Chapter 6 of 28 · 4741 words · ~24 min read

CAPITOLO SESTO.

§ 1.

Deodato papa nel 672. — Rinnovazione del convento di santo Erasmo. — Dono papa, 676. — Agatone papa, 678. — L’Arcivescovo di Ravenna si sottomette al primato di Roma. — Il sesto Concilio ecumenico nell’anno 680 restaura la fede ortodossa. — Pestilenza del 680. — Leggenda di san Sebastiano. — Leggenda di san Giorgio. — La basilica _in Velo Aureo_.

Il romano Deodato, figlio di Gioviniano, succedeva a Vitaliano nel pontificato, addì 11 dell’Aprile 672. Il suo reggimento, che durò quattro anni, è privo di valore per la storia di Roma[197]. Deodato era stato monaco nel convento di sant’Erasmo, e faceva restaurare quel chiostro celebre del monte Celio, che deve essere stato fondato da san Benedetto nelle case di Placido[198]. Più tardi il chiostro fu congiunto all’abazia di Subiaco, indi, in tempo incerto, perì, ed ancora sul finire del secolo decimosesto vedevansi in vicinanza del santo Stefano le sue ruine con avanzi di pitture antiche[199].

A Deodato succedeva, nel dì 2 Novembre 676, Dono o Domno, figlio del romano Maurizio; egli resse la Chiesa per poco più di un anno. Il Libro Pontificale ci fa sapere che egli lastricava l’atrio del san Pietro con grandi mattoni di marmo bianco; e poichè è difficile che una sì larga copia di ricca pietra si ricavasse da miniere di marmo, per certo la si avrà ritratta da monumenti messi a sacco: e nel medio evo si pretendeva anzi di conoscere che vi si erano adoperati i marmi del così detto sepolcro di Scipione, che era una tomba antica eretta a foggia di piramide, in prossimità del castel sant’Angelo[200].

La storia di Roma in quel tempo fu sì oscura e manchevole di avvenimenti, che la sua cronaca contiene poco più che la serie dei Pontefici, gli anni di loro reggimento e la notizia degli edificî che innalzarono. Dono passava di vita nell’Aprile dell’anno 678, e Agatone, siciliano di Palermo, diventava suo successore. Questo Pontefice era sì avventurato da confermare il primato e le leggi della fede ortodossa di Roma nell’Occidente del pari che nell’Oriente. Già al tempo di Vitaliano, il primato era stato di bel nuovo combattuto da Mauro arcivescovo di Ravenna, avvegnachè il grave livore che esisteva tra Roma e Bisanzio, lo incorasse a rifiutare soggezione al Papa romano. Erane sorto uno scisma, e Costante, che in quel tempo viveva ancora in Siracusa, lo spalleggiava per guisa che Mauro e il successore di lui Reparato, mettevano in non cale gli anatemi di Roma[201].

Tuttavolta, già al tempo di Dono, l’Arcivescovo di Ravenna aveva dovuto piegarsi a sommessione, perocchè il novello imperatore Costantino Pogonato fosse favorevole a Roma. Teodoro, succeduto a Reparato, veniva in Roma, quivi colla propria bocca rinunciava alla «autocefalia,» ossia all’autonomia che la Chiesa ravennate aveva preteso, e otteneva la consecrazione da Agatone: chè ornai da lungo tempo gli Arcivescovi di Ravenna, dopo la loro elezione, venivano in Roma per ricevervi dal Papa l’ordinazione. La vittoria riportata sopra Ravenna, che era la Chiesa maggiore d’Italia dopo quella di Roma, accresceva di altissimo valore l’autorità del Papa anche nelle relazioni sue con Bisanzio e coll’Esarcato[202]. La sua podestà, crescente ognor più, s’aggrandiva oltracciò pel trionfo che conseguiva sulla dottrina dei Monoteliti. Costantino Pogonato infatti, volendo porre un termine alla lunga controversia, indiceva un concilio ecumenico in Costantinopoli; e, ancor prima, addì 27 del Marzo 680, Agatone congregava un sinodo di Vescovi italiani, i quali eleggevano a loro deputati al concilio di Bisanzio, i Vescovi di Porto, di Reggio e di Paterno, ai quali il Pontefice aggiungeva tre Cardinali romani come legati. Nelle sue lettere commendatizie Agatone si scusava se i suoi inviati non erano nè eloquenti, nè eruditi; uomini erano che nella malvagità de’ tempi, in mezzo a’ Barbari, avevano dovuto guadagnarsi il pane col lavoro delle loro mani[203]. Questa confessione onorevole fa supporre quali fossero in quel tempo le condizioni della scienza in Roma; quei preti ineruditi però avevano tanto valore da combattere vittoriosamente in Costantinopoli a pro della dottrina ortodossa. Il celebre sesto Concilio ecumenico si aperse addì 7 del Novembre 680 nel «_Trullus_,» ossia nella sala della cupola, nel palazzo di Bisanzio. Si affermò che i decreti di Roma erano veramente conformi ai canoni; i Monoteliti defunti e i viventi dovettero abbassare le armi, ossia furono dichiarati vinti dopo una resistenza ostinatamente sostenuta per molte sessioni, dappoichè questo dramma teologico, che ebbe diciotto atti ossia _Actiones_, come in istile officiale si appellarono, durò fino al 16 di Settembre 681. Giorgio, patriarca di Costantinopoli, confessò penitente il suo errore, ma l’audace Macario di Antiochia fu deposto e cacciato in bando: su quei confessori di una sola volontà del Cristo che erano già passati di vita, su Ciro di Alessandria, su Sergio e su Pirro di Bisanzio fu scagliato solenne anatema, e le loro imagini furono cancellate dai musaici delle chiese. Lo stesso Onorio papa espiò l’arrendevolezza che aveva dimostrata verso i Monoteliti, dacchè persino sulla sua tomba si fe’ cadere condanna[204]. Indi tosto si sbattè sulla turba del popolo una gran copia di nere regnatele, per dimostrare che la Chiesa s’era nettata dell’eresia. La Cristianità fu ammaestrata oppure fu confermata nella fede delle due volontà, e la Chiesa romana ottenne reverenza quale capo dogmatico del mondo cristiano.

Nella state del 680, la peste vôtava Roma di abitatori. È probabile che il morbo infierisse anche nel resto d’Italia, avvegnaddio Paolo Diacono narri che Pavia quasi ne restasse deserta di popolo[205]. Egli racconta che per le strade della città si vedevano scorrazzare l’angelo del bene e quello del male; il primo additava con un cenno la porta delle case, l’altro con un’asta vi picchiava, e quanti colpi avventava, tanti uomini dentro morivano. Alla fine si aperse una rivelazione del cielo; cesserebbe la peste allora che nella chiesa di san Pietro _ad vincula_ fosse eretto un altare a santo Sebastiano: tosto furono fatte venire di Roma reliquie di quel Martire, e il morbo sparve[206]. Paolo Diacono parla manifestamente di una chiesa di san Pietro _ad vincula_ che esisteva in Pavia, ma i Romani più tardi s’impadronirono di questa leggenda e la riferirono alla loro propria chiesa di questo nome, dove il fatto è istoriato in un quadro del secolo decimoquinto[207].

Nella navata a sinistra di quella stessa basilica si mira tuttora un antico quadro in musaico, rozzamente lavorato in istile bizantino, che deve risalire ai tempi di Agatone. Rappresenta santo Sebastiano coperto d’abito e in figura d’uomo canuto. Fu infatti assai più tardi che il Santo venne dipinto con forme giovanili, nudo legato ad un albero e trafitto a morte dai dardi[208].

Sebastiano, cui da grandissimo tempo Roma tributava suo culto, aveva sulle catacombe di Calisto una chiesa che già esisteva ai tempi di Gregorio Magno e fu più tardi una delle sette chiese maggiori di Roma. Il Santo, giovane tribuno militare, era nativo di Narbona; confessore di Cristo fu fatto segno alle frecce degli arcieri nel palazzo imperiale, e Lucina, pia matrona, gli compose il sepolcro nelle catacombe di Calisto[209].

A lui dappresso, un altro Tribuno militare aveva già ottenuto onore di altari in Roma, ed era Giorgio di Cappadocia, martire a’ tempi di Diocleziano. Egli era, così narra la leggenda, comite nella cavalleria; arditamente sincero, egli ammoniva l’imperatore Diocleziano acciocchè desistesse dal perseguitare i Cristiani, laonde, eroe tra’ martiri, sofferse i tormenti più atroci. Un’intiera notte resse sul petto un macigno enorme, indi con orrida lentezza ebbe strappate le carni dai ferrei denti della ruota. Mentre ei sosteneva quella tortura con intrepidezza serena, scoppiavano tuoni, e i lampi squarciavano le nubi, ed una voce del cielo sclamava: «Non temere, Giorgio, io ti son presso,» e una forma bianco vestita s’avvicinava alla ruota e lo sventurato soavemente abbracciava. Quel portento scoteva l’animo dell’imperatrice Alessandra siffattamente, che ella si faceva cristiana. Tre giorni penò Giorgio posto entro un’ardente fossa di calce, ma nè quel tormento, nè gli stivaletti roventi, nè un magico veleno avevano forza di ucciderlo, chè anzi sotto gli occhi dell’Imperatore ei richiamava alla vita un morto, e una sola parola della sua bocca operava sì che nel tempio di Apollo tutti i simulacri di marmo precipitavano dai loro piedistalli. Alla perfine la sua testa cadde sotto la scure fatale del carnefice[210].

Sebastiano e Giorgio furono Santi prediletti della cavalleria, furono i Dioscuri guerrieri della mitologia cristiana[211]. L’ultimo desta la ricordanza del Perseo pagano; lo si dipingeva a cavallo, collo scudo e colla lancia, che lottava contro un dragone, dalle cui insidie liberava una vergine piangente e bella[212]. La chiesa di lui in Roma, nel Velabro ossia _Velum aureum_, dev’essere edificio di papa Leone II eretto nell’anno 682[213]. Tuttavia, già ai tempi di Gregorio I, è fatto cenno di una basilica di san Giorgio coll’addiettivo _Ad Sedem_[214].

La denominazione _Velum auri_ era venuta in uso a vece di quella antica di _Velabrum_[215]. Così precisamente appellavasi quella valle che in origine divideva il Campidoglio dal Palatino, nei tempi remoti padule, più tardi resa terreno asciutto. Ivi era il Foro boario, come ce ne avvisa la iscrizione esistente sull’Arco degli Orefici. Quel luogo è massimamente uno dei più mirabili di Roma: ivi in profonda solitudine esistono alcuni monumenti ben conservati; il poderoso _Janus Quadrifrons_; rimpetto ad esso l’arco di trionfo che gli orefici di Roma ebbero eretto ad onore dell’imperatore Settimio Severo, dei suoi figli scelleratissimi Caracalla e Geta, e di quella Giulia Pia che fu la più sventurata delle madri; in vicinanza evvi pure la Cloaca massima; e tuttora di chiare e fresche acque ivi s’allieta l’antica fonte _Juturna_, ma oggi essa porta il nome cristiano di san Giorgio[216].

Se sia vero quanto afferma la iscrizione posta sulla porta d’ingresso della chiesa antica, questa sarebbe stata in origine costruita nel luogo ove a’ tempi antichi si elevava la basilica di Tiberio Sempronio Gracco: ciò fu peraltro un’invenzione archeologica di età posteriore[217]. Entro la basilica fu compresa la porta trionfale dell’imperatore Settimio Severo, o piuttosto, in tempo più tardo, la torre della chiesa fu addossata a questo monumento.

L’edificio di Leone II (l’atrio è di costruzione più moderna) si conservò nel suo disegno fondamentale; è una piccola basilica a tre navate, con sedici colonne antiche, alcune di granito, altre di marmo. Difficilmente v’ha in Roma un’altra chiesa dove tutto spiri, al pari che in questa, un alito così ineffabile di antichissimo Cristianesimo. La sua forma originale di basilica, la sua leggiadra semplicità, i dipinti e le iscrizioni dei primi secoli, fra le quali si trovano puranco iscrizioni greche, il silenzio fantastico cui nulla quasi mai turba, il luogo di quella valle fra il Campidoglio e il Palatino, pieno di ricordanze dell’antichità romana, tutto ciò opera con fascino incantevole sull’animo di chi commosso a meraviglia la contempla. Fra tutte le basiliche romane, san Giorgio in Velabro è quella che può tenere riscontro ai piccoli templi antichi di Vesta e della _Fortuna virilis_. È cosa probabile che la tribuna della chiesa fosse adorna di musaici: ad essi più tardi furono sostituite pitture in colori; il Cristo siede sopra il globo terracqueo in mezzo a Pietro e a Paolo; a mano sinistra è Sebastiano, alla destra Giorgio che impugna un vessillo tenendosi vicino il suo cavallo[218].

Il Santo greco però non ebbe in Roma favore di popolo, perocchè i Romani fatti cristiani non cancellassero dalla loro memoria alcun’altra divinità dei loro avi più profondamente di quello che cacciassero in oblianza il dio Marte. Il popolo dunque non tributò grandi onori neppure a Giorgio che subentrava nelle veci del Dio antico; il popolo non aveva indole guerriera nè cavalleresca; i Pontefici, che fondavano e alimentavano il culto del Santo, non furono romani ma greci; e le chiese che a san Giorgio furono edificate, perirono tutte fuori di quella eretta nel Velabro[219]. Per contrario, il Santo diventò il patrono delle corporazioni di cavalieri a Genova ed a Venezia, in Ispagna, in Inghilterra e nella terra cavalleresca dei Franchi[220].

§ 2.

Leone II, papa nel 682. — Benedetto II. — Condizioni della elezione pontificia. — Giovanni V papa. — Discorde elezione alla morte di lui. — È eletto Conone. — Clero, esercito, popolo. — Sergio I papa. — L’esarca Platina viene a Roma nel 687.

Sette mesi dopo la morte di Agatone, fu eletto papa Leone II, nell’Agosto dell’anno 682. Il Libro Pontificale narra che egli ricevette l’ordinazione dai Vescovi di Ostia, di Porto e di Velletri; l’ultimo di questi fungeva le veci del Vescovo di Albano. Ne consegue che la consecrazione del Pontefice operata da quei tre Vescovi suburbani si era già costituita in costumanza canonica[221]. Leone II era greco di Sicilia. La lingua e la letteratura di Grecia erano a Roma allora cadute in tanta oblianza, che chi ne possedeva dottrina era reputato uomo d’ingegno meraviglioso; per la qual cosa il Pontefice che parlava greco e latino, rendeva tutti ammirati come se fosse stato un portento di erudizione. Egli trapassava di vita nell’estate dell’anno 683.

La lunga vacanza della santa Sede che or susseguiva, fa credere che Roma o Ravenna fossero commosse da agitazioni cittadine, avvegnachè Benedetto II, romano, fosse ordinato papa soltanto un anno dopo la morte del suo predecessore. Era legge consueta che la conferma dell’elezione di ogni Papa venisse dall’Esarca oppure direttamente dall’Imperatore; essa cagionava dispendî gravi e lunga perdita di tempo, ed oltracciò teneva il capo spirituale di Roma nella soggezione della corte imperiale. I Papi perciò da gran tempo avevano tentato di far cessare quel diritto imperiale della conferma, e di conseguire la independenza; ma ciò loro non era riuscito di ottenere, quantunque Benedetto II ricevesse un rescritto dall’Imperatore, che concedeva al clero, al popolo ed all’esercito di Roma, ossia ai tre ordini elettivi, di procedere tosto all’ordinazione del Papa che avevano scelto. Questa concessione importante non conferì però un diritto durevole; fu una larghezza che per quel breve tempo acconsentiva l’imperatore Costantino Pogonato, animato da sentimento di fede ortodossa: così infatti fu dai succeditori di lui dichiarato[222]. Può darsi che Costantino si tenesse con Benedetto II in relazioni di benevolenza personale, ma ciò alle nostre ricerche si cela; certo è che l’Imperatore faceva adottare Giustiniano ed Eraclio figli suoi dal Papa, e, secondo lo stravagante costume di quell’età, gli mandava delle ciocche di capelli di quei principi: tali simboli dell’adozione erano posti con pompa solenne in una cappella del Laterano[223].

Egli è pur un fatto assai sorprendente, la rapidità con cui in questo tempo Papi succedevano a Papi. I pontificati della durata di tredici anni e più, quali furono quelli di Gregorio Magno, di Onorio I, di Vitaliano, costituiscono un’eccezione, avvegnachè il più gran numero dei Pontefici nel secolo sesto e nel settimo, tenesse il reggimento per uno, per due o per tre anni. Che quegli uomini fossero eletti in età tardissima? o che vi fossero altre cause di una durata così breve? Non cel sappiamo. Benedetto II cessava di vivere addì 7 del Maggio 685; e, dopo di lui, un siro di Antiochia, Giovanni V, ch’era stato dapprima nunzio a Bisanzio, saliva al santo seggio, ma moriva già nel dì 1 dell’Agosto 686. Con lui incomincia una serie di Assiri o di Greci, che un dopo l’altro occuparono la sedia pontificia; nè ciò può essere stato effetto del caso, ma dimostra che l’Esarca oppure l’Imperatore dominavano adesso compiutamente la elezione dei Romani. Quando si venne a nominare il successore di Giovanni V, Roma fu divisa in due fazioni; il candidato del clero fu Pietro arciprete, quello dell’esercito Teodoro prete. Questo cosidetto esercito (_Exercitus_) radunossi nel santo Stefano sul Celio, e tenne in pari tempo presidiato il Laterano, affine di impedire che il clero potesse ivi condurre il suo eletto e lo facesse sedere sul trono vescovile. Dopo trattative lunghe fra le due parti, i chierici rinunciavano al loro candidato ed eleggevano Conone, la cui origine veniva di Tracia. I giudici (_Judices_) e gli ottimati dell’esercito vi si associavano, e bentosto l’esercito intiero vi aderiva; gli Atti della elezione erano sottoscritti dai tre ordini elettivi, indi erano spediti all’esarca Teodoro.

Da questa notizia particolareggiata, che il Libro Pontificale ci offre, si trae la conseguenza che la cittadinanza di Roma era costituita di tre grandi classi, che erano il clero, l’esercito, il popolo; e queste vedemmo specificate nel rescritto di Costantino a Benedetto II, quali ordini che avevano parte all’elezione del Pontefice. Al clero si attribuiva il predicato di _venerabilis_, all’esercito quello di _felicissimus_; non ne aveva il popolo: il clero e l’esercito massimamente erano le classi più potenti di Roma. Le aveva tratte in vita la Chiesa cristiana, che creava una casta di chierici numerosa oltre ogni proporzione e ben presto potentissima, per guisa che naturalmente tutta la popolazione dovevasi distinguere in chierici e in laici. Allorchè erano spedite al Papa le ciocche di capelli dei principi greci, accanto al clero era fatta menzione soltanto dell’esercito. E questo, che toccava ancora stipendio dall’Imperatore, come rilevammo al tempo della rivolta di Maurizio, era composto di nobili che militavano a cavallo e di cittadini agiati che si aggregavano alle file delle fanterie. L’esercito rappresentava segnatamente la classe dei ricchi; ed anzi tutto la classe dei Romani ingenui era in generale compresa sotto quel concetto[224]. Vedremo più tardi l’ordinamento particolare con cui nel secolo ottavo fu costituita la _schola militiae_ ossia il _florentissimus atque felicissimus Romanus exercitus_. Per adesso teniamo come cosa certa, che tutta la corporazione delle milizie (_Exercitus_) procedeva a dare il suo voto nella elezione, distintamente dagli «ottimati dell’esercito»; perocchè questi ne formassero l’aristocrazia cavalleresca. Gli ottimati seguirono il clero acclamando a Conone; l’esercito cedette soltanto qualche giorno dopo. Accanto ai primati dell’esercito vediamo in generale anche i _Judices_, ossiano giudici civili, e cioè tanto gli officiali publici di grado maggiore, quanto principalmente gli uomini ragguardevoli della Città, i quali avevano diritto agli officî civili e militari, ed avevano talvolta titolo di console. I _Judices_ e gli ottimati dell’esercito costituivano pertanto la nobiltà di Roma (_Optimates_ o _Axiomati_), gerarchia di officiali nelle faccende civili e in quelle della milizia: e tenevano, rispetto alla generalità dell’esercito, lo stesso grado che i _Proceres_ della Chiesa avevano rispetto alla generalità del clero[225].

Del resto i _Judices de Militia_, che formavano la nobiltà laicale, si distinguevano dai _Judices de clero_, i quali componevano il ceto di coloro che, insigniti di dignità ecclesiastiche, attendevano alla giurisdizione in un altro ordine di negozî. In questo periodo poi di tempo, una nobiltà novella aveva origine in Roma. Caduto il regno, le famiglie romane antiche s’erano, nella massima parte, estinte; avvegnachè nessuna Cronica del secolo settimo faccia più menzione dei nomi di quei patrizî che ancor s’udivano al tempo dei Goti. Sono scomparsi per sempre i Probi, i Festi, i Petronî, i Massimi, i Venanzi, gli Importuni; e invece dei loro, subentrano i nomi di nobili famiglie che hanno suono bizantino, dei Pasquali, dei Sergi, dei Giovanni, dei Costantini, dei Paoli, degli Stefani, dei Teodori, i quali durano in Roma da questa età fino al secolo nono: indubbiamente ne spiega l’origine la influenza dominante di Bisanzio. Se alcuni anche derivar potessero da battesimo, gli altri danno prova di una effettiva immigrazione di Greci, che indi in Roma ebbero assunto costume nazionale. Ed in Roma per fermo esistevano ancora dei discendenti di alcune stirpi antiche, ma formavano il numero minore; laddove nel corso dei tempi, in causa dei rapporti di proprietà, delle dignità dell’Impero e della Chiesa, e pur anche del nepotismo pontificio, nuove famiglie sorgevano: erano poi in Roma anche di quei discendenti di nobili Goti che avevano appreso le maniere della vita latina. Dalla nobiltà sceglievansi i primi officiali della Chiesa e dello Stato, in qualità di _Judices_.

Gli Atti della elezione papale di Conone furono «secondo usanza» trasmessi all’Esarca perchè ne prendesse notizia e li confermasse. Questo è prova che la concessione dell’imperatore Costantino Pogonato, di diritto non esisteva più; e per fermo Giustiniano II, che gli era succeduto nel trono bizantino, la aveva revocata. Il fatto che ora narriamo pone fuor d’ogni dubbio che gravissima influenza l’Esarca esercitava allora massimamente sulla elezione del Pontefice. Conone cadeva colpito d’infermità; da un momento all’altro aspettavasi che egli ne morisse, e l’ambizioso suo arcidiacono Pasquale con gran fretta si adoperava e brigava presso lo Esarca affine di ottenerne la successione al pontificato; e perciò offrivagli un donativo di denaro. Giovanni Platina vi assentiva, ed ai giudici «che egli nominava a Roma per amministrare la Città,» dava incarico che, come il Papa fosse morto, facessero eleggere Pasquale[226].

Morto Conone addì 21 del Settembre 687, il popolo romano di nuovo si divideva in due partiti; l’uno eleggeva l’arciprete Teodoro, l’altro sceglieva l’arcidiacono Pasquale. Amendue i competitori e le loro fazioni avevano posto sede nel palazzo Lateranense. Non abbiamo precisa contezza delle classi alle quali questa volta in particolare appartenessero le fazioni contendenti. Ma anche adesso i giudici e i primati dell’esercito si misero d’accordo coi dignitarî della Chiesa; la nobiltà temporale andò d’intesa colla nobiltà spirituale[227]. Convenivano nel voto di eleggere Sergio cardinal prete, che colla forza collocavano nel Laterano. Teodoro di buon grado gli prestava omaggio; Pasquale dava rinuncia soltanto perchè v’era astretto, ma secretamente spediva suoi messi a Ravenna e chiedeva l’aiuto dell’Esarca.

Giovanni Platina s’affrettò di venire a Roma dove capitò inaspettato[228]. Egli vi attingeva persuasione che la elezione di Sergio era avvenuta secondo il rito dei canoni e che il numero maggiore si manifestava in favore di lui, ma esigeva che l’eletto gli pagasse cento libbre d’oro, di cui aveva avuto da Pasquale promessa. Sergio, quantunque renitente, fu costretto a numerargli quella moneta, e, ottenuta in tal modo la conferma dall’Esarca, fu consecrato addì 15 del Dicembre 687. Il suo avversario Pasquale fu deposto e chiuso in un convento, ove finì i suoi giorni.

§ 3.

Sergio disapprova gli articoli del Sinodo trullano. — Lo spatario Zaccaria viene a Roma per imprigionare il papa. — I Ravennati entrano in Roma. — Relazioni di Ravenna con Roma e con Bisanzio. — Giovanniccio di Ravenna.

Anche Sergio I era siro di nazione, sebbene nato a Palermo dove il padre suo Tiberio, partito di Antiochia, aveva posto stanza. Giovinetto, era venuto in Roma a’ tempi di papa Deodato e vi si era fatto ammirare per la cultura dell’ingegno; poco a poco aveva tocco le più alte dignità e avea finalmente conseguito il titolo di cardinal prete. Egli pure imitò la fermezza energica dei suoi predecessori e si oppose alle dottrine di Bisanzio; chè tutti i Pontefici erano animati di un solo e pari intendimento, ch’era il genio di dominazione ognor sempre operoso, retaggio de’ Romani antichi trapiantato nella Chiesa[229]. L’irrequieto ingegno sofistico dei Greci era inesauribile a foggiare novelle dottrine teologiche, le quali, per quanto lieve profitto recassero di gloria o di utilità all’uman genere, tenevano tuttavia desta una vita scientifica, e ponevano le fondamenta della teologia dogmatica della Chiesa: ma i Greci mettevano inutilmente in moto tutte le loro armi per iscrollare la sede di san Pietro. Eglino s’infrangevano di contro all’intelletto di Roma, prosaico quanto pur vogliasi, ma grande; e giovavano anzi all’opera dei Papi, rivolta a costituire l’accentramento dell’Occidente.

La Città stessa ora non coltivava altro intento fuor di quello delle faccende di chiesa, e si educava a riverire nel Pontefice il capo suo. Ed invero qual era l’uomo cui questo popolo sventurato dei Romani potesse alzare il suo sguardo, se non era il Vescovo santo, che per ragione di sua autorità era il sire più potente ed anche massimamente nazionale di tutta Italia? E in breve per fermo doveva aversi manifesto indicio che egli poteva contare sull’ajuto dei Romani. Pochi anni dopo che Sergio era stato elevato al seggio pontificio tenevasi in Costantinopoli il concilio Trullano. I teologi bizantini infatti traevano fuori che il quinto ed il sesto Sinodo non avevano costituito un vero canone nelle cose di disciplina, laonde si congregava un Concilio, perchè ne ponesse il fondamento[230].

Cento e due leggi vi furono promulgate ed approvate, e vi si sottoscrivevano anche i nunzî del Papa. Ma l’occhio acuto di Sergio, cui quegli articoli erano trasmessi a Roma acciò li confermasse, vi discerse dottrine pericolose, come erano la condanna del celibato dei preti e dei diaconi, la proibizione dei digiuni del sabato, ed altre statuizioni a quel tempo tenute di grave importanza. Egli rifiutava di accedervi e vietava che gli articoli si publicassero. Allora l’Imperatore spediva un suo officiale ragguardevole a Roma, affinchè conducesse a Bisanzio due dei più illustri prelati, che furono il Vescovo di Porto e il Consiliario pontificio.

Poichè i Romani avevano tollerato quel fatto senza resistenza, credeva Giustiniano di poter osare di più; laonde spediva a Roma il suo protospatario Zaccaria, col comando di trarre prigione il Pontefice stesso. Ma i tempi di Martino erano passati per sempre; la dominazione bizantina toccava una sconfitta morale non soltanto a Roma ma in tutta Italia, e ciò dimostrava che essa qui non avrebbe potuto più lungamente tener alta la sua podestà. Appena il legato imperiale era partito per Roma affine di dare eseguimento al comando del signor suo, tosto l’esercito tutto di Ravenna sorgeva, e con esso quello del Ducato della Pentapoli e di tutte le altre terre che stavano fra Ravenna e Roma: nè già per assecondare i disegni di Bisanzio, ma sì per difendere il Papa. È questa la prima volta che vien fatta particolarmente menzione dell’esercito di Ravenna; nè lo troviamo più costituito di mercenarî greci, ma milizia cittadina animata di spiriti italiani d’independenza: ed è pure la prima volta che si parla del Ducato della Pentapoli, ossia del territorio delle cinque città marittime di Ancona, di Sinigaglia, di Fano, di Pesaro e di Rimini.

Le milizie di que’ paesi giungevano dunque su Roma, dove era già arrivato il Protospatario; costui dava ridicolmente comando che si serrassero le porte della Città, indi riparava nella camera da letto del Papa cercandovi asilo. Entrati in Roma, i Ravennati cingevano il Laterano, e con gran clamore di grida chiedevano di vedere il Papa, perocchè corresse voce che nottetempo fosse stato rapito e messo su di una nave. Il palazzo era chiuso; dentro v’era il Papa, e il Bizantino appiattato sotto il letto di lui. Può essere che a quello spettacolo miserevole tornasse al pensiero di Sergio la ricordanza del suo antecessore Martino I, la cui sorte infelice ora ne riceveva vendetta. Il Papa confortò lo Spatario dandogli fede che non gli sarebbe pur torto un capello, indi si fe’ vedere al popolo ed all’esercito che erano innanzi al Laterano e che l’accolsero con voci di gioia[231]. Benedisse ai suoi liberatori e ne acchetò le ire; e il Legato imperiale abbandonò Roma fra le fischiate e i lazzi del popolo.

Il giorno in cui quell’avvenimento si compiè, fu uno dei più memorandi nella storia de’ Papi che fino a questo punto abbiamo percorso; d’un tratto significava a che grado di potenza e di favore nazionale fosse giunta la loro autorità. Quella potenza era il risultamento di un’opera lavorata alla cheta e nel silenzio; era il frutto dell’energia con cui i Pontefici, ausiliati da’ vescovi e da’ monaci, avevano riunito le province d’Italia in un accentramento ecclesiastico, e le avevano assoggettate alla Sede santa di Roma; era la conseguenza della lunga lotta dogmatica che aveva armato Occidente contro Oriente, e delle ingerenze violente degli Imperatori bizantini nelle cose della Chiesa romana. La spedizione dei Ravennati a Roma non si spiegherebbe però tanto facilmente, se a cagionarla non avessero cooperato alcune ragioni tutt’affatto speciali. Ed invero, sotto di Leone II, fra i due Vescovi di Ravenna e di Roma era avvenuta riconciliazione sincera, e allorchè poi quei fatti accaddero (nell’anno 692 o nel 694) era arcivescovo Damiano, uomo tutto fervido dell’amore di pace. Oltracciò, il popolo di Ravenna era acerbamente irato contro la signoria bizantina, e già meditava rivolta.

Sembra che un Ravennate illustre, di nome Giovanniccio, fosse allora primo fra i cospiratori. Il vasto sapere di lui, segnatamente nella lingua greca, avevalo raccomandato al riguardo di Teodoro esarca; ne era divenuto secretario, e più tardi era stato chiamato ad un officio nella corte di Bisanzio. Giovanniccio, onorato come un portento di dottrina ed ammirato anche come poeta, tornava a Ravenna forse perchè era caduto in disgrazia: ben presto vedremo che Giorgio figlio di lui si poneva alla testa dei Ravennati sollevati. Un rivolgimento a Bisanzio precedette questa ribellione dell’Esarcato, avvegnachè il crudele Giustiniano fosse balzato dal trono da Leonzio nell’anno 695: lo si strascinò nell’ippodromo, dove con brutalità tutta bizantina gli si mozzarono il naso e le orecchie. A quella sollevazione militare si erano associati anche dei cittadini di Ravenna, nè Giustiniano sel dimenticò[232].