de ultra montanis partibus venturi cernuntur._ Così è detto in un diploma barbarico e apocrifo del secolo undecimo (nel MARINI, n. LXXI). Il predicato _in Macello_, per certo erroneamente, vi fu dato a memoria dei Cristiani uccisi nei giardini di Nerone. Si vedono ancora avanzi di questa chiesa nella parte posteriore del palazzo dell’Inquisizione. Invece, in una bolla di Leone IX dell’anno 1053, ha nome di _Ecclesia D. N. Salvatoris quae vocatur Francorum_ (_Bullar. Vatican._ I, 23 e 25).
[567] _Saxonum, Langobardorum domos ac porticum concremans:_ ANAST., _Vita Leonis IV_, n. 505.
[568] Il SEVERANO, ecc., p. 294, dice che quella chiesa apparteneva ai Longobardi, e che in origine era detta di santo Giustino. Peraltro, secondo il PANVINIO, _De basil. Vatic._, III, c. 14, una chiesa _S. Justini in monte Saccorum_, era stata destinata da Leone IV a sepoltura degli Italiani.
[569] _Cod. Carol. Ep._ XXXVI, nel CENNI XV. La successiva lettera XVI, spiega il significato di _omnis senatus: salutant vos et cunctus procerum senatus, atque diversi populi congregatio_. Nella _Ep._ XXVI (nel CENNI XL), Paolo distingue: _universi Episcopi: presbyteri etiam et cunctus — clericorum ordo_, cui corrisponde: _procerum optimatum et universi populi — congregatio_. Di questi paralleli havvene molti. Adriano scrive (_Ep._ LIX, nel CENNI 354): _Cum cuncto clero, senatu et universo nostro populo_; ma anche (_Ep._ LXIII, 368): _pro cunctis Episcopis, diversis sacerdotibus, senatu et universo — populo Francorum_. Inoltre, p. 369: _cum nostris episcopis, sacerdotibus, clero atque senatu, et universo nostro populo_. Di qui può darsi la spiegazione di quel passo della _Vita Adriani_, n. 339, in cui è detto che il Papa consecrò _Capracorum cum cuncto suo, senatuque Romano_. Nel _Chron. Moissiacen._ Ann. 804 è detto: _Seu senatu Francorum, necnon et Romanorum coronam — imposuit_. Così di Senatori franchi si parla nella _Vita Walae_ II, 561 (_Mon. Germ._ II,); nella _Domus Carolingiae genealogia_ (_Mon. Germ._ II, 308). I poeti franchi usano spesso il titolo di Senato; così nel _Carmen Frodoardi de Stephano II_, (in DOM. BOUGUET, V, 440): _Tum Rex cum regni Satrapis claroque Senatu_ etc. — oppure in ERMOLDUS NIGELLUS III (_Mon. Germ._ II, 500): _Regibus et Francis coram, cunctoque senatu_.
[570] Vedremo che in un’occasione importante, in cui per certo il Senato avrebbe fatto mostra di sè ove avesse esistito, e cioè nella elezione di Carlo a imperatore, non si fa cenno di esso. Dove nelle Croniche se ne fa parola, ha significazione identica del _Senatus Francorum_. Così la Cronica di Farfa (MURATORI II, _Script._, p. 2, 641) dice: _Carolum coronavit — et una cum omni Senatu Romano imperium illi per omnia confirmavit_.
[571] La incertezza a questo subbietto è grande. Il SAVIGNY che sostiene aver continuato le Curie antiche a durare, trova probabile «che quei Consoli altro non fossero che Decurioni» (_Dir. Rom._ I, 369); in pari tempo egli li distingue anche dal Senato, ed afferma che questo era un collegio che volgeva sue cure alla sola amministrazione della Città, e dal grembo del quale uscivano i giudici della Città e del territorio; egli opina che il Senato si conservasse ancora, ombra dell’antico Senato dell’Impero, e pretendesse a dignità illustre (p. 378). — Similmente afferma il LEO (_Storia d’Italia_, I, 191) che i Decurioni adesso si appellassero Consoli e costituissero un collegio (_Consulare_), che attendeva al governo delle proprietà civiche e all’amministrazione della giustizia civile e criminale sui cittadini. Il PAPENCORDT (p. 115) dice: «A capo del reggimento stava ognora il Senato, i cui presidî, nel grado del loro officio, avevano nome di Consoli. _Senatus_ e _Senator_ sono adesso espressioni che significano Curia e Decurioni.» Fu merito di CARLO HEGEL di avere con grande chiarezza confutato tutte queste opinioni; peraltro anche questo profondo erudito non giunge che a risultamenti negativi, e lascia nell’indeterminatezza le forme dell’amministrazione cittadina. La incertezza nel SAVIGNY si accresce per ciò che egli accoppia alla rinfusa i secoli, fino al duodecimo. Io escludo da queste considerazioni tutto ciò che esce fuori del secolo ottavo.
[572] _Vita Gregorii III_, n. 192, al Sinodo del 732, dice: _Cum cuncto clero, nobilibus etiam consulibus, et reliquis Christianis plebibus astantibus decrevit_. Nella _Vita Agathonis_, n. 142, la nobiltà a Bisanzio si denota così: _Patricii, hypati, omnesque inclyti_. Se i Consoli avessero formato in Roma un collegio cittadino, sarebbero stati menzionati nella lettera di Stefano II a Pipino (nel CENNI VIII). — Al tempo di Gregorio II si nomina ancora in Roma perfino un Ex-console Stefano (_Collect._ DEUSDEDIT, p. 12); e questo è una meravigliosa reliquia del Consolato onorario.
[573] Per il secolo ottavo trovasi nella _Vita Hadr._, n. 333: _Consul et dux Leoninus; Theodatus consul et dux_, ibid., n. 291. Così: _Theodorus dux et consul_ (_Cod. Carol._, nel CENNI, pag. 353, 356, 385). Nel secolo nono ne occorre spesso citazione nei diplomi di Farfa e di Subiaco.
[574] Se intorno all’anno 828, compare un _Johannes in Dei nomine consul et tabellio urbis_ (istromento di Subiaco nel COPPI, _Discorso sul consiglio e Senato_ ecc., p. 12), non si può dubitare che, di già nel secolo ottavo, Consoli si chiamassero i tabellioni o notai. Per i secoli nono e decimo, haccene una lunga serie nel GALLETTI, _Del Primicerio_ ecc.
[575] Nella _schola militiae_, ossia nel _florentissimus atque felicissimus Romanus exercitus_, dopo il settimo secolo può espressamente cercarsi la base anche politica della costituzione municipale romana. In tempo assai posteriore ci si para innanzi una mirabile analogia. Dopo l’anno 1356 i Romani costituirono una società di difesa: _felix societas balestrariorum et pavesatorum_; e i suoi capi, i _banderenses_, sedettero nel supremo consiglio di governo della Città (vedi il vol. VI di questa Storia). — Se la città di Roma nel secolo ottavo non fosse ricoperta di una tenebra impenetrabile, ben potremmo scorgervi che i suoi _Numeri_, ossiano reggimenti della milizia, a somiglianza di quello che avveniva in Ravenna, erano ripartiti per regioni, e che l’ordinamento militare, al paro del municipale, si associava allo scompartimento territoriale della Città.
[576] Ho già espressa l’ipotesi che i beni del _publicus numerus seu bando_ in quest’età avessero la significazione di beni comunali. Che la Città ne possedesse si pare da un passo nella _Vita Adriani_ (n. 326, 355), in cui il patrimonio civico è distinto da quello pontificio: _Totas civitates Tusciae, quamque Campaniae congregans, unacum populo Romano, ejusque suburbanis, nec non et toto Ecclesiastico patrimonio_ (precisamente si tratta dell’opera imposta pella ricostruzione delle mura della Città).
[577] GALLETTI, _del Primicer._, p. 179, 186, 190, 192, 198. Il primo _Chartularius et magister censi urb. Rom._, è dell’anno 822, giusta un istromento di Subiaco. — Il BETHMANN-HOLLWEGG, che afferma la continuazione del Senato, vuol ravvisare in quell’officiale il preside della sua cancelleria. — Il GALLETTI opina che fosse un officiale del Comune, il quale teneva i conti dei pagamenti che facevano i Romani nello scrigno comunale, e lo dichiara Archivista della Città. Anche il titolo di _exmemorialis_ gli spetta come a custode dell’Archivio: alcuni documenti di santa Maria in Trastevere dell’anno 879 (nel GALLETTI p. 192 e nel MARINI, n. 136) sono sottoscritti da _Stefanus Scriniarius Memoriali hujus Rome_, ma nel testo ei si appella _in Dei nomine consul ex Memorialis urbis Rome_. — Un tabellione o notaio della Città si sottoscrive nel MARINI, n. 93 (secolo sesto o settimo) coll’indicazione della sua residenza, ed è cosa meritevole di nota: _Ego Theudosius vh. Tabell. urbis Rom. habens stationem in porticum de Subora reg. quarta_.
[578] In ANAST., _Vita Hadr._ n. 302, si trova un _Chartularius_ mandato a Ravenna dal Papa: _Anualdi Chartularii tunc ibi existentis civis Romani_; miglior lezione è: _civitatis Romanae_. I _Chartularii_, che in Oriente erano in grandissimo onore ed erano fregiati dell’anello d’oro, fungevano spesso anche in Roma le veci di giudici pontificî, sebbene di loro istituto fossero _Chartophylaces_, ossiano custodi degli istromenti publici. Vedi il BARONIO, _Annal._ VIII, p. 26.
[579] I _Judices dativi_, giudici eletti dall’alto, trovansi in Roma soltanto nel secolo decimo, ed è perciò che io non devo qui prenderli in riguardo.
[580] Vedi il frammento: _Judicum alii sunt Palatini_ etc., in una descrizione del Laterano, attribuita a GIOVANNI DIACONO (nel secolo duodecimo), edita per la prima volta dal MABILLON, _Mus. Ital._, II, 570, indi più completamente dal BLUME, _Mus. Ren. di Giurispr._, V, p. 129 (da un codice Vaticano), ed anche dal GIESEBRECHT sulla fine del vol. I della _Storia dell’Impero tedesco_. — Non v’ha alcun dubbio che anche questa notizia appartiene al tempo di Ottone III. — Del Primicerio tratta la nota opera del GALLETTI (_Del Primicerio_), dov’egli parla anche degli altri giudici del Palazzo, ordinandoli cronologicamente. Il primo dei Primicerî ivi citati per nome è Surgenzio in sul 544, il primo Secondicerio è Mena intorno all’anno 536. — Nel secolo duodecimo esisteva in Roma una chiesa di santa Maria del Secondicerio.
[581] Così è detto di Teodato, _Consul et Dux_, nella iscrizione esistente in sant’Angelo in Pescaria, e di Eustazio duce, nella iscrizione in santa Maria in Cosmedin.
[582] _Tertius est Arcarius qui praeest tributis. Quartus Saccellarius qui stipendia erogat militibus, et Romae sabbato scrutiniorum dat eleemosynam_ etc. Dal frammento più sopra citato. — _Saccus_ era appellato il _Thesaurus fisci; Saccellarius_ il distributore del denaro che l’_Arcarius_ conservava nell’_Arca_: GALLETTI, p. 124.
[583] _Quintus est Protoscriniarius, qui praeest scriniariis quos Tabelliones vocamus:_ ibid.
[584] _Sextus primus defensor, qui praeest defensoribus, quos advocatos nominamus._
[585] _Septimus adminiculator, intercedens pro pupillis et viduis, pro afflictis et captivis._
[586] Il frammento contiene una importante notizia sulla giurisdizione dei _Judices palatini_ e dei _Judices consulares et pedanei_: ad essa avrò occasione di riferirmi in appresso. — Suppone il NIEBUHR che il numero sette dei _Judices_ abbia servito di esemplare ai posteriori sette Cardinali vescovi ed ai Principi elettori tedeschi (SAVIGNY, I, 381, e _Descriz. della Città_, I, 225).
[587] In un diploma dell’anno 857, Pipino si sottoscrive _Consul et Dux, atque Vestiarius_, accumulazione di titoli degna di osservazione (GALLETTI, _del Vestarario_, p. 38 e VENDETINI, ecc., p. 36). Di quest’officio trattano amplamente il GALLETTI (_del Vestarario_, Roma, 1758) e il CANCELLIERI (_de Secretariis_, t. I, part. 3, c. 5). Il titolo si attribuiva perfino alle mogli degli officiali; nel GALLETTI (p. 46) si parla di una _Theodora vesterarissa_. — L’officio si estinse nel secolo undecimo.
[588] La bolla è contenuta nell’_Exc. Chron. Farf._, nel MURATORI, II, p. 2, 346, e nel GALLETTI, _del Vestarario_, pag. 25 sgg.
[589] _Paulus Afiarta cubicularius et superista:_ ANAST., n. 294 — e _Gratianum eminentissimum magistrum militum, et Romani palatii egregium superistam ac Consiliarium:_ ANAST. n. 554. Sembra che più tardi il _Superista_ fosse considerato primo degli ottimati laicali. Vedi il GALLETTI, _del Primic._, p. 18, e per il secolo nono anche alcuni passi nel PAPENCORDT, p. 147.
[590] Il GIESEBRECHT, ecc., p. 805, ed altri reputano che soltanto i sette ministri fossero _Judices de clero_, ma, nella estensione di questo concetto e nella giurisdizione effettiva dei parecchi officiali, ad esempio, del _Vestiarius_, questa opinione è ad ogni modo erronea. Adriano una volta appella questi officiali di palazzo addirittura _servitia nostra_ (così nella inquisizione dell’abate Potho, _Cod. Carol._, 72, nel CENNI 78).
[591] In un istromento di Farfa è fatta menzione di un _Numerus Centumcellarum_ dell’anno 769: FRANGIPANI, _Istoria dell’antichissima città di Civitavecchia_, Roma, 1761, n. XII.
[592] Su questo argomento è degno di nota quanto è detto nel _Cod. Carol._ LIV; nel CENNI LI: _Nam praenominatas civitates — Emiliae — detinens, ibidem actores, quos voluit, constituit, et nostros, quos ibidem ordinavimus, projicere visus est. Inoltre: Noster praedecessor cunctas actiones ejusdem Exarchatus — distribuebat, et omnes actores ab hac Romana urbe praecepta earundem actionum accipiebat_ (cioè a dire i loro diplomi). — Ep. LXXXVII; nel CENNI p. 472: _petimus ut per comites vestros_ (i Franchi), _qui in Italia sunt actores_ etc.
[593] Nella lettera medesima: _Nam et judices ad faciendas justitias omnibus vim patientibus — direxit, Philippum videlicet illo in tempore presbyterum, simulque et Eustachium quondam ducem._ — Il _quondam_ si riferisce al tempo di lui che scriveva, non dell’officiale.
[594] CARLO HEGEL (I, 212, 213) ha confutato l’opinione del SAVIGNY, che i _Duces_ esercitassero soltanto giurisdizione militare; e lo fece riportando il passo di una lettera di Leone III, dell’anno 808 (_Monum._ del CENNI, II, ep. 5): _Solebat dux, qui a nobis erat constitutus per distractionem causarum tollere et nobis more solito annue tribuere — unde ipsi Duces minime possunt suffragium nobis plenissime praesentare_. Durava pertanto tuttavia il mercato degli officî, perocchè _suffragium_ fosse il denaro occorrente per ingredire in carica.
[595] A quest’argomento il MURATORI dedica un’intiera dissertazione: _Antiq. Med. Aevi_, I, V, _De ducibus atque principus antiquis Italiae_. Egli non potè raccogliere tutto il grande numero dei _Duces_.
[596] Negli Atti del Concilio dell’anno 769 si narra che, dopo l’usurpazione del pseudopapa Costantino, fu assassinato Gregorio duce. Lo si chiama _habitator provinciae Campaniae_, locchè è una formula consueta nei documenti del tempo posteriore; ad esempio: a. 1012: _Roffredo Consul et Dux Campaniae, habitator civitatis Verulanae._ — Credo di non errare, se affermo che quel Gregorio fosse Duce pontificio nella Campania. L’officio di _Consul et Dux_ si trasmutò indi in quello di _Comes Campaniae_.
[597] Nella Città sono nominati quai _Duces_: Teodato, Eustazio, Grazioso uccisore di Toto, Giovanni fratello di Stefano (_Vita Hadr._, n. 297), Teodoro nepote di Adriano, Crescenzio e Adriano delegati per Benevento (_Cod. Carol._, ep. 92; nel CENNI p. 496); finalmente Costantino e Paolo (_Cod. Carol._, ep. 94; nel CENNI, p. 501). Accusati innanzi a Carlo, questi ultimi sono a lui raccomandati dal Papa come _duces nostri vestrique_, e _fideles erga B. Petri Apostolorum principis vestri, nostrique servitium_.
[598] Nei registri delle fittanze di Gregorio II trovansi parecchi Tribuni che sembrano appartenere alla Campania o alla Tuscia, e, una volta, si trova il titolo attribuito ad una femmina: _Studiosae Tribunae seu Petro jugalibus_ (_Collect._ DEUSD., p. 10). Nei documenti del secolo ottavo, non comparisce l’associazione di _Consul et tribunus_, come avviene più tardi. — Trovammo Gracilis tribuno in Alatri, e Leonato in Anagni: _Vita Hadr._, n. 297; _Vita Stephani_, n. 273. — Nel _Cod. Carol._, _ep._ LIV, nel CENNI p. 335, si nomina fra le città dell’Emilia un _Tribunatus decimus_, locchè dimostra che in alcuni distretti il governo era affidato a Tribuni.
[599] _Dominicum — comitem constituimus in quandam brevissimam civitatem Gabellensem, praeceptum ejus civitatis_ (ossia investitura dell’officio) _illi tribuentes_. Potrebbe pertanto paragonarsi ad un gastaldo. _Cod. Carol._ LI, nel CENNI LIV.
[600] ANAST. _Vita Hadr._, n. 333: _alias sex uncias a Petro Comite_ etc. E nella _Collect._ DEUSD., p. 11: _Anastasius, Philicarius Comites_, ai quali erano locati dei _fundi_.
[601] In questo riassunto io seguo la _Tabula Chorographica_ di GIOV. BARRETTA, che è pur sempre il miglior lavoro in tale argomento. La _Geographia Sacra_ di CAROLO A SAN PAULO _cum notis_ LUCAE HOLSTENII, Amsteld. 1704, nel complesso chiarisce poco, e l’_Italia Sacra_ dell’UGHELLI, al paro dell’_Italia Ant._ del CLUVER, giova assai più per notizia di singole città, di quello che per la determinazione dei confini dei paesi.
[602] La via Aurelia, al di là di Centumcellae, fu diseppellita in quei secoli. Da essa l’ANONIMO DI RAVENNA (circa nel secolo settimo) determina quasi tutta la Toscana; n. XXXVI: _Item juxta Romam, Via Aurelia_ etc. — Per la prima volta trovo _Via Flaminea quae vocatur Campana_ in un documento dell’archivio di santa Maria in Trastevere: è dell’anno 879, n. 136 nel MARINI.
[603] Il diploma di Lodovico il Pio enumera nelle _Tusciae partibus: Portum, Centumcellae, Caere, Bleda, Marturanum, Sutrium, Nepe, Cast. Gallisem, Hortam, Polimartium_; e vi aggiunge quattro città, poste al di là del Tevere, ch’erano Ameria, Todi, _Narnia_ ed _Otriculum_: per ragione di territorio esse appartenevano all’Umbria ed alla Sabina. Inoltre il diploma specifica: _Perusia cum tribus insulis suis, id est majorem et minorem Pulvensim_.
[604] Agli Atti del Concilio del 769 apponevano loro sottoscrizioni Pietro di _Caere_, Maurino di _Poli Martium_, Leone di _Castellum_ (Civita Castellana, oppure _Castellum Amerinum_, ovverossia _Gallesii_?), Adone di _Horta_, il Vescovo di _Centumcellae_, Bono di _Marturianum_, Gregorio di Silva Candida, Potho di Nepi e Cidonato di Porto.
[605] Così dichiara anche PAOLO DIACONO, _De gest. Langob._ II, c. 17. — CAMILLO PEREGRINO, _Antiq. Capuae_, p. 77, e, accedendo a lui, DOMENICO GEORGIO, _De antiq. Italiae metropolibus_ (Roma 1722), c. VII, 88, opinano che, dopo il tempo di Gregorio I, la Campania fosse distinta in Romana e in Capuana: la prima, dalla Città si stendeva fino a Terracina, la seconda aveva Capua da città capitale. Certo è per lo meno, che nel secolo ottavo il Lazio antico teneva nome di Campania.
[606] Il libro dei pellegrini, che è posto in fine delle _Opere_ di ALCUINO, dice: per la via Appia _pervenitur ad Albanam civitatem_.
[607] Allorquando l’ANON. RAVENN. enumera: _Circellis, Turres Albas, Clostris, Asturas, Antium, Lavinium, Ostia Tiberina_, egli attinge ai Geografi antichi, ed è quanto concede quella sua età; parimenti quando egli nomina _Stabium, Samum, Pompeji, Oplontis, Herculanum_. Anzio tuttavia durava colla sua chiesa maggiore di santo Ermete; e della mirabile Astura trovasi discorso di bel nuovo in un diploma del secolo decimo, nel NERINI, app. 382.
[608] PROCOPIUS, _de Bell. Goth._ I, 15; μεθ’ οὓς Καμπανοὶ ἄχρι ἵς ταρακήνην πόλιν οἰχοῦσιν, οὓς δὴ οἱ Ῥώμης ὅροι ἐκδέχονται.
[609] Il silenzio mantenuto per quelle terre fece meravigliare anzi tutti il BORGIA, _Breve Istoria_ ecc. p. 288 sgg. Egli crede che il Ducato romano abbia compreso la Campagna odierna, non la Marittima; ed in ciò sembra che la sua opinione sia suffragata dal fatto della donazione di Norma e di Ninfa. Però il diploma di Lodovico non enumera neppure Ostia, che per fermo apparteneva al Ducato. Nel Concilio dell’anno 769 sono nominati Eustazio di Albano e Pino di _Tres Tabernae_, il cui vescovato Gregorio I in antico aveva riunito con quello di Velletri; inoltre v’entra Bonifacio vescovo di _Privernum_ nelle montagne dei Volsci: tuttavolta non si parla nè di Cora, nè di _Sulmo_ (Sermoneta), nè di _Setia_.
[610] Laonde nel _Dipl. Ludovici Pii: In partibus Campaniae Signiam, Anagniam, Ferentinum, Alatrum, Patricum, Frisilinam_ (Frosinone) _cum omnibus finibus Campaniae_.
[611] Il testo originale, coll’esattezza richiesta dal tempo in cui era edito (anno 1869), qui aggiunge: «... dove attualmente, presso Ceperano, è il confine dello Stato della Chiesa...» Nella traduzione ommettiamo questo periodo, poichè avventuratamente al di d’oggi non vi sono più frontiere che scindano le terre italiane una dall’altra. (_Nota del Trad._)
[612] Nell’anno 769 apponevano loro sottoscrizioni i vescovi Sergio di _Ferentinum_, Giordano di _Signia_, Nirgozio di _Anagnia_, un innominato di Alatri.
[613] Potrebbesi accogliere col BARRETTA che la frontiera fosse costituita dal fiume Melfi al di là del Liri; ma non è che un’ipotesi.
[614] Il FATTESCHI, _Memorie_ ecc., p. 130, 131, afferma che la vera Sabina «non Romana, ma Longobardica» incominciava al fiume Allia. Di _Cures_, un tempo città capitale dei Sabini, è fatta ancor menzione da GREGORIO, _Ep._ 20, lib. II (_in Curium sabinorum territorio_); già fin d’allora era decaduta così, che egli ne riuniva il vescovato con quello di _Nomentum_. Oggidì capoluogo della Sabina è Malliano (_Manlianum_); la Sabina che è la ricchissima delle diocesi, comprende cinquanta terre borgate che sono enumerate dall’UGHELLI, I, 156.
[615] BARRETTA, n. 110; ESCHINARDI, _dell’Agro Romano_, pagina 229; UGHELLI, _Ital. Sac._ I, p. 154 segg. L’accurato FATTESCHI, _Memorie dei Duchi di Spoleto_ descrisse la Sabina p. 127, 159. La _Sabina sacra_ dello SPERANDIO in complesso mi offerse poco aiuto.
[616] EGINARDO vide scorrere le lacrime di Carlo: _sic flevit, ut filium aut si fratrem amisisset carissimum_ (_Vita Karoli M._, c. 19). — Gli _Annal. Lauresham._ ad ann. 795 dicono: _Postquam a planctu cessavit — epitaffium aureis literis in marmore conscriptum jussit in Francia fieri, ut eum partibus Romae transmitteret ad sepulturam summi pontificis Adriani ornandam_.
[617] _Annal. Laurissens._ ad ann. 796: _Leo mox, ut in locum ejus successit, misit legatos cum muneribus ad regem, claves etiam confessionis S. Petri, et vexillum Romanae urbis eidem direxit_. Parimenti il REGINON. _Chron._ (ad ann. 796), che copiò da quegli Annali; così gli _Annal._ EINHARDI ed il _Poeta Saxo_ che li tradusse in verso. — _Annal. Bertiniani; Tiliani_ ad ann. 796.
[618] _Rogavit ut aliquem de suis optimatibus Romam mitteret, qui populum Romanum ad suam fidem atque subjectionem per sacramenta firmaret: Annal._ EINHARDI.
[619] _Ep. ad Leonem Papam apud_ ALCUIN. Ed. Froben II, pars. 2, App. 559: _illique omnia injunximus, quae vel nobis voluntaria, vel vobis necessaria esse videbantur, ut ex collatione mutua conferatis, quidquid ad exaltationem S. Dei Ecclesiae, vel ad stabilitatem honoris vestri, vel Patriciatus nostri firmitatem necessarium intelligeretis... vestrum est, s. Pater, elevatis ad Deum cum Moyse manibus nostram adjuvare militiam_. — Mi tolsi licenza di significare l’idea della _Militia_ col concetto di «cavalleria» che venne in uso più tardi, ma che tuttavolta vi si acconcia ottimamente. Si noti che è discorso soltanto dell’_honor_ del Pontefice; ma _honor_ non ha qui un senso astratto, sibbene, come nella lingua feudale del posteriore medio evo, denota un diritto positivo.
[620] Per verità gli _Annal. Laurissens._ ad ann. 800, dicono: _qui benedictionis causa claves sepulcri dominici ac loci calvariae, claves etiam civitatis et montis cum vexillo detulerunt_ (oppure, secondo il _Chronic. Moissiacense_ ad ann. 801: _et montis Sion cum vexillo crucis_); ma l’EINHARDO, loro compilatore e continuatore, nulla dice delle chiavi «anche della Città,» e parla soltanto di quelle del sepolcro e del monte Calvario. — Nel secolo decimoquarto MATTIA DI WESTMINSTER (_Flores Historiar. — de reb. Britann._ ad ann. 801) narrava che il Patriarca di Gerusalemme aveva mandato a Carlo un vessillo d’argento e le chiavi dei luoghi santi (_claves locorum sanctissimorum dominicae resurrectionis_). EGINARDO, _Vita Carol._ c. 16, dice di Harun soltanto, che egli _Carolo sacrum illum et salutarem locum, ut illius potestati adscriberetur, concessit_.
[621] Io rifiuto l’opinione del LE COINTE (_Annal. Eccl. Francor._ ann. 796, n. 11), il quale crede che queste chiavi fossero gli amuleti costumati in antico; convengo invece coll’ALEMANNI (_De Lateran. parietinis_, c. 14, p. 95), il quale dice: _Sed quibus templi Vaticani aptabantur fores, vel quibus Petri monumenti adyta et penetralia servabantur_. Che questa fosse la mente di quel tempo ce ne ammoniscono i versi di TEODOLFO DI ORLEANS (DOM. BOUQUET, V, 421): egli dice a re Carlo:
_Coeli habet hic (sc. Petrus) claves, proprias te jussit habere,_ _Tu regis Ecclesiae, nam regit ille poli,_ _Tu regis ejus opes, clerum, populumque gubernas._
E i versi dei _Poeta Saxo_ del nono secolo (vers. 4, 5, ann. 796), dicono:
_Confestim claves, quibus est confessio sancti_ _Conservata Petri, vexillaque miserat urbis_ _Romuleae._
L’ALEMANNI avrebbe potuto giustificare splendidamente la sua idea con questi documenti. — I Vescovi franchi, già fin d’allora, senza più consideravano Carlo come capo e reggitore di tutta la Chiesa, e di lui il Papa era suddito.
[622] PAGI, _Critic._ ann. 796, n. IV e ann. 740, n. XI.
[623] Il PAGI appella la bandiera col nome di _vexillum s. Petri_ oppure _Ecclesiae_, e l’ALEMANNI non dice soltanto _vexillum urbis_, ma anche _patriciatus_.
[624] DE MARCA, _De Concordia_ etc. I, c. XII, n. 4: _Patricii nomen duo quaedam complectebantur, et jurisdictionem qua Reges in urbe ex consensu Pontificis et populi Romani potiebantur, et protectionem seu defensionem quam Romanae Ecclesiae polliciti erant:_ e lo segue il PAGI, anno 740, n. VIII. — Il LE COINTE s’industria di sostenere la sua opinione, che Roma fino al tempo di Leone III avesse ancora obbedito all’Imperatore greco, e pertanto nel patriziato di Carlo nulla vede fuor della _protectio_ (_Annal. Eccl. Francor._, anno 754, n. 57; anno 796, n. 15). — L’ALEMANNI vuol ravvisare nel _Patricius_ soltanto il _Defensor_ e il _filius adoptivus_ (_De Lateran. parietin._, p. 64).
[625] Prima di adesso egli si sottoscriveva: _Carolus gratia Dei Rex Francorum, vir inluster_. Vedi il MABILLON, _De re diplom._, c. II, 3, p. 73, e i _Diplomata Caroli Magni_ in DOM. BOUQUET, V.
[626] EGINHARD. _Vita_, c. 23: _Romae semel, Adriano pontifice petente, et iterum Leone successore ejus supplicante, longa tunica et clamide amictus, calceis quoque Romano more formatis utebatur._ — Il MABILLON (_Supplem. de re diplom._ c. IX, III, 39) dà la dipintura di Carlo da patrizio, traendola da un codice antico di PAOLO PETAVIO.
[627] Quest’è anche opinione del DE MARCA ecc., III, c. XI, n. 8: _Fides illa et subjectio populi Romani jure patriciatus debebatur Carolo; quam novis sacramentis adhibitis confirmari Leo cupiebat_.
[628] Il concetto di «Stato della Chiesa» nel suo senso fondamentale non si acconcia in verun modo alle condizioni di quella età. Il Papa teneva in Roma i diritti di _Dux_ (_Ducatus_), parimente come altri Vescovi conseguivano i diritti di _Comes_ (_Comitatus_).
[629] I musaici della tribuna di santa Susanna furono distrutti intorno al 1600, ma se ne conserva una copia. Le figure di Leone e di Carlo possono vedersi nell’ALEMANNI, _de Lateran. pariet._, p. 7, e nel CIAMPINI, _Veter. Mon._, II, tab. XLII. Peraltro, laddove l’ALEMANNI ombreggia il volto di Carlo soltanto di mustacchi, il CIAMPINI lo dipinge con faccia tutta piena di barba, e gli pone in capo una benda che termina in giglio. L’UGONIO vide il musaico; senza alcun fondamento egli attribuisce all’anno 800 l’età della sua costruzione.
[630] Il disegno dei musaici di Ravenna è nel CIAMPINI, _Veter. Mon._ II, tab. XXII.
[631] ANAST. _in Leone III_, n. 367: _Triclinium majus super omnia triclinia nomine suae magnitudinis decoratum_. Leone III costrusse ancora nel Laterano un’altra sala da mangiare con undici tribune, e l’ALEMANNI la appella _triclinium minus_. Questo custode della Vaticana, editore della _Historia arcana_ di Procopio che egli trasse alla luce, dedicò a quel primo triclinio la sua opera _De Lateranensibus parietinis restitutis_ (Roma, 1625), edito nuovamente a Roma nel 1756 con un’appendice. Egli fu invitato a comporla dal cardinale Francesco Barberini, nipote di Urbano VIII, che fece restaurare la tribuna di Leone. Il disegno del celebre musaico si vede oggidì nella nicchia isolata della cappella _S. Sanctorum_, perocchè, dopo la caduta della tribuna, Benedetto XIV intorno al 1743, ne facesse ivi collocare una copia fedele, ricavata col sussidio di disegni esistenti nella Vaticana.
[632] _Euntes docete omnes gentes baptizantes eos in nomine Patris, et Filii et Spiritus sancti_ ecc., e _Gloria in excelsis Deo, et in terra pax hominibus bonae voluntatis_. Nel mezzo della tribuna, il nome di Leone si avvolge intorno al monogramma di Cristo.
[633] Oggidì non v’ha alcuna scritta che denoti la figura del Papa. In questa dichiarazione io seguo l’ALEMANNI, e respingo l’opinione del MURATORI (ad. ann. 798), il quale reputa la figura del Papa essere quella di san Pietro, e quella di Costantino rappresentare Costantino V. Ancor meno sostenibile è la sentenza dell’ASSEMANNI (_Excerpta de sacr. Imag._, appendice all’ALEMANNI) che quivi fossero raffigurati Adriano e Carlo. L’ALEMANNI dimostra che la prima figura era quella di Silvestro, e il parallelismo lo manifesta chiaramente. Chi poi può credere che in questa età il Papa allogasse in un musaico del palazzo Lateranense il ritratto di un Imperatore bizantino? Il quadrato che incornicia la testa di Costantino, si spiega dal contrasto colla aureola di gloria, che cinge il capo a Silvestro, a meno che qui ed altrove non si voglia accoglierlo coll’ALEMANNI per il simbolo allegorico delle quattro virtù cardinali. Il PAGI spiega la lettera _R_, che è sopra Costantino, per _Rex_; altri, poco acconciamente, per _Roma_. Ben è la traduzione del _Basileus_ che significa autocrazia.
[634] Una moneta di Leone III, dal BARONIO falsamente attribuita di già a Leone I, tiene da un lato la scritta: _D. N. Leoni Pape_, e sul rovescio il busto di san Pietro, colla chiave che gli scende sulla spalla. Ma su di essa si elevano dei dubbi, e non le è dato accoglimento nella più recente opera di ANGELO CINAGLI intitolata: _Le Monete dei Papi descritte_ ecc. Fermo 1848. Del tempo carolino non v’hanno monete pontificie, fuor delle apocrife di Gregorio III e di papa Zaccaria. Le prime monete dei Papi che sieno giunte fino a noi, appartengono ad Adriano I, una delle quali porta ancor la leggenda: VICTORIA DNN. CONOB. — Vedasi l’opera del CINAGLI, che è più completa dei lavori del VIGNOLIO e del FIORAVANTI.
[635] Riunisco qui queste importanti sentenze: PAULI (DIACONI) _Gesta Episcop. Metens._ (_Mon. Germ._ II, 265): _Romanos praeterea, ipsamque urbem Romuleam, jam pridem ejus praesentiam desiderantem, quae aliquando mundi totius domina fuerat, et tum a Langobardis depressa gemebat, duris angustiis eximens, suis addidit sceptris_. — L’_Epitaph. Hildegardis reginae_ di PAOLO (ibid.) dice:
_Cumque vir armipotens sceptris juxisset avitis_ _Cigniferumque Padum Romuleumque Tybrim._
Il _Chron. Moissiac._ (_Mon. Germ._, I, 305) dice: _Quia ipsam Romam matrem imperii tenebat_, e, copiando da esso, la _Vita S. Willehadi_ (II, 381), _Annal. Lauresham._ ad ann. 801: _ut ipsum Carolum — regem Francorum, imperatorem nominare debuissent, qui ipsam Romam tenebat_.
[636] L’ALEMANNI cerca di dimostrare che i musaici sieno di tempo posteriore all’anno 800, e monumento così della restaurazione di Leone, come della _Translatio imperii_. Peraltro, io convengo col PAGI (ann. 796, n. VI), il quale dice, Carlo essere appellato _Dominus_ nella sua condizione di patrizio per cui esercitava in Roma la giurisdizione. — Il DE MARCA ecc., _de Concor._, III, c. XI, si esprime parimenti che i musaici fossero monumento del Patriziato, ma afferma erroneamente che il _consortium dominii_ durasse fino all’800, e perciò accoglie perfino l’idea di un _consortium imperii_. NAT. ALEXAND. (_Hist. Eccl._, dissert. 24, tom. IV), segue servilmente quelle opinioni, ed anche il GIANNONE, VI, c. 5, si fonda sul DE MARCA. Peraltro non è certo necessario di prenderla così a rigore col concetto di _Dominus_; Paolo I, già nell’anno 756, era appellato _Dominus_ dai Romani, e gli Atti del Concilio del 799 hanno queste parole ad introduzione: _Praecipiente gloriosissimo ac piissimo domino nostro Carolo_.
[637] Teodoro era _Dux et Consul_, e parecchie volte fu ambasciatore di Adriano: _Cod. Carol._, nel CENNI p. 353, 356, 359: _Theodorum eminentissimum nostrum nepotem_ (di tal guisa incomincia in Roma il nepotismo); p. 385: _Theodorum eminentissimum Consulem et Ducem, nostrumque nepotem_; p. 358: _Paschalem nostrum nepotem_.
[638] Certo è che furono massimamente i nepoti di Adriano ad eccitare la ribellione. Lo dice anche THEOPHANES, _Chronogr._, p. 399: οἱ ἐν τῇ Ῥώμῃ συγγενεῖς τοῦ μακαρίου πάπα Ἀδριανοῦ συγκινήσαντες τὸν λαόν ecc. Campulo nell’anno 754 era notaio della Chiesa; il CENNI reputa che egli fosse fratello di Pasquale (_Cod. Carol._, Ep. 78, alias 72, e Nota 5, ivi, pag. 427).
[639] _Vita Leonis_, n. 368: _Scindendo expoliantes eum, crudeliter oculos ei evellere, et ipsum, penitus coecare conati sunt. Nam lingua ejus praecisa est. — Annal. Lauresham._, ann. 799: _Romani — absciderunt linguam ejus, et voluerunt eruere oculos ejus. — Annal._ EINHARDI: _Erutis oculis, ut aliquibus visum est, lingua quoque amputata_ etc. — Il poeta ANGILBERTO dice con barocca eleganza:
_Carnifices geminas traxerunt fronte fenestras,_ _Et celerem abscindunt lacerato corpore linguam._
(_Monum. Germ._, II, 400).
[640] ALCUINO (_Ep._ XIII _ad Regem_) si contenta di dire: _Deus compescuit manus impias — volentes — lumen ejus estinguere_; e il poeta TEODOLFO (in DOMENICO BOUQUET V, 421) esclama:
_Reddita sunt? mirum est. Mirum est auferre nequisse._ _Est tamen in dubio: hinc mirer, an inde magis._
GIOVANNI DIACONO, _Chron. Episcop. S. Neap. Eccl._ del secolo nono (MURATORI, I, 2, 312), dice: _cum vellent oculos eruere — unus ei oculus paululum est laesus_. Il Papa affermò la credenza di un miracolo; egli consecrò in san Pietro un arazzo _habentem historiam caeci illuminati, et resurrectionem_ (_Vita Leon._, n. 379). Ancora in tardi tempi si rammemorava questo prodigio, e MATTIA DI WESTMINSTER narra perfino che la Madonna restituisse a papa Leone la mano che egli si era fatto troncare, poichè la aveva baciata una femmina, colla quale un tempo egli aveva avuto commercio.
[641] ANAST., n. 370, nomina Mauro Nepesino come uno dei capi oltre a Pasquale e a Campulo. Gli _Annales_ EINHARDI ad ann. 801, dicono: _Hujus factionis fuere principes Paschalis nomenculator, et Campulus saccellarius, et multi alii Romanae Urbis habitatores nobiles_. Parimenti gli _Annal. Bertinian._
[642] I messaggeri videro Roma da monte Mario:
_Culmina jam cernunt Urbis procul ardua, Romae_ _Optatique vident legati a monte theatrum._
Il frammento del poema di ANGILBERTO è nel CANISIO, II, 474, nel DUCHESNE, II, p. 188, in DOM. BOUQUET, V, p. 388, e nel PERTZ, II, p. 393. È una delle migliori poesie del tempo dei Carolingi; la vena poetica di ANGILBERTO è vivace più di quella di ALCUINO.
[643] _Exoritur clamor, vox ardua pulsat Olympum._
[644]
_Aurea namque tument per mensas vasa falerno._ _Rex Carolus simul et summus Leo praesul in orbe_ _Vescitur, atque bibunt pateris spumantia vina._ _Post laetas epulas et dulcia pocula Bacchi_ _Multa pius magno Carolus dat dona Leoni._
La miscela di idee pagane coi concetti cristiani si ripetè quasi in tutte le epoche. ALCUINO scrive (_Ep._ IX): _Mitis ab aetherio clementer Christus olympo_; nei poemi di ANGILBERTO e di TEODOLFO, Iddio è spesso chiamato _Tonans_, come all’età di ARATORE. I Poeti di Carlo si appellavano _Mopsus, Damoetas, Candidus, Flaccus, Corydon, Homerus_, come se eglino avessero appartenuto all’Arcadia di Roma. Carlo stesso prendeva nome di David. Non v’ha maggior contrasto di quello che corre tra il Carlo dei libri cavallereschi e il Carlo della storia, dal quale procedette questa prima età di rinascimento.
[645] _Falsa adversus sanctissimum Pontificem imponere crimina, et post eum ad praedictum mittere Regem: Vita Leon._ III, n. 372.
[646] ALCUIN. _Op., Ep._ XI, _ad domnum Regem: Componatur pax cum populo nefando, si fieri potest. Reliquantur aliquantulum minae, ne obdurati fugiant: sed in spe retineantur, donec salubri consilio ad pacem revocentur. Tenendum est quod habetur, ne propter adquisitionem minoris, quod majus est amittatur. Servetur ovile proprium, ne lupus rapax devastet illud. Ita in alienis sudetur, ut in propriis damnum non patiatur_. — Per _propria_ significansi certamente i diritti di Carlo su Roma, gli _aliena_ sono le cose di Sassonia, e cioè il territorio straniero del popolo sassone non peranco soggiogato. Lo ha dimostrato il DÖLLINGER nello scritto: _L’Impero di Carlo Magno e dei suoi successori_ (_Annali storici di Monaco del_ 1865).
[647] Il luogo ove avvenne l’accoglimento del Papa, fu subito innanzi a ponte Molle. ANAST., n. 372: _Tam Proceres clericorum cum omnibus clericis, quamque Optimates et Senatus, cunctaque Militia, et universus Populus Romanus — connexi ad pontem Milvium — susceperunt_.
[648] Nella inquisizione, condotta contro Potho abate di san Vincenzo sul Vulturno, che era reo di maestà, sedevano nel tribunale, fra altri, Possessore legato franco e arcivescovo, quattro Abati, Ildebrando duce di Spoleto, Teodoro duce nipote di Adriano, e gli officiali pontificî di palazzo, che erano il Bibliotecario, il Saccellario, e Campulo notaio, quel desso che ora era citato a giudizio: _Cod. Carol., Ep._ LXXII, nel CENNI LXXVIII.
[649] _Me fumo sordentia Turonorum tecta auratis Romanorum arcibus praeponere_ etc. ALCUIN. _Ep._ XIII.
[650] Questi versi degni di nota, che pronosticavano l’Imperatore, sono nel Poema CCLXXI, _Oper._ ALCUIN., ed. Parigi, 1617:
_Roma caput mundi, primi quoque culmen honoris,_ _In qua gazarum munera sancta latent._ _Quae modo dirupto plangent sua viscera foetu,_ _Per te sanet saucia membra cito..._ _Talia compescat tua, rex, veneranda potestas,_ _Rectorem regni te Deus instituit..._ _Ipsa caput mundi spectat te Roma patronum_ _Cum patre et populo pacis amore pio..._ _Rector et Ecclesiae per te rex rite regatur,_ _Et te magnipotens dextra regat Domini._ _Ut felix vivas lato regnator in orbe,_ _Proficiens facias cuncta Deo placita._
[651] _Annal. Lauriss._ ad ann. 800: _Occurrit ei pridie Leo papa et Romani cum eo apud Nomentum, duodecimo ab urbe lapide. Nomentum_ però era situato a quattordici miglia e mezzo fuor della porta. Questa antichissima terra latina portava dunque tuttavia il nome antico che si legge in VIRGILIO (_Eneide_ VI, 773). Più tardi, nel medio evo, ebbe nome di _Castrum Nomentanae_, da cui derivò l’odierna Lamentana ossia Mentana. La piccola terra fu resa illustre dalla famiglia dei Crescenzi, che combatterono in Roma, campioni della libertà, contro il Papato e l’Impero. Dopo lunga età in cui difettò di storia, _Nomentum_ ridivenne chiara negli annali dei giorni nostri, per la pugna sanguinosa che Garibaldi ivi diede, addì 3 del Novembre 1867, contro i Pontificî e i Francesi collegati, continuatore dell’antichissima lotta che fu combattuta contro quel potere temporale dei Papi, che ebbe Carlo magno a fondatore. Sto scrivendo questa pagina, in Roma, tre giorni dopo la battaglia di Mentana. Sono pur meravigliosi i raffronti di epoche lontane della storia, come sono queste del 23 di Novembre 800 e del 3 di Novembre 1867[652]!
[652] L’illustre Autore attendeva nel 1867 alla revisione di questo Volume, e ne preparava la seconda edizione, che fu publicata nell’anno 1869 (N. del T.).
[653] _Vita Leonis_ in ANASTAS., n. 374.
[654] _Qui universi dixerunt: nos sedem Apostolicam, quae est caput omnium Dei Ecclesiarum, judicare non audemus. Nam ab ipsa nos omnes, et vicario suo judicamur, ipsa autem a nemine judicatur, quemadmodum et antiquitus mos fuit. Sed sicut ipse summus pontifex censuerit, canonice obediemus. Venerabilis vero praesul inquit: praedecessorum meorum pontificum vestigia sequor_ etc. ANASTAS., n. 374.
[655] Gli _Annal. Lauresham._, ad ann. 800 (oppure i _Lambeciani_ nel MURATORI, II, 2) dicono: _Et venerunt in praesentia qui ipsum apostolicum condemnare voluerunt, et cum cognovisset rex, quia non propter justitiam, sed per invidiam eum condemnare volebant_ etc. Il Biografo di Leone tace con avvertita intenzione; gli _Annal. Lauriss._ e quelli dell’EINHARDO dicono: _Postquam nullus probator criminum esse voluit_ (meglio si legga: _potuit_) — _se criminibus purgavit_.
[656] Questa formula universale, tratta dall’_Ordo Romanus_, è nel RASPONIUS, _De Basilica et Patriarch. Lateran._, lib. IV, appendice all’ALEMANNI, p. 120; nel SIGONIO; nel BARONIO; nel LABBÉ ecc. Il fatto poi è narrato in ANAST., n. 375, negli _Annal. Lauriss._ e in quelli di EINHARDO, ad ann. 800. Gli _Annal. Lauriss. minor._ pongono la purificazione di Leone al giorno terzo innanzi il dì di Natale.
[657] ANAST. n. 374. ha soltanto: _Tunc illos comprehendentes praedicti missi magni Regis, emiserunt in Franciam_. Gli _Annal. Lauriss._, e quelli di EINHARDO, pongono il giudizio in tempo posteriore all’incoronazione di Carlo, e dicono: _Ut majestatis rei, capitis damnati sunt — exilio deportati sunt_. La sentenza fu pronunciata sullo spirare dell’anno 799. I condannati si appellarono, furono sostenuti in custodia, e, dopo che il Papa prestò il giuramento di purgazione, furono mandati in bando. La breve scrittura: _De imperatoria Potestate in urbe Roma_ (nel PERTZ, V, 719) narra per verità altre cose di Carlo: _uno die in campo Lateranensi fecit trecentos decollari_; ma tutti i Cronisti tacciono di questa fola.
[658] _Quia jam tunc cessabat a parte Graecorum nomen imperatoris, et femineum imperium apud se habebant, tunc visum est et ipso apostolico Leoni...: Annal. Lauresham._ ad ann. 801.
[659] Lo dice espressamente GIOVANNI DIACONO, _Vita s. Athanasii_ (MURAT., I, n. 2, p. 312): _Hic autem fugiens ad Carolum Regem, spopondit ei, si de suis illum defenderet inimicis, Augustali eum diademate coronaret_.
[660] Oltre alla lettera accennata, si aggiunga anche la _Ep._ 103, p. 153, colla quale ALCUINO trasmetteva a Carlo un codice della Bibbia in presente natalizio, accompagnandolo colle parole: _ad splendorem Imperialis potentiae_. Vedasi FR. LORENTZ, _Vita di Alcuino_, p. 235 sgg. Gli altri argomenti addotti dal LORENTZ non sono assai validi; io attribuisco maggiore importanza alla presenza del figliuolo di Carlo, di quello che al dono natalizio. Secondo due diplomi degli anni 780 e 781, sarebbesi diggià attribuito a Carlo il titolo di _Imperator_ prima ch’ei fosse tale; ma della genuinità di quelli, dubita il MURATORI. Vedasi la _Diplomatica Pontif._ di MARINO MARINI, p. 50.
[661] Lo dice espressamente l’imperatore Lodovico, nell’anno 871, nella sua lettera indiritta all’Imperatore greco Basilio: _Nisi Romanorum Imperator essemus, utique nec Francorum. A Romanis enim hoc nomen et dignitatem assumsimus:_ ANON. SALERNIT. c. 102. Sempre affermarono i Romani che Carlo magno ricevette la corona dal Senato e dal popolo. Nel secolo undecimo il CRONISTA DI FARFA scriveva: _Carolum coronavit — et una cum omni senatu Romano imperium illi per omnia confirmavit_ (MUR. II, 2, p. 641). Nell’anno 1328, il Parlamento dei Romani proclamava: _suas esse partes Imperium conferre, Pontificis autem consecrare, iisdem auspiciis: Carolum enim magnum tunc demum coronatum esse, postquam Populus Romanus eum imperare jussisset_ (Nicol. Burgundus, ad a. 1328).
[662] La _Vita Villehadi_ (_Mon. Germ._ II, 381) dice: _Per electionem Romani populi_; ed _electio_ non è _acclamatio_. Vedasi il _Chron. Moissiacense_ (ibid. I, 305). La frase: _Omnes majores natu Romanor._, sembra qui significare tutti gli abitatori della Città, abili a dar il voto. Il _Lib. Pontif._ dice con brevità: _Ab omnib. constitutus est imperator Romanorum_.
[663] Vedi EGINARDO, c. 28, e l’_invitus Papa cogente_ del _Poeta Saxo_.
[664] Vedasi l’opinione del Waitz, _Storia della costituzione germanica_, III, 175, e quella del DÖLLINGER nell’accennata Dissertazione _sull’Impero di Carlo Magno_.
[665] _Carolo piissimo Augusto, a Deo coronato, magno, pacifico Imperatori, Vita et Victoria._ ANASTAS. ed i Cronisti ANN. LAURESHAM. E MOISSIAC. — La prima incoronazione di un monarca, che siasi compiuta per mano di un Vescovo, fu quella dell’imperatore Leone il Trace, che avvenne per opera del Patriarca di Bisanzio, nell’anno 457.
[666] THEOPHANES (_Chronogr._ 399) dice con maligna esagerazione che Carlo fu unto dal capo alle piante: χρίσας ἐλαίῳ ἀπὸ κεφαλῆς ἕως ποιῶν καὶ περιβαλών βασιλικὴν ἐσθῆτα καὶ στέφον. La _Chronica Synopsis_ di COSTANTINO MANASSE (DOM. BOUQUET V, 397) segue quella narrazione in alcuni versi, nei quali il Greco scismatico sembra deridere lo spreco dell’olio, perocchè i Bizantini ungessero i loro Imperatori soltanto nel capo:
Ἐκ κεφαλῆς μέχρι ποδῶν ἐλαίῳ τούτον χρίει; Οὐκ οἶδα τίσι λογίσμοις ἤ ποίαις ἐπινοίαις.
[667] _A Pontifice more antiquorum Principum adoratus est: Chron. Moissiac._
[668] La questione della traslazione dell’Impero è assai dibattuta. Il BARONIO e il BELLARMINO (_De translatione imperii Romani adversus Illyricum_) ne hanno affermato l’avvenimento a beneficio dell’autorità pontificia, laddove, contrariamente alle massime dei Canonisti, sorsero oppositori il CONRIGIUS (_De imperio Romano-Germanico_), lo SPONHEIM (De ficta translatione imperii), il GOLDAST (_De translatione Imperii Romani a Graecis ad Francos_), ed altri. Ancor di recente il DÖLLINGER, nella sua Dissertazione _sull’Impero di Carlo Magno_, dimostrò ad eccellenza la falsità del concetto della traslazione. Sopra di queste teorie vedasi anche James Bryce, _the Holy Roman Empire_, p. 120 segg. — Il PÜTTER, _Specimen juris pudici et gentium Medii aevi_, Goetting., 1784, p. 34, molto esattamente afferma che il rapporto di Carlo coll’Impero derivò da unione personale. Dall’errore, dic’egli, onde si affermò che il romano Impero fosse trasferito ai Franchi ed alla Germania, discese l’altro errore della monarchia mondiale dell’Impero: _De dominio mundi_, p. 164.
[669]
Οὔτω μητρὸς καὶ θυγατρὸς μέσον ἐπέπτη σπάθη, Διχάζουσα καί τέμνουσα μετὰ θυμοῦ ῥομφαία Νεάνιν τὴν εὐπρόσωπον τῆν νεωτέραν Ῥώμην, Ἐκ τῆς ῤυότης καὶ παλαῖας καὶ τριπεμπέλου Ῥώμης. CONSTANT. MANASSE.
[670] Il rinnovellamento dell’Impero è rappresentato in una bolla di piombo, sulla quale da una parte è il ritratto di Carlo colla scritta: _Dominus Noster Karlus Pius Felix Perpetuus Augustus_; sul rovescio è figurata una porta di città, fra due torri, con sopra una croce inalberata; sotto è scritto: _Roma_, ed intorno alla cornice: _Renovatio Romani Imp._ Trovasi nel VIGNOLI, ANAST. _Vita Leonis III_, p. 254.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Le correzioni indicate a pag. 593 sono state riportate nel testo.
La notazione [=xx] indica che le lettere specificate sono sormontate da una barra.