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CAPITOLO QUINTO.

§ 1.

Condizioni di Roma. — Inondazione del Tevere nell’anno 791. — Adriano ripara le mura della Città. — Restaura l’_Aqua Trajana_, la _Claudia_, la _Jobia_ e l’_Aqua Virgo_. — Provvede a porre colonie nella Campagna. — Condizioni dei coloni. — Le _Domus cultae_ di Adriano. — _Capracorum_.

Abbiamo fin qui considerato l’accorto e ambizioso papa Adriano, intento all’opera politica, nella quale, con gravissimo nocumento della Chiesa, d’ora in poi riposano le cure maggiori dell’officio papale: ci conviene adesso tributargli giusta lode per ciò che egli fece in beneficio della città di Roma. L’operosità in questo riguardo assunse un novello impulso, allorchè i Papi videro colmarsi i loro scrigni coi redditi cresciuti dello Stato.

Nel Dicembre dell’anno 791 Roma fu nuovamente afflitta di un’inondazione del Tevere. Le acque rovesciavano la porta Flaminia, e ne trascinavano i rottami fino ad un arco della via Lata, che era appellato _Tres Faccicellas_ o _Falciclas_[497]. Il fiume faceva ruinare l’antico _Porticus Pallacinae_, che stava in vicinanza al san Marco, e le onde si riversavano fino al ponte di Antonino, che oggi ha nome di ponte Sisto[498]. Di queste inondazioni facciamo cenno, soltanto per osservare che esse di sovente si ripetevano, perocchè non si provvedesse più ad espurgare l’alveo del fiume o ad arginarne le ripe. È cosa probabile che Adriano restaurasse le mura della Città ancor prima dell’anno 791. Quantunque Gregorio III avesse intrapreso a ripararle, il lavoro non era stato eseguito con solidità di fondamenta, od altrimenti convien dire che l’ultimo assedio di Astolfo avesse in parecchi luoghi recato grave guasto alle mura. Adriano perciò dava opera alla loro restaurazione nell’intiero circuito della Città; i coloni di tutti i patrimonî della Chiesa, tutti i comuni delle città della Tuscia romana e del Lazio, e Roma stessa, furono obbligati a contribuire al lavoro; e fu ad essi imposto di fornire una parte determinata della grandiosa opera. Dai tempi degli Imperatori in poi, la Città non aveva occupato in suo servizio una sì grande moltitudine di popolo[499]; e, dopo questa vasta restaurazione, Roma era di nuovo validamente munita, sebbene nol fosse più così fortemente e così maestrevolmente com’era stata all’età di Aureliano. Erano le mura di Adriano e le loro trecentottantasette torri che uno Scolastico, sul principio del secolo nono, vedeva e numerava, ancor prima che Leone IV cingesse di mura il territorio Vaticano. Possiamo di leggieri imaginare quanta ricchezza delle antichità di Roma andasse perduta a causa di quest’opera. Non durava più in vigore alcun editto di Imperatori che vegliasse alla salvezza dei monumenti antichi; abbandonati senza difesa, era forza che essi cedessero i loro marmi a chi voleva strapparne, e nelle cave di calce buttavansi alla rinfusa, come materia di gesso, frammenti di templi e rottami di bassi rilievi magnifici e di splendide statue.

Il Papa s’acquistava benemerenza non minore colla restaurazione di alcuni acquedotti. Dopochè Roma per il corso di dugento anni aveva sofferto bramosa penuria di acqua, Adriano, novello Mosè, dissetava adesso il suo popolo. Vedemmo che, oltre all’_Aqua Trajana_, appena uno solo degli altri acquedotti era stato restaurato. Quel canale chiuso, attraverso il quale Trajano aveva derivato le acque da alcune sorgenti prossime al lago Sabatino (oggidì lago di Bracciano), e per un cammino di trenta miglia sotto elevate volte arcuate avea tratto fino al Gianicolo, già s’appellava al tempo di Adriano _Aqua Sabatina_; molti degli archi di quell’acquedotto erano ruinati, chè senza dubbio gli avevano fatti in pezzi i Longobardi nell’ultimo assedio. Pertanto, il pozzo del san Pietro e il bagno pei pellegrini, onde usavasi in tempo di Pasqua, dovevansi fornire di acqua, che con gran fatica vi si portava entro a botti[500]. Adriano rimetteva in buono stato l’acquedotto Trajano, e può darsi che fin d’allora le sue acque in parte venissero dal lago, e non soltanto dalle sorgenti. Poichè prendiamo per vero che la Trajana fosse messa a guasto dai guerrieri di Astolfo, e poichè nella biografia di Adriano è detto che, prima del suo ristabilimento, era stata fuor d’uso da vent’anni, dobbiamo perciò accogliere l’anno 775 come il tempo della sua restaurazione[501].

San Pietro faceva di bel nuovo fluire le acque della _Trajana_; pari beneficio Giovanni Battista operava per l’_Aqua Claudia_. Nel secolo ottavo sarebbe stato, sotto qualunque riguardo, enorme cosa che Roma avesse manifestato il voto di possedere delle terme, e, perfino, la città capitale della Cristianità aveva sofferto, da lungo tempo, estremo difetto di acqua; che se, alla fine, il grido con cui ne faceva richiesta, otteneva ascolto, ciò avveniva perchè recava insopportabile pena che vuoti ne fossero i fonti battesimali delle chiese. Alcuni acquedotti degli Imperatori furono pertanto restaurati in servizio del Signore, e servirono, fuor delle chiese, da fonti pasquali, per riversare le loro acque sulle teste dei battezzandi, o sui piedi di stanchi pellegrini[502].

L’_Aqua Claudia_, prossima alla _Marzia_ era stata il più pregiato acquedotto di Roma imperiale; essa scendeva dai monti di Subiaco con un corso di trentotto miglia; le sue arcate superavano di altezza tutti gli altri acquedotti, così che, secondo il detto di Cassiodoro, le sue onde avrebbero potuto rovesciarsi sulla cima dei colli di Roma. Dopo un cammino tortuoso, la _Claudia_ giungeva alla Città presso porta Prenestina (porta Maggiore); dal suo castello, che trovavasi nei giardini di Pallade Liberta, il condotto di Nerone trasportava le acque al monte Celio, dove poneva capo al tempio di Claudio. Di colà l’acquedotto spingeva sue ramificazioni all’Aventino ed al Palatino, e per tal guisa irrigava la parte maggiore di Roma. Dopo di Costantino, la _Claudia_ aveva fornito di acque il battisterio e il bagno del Laterano, finchè i Goti ne avevano privato i Santi ed il popolo. Taluno dei predecessori di Adriano deve avervi effettuato qualche lavoro di riparazione, avvegnachè nella biografia di questo Pontefice sia detto, che essa ebbe fornito la Città di qualche po’ d’acqua, finchè il Papa la fece restaurare completamente, per modo che, come in antico, essa ne gittò in gran copia[503].

Un terzo acquedotto restaurato da Adriano, era detto _Aqua Jobia_, e lo si trova denotato con egual nome lungo la via Appia. Appena puossi decidere se fosse una ramificazione dell’_Aqua Appia_ o della _Marzia_[504]. Il quarto acquedotto era la celebre _Aqua Virgo_. Scaturiva presso la via Collatina, otto miglia lungi da Roma, e, dopo di aver raggiunto la Città a monte Pincio presso il _Murus Ruptus_, proseguiva il suo corso al di sotto di questa collina, indi, per canali e sotto di arcate, si spingeva nel campo di Marte. Agrippa ne era stato l’edificatore, ed il nome le era stato imposto da una leggenda la quale narrava, che una giovane donzella avesse guidato a questa magnifica fonte alcuni soldati che andavano in cerca di acqua: quell’appellazione conservavasi fino al secolo decimoquinto, chè allora prendeva voga il nome di Trevi. Adriano restaurò l’_Aqua Virgo_, ond’essa n’ebbe tanta abbondanza di acque che, da sola, avrebbe bastato a fornirne quasi tutta intera la Città; il campo di Marte, alla cui provvisione essa tornava necessaria, doveva essere fin d’allora abbastanza popoloso[505].

Adriano volse le sue cure anche alla Campagna di Roma. Omai l’agricoltura era messa al salvo da nuove devastazioni, dappoichè era caduto il reame dei Longobardi; e già avrebbe potuto animarsi a vita, se non l’avesse impedito la mancanza di un ceto di contadini liberi. Poco a poco, la Chiesa, i conventi, gli ospitali s’avevano abbrancato vastissime terre della Campagna. Peraltro, alcune famiglie della nobiltà cittadina vi possedevano pur sempre degli estesi latifondi, e perfino vi avevano delle proprietà le maestranze della Città[506]. La Chiesa coltivava i suoi campi da sè, oppure, ed era più di sovente, li dava in affitto a persone private. Fu buona ventura che si sia conservato il Registro delle affittanze di Gregorio II nel compendio che nel secolo undecimo ne die’ un Cardinale: è un documento importante, avvegnachè ne sia fatto conoscere la estensione dei patrimonî pontificî, e molte particolarità dei luoghi[507]. Le terre erano coltivate dai coloni, uomini di condizione semilibera, che potevano essere venduti soltanto colla terra cui erano avvinti. Pertanto erano considerati come liberi, in paragone agli schiavi ossiano _servi_, quantunque il più delle volte fossero, insieme con questi, compresi sotto il nome generico di _familia_. Secondo le loro condizioni speciali avevano nomi parecchi: _adscripticii_ erano quelli che per trent’anni o per sempre s’erano vincolati al fondo; _originarii_ i loro figli nati sul fondo; _conditionales_ e _tributales_ quelli che per patto erano tenuti a soddisfare alcune prestazioni; _mansuarii_, perocchè vivessero nella _massa_ o nel _mansus_. In documenti del secolo ottavo, le prestazioni di servigî sono dette soventi volte _opera, xenia_ o _angaria_; e l’ultima parola andò nel linguaggio comune a significare massimamente peso e oppressione[508]. Così chiamavasi l’obligo del lavoro, ossia il numero delle giornate di lavoro che colle braccia o con una coppia di buoi dovevasi prestare ad ogni settimana. Le abitazioni dei coloni appellavansi _casales, casae coloniciae_ o, tutt’insieme, _colonia_; e _curtis_, ossia cascinale, è espressione consueta di quell’età. Dalle Lettere di Gregorio rilevammo quali fossero in generale le condizioni dei coloni; e i molti documenti dell’Abazia di Farfa, riguardanti donazioni o permute di beni, ci dimostrano che le condizioni degli agricoltori continuavano ad essere eguali a quelle del tempo antico. Pertanto, se i percettori dei tributi (_conductores_), o gli amministratori (_actores_) e gli ispettori supremi dei patrimonî (_rectores_), erano uomini d’animo retto, non doveva essere soverchiamente dura la sorte dei coloni, che vivevano sopra terreni fertili d’inesausta ricchezza, quantunque colle loro mogli e coi figliuoli fossero eglino trattati da scorte dei fondi. Ci manca in vero notizia dell’amministrazione della giustizia e del codice penale che li reggeva; nè è probabile che in un’età di barbarie i contadini trovassero sufficienti guarentie di protezione nella legge[509]. I _servi_, schiavi, erano a partito assai peggiore, perciocchè nella persona nessun diritto li proteggesse. Spesso avveniva che fuggissero dai fondi, e si nascondessero nel fitto delle macchie o sulle alture dei monti; ne’ tempi anteriori avevano cercato ricovero nei conventi, ma più tardi veniva loro interdetto di rifuggire a scampo nello stato monastico. Peraltro v’hanno molti esempî di emancipazioni; il concetto della _libertas_ durava ancora nel secolo ottavo, e si concedeva puranco solennemente ad alcuni schiavi, insieme colla libertà, anche il diritto civile romano. Allorquando uomini privati «per la salute dell’anima» donavano loro beni a’ conventi, la compassione gli induceva spesse volte a mandar liberi i loro schiavi; e questa era carità fiorita e più meritevole di tutte le opere di pietà[510].

Abbiamo già posto mente alla fondazione delle _Domus cultae_ che avveniva per opera di Zaccaria; quelle cascine dovevano contribuire ad accrescere la popolazione nella Campagna e a farvi sorgere col tempo delle borgate. Alcune crebbero così infatti, ma ebbero corta durata. Erano isolate di luogo, e la mal’aria ed assalimenti briganteschi loro recavano ben di sovente la ruina. Anche qui occorre celebrare l’operosità di Adriano, perocchè sotto il suo reggimento fossero piantate sei di quelle _Domus cultae_; due ebbero nome di _Galeria_, le altre furono dette _Calvisianum, S. Edistius, S. Leucius_ e _Capracorum_. La Galeria prima era situata lungo la via Aurelia, a dieci miglia da Roma presso Silva Candida; il fiumicello Galera dava il suo nome a parecchi luoghi di Toscana, ma il casale di Adriano non può certo confondersi con quella terra etrusca che stava presso l’Arrone, le cui acque scaturivano dal lago Sabatino[511]. La colonia di Adriano era locata più sotto assai, e forse sorgeva nel sito dove il fiumicello tagliava col suo corso la via Aurelia. Là dov’esso s’abbatteva nella strada di Porto, e dove ancora perdura il nome di «Ponte a Galera» imposto a una tenuta, presso la duodecima pietra miliare, stava la seconda _Domus culta_ di Adriano, che aveva pari appellazione. Essa comprendeva altresì alcune terre dell’isola tiberina, oltre ad un convento eretto a san Lorenzo[512]. La _Insula sacra_, come ancor la chiamava Procopio, ossia _portus Romani_, è talvolta menzionata nel Libro dei Papi coll’indecifrabile nome di _Arsis_. Ivi gli edificî ecclesiastici erano in gran disfacimento; perfino la basilica di santo Ippolito, che un tempo era visitata da moltitudine grande di pellegrini, andava in ruina: quanto poi agli antichi porti del Tevere, che erano Porto ed Ostia, al tempo di Adriano erano diventati palude.

Lungo la via di Ardea, a quindici miglia da Roma, era il fondo _Calvisianum_. Il territorio degli antichi Latini e dei Rutuli, cui altra volta avevano infuso movimento di vita alcuni luoghi ragguardevoli, quali erano Lavinio e Ardea, era adesso deserto e si copriva soltanto di ruderi di città; tanto maggiore doveva essere dunque il desiderio di Adriano di collocarvi una colonia[513]. Non puossi determinare con esattezza il luogo ove la fondasse; ed è pure ignoto ove fosse situata la _Domus culta_ appellata _Edistius_. Una chiesa di campagna di questo nome s’ergeva presso la decimasesta pietra miliare della via Ardeatina, ed intorno ad essa Adriano componeva la sua colonia[514]. Abbiamo già veduto che nella Campagna esisteva allora un numero di chiese più grande di quello che ivi è oggidì; ed anche la chiesa di san Leucio, che stava presso la quinta pietra miliare della via Flaminia, era fatta centro di una tenuta fondata da Adriano[515].

Ma la più ragguardevole di queste colonie era quella appellata _Capracorum_. Il territorio di Veio, che era stato il più ubertoso e fiorente della Tuscia romana, era ridotto triste deserto, illustre soltanto per le ruine di quell’emula antica di Roma; ivi, nel luogo fatto selvaggio, omai da secoli andavano errando le capre, pascolando lungo i torrenti che serpeggiano attraverso vallate di tufo vulcanico, e giungono alla prossima Cremera. Colà, nella diocesi di Nepi, i parenti di Adriano possedevano un _Fundus Capracorum_; di esso il Papa deliberava di formare una colonia agricola, e punto di mezzo del tenimento doveva essere la chiesa che egli innalzava dalle fondamenta in onore di san Pietro. Adriano stesso, col clero e colla nobiltà, moveva di Roma per consecrare la sua colonia con grande solennità; di quella fondazione era il merito tutto suo, e la destinazione era rivolta agli scopi più santi. De’ suoi prodotti non dovevano provvedersi monaci di qualche convento o alimentarsi le lampade della tomba di qualche morto, ma il reddito ne era dedicato ai poverelli di Roma. Il possedimento dava prodotti di grano, di legumi e di vino, i quali erano deposti nei granai e nelle canove del Laterano. I boschi di querce di _Capracorum_ nutrivano grandi greggi di maiali; a centinaia ogni anno si macellavano nelle masserie, e le carni di essi si portavano al Laterano[516]. Ogni giorno, centinaia di mendichi della Città si accalcavano alle porte del palazzo vescovile, e ivi, dei prodotti benedetti di _Capracorum_, della terra dell’antica Veio, ricevevano la carità del bravo Pontefice; una libbra di pane, un fiasco di vino ed una scodella di minestra e di carne a testa. Questo cibo mangiavano seduti sotto il portico del palazzo, indi con benessere dell’animo e con lieta ciera miravano i quadri a colori, che sulle muraglie della loggia rappresentavano di quei banchetti di poverelli[517].

In breve tempo la colonia di Adriano venne in gran fiore, diventò un luogo munito e popoloso, chè, cinquant’anni dopo la sua fondazione, Leone IV, quando faceva cinger di mura il borgo del Vaticano, poteva imporvi una congrua contribuzione a quei lavori: e precisamente ad opera dei coloni di _Capracorum_ fu edificato un tratto di muraglia fra due torri, come oggidì ancora cel dice un’antica iscrizione[518]. In essa hanno nome di _Militia_, e ciò per una colonia desta meraviglia, avvegnachè i _Milites_ esser dovessero liberi cittadini. Sennonchè, il pericolo onde la terra era minacciata dai Saraceni, fe’ sì che _Capracorum_ si munisse di mura, e che la gente del contado fosse costretta ad armarsi; così molti di quegli uomini diventarono liberi; altri uomini liberi delle vicinanze trassero a quel luogo fortificato, di cui diventarono cittadini; e per tal guisa, da una tenuta colonica sorse un castello con una milizia sua propria[519]. La torre, o corte (_curtis_), o castello di _Capracorum_ (con questi tre nomi a vicenda fu appellata la colonia dopo il secolo undecimo), si perdette col secolo decimoterzo, senza lasciar traccia di sè nella storia.

§ 2.

Adriano attende a edificare chiese. — Portico Vaticano. — Il san Pietro. — Il Laterano. — Il san Paolo. — Operosità delle arti in Roma. — San Giovanni _ante Portam Latinam_. — Santa Maria _in Cosmedin_. — La _Schola Greca_. — Monte Testaccio.

Ciò che Adriano fece per le chiese di Roma supera quasi l’opera che vi rivolsero i suoi antecessori; il fervore con cui egli ed i suoi prossimi successori attesero a edificare, illustrò massimamente con sontuosità di monumenti il primo periodo del dominio temporale dei Papi. Adriano trovava molte chiese in decadimento; alcune dalle fondamenta costruiva a nuovo, altre restaurava. Di tutte queste opere sue dà contezza il lungo catalogo che trovasi aggiunto alla biografia di lui.

La chiesa di san Pietro gli andò debitrice di preziosissimi ornati. Noi sappiamo che alla basilica conduceva un portico; incominciava esso non lungi dal castello di Adriano, e da questo capo vi si entrava da una porta (_Porta s. Petri in Hadrianio_) che forse al castello era attigua[520]. Il portico correva un tratto accosto al fiume; era stretto e angusto, e sembra che fosse la via solita per cui il popolo moveva al san Pietro. Adriano vi pose fondamenta, affine di premunirlo da cadute, e vi adoperò più di dodicimila quadroni di pietra; indi restaurò anche il loggiato che si reggeva sopra colonne[521]. Portici di simil fattura conducevano fuor della Città al san Paolo e al san Lorenzo, ed anche questi il Papa riparava[522].

Nell’atrio del san Pietro, rinnovò la scalea maggiore e i due lati del _Quadriporticus_. Il campanile di Stefano II, rese adorno di grandi porte di bronzo che egli fece trasportare di Perugia, togliendole a qualche tempio antico[523]. Carlo magno gli mandava in dono delle travi da costruzione e alcune migliaia di libbre di piombo per la saldatura del tetto. Caduti erano di già i musaici dell’abside ossia «Camera», e Adriano li rifaceva a nuovo «secondo il disegno antico». Il pavimento innanzi la Confessione, per quel tratto che si stendeva dalle balaustrate di bronzo, ossiano _rugae_, fino alla tomba dell’Apostolo, fu lastricato con lamine di puro argento, del peso di cencinquanta libbre; l’interno della Confessione poi fu rivestito di lamine d’oro, sulle quali erano istoriati fatti di storia sacra; e l’altare che era sulla Confessione, fu coperto di oro lavorato con opera sottile. La iscrizione postavi da Adriano ci induce a credere che vi fossero figurate in rilievo la persona di lui e quella di Carlo magno, con atteggiamento che alle loro dignità si conveniva. Vi è detto di Cristo: «Poichè ei discende di progenie di sacerdoti e di re, a entrambi questi ei commise di reggere il mondo. A Pietro, fedel pastore, diede a pascere la greggia, indi ne diè cura ad Adriano. E nella fida città porse il romano vessillo a quei servi suoi che egli a piacimento suo elesse. E Carlo, l’illustre e magnifico Re, lo ricevette dalla mano di san Pietro, che a lui benedice glorificandolo. Questo dono, che ne celebra la salute e il trionfo regale, qui pose il Pontefice, consecrandolo con orrevole usanza»[524].

Sulla tomba dell’Apostolo erano poste alcune statue di Santi scolpite in argento; in vece di esse il Papa allogò delle statue di oro massiccio, che rappresentavano il Salvatore, la Vergine, san Pietro, san Paolo e sant’Andrea. Con splendidezza, che superava ogni magnificenza, rinnovò tutti gli addobbi della basilica. Nei giorni di festa appendevansi a drappelloni, fra le colonne delle navate, dei tappeti tessuti in porpora e in oro, di sontuosissimo lavoro[525]. A Natale, a Pasqua, nella festività dei due Apostoli, e nel dì anniversario del Papa, si accendeva il doppiere gigantesco che, in forma di croce, pendeva dalla trave trasversale coperta d’argento, la quale reggeva l’arco di trionfo sopra della Confessione: e quando ardevano le sue milletrecentosettanta faccelle, in verità si meritava il nome di grande faro. Anche questa era stata fondazione di Adriano nella basilica[526].

Il Papa rese adorno con fastosissimo splendore anche il san Giovanni in Laterano. Rinnovò il portico del palazzo che ivi era, e, in vicinanza ad esso, edificò una torre che bellamente decorò di pitture e di marmi: ben può darsi che fosse la torre stessa di Zaccaria, la quale allora abbisognasse di restaurazione. Il rapido decadimento delle chiese romane, per fermo non reca lodo all’arte di quei secoli per ciò che s’attiene a solidità di edificazione; nè la potenza di costruzione era sempre proporzionata alla moltitudine delle fabbriche. L’atrio del san Paolo, ai tempi di Adriano, era lasciato in abbandono siffattamente, che vi andava pascolando il bestiame; per altro ei sembra che già fin d’allora si entrasse nella basilica, non dalla parte del Tevere, ma da una banda laterale. Adriano faceva selciare di marmo questo atrio.

Non vi fu chiesa titolare alcuna o diaconia che questo Pontefice non abbellisse; ad ognuna di esse donava venti tappeti tirî perchè li distendessero a festone negli intercolunnî[527]. Egli faceva operare in suo servigio gli artisti a centinaia in una volta; per lui lavoravano in oro e in argento, in ismalto e in lapislazzoli, trapuntavano drappi di seta, componevano quadri in musaico, dipingevano a fresco con tratti di pennello che erano rozzi sì, ma non affatto privi di vita, e tentavano, sebbene con minor fortuna, la scultura. Abbiamo già manifestato il nostro dubbio che i lavoratori di musaici fossero unicamente artisti di Grecia, quali potevano essere quelli di Ravenna. In tutta Italia era allora coltivata questa fattura di arte; ciò pertanto fa supporre che quivi avesse fondato sue scuole, e che ne producesse suoi lavori; e si serba ancora una scrittura del tempo di Adriano, che ammaestra gli artisti del modo di colorire i musaici, di dorare il ferro, di scrivere in oro, di comporre lo smalto, di preparare l’azzurro di rame e il catmio, e dell’uso cui potevano adoperarsi nelle arti i minerali. Quel trattatello degno di nota, è scritto nel barbaro latino del secolo ottavo, e, se anche non sia che una traduzione dal greco, dimostra pure in qualche modo che le arti avevano eletto sede e nazione nell’Italia di quell’età[528].

È facile cosa peraltro che quegli innumerevoli arazzi sontuosissimi, istoriati a ricamo, fossero di origine bizantina. L’arte di lavorarli era sorta in Oriente ed era fervidamente coltivata a Bisanzio e ad Alessandria. Di là probabilmente venivano loro artisti a Roma, ove lavoravano per incarico dei Papi; e può darsi che molti di loro in Italia emigrassero, durante la persecuzione delle imagini. I nomi dei drappi preziosi e dei pallii splendidamente trapunti, dimostrano una grande varietà delle loro stoffe e della loro fattura, ed in pari tempo rivelano che l’origine ne veniva dai paesi bizantini. Spesse volte sono greche le molte denominazioni dei tappeti ossiano _vela_; spesse volte, dal luogo donde derivano, sono addirittura appellati Alessandria, Tiro, Bisanzio, Rodi. Lo stesso dicasi delle drapperie bianche, porporine o azzurre, che erano screziate di pietre preziose o istoriate a ricami, e rappresentavano imagini di Santi o figure di animali, di aquile, di leoni, di grifoni, di pavoni, di liocorni. Anche i nomi dei vasi sacri, che i Romani appellavano con greca voce _Cymelia_, palesano la derivazione orientale. Massimamente poi, di quei pallii, di quelle drapperie e di quegli arredi, devonsi cercare gli esemplari nel tempio di Salomone, che fu un immenso tesoro della magnificenza orientale del culto; i Papi e i Vescovi imitarono le fogge fantastiche del vestimento dei gran sacerdoti degli Israeliti, e le chiese seguirono la splendidezza e il costume degli innumerevoli doni votivi di cui era colmo quel tempio. Le croci d’oro erano cariche di gemme, scintillavano degli ornati d’argento e degli smalti che v’erano condotti sopra; i vasi, le coppe, gli incensieri, i calici, i ciborî erano splendidamente adorni di disegni cesellati o battuti, e il lungo catalogo dei loro nomi enigmatici alletta, e, in pari tempo, induce a smarrimento la fantasia[529].

Due chiese antiche e mirabili dovettero ad Adriano una accresciuta rinomanza.

Presso la via Latina, entro le mura della Città, esiste oggidì una basilica abbandonata, la cui torre, di costruzione medioevale, domina una larga estensione di orti incolti. È la chiesa di san Giovanni Evangelista. Narra la leggenda, che l’Apostolo prediletto del Salvatore fosse imprigionato in Efeso, dove aveva atterrato il tempio di Diana, e di là venisse tratto a Roma: erano allora i tempi di Domiziano. I carnefici gli recidevano le lunghe chiome ondeggianti, avvegnachè credessero che in quelle si occultasse un’arcana magia; indi lo gittavano in un vase pieno di olio bollente. Ma l’Evangelista usciva di quel bagno senza alcun danno, e i giudici, impietrati per la meraviglia del portento, non osavano di sottoporlo a nuovi tormenti. Lo esiliavano in un’isola, e Giovanni partivasi illeso di Roma, e andava a vivere nella solitudine di Patmos, dove lo spirito di Dio gli rivelava le ascose leggi dell’universo. Alcuni leggendarî dei Greci trasportarono ad Efeso questa storia di martirio, ma i Latini pretesero che il fatto avvenisse in Roma; e, già al quarto secolo, i Romani mostravano un luogo fuori di porta Latina (la quale di certo a’ tempi di Domiziano non esisteva) in cui Giovanni sarebbe stato precipitato nell’olio bollente[530]: ivi, non si sa in che tempo, gli fu edificato un oratorio, e nello stesso sito, presso porta Latina, si eleva la cappella di san Giovanni in Oleo, costruzione dell’anno 1509. È altresì ignoto il momento in cui avvenne la primitiva fondazione della basilica; la forma odierna dell’edificio non è anteriore al secolo undecimo o al duodecimo, ma all’età di Adriano esisteva di già la chiesa _S. Johannis juxta portam Latinam_, che quel Papa restaurava[531].

La seconda chiesa è una delle più antiche e mirabili basiliche della Città. Nella ottava regione, nel sito dove il Foro boario metteva capo verso il Tevere, ancora ai tempi di Adriano duravano in vita parecchi templi pagani. Due di essi, lungo il fiume, in vicinanza del ponte Palatino, lottarono cogli anni, e, risparmiati dall’ingiuria del tempo, esistono ancora oggidì, e sono appellati i templi di Vesta e della Fortuna virile. Oltre ad essi, sotto il monte Aventino e in prossimità del Circo massimo, s’elevavano un tempio della Pudicizia Patrizia e parecchi santuarî di Ercole, al culto antico del quale era sacro quel luogo: ed ivi era la celebre ara massima del semidio. La religione cristiana s’era già di buon’ora inoltrata nel suolo del Palatino e del Foro, e vi aveva piantato sede, costruendo le chiese di san Teodoro, di san Giorgio e di santa Anastasia; ma da questo lato invece aveva tocco appena il terreno del Foro boario. Chiusi erano i piccoli templi di Vesta e della Fortuna; i santuarî di Ercole erano abbandonati al disprezzo; ed il Circo massimo, che v’era vicino, ad onta di tutto il suo decadimento, conservava pur sempre a quel luogo le grandi orme dell’antichità. Peraltro, entro uno di quei templi s’era ficcato il Cristianesimo lunga età prima di Adriano. Una piccola chiesa s’era sospinta fra la ruine del magnifico edifizio che s’elevava appiè dell’Aventino, di rimpetto al tempio di Vesta. È la chiesa di santa Maria in _Cosmedin_; senza che ad ogni modo si abbia certezza che quell’edificio fosse in antico il tempio della Pudicizia Patrizia[532]. L’interno della chiesa fu ordinato per guisa che le colonne del peristilio del tempio rimanessero in parte allo sgombro, in modo somigliante a quel che vedesi nel san Lorenzo _in Miranda_, entro il tempio di Faustina. Oggidì ancora, in un edificio attiguo alla chiesa, miransi gli avanzi della cella antica; ed otto colonne scanalate del frontespizio sono murate nel prospetto della chiesa.

Non sappiamo in che tempo questa basilica sorgesse; sulla fine del secolo sesto essa aveva di già grado di diaconia, col titolo di _S. Maria in Schola Graeca_. Questo nome si spiega da una associazione (_schola_) dei Greci, che ivi avevano residenza, e la cui memoria anche oggidì serba la «Via della Greca», che ivi esiste. Infatti, alla corporazione greca non apparteneva soltanto la chiesa diaconale, ma altresì il territorio circostante detto era _Schola Graecorum_; e tuttavia nel decimo secolo quella sponda di fiume s’appellava _Ripa graeca_[533]. Forse si attribuiva quella denominazione alla basilica per distinguerla da _S. Maria antiqua_ (oppure _nova_, come fu detta dopo il tempo di Leone IV), che ergevasi in vicinanza dell’arco di Tito[534]. Nel secolo ottavo usavasi soltanto denotarla col nome _in Schola Graeca_, e, soltanto dopo la edificazione di Adriano, fu anche chiamata _in Cosmedin_. Il Biografo del Papa ce ne spiega il significato, dicendo che la chiesa, in causa della sua splendida rinnovazione, a buona ragione diventò _cosmedin_, ossia bene ornata[535]. Pari titolo riceveva in Ravenna una chiesa antica dedicata a Maria; similmente pure era appellata un’altra chiesa in Napoli; e forse tal nome si ricavava da quello di qualche piazza di Costantinopoli, avvegnacchè i Greci in Roma, in Napoli e in altri luoghi introducessero alcuni nomi della loro patria, indottivi dalla carità del luogo natio. In Ravenna, oltre a santa Maria _in Cosmedin_, eravi anche una santa Maria _in Blachernis_, a memoria di una chiesa di pari nome che Pulcheria aveva eretto a Bisanzio, dove così era nomato un sobborgo; ed in Roma altresì esisteva sull’Aventino un luogo detto _ad Balcernas_ oppure _Blanchernas_[536]. Ben fu per eguale ragione che i Greci diedero a quella diaconia l’addiettivo _in Cosmedin_, ma il suo proprio significato si confuse nel concetto di _cosmos_ ossia adornamento, per guisa che santa Maria _in Cosmedin_ si spiegò per santa Maria Ornata.

La chiesa si presentava agli occhi di Adriano nella forma di un oratorio in decadimento, cui superavano di altezza le ruine del tempio antico. Il Pontefice faceva abbattere quei poderosi quadroni travertini, e ne sgombrava il luogo[537]; indi edificava una basilica a tre navate ed un atrio, che, dopo la metà del secolo nono, fu rinnovata da Nicolò I[538]. La ricostruzione completa che avvenne più tardi sotto di Calisto II e di altri Papi, mutò massimamente l’aspetto della chiesa. È dessa uno dei più bei monumenti d’arte del medio evo, del secolo duodecimo e del decimoterzo, perocchè a questo periodo appartengano i musaici del pavimento, gli amboni e il tabernacolo. Soltanto la torre risale ancora probabilmente al secolo ottavo: è quadrangolare e non è rastremata; svelta di forma e leggiera come tutte le torri romane antiche, ha centosessantadue palmi di altezza su venti di larghezza, con sette ordini di finestre, tre per lato, separate da piccole colonne[539]. Degne di nota sono alcune iscrizioni del secolo ottavo che trovansi nell’atrio della chiesa; sono scritte in caratteri assai rozzi, e si riferiscono a donazioni di Eustazio duce e di uno nominato Gregorio. Questi uomini (Eustazio era anche _Dispensator_ della diaconia) legavano alla chiesa molti possedimenti di terra e, fra altri, dei vigneti a Monte Testaccio. Gli è a ragione soltanto della celebre collina così appellata, che facciamo qui menzione di siffatte iscrizioni, avvegnaddio il nome di Testaccio precisamente si trovi menzionato per la prima volta in questo luogo[540]. Fra l’Aventino, le mura di porta Ostiense e il Tevere, si eleva il monte, alto dugento palmi, quale sembra una piramide di rotti vasi di terra, ed è simile a simbolica collina sepolcrale di Roma antica, imagine di sua magnificenza fatta in ruine. Niuno sa dire quando e come siasi formato: sorse allora che Roma decadde. I Romani, che questa collina poco a poco andarono alzando, potevano in fatto scorgere in essa l’emblema della loro storia; da quei rottami di vasi lo appellarono _Mons Testaceus_, e la leggenda del medio evo narrava che esso era sorto dai cocci dei vasi nei quali un tempo i popoli dell’Impero romano avevano avuto costume di recare a Roma i loro tributi d’oro e d’argento[541].

§ 3.

Condizioni delle scienze in Roma ai tempi di Adriano. — Ignoranza dei Romani. — Cultura dei Longobardi. — Adalberga. — Paolo Diacono. — Scuole in Roma. — Musica sacra. — Cessa l’arte poetica. — Poesia epigrammatica. — Ruina della lingua latina. — Primi incominciamenti della lingua neo-romana.

Pare che Roma in questa età avesse esaurito nelle cose ecclesiastiche tutta la sua forza, e che per gli studî delle scienze più non ne serbasse. Un buio profondo ravvolge le condizioni delle scuole letterarie di quel tempo. La dottrina dei preti romani era per certo superata di gran lunga dalla scienza degli stranieri: chè i monaci della lontana Irlanda e dell’Inghilterra potevano farsi dottori a quella Roma, la quale tempo prima (e non era assai remoto) aveva dato vita ai primi loro conventi. Dopo di Gregorio magno non v’era in Roma uomo alcuno che avesse osato di sostenere un dialogo erudito con un Beda o con un Alcuino, con Aldelmo, con Teodolfo di Orleans, con un Isidoro o con un Paolo Diacono. Non fuvvi più alcun Pontefice che con scritture teologiche si adoperasse di avvicinarsi alla gloria di un Gregorio o di un Leone, e già si magnificava come opera grande, che Zaccaria traducesse in greco i Dialoghi di Gregorio.

I monaci dei conventi di Roma erano costretti a sbassare il capo, allorchè si narrava ad essi della dottrina onde ornavansi i loro confratelli del chiostro di Colombano, che era in Bobbio, o di quello di Monte Cassino. I Longobardi, maltrattati dai Papi che li chiamavano dispregiato rifiuto del genere umano, si vendicavano in silenzio dei Romani ignoranti, e progredivano nella cultura delle scienze liberali. Fino alla caduta del loro reame, Pavia splendette per istudî eruditi; Felice grammatico lasciava in retaggio al celebrato Flaviano il tesoro della sua sapienza, e quest’ultimo a sua volta, educava un uomo che fu illustre d’ingegno in quell’età, Paolo Diacono suo discepolo longobardo, il quale fra quei contemporanei suoi s’ebbe alta rinomanza di poeta e di storico. La caduta del popolo longobardo non fu descritta dalla ingenua penna di Warnefredo, ma ebbe dal suo culto intelletto onoranza; e l’orrore della caduta dello sventurato Desiderio fu mitigato dallo splendido genio di una sua figliuola. Fu questa, Adalberga, sposa ad Arichi di Benevento, principessa di mente elevata che coltivò con vero affetto le scienze: fu la seconda donna d’Italia che nel medio evo abbia esercitato influenza sulla cultura degli studî, ed è di gloria tanto più degna, per ciò ch’ella sia vissuta in quel tempo antico, e donne pari a lei sieno sorte soltanto in un’età grandemente più tarda. Ed invero, i primi quattro secoli che succedettero alla caduta dell’Impero romano, furono in Italia illustrati da due sole donne germaniche, da Amalasunta figlia di Teodorico e da Adalberga figlia di Desiderio: la barbarie di quell’età è resa massimamente manifesta da questa mancanza di donne per ingegno eminenti.

Paolo Diacono, che era stato un tempo secretario di re Desiderio, godeva a Benevento od a Monte Cassino dell’amicizia di Arichi, e per sollecitazione di Adalberga scriveva la _Historia Miscella_, che è ampliazione e proseguimento di quella di Eutropio. Alla magnifica corte di Benevento e a quella di Salerno, in mezzo al tumulto dei rivolgimenti d’Italia, si coltivavano studî di rettorica e di storia; e la Principessa longobarda mandava a memoria le «auree sentenze dei filosofi e le gemme dei poeti», e conosceva la storia dei popoli non meno profondamente di quella dei Santi[542].

Nelle scuole di Benevento, di Milano e di Pavia si insegnava grammatica, dialettica e giurisprudenza; ma in Roma le scienze mondane, poco a poco, erano state cacciate in bando dagli studî di chiesa. Non ci giunge contezza di scuole o di professori illustri in istudî liberali, sebbene di questi maestri ivi fossero: difatti lo stesso Carlo magno, nell’anno 787, conduceva con sè di Roma in Francia dei grammatici e degli aritmetici, affinchè ivi fondassero delle scuole[543]; e Roma era ancora con onoranza tradizionale riverita quale madre delle sette arti umane, sebbene più non le ispirasse il genio che a volo poderoso le elevasse. In bel fiore era soltanto la musica che si coltivava nella scuola Lateranense fondata da Gregorio; in essa si serbavano le discipline del canto ecclesiastico; di là i Carolingi toglievano maestri di canto e suonatori d’organo, oppure nel Laterano facevano istruire monaci franchi. Fra altri, Adriano concedeva a Carlo due celebri cantori pontificî, nomati Teodoro e Benedetto; l’uno il Re poneva a Metz, l’altro a Soissons, quai maestri del canto ecclesiastico romano; ma quegli uomini si dolevano perchè loro non fosse dato di cavare un solo trillo dalle gole dei Franchi, barbaramente stridule e roche[544]. In Roma dunque fioriva la musica religiosa sotto il patrocinio della santa Cecilia, ma più non vi spirava alito di musa poetica. La cultura dei poeti e degli oratori profani, che soltanto nel secolo undecimo comincia qua e colà a risorgere, s’era spenta dopo la caduta del reame dei Goti; e può darsi che Gregorio magno abbia non poco contribuito alla sua ruina. Certo è che dopo il quinto secolo v’erano ancora alcuni mitografi, i quali dichiaravano le favole degli antichi, e ne facevano compendiate comparazioni, ma di loro è dubbio se scrivessero in Roma[545]. Dopo di Aratore qui non v’ebbe più alcun poeta; Omero, Virgilio e Orazio erano maggiormente noti alla corte dei Franchi di quello che fossero in Roma; e nel tempo in cui Angilberto, «l’Omero» di Carlo, e Alcuino colà dettavano loro poemi, nei quali non sempre erano sgraziati imitatori della semplicità e della eleganza di Virgilio, in Roma le tracce dell’arte poetica e della prosodia degli antichi, devonsi cercare soltanto negli epitaffi sepolcrali. In questa città dei morti le muse trascinavano loro vita sotterra, e, moribonde esse stesse, legavano alle tombe il loro ultimo anelito. Così, da questo costume cristiano di iscrizioni funerarie, era sorta una specie propria di poesia, ma avea già raggiunto il suo splendore dopo la metà del secolo quarto, in cui l’ingegno di papa Damaso, portoghese, aveva illustrato le catacombe di Roma con versi eleganti di ritmo eroico, che oggidì ancora si leggono qua e colà a loro luogo, con vaghezza. La più mesta di tutte le fogge di poesia era pur la sola che in Roma mai non si spegnesse; e i conventi, le chiese, i cimiteri della Città esibiscono una grande collezione dell’opera poetica di quella musa dei morti, con versi di tutte le età fino allo scorcio del secolo decimoquinto: certo è che nel sesto secolo vi si cade abbondevolmente nel barbarismo di lingua e di metro. Monaci o preti romani poetavano di quegli epigrammi; però non sempre. Allorquando Caduallo, re degli Angli, morì a Roma, e si volle comporre a onor suo uno splendido epigramma, sembra che non si trovasse verun poeta romano il cui ingegno fosse pari al tema. Si die’ incarico di scriverlo a Benedetto Crispo, vescovo di Milano, che giusto in quello era a Roma; e il poeta, che era già illustre, dettò quel tronfio epitaffio che ci è noto[546]. Neppur il lungo epigramma che fu dedicato a papa Adriano, ed è uno dei migliori di quell’età, fu opera di un Romano; chè i versi scritti con temperata eleganza di frase e con maggior calore di sentimento, sono dovuti all’ingegno di Carlo magno, ed è probabile che Alcuino li vestisse del suo stile.

Carlo, che era stato suo discepolo in tutte le scienze, aveva invece avuto Pietro di Pisa a maestro di grammatica, nella quale allora comprendevasi anche la prosodia e la poesia; e Carlo si toglieva diletto di scrivere talvolta epistole in versi ai suoi amici, e ne indirizzava anche ad Adriano, che non dimenticava di lodarnelo da critico benevolo. Ho ricevuto, così questi gli rispondeva, i versi eccellenti, e adorni, e soavi qual mele, che sgorgarono dall’ingegno vostro eccelso e regale, a Dio sacro; e verso per verso gli ho letti, e con vera delizia ne ho accolto in me il senso robusto[547]. Ed egli stesso, che per ingegno e per cultura era l’uomo più ragguardevole di Roma, talvolta rispondeva a quegli officî cortesi con versi, dei quali alcuni si leggono anche oggidì. Hanno forma di acrostico, e l’espressione e il metro non sono più cattivi del loro tempo[548].

Nel secolo ottavo, la lingua latina scorgesi universalmente decaduta a corruzione profonda. Le lettere dei Papi ai Carlovingi, che noi abbiamo consultato spessissime volte quali documenti storici di questo periodo, offrono grande argomento di studio a chi scrive la storia della ruina del linguaggio latino. Uscite dalla segreteria del Laterano, dettate dagli stessi Pontefici, compilate da officiali dello _Scrinium_ ossia dell’Archivio, quelle lettere pretendono di inspirarsi al migliore gusto di latinità, onde Roma a quell’età fosse capace. Ma havvi una grandissima differenza fra la ampollosa eloquenza dei rescritti di Cassiodoro e lo stile di queste epistole pontificie, nelle quali più non si serbano le leggi della logica, nè quelle della grammatica: le lettere di Stefano III sovrastanno a tutte le altre per profluvio di frasi; in tutte poi la incapacità di esprimere con chiarezza il pensiero, va di pari passo col barbarismo dell’idioma. Se in esse, nel Libro Pontificale e nel Libro Diurno, devesi a ragione cercare il miglior latino dei Romani di quell’età, è agevole cosa imaginare di qual conio esser dovesse in Roma la lingua usata nella vita abituale. Quali fossero le condizioni sue noi possiamo con qualche fondamento arguire dai documenti di quel periodo, siano essi scritture di donazioni, o atti di argomento giuridico, o iscrizioni funerarie o d’altro genere; dappertutto, in mezzo agli strappi del logoro manto dell’antico latino, ravvisiamo la lingua neo-romana far capolino, nata appena, e goffa ancora[549]. Tuttavolta, non si conservò fino a noi alcun frammento della lingua popolare romana di quell’età; e mentre i Tedeschi e i Francesi nella celebre formula del giuramento di Luigi e di Carlo il Calvo possiedono un documento preziosissimo della lingua romana e dell’idioma tedesco dell’anno 842, uno di somigliante non v’ha per la «lingua volgare» che correva in Roma a quel tempo, e neppure all’età posteriore. Abbiamo, senza alcun dubbio, buona ragione di credere all’esistenza di una siffatta lingua volgare, e di reputare che questa differisse dal latino officiale, usato dai notai. Peraltro, quest’opinione deve andar soggetta a qualche restrizione; in nessun luogo del mondo, la lingua latina doveva serbarsi in mezzo al popolo più a lungo che in Roma, patria sua, dove, oltracciò, non erano avvenute invasioni inimiche, nè immigrazioni germaniche in grande larghezza. Non si trova infatti alcun cenno che i Romani di quel tempo abbisognassero di farsi tradurre dal latino in volgare le prediche dei preti o i documenti de’ notai, come avveniva nelle Gallie; ma questo sì esser doveva, che il latino de’ notai, già profondamente decaduto, nella bocca del popolo s’avesse corrotto ancor più[550]. Se un Romano del tempo di Tacito avesse potuto tornare alla sua città natia, avrebbe sì poco compreso la lingua del popolo, quanto poco oggidì Carlo magno intenderebbe la lingua tedesca, o poco sì come i Tedeschi, senza avervi fatto precedere degli studî, capirebbero la lingua dei loro antenati del tempo di Carlo, od anche dell’età degli Hohenstaufen. L’idioma dei Romani, obbedendo alle leggi di natura, aveva subìta una trasformazione, causa le influenze del tempo. Ma gli è un errore quello di voler attribuire a colpa dei Goti e dei Longobardi la così detta corruzione del latino antico, anzichè di spiegarne la ragione coi naturali procedimenti di ogni decadimento. Lo splendido edificio della lingua latina precipitava a ruina in sè stesso interamente, parimente come Roma rovinava nei suoi templi e nei suoi palazzi: allorchè si leggono quei documenti del secolo ottavo, si hanno di già innanzi agli occhi soltanto i ruderi della lingua di Cicerone e di Virgilio, e dentro vi si scorge palpitare l’anima della favella cristiana di Roma, che va mutando di veste. La lingua officiale e letteraria, sola a noi accessibile, di Roma nel secolo ottavo, ci appare imagine massimamente vera della città di Roma, e dei contrasti della sua architettura, e delle forme della sua vita, avvegnachè da ogni parte la larva maestosa dell’antichità si sollevasse pur sempre al di sopra delle creazioni nuove. La ignoranza grammaticale dipendeva da questo contrasto del morto col vivo; infrante erano le leggi logiche della vecchia lingua romana; e il latino antico, il linguaggio degli eroi e degli uomini di Stato, poco a poco cessava di scorrere come una fonte viva, una volta che caduta era la religione pagana e si dissolveva l’antica società politica. Rattrappita, fatta a pezzi, la lingua andava lentamente trasformandosi, e creava nuove leggi a sè stessa, fenomeno dei più meravigliosi nella storia della cultura umana. La sua parte inorganica somiglia ai musaici di Roma; al paro di questi, la lingua del secolo ottavo e del nono è invecchiata, si fa oscura, difetta di vivacità graziosa, goffeggia fanciullescamente nell’espressione d’idee nuove. Il passaggio al nuovo idioma volgare va operandosi poco a poco: troncate le desinenze, eliminate le consonanti finali, che già si facevano difficili alla lingua ed aspre all’orecchio, avviene una mescolanza delle vocali, mutano le consonanti, i nomi assumono l’articolo: similmente, la incapacità di conservare le regole di genere e di caso, s’insinua perfino nella lingua letteraria del secolo ottavo, educando quelle forme che costituiscono il suono dell’italiano, e che nel secolo decimo e nell’undecimo ottengono completamente il primato[551].