CAPITOLO SECONDO.
§ 1.
Gregorio è ordinato papa addì 3 Settembre 590. — Sua prima predica. — I Longobardi condotti da Agilulfo e da Ariulfo stringono Roma d’assedio. — Gregorio pronuncia la orazione funebre di Roma. — Egli compra la ritirata dei Longobardi.
Come fu venuta di Bisanzio la conferma della elezione pontificia, Gregorio fu atterrito del grave officio[40], e, com’egli stesso confessò, volle fuggirne. Nel secolo nono narrava la leggenda che egli secretamente si facesse trasportare fuor di Roma da alcuni mercanti e si celasse in un bosco: i Romani però movevano a cercarlo; una colomba raggiante di splendore oppure una colonna di luce svelava il nascondiglio di Gregorio; si riconduceva l’eletto con pompa di trionfo in san Pietro ed ivi era consecrato pontefice[41]. Gregorio saliva alla cattedra di Pietro addì 3 Settembre 590, e, per usare delle sue stesse parole, assumeva il governo della Chiesa come di una barca antica dove l’onda penetrava da tutte le parti, e le cui tavole sconnesse dalla tempesta collo stridìo annunciavano prossimo naufragio.
Le condizioni spaventose nelle quali Roma allora si trovava offrivano argomento alla sua prima predica. In quel tempo, ogni qualvolta il Vescovo romano, che nel senso vero dell’espressione era sacerdote e padre del suo popolo, saliva sul pergamo, ciò ch’egli vi parlava era parola di verità storica. Gregorio raccoglieva in san Pietro le reliquie del popolo di Roma, e gli sciagurati nepoti di Cicerone, accalcati nella basilica, a fioco lume, stavano intenti ad udirlo con ansia febbrile ancor maggiore di quella con cui i loro antenati avevano ascoltato, nel tempio della Concordia, i discorsi eloquenti degli oratori.
«Nostro Signore», diceva il Vescovo mestamente, «vuol trovarci parati alla sua chiamata, e ci mostra la miseria del mondo invecchiato affinchè possiamo sgombrarne da noi ogni affetto. Voi avete veduto quante tempeste ne annuncino la prossima fine; se non placheremo in pace lo spirito di Dio, converrà che temiamo di apprendere il suo giudizio che s’avvicina in mezzo a flagelli tremendi. Al frammento dell’Evangelio di cui udiste testè le parole, il Signore premise questo: Una gente si leverà contro all’altra gente ed un regno contro all’altro e vi saranno terremoti, fame, pestilenza e prodigî spaventevoli, e grandi segni del cielo[42]. Di tutto questo abbiamo già visto colpirci alcuni guai, e dell’approssimarsi del resto già viviamo in paura. Imperocchè di popoli che calpestano altri popoli e di contrade oppresse di desolazione ai tempi nostri abbiamo veduto più di quello che nelle Scritture possa leggersi. Troppo di sovente da altre parti del mondo udiste di terremoti che distrussero cittadi innumerevoli, e noi soffriamo pestilenza senza fine. Di prodigî nel sole, nella luna e nelle stelle per vero ancor non sappiamo, ma che questi pure siano vicini ce lo avvertono le mutazioni dell’aria. Questo sì abbiamo veduto, prima che Italia fosse abbandonata alla balìa del ferro longobardo, balenare nel cielo spade di fuoco rosse del sangue del genere umano che tosto dopo fu sparso a torrenti. Vigilate attenti alla difesa di voi; chi Dio ama deve giubilare che il mondo finisca; chi ne sente amaritudine sono coloro nel cuore dei quali ha posto radice l’amore del mondo, coloro che non desiderano la vita futura, che non ne hanno la fede. Ogni dì il mondo è percosso da calamità novelle; mirate quanto pochi dell’antico popolo senza numero siano rimasti, eppure noi ogni dì nuovi mali flagellano, e sventure impreviste abbattono. Il mondo diventa antico e incanutisce, e per un mare di dolori volge quasi a morte vicina»[43].
La prima predica di Gregorio ci trasporta nel buio profondo di quell’età, in cui Roma andava precipitando alla sua fine, in cui nel mondo che in sè chiudeva tanti germi di vita nuova, l’umanità altro non vedeva che i ruderi accumulati dell’Impero sovra i quali sedevano i Romani, ruina di popolo incanutito, e si adagiavano pronti a morirvi. Ma quello stesso Vescovo che gli ammoniva a rendersi famigliare il pensiero della caduta e della morte, in pari tempo dava opera sollecita a serbarli in vita ed a rialzarli. Per lui primo dovere era la salute della Città, e i tempi correvano tali che il Vescovo doveva riputarsi suo vero reggitore, avvegnachè in mezzo a quel rovinìo orrendo non vi fosse che un asilo, la Chiesa; non vi fosse che un proteggitore ed un salvatore, il Pontefice. La fame desolava la Città deserta, e Gregorio scriveva a Giustino pretore di Sicilia affinchè prestamente mandasse grano, di cui ancor sempre la Città da quell’isola ricavava provvisioni[44]. Poco l’Imperatore poteva darne, e la parte maggiore traeva la Chiesa stessa dai ricchi suoi possedimenti. A quella necessità potevasi provvedere ben più facilmente che alla pressura dei nemici, imperocchè la spada di re Autari o quella di Ariulfo, duca di Spoleto, fossero rivolte contro Roma che i Longobardi circuivano come avoltoi intorno ad un cadavere. Scarso era il presidio della Città, e la soldatesca, cui facevasi mancare lo stipendio, non obbediva a disciplina. «Se viene Maurenzio cartulario», scriveva Gregorio allo scolastico Paolo, «pregovi di provvedere fervidamente insieme con lui ai bisogni di Roma, chè di fuori ogni dì più senza fine ci colpisce il ferro dei nemici, e dentro con maggior pericolo ci minaccia la rivolta dei soldati»[45].
Le esortazioni di Maurizio imperatore erano riuscite a trarre in campo di bel nuovo, nell’anno 590, Childeberto di Francia contro re Autari, ma la fame e il contagio distruggevano in Lombardia l’esercito franco, e per tal guisa la grande impresa che doveva condursi in unione coll’Esarca, riusciva vuota di risultamento; Roma però ne ebbe vantaggio, perocchè ne fosse così allontanato l’inimico. Autari poi moriva nel Settembre dell’anno 590; la vedova di lui, Teodolinda principessa di Baviera, faceva dono della sua mano e della corona dei Longobardi al giovane e bello Agilulfo duca di Torino, ed il novello Principe, per felice ventura della Chiesa, non era muto all’influenza della sua donna che professava fede cattolica. Roma, che sospirava ad una pace durevole, ne avrebbe goduto un qualche tratto, se i desiderî dei Pontefici fossero proceduti d’accordo cogli intendimenti politici o coll’energia dell’Esarca. Ariulfo di Spoleto e re Agilulfo stesso, nell’anno 593, stringevano Roma fino agli estremi; Gregorio con lettere scritte all’Arcivescovo di Ravenna si lagnava acerbamente delle astute arti di Romano esarca, che ritardava la conchiusione della pace, e nel tempo stesso il Papa svelava l’orgogliosa coscienza di superare di gran lunga per grado e per dignità quell’officiale imperiale. Egli raccomandava all’Arcivescovo che inducesse l’Esarca alla pace con Ariulfo; lamentava che s’avessero tolti alla Città i soldati imperiali che v’erano di presidio, e che la milizia teodosiana, sola rimasta, appena accondiscendesse a tener la guardia delle mura, perocchè non avesse toccato stipendio[46].
Qualche tempo prima, Romano era venuto nella Città; incontro a lui che, per quanto sappiamo, fu il primo Esarca che mettesse piede in Roma, erano mossi i Romani, popolo e clero, ordinati in corporazioni con bandiere, e l’esercito; e con solenne corteo dal Laterano, dove il Papa gli faceva accoglienze, lo avevano condotto alla sua dimora che egli tuttora poneva nel palazzo dei Cesari[47]. Il patrizio greco ricevette gli omaggi più alti che erano dovuti all’Imperatore onde teneva le veci. Feste al popolo non diede, venne a mani vuote, e dopo di avere senza dubbio smunto oro dagli scrigni della Chiesa, se ne tornò via, seco traendo tutta la milizia mercenaria greca, financo i Teodosiani, affine di guernire altre città minacciate dal nemico, quali erano Narni e Perugia. La ragione che aveva indotto a guerra Agilulfo si era la spedizione con cui l’Esarca, ad onta dei trattati, s’avea fatto signore di alcune città di Tuscia, già divenute longobarde, di Orta, di Polimarzio e di Bleda, ed inoltre il tradimento di Perugia, già poc’anzi presa dai Longobardi, che avveniva nell’anno 592 per opera di Maurizio loro duca in quella città. E poichè il Re moveva tosto ad assalire Perugia, Roma, causa la vicinanza, ne era colta di massimo spavento; chè infatti, non appena quella città, nell’anno 593, fu caduta in potere del Re, egli con tutti i suoi eserciti comparve innanzi a Roma.
Il movimento di guerra dei Longobardi era cagione che Gregorio interrompesse il corso dei sermoni coi quali interpretava Ezechiello al popolo; egli stesso dice che alla vista di coloro che tornavano colle mani mozze ed al racconto della prigionia e della morte di altri, l’animo suo non era stato capace di proseguirvi[48]. In quelle prediche pronunciate sotto l’impero degli avvenimenti, se vuoi anche con colori da retore, si dipinge viva e storicamente vera la condizione in cui allora trovavasi Roma; e la Omelia decimottava è un impareggiabile quadro di quei giorni tristissimi.
«Che avvi mai», sclama Gregorio, «che ancora in questo mondo ci allieti? Dappertutto vediamo lutti, dappertutto udiamo gemiti; le città sono saccheggiate, le castella demolite, le campagne devastate, la terra fatta un deserto. Sui campi non resta più un colono, nelle città trovi appena un abitatore; eppure le poche reliquie del genere umano sono colpite ogni dì e incessantemente di guai; i flagelli della giustizia di Dio non hanno termine, perchè tanti castighi non bastano ancora ad espiare le peccata. Vedemmo questi tratti in servitù, quelli mutilati, altri uccisi. A che basso stato sia discesa poi quella Roma che altra fiata era signora del mondo, ci è facile scorgere: da acerbo cordoglio oppressa, spopolata di cittadini, assalita dagli inimici, fatta cumulo di ruine, in essa si compie ciò che un tempo di Samaria vaticinava il profeta Ezechiello: «Prendi una caldaia e versavi dentro dell’acqua e getta i suoi brani di carne entro di essa.» E più oltre: «Essa bollirà e cuocerà e saranno cotte le sue ossa.» Ed ancora: «Accumula le ossa che io vi dia fuoco; le carni si consumeranno, e tutto quello che è dentro la caldaja si struggerà, e le ossa saranno sfatte. Poni anche la caldaja vuota sopra i carboni, acciocchè il suo rame si arroventi e si liquefaccia.» Sì, la caldaja fu messa al fuoco fin d’allora che Roma ebbe fondamento, vi fu versata acqua e vi furono gettati entro tutti i suoi brani di carne allora che d’ogni parte i popoli della terra erano trascinati ad essa che, al paro di calda acqua, nell’incendio delle opere mondane bolliva, e come brani di carne si sciolsero in mezzo all’ardore del fuoco. E fu detto con mirabile parola: «Essa bollirà a scroscio e vi si cuoceranno entro anche le ossa.» Imperocchè dapprima vi si agitasse violentemente l’amore della gloria mondana, ma poi questa gloria si spense con quelli che del suo desiderio si accendevano. Le ossa significano gli uomini potenti della terra, ma la carne i popoli, avvegnadio siccome le ossa sostengono la carne, così la fralezza dei popoli sia governata dai possenti della terra. Ma vedi, or le furono già tolti tutti i potenti del mondo, le ossa sono dunque cotte; vedi, i popoli sono caduti, dunque anche la carne è distrutta. Può dunque esser detto: «Accumula insieme le ossa che io vi dia fuoco; le carni si consumeranno, e tutto quello che è dentro la caldaja si struggerà, e le ossa saranno sfatte.» Ed invero, dov’è il Senato? dove il popolo? Le ossa sono distrutte, la carne consunta, in essa è spento tutto lo splendore delle dignità terrene. La moltitudine del suo popolo è discomparsa; e tuttavolta noi, pochi rimasti, ogni dì siamo minacciati di spada e di calamità senza fine. Può dunque esser detto: «Poni anche la caldaja vuota sopra i carboni;» ed invero se manca il Senato, se perì il popolo, se tuttavia sui pochi che sono ancora in vita si aggravano ogni dì dolore e pianto, ciò significa che tutta in fiamme arde Roma deserta. Ma che dir degli uomini, se già per cadute continue gli edificî stessi vediamo al suolo distrutti? Per lo che alla Città già deserta mirabilmente si adegua quanto è scritto ancora: «Si arroventi il suo rame e si liquefaccia.» Conciossiachè sarà distrutta persino quella caldaja in cui prima furono cotte la carne e le ossa, chè dopo caduti gli uomini, crolleranno anche le muraglie. Dove sono quelli che un giorno insuperbivano della loro gloria? Dov’è la loro magnificenza? Dove l’orgoglio? Dove i sollazzi tanti e smodati? In essa ebbe compimento quello che il Profeta ha detto di Ninive distrutta: «Dov’è la dimora dei leoni e l’alimento dei figli de’ leoni?» I suoi generali e i principi suoi non erano forse leoni che correvano le terre di tutto il mondo e con rabida sete di sangue ne riportavano la preda? Qui i piccoli dei leoni trovavano il loro cibo, perocchè fanciulli e giovani, figli degli uomini mondani, qui d’ogni parte accorressero se volevano sgombrarsi le vie della fortuna terrena. Ma ahimè! or la Città è fatta deserto, ora è in ruina, e per lungo gemito affranta. Niuno più corre ad essa per conquistarsi la fortuna di questo mondo. Adesso più non le rimane un solo uomo possente e nella violenza operoso, che col sopruso sappia carpire bottino. Diciamo dunque: «Dov’è la dimora dei leoni, dov’è il nutrimento dei figli dei leoni?» Ad essa incoglie ciò che il Profeta ha detto di Giudea: «La tua calvizie si diffonde come quella dell’aquila.» E invero la calvizie colpisce l’uomo nel capo, ma la calvizie dell’aquila si distende per tutto il corpo, imperocchè, quando è invecchiata molto, le sue piume e le sue penne cadano d’ogni parte. Così, al pari dell’aquila spennacchiata, la Città s’è cosparsa di quella calvizie che fu la perdita del popolo suo. Caddero anche le penne possenti delle ali, colle quali un tempo soleva alzarsi a volo, perocchè sieno morti quegli eroi tutti per opera de’ quali un tempo essa metteva a ruba le proprietà degli stranieri»[49].
I Romani, che ascoltavano quel ditirambo del dolore risonare nell’alta e silenziosa basilica di san Pietro, dalle cui pareti i Santi d’aspetto severo dipinti nel musaico parevano guardar fissamente in giuso, dovevano sentirsi schiacciati sotto il peso di queste parole tremende. Il loro destino desolato si svelava ai loro occhi come un vaticinio compiuto: Roma era morta! Alla parola solenne del grande oratore tenevano bordone il pianto delle matrone e il gemer dei vecchi nati già negli splendidi tempi di Teodorico; e negli intervalli in cui la voce di Gregorio posava, la fantasia agitata del popolo avrebbe potuto imaginare di udir le grida furibonde degli inimici irrompenti alle porte, oppure la frana romorosa di Roma e de’ suoi antichi monumenti, dai quali, sordi e pesanti, precipitassero i massi marmorei. Non v’ha dipintura di Roma più tremenda di questa che ci è offerta da quella adunanza e da quella predica; e la imaginativa fiera e grandiosa dell’Omelia, che associa la storia della capitale dell’Impero romano alle profezie degli Israeliti, è tale da destarci dal profondo dell’animo una tristezza di tragico senso. È il discorso funebre di Roma che il Vescovo recitava sulla sua tomba, e possiede un’importanza storica altissima, maggiore persino di quella che s’abbia il discorso di Marc’Antonio presso il cadavere di Cesare. Il Papa che pronunciava quell’orazione era nel tempo stesso l’ultimo discendente d’una famiglia romana antica ed illustre, laonde il suo discorso di tetri concetti s’inspira alla vera energia del sentimento nazionale romano.
Agilulfo assediava Roma, ma non la stringeva soverchiamente; come avrebbe potuto infatti resistere a lui la Città che, a detta dello stesso Gregorio, «priva di popolo numeroso e senza ajuto di soldati» stava sotto il solo usbergo della protezione dell’apostolo Pietro o di Dio[50]? Se il Papa saliva sui merli delle mura di Aureliano e di Belisario cadenti di vecchiezza, poteva co’ suoi proprî occhi mirare i Romani trascinati dai Longobardi come cani al guinzaglio per esser venduti schiavi nelle Gallie; e i parecchi assalimenti coi quali il nemico moveva contro le porte, lo avranno indotto a terrore, mentre il prefetto Gregorio e Castorio maestro de’ militi, ch’erano i soli officiali imperiali di grado ragguardevole che fossero in Roma, attendevano alla incerta difesa. Non la loro vigilanza, nè la perseveranza dei cittadini armati avevano merito che il nemico finalmente si ritirasse, sibbene le ricchezze della Chiesa; e Gregorio in una lettera, che più tardi scriveva alla imperatrice Costanza, lamentava con ironia di dover sè stesso appellare tesoriere dei Longobardi, sotto le spade dei quali il popolo romano serbava la vita soltanto perchè la Chiesa la riscattava ogni giorno[51].
L’Imperatore non rivolgeva al Papa nemmanco una parola di gratitudine per la liberazione di Roma; ed anzi l’Esarca cercava di mettere in sospetto a Bisanzio il Vescovo che alla sua autorità diventava pericoloso, e contro cui era irritato, sembra, perchè di propria volontà aveva trattato della pace coll’inimico. Maurizio scriveva a Gregorio una lettera di stile violento, in cui gli rimproverava che Roma durante l’assedio non era stata bastevolmente provveduta di vettovaglia; e in brevi e sonore parole gli dava del cervel grosso, poichè s’era lasciato corbellare da Ariulfo colla promessa che questi per la conchiusione della pace sarebbe venuto a Roma. A quella lettera il generoso Gregorio rispondeva con dignità e con acutezza diplomatica; enumerava tutti i pericoli ai quali lo avevano esposto i comportamenti dell’Esarca, tutti i danni che ne erano conseguiti, e nel tempo stesso in cui affermava di volere assumere a titolo di onoranza l’offesa che l’Imperatore gli faceva, cercava di salvare dalla disgrazia gli officiali imperiali, e celebrava la vigilanza operosa con cui eglino avevano provveduto alla difesa di Roma[52].
§ 2.
Condizioni del reggimento temporale di Roma. — Gli officiali imperiali. — Assoluto silenzio rispetto al Senato romano.
La menzione che ci occorse di fare del Prefetto e del Maestro de’ militi, ne richiama a esaminare brevemente come fosse costituito il reggimento temporale della Città in quel periodo di tempo, e ci trae quindi a toccare di uno dei punti più oscuri nella nostra Storia. Abbiamo veduto che in quell’età non si parla più di un Duce che sedesse in Roma, nè riscontrasi mai cenno di un Ducato romano[53]. All’invece, alcune città erano governate da _Comites_ e da _Tribuni_, e in Roma e nel territorio alla Città attinente trovansi dei _Magistri Militum_, che manifestamente avevano autorità di comando generale ed erano investiti della piena potestà di un Duce. Tuttavolta, e soltanto di tempo in tempo, anche questo officio appare esistere in Roma, come allora che Castorio resse la difesa contro l’assedio di Agilulfo[54]. Le cose di guerra e la giurisdizione loro relativa, dipendevano da questo comandante; e di Ravenna o di Bisanzio era spedita a Roma la moneta per supplire allo stipendio della soldatesca sotto nome di _roga_, di _precarium_ o di _donativum_, che era pagato dall’_Erogator_, sempre che però il denaro venisse[55].
Più di frequente, le lettere di Gregorio fanno menzione del Prefetto; una sol volta però v’è usato dell’espresso addiettivo _Urbis_[56]; ed il Papa ben di sovente parla di Prefetti senza aggiungervi qualificazione ulteriore, cosicchè ogni qual volta ei ne discorra ci convien guardarci dall’intendere per essi sempre i Prefetti della Città. V’era ancora un Prefetto d’Italia, uno d’Africa e uno dell’Illirio, ossia delle tre Diocesi che erano un tempo soggette al Prefetto del Pretorio d’Italia; Gregorio ne fa parola nelle sue lettere[57]. Le funzioni del Prefetto, il quale dall’Esarca era chiaramente distinto, ci sono ad ogni modo più conosciute di quelle che spettavano all’officio di Proconsole d’Italia[58]. Il Prefetto reggeva con podestà immediata tutte le bisogne civili, così in argomento di finanza e di giustizia che di amministrazione delle città. La raccomandazione del Papa non era priva di influenza nell’elezione all’officio della prefettura d’Italia e di quella della Città. Per recarne un esempio, nell’anno 602 l’ex-prefetto Quertino pregava il Pontefice che s’adoperasse presso l’Imperatore affinchè Bonito ottenesse la prefettura, quella d’Italia senza dubbio. Rescrivevagli il Papa essere quella una carica travagliata di difficoltà, essere oltracciò disacconcio che un uomo dedito agli studî delle scienze andasse a mettersi in mezzo a negozî senza costrutto: non voler egli però mettervi ostacolo, sebbene dovesse già fin d’allora deplorare le future amarezze che soffrirebbe quell’uomo, perocchè l’esempio dei predecessori lo ammaestrasse abbastanza dei mali che lo aspettavano[59]. E per verità le sue lettere contengono gravi documenti di una simile esperienza.
Allorquando i Prefetti uscivano d’officio dovevano render conto della loro amministrazione al succeditore o ad altri che riceveva incarico di quella censura; nè il grado elevato (Gregorio dà loro titolo di _Magnificus_, di _Gloriosus_ e di _Illustrissimus_) li salvava in parecchi casi da punizioni che per fermo possono appellarsi turchesche. L’ex-prefetto Libertino era citato a giudizio straordinario innanzi l’ex-console Leonzio in Sicilia, e ignominiosamente flagellato a colpi di verga. La barbarie di quella esecuzione commoveva Gregorio a nobile sdegno, ond’egli scriveva a Leonzio una lettera che per eccellenza è prima nella intiera collezione delle sue Epistole e massimamente onora l’animo suo generoso. Ei vi parla da romano, cui concita ad ira il solo pensiero che su un uomo libero possa alzarsi la frusta. Questa, dic’egli ricordando i tempi antichi, quest’è la differenza tra i re barbarici e gli imperatori romani, che i primi sono signori di gente schiava, i secondi reggitori di uomini liberi: in tutte le opere vostre voi dovete tener fermo lo sguardo anzi tutto a giustizia, indi, sopra ogni altra cosa, a libertà; e minaccia Leonzio colla potenza che gli viene dalla dignità di vescovo romano; avvegnachè, soggiunge, se io avessi trovato l’accusato nel suo buon dritto, a me sarebbe spettato di ammonirvene già prima per lettere, e se non avessi trovato ascolto, io mi sarei rivolto all’Imperatore[60]. Da questa lettera si pare manifestamente qual podestà lo stesso Gregorio potesse attribuirsi al di sopra dei più eminenti officiali dello Stato, perocchè la loro opera fosse soggetta alla sopravveglianza di lui.
I pubblici ministri ch’erano minacciati di castigo cercavano la sua protezione. Ed era consuetudine che i magistrati uscenti di carica rifuggissero negli asili delle chiese e non gli abbandonassero se non allora che da un notajo imperiale ricevevano guarentia della vita, dimostrazione segnalata delle condizioni cui era ridotto il reggimento bizantino. Così aveva fatto l’ex-prefetto Gregorio, e noi troviamo una serie di lettere che il Papa indirizzava agli uomini più potenti per raccomandar con fervore alla loro protezione quell’uomo affinchè lo salvassero dall’arbitrio dei giudici[61]; laonde da quei trattamenti inonesti possiamo scorgere agevolmente a che segno di abbiezione il despotismo bizantino avesse trascinato l’ordine degli officiali pubblici, anche di quelli che tenevano le cariche più illustri.
Al tempo di Graziano e di Valentiniano il Prefetto della Città era un altissimo magistrato; era principe del Senato e per dignità precedeva tutti i patrizî e tutti gli uomini consolari. Dopo di Augusto, la sua giurisdizione si estendeva fino alla centesima pietra miliare, e dalle provincie suburbane a lui si moveva ricorso di appello. Nella Città poi stavano sotto il suo reggimento tutte le bisogne pubbliche, l’annona, i mercati, il censimento, la polizia dei fiumi e dei porti, delle mura e degli acquedotti, gli spettacoli e l’ornato della Città. Il decadimento di Roma aveva trascinata con sè anche la decadenza del suo officio; però nel secolo sesto esso era tuttavia sì importante che teneva il governo di tutta l’amministrazione civile, laddove l’autorità nelle cose politiche e militari si spettava al Maestro dei militi. Solo in tal modo si spiega come possa trovarsi che il prefetto Gregorio era ancora nella difesa e nel reggimento della Città la persona maggiore allato del comandante militare. Al contrario, quest’ampiezza di funzioni scomparve nel secolo settimo in cui gli officiali militari acquistarono il completo imperio supremo; e mentre il Prefetto della Città trovò i limiti del suo officio nella semplice _Jurisdictio_ esso decadde per altra parte sotto la podestà del Duce di Roma ch’era il governatore generale. Già dopo l’anno 600, in cui Giovanni tenne la prefettura, non s’ode più parlare di Prefetti fino all’anno 744 in cui quell’officio ricompare; e la celebre magistratura cittadina si conserva, sebbene sotto forme mutate, unico ministero di origine dell’antichità, e negli anni più tardi del medio evo giunge persino ad ottenere alta importanza[62].
Oltre al Prefetto della Città ed al Maestro dei militi o Duce, altri officiali imperiali erano in Roma, ma le loro funzioni e i loro rapporti ci sono involti nell’oscurità: così tratto tratto occorre di trovare dei Legati che esercitavano incarichi dell’Imperatore e l’arbitrio dei quali incuteva alla Città grave terrore[63]. Come stesse la cosa pel Senato, non sappiamo. Quegli scrittori i quali sostengono che continuasse ad esistere, altri argomenti non hanno per suffragare la loro opinione fuor di questi: gli squarci a noi ben noti della Sanzione Prammatica di Giustiniano, la notizia di Menandro su quell’ambasceria composta di alcuni Senatori che andò a Costantinopoli nel 579, e la continuazione dell’officio del Prefetto che eglino dichiarano essere stato, anche di quel tempo, capo del Senato secondo la costumanza antica. Tutti questi argomenti però non si sostengono su buon fondamento, e cadono innanzi al silenzio degli Storici. Se al tempo di Gregorio il Senato avesse ancora durato in vita, tenendo funzioni di magistrato consultivo o di depositario dei diritti politici della _Respublica romana_, come mai Gregorio avrebbe potuto dimenticarlo e negligerlo onninamente in mezzo alle più difficili necessità dello Stato? Vedremo più tardi com’egli, nell’anno 599, trattando con Agilulfo della pace, usasse di un abate Probo a mediatore dei negoziati; nè allora è fatta mai parola di Senatori o di parte politica che nemmanco remotamente ivi prendesse il Senato. E quando Agilulfo spediva suoi messaggeri a Roma, chiedeva del solo Pontefice la sottoscrizione al trattato di pace; del Senato non facevasi neppur cenno. Si potrebbe perciò tutt’al più credere che il Senato perdurasse ancora come corporazione dei Decurioni, per analogia, ad ogni modo, assai dubbia, colle città d’Italia che non erano ancor cadute sotto la conquista dei Longobardi, e che erano ridotte alle reliquie della costituzione curiale romana[64]. Ma neppure di una Curia in tal significato si discorre più, e pertanto ci è duopo di ricorrere, come ad argomento efficace che sorregge l’opinione nostra, a quelle celebri parole della Omelia decimottava di Gregorio che affermano il Senato non aver più esistito[65]. Per lo contrario, non può supporsi che parimenti in modo assoluto si fosse estinta la corporazione civica, municipale; questa infatti ricomparisce nell’_Ordo_ di quel tempo, una parte del quale dev’essere stata quello che più tardi appellossi il _Consilium_, il consesso cioè degli officiali amministrativi che esercitava una ristretta giurisdizione cittadina sotto l’autorità del Prefetto della Città.
Per quanto scarse sieno pure le notizie sulle forme del reggimento di Roma in quell’età, quest’è certo che la podestà in argomento delle cose militari, delle civili e delle politiche era esercitata da officiali dell’Imperatore; al Papa ne competeva d’ordine legittimo una certa sopravveglianza, a lui movevasi ricorso di appello. Nel restante vediamo il Pontefice attendere unicamente al governo della Chiesa ed alla giurisdizione ecclesiastica; tuttavolta Gregorio, stante il concorso del suo alto ingegno e delle condizioni dei tempi, riusciva a tenere nello Stato grandissimo luogo, così che in via di eccezione diventava capo supremo di Roma e tale erane tacitamente riconosciuto: a buon dritto pertanto deve ravvisarsi in lui il fondatore della signoria temporale dei Papi.
§ 3.
Relazioni di Gregorio colla città di Roma. — Sue cure per il popolo. — Amministrazione dei beni ecclesiastici.
La potenza di Gregorio superava l’autorità degli officiali dell’Impero; in lui i Romani onoravano il loro signore, l’uomo che provvedeva alla loro salvezza, che riuniva nella sua persona la dignità santa di vescovo e lo splendore della più illustre stirpe patrizia. Dopo che la caduta del reame dei Goti avea fatto spegnere con sè l’ultimo spiro di vita pubblica nella Città, Roma subiva una trasformazione completa. Non v’erano più consoli, non senato, non sollazzi che ricordassero il regno del mondo; le case patrizie s’erano estinte pressochè tutte, e le lettere di Gregorio non fanno neppur motto che in Roma esistessero famiglie doviziose d’antica progenie, se ne togli quelle che erano emigrate a Costantinopoli[66], laddove si trovano nomi antichi attribuiti a possedimenti che omai appartenevano ai patrimonio della Chiesa[67]. L’operosità nelle cose ecclesiastiche o teologiche aveva imposto silenzio ai negozî d’ordine civile, e già abbiam veduto il popolo romano chiudersi tutto in un vestimento sacerdotale. Non più festività pubbliche fuor delle sacre; ciò che occupava come di un avvenimento importante il popolo infingardo si erano gli argomenti religiosi. La Chiesa stessa aveva incominciato ad essere un immenso asilo della Società; sotto il terrore di calamità inaudite della natura e della guerra s’era fatta universale la credenza della prossima fine del mondo; e immenso era il numero di coloro che correvano a chiudersi nei conventi o si consecravano al sacerdozio. Quell’accorrenza era accresciuta dalla povertà per una parte, dall’ambizione per l’altra; avvegnadio i bisognosi vi trovassero nutrimento e tetto, gli ambiziosi dignità e onoranza, in un’età in cui il titolo di diacono, di prete, di vescovo era divenuto pei Romani ciò che un tempo erano state le cariche del tribunato, della pretura, del consolato. Persino uomini di guerra abbandonavano le loro bandiere per assumere la tonsura; il numero della gente d’ogni ceto che ambiva agli officî ecclesiastici era grande così, che Gregorio cercava di opporvi un argine, nel tempo stesso in cui l’imperatore Maurizio, nell’anno 592, promulgava un editto in cui proibiva che i soldati entrassero nei conventi e che i ministri del governo civile ottenessero officî ecclesiastici[68]. L’inopia di Roma stendeva le mani ai tesori della Chiesa non inutilmente. I tempi in cui il Console dispensava denaro al popolo, in cui il Prefetto, a cura dello Stato, provvedeva alle somministrazioni pubbliche di grano, d’olio, di grasce, quei tempi non erano più; il grido del popolo chiedente _Panem et Circenses_ sonava ora soltanto a metà; esso domandava del pane, e il Papa ne donava largamente. Già ancora quand’era monaco, dal suo convento del Clivo Scauro Gregorio aveva ogni giorno provveduto di cibo i poverelli; quando fu papa continuò a nutrire il popolo. Al principio d’ogni mese distribuiva ai bisognosi grano, vesti e denaro, e in ogni festività maggiore largiva doni alle chiese, ai conventi, agli istituti di pietà. Al pari di Tito, credeva perduto quei giorno in cui non avesse saziata la fame o coperta la nudità dei mendici, e avendo un dì udito che un accattone era morto in una via di Roma, si rinchiuse nelle sue stanze afflitto di vergogna, e per qualche giorno non osò presentarsi all’altare nel ministero di prete.
I Romani avevano un tempo ricevute loro provvisioni nelle gallerie, nei teatri, nei granai publici dello Stato; oggidì invece si accalcavano nei cortili delle basiliche e dei conventi per ricevervi da ministri ecclesiastici vettovaglie e vestimenta. Le turbe di pellegrini vegnenti d’oltremare trovavano a Porto già pronto ad accoglierli l’antico ospizio che vi aveva edificato il senatore Pammacchio, l’amico di Girolamo; e chi entrava nelle porte di Roma, pellegrino o fuggente dai Longobardi, trovava negli ospitali o negli alberghi ricovero e nutrimento. Intorno a lunghe tavole sedevano gli stranieri di tutte le province, e con pia gratitudine si cibavano dei doni della Chiesa romana. La carità cristiana dispensava e il bisogno non bugiardo riceveva il beneficio vero[69].
I beni che la Chiesa poco a poco aveva acquistato dai patrimonî privati per donazioni dei fedeli, erano adoperati da Gregorio con onesta coscienza che adempieva all’intendimento pietoso dei donatori. E quei beni omai erano molti ed amplissimi, così che il Papa, se ancora non imperava da signore di duchee, era tuttavia il più ricco posseditore di terre che fosse in Italia; e qui sedeva, se non da sovrano, almeno da proprietario di latifondi tenuti in retaggio dalla Chiesa e sui quali egli poteva entro certi limiti esercitare giurisdizione. Le proprietà della Chiesa romana, dedicate a Pietro apostolo, erano sparse in parecchie contrade; in Sicilia, nella Campania, in tutta l’Italia meridionale, in Dalmazia, nell’Illirio, nelle Gallie, in Sardegna, in Corsica, nella Liguria e nelle Alpi Cozie, la Chiesa possedeva suoi patrimonî o dominî. Come un re spedisce ministri nelle provincie, così il Papa mandava suoi diaconi e suddiaconi (_Rectores Patrimonii_), che riunivano in sè le funzioni d’ispettori spirituali e temporali o di consultori del governo amministrativo[70]. La loro gestione era soggetta ad una revisione severa, perocchè il grand’uomo non volesse che «la borsa della Chiesa s’insozzasse di vergognosi guadagni.» Tenevasi un diligente registro dei redditi e delle spese, nel tempo stesso in cui il Papa, ispirandosi all’amore del giusto, con sollecita cura vigilava affinchè i contadini della Chiesa non fossero gravati oltre giustizia nella misura e nel peso delle prestazioni che dovevano soddisfare in natura, e affinchè non fossero soverchiamente colpiti d’imposta personale.
Le molte lettere che Gregorio indirizzava a quei Rettori del patrimonio destano la nostra più viva curiosità; esse ci forniscono notizia di quelle condizioni della classe agricola romana, che per secoli si mantennero immutate. I beni della Chiesa erano coltivati da coloni, uomini che, avvinti alla loro gleba, pagavano in moneta o in prodotti della terra un canone che in generale appellavasi _pensio_, ed era riscosso per mezzo dei _Conductores_ ossiano percettori dei tributi. Spesse volte costoro per avidità di guadagno opprimevano i coloni elevando ad arbitrio la misura del grano; eglino costringevano talvolta i contadini a portare il moggio al di sopra della sua misura regolare, che era di sedici sestarî equivalenti a ventiquattro libbre romane, esigendone financo venticinque sestarî; e su venti staja di raccolto gli obbligavano a cederne uno. Gregorio pose impedimento a queste angherie; egli fissò il moggio a diciotto sestarî, e stabilì che uno staio dovesse cedersi soltanto sopra trentacinque. Questi ordinamenti riguardavano la Sicilia, che ancor sempre era il granaio di Roma, e donde, due volte all’anno in primavera ed in autunno, partiva per Porto un naviglio carico di frumento per approvigionare i fondachi della Città[71]. Se il carico andava perduto in naufragio, il danno per certo gravava le spalle ai poveri coloni, fra i quali era ripartito l’obbligo dell’indennizzo; e, soltanto, Gregorio ammoniva i Rettori che non istessero negligenti a profittare della stagione più propizia alla navigazione, chè altrimenti a loro colpa avrebbe dovuto attribuirsi la perdita. L’ordinamento economico era magistrevole; per ciascun colono si teneva un registro appellato _Libellus securitatis_; in esso annotavasi quanto il colono pagava, e costituiva una prova a favore di lui: se poi le calamità agricole dell’annata o le concussioni lo facevano cadere in povertà, egli poteva star certo che l’equità d’animo del Pontefice lo avrebbe soccorso con novelle scorte di vacche, di pecore e di maiali. I beni di san Pietro in Sicilia prosperavano; perocchè vi fossero stati introdotti parecchi miglioramenti di ottima cultura; il grande Papa poteva con orgoglio intitolarsi anche eccellente agricoltore; e quando traeva in processione o saliva a cavallo, aveva dritto di gloriarsi che i suoi palafreni erano forniti dagli armenti che la Chiesa possedeva in quella Trinacria antica, di cui Pindaro un tempo aveva cantato i corsieri vincitori nel circo. Per fermo però c’incoglie qualche leggiero dubbio che Pindaro avesse trovato in adesso meritevole di una sua ode la razza dei nepoti ond’erano forniti i cavalli apostolici. «Tu mi hai mandato,» scriveva una volta Gregorio al suddiacono Pietro, «un gramo cavalluccio e cinque begli asini; sul cavallo non posso salire, tanto è meschinetto, e i begli asini non posso cavalcare perchè asini sono»[72].
I possedimenti dell’apostolo Pietro nel territorio della città di Roma da ambe le sponde del Tevere erano divisi in quattro scompartimenti: il _Patrimonium Appiae_, che comprendeva tutte le terre poste fra la via Appia ed il mare fino alla via Latina; il _Labicanense_ che si stendeva tra la via Labicana e l’Anio; il _Tiburtinum_ tra la via Tiburtina ed il Tevere, e finalmente il _Patrimonium Tusciae_, maggiore di tutti, che abbracciava i vasti tratti delle terre situate sulla destra riva del Tevere[73]. Ognuno di questi scompartimenti si divideva in masserie che avevano nome di _Fundus_ o _Massa_; colla parola _Fundus_ si designava un ristretto pezzo di terreno cui appartenevano delle _casae_ ossiano _casales_ per i coloni; parecchi _Fundi_ componevano una _Massa_, o, secondo l’espressione romana odierna, una tenuta; parecchie _Massae_ costituivano un _patrimonium_.
La Chiesa era giunta in principalità a possedere una gran parte dell’_Ager Romanus_. Goti, Greci e Longobardi da dugento anni a questa parte avevano calpestato la campagna circostante alla Città, e le tracce delle invasioni nemiche erano scritte nelle rovine che attorniavano Roma. Basiliche e abazie, e tuttora alcune nobili case signorili erano seminate miserevolmente su quel suolo, ove ancora durava qualche cultura di oliveti; e nella campagna stavano tuttavia alcune borgate deserte crollate in ruina, come il _Vicus Alexandri_ e Subaugusta. Conventi con qualche adiacenza di fabbriche e molte chiese di catacombe, che oggidì sono scomparse, si alzavano in mezzo alle ville distrutte dei grandi romani; si strappavano le colonne e i marmi di queste case di delizie per ornarne le chiesette della campagna, come già mettevansi a sacco i monumenti di Roma per adoperarne i materiali alla costruzione delle chiese della Città. Tutta la campagna di Roma era la pianura più silenziosa e più sublime del mondo, e già nel secolo sesto presentava la vista di un deserto che riempieva di mestizia l’animo di chi la mirava[74].
La Chiesa dunque imperava su un popolo di clienti e di servi; la ricchezza del suo tesoro era inesauribile, laddove le proprietà delle genti private sempre più andavano scomparendo. Per tal guisa il Papa poteva provvedere a dispendî cui sembrava quasi impossibile di sopperire, avvegnachè su di lui pesasse la conservazione delle chiese, la vettovaglia di Roma, il riscatto degli schiavi di guerra, e finalmente la moneta, di cui doveva largheggiare ai Longobardi per ricomprare la pace. Ai tesori del suo Vescovo Roma andava debitrice se otteneva la liberazione da quegli inimici e se, tratto tratto, ergevasi quasi a condizione d’independenza di rincontro a Ravenna: in pari tempo la Chiesa s’atteggiava davanti l’Imperatore in veste di mendica, e con ossequiose parole di gratitudine accettava il dono di poche libbre d’oro che egli di quando in quando, auree stille della sua compassione, lasciava cadere su quel cumulo di ruine che era Roma[75].
Affranta dalla guerra, dalla fame e dalla peste, congiunta a Bisanzio soltanto per la dipendenza di alcuni pubblici ministri, separata da Ravenna, chè i Longobardi in mezzo ne troncavano ogni adito, vigilata appena dall’Esarca, indifesa quasi di armi, Roma trovava in papa Gregorio un reggitore nazionale e suo eletto.
§ 4.
Gregorio conchiude pace con Agilulfo. — Foca sale al trono di Bisanzio e riceve gratulazioni da Gregorio. — La colonna di Foca nel foro di Roma.
Gregorio per fermo aveva quasi autorità di principe; le redini del reggimento temporale da sè medesime erano venute nelle mani di lui. Nè ciò avveniva soltanto per la città di Roma ma per altri luoghi ancora; avvegnachè una volta si trovi che egli spediva un duce Leonzio al castello di Nepe in Tuscia, e ammoniva il clero, l’ordine e il popolo di prestargli obbedienza; e si trovi persino ch’egli mandava a Napoli un Tribuno per provvedere alla custodia di questa città e comandava alla soldatesca del presidio di starsi soggetta agli ordinamenti di quello: e già in tempo anteriore egli aveva dato incarico a Gennaro, vescovo di Cagliari in Sardegna, che ogni luogo munisse di buona guardia[76]. Poichè però la cura di Roma lo toccava assai più davvicino, non ci deve meravigliare che egli, al pari di un reggitore di governo temporale, si occupasse di provvedimenti militari, ed ai comandanti delle soldatesche scrivesse, non aver reputato opportuno di far uscire di Roma le milizie perchè loro si congiungessero, e che a quei capitani desse consigli in argomento delle imprese che dovevano tentare contro l’inimico[77].
Le condizioni sciagurate in che Italia era ridotta, e l’angustia onde più prossimamente Roma era premuta, facevano Gregorio interpositore di pace, e la conchiusione di essa finalmente era dovuta alla energia di lui. Egli si sentiva compreso della propria autorità siffattamente che, per mezzo del suo nunzio, diceva all’Imperatore, che se egli, suo servo, avesse voluto la distruzione dei Longobardi, oggi quel popolo non avrebbe più nè un re, nè un duca, nè un conte. Con essi però, dei quali prevedeva la conversione o temeva la vendetta sulle molte chiese cattoliche e sui beni che queste possedevano nel loro territorio, volere egli mantenere una pace amichevole; già da anni essersi sforzato a conseguirla, ed avernelo invece impedito i raggiri dell’Esarca. La pace fu conchiusa finalmente nell’anno 599 colla mediazione dell’abate Probo legato del Papa[78]; sembra tuttavia che l’imperatore Maurizio gliene avesse dato piena facoltà. Le due parti contraenti erano, dall’un lato Agilulfo e i suoi Duchi, tra i quali quell’Ariulfo di Spoleto che per Roma era più pericoloso di tutti, dall’altro l’esarca Callinico proclive alla pace e successore di Romano. L’autorità di Gregorio era tenuta però in estimazione sì alta, che il Re dei Longobardi lo considerava fornito di podestà independente, laonde spediva suoi messi a Roma chiedendo che il Papa dovesse sottoscrivere il trattato di pace. Ma Gregorio se ne schermiva; egli non voleva colla sua sottoscrizione gravarsi di obbligazioni; oltracciò, un Papa di que’ tempi comprendeva sè essere soltanto sacerdote, e dovere per comando del Vangelo tenersi remoto dai negozî mondani e dalle faccende politiche: il concetto della podestà regia congiunta al sacerdozio era in quel tempo ancora sconosciuto, e della teoria delle due spade non s’era peranco trovato il conio[79]. L’armistizio doveva durare fino al mese di Marzo dell’anno 601, ma probabilmente fu indi prorogato, avvegnachè si trovino più tardi delle lettere nelle quali Gregorio prega Maurizio maestro de’ militi e Arichi duca di Benevento di fargli venire per mare delle travi commesse negli Abruzzi per le basiliche di san Pietro e di san Paolo.
La novella di un rivolgimento sanguinoso avvenuto in Bisanzio, sorprendeva la Città in mezzo alla pace dubbiosa onde adesso godeva. L’imperatore Maurizio era caduto vittima di una rivolta soldatesca, ed uno dei mostri più scellerati che s’abbia la Storia bizantina, era salito sul trono di Costantinopoli. Foca, oscuro centurione, sozzo del sangue dell’Imperatore e de’ suoi cinque figli, che con immane crudeltà egli aveva fatto trucidare sotto gli occhi del padre, dominava fino dal giorno 23 novembre 602 nel palazzo di Giustiniano. Il novello Imperatore s’affrettava a mandare a Roma il proprio ritratto e quello di Leonzia moglie sua, dove giunsero addì 25 aprile 603. Era infatti costumanza che ogni Imperatore, tosto dopo il suo avvenimento al trono, spedisse la sua imagine e quella della sua donna ai magistrati delle Provincie. Chiamavansi quei simulacri _Laurata_, forse perchè erano adorni il capo d’una corona d’alloro; rappresentavano le veci dell’Imperatore, e quando giungevano nelle città i popoli servi non avevano a schivo di muovere loro solennemente incontro con torce accese, come ad omaggio di persone vive e divine, e di collocarli poi in un luogo consecrato[80]. Tosto che dunque le imagini imperiali furono giunte in Roma, si radunavano il clero e la nobiltà nella basilica di Giulio nel Laterano, e col grido: «Esaudisci, o Cristo! Lunga vita a Foca Augusto ed a Leonzia Augusta!» acclamavano il tiranno a imperatore: indi il Papa ordinava che i due ritratti fossero conservati nell’oratorio del martire Cesario nel palazzo vescovile[81]. Per la basilica di Giulio poi, cui si accenna, non deve già intendersi una chiesa, sibbene una qualche parte del palazzo Lateranense[82], di guisa tale che il luogo eletto per questa festività di omaggio non fu il palazzo antico dei Cesari, ma una sala nel palazzo patriarcale del Laterano. Che vi intervenisse qualche officiale dell’Imperatore non sappiamo; nè è fatta menzione di sorta del Senato in un avvenimento sì importante quale era il riconoscimento del novello principe dell’Impero. È piuttosto di bel nuovo anche qui il Papa che dà il comando di riporre il ritratto imperiale nell’oratorio di un Martire, e dell’oratorio dobbiamo cercare il luogo nel Laterano[83].
Gregorio nel profondo dell’animo doveva sentire abborrimento di un imperatore che con opera da carnefice era salito alla signoria, ma la ragione politica lo costringeva a indirizzare con umiltà di frase auguri e gratulazioni a Foca ed a Leonzia. Nella sua lettera il Papa fa che si allietino cielo e terra, come se colla morte del giusto Maurizio, cui un tempo lo avevano stretto legami di amicizia personale (Maurizio s’era sforzato di abbassare la crescente potenza del Vescovo romano per via del Patriarca di Costantinopoli), Roma avesse scosso un giogo intollerabile, e come se il novello reggimento fosse per restituire libertà e prosperità di fortuna[84]. Di rimpetto alla persona orribile di un Foca non possono leggersi queste lettere senza sentirne vergogna; esse sono e resteranno sola macchia oscura nella vita di un uomo glorioso; esse serbaronsi a scapito della fama di lui, in pari guisa che per obbrobrio di Roma si conservò nel suo foro la colonna ivi elevata in omaggio di Foca.
Gregorio non ebbe parte alla sua erezione, avvegnaddio la si innalzasse soltanto nel 608, quattro anni dopo la morte di lui. Caduti in basso di servitù i Romani, sulle cui teste torreggiavano le colonne meravigliose di Trajano e degli Antonini che forse ancora sulle cime portavano le statue di quegli Imperatori gloriosi quasi sollevandoli in apoteosi verso il cielo, erano costretti dall’Esarca a supplicare l’imperatore Foca che alla Città concedesse l’onore della sua statua; e Smaragdo la innalzava nel foro, dalla parte laterale che prospetta l’arco trionfale di Settimio Severo. Ma Roma e l’arte non avevano più la potenza di edificare una nuova colonna; una colonna antica scanalata d’ordine corinzio, alta settantotto palmi, fu tolta ad un qualche vecchio edificio e la si impose sopra un grande piedestallo di quadruplice gradinata a foggia di piramide. Sopra l’alto capitello si collocò la statua in bronzo dorato dell’Imperatore, e se l’artista non avrà inteso ad adularlo, i Romani avranno potuto, meglio che in san Cesario, mirare con nausea il ceffo irsuto dell’Imperatore bizantino simile a quello di uno sconcio folletto. Così l’ultima opera che, a decoro pubblico secondo lo stile antico, Roma vedesse innalzare in mezzo alle sue ruine e fra le angustie onde la circuivano i Longobardi, si era la statua di un tiranno, monumento della servitù bizantina che pesava su Roma.
La Nemesi della Storia risparmiò quella colonna e la tenne eretta, mentre tutto d’intorno le statue e le colonne del foro cadevano senza lasciar traccia di sè; per il corso di tutti i secoli pugnò, quantunque ruinosa, cogli anni e fu ai dotti oggetto di studî, finchè addì 23 marzo 1813 sgombrate le ruine che coprivano la sua base, se ne scoperse l’iscrizione. Il nome dell’Imperatore insieme ad alcuni dei predicati che l’adulazione vi aveva affastellati, era stato già cancellato dal giusto odio dei Romani. La colonna di Foca sta anche oggidì nel luogo ove fu eretta; in mezzo a piedistalli nudi e senza nome dai quali da lunghissimo tempo sparvero le statue, sopra un mare di ruderi dei marmi crollati, essa stessa senza capo, senza effigie, s’innalza solitaria e simboleggia la vita di un despota con efficacia maggiore di quella che potrebbe avere la parola più eloquente di un Tacito[85].