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CAPITOLO TERZO.

§ 1.

Paolo I papa nell’anno 757. — Lettera dei Romani a Pipino. — Relazioni amichevoli del Papa con questo Re. — Desiderio punisce i Duchi di Spoleto e di Benevento ribelli. — Desiderio viene a Roma. — Comportamenti politici di Paolo. — Relazioni del Papa e di Roma con Bisanzio. — È fatta pace con Desiderio.

In Laterano, Stefano posava ancora sul guanciale la sua testa morente, e i Romani impazienti procedevano diggià all’elezione del suo succeditore. Una fazione favoriva l’arcidiacono Teofilatto, l’altra il diacono Paolo, fratello del Pontefice. S’atteggiava quella, così crediamo, a spiriti bizantini; a franchi questa; la prima voleva riannodare relazioni colla legittima potestà dell’Impero, la seconda intendeva a proseguire la ragione politica di Stefano II, aderente ai Franchi: di questa faceva parte il maggior numero dei nobili romani da cui discendevano i due fratelli. L’uomo del tempo nuovo la vinceva sul conservatore dell’antico, avvegnaddio, dopo resistenza breve del partito opposto, si compiesse la elezione di Paolo. Questi saliva alla cattedra di san Pietro addì 29 di Maggio dell’anno 757. Due fratelli si succedevano nel Pontificato; il pericolo ond’era perciò minacciata la natura democratica della elezione papale, era passeggiero, ma si ripetè però più tardi, nei tempi in cui Roma fu dominata dai Baroni della Campagna.

Paolo I fu anche primo di tutti i Vescovi romani che si adagiasse da principe temporale nel seggio sacerdotale di Roma, perocchè egli, quale pontefice, assunse la podestà dello Stato della Chiesa che era omai costituito: e con essa gli venne puranco la contrarietà dei Romani, i quali, come se si destassero da un torpido abbattimento, incominciarono a scorgere nel loro Vescovo il loro dominatore, a odiarlo, e fra non molto a combatterlo. Paolo, ancor prima della sua consecrazione, significava l’avvenimento della sua elezione al benefattore e al difensore della Chiesa, «al Mosè, al David nuovo;» e facevalo con quelle istesse formule di ossequiosa cortigianeria che i suoi predecessori avevano avuto costume di indirizzare all’Esarca, annunciandogli la elezione loro. Così per la prima volta si fece manifesto che il Re dei Franchi, in rapporto alle cose di Roma, era subentrato nelle veci dell’Esarca. Era necessità inevitabile delle condizioni nelle quali trovavasi il neoeletto Papa, che egli tributasse onoranza al potente Pipino, patrizio dei Romani; tutta volta ciò non ci autorizza di conchiudere che al Re franco fosse concesso un diritto immediato di conferma della elezione pontificia. Paolo scriveva a Pipino con trepidante prudenza: sebbene eletto da tutto il popolo, diceva, gli era parso buona cosa di fare che rimanesse nella Città, fino al tempo della sua consecrazione, Immo legato franco, acciocchè questi potesse persuadersi che nè a lui pontefice, nè a chicchessia, poteasi muover censura, e ch’erano tutti amici dei Franchi; ed accertava il Re, che egli e il suo popolo, coll’anima e col corpo, e fino alla morte, gli sarebbero stati fidamente devoti[372]. Rispondeva Pipino con gratulazioni, e tosto dopo chiedeva a Paolo che volesse esser padrino a Gisela figliuola sua. Le forme degli officî cortesi in quell’età, rozze erano e stravaganti; una ciocca recisa di capelli valeva come simbolo dell’adozione; e quando uno mandava altrui dei pannilini d’un bimbo battezzato, esprimeva con molto onorifico segno che nomava suo compadre cui li spediva. Il Papa accolse con grande reverenza quel pegno del regale favore, e lo depose nella Confessione della chiesa di santa Petronilla[373].

Fra gli scritti, che, tosto dopo la elevazione di Paolo al trono papale, furono indiritti al Re dei Franchi, havvene uno di gravissima rilevanza. Pipino aveva spedito una lettera alla nobiltà ed al popolo di Roma per ammonirli d’essere fedeli a san Pietro, alla Chiesa ed al Papa: così per la prima volta nella storia, il popolo romano apparisce atteggiato di sudditanza al suo Vescovo. L’esortazione di Pipino non va considerata come una semplice cosa di forma, ma fa supporre che fra i Romani s’agitasse un moto di opposizione, il quale forse s’associava alla elezione divisa ch’era avvenuta dopo la morte di Stefano. Oltracciò, nella Città e nelle sue vicinanze, s’erano già costituite delle potenti fazioni di nobili; e i Longobardi e i Bizantini mantenevano in Roma loro aderenti.

I Romani risposero al Re con una lettera, la cui unzione religiosa ne rivela manifestamente la fattura. I rozzi Duci o Comiti di quell’età, in cui quasi tutte le faccende diplomatiche erano trattate da cherici, ben dovettero aver incaricato un qualche notaio pontificio di distendere la protesta dei loro sentimenti officiali. Eglino dicevano a Pipino, od erano costretti a dirgli: «Per verità, signor Re, lo spirito di Dio ha posto albergo nel vostro cuore da cui stilla dolcezza di mele, perocchè voi vi siate adoprato ad incorare i nostri buoni intendimenti con consigli sì salutari. Così è, o eccellentissimo dei Re, noi siamo servi fedeli della Chiesa santa, e del vostro padre spirituale tre volte beato e coangelico, del signor nostro Paolo, pontefice altissimo e papa universale, avvegnaddio padre nostro egli sia e pastore ottimo, e non cessi di combattere ogni giorno a pro’ nostro, come il fratello suo di avventurata memoria, ed egli adoperi ogni cura per noi, e salutarmente ci governi qual gregge spirituale che Dio gli ha affidato[374].» Neppur una voce di contrarietà alla devozione pel Papa dominante si eleva in questa lettera; i Romani manifestamente il riverivano quale signor loro, ed il Re salutavano come proteggitore di lui. V’ha poi qualche altra cosa che rende questa scrittura degna di attenzione: il suo indirizzo è concepito così: «All’eccellentissimo ed illustrissimo signore, trionfator grande istituito da Dio; a Pipino re dei Franchi e patrizio dei Romani, tutto il Senato e la universa moltitudine del popolo della città romana vigilata da Dio[375].» Il nome del Senato torna adesso a galla dopo il silenzio lungo della storia; tuttavia ci è duopo avvisare che per esso non deva intendersi più l’antica curia dello Stato, ma soltanto la nobiltà.

I rapporti di Paolo con Pipino erano d’indole amichevole; eravi un continuo va e torna di messaggi e di lettere, e usavansi scambievolezze di cortesie molte[376]. Sotto il reggimento di Paolo può ravvisarsi financo l’avvenimento di un primo Cardinale, che fosse eletto ad instanza di un Principe straniero. Pipino pregava che il prete Marino fosse investito del titolo di san Crisogono, e Paolo accondiscendeva alla domanda[377].

Il Re de’ Longobardi frattanto teneva a bada il Papa con promesse di cedergli Bologna, Imola, Osimo ed Ancona; ma sul serio ei non pensava di darvi adempimento. Del resto, aveva egli buone ragioni d’essere irritato, chè già Stefano aveva eccitato i Duchi di Spoleto e di Benevento a romper fede al loro signore legittimo, e gli avea indotti a porsi sotto l’autorità suprema del Re dei Franchi[378].

Come dunque Desiderio, nell’anno 758, scese in campo a punire quei Duchi ribelli, egli prese sua via per la Pentapoli, dove mise a sacco città e campagne; e il Papa ne indirizzava amara doglianza a Pipino. Alboino di Spoleto finiva frattanto in carcere; Desiderio proseguiva il suo cammino contro Benevento, e quel duca Liutprando fuggiva all’estrema delle sue città, a Otranto (_Hydruntum_) posta in riva al mare Jonio[379]. Dopocchè il Re ebbe posto Arichi, suo vassallo, a duca di Benevento, egli di Napoli chiamò a sè Giorgio legato imperiale, e a lui propose un trattato di alleanza; spedisse l’Imperatore un esercito in Italia; tutto l’eribanno dei Longobardi ad esso si unirebbe per conquistare Ravenna, e in pari tempo una flotta, venendo di Sicilia, assedierebbe Otranto.

Ad onta di queste trattative, tosto dopo Desiderio veniva a Roma; ve lo aveva invitato Paolo stesso che volea pacificarlo dell’ira che s’era desta in lui per l’affare dei due Ducati; ed il Papa voleva oltracciò indurlo a cedere le quattro città. Il Re gli dava soltanto risposte vaghe, ambigue; e chiedeva anzi tutto la restituzione degli ostaggi che Astolfo era stato costretto a mandare in Francia. Il Papa fingeva ipocritamente di aderire; affidava ai suoi legati lettere dissuggellate per Pipino, nelle quali, in mezzo alle più larghe adulazioni che tributava all’«eccellente figliuol suo» Desiderio, supplicava fervidamente affinchè fossero dimessi in libertà gli statichi[380]. Ma in una seconda lettera secreta spiegava il vero intendimento della prima, si lagnava delle devastazioni della Pentapoli, dava notizia dei negoziati che si andavano tessendo con Bisanzio, e scongiurava Pipino a non restituire gli ostaggi[381]. Le aperte confessioni di Paolo devono per fermo porre in grave perplessità il giudizio dei Cristiani di severa coscienza, allorchè loro si chieda se era lecita al Papa la menzogna, qualunque pur fossero le condizioni delle cose nelle quali ei si trovava: l’elevata morale degli Apostoli a siffatta domanda avrebbe dato per fermo un responso negativo. E così fu posto massimamente in luce chiarissima il contrasto pericoloso, nel quale il Vescovo romano era messo colla sua missione religiosa, causa la sua podestà temporale.

Desiderio continuò a tenersi le città, e financo a conservarsi i patrimonî della Chiesa; continuò Paolo a farne lamento presso la corte di Pipino, finchè nel Marzo dell’anno 760 venne fatto di conchiudere un trattato, onde furono mediatori Remigio e Auchari legati franchi. Prometteva il Re longobardo di restituire tutti i patrimonî e tutte le città della Republica romana; alcuni in fatto cedeva, ma teneva Imola[382]. Rimase un fomite di conflitti, ma i rapporti coi Longobardi furono resi più tollerabili. All’opposto, il Papa entrava in istrane relazioni cogli imperatori Costantino e Leone: egli mandava nunzi a Bisanzio per esortarli a restaurare il culto delle imagini; e non si fa neppur motto che per l’Esarcato o per Roma sorgesse contesa; anzi, in una lettera indiritta a Pipino, il Papa afferma: «Non per altro motivo ci perseguitano i Greci, se non a causa della fede ortodossa e della pia tradizione dei padri, che coloro fervidamente desiderano di distruggere[383].» Ciò dà ragione di dubitare che all’Imperatore fosse stata tolta effettivamente la signoria di Roma; se il Papa avesse qui avuto la podestà assoluta, sarebbe stata stravagante cosa che egli la ragione dell’ira imperiale non avesse attribuito al rapimento del Ducato e dell’Esarcato[384]. I Papi continuavano nei diplomi a prestar omaggio all’alta sovranità dell’Imperatore, ma per il fatto nè questi percepiva più tributo dalla provincia romana, nè v’erano più nella Città ministri bizantini che vi esercitassero autorità. Roma, al paro di Ravenna, s’era liberata dell’Imperatore, e questi doveva pensare a riconquistarla, quando avessene opportunità di tempo. Ma Roma lontana era, e dagli assalimenti che le si movessero di Napoli, la proteggeva Benevento ad essa alleata; laddove Ravenna, luogo per positura più importante, era più prossima, ed alla conquista offeriva agio migliore. Nell’anno 761 si spargeva con qualche gravità la fama di apparati ostili. Perciò il Papa esortava Pipino ad adoperarsi presso Desiderio, affinchè questi, in caso di bisogno, lo aiutasse, ed ai Duchi di Spoleto e di Benevento ordinasse di assisterlo con soccorso di buon vicinanto: tutto ciò dimostra che Paolo temeva anche per Roma; che stavasi in pace con Desiderio; e che quei Duchi obbedivano all’autorità del Re longobardo. Indarno l’Imperatore tentava di guadagnare alla sua parte l’Arcivescovo di Ravenna; Sergio, ch’era stato altra volta sostenuto in custodia da papa Stefano, ma che Paolo aveva indi restituito nel suo officio, s’affrettava a spedire a Roma quelle lettere imperiali[385]. I Bizantini sospesero i loro armamenti; nè più disacconcio per una impresa in Italia avrebbe potuto essere quel tempo, dacchè vi durava la pace coi Longobardi.

Passato quell’istante di pericolo, Paolo I non ebbe più occasioni di temenza da parte dei Bizantini. Una sol volta ancora ei fa cenno particolare dei Greci, allorchè scrive a Pipino essergli giunta novella che sei patrizî con trecento navi e coll’armata di Sicilia erano in via, da Costantinopoli per Roma; ignorare peraltro quale fosse il motivo di loro spedizione; questo solo essergli annunciato che eglino avevano comando di veleggiare per Roma, indi per Francia[386]. La leggerezza noncurante con cui il Papa dava avviso di questa impresa, desterebbe meraviglia, anche se Roma si fosse trovata in istrettissimi vincoli di amicizia con Bisanzio; ma è manifesto che Paolo ridevasi di quella notizia come di una fiaba; ed invero così i sei patrizî, che il numero stragrande dei vascelli paiono una fola. I Greci non s’accingevano più al tentativo di riconquistare Italia colla forza delle armi, e il Papa avrebbe potuto dormire sonni tranquilli nel suo palazzo Lateranense, se Desiderio di quando in quando non avesse sturbata nuovamente la pace. Pipino era importunato di doglianze sempre nuove; lunghe trattative avvenivano per mezzo di rappresentanti dei tre Stati, all’uopo di risolvere tutte le questioni che s’agitavano per ragione dei patrimonî, delle pretese vicendevoli, degli indennizzamenti e della determinazione dei confini: finalmente, nell’anno 764 o nel 765, dopo che le fu resa anche la città di Imola, la Chiesa s’ebbe assicurata per qualche tempo la pace.

§ 2.

Edificazioni di Stefano II e di Paolo I. — Il Vaticano e il san Pietro. — Primo campanile in Roma. — Cappella di santa Petronilla. — Traslazione dei Santi dalle Catacombe nella Città. — Si fonda il convento di san Silvestro _in capite_.

Poichè abbiamo fin qui discorso della operosità di Paolo nelle cose politiche, dedicheremo ora questo paragrafo a parlare delle edificazioni che egli e il fratello suo ebbero compiuto in Roma.

Stefano II restaurò la basilica di san Lorenzo, e fondò, in numero non iscarso, alberghi pei pellegrini. Sopra tutto egli diede opera a edificare nel Vaticano, che era già cresciuto ad un proprio e vero sobborgo. La basilica del principe degli Apostoli era tutto attorniata di cappelle e di chiese minori, di episcopî, di case pei pellegrini, di mausolei e di conventi; e intorno vi siedeva una colonia composta di tutti quegli uomini che ivi trovavano lavoro e modo di vivere. A’ tempi di Gregorio III ivi esistevano già tre conventi, dei santi Giovanni e Paolo, di san Martino, e quello del più antico Stefano, coll’appellazione di _Cata-Galla-Patritia_[387]. Un quarto vi aggiunse Stefano II, probabilmente quello detto di santa Tecla o di Gerusalemme. Egli edificò anche un campanile presso l’atrio della basilica, e lo coprì d’oro e di argento; esso ebbe massimamente il vanto d’essere il primo campanile che in Roma sorgesse[388]. Sembra che soltanto nel secolo ottavo, accosto alle basiliche s’incominciasse a fabbricare delle torri di forma quadrangolare, non assottigliate in cima, a finestre arcuate ed a piccole colonne; erano torri simili a quelle costruite più tardi, e che in gran numero oggidì ancora si conservano in Roma. Colla edificazione delle torri si abbandonò il sistema di forma delle basiliche antiche, e si progredì rapidamente verso lo stile romanesco del periodo feudale, cui a preferenza d’ogni altro appartengono le torri. S’elevarono presso a conventi ed a chiese, anche per necessità di renderli fortemente muniti[389].

Papa Stefano erigeva la cappella di santa Petronilla, che è presso il san Pietro. Questa Santa era figlia dell’apostolo Pietro, il quale era stato ammogliato con legittime nozze[390]. Credevasi che la salma di lei avesse avuto sepoltura presso la via Ardeatica, fuor della porta Latina, nel cimitero ov’erano sepolti Nereo ed Achilleo, i battezzati del principe degli Apostoli: e quelle catacombe da Petronilla ebbero il nome[391]. Stefano II consecrò alla Santa una magnifica cappella presso alla basilica del padre di lei, ed ivi voleva deporne il sarcofago; dacchè anche Andrea, fratello di Pietro, in quel luogo aveva diggià una cappella, si intendeva di riunire ivi insieme tutte le persone di quella santa famiglia. La cappella fu innalzata là dove anticamente Onorio aveva edificato il mausoleo per sè e per le sue donne Maria e Termanzia[392]; laonde Stefano altro non fece che tramutare quel sepolcro nella cappella della nuova Santa, e compierne l’ornato. Paolo I compiè l’ordinamento interno dell’edificio[393]. La cappella della figlia di Pietro fu fondata ad onoranza di Pipino, che era figlio adottivo della Chiesa ossia di san Pietro; di guisa che ancor nelle età posteriori n’ebbero il patronato i Re di Francia. La salma della Santa ivi fu composta a sepoltura nel tempo in cui Paolo restaurò le catacombe, che erano state devastate dai Longobardi. Da esse egli trasse innumerevoli reliquie di morti, e le trasportò nella Città per ripartirle fra chiese e conventi. Questo fatto, e il continuo saccheggio con cui si spogliarono le catacombe, rende chiara la ragione per cui questi mirabili cimiteri del tempo antichissimo cristiano, allorchè in essi novellamente si operarono escavi, furono trovati quasi vuoti. La traslazione dei morti romani destò gran chiasso nel mondo; il possedimento di quegli avanzi di morti era allora considerato cosa di immensurabile valore, e come, sul cadere del secolo decimottavo, ogni museo si procacciava mummie dall’Egitto, così in quel tempo tutte le città e tutte le chiese della Cristianità volevano possedere ossa di Martiri, tratte dalle catacombe di Roma. Angli, Franchi e Germani mandavano messaggi, supplicando che loro si donasse di quei tesori. I miserandi avanzi di Romani d’ogni ceto, di ogni età, d’ogni origine, peregrinarono nei più remoti paesi di Germania, e furono deposti con gran devozione sotto gli altari dei conventi, che s’alzavano in mezzo a quelle regioni selvose, dove un tempo s’erano putrefatti i cadaveri dei guerrieri di Varo e di Druso.

Nell’anno 761 Paolo I fondava nella quarta Regione di Roma il convento di san Silvestro _in capite_, che esiste oggidì ancora. Questo quartiere della Città in antico aveva appartenuto alla settima Regione detta della via Lata; i giardini di Lucullo ne comprendevano una parte, e in mezzo ad esso passava l’acquedotto dell’_Aqua Virgo_[394]. Ivi erano le case avite di Paolo; e narrasi che già il fratel suo avesse eretto in esse un convento in onore di Dionigi, santo dei Franchi, certo per esprimere la gratitudine dell’animo suo verso Pipino; chè il Papa, quand’era stato a Parigi, aveva albergato nel convento di san Dionigi. Peraltro il creduto Apostolo di Parigi o di Francia funne cacciato da un Papa del nome di Stefano; infatti Paolo compieva l’edificio del fratello, e indi lo dedicava ai Papi Stefano e Silvestro: nel convento egli collocava monaci greci[395].

Soltanto dopo il secolo decimoterzo, il convento fu appellato _in capite_; chè ivi finalmente pose sede riposata il teschio di Giovanni Battista, dopochè con lunghe peregrinazioni ebbe scorso i paesi della terra, in tutti i quali liberalmente lasciò frammenti di sè[396].

§ 3.

Paolo I muore nel 767. — Usurpazione di Toto duce, e dei suoi fratelli. — Costantino pseudo-papa. — Reazione in Roma. — Cristoforo e Sergio irrompono in Roma coll’ajuto dei Longobardi. — I Longobardi collocano Filippo in Laterano. — Stefano III papa. — Terrore in Roma. — Punizione degli usurpatori. — Pipino muore nel 768. — I suoi figli si dividono il regno. — Concilio lateranense nel 769.

Paolo I moriva, addì 28 di Giugno dell’anno 767, in san Paolo fuor delle mura; nè sembra che la sua dipartita dal mondo fosse accompagnata dal duolo e dall’affetto dei Romani, perocchè egli, prete, fosse loro principe nelle cose del mondo. Morente, fu abbandonato da tutti quelli della sua corte, e il solo Stefano, prete ossia cardinale, restò presso a lui; chè tutta Roma era agitata da fiero tumulto[397].

Gli avvenimenti tempestosi che succedevano alla morte di Paolo dimostravano ormai le conseguenze delle condizioni mutate del Papato e della Città medesima. Allorchè il Papato ebbe assunto forma di podestà temporale, e la Città ebbe infranto ogni vincolo efficace con Bisanzio, le gare politiche e municipali si ridestarono nei Romani, come se questi si fossero svegliati da un lungo sonno. L’esercizio delle armi impugnate a difesa contro i Longobardi ed i Greci aveva tornato i Romani alla coscienza della forza loro, e il bisogno dell’autonomia politica incominciava con prepotenza a farsi vivo. Da questo tempo in poi v’ebbe una storia propria dell’aristocrazia sorta nella Republica di Roma; di qui in poi le dissensioni interne della Città e le lotte del Pontificato contro la nobiltà ebbero incominciamento; e i Papi furono ben presto astretti a dare un novello Imperatore a Roma reluttante, che essi erano incapaci di dominare con mano robusta. Il valore del Papato s’era accresciuto agli occhi dei maggiorenti romani, tostochè vi si ebbe congiunto il principato temporale; e gli ottimati, che nella elezione pontificia esercitavano una influenza decisiva, si diedero con ogni lor possa a scegliere i Papi dal seno delle loro famiglie.

S’era sparsa appena la voce che Paolo papa era venuto in fin di vita, e già una potente famiglia di nobiluomini si affrettava di mandare a compimento i disegni che ravvolgeva in mente per insignorirsi di Roma e della sedia di san Pietro. Capo di quella gente era Toto o Teodoro, duce, così ei sembra, di Nepi; colà e nelle terre di Tuscia egli aveva possedimenti estesissimi e coloni molti, ed in Roma teneva un palazzo. Può darsi che molti dei palazzi della Città avessero avuto loro origine nell’antichità e fossero monumenti delle età trascorse; la ricordanza dei loro vecchi abitatori, dei Cetegi, dei Decî, dei Probi, dei Simmachi, dei Massimi, era forse divenuta leggenda associata a quelle case, ed era forse congiunta ad antiche imagini di marmo; ma i palazzi avevano sopravvissuto alle sorti mutate di Roma, e qua e colà s’erano tramutati in conventi ed in ospitali, oppure in abitazioni fortificate a mo’ di rocche munite, entro cui qualche feroce famiglia di dubbia stirpe s’appiattava.

Prima ancora che Paolo esalasse l’ultimo fiato il duce Toto con popolo armato e co’ fratelli suoi Costantino, Passivo e Pasquale, veniva in gran furia di Nepi, penetrava per porta san Pancrazio in Roma, ed ivi si gettava entro il suo palazzo. In esso, addì 29 di Giugno, faceva eleggere papa il fratello suo Costantino, e in mezzo allo strepito delle armi lo conduceva al Laterano. Quella elezione tumultuaria poteva compiersi soltanto perchè quegli ottimati s’avevano formato un partito in mezzo al clero romano. I loro nomi sanno di bizantino. L’audacia dell’usurpazione era accresciuta dal fatto che Costantino era laico; ma Toto, fatto catturare Giorgio, vescovo di Preneste, lo costringeva a trasformare suo fratello in prete, e ad amministrargli, un dopo l’altro tutti in fila, gli ordini del suddiaconato e del diaconato. Non mai con maggiore prestezza s’era compiuta una metamorfosi di quella fatta: l’eletto Pontefice, in mezzo al terrore delle armi di suo fratello, faceva che i Romani gli prestassero giuramento di fedeltà, e nel dì 5 di Luglio, che cadeva in domenica, trasse al san Pietro, dove lo stesso Giorgio, coi vescovi Eustrazio di Albano e Citonato di Porto, lo ordinava papa.

Di tal guisa, un tonsurato posseditore di terre saliva alla sedia di Pietro, sulla quale poteva sostenersi per un anno ed un mese. Niuno v’era che osasse di opporsi a quella sua violenta elevazione; e non s’ha neppur contezza che un qualche legato franco ne movesse protesta. Il fatto poi che un ambasciatore dei Franchi, il quale a quel momento era in Roma, chetamente si partiva per Francia colle prime lettere di Costantino, ed inoltre la considerazione che quei legati solo di quando in quando venivano a Roma, spesse fiate chiamativi per desiderio stesso del Papa, dimostrano che il Re dei Franchi, patrizio dei Romani, non esercitava ancora un’azione diretta di autorità suprema sulla Città. Finchè dura la usurpazione, non s’ode che Pipino s’immischiasse in quelle faccende, e neppure che spedisse a Roma un suo ministro; sono soltanto le fazioni romane e, sopra tutti, gli officiali maggiori del palazzo pontificio che vedonsi intenti all’opera[398].

Appena però l’intruso Costantino s’era messo nel seggio pontificio, ei capiva che gli era necessario di guadagnarsi il favore di Pipino. Lo riverì qualmente si conveniva al patrizio dei Romani, e, come aveva fatto il suo antecessore, gli diè annunzio del suo avvenimento al soglio; lo pregò che continuasse a proteggere Roma, e lo rese certo che egli sarebbe fedelmente devoto al difensore della Chiesa. Dicevagli che, dopo la morte di Paolo, il popolo dei Romani e delle città circonvicine lo aveva scelto a succeditore di quel Papa: peraltro degli avvenimenti della sua elezione taceva. Pipino non rispose, e Costantino allora spedì una seconda lettera. Lo sciagurato versava dal petto dolorosi sospiri; era un fantoccio in mano del fratello, che gli aveva fatto amministrare la tonsura per poter egli regnare su Roma. Ei diceva a mezzo la verità, e parlava col presentimento della sua fine, allorchè scriveva «che, con violenza impetuosa, quasi strappato da un uragano, era stato da innumerevole turba di popolo concorde, portato alla tremenda altezza del Pontificato»[399]. Rinnovava pertanto le officiose proteste, e i saluti ossequiosi, e supplicava il Re che non porgesse ascolto a coloro che di lui dicessero malvage cose. Quelle lettere furono recapitate da due legati suoi, ma non si udì che Pipino desse risposta.

Furono gli officiali più illustri della Chiesa che mossero opposizione contro quei fatti violenti. Ancor durante il reggimento di Paolo, Cristoforo era stato Primicerio dei notai e consigliere, il cui ministero, in istile moderno, equivarrebbe a quello di primo Cancelliere ossia di Secretario di Stato: Cristoforo s’era adoperato invano contro l’usurpazione, indi co’ suoi figli s’era ricoverato presso l’altare maggiore del san Pietro, dove Costantino gli aveva giurato di lasciargli la vita, e gli aveva concesso libertà di dimorare nelle sue case fino alla Pasqua[400]. Cristoforo era il supremo officiale di Roma, cui si spettava di governare la Chiesa nella vacanza della sedia pontificia, e Sergio, figliuolo di lui, teneva l’importante ministero di Sacellario, ossia di sagrestano. Ambedue, con altri Romani, cospirarono alla caduta dell’usurpatore. Finsero desiderio di farsi monaci; e Costantino, sia che fosse lieto di porli in libertà, sia che nel loro giuramento fidasse, concedeva che partissero di Roma, e si ritirassero, come chiedevano, nel convento del santo Salvatore, in vicinanza di Rieti. Ma i due uomini con gran celerità se ne andavano a Teodicio, duca di Spoleto, indi con lui correvano a Pavia.

Desiderio con gran gioia porgeva ascolto alle doglianze ed ai preghi dei due profughi; protestò ch’era pronto a prestare loro armi affinchè movessero ad invadere Roma, ma al suo soccorso impose delle condizioni alle quali i due anche assentirono. Diede loro a compagno Valdiperto prete, col secreto intendimento che questi, dopo la cacciata di Costantino, s’adoprerebbe a seconda de’ suoi progetti. Con soldatesche longobarde, Sergio e Valdiperto mossero contro Roma; addì 28 di Luglio 768 s’insignorivano di ponte Salaro, nel dì seguente passavano da ponte Milvio e si presentavano innanzi a porta san Pancrazio, dove la guardia, che era stata guadagnata alla parte dei congiurati, li mise dentro alla città. Tuttavia i Longobardi procedevano con trepidanza nel loro cammino, nè osavano di salire sul Gianicolo[401]. Al clamore che annunciava, nemici essere penetrati nella Città, Toto e Passivo tosto correvano verso quella porta, e, con essi, Demetrio secondicerio e Grazioso cartulario, che erano congiurati e traditori. Un Longobardo di forme gigantesche, appellato Rachimperto, si scagliava contro Toto, ma cadeva sotto un poderoso colpo che il Duca gli avventava, e i Longobardi che lo vedevano atterrato, già prendevano la fuga, quando i due traditori colle loro lance trafiggevano Toto. Allora Passivo correva al palazzo Lateranense per salvare il fratel suo, chè la loro causa era perduta. Costantino tremante si ricoverava con lui e col vescovo Teodoro, vicedomino suo, nella basilica del Laterano; si chiudevano nell’oratorio di san Cesario, dove per ore lunghe sedevano presso l’altare, mentre il palazzo risonava di strepito d’armi e delle grida di coloro che andavano frugandolo; alla fine erano colti e gettati in carcere.

In mezzo al tumulto, Valdiperto, senza che Sergio il sapesse, raccoglieva intorno a sè la fazione longobarda che era in mezzo a’ Romani, e che riscoteva stipendio da Desiderio: per opera di essa, Valdiperto sperava di far eleggere un papa longobardo. Egli se ne andava al convento di san Vito sull’Esquilino, ne traeva fuori il prete Filippo, e i Romani stupefatti vedevano accompagnare un novello Pontefice al Laterano tra le grida dei Longobardi: «Filippo Papa! lui elesse san Pietro.» Nel Laterano trovavasi un Vescovo che benediceva a Filippo col consueto rito di preci; il neo-eletto si sedette sulla cattedra pontificia, impartì la benedizione al popolo, e, secondo costumanza, tenne banchetto solenne, e officiali ragguardevoli della Chiesa e ottimati della milizia furono visti a prendervi parte. Per sua sventura però, ora giungeva su Roma Cristoforo primicerio; il quale, non sappiamo perchè, aveva perso tempo per via. Allora il partito romano impugnava tosto le armi, e Grazioso cartulario, capitano suo, costringeva l’usurpatore Filippo a tornare di bel nuovo tra le mura del suo chiostro.

Nel dì seguente, era il giorno primo di Agosto, Cristoforo, colla autorità per cui fungeva le veci del Papa a sede vacante, congregava il clero e il popolo: l’adunanza nuovamente avvenne nel luogo dell’antico foro ch’era detto _in tribus fatis_, al quale talvolta, negli ultimi tempi dell’Impero, le tornate popolari avevano ispirato movimento di vita[402]. Il Primicerio proponeva a candidato Stefano prete. Questo cardinale, figlio di Olivo siciliano, era stato uno dei più fervidi aderenti di Paolo I; ei solo gli si era tenuto vicino allorchè quel Pontefice era morto nel convento di san Paolo. Concordi tutti, fu eletto; lo si tolse dalla chiesa di santa Cecilia in Trastevere, ch’era il suo Titolo, e, sotto nome di Stefano III, lo si proclamò papa in Laterano[403].

La barbarie in cui Roma era decaduta, si manifestava adesso con feroci opere di vendetta, d’ira, di fanatismo. Ai Vescovi ed ai Cardinali imprigionati si strappavano gli occhi e la lingua; l’usurpatore Costantino, fatto segno di vitupero, era trascinato per le vie di Roma, indi lo si serrava nel convento di Cellanova sull’Aventino[404]. Addì 6 di Agosto, un sinodo che si teneva in Laterano ne indiceva la deposizione; dappoi Stefano III era ordinato papa.

Grazioso, assassino di Toto, fatto poi in ricompensa Duce nell’esercito o in qualche città, conduceva la milizia da lui capitanata a rabida caccia contro tutti i partigiani della fazione caduta[405]. Gracile, tribuno di Anagni (nelle città del territorio v’erano Tribuni militari) teneva ancora fermo in quella città munita di antichissime mura ciclopiche, ma finalmente la terra era presa di assalto[406].

Gli abitatori delle campagne di quella regione montuosa latina (era detta _Latium ferox_), movevano in furia a Roma; traevano il Tribuno del carcere e gli svellevano gli occhi[407]. Tosto dopo, Gregorio penetrava nel convento di Cellanova, ed ivi, con pari ferocia, faceva mutilare Costantino a foggia bizantina.

L’ira dei Romani ora si volgeva contro il longobardo Valdiperto, il quale bensì aveva prestato aiuto a gettar abbasso Costantino, ma aveva messo Filippo nel seggio pontificio. Si sparse voce che egli avesse voluto dar Roma in mano al duca di Spoleto: indarno Valdiperto stringevasi abbracciato ad una santa imagine nel Panteon, dove aveva cercato un asilo; lo si gettava dentro di un carcere orrendo, e con feroce crudeltà lo si uccideva[408].

In mezzo a questi orrori, che egli non si diè cura di impedire, Stefano III incominciò il suo breve pontificato. Diventato papa contro gli intendimenti di Desiderio, venne in completa rotta con lui. Pertanto ai Principi franchi egli si rivolgeva, chiedendo che mandassero Vescovi delle loro terre a Roma, dove gli conveniva raccogliere un concilio. Sergio stesso, che ora era divenuto secondicerio, portava in Francia le lettere pontificie, ma non trovava più tra i viventi Pipino, chè la morte aveva rapito il celebre Re, addì 24 di Settembre dell’anno 768, e il suo reame era stato diviso fra i suoi due figliuoli. Carlo e Carlomanno accoglievano i messaggi di Stefano, e mandavano indi a Roma dodici Vescovi, tra’ quali trovossi anche Tulpino o Turpino di Reims.

Addì 12 di Aprile dell’anno 769, Stefano III aperse il sinodo Lateranense; esso diè opera a condannare Costantino, a muovere inquisizione sulle ordinazioni che erano avvenute sotto di lui, e finalmente a stabilire la norma futura delle elezioni pontificie[409]. Costantino, orbato degli occhi, fu tratto innanzi al Concilio nella prima sessione, e fugli chiesto come avesse osato, egli laico, di salire alla cattedra di Pietro. Il popolo romano, rispondeva lo sciagurato, mi vi innalzò usandomi violenza, e ne furono causa tutte le concussioni che un tempo esso ebbe sofferto da papa Paolo I: indi protendeva le braccia, e cadendo ginocchione, chiedeva mercè[410]. Quel giorno fu rimandato senza che si pronunciasse sentenza; il dì addietro fu proseguita l’inquisizione. L’accusato destramente riparavasi sotto l’esempio di alcuni Vescovi, quali erano stati Sergio di Ravenna e Stefano di Napoli, i quali parimenti dallo stato di laici erano senza più ascesi al seggio pontificio[411]. Quelle parole di verità facevano traboccare l’ira dei giudici; i preti si scagliavano sopra Costantino, lo atterravano a forza di percosse, e lo gittavano fuor della soglia della chiesa. È oscuro com’ei finisse.

Indi il Sinodo fece abbruciare gli Atti del falso Papa; e deliberò che niun uomo potesse per lo avvenire essere innalzato al pontificato, se prima non fosse pervenuto dagli officî minori della Chiesa alla dignità di diacono o di prete cardinale. Quanto ai Vescovi che avevano ricevuto la ordinazione da Costantino, fu statuito che coloro i quali fossero stati prima preti o diaconi, dovessero ridiscendere a questi gradi; che però, se eglino avessero saputo cattivarsi l’affetto dei loro parrocchiani, rinnovata la elezione loro, in Roma avrebbero potuto ottenere la consecrazione. Il Concilio conchiuse le sue sessioni con un decreto che confermava il culto delle imagini. Dopocchè gli Atti del Sinodo furono sottoscritti, si mosse con processione solenne al san Pietro, dove dal pergamo furono letti i decreti del Concilio. Di tal guisa Stefano III mondò la Chiesa dall’usurpazione, ma non diede maggiore saldezza alla sua podestà pontificia sopra di Roma.