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CAPITOLO QUINTO.

§ 1.

Onorio I muore nel 638. — Maurizio cartulario e Isacco esarca mettono a sacco il tesoro della Chiesa. — Severino papa. — Giovanni IV papa. — Battistero Lateranense e suoi quattro oratorî. — Teodoro papa, 642. — Ribellione di Maurizio in Roma. — L’esarca Isacco muore. — Rivolta di palazzo a Bisanzio. — Costante II imperatore. — Pirro patriarca viene a Roma. — Chiesa di san Valentino e di sant’Euplo.

Onorio I passava di vita addì 12 Ottobre 638, e i Romani eleggevano a succedergli Severino loro concittadino, figlio di Labieno. Corsero un anno, sette mesi e sedici giorni perchè venisse la conferma dell’elezione, probabilmente dacchè l’eletto si rifiutava di aderire alla Ectesi di Sergio patriarca, che era una formula propensa alle dottrine del Monotelismo.

Prima ancora che Severino ricevesse la ordinazione, gli officiali imperiali mettevano a ruba il tesoro della Chiesa, usando violenza siffatta da ricordare le geste dei pascià turcheschi, ai quali massimamente i ministri bizantini potrebbero tenere adeguato riscontro. Le ricchezze della Chiesa romana erano custodite nel _Vestiarium_ del palazzo vescovile; nè soltanto vi si contenevano i preziosi doni votivi di imperatori, di consoli e di uomini privati, ma anche la moneta con cui, fra le altre spese consuete, si provvedeva al riscatto dei prigioni di guerra ed alle elemosine dei poverelli. Correva voce che Onorio vi avesse ammassato dovizie enormi, e i suoi splendidi edifizî davano a quest’opinione buon fondamento. L’Esarca di Ravenna trovavasi involto in istremo di denaro; la soldatesca imperiale chiedeva con violenza che le fossero pagati gli stipendî; laonde, poichè da lungo tempo mirava con cupido desiderio al tesoro della Chiesa, Isacco concepiva il disegno di insignorirsene. Il Libro Pontificale porge il racconto particolareggiato di questo avvenimento, e, poichè interrompe l’arido silenzio delle notizie storiche di Roma, esso lascia cadere un raggio di luce anche sulle condizioni della Città.

Trovavasi a quel tempo in Roma Maurizio cartulario, e forse faceva da maestro de’ militi e da capitano dell’esercito romano. Questo _Exercitus romanus_ era costituito di soldati allo stipendio di Bisanzio, ma indubbiamente aveva organamento di milizia cittadina. Maurizio, d’intesa con alcuni ragguardevoli Romani, congregò la soldatesca mormoreggiante, disse essere ingiusta cosa che Onorio serrasse ingenti dovizie negli scrigni del palazzo patriarcale e che i soldati non ricevessero la mercede di lor fatiche, quando ivi erano trattenuti gli stipendî che l’Imperatore tratto tratto per loro mandava. A quei detti la popolaglia, avida di ruba, si sollevava in tutta la Città, e in armi irrompeva contro il Laterano. Qui dunque ci si para dinanzi una di quelle insurrezioni popolari, che nel medio evo sì spesso succedettero alla morte dei Papi. I numerosi famigli del palazzo pontificio opponevano però robusta difesa, e Maurizio, repugnandogli di venire a spargimento di sangue, teneva assediato tre giorni il Laterano; indi convocava i _Judices_, ossiano tutti gli officiali cospicui e gli ottimati di Roma, e per deliberazione presa da quella assemblea faceva apporre il suggello imperiale al tesoro, e tosto dopo esortava l’Esarca affinchè venisse in persona e prendesse ciò che tanto in cuore vagheggiava. Venne infatti Isacco; con violenza despotica cacciò della città i _Presbyteres_, ossiano Cardinali, e nella sua dimora, che durò otto giorni, spogliò il tesoro lateranense a tale che lo pose al secco. Una parte delle ricchezze distribuì ai soldati; un’altra tenne per sè; la terza mandò ad Eraclio imperatore, il quale così diede il suo placito a quella ruberia esercitata a danno della Chiesa; può darsi che il resto lasciasse al Papa.

Sembra che l’Esarca venisse a Roma sotto il pretesto di approvare la elezione di Severino, e che egli con quella ladroneria si facesse pagare l’accordata confermazione, avvegnachè il Pontefice fosse tosto consecrato, e Isacco tornasse a Ravenna[167]. In mezzo a tanto avvilimento, Severino saliva addì 28 Maggio 640 alla cattedra di Pietro, che egli tenne per il breve periodo di due mesi e sei giorni. Fu uomo pio e liberale, e tale lo celebra il Libro dei Papi, il quale, come di unica opera di lui degna di nota, narra che restaurasse i musaici della tribuna del san Pietro; occorre perciò dire che il loro guasto fosse sfuggito all’occhio di Onorio.

Addì 24 Dicembre 640 era ordinato papa Giovanni IV dalmata, figlio dello scolastico Venanzio e già diacono della Chiesa romana. Il suo reggimento non durava che un anno e nove mesi, ed era turbato di lotta continua per ragione della Ectesi: durante esso avveniva poi anche la morte di Eraclio imperatore. Per conto nostro la Storia della Città sotto questo Papa si restringe a registrare la costruzione di un oratorio presso il battistero Lateranense, del quale or ci conviene discorrere con qualche diffusione.

Il battistero _s. Johannis in Fonte_ presso il Laterano, era in origine la sola cappella di Roma dove i Vescovi solessero amministrare il battesimo nella vigilia di Pasqua. Esso servì di modello a tutti quegli antichi battisteri d’Italia che sono eretti in vicinanza delle chiese, ma sono da esse disgiunti. Correva leggenda che quel battistero fosse stato edificato col porfido tolto all’anticamera del palazzo, nella quale Silvestro aveva battezzato Costantino, e che fosse stato adorno di un bacino battesimale d’argento[168]. Certo si è che Sisto III vi avea fatto erigere le otto magnifiche colonne di porfido che esistono ancora, ed è probabile che da quel Papa derivi la sua costruzione ottagona attuale, poichè posteriormente altro non si fece che elevarlo di altezza[169]. Più tardi Ilario aveva edificato nello stesso battistero i due oratorî, l’uno a Giovanni Battista, l’altro all’Evangelista, che tuttora esistono. Dei loro antichi musaici si è conservato un avanzo sul soffitto dell’oratorio dell’Evangelista: vi sono rappresentati vasi, frutta, uccelli e fregi di stile pagano, di cui qui si rinviene per l’ultima volta la traccia. Le porte di bronzo dell’oratorio del Battista sono ancora le originali[170]. Finalmente Ilario vi aveva consecrato un terzo oratorio ad onore della Croce, e, dall’altro lato del battistero, aveva edificata la cappella di santo Stefano[171].

Questa era la forma del battistero Lateranense allorchè Giovanni IV vi aggiungeva ancora un quarto oratorio dedicato a san Venanzio. Questo Santo, di cui il padre del Pontefice avea portato il nome, era stato vescovo in Dalmazia. S’aveva in questo tempo composto a pace lo scisma istriano, e il Pontefice coglieva opportunità di avvincere a Roma più strettamente quel paese, mediante l’onoranza tributata ai suoi Santi nazionali. Con Venanzio dunque e col vescovo Domnio, otto santi guerrieri schiavoni conseguivano venerazione nella Città, che vedeva in pari tempo sorgere quest’oratorio: così il culto de’ Santi in Roma si faceva universale ognor più. I musaici ivi collocati da Giovanni IV, e si serbano ancora in vita, col loro rozzo stile dimostrano il decadimento irreparabile di quel genere di pittura. Nel secolo quinto e nel sesto l’arte cristiana esauriva le ultime ispirazioni del sentimento antico del bello; nel secolo settimo si spegneva il gusto del disegno e della forma: uno sguardo ai musaici di questo periodo e di quello che susseguì fa conoscere la barbarie che ognor più calava su Roma e sull’Occidente. In quell’oratorio, sopra l’arco di trionfo, si mirano i quadri apocalittici dei quattro Evangelisti disposti in ispazî quadrati, con quattro Santi per ogni lato dell’arco. Nella tribuna si nota un rozzo disegno del Cristo in mezza figura, che sorge tra le nubi in mezzo a due angeli ed alza la destra mano; più sotto è una serie di nove figure, nel mezzo delle quali sta la Vergine in manto azzurrino che solleva le braccia in atto di preghiera, secondo il fare dei dipinti delle catacombe. Ai fianchi le stanno Pietro e Paolo; questi non tiene peranco in mano la spada, ma un libro; quegli porta le due chiavi ed insieme il bastone di pellegrino che termina in croce; similmente lo impugna il vecchio Giovanni Battista che gli sta presso. Succedono dall’un lato e dall’altro i vescovi Venanzio e Domnio; da manca, nell’estremo del quadro, è l’edificatore dell’oratorio che ne solleva in mano il modello; dalla destra sta una figura, ed è forse quella di Teodoro che compieva la costruzione. Al di sotto del musaico leggonsi tre distici, scritti tutti di seguito[172].

Roma del resto godeva pace continuata che i Longobardi non sorgevano a turbare; ed invero la guerra tra l’Esarca e il valente re Rotari si restringeva soltanto alle province settentrionali, e la stessa grande battaglia sulla Scultenna, in cui perivano ottomila Greci, non aveva alcun risultamento che influisse sulle sorti della Città. Tutti i mali che la minacciavano venivano da Bisanzio, perocchè le prolungate controversie teologiche colla Chiesa orientale alimentassero la fiamma ognor più gagliarda dell’odio scambievole di Costantinopoli e di Roma.

Morto Giovanni IV, il potere o l’influenza dell’Esarca facevano sì che l’elezione cadesse su di un Greco. Teodoro di Gerusalemme, figlio di un vescovo, era fatto papa ai 4 di Novembre 642; però egli non secondava gli intendimenti politici di Bisanzio; avvegnachè noi vedremo che tutti i Greci, i quali, anche ne’ tempi venturi, furono papi, sacrificarono ogni sentimento di nazione ai principî di Roma.

L’incominciamento del pontificato di Teodoro fu turbato da un avvenimento, le cui conseguenze avrebbero potuto riuscire di rilevanza ben più grave. Quello stesso Maurizio cartulario, che abbiamo veduto depredare il tesoro della Chiesa, alzava in Roma lo stendardo della rivolta. Qui egli trovava il popolo, i nobili e l’esercito, tutti inacerbiti contro la dominazione bizantina, così che egli di quel malcontento ai suoi disegni si giovava. Sparse voce che Isacco intendesse a farsi re, s’accordò coi Romani faziosi, indusse tutte le soldatesche, che stavano a presidio delle castella nel territorio della Città, a negare obbedienza all’Esarca, e la ribellione fu dichiarata[173].

Non solo le milizie di Roma e della Campagna, ma i _Judices_ stessi s’associavano a lui; la sollevazione assumeva già una tempra nazionale, quantunque il clero prudentemente se ne tenesse discosto. Il rivolgimento però falliva: Isacco mandava Dono maestro de’ militi; questi co’ suoi soldati entrava nella Città senza trovare impedimento che lo trattenesse, e Maurizio rifuggiva nella basilica di santa Maria Maggiore abbracciandone stretto l’altare. Ma di qui lo si strappava per trarlo prigione insieme ai suoi complici più illustri; indi per via, d’ordine dell’Esarca, era decapitato, e la sua testa era esposta nel circo di Ravenna perchè il terrore servisse di ammonizione. La morte di Isacco liberava dal carcere gli altri prigionieri[174].

Di questo Esarca, armeno di nascita, offre notizia oggidì ancora un’iscrizione greca sul sarcofago di lui. Nella bella chiesa di san Vitale la poneva Susanna, che «come tortore casta lamentava la perdita dello sposo.» Quell’epitaffio dice che Isacco per diciotto anni protesse da ogni male Roma e l’Occidente, e fu commilitone dell’Imperatore e guerriero d’Oriente e d’Occidente[175]. Teodoro Calliopa succedeva a lui nell’esarcato.

Frattanto il Papa era involto in nuove lotte contro la Chiesa orientale, e ad esse si associavano in pari tempo sommosse di palazzo in Bisanzio. Eraclio Costantino, che, morto Eraclio padre suo, era salito nell’anno 641 al trono di Grecia, era bello e spacciato dopo soli quattro mesi di regno per veleno che gli propinavano Martina sua iniqua matrigna e Pirro patriarca monotelita. Eracleone, figlio di Martina, otteneva la porpora, ma egli e la madre sua cadevano presto vittime di una rivolta popolare, e, atrocemente mutilati, erano cacciati in esilio dove espiavano il loro delitto. Costante II, figlio di Eraclio Costantino, adesso era acclamato imperatore; il patriarca Pirro fuggiva in Africa, e Paolo, che professava più fervidamente ancora la dottrina di una sola volontà nel Cristo, subentrava nella sede di lui. La setta dei Monoteliti, allora numerosa, discendeva dalla scuola dell’abate Eutiche, che aveva insegnato, la natura (_physis_) del Cristo essere il risultamento della unione della natura divina e di quella umana. Infatti, dopo che era stata pronunciata la condanna dei Monofisiti, la dialettica sofistica dei Greci s’impadroniva della stessa questione producendola sotto forma mutata. Si ammetteva che le due nature nel Cristo fossero separate, ma le si riuniva nella energia unica e indistinta di una sola volontà, ossia del _monon thelema_. Sergio, patriarca di Bisanzio, Ciro di Alessandria e lo stesso imperatore Eraclio, s’erano alacremente dichiarati in favore di quel filosofema, ma il commovimento violento che se ne destava aveva indotto quest’ultimo a pubblicare nel 638 il suo editto «Ectesi», che era però respinto da papa Giovanni IV, come quello che ancora non lo talentava completamente. La Cristianità si divideva in due partiti, che si combattevano con acerba passione; mentre l’Oriente aderiva alla Ectesi, Africa e tutto l’Occidente si raffermava nella credenza del dogma ortodosso di Roma, e Pirro stesso, fingendo che la eloquenza dell’abate Massimo in un Concilio africano lo avesse convinto, non soltanto abiurava il Monotelismo, ma in persona veniva a Roma per deporre a’ piedi dell’Apostolo la sua professione di fede.

Il pellegrinaggio di un Patriarca bizantino penitente alla tomba di san Pietro, non era una lieve vittoria per il Vescovo di Roma. Quantunque Pirro avesse abbandonata la sua sede di propria volontà, egli non ne era stato tuttavia deposto con forma canonica, e il Pontefice ripicchiava su ciò nelle lettere che indirizzava a quei Vescovi che avevano consecrato il nuovo patriarca Paolo. Con grandi segni di onoranza il Papa accoglieva Pirro nella basilica Vaticana, presenti il clero ed il popolo, e come a patriarca della regale città di Bisanzio gli faceva elevare un seggio vescovile presso il maggior altare. I tapini Romani, il cui orgoglio nazionale s’appagava adesso soltanto di sapere che il primato competeva al loro Pontefice ed alla loro Chiesa, si rallegravano a quello spettacolo come di un trionfo. Manifesto è che Pirro sperava nell’alleanza con Roma per riacquistare il patriarcato perduto e infingeva una fede che non aveva, finchè avvisava che avrebbe potuto giungere più presto al suo scopo riconciliandosi coll’Imperatore. Aderiva pertanto all’invito che gli era fatto di recarsi alla corte dell’Esarca, abbandonava Roma, e sollevava a indignazione la Chiesa romana facendo repentina ritrattazione e tornando a professare la credenza dei Monoteliti. Tosto che Teodoro ne ricevette notizia, convocò in san Pietro un concilio, e vi pronunciò la condanna dell’apostata con ceremonia terribile e strana. Venne alla tomba dell’Apostolo, tolse in mano il calice consecrato, versò nell’inchiostro una goccia del «sangue di Cristo,» e intintovi lo stilo sottoscrisse il decreto che pronunciava l’anatema[176].

Può darsi che Pirro non tenesse del tutto in dispregio la maledizione che Roma gli scagliava, e forse talvolta essa avrà turbato di veglie paurose le sue notti, allorchè, morto Paolo, riebbe il seggio di patriarca di Bisanzio. Anche contro di Paolo Teodoro aveva pronunciato la scomunica, e, dopo di avere difeso con fermezza le dottrine romane, passava di vita nel dì 31 Maggio 649.

Alla Città lasciava soltanto pochi edificî; forse condusse a compimento quella cappella lateranense che il suo antecessore aveva fondato, ed eresse un oratorio dedicato a san Sebastiano nelle case patriarcali: oltracciò costrusse due nuove chiese fuor della Città, quella di san Valentino nel cimitero della via Flaminia, non lungi dal ponte Milvio, e l’altra di sant’Euplo fuori della porta Ostiense, in vicinanza della piramide di Cestio. Ambedue sono perite; il san Valentino andò affatto distrutto, e il sant’Euplo probabilmente fu trasformato nella chiesa del santo Salvatore _in via Ostiensi_[177].

§ 2.

Martino I papa nel 649. — Sinodo romano per la controversia dei Monoteliti. — Attentato di Olimpio esarca contro la vita di Martino. — Teodoro Calliopa trascina colla violenza prigioniero il Papa, nell’anno 653. — Martino muore in esilio. — Eugenio papa nel 654.

Teodoro aveva lasciato la controversia del Monotelismo in gran fiamme, e il suo succeditore doveva cadere vittima dell’odio del patriarca di Bisanzio.

Martino I, nato a Tuderto città dell’Umbria, che è l’odierna Todi, antico nunzio a Bisanzio, saliva alla cattedra di san Pietro addì 5 di Luglio 649, e pertanto cinquantadue giorni dopo la morte del suo antecessore. Il clero di Roma audacemente lo aveva ordinato papa ancor prima che gli venisse la conferma di Bisanzio; così un Pontefice fornito di massima energia d’animo si erigeva contro alla Chiesa orientale. Egli convocava i Vescovi a concilio, e centocinquanta principi ecclesiastici delle città e delle isole d’Italia si raccoglievano nel giorno 5 di Ottobre nel Laterano[178]. Trattavasi di prender consiglio sul _Typus_, ossia editto promulgato da Costante II nell’anno 648, col quale era comandato a tutta la Cristianità di seppellire in un ragionevole silenzio la questione dell’unica o della duplice volontà del Cristo. L’Imperatore aveva chiesto l’adesione di Martino a quell’editto, che destava nel suo cuore sollecitudine più grave della recuperazione delle provincie che gli Arabi avevano svelto al suo impero. Egli spediva pertanto Olimpio, novello esarca, coll’ordine di provvedere affinchè i Vescovi, i possessori, gli abitatori delle campagne e perfino gli stranieri accedessero a quella formola. Imperavagli che in Roma s’impadronisse del Papa, costringesse i Vescovi ad accettare lo editto, ma con avvedutezza scrutasse l’intendimento dell’esercito romano, e, se questo fosse di mente avversa al suo disegno, nulla operasse finchè non fosse sicuro di avere, così in Roma che in Ravenna, una soldatesca a’ suoi voleri devota[179]. Di qui scende un raggio di luce sui rapporti che intercedevano tra Roma e lo Esarca: questo ministro imperiale or non poteva più fare a fidanza di trattare la Città d’arbitrio suo, e, per la prima volta, compare in Roma chiara e manifesta l’esistenza di un esercito, che, in forma di milizia, era composto dei cittadini più ragguardevoli e dei possidenti della Città. Esso riceveva un mal sicuro stipendio da Bisanzio, ma era di nazione romano, e senza la sua adesione l’Esarca sembrava non poter raggiunger l’intento dei suoi disegni.

Olimpio veniva a Roma, trovava raccolto il Concilio nel Laterano, ove attendeva operoso al suo compito e già aveva pronunciato con solennità la condanna dell’Ectesi e del _Typus_, ed aveva bandito l’anatema contro Ciro d’Alessandria e contro i tre patriarchi di Bisanzio, Sergio, Pirro e Paolo. L’Esarca tentava di dare eseguimento agli ordini dell’Imperatore, e coll’aiuto della gente che teneva al suo soldo o di quegli uomini dell’esercito romano che era riuscito a corrompere, e con altre arti di raggiro, intraprendeva a gettare la divisione nel seno del Concilio[180]. Roma era in balia di grave agitazione; l’Esarca vi dimorava lungo tempo, e certo aveva stanza nell’antico palazzo de’ Cesari. I suoi propositi però cadevano a vuoto, e falliva l’attentato indiritto contro la vita del Papa, di cui per lo meno lo accusa il Libro Pontificale. Fingeva pace con Martino, entrava nella chiesa di santa Maria Maggiore, si accostava all’altare per ricevere la comunione dalle mani del Papa, e, mentre la prendeva, s’aspettava di vederlo cadere sotto la pugnalata che gli aveva apparecchiato per mano di un soldato della sua guardia. Ma Iddio, dice il Cronista, che suol proteggere i suoi servi, colpì di cecità gli occhi dello Spatario, di guisa che egli non potè scorgere il Papa. E prosegue a narrare che Olimpio dal fondo dell’anima si riconciliasse con Martino, a lui si confessasse sinceramente contrito, e indi partisse per la Sicilia, dove già i Saraceni avevano posto stanza; colà subiva una sconfitta, e, mentre macchinava suoi progetti sediziosi, moriva d’infermità[181].

Nel suo officio di Ravenna succedevagli, nell’anno 652 oppure nel 653, Teodoro Calliopa, esarca per la seconda volta, quivi spedito dall’Imperatore col fermo comando di vincere colla forza la resistenza ostinata di Martino[182]. Seguito dal camerario Pelario, l’Esarca entrava in Roma nel giorno 15 di Giugno 653 con suoi soldati. Come imponeva il costume officioso, Martino spediva il clero ad incontrarlo, ed egli, scusandosi per la podagra che lo affliggeva, restavasi nel palazzo Lateranense. L’Esarca accoglieva i legati nel palazzo dei Cesari dove era smontato[183], fingeva sentir duolo dell’infermità che aggravava il Pontefice, e diceva di voler egli stesso alla domane, che cadeva in domenica, andare a tributargli omaggio. Compreso di sospetto che il palazzo vescovile fosse pieno d’armi, lo faceva prima tutto frugare, e lo circondava colle sue milizie; i Romani spaventati non facevano mostra di opporre resistenza.

Il Pontefice stavasi disteso nel suo letto innanzi l’altare maggiore della basilica Lateranense, circondato da preti, alcuni animosi, altri per paura tremanti. L’Esarca entrava con suoi armigeri, e consegnava ai sacerdoti un decreto imperiale, che ordinava la deposizione di Martino; i preti vi rispondevano cogli anatemi. Tosto si alzava un gran tumulto; i Bizantini colle spade abbattevano dagli altari le torce; Martino, cui nulla difesa proteggeva, era strappato dal suo giaciglio e trascinato nel palazzo dei Cesari. Nella notte del 18 di Giugno era messo in una barca che stava pronta sul Tevere e che faceva indi forza di remi verso Porto. Tutto il clero avrebbe voluto accompagnarlo nella sua prigionia, ma l’Esarca non gli concesse altro seguito che quello di sei giovanetti paggi o servi, e fece serrare le porte per timore che i Romani potessero liberare il loro Vescovo. Lo sventurato, dopo un lungo viaggio di mare, fu tradotto in prima all’isola di Nasso, indi a Costantinopoli, dove fu gettato in un carcere come reo di stato[184]. Fra le accuse che gli si movevano, questa pur era, che con Olimpio avesse congiurato e i Saraceni avesse chiamato in Sicilia. Non possiamo qui narrare dei tristi patimenti ch’ei sofferse in Bisanzio, nè della lunga inquisizione, e della difesa che seppe opporre con viril petto; ci ristringiamo a conchiudere la storia di questo Vescovo che al Papato recò altissima onoranza. Esiliato nell’antico Chersoneso, nella barbarica Crimea, egli vi moriva martire del primato di Roma addì 16 del Settembre 655, abbandonato dagli amici e dagli inimici, e lottando cogli stenti e colla fame[185]. La salma di lui ebbe dapprima sepoltura in Bisanzio nella chiesa della Vergine di Blacherna, più tardi fu trasportata a Roma, ma nè il Libro Pontificale, nè i Martirologi di Beda e di Adone fanno cenno di questa traslazione. Secondo la tradizione romana, il suo corpo fu seppellito nella chiesa di san Silvestro e di san Martino di Tours; e questo antico titolo di Equizio soltanto nell’anno 844 fu da Sergio II dedicato ai due pontefici Silvestro e Martino. Oggidì ancora ai 12 di Novembre vi si celebra la festa di questo Papa, la cui santità ottenne reverenza anche nel calendario dei Greci.

Dopo l’imprigionamento di Martino l’Imperatore aveva comandato che gli si eleggesse un successore; e forse l’esiliato Martino accondiscendeva a questa novella elezione, o per lo meno era forzato ad acconciarvisi. Di tal modo, nell’estate dell’anno 654 fu consecrato papa Eugenio, figlio di Ruffiano, romano della prima Regione aventina. Qui tosto si palesava di qual fervente sollecitudine pei negozî ecclesiastici fosse compreso il popolo romano. Pietro, che di bel nuovo era stato messo nel seggio di patriarca di Bisanzio, s’affrettava di trasmettere al Vescovo romano la sua Sinodica, ossia professione di fede, avvegnachè fosse costume che i nuovi patriarchi eletti spedissero a Roma le loro formule di credenza religiosa, come da altra parte i Papi mandavano le loro a Bisanzio. Quella professione di fede di Pietro era concepita con espressioni così dubbie, che i Romani, popolo e clero insieme, la ripudiarono; costrinsero Eugenio a condannare la formula, e mostrarono che la violenza fatta dagli eretici Greci a papa Martino, gli aveva offesi come di un’onta inflitta alla nazione.

§ 3.

Vitaliano è fatto papa nell’anno 657. — Viene in Italia Costante II imperatore. — Accoglienze e soggiorno di lui in Roma (663). — Una voce di lamento su Roma. — Condizioni della Città e dei suoi monumenti. — Il Colosseo. — Costante mette a sacco Roma. — Muore a Siracusa.

Nel Giugno dell’anno 657 Eugenio moriva, e papa era fatto Vitaliano, un latino di Signia ossia Segni nella campagna di Roma. Costante imperatore, che forse aveva già accolto il disegno di porre sua residenza nell’Occidente e forse in Roma stessa, cercava adesso di avvincere a sè con relazioni di amicizia la Chiesa latina. Accoglieva con degnazione benevola i nunzî del novello Pontefice che erano latori della Sinodica, confermava i privilegî dell’episcopato romano e mandava in dono a Vitaliano un codice della Bibbia splendido di oro e di diamanti. Sei anni più tardi l’Imperatore veniva egli stesso a Roma, ma nulla sappiamo degli avvenimenti che ebbero riempiuto questo periodo della storia della Città.

La venuta in Roma di un Imperatore bizantino, che ancor sempre con valido diritto sè appellava imperatore de’ Romani, era l’avvenimento più meraviglioso di quell’età. Esso forzava le genti ad evocare le memorie degli ultimi tempi dell’Impero, e le costringeva a valicare un periodo di dugento anni segnalato per tante e sì varie mutazioni di casi: la fine dell’Impero occidentale, la costituzione e la caduta di un reame germanico, la ruina di popoli e di città, il decadimento profondo di Roma antica, la origine della nuova. Dai tempi d’Odoacre in poi qui non s’erano più visti imperatori; qui in mezzo ai ruderi accumulati sedeva soltanto il Vescovo ossia il Pontefice, che era adesso l’incontestato rappresentante della nazione latina in tutta Italia. Costante lasciava la capitale d’Oriente nell’anno 662. Lo spettro di suo fratello Teodosio da lui trucidato e l’odio dei suoi sudditi ne lo cacciavano; e, al pari di Tiberio, abbandonava la sua residenza per soffocare i rimorsi in una peregrinazione faticosa, o per nasconderli in qualche luogo remoto. Imbarcatosi a Bisanzio, veniva per mare al Pireo di Atene. Questo nome risveglia fervido desiderio nel genere umano; ma Atene in sulla metà del secolo settimo non era altro che una santa ricordanza, reliquia preziosissima dell’Antichità, diserta e inonorata. Dopo di Giustiniano ivi s’era fatta muta anche l’ultima voce dei filosofi, e le ruine della più splendida magnificenza dell’uman genere circondavano l’Acropoli, destando in chi le mirava un senso di mestizia ancor maggiore di quella che risvegliassero i ruderi della signoria mondiale romana, che circondavano il Campidoglio di Giove. La mente nostra è indotta ad alta ammirazione se guarda alla Roma di quel tempo, ed invece si trasporta all’Atene di allora con devozione dolente, come di chi da un esiglio lungo pensa alla patria perduta; qui dal luogo tristamente seminato di templi e di monumenti crollati non ci si fa innanzi che squallore di morte, e per verità morte eterna, avvegnadio da questo sepolcro dell’Ellade non risorgesse mai più una vita nuova come pur sorse dalla tomba di Roma[186].

Il nipote di Eraclio contemplava Atene con sguardo di grossa indifferenza, ma certo si è che da quel suolo profanato egli faceva svellere e caricar nelle sue navi quei tesori d’arte scolpiti nel metallo, che si erano potuti salvare dall’ingordigia dei Goti o dal furore di vendetta dei Cristiani. Nella primavera del 663 egli faceva vela per l’antica Taranto. Il viaggio dell’Imperatore da Costantinopoli ad Atene, indi a Taranto, a Roma, a Siracusa, moveva da ruine a ruine, come se le Furie avessero trascinato per mano questo tardo Augusto attraverso i luoghi più santi della civiltà, per mostrargli le tombe della grande antichità abbattuta dal despotismo dei Cesari.

Allorchè Costante ebbe toccato terra a Taranto determinò di imprendere una spedizione di guerra per liberare dalla signoria dei Longobardi le province meridionali d’Italia. Fin là infatti i Longobardi s’erano spinti, chè già Autari con sue ardite fazioni di guerra lungo tutta la penisola era giunto alla spiaggia del mare di Sicilia; e la leggenda narrava che egli entrasse col suo cavallo nell’onda del mare di Reggio, e percotendo colla lancia una colonna favolosa che ivi s’alzava, sclamasse: Sia qui il confine dei Longobardi[187]! Ma ai successori di lui non era riuscito di assoggettare quelle province; i Longobardi imperiti nella navigazione restavano popolo di terraferma, laonde nelle città marittime, che non riuscivano a sottomettere, a Napoli, ad Amalfi, a Sorrento, a Gaeta, a Taranto, continuavano a signoreggiare i duci greci, quali luogotenenti dell’Imperatore. Benevento invece era stata costituita in ducato da Alboino, e Zoto erane stato primo Duca. Da questo celebre Ducato, che comprendeva l’antico Samnio, le Puglie e una parte della Campania e della Lucania, i Longobardi del mezzodì movevano a loro scorrerie; e durante il regno di Arichi II, che aveva durato cinquant’anni (dal 591 al 641), il Ducato da una parte si estendeva fin verso Napoli, dall’altra per Siponto giungeva fino al monte Gargano[188]. Due anni prima che l’Imperatore venisse in Italia, Grimoaldo di Benevento s’era impadronito del trono longobardo di Pavia; e a capo del ducato di Benevento aveva lasciato Romualdo suo giovinetto figliuolo. Costante or voleva dunque movere alla distruzione di quello, e, raccolte le soldatesche di Sicilia, di Napoli e di altre terre che ancora obbedivano ai Greci, giungeva innanzi a Benevento. Ma il giovine Romualdo lo batteva; e la sua strenua difesa fu il subbietto di uno dei migliori episodî nella Storia di Paolo Varnefredo. Come gli giungeva novella che re Grimoaldo discendeva contro di lui, l’Imperatore levava l’assedio, veniva a Napoli, lasciava a Formia, che è l’attuale Mola di Gaeta, un esercito di ventimila uomini affinchè proteggesse il suo cammino, e per la via Appia moveva a Roma.

Possiamo credere di leggieri che all’arrivo del padrone imperiale un’agitazione gravissima si destasse nella diserta Città. Sebbene Costante non fosse apertamente in guerra, tuttavolta ragione di acerbi rancori lo teneva diviso dalla Chiesa romana, che da lui aveva sofferto offesa atroce. Essa ne viveva in timore; e se l’Imperatore, soggiogato Benevento, fosse venuto colla baldanza del vittorioso, la Chiesa avrebbe provato di che peso ne sarebbero state per essa le conseguenze. Or fu dunque sua buona ventura che egli venisse senza trionfi, se non pure da vinto. Il Libro Pontificale ha conservato il racconto delle solenni accoglienze che furono fatte all’Imperatore bizantino; ed havvi questo fatto degno di altissima nota, che quelle pompe concordarono colle costumanze, le quali, durante tutto il medio evo, si adoperarono a ricevere gli Imperatori di Germania. Alla sesta pietra miliare fuori della Città, incontro a Costante movevano il Papa, il clero e i deputati di Roma con croci, con vessilli e con cerei accesi in atto di vassallaggio devoto[189]. Vitaliano non aveva cuore di ergersi contro il greco Imperatore coll’animo intrepido del vescovo Ambrogio, che dagli scaglioni della chiesa di Milano aveva respinto il grande Teodosio, perocchè si fosse macchiato del sangue dei nemici. Eppure, quando il Papa vide l’odiato Costante, troppo bene dovette soccorrergli la ricordanza ch’egli era quel desso che aveva trucidato l’Imperatore fratello suo, che aveva condannato papa Martino a morire di fame, che avea ordinato il martirio di Massimo abate cattolico. Si condusse a Roma il padrone con pompa di processione: era il giorno 5 di Luglio del 663, un mercoledì. Poichè dobbiamo supporre che Costante venisse dalla via Appia, è mestieri che egli entrasse per porta Sebastiana; tosto dopo, come aveva fatto al tempo di suo ingresso re Teodorico, egli discendeva in san Pietro per orare sulla tomba dell’Apostolo e per offrirvi un dono votivo. Indi, nè possiamo accoglierne dubbio, egli poneva stanza nell’antico palazzo dei Cesari, la cui vastità deserta e ruinosa avrà di certo messo orrore e noia nei cortigiani bizantini. Ma per quanto pur fosse profondamente decaduto quello splendido castello imperiale, tuttavolta nel secolo settimo esso in qualche parte ancora si acconciava a dimora; chè il Duce dell’Impero, ossia governatore di Roma, vi aveva sua stanza. Il sabato successivo l’Imperatore andava a santa Maria Maggiore, e qui pure lasciava un donativo; nella domenica, accompagnato dalla sua soldatesca, moveva con solenne corteo al san Pietro, incontrato dal clero e condotto dal Papa entro la basilica; dalle mani di Vitaliano riceveva la comunione, e deponeva sull’altare maggiore un pallio d’oro[190]. Il sabato dopo traeva al Laterano; ivi prendeva un bagno e teneva banchetto nella basilica di Giulio, che già abbiamo veduto essere stata un triclinio dell’antico palazzo.

La condizione miserevole cui Vitaliano era ridotto innanzi a quest’Imperatore al quale gli conveniva prestare omaggi adulatorî, induce a usargli commiserazione indulgente[191]. Certamente il suo cuore deve aver sofferto abbastanza dolore quando gli fu duopo contaminarsi di avvilimento innanzi al monotelita e all’assassino di Martino I; faceva ancor mestieri che corresse una serie di secoli prima che quest’esempio di sudditanza del Papa potesse trasformarsi nell’orgoglio di Canossa. La vista del loro sire imperiale che degnava di scendere dalla sua altezza fino a visitare la loro città, e l’arroganza dei cortigiani greci che li guardavano con disprezzo, dovevano destare ricordanze dolorosissime anche nei Romani caduti sì in basso di povertà e di ruina; e noi reputiamo probabile cosa che in quell’onta di Roma allora si facesse udire questa bella voce di lamento:

_Nobilibus fueras quondam constructa patronis,_ _Subdita nunc servis. Heu male, Roma, ruis!_ _Deseruere tui tanto te tempore reges:_ _Cessit et ad Graecos nomen honosque tuum,_ _In te nobilium Rectorum nemo remansit;_ _Ingenuique tui rura Pelasga colunt._ _Vulgus ab extremis distractum partibus orbis,_ _Servorum servi nunc tibi sunt domini._ _Constantinopolis florens nova Roma vocatur,_ _Moenibus et muris Roma vetusta cadis._ _Hoc cantans prisco praedixit carmine vates:_ _Roma, tibi subito motibus ibit amor._ _Non si te Petri meritum Paulique foveret,_ _Tempore jam longo Roma misella fores,_ _Mancipibus subjecta jacens macularis iniquis,_ _Inclyta quae fueras nobilitate nitens_[192].

Ei sarebbe per noi di somma vaghezza se potessimo possedere qualche notizia dello stato in cui era allora il palazzo dei Cesari, se potessimo seguire lo Imperatore bizantino nelle feste che ivi gli furono date in mezzo alle ruine miserande del tempo passato, se potessimo discernere in che forme la nobiltà e la magistratura si atteggiavano nelle loro vesti di broccato d’oro dalle foggie orientali e in che modo il popolo dei Romani mendicava la vita. Un silenzio impenetrabile ravvolge invece quella età. Manca novella di giuochi e di largizioni di denaro o di pane che l’Imperatore distribuisse al popolo; nè sappiamo di restaurazioni ch’egli ordinasse. Ed è pur colpa dei Cronisti manchevoli se non sappiamo di che moneta emunta dal tesoro della Chiesa l’Imperatore si facesse pagare l’onore della sua visita. Costante non guardò Roma con quel senso di venerazione che un tempo ancora ebbe riempiuto l’animo dell’iniquo figliuolo di Costantino allorchè nell’anno 357 venne a Roma insieme col persiano Ormisda. Ci giova ricordare con quali parole Ammiano descriveva lo stupore ond’era colpito l’Imperatore vedendo la moltitudine del popolo e la magnificenza di Roma. Costanzio ammirava massimamente il tempio Capitolino, i bagni, l’anfiteatro di Tito, il Panteon, il tempio di Venere e di Roma, le colonne effigiate degli Imperatori, il foro della Pace, il teatro di Pompeo, l’Odeo e lo stadio di Domiziano e sopra ogni altra cosa il foro di Trajano. Dopo trecento e sei anni di una storia piena di avvenimenti tetri ed in parte spaventosi, un Imperatore bizantino di bel nuovo stava innanzi a quei monumenti; la barbara ignoranza di lui avrà appena conosciuto alcuni di quei loro nomi divenuti signoria della leggenda, che gli antiquarî della Città di allora, seppure di questi lo accompagnavano, non erano più capaci di illustrare colla parola erudita di Cassiodoro. In tre secoli Roma s’era trasformata appieno come crisalide. In rovina già da lungo tempo giaceva il tempio di Giove capitolino; abbandonati e caduti erano i bagni; le fontane ingombre di rottami non gettavano più una goccia d’acqua; folta cresceva l’erba nell’anfiteatro di Tito, le cui muraglie dislogate crollavano. Una breve parte del palazzo imperiale serviva a dimora, ruina il resto; il foro della Pace e tutti gli altri, seminati di ruderi o deserti; soltanto la colonna del foro di Trajano si ergeva maestosamente tranquilla in mezzo a templi vacillanti e a biblioteche vuote, dove qua e colà contro la caduta e l’oblio pugnava ancora la statua annerita di qualche genio greco o romano, il cui nome s’era perduto in dimenticanza. Circo e teatri, da lungo tempo curvati sotto il flagello della età, erano in balia della decadenza; il grande tempio di Venere e di Roma, che soltanto di recente era stato scoperchiato del suo tetto, era precipitato a mezzo. E dovunque lo sguardo si posava in mezzo ai monumenti scrollati dalla decrepitezza, miravansi chiese edificate coi materiali di quelli, o conventi che si addossavano ad essi, oppure finalmente templi mutati in case della preghiera cristiana. Da ogni parte Roma era sopravvissuta alla trasformazione ed alla trasposizione dei suoi monumenti, avvegnachè qui si vedessero templi cangiati in chiese, ivi marmi e colonne e architravi svelti dagli edifici per essere trascinati a ornare chiese vicine o remote.

Una duplice Roma pertanto si mostrava agli occhi di Costante; un’antica ed una nuova, come avviene ancora a’ dì nostri. E come oggi, così anche allora, l’anfiteatro di Tito era il punto di mezzo dell’antica Roma. Questo monumento gigantesco della potenza de’ Cesari già nella bocca del popolo aveva nome di Coliseo, non dal colosso di Nerone, ma da quello della sua propria grandezza. Il nome barbarico è usato per la prima volta sullo spirare del secolo settimo da Beda, monaco anglosassone, che lo adopera in quella celebre profezia che correva di Roma: «Finchè starà il Coliseo, starà anche Roma; quando il Coliseo cadrà, Roma pure cadrà; quando cadrà Roma, cadrà anche il mondo.» È probabile che Beda non sia mai stato a Roma; ben la profezia e il nome del Coliseo i pellegrini germanici avranno recato nel settentrione[193]. Nella Roma nuova erano sorti due centri ecclesiastici, il palazzo Lateranense, che a poco a poco subentrò nel luogo del palazzo imperiale, e il Vaticano, Campidoglio cristiano. La Città antica durava tuttavia nelle sue grandi moli, nei suoi monumenti ed anche colle sue vie e colle sue stazioni; in mezzo di essa s’era spinta la Città cristiana, conosciuta soltanto per le sue chiese molte e in parte illustri, la cui storia parimenti (sì presto la vecchiezza logora le opere degli uomini) qua e colà s’era profondata entro il buio della leggenda.

Gli è difficile cosa che il greco Imperatore fosse indotto a meditare mestamente sulle sorti della capitale del mondo; e piuttosto, allorquando con vacua e rapida curiosità lasciava cadere lo sguardo sui ruderi di Roma, roba sua, egli trovava allegramente che ancora restavano degli oggetti da talentare la sua avarizia. Statue parecchie di bronzo duravano nelle vie e nelle piazze, come ivi le aveva già scorte Procopio, e può darsi che i Bizantini, i quali andavano in giro frugando, di esse cercassero avidamente anche entro ai templi chiusi. Il Pontefice mostrava al suo ospite il Panteon, dono imperiale fatto alla Chiesa; Costante ne vide il tetto di bronzo dorato sfavillare sotto i raggi del sole, e, senza che il rattenesse riguardo della Vergine e di tutti quanti i Martiri, ordinava che sul suo naviglio si caricassero quelle tegole preziosissime. A malincuore risparmiava i quadrelli dorati che coprivano il tetto del san Pietro; chè a strapparneli lo impediva la santità della basilica, oppure la tema di commuovere a sollevamento i Romani. Dodici soli giorni dimorava Costante in Roma, e tanto tempo bastava perchè la Città fosse derubata de’ suoi ultimi tesori antichi di bronzo fino ai più piccoli avanzi[194]. Fu prodigio che la magnifica statua equestre di Marco Aurelio in bronzo dorato sfuggisse alla rapacità dei Bizantini. Essa in quel tempo non peranco portava il nome di statua di Costantino; incerto è il luogo dove prima stesse, ma è possibile che s’elevasse nella piazza presso l’arco di Severo. Se a quel tempo tuttavia presso quell’arco si conservava la statua equestre di Costantino, non v’è dubbio che Costante ne la faceva svellere e caricare su un bastimento. Che ciò avvenisse è probabile assai; e può darsi che ai Romani supplichevoli Costante facesse grazia di lasciar soltanto la statua in bronzo di Marco Aurelio, e che d’allora in poi il popolo ed il clero alla statua equestre di quell’Imperatore imponessero titolo di statua del grande Costantino: così infatti fu appellata per tutto il medio evo[195]. Forse allora i Greci trafugavano alle loro navi anche gli avanzi delle biblioteche antiche.

Nel dì della sua partenza l’Imperatore udì ancora una volta la messa presso la tomba dell’Apostolo; indi, preso commiato dal Papa, veleggiò col suo bottino per Napoli. Ma nè egli nè Bisanzio dovevano esser lieti della depredazione di Roma. Nell’antica Siracusa, dove Costante aveva posto dimora nell’isola Ortigia, dove accumulava la moneta spremuta con balzelli dalla Sicilia, dalle Calabrie, dall’Africa e dalla Sardegna, e dove ammassava persino gli arredi d’altare delle chiese, quattro anni dopo era ucciso mentre trovavasi in bagno; uno schiavo gagliardo gli sbatteva sulla testa un vase di bronzo. I capolavori artistici di Roma, deposti nella città dell’isola, tosto dopo cadevano in mano dei Saraceni allorchè eglino conquistavano Siracusa. Anche questa illustre città di Gelone e di Gerone ebbe pari le sorti con quelle di Atene e di Roma; Achradina, Tyche, Neapolis ed Epipolae erano ancora soltanto ruine della magnificenza antica, diserte di abitatori[196].