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CAPITOLO QUARTO.

§ 1. Influenza e potenza di Cristoforo e di Sergio in Roma. — Stefano III e Desiderio si collegano a loro danno. — Il Re dei Longobardi s’avanza fino alle porte della Città. — Caduta di que’ due uomini, e colpa del Pontefice nella loro miserevole fine. — Intendimento di un duplice maritaggio tra la famiglia principesca di Pavia e quella dei Franchi. — Intrighi del Papa per mandarlo a vuoto. — Ravenna resiste contro Roma. — L’indirizzo politico della corte franca è favorevole al Pontefice. — Stefano III muore nell’anno 772.

Caduta la fazione di Toto, e rintuzzata la forza del partito longobardo, Cristoforo e Sergio diventarono gli uomini più potenti che fossero in Roma. Per opera di loro avea trionfato la reazione, ed era stato creato il novello Pontefice; eglino appartenevano ad una famiglia di ottimati e comandavano ad una gran moltitudine di clienti in Roma e nel territorio.

Ambidue impedivano con grandi contrarietà i disegni di papa Stefano e di re Desiderio. Volevano dominare il Pontefice, la cui elezione era stata vincolata a concessioni parecchie in loro riguardo; il Re poi avevano irritato, perocchè si fossero a lui ribellati, ed avessero represso la fazione longobarda, favorito la parte franca, e conchiuso uno stretto patto d’alleanza con Carlomanno. Al Re chiedevano beni e redditi, ma rifiutavano di adempiere a quegli obblighi che gli avvincevano per promesse, fattegli allora che avevano ottenuto il soccorso di lui affine di abbattere Toto e Costantino. Anche Stefano III comprendeva che la morte di Pipino aveva indebolito il rapporto della protezione che i Franchi esercitavano su Roma; ed infatti i figliuoli di quel Principe vivevano in discordia fra loro, e facevano temere anche per Roma le conseguenze della scissura del reame. Il Papa trovavasi pertanto in condizioni assai difficili; non aveva autorità vera ed efficace in Roma, dove imperavano Cristoforo e Sergio, non nell’Esarcato dove ogni potestà era in mano dell’Arcivescovo di Ravenna; perciò egli si raccostava al Re dei Longobardi[412]. Quei due nemici naturali contrassero fra loro un patto, il cui preciso intendimento si era quello di abbattere Cristoforo e Sergio e la loro fazione franca.

Il Re ed il Papa tolsero a strumento di loro causa comune Paolo Afiarta camerario, il quale stava a capo della parte longobarda. Secondo gli accordi presi, Desiderio veniva a Roma sotto pretesto di un pellegrinaggio, ma veniva con un esercito. Alla nuova che il Re s’avanzava, Cristoforo e Sergio riunivano nella Città le milizie di Toscana, della Campania e di Perugia; facevano serrare tutte le porte e si tenevano in guardia di un assalimento: ciò dimostra che in mano di loro, non del Pontefice, stava in Roma il potere[413]. Allato di essi era coi Franchi suoi Dodone, conte e legato di Carlomanno, che certamente non per mero caso trovavasi in Roma. Lo ambasciatore franco faceva soltanto il vantaggio del signor suo, or che combatteva il Pontefice collegato al Re de’ Longobardi, ed aiutava Cristoforo e Sergio che sostenevano l’alleanza, ormai legittima, della Santa Sede colla monarchia franca[414].

Come dunque Desiderio, nell’estate dell’anno 769, fu giunto innanzi al san Pietro, fece dire al Papa che volesse venirsene a lui; nè quelli lo impedirono[415]. Stefano e il Re convennero sul modo di disfarsi degli aristocratici, e nel tempo stesso Desiderio promise di far paghe tutte le esigenze rispetto alla restituzione dei beni ecclesiastici, che erano stati sempre tenuti dai Longobardi. Tosto che il Papa fosse tornato nella Città, l’Afiarta doveva operare una rivolta popolare, per uccidervi Cristoforo e Sergio: ei si pare che anche in quel tempo si conoscesse l’arte di eccitare le sollevazioni. Ma i minacciati seppero prevenire il turbine; con Dodone si impadronirono del Laterano; e il Papa fu costretto a ricoverarsi presso un altare nella basilica di Teodoro. Con le spade ignude eglino lo raggiunsero penetrando in quella cappella, ma Stefano riusciva ad acchetarne il furore, poichè l’astuto Siciliano faceva la parte sua con sì maestrevole destrezza, che eglino non potevano comprendere quale fosse il suo animo, ed anzi nel dì successivo concedevano che ei tornasse a re Desiderio. A fine di apparenza, il Papa fu chiuso coi seguaci suoi entro il san Pietro, imperocchè si volesse far credere che il sacrificio dei due potenti, i quali lo avevano elevato al sommo grado, fosse imposto da Desiderio: e dovevasi spargere, per far breccia nel popolo, la voce, che il Papa era cattivo de’ Longobardi, e che non sarebbe riposto in libertà, se prima non si fossero deposte le armi e non fossero consegnati i suoi due avversarî. A questo scopo Stefano mandava due Vescovi fuor della porta del san Pietro, presso il ponte dove quelli con genti armate accampavano, per esortarli a ritirarsi di buon animo entro un chiostro, o a comparire dinanzi a lui in Vaticano. Il popolo incostante abbandonava pauroso i suoi condottieri, e si disperdeva; succedeva un subito rivolgimento di cose, e i due erano perduti. Perfino Gregorio, cognato di Sergio, abbandonava la loro causa, e fuggiva in san Pietro presso il Papa; allora Sergio stesso scendeva delle mura per gittarsi appiedi di Stefano[416]; le scolte longobarde s’impadronivano di lui e del padre suo, ed il Re ambidue dava in mano al Pontefice.

Avrebbe impresa assai difficile chi volesse giustificare Stefano della colpa di aver tradito e abbandonato all’ira dei Longobardi, ossia di Paolo Afiarta, quegli uomini, che avevano liberato Roma dalla tirannide di Toto, ed ai quali egli doveva la corona di pontefice. Se effettivamente egli avesse voluto salvarli coprendoli col saio di frati, come afferma il suo Biografo e come dice egli stesso in una sua lettera, perchè non li condusse tosto a Roma sotto il riparo della sua protezione, allorquando egli tornovvi uscendo del san Pietro? Diedesi a credere che egli li lasciasse nella basilica per farli con miglior sicurezza accompagnare a Roma appena che fossero scese le ombre della notte[417]; ma l’Afiarta in sulla sera entrava nella chiesa, dove la guardia longobarda per ordine del Re lo lasciava penetrare, e, presso il ponte di Adriano, i due sventurati subivano la sorte stessa di quel Valdiperto che era caduto vittima di loro: Cristoforo moriva nel convento di sant’Agata tre giorni dopo che gli erano stati strappati gli occhi; Sergio ne guariva sì, ma, fino a che Stefano durò in vita, languì nell’orrore di una prigione nel Laterano. Furono queste le arti colle quali il Papa fece cadere i suoi avversarî.

Nelle lettere che egli indirizzò a Carlo e a Berta, madre di lui, egli per vero affermò di non aver avuto consapevolezza delle sevizie crudeli che quegli uomini ebbero sofferto; ma, in un’ora di debolezza, egli stesso confessò ad un suo famigliare, «che ad istigazione di re Desiderio entrambi avea sacrificato[418].» Stefano scriveva quella lettera quand’era restituito pienamente in libertà, forse dopo che s’erano ritirati i Longobardi; in essa esagerava il racconto di quanto era avvenuto; Cristoforo e Sergio appellava socî del diavolo, i quali, coll’ajuto di Dodone cui accusava con singolare acerbità, avrebbero voluto assassinarlo; ed affermava che della propria salvezza doveva rendere grazie a Desiderio, il quale precisamente era venuto a Roma per adempiere ai doveri che lo legavano a san Pietro. Per verità la narrazione del Papa concorda benissimo col racconto che ne dà il suo Biografo, ma non con altre lettere sue[419]. L’aperta confessione che egli faceva ad Adriano, futuro papa, lo sentenzia colpevole. A quale testimonianza vorrebbesi infatti ricorrere, circa l’accordo che intervenne tra Stefano e Desiderio, più chiaramente di quella che offrono le parole di Adriano? «Il mio predecessore,» diceva questi ai legati longobardi, «narrommi un dì che egli ebbe dappoi spedito al Re, come legati suoi, Anastasio primo defensore e Gemmulo suddiacono, per chiedergli che alla perfine volesse adempiere a quanto di sua bocca aveva promesso a Pietro santo. Ma il Re facevagli rispondere: basti a papa Stefano che io lo abbia sbarazzato di Cristoforo e di Sergio che lo dominavano, e lasci un po’ stare de’ suoi diritti; chè, in verità, se io non assistessi il Papa, gran malanno gli incorrebbe, avvegnaddio Carlomanno re dei Franchi fosse amico di Cristoforo e di Sergio, e pronto sia a mandare un esercito su Roma per tor vendetta della uccisione loro, e per impadronirsi dello stesso Padre Santo[420].»

Desiderio non restituiva i beni ecclesiastici, cui Stefano pretendeva; il Papa cercava di riappiccare relazioni di naturale alleanza coi Re dei Franchi gravemente offesi, e pertanto con doglianze si volgeva ad essi, nel tempo stesso che loro augurava ogni bene, dacchè fosse cessata fra loro ogni ragione di disaccordo[421]. Infatti Berta aveva composto pace tra i suoi figliuoli; nell’anno 770 era venuta in Italia, ed anzi aveva fatto un pellegrinaggio a Roma[422]. L’andata di lei aveva rianimato le speranze del Papa, ma tosto questi apprendeva che la regina Berta se ne era ita a Desiderio per trattare della conchiusione di un duplice maritaggio che alleasse le due dinastie. S’accordavano infatti di sposare il principe Adelchi con Gisela, di dare Desiderata (Ermengarda) in moglie a re Carlo, e a Carlomanno, fratello di lui, un’altra figlia del Re dei Longobardi. Questo disegno induceva il Pontefice a sbigottimento; egli capiva che i figli di Pipino non s’ispiravano in verun modo ai sentimenti onde era già stato animato il padre loro, e comprendeva che eglino anzi guardavano con gran freddezza alle necessità temporali della Chiesa romana. Scriveva loro una lettera in cui gli ammoniva di guardarsi da quegli sponsali, e tentava di seminare fra i Re ragioni di discordia[423]. «M’è giunto a contezza,» ei vi diceva, «ed è cosa che affligge acerbamente il mio animo, che Desiderio, re de’ Longobardi, cerchi di persuadere la Eccellenza Vostra, acciocchè uno di voi fratelli prenda in moglie la figlia di lui: se così fosse, in verità suggestione diabolica sarebbe; nè già congiunzione di matrimonio, ma concubinato. Le storie della Scrittura sacra ammaestrano che parecchi Principi, a causa di colpevoli accoppiamenti con genti straniere, divennero ribelli ai comandi di Dio, e caddero in peccato grave. Che stoltezza sarebbe se il vostro popolo glorioso dei Franchi sovra tutti gli altri popoli eccelso, se una così splendida discendenza della vostra schiatta regale si contaminasse in accoppiamenti colla spregiata gente di Longobardi, che neppur si conta nel numero delle genti, e dalla cui nazione ha origine la stirpe dei lebbrosi! E già voi, per consiglio del Signore e per comando del padre vostro, congiunti siete in legittimi maritaggi; voi, siccome a Re illustri si conviene, dalla vostra stessa patria e cioè dal nobilissimo popolo dei Franchi, traeste mogli bellissime, all’amore delle quali dovete serbarvi fedeli[424].» Il Papa affermava che i due Re avessero già contratto matrimonio, ma soltanto di Carlomanno si sa che aveva condotto in moglie Gilberga, laddove non è fatto mai cenno di un legittimo connubio di Carlo[425]. Stefano non risparmiava nemmanco alcune considerazioni sarcastiche sull’indole delle donne in generale; rammentava il peccato di Eva che aveva fatto perdere all’uman genere il paradiso; e ammoniva i Re, ricordando loro tutto ciò di cui, giovinetti, avevano fatto promessa all’Apostolo; amicizia agli amici dei Papi, odio ai loro nemici. E per trasfondere nelle sue lettere una magica virtù, egli le distendeva sulla tomba di Pietro, e su di esse prendeva la comunione. Conchiudeva poi con questa minaccia: «se alcuno osasse di operare contro il senso di queste esortazioni nostre, sappia che per l’autorità del signor mio Pietro, principe degli Apostoli, sarà avvinto dai lacci dell’anatema, cacciato dai regni di Dio e condannato ad ardere nel fuoco eterno col diavolo, e colle orribili sue pompe infernali, e cogli altri empî[426].» Per verità, i tempi in cui accadeva che il prete maggiore della Cristianità scrivesse di tali lettere, oscuri erano della più fitta tenebra di barbarie, e la religione di Cristo in quell’età ha veramente sembianza di un’arte di sortilegî.

Può darsi che Carlomanno, atterrito a quelle minacce, non osasse separarsi da Gilberga, e non isposasse la figlia di Desiderio; ma Carlo conduceva in donna la principessa Desiderata, senza impensierirsi dell’anatema del Papa[427].

Le condizioni di Stefano frattanto si facevano ognor più difficili, anche per altre ragioni. Dal tempo della donazione di Pipino in poi, i Papi avevano mandato loro ministri, e duci, e maestri de’ militi, e tribuni nelle province anticamente greche, ma non ne erano per questo divenuti signori e dominatori. Nei Ravennati durava vivissima ricordanza dell’antico valore della loro città, che per lunga età aveva imperato su Roma; e l’Arcivescovo incominciava ben presto ad estendere la sua influenza sull’Esarcato, dove la Chiesa metropolitana di Ravenna possedeva beni e coloni molti. Sergio, che Paolo I aveva riposto nell’officio, agiva a suo piacimento senza che riguardo di Roma il rattenesse, e, dopo la morte di lui avvenuta nel 770, per un anno intiero un usurpatore sfidava i fulmini del Pontefice. Una gran parte del clero aveva ivi elevato al seggio arcivescovile l’arcidiacono Leone, ma Michele, bibliotecario di quella Chiesa, col consenso di re Desiderio e coll’ajuto di Maurizio duce di Rimini, s’era impadronito della città maggiore della Pentapoli, la quale allora non istava sotto la soggezione del Papa[428]. Leone fu tratto a Rimini e incarcerato, e Michele fu investito del possedimento dell’Arcivescovato: indi con Maurizio e coi giudici di Ravenna spediva legati a Roma per indurre con donativi magnifici il Papa a dare la sua conferma all’usurpatore. Stefano invece comandavagli di scendere del trono vescovile, ma l’intruso adoperava i tesori della Chiesa per sostenervisi, finchè ne era precipitato verso lo spirare dell’anno 771. I legati franchi e romani si unirono per restaurare l’ordine; il popolo die’ Michele in mano ai legati pontificî perchè lo conducessero a Roma; e qui veniva anche Leone per ottenervi l’ordinazione[429].

Frattanto occorreva in Francia un fortunato avvenimento a prò del Papa; Carlo ripudiava Desiderata, e Carlomanno moriva addì 3 del Dicembre 771. La causa che induceva Carlo a cacciare la sua donna, sembra essere derivata non tanto da instabilità di animo, quanto da proposito astuto[430]. Egli rompeva il nodo di giuste nozze, senza dubbio per suggestione del Papa, e s’ammogliava con Ildegarde di Svevia; ma i Franchi non cessavano di lamentare la sorte di Desiderata, come di moglie legittima di lui; nè la regina Berta sapeva darsene pace, e continuava a versare lacrime pie sul vitupero di quella rejetta[431].

Di tal guisa le arti maligne del Papa infrangevano ogni legame fra i Longobardi e i Franchi; la Chiesa romana riannodava relazioni strettissime con Carlo, e Desiderio era condannato alla estrema ruina. Stefano III non sopravviveva tanto tempo da poterne essere testimone; questo Siciliano senza coscienza, accorto a tutte le furberie e a tutti i raggiri dell’arte politica mondana, trapassava di vita nel Febbraio dell’anno 772.

§ 2.

Adriano I papa. — Caduta della fazione longobarda in Roma. — Atteggiamento ostile di re Desiderio. — Inquisizione e caduta di Paolo Afiarta. — Il Prefetto della Città. — Desiderio devasta il Ducato romano. — Adriano s’appresta alla difesa. — Ritirata dei Longobardi.

Alla sedia pontificia saliva adesso Adriano I, per tenervi un illustre reggimento di quasi ventiquattro anni. Di nascita romano, Adriano discendeva d’illustre famiglia patrizia, che aveva un palazzo nella via Lata, in vicinanza al san Marco. Lo zio di lui, Teodoto, aveva avuto titolo di console e di duce, ed oltracciò era stato primicerio dei notai[432]. Rimasto il giovinetto privo di padre, la madre di lui ne commetteva l’educazione al clero del san Marco, sotto la cui giurisdizione eran poste le case di lei. Tenuto in gran pregio per natali, per bellezza, per ingegno, Adriano era giunto sotto di papa Paolo agli officî ecclesiastici maggiori; ai tempi di Stefano aveva ottenuto il diaconato, e, dopo la morte di questo Papa, era con elezione concorde elevato al pontificato[433]. Egli rese notabile la prima ora del suo reggimento, togliendo il bando alla fazione di Cristoforo, ossia di tutti quei giudici che Paolo Afiarta, poco prima ancora della morte di Stefano, avea condannato all’esilio[434]. Così il Papa dava a divedere di voler abbattere quella fazione longobarda, che quel Paolo ancor sosteneva in Roma, e di volersi avvincere ai Franchi. Gli intendimenti politici di Roma assunsero per tal modo un indirizzo ben determinato.

Fu prima cura di Adriano di voler recuperare ciò che pur sempre Desiderio avea mancato di restituire a san Pietro. Gli ambasciatori del Re venivano a porgere augurî al novello Pontefice ed a chiederne un patto di amicizia, ma Adriano rispondeva dolendosi per l’inadempimento del trattato ch’era stato conchiuso col suo antecessore; e non sì tosto che l’ambasceria longobarda, in mezzo a dichiarazioni cortesi, era tornata a Pavia troncavasi ogni buona relazione con Desiderio. Molte cause contribuivano a ciò; i suoi legati gli annunciavano la restaurazione del partito di Cristoforo e di Sergio; quindi avveniva la stretta alleanza di Roma coi Franchi, e in pari tempo accadeva, nella primavera dell’anno 772, che Gilberga vedova di Carlomanno, coi suoi figli e col duca Auchari, veniva a chiedere soccorso alla corte di Pavia. Carlo infatti aveva tolto ai suoi nipoti i loro territorî, e s’era fatto gridare re universale dei Franchi. Desiderio, cui pesava sul cuore la grave offesa ricevuta, chiudeva la sua rejetta figliuola nel palazzo di Pavia, ed accoglieva a braccia aperte i nipoti di Carlo, sperando di accendere in Francia per mezzo di loro la guerra civile. Egli chiedeva ad Adriano che desse ragione ai loro diritti, e quali re li consecrasse; e poichè a tale domanda il Papa dava un rifiuto, ei si proponeva di costringervelo. Sulla fine del Marzo, Desiderio s’impadroniva di Faenza e del ducato di Ferrara, e minacciava anche Ravenna. I Ravennati mandavano allora messaggi al Papa per chiederlo di soccorsi, e Adriano spacciava al Re con fervide esortazioni Stefano sacellario e Paolo Afiarta. Desiderio chiedeva con insistenza un abboccamento col Pontefice per poterlo indurre a incoronare i figliuoli di Carlomanno, ma Adriano con fermezza lo negava.

A questi avvenimenti si aggiungeva la caduta di quell’Afiarta, che un tempo aveva avuto grandissima potenza; e la fine di lui forma un episodio che non è privo di importanza nella storia della Città. Caduti Cristoforo e Sergio, egli era stato il più influente uomo di Roma, a capo della parte longobarda e agli stipendî del Re; occorreva dunque togliergli ogni potere di nuocere. Con astuta arte diplomatica si concepì il disegno della sua ruina, e lo si condusse a compimento. Senza che lo prendesse alcun sospetto, il Camerario s’indusse a partire di Roma, e ad andarsene in ambasceria al suo amico Desiderio; e mentre alla corte di questo Re ei menava vanto che saprebbe trargli colà il Papa, fosse anche in catene, altri nel silenzio e nell’ombra torceva il canape destinato a serrargli il collo. Soltanto adesso ch’egli era assente, si aveva in Roma coraggio di sapere e di dire che Paolo, otto giorni innanzi la morte di Stefano, s’era fatto reo di un nuovo assassinio. Lo sventurato Sergio, cieco, traeva la vita sepolto in una volta del Laterano; ma l’odio di Paolo mal sofferiva che ancor durasse quella vita miserrima, e lo crucciava siffattamente, che durante l’infermità di Stefano volle liberarsi del suo nemico. Affidò a due abitatori di Anagni l’incarico di ucciderlo, e alcuni alti officiali della Chiesa e il duce Giovanni, fratello di papa Stefano, vi prestarono ajuto[435]. Una notte quegli uomini trascinarono Sergio nella via Merulana, che oggidì ancora dal Laterano conduce a santa Maria Maggiore; ed ivi, uccisolo a colpi di pugnale, lo sotterrarono[436].

Gli assassini, che Adriano faceva tradurre di Anagni a Roma, confessarono il luogo del loro delitto; gli ottimati della Chiesa, i giudici della milizia, e il popolo tutto chiedeva con fremito di tumulto che si desse punizione ai rei; e il Papa li poneva in mano ai tribunali ordinarî. Gli è a questa occasione che tutto a un tratto torna a comparire il Prefetto della Città. L’officio suo aveva continuato ad esistere ancor dopo l’età di Gregorio, ed egli amministrava in Roma la giustizia criminale[437]. I rei furono condannati all’esilio a Costantinopoli[438]. E qui ci occorrono due considerazioni; primamente che in Roma, ancora a questa età come al tempo di Scipione e di Seneca, l’esilio valeva da pena capitale; in secondo luogo che Roma non cessava tuttavia di mandare a Costantinopoli coloro che essa bandiva, parimenti come per lungo tempo, e forse ancora nel secolo ottavo, Bisanzio mandava i rei in esilio a Roma: il Pontefice pertanto riveriva ancor sempre la podestà suprema dell’Imperatore.

In conseguenza di questa inquisizione, Cristoforo e Sergio ebbero onorevole sepoltura in san Pietro, e il loro nome riebbe publicamente decoro. Prima poi che s’incominciasse in Roma il procedimento, Adriano dava incarico a Leone arcivescovo di Ravenna, che s’impadronisse della persona dell’Afiarta, se mai questi, tornando dalla corte longobarda, giungesse in Ravenna o in qualche altra città dell’Esarcato. Ciò, poco tempo dopo, avveniva, e Adriano spediva i documenti dell’inquisizione a Leone, per guisa che questi dava l’accusato in mano del magistrato criminale di Ravenna[439]: di tal modo, contro ogni dritto, un cittadino romano, un officiale del palazzo pontificio, era tratto innanzi al tribunale municipale di una città straniera. Peraltro, è difficile cosa che in questo l’Arcivescovo operasse di suo arbitrio; era il Papa, il quale aveva buone ragioni di far sì che il procedimento lungi di Roma si compiesse[440]. E poichè desiderava di lasciare in vita l’assassino di Sergio, il Papa chiedeva agli imperatori Costantino e Leone che il reo espiasse la pena dell’esilio in qualche luogo di Grecia[441]; ma alla domanda che l’Afiarta fosse mandato a Bisanzio per la via di Venezia, rispondeva l’Arcivescovo essere impossibile cosa, avvegnaddio i Veneziani lo cambierebbero col figlio del loro doge Maurizio, che trovavasi in prigionia di Desiderio. Or dunque Paolo avrebbe dovuto esser condotto a Roma, ma allorchè il legato pontificio veniva a Ravenna per torlo seco, l’Afiarta era già stato condannato e messo a morte: Adriano non poteva far altro che dar una buona sgridata all’Arcivescovo per quella sua fretta, la quale per altro gli riusciva gradita[442]. Così la parte longobarda perdeva il suo capo; il Papa si liberava di un nobiluomo potente, e Desiderio perdeva le ultime reliquie di sua influenza in Roma.

Il Re si commoveva a gran collera come udiva del precipitoso modo ond’era stato tolto di mezzo l’amico suo; egli s’insignoriva tosto di Sinigaglia, di Montefeltro, di Urbino e di Gubbio (_Eugubium_), ed entrava in Toscana. I Longobardi, nel mese di Luglio, assalivano la città di Bleda, passavano a fil di spada molti di quei cittadini più ragguardevoli, e tosto dopo movevano contro _Utriculum_, città posta a quarantaquattro miglia da Roma, lungo la via Flaminia[443]. Adriano allora spediva l’Abate di Farfa con venti monaci a Desiderio; piangendo quei frati si gittavano a’ piedi del Re e lo scongiuravano di non recar danno a Pietro santo. Il Re longobardo li congedava senza dar loro ascolto, e chiedeva di abboccarsi col Pontefice. Rispondeva questi che sarebbe venuto a Desiderio, tosto che egli avesse restituito le città usurpate, e mandava alcuni cherici per riceverne la consegna: ma il Re non volle saperne, ed anzi fece nuova minaccia mettendosi in marcia su Roma.

Volgevasi allora il Papa a Carlo, chiedendo che il salvasse; per la memoria del padre suo Pipino, lo scongiurava che intraprendesse una spedizione di guerra in Italia, e Roma liberasse dal Re dei Longobardi, al quale egli con tanta energia aveva pur negato di consecrare i figliuoli di Carlomanno. Nel tempo stesso in cui i messi pontificî partivano colle lettere di Adriano (esse non giunsero fino a noi), Desiderio in persona lasciava Pavia per muovere alla conquista di Roma. Lo accompagnavano Adelchi, Auchari duca franco, Gilberga e i figli di lei, che il Re voleva far incoronare dal Papa in san Pietro. Adriano s’apprestava intrepidamente alla difesa; e, dopo di aver raccolto in Roma genti di guerra dalla Toscana, dal Lazio e dal ducato di Perugia ed anche milizie armate della Pentapoli e soldatesca fornita da Stefano duce di Napoli amico suo, faceva chiudere le porte della Città, ed alcune faceva murare[444]. Dalle basiliche di san Pietro e di san Paolo faceva trasportare entro la Città i sacri arredi, e le chiese stesse per di dentro faceva asserragliare, affinchè il Re non vi potesse penetrare che con sacrilegio, da predone di templi. Indi Adriano spediva incontro a lui i Vescovi di Albano, di Preneste e di Tivoli, affinchè proibissero al Re ed ai Franchi che lo seguivano, di oltrepassare i confini del Ducato romano, minacciando altrimenti i fulmini della Chiesa. I Vescovi s’imbattevano nel Re a Viterbo; e per il fatto il timore delle maledizioni del Papa, e più ancora la paura di Carlo operavano rapidamente i loro effetti; chè Desiderio faceva far alto, ed anzi volgeva in ritirata[445]. Per tal guisa, tutte le imprese di questi Re longobardi difettavano di arditezza e di genio, laonde certamente nulla v’ha che desti tedio maggiore della storia guerresca dei Longobardi in un periodo di duecento anni.

Tosto dopo la partenza di Desiderio, venivano a Roma, legati di Carlo, il vescovo Giorgio, l’abate Gulfardo e Albino consigliere del Re, per sincerarsi se effettivamente erano state restituite alla santa Sede le città, siccome Desiderio aveva fatto credere in Francia. Adriano loro dimostrava come stessero veramente le cose; i legati tosto andavano a Pavia, ma il Re li congedava con isprezzo, per la qual cosa se ne tornavano a Carlo, dicendogli che nulla potevasi conseguire senza forza di armi.

§ 3.

Spedizione di Carlo in Italia. — Assedio di Pavia. — Carlo celebra in Roma le feste di Pasqua. — Confermazione della donazione di Pipino. — Caduta di Pavia e del reame dei Longobardi nell’anno 774.

Dopo che Carlo ebbe un’altra volta offerto pace a re Desiderio ed ebbe proposto di pagargli una somma di denaro affinchè rinunciasse alle città, nel Settembre dell’anno 763 scese in Italia col suo esercito[446]. Moveva per la via di Ginevra affine di valicare indi il Moncenisio, ma le chiuse delle Alpi erano state robustamente munite dai Longobardi, così che erano rese insormontabili; laonde la difficoltà di penetrarvi e ben anche il malcontento che quella impresa destava nei suoi Franchi, costringevano Carlo a mandare ancora una volta un messaggio a Desiderio, per dirgli che egli si starebbe contento di ricevere tre illustri ostaggi, i quali dessero guarentia della promessa cessione delle città. Il Re longobardo respingeva anche questa proposta; ma la repentina fuga di suo figlio Adelchi, che era colto di timor panico, e il passaggio dell’oste franca per le Alpi, cui il tradimento aveva agevolato la via, costringevano anche Desiderio ad abbandonare il suo campo, e a chiudersi in Pavia[447]. Adelchi ed Auchari, smarriti d’animo, si gettavano colla vedova e coi figli di Carlomanno entro Verona, che era un forte arnese di guerra, e il popolo di Alboino cadeva dopo fiacca resistenza, che la divisione interna e precisamente le arti dei preti rendevano ancor più corta[448]. Per fermo, Carlo non si meritò nome di grande perchè ebbe vinto i Longobardi; chè anzi la Storia a mala pena registra la memoria di un’altra conquista che abbia costato minor fatica di questa, e che abbia indi recato sì grandi risultamenti, duraturi per lungo ordine di secoli.

Nulla rattenne Carlo nel suo cammino contro Pavia; egli cinse d’assedio questa città, e poichè previde che la cosa avrebbe tratto assai in lungo, fe’ venire al campo Ildegarde, sua donna, e i suoi figliuoli. Un altro esercito franco circuì Verona; Auchari e la vedova di Carlomanno ne fuggirono, e si diedero tosto coi piccoli Principi in mano del vincitore. Pavia reggeva robusta difesa da ben sei mesi; frattanto si avvicinava la Pasqua, e Carlo deliberava di andare a Roma per celebrarvela. Alla credenza degli uomini di quell’età, il pellegrinaggio in cui movevano alle tombe dei Martiri nel tempo di Pasqua, era il viatico più sicuro che conducesse al Paradiso; già da due secoli, in quel tempo dell’anno accorrevano a Roma torme numerose di pellegrini, e, quant’è lungo il medio evo, noi vedremo Imperatori e Re celebrarvi spesso le feste pasquali. Coll’andata dei Re dei Franchi incomincia massimamente la lunga storia dei pellegrinaggi di Principi tedeschi a Roma[449].

Carlo mosse dal suo campo di Pavia con una parte dell’esercito e con grande accompagnatura di Vescovi, di Duchi e di Conti. Veniva con rapido cammino per la via di Toscana, perocchè volesse essere in Roma nel sabato santo, che cadeva nel giorno 2 dell’Aprile 774. Magnifiche furono le accoglienze e fu degna d’imperatore la pompa con cui si ricevette il possente proteggitore della Chiesa che ora entrava in Roma per la prima volta e in mezzo a tanta gravità di avvenimenti. Alla distanza di ventiquattro miglia dalla Città, gli davano il benvenuto tutti i giudici e i gonfaloni della milizia mandati dal Papa; lo salutavano presso la stazione appellata _Novas_ al di sotto del lago di Bracciano, e quindi lo accompagnavano alla Città[450]. Appiè di monte Mario erano ad incontrarlo tutte le schiere della milizia coi loro patroni, le scuole dei fanciulli recanti in mano rami di palma e di olivo, e moltitudine innumerevole di popolo, che alla vista di Carlo alzò grida di plauso, festevolmente gridando: Salute al Re dei Franchi ed al difensore della Chiesa[451]! Questi onori Carlo riceveva non come principe straniero, ma da patrizio dei Romani, ed il Cronista espressamente dice che gli erano spediti incontro le croci e i vessilli delle basiliche di Roma, come era costumanza quando si usciva a salutare l’Esarca o il Patrizio[452]. Appena Carlo discerse in vista Roma, smontò di sella, e, circondato da quelli del suo corteo, umilmente trasse a piedi al san Pietro. Era il sabato santo, nelle prime ore del mattino; il Papa aspettava il suo ospite sull’alto dei gradini del portico; intorno a sè avea il clero; la piazza era gremita di popolo senza numero. Carlo si prostrò al basso della scalea, la salì ginocchioni, baciando in meditazione ogni gradino, finchè giunse al Pontefice. Quest’era il modo con cui già fin d’allora i Principi più potenti del mondo s’accostavano al santuario di Roma: non doveva forse venire il tempo in cui i Re massimamente sarebbero discesi a farsi vassalli e valletti dei Papi? in cui questi audacemente avrebbero imposto il piede sulle loro spalle? Carlo e Adriano si abbracciavano; il Re prendeva il Papa per la destra mano, e tenendosi al suo fianco dalla dritta, entrava con lui nella basilica[453]. Mentre facevano loro ingresso, i preti intonavano il canto: _Benedictus qui venit in nomine Domini_; e Carlo e i suoi Franchi si gettavano a ginocchi innanzi la tomba dell’Apostolo. Dopo che ebbe finito di meditare e di orare, il Re con reverenza chiese permissione di entrare in Roma e di poter visitare le altre chiese maggiori: tutti primieramente discesero nella cripta dell’Apostolo; e il Re e il Papa, e i giudici dei Romani e quelli dei Franchi si ricambiarono giuramento di sicurtà[454].

Senza dubbio Carlo piantava il campo delle sue soldatesche nella pianura di Nerone; egli poi per il ponte di Adriano entrava nella Città, la quale allora non presagiva che il primo Re dei Franchi cui faceva accoglimento, sarebbe stato il suo primo Imperatore di stirpe germanica. Il futuro erede di Augusto e di Traiano mirava le classiche ruine, attraverso cui passava, con isguardi di stupore ignorante, poichè, quantunque lo prendesse diletto di udire le storie degli antichi, ei conosceva le geste dei Santi di Roma meglio di quelle dei suoi eroi. Nella Roma di quell’età prevaleva ancora un’impronta di antico, ad onta dell’oltraggio che vi avevano inflitto tre secoli; era ancora la città dei Romani quella in cui Carlo entrava, era un mondo immensurato di ruine magnifiche, innanzi alla grandezza delle quali scompariva tutto quello che sapeva di cristiano.

I Romani conducevano il Re al Laterano; eglino guardavano con meraviglia la taglia eroica e quasi gigantesca del protettore della Chiesa, e i suoi paladini barbarici tutto chiusi nelle armature d’acciaio. Nel battistero Carlo assisteva al sacramento del battesimo che il Papa amministrava; indi umilmente a piedi tornava al san Pietro. Non prendeva dimora entro la città; del palazzo dei Cesari non si fa pur cenno; ne erano caduti anche i suoi ultimi quartieri abitabili, dopo che più non era stato in Roma il Duce greco. Ove Carlo non abbia passata la notte in una delle case vescovili che erano presso al san Pietro, certo è che egli si ricondusse al campo delle sue soldatesche. Nel giorno di Pasqua gli ottimati e le scuole della milizia lo accompagnarono a santa Maria Maggiore, dove il Pontefice celebrò la messa; indi Carlo pranzò alle mense di lui nel Laterano. Al lunedì assistè agli officî sacri nel san Pietro, al martedì nel san Paolo, e così ebbero fine le ceremonie delle feste pasquali. La forma antichissima di queste funzioni sacre era allora meno pomposa di quello che sia oggidì, e più si conveniva alla ragione di chiesa, ma, per quanto si pare dai Libri rituali antichi, non era di molto più semplice[455].

Nel mercoledì 6 di Aprile, Carlo fu invitato ad una conferenza nella chiesa di san Pietro, dove trovossi il Papa con tutti i giudici del clero e della milizia. Innanzi a quella assemblea, Adriano rivolse un discorso al Re dei Franchi; ed invero per istrappare a Carlo una donazione, luogo più acconcio di quello non v’era, chè ivi presso sorgeva la tomba dell’Apostolo, e quella era la basilica di lui, ancora olezzante degli incensi bruciati nelle feste pasquali. Poichè già reputava prossima la caduta del reame dei Longobardi il Papa si atteggiava come uno dei maggiori pretendenti all’eredità di quello, e però rammentava a Carlo gli antichi trattati e le promesse, e lo esortava a donare a Pietro santo alcune determinate città e alcune province d’Italia, e faceva indi leggere la scritta, fatta a Carisiaco, della donazione di Pipino. Il Biografo di Adriano afferma che a Carlo ed ai suoi _Judices_ non bastò di confermarne il tenore; volle il Re che il suo notaio Eterio ne trascrivesse di bel nuovo il documento; e questo fu sottoscritto da lui e dai maggiorenti della sua comitiva, indi fu posto dentro l’urna di san Pietro e ne fu promesso l’adempimento con terribile giuramento.

Anche questa così detta donazione di Carlo magno, confermazione di quella di Pipino, sparve dall’archivio del Laterano, nè mai si rinvenne in Germania o in Francia la copia che fu detto Carlo avere recato con sè. Secondo la fama di quella donazione, il pio e magnanimo Carlo donava al Papa quasi intiera l’Italia, e da un capo all’altro tali province che egli non ebbe mai conquistato, com’erano Corsica, la Venezia, Istria e il ducato di Benevento[456]. Ma il giudizio incorrotto della critica, da lunghissimo tempo ricacciò il racconto di questa donazione fra le storielle da fiaba, ed è possibile che al tempo in cui viveva il Biografo di Adriano, questi abbia consultato un qualche documento falsato (seppure uno ne abbia avuto sott’occhio), oppure che egli stesso abbia falsato i concetti che in quella scritta avessero potuto contenersi. Manifestamente Carlo ebbe confermato quella donazione di Pipino che nella sua vera essenza ci è ignota, ma pur sempre serbò a sè il supremo dominio delle province cui essa si riferiva; nel corso degli anni poi l’ebbe accresciuta con patrimonî e con redditi[457]. La condizione di lui rispetto a Roma fu in pari tempo definita con un trattato: Carlo pretese a tutti i diritti di patrizio, e il diritto onorifico di _Defensor_ ottenne nell’anno 774 un valore più ampio; al Patrizio dei Romani fu data la giurisdizione suprema su Roma, sul Ducato e sulle province dell’Esarcato. Il Pontefice, che in quei paesi non aveva che l’amministrazione del governo, diventò suddito al Re dei Franchi[458].

Dopo che furono così ordinate le relazioni di Carlo con Roma, il Re ne partì; e nel tempo stesso il Papa bandì preghiere in tutte le chiese di Roma affinchè si affrettasse a prospero risultamento l’assedio di Pavia[459]. Tornato al campo, il Re dei Franchi ne spingeva l’opera con energia; nella premuta città la peste congiurava col tradimento, e l’ultimo Re dei Longobardi, espiando le ripetute sue inavvedutezze colla caduta della sua dinastia e del suo reame, davasi prigioniero senza patteggiare. Desiderio finì la sua vita nel convento di Corbeia; la spese in opere di pietà, e corse fama che operasse miracoli. Ma Carlo si prese la corona di ferro e, a principare dall’anno 774, si nomò re dei Franchi e dei Longobardi e patrizio dei Romani, mentre Adelchi figlio di Desiderio si ricoverava alla corte di Bisanzio, dove traeva la triste vita di pretendente a un trono[460].

§ 4.

Donazione di Costantino. — Limiti geografici della donazione carolina. — Spoleto, Tuscia, la Sabina, Ravenna. — Pretensioni di Carlo all’autorità suprema e al diritto di conferma degli Arcivescovi di Ravenna. — Patriziato di san Pietro. — Si dimostra che il Papa era padrone degli edificî pubblici di Ravenna, ma d’altronde obbediva all’imperio supremo di Carlo. — Mercato di schiavi fatto dai Veneziani e dai Greci.

Con grave dolore del Papa, Carlo frapponeva adesso indugi alla cessione di quei patrimonî che i Longobardi avevano tolto alla Chiesa: sembrava che il Re non badasse di molto a quel titolo onorifico con cui Adriano lo adulava, appellandolo Costantino novello, come se fosse risorto quell’Imperatore «per cui Dio s’era degnato di largire ogni bene alla Chiesa santa di Pietro, principe degli Apostoli»[461]. Queste parole di Adriano sono notevoli assai; avvegnachè si scorga che con esse cominciava a porsi per la prima volta in lavorio uno dei più mostruosi ordigni onde i Papi successivi, per il corso di secoli, si servirono a sostenere, quasi sopra un fondamento autentico, le loro pretensioni di signoria universale, la quale per tempo non meno lungo s’ebbe credula accoglienza dalla moltitudine che non ragiona, e perfino dai dottori di legge. La famosa «donazione di Costantino» non soltanto avrebbe concesso al Vescovo di Roma onorificenze e insegne imperatorie, ed attribuito privilegio di senato al clero romano, ma avrebbe dato Roma e Italia in proprietà al Pontefice. Infatti Costantino, dicevasi, come fu guarito della lebbra per virtù del battesimo amministratogli da Silvestro, compreso di reverenza verso il principe degli Apostoli, abbandonava Roma, e umilmente si riduceva in un angolo del Bosforo, e al successore di Pietro lasciava in dono la città capitale dell’universo e l’Italia. Questa fola, che per la prima volta era tratta in campo da un Papa nell’anno 777, fu invenzione di un prete romano, e fu coniata in un tempo nel quale crollava in Italia il reggimento greco, in cui il reame dei Longobardi minava per dissensioni interne e per l’urto potente dei Franchi, in un tempo in cui il Papa poteva concepire l’ardito disegno di dominare da vero padrone una gran parte d’Italia. Il trovato di un siffatto documento dimostra la fittezza della barbarie che avvolgeva il mondo durante il medio evo, e lo dimostra forse ancor più efficacemente di molti concepimenti della fantasia religiosa. Se la invenzione della donazione di Costantino rivela la ingorda brama di dominazione che agitava il clericato romano oltre ogni fine, essa è d’altra parte documento storico dei concetti che, al tempo della prossima rinnovazione dell’Impero occidentale, si erano venuti formando riguardo alle relazioni della Chiesa e dello Stato. La Chiesa è tenuta precisamente in conto di un impero religioso con un Cesare pontefice alla testa; a lui sono soggetti tutti i Metropoliti e tutti i Vescovi d’Oriente e di Occidente. La sua costituzione gerarchica, sorta sul fondamento dell’antico organamento dello Stato, è considerata independente dallo stesso Imperatore, ordinatore supremo di tutte le cose politiche; a suo esemplare essa prende l’Impero e la corte imperiale. Al Papa è conceduta dignità imperatoria, al clero romano grado senatorio; ma questa prerogativa, al paro della cessione di Roma e dell’Italia, discende da un privilegio accordato dallo Imperatore; esso quindi deve costituire per tutti i tempi il fondamento giuridico alla grandezza temporale del Papato. Mentre dunque l’Impero continua ad essere il concetto massimo di ogni maestà temporale e di ogni signoria, da cui soltanto la Chiesa deriva la sua forma civile e la sua potenza, la Chiesa stessa è in pari tempo riverita dall’Imperatore quale reame religioso il quale sta di per sè, di cui è monarca Cristo fondatore suo, che ha per vicario il Papa. Di tal guisa la donazione di Costantino statuisce la separazione delle due podestà, della podestà temporale e di quella spirituale, e nei tratti fondamentali determina quel dualismo, che in tutto il corso del medio evo tenne armati un contro l’altro, la Chiesa e lo Stato, il Papa e l’Imperatore[462].

Per lungo tempo Carlo fu molestato di ammonimenti del Papa, il quale non cessava di ricordargli con amara doglianza il patto dell’anno 774. Gli è pertanto mestieri di esaminare più attentamente quali fossero i singoli territorî cui quella donazione carolina riguardava, avvegnaddio la loro storia non possa ben separarsi da quella della città di Roma. Se ciò che narra il Biografo di Adriano sia esatto, allorchè i Franchi mossero in Italia, gli Spoletini si svincolarono dalla signoria dei Longobardi, come già parecchie volte avevano tentato di fare. Illustri cittadini di Spoleto e di Reate vennero a Roma, giurarono fede al Papa, e acquistarono la cittadinanza romana usando a simbolo la recisione della barba e dei capelli. Quando poi Desiderio si fu ricoverato dentro di Pavia, vennero ad Adriano legati di quel medesimo ducato di Spoleto, gli prestarono giuramento di fedeltà, e da lui ottennero la confermazione di Ildeprando, che già prima avevano eletto a loro duca: il loro esempio imitavano gli abitatori di Fermo, di Osimo, di Ancona e di Città di Castello (_Castellum Felicitatis_)[463]. Ma tutti questi racconti sono incerti, laddove non si eleva alcun dubbio che Spoleto costantemente abbia appartenuto al reame franco[464].

Non era fatta contestazione per maggiori pretensioni che san Pietro sollevava nella Tuscia romana. L’Apostolo agognava di ottener possedimenti anche in questo paese; e sostiensi che già nell’anno 774 Carlo al Papa donasse Soana, Tuscana, Viterbo, Bagnorea (_Balneum Regis_), insieme ad altri luoghi non citati per nome. Adriano ne parla espressamente in una lettera da cui si pare che per il fatto gli fossero state consegnate quelle terre. Più tardi avvenne che gli furono anche promesse le due città di Roselle e di Populonia nella Tuscia Ducale, che Carlo però indugiava a cedergli[465]. La Chiesa, non v’ha dubbio, aveva nelle terre di Tuscia possedimenti antichi, che i Longobardi le avevano usurpato, e Carlo vi aggiungeva la donazione di novelli patrimonî.

Parimenti avveniva nella Sabina. Qui pure da tempo antico la Chiesa possedeva dei beni, che Carlo (così almeno sembra) nell’anno 781 attribuiva di bel nuovo in proprietà a san Pietro, grandemente accrescendoli. Quelle terre portavano nome or di _Territorium_, or di _Patrimonium Savinense_, ma non comprendevano l’intiera provincia della Sabina, di cui la parte maggiore spettava al Duca di Spoleto. Ignoriamo di che estensione fossero i dominî della Chiesa nella Sabina, del cui reddito si mantenevano le lampade del san Pietro, e si provvedeva alla elemosina pei poverelli. I legati di Carlo e del Papa andavano colà per operarne la tradizione del possesso, ma, al momento di fissarne i confini, si elevavano fra la Chiesa e quei di Rieti delle contese che non si conchiusero a vantaggio della Chiesa, sebbene dei vecchiardi, che avevano ben cent’anni di età, attestassero che le terre controverse avevano appartenuto da tempo antichissimo alla Chiesa[466]. Ne consegue che questa, sullo spirare del secolo ottavo, possedeva soltanto la parte minore della Sabina, e, soltanto posteriormente all’anno 939, potevano prodursi documenti ond’era dimostrato che questa provincia era stata tolta al Ducato spoletino, e se ne era costituito uno speciale Comitato sotto l’autorità suprema della Chiesa, che vi mandava suoi Rettori con titolo di _Marchio_ o di _Comes_[467].

Se il Papa trovava delle difficoltà nei paesi or detti, ancor più gravi erano quelle che gli impedivano di farsi signore dell’Esarcato. Santo Apollinare di Ravenna, come san Pietro di Roma, possedeva una gran quantità di dominî, e, al paro dell’altro Santo, poteva trar fuori dei suoi archivî un numero infinito di scritte di donazione. Perfino di Sicilia, nel secolo settimo, la Chiesa ravennate traeva redditi così pingui, che i Rettori di quei beni, ad ogni anno, caricavano le loro navi onerarie di venticinquemila staia di grano, e di prodotti di frutta, di legumi, di pelli tinte in colore di porpora, di tessuti di seta colorati in azzurro di giacinto, e di drapperie di lana; oltracciò portavano a casa vasellami preziosi, e non meno di trentunmila solidi d’oro, dei quali quindicimila affluivano al tesoro di Costantinopoli, e sedicimila entravano negli scrigni della Chiesa vescovile[468]. Al pari del Papa, gli Arcivescovi s’industriavano di conseguire signoria temporale nel loro bel paese, ma, fino dal tempo della donazione di Pipino, i Papi vi avevano esercitato loro pretensioni, e Stefano II aveva mandato suoi _Comites_ e suoi _Duces_ nelle città di quel territorio. Anche a Ravenna, Stefano aveva inviato due _Judices_, Filippo prete per le bisogne religiose, ed Eustachio duce per le faccende temporali[469]. Peraltro, dopo che Carlo nell’anno 774 fu partito d’Italia, Leone, arcivescovo, occupò parecchie città dell’Emilia, il ducato di Ferrara, Imola e Bologna, e ne cacciò i ministri pontificî. Affermava egli che quelle città non erano state donate al Papa, sibbene a lui; ed eccitava la Pentapoli a ribellarsi, e, per opporre resistenza alle incalzanti reclamazioni che Adriano moveva a Carlo, Leone andava egli stesso alla corte del Re. Ne tornava con più baldanza di prima, e proibiva ai Ravennati ed agli abitatori dell’Emilia di andarsene a Roma per cose di governo. Indarno spediva Adriano suoi messi in quella provincia per riceverne giuramento di fedeltà e per chiedervi ostaggi; l’Arcivescovo con forza d’armi cacciava i legati. In pari tempo, Reginaldo, ch’era stato anticamente gastaldo longobardo nel _Castellum Felicitatis_ ed era allora duce di Chiusi, s’impossessava di parecchi beni che Carlo aveva donato alla Chiesa, e perfino assaliva quel castello che apparteneva alla Chiesa nella Tuscia longobarda[470]. Il Papa rinnovava sue doglianze a Carlo; le lettere che vi hanno argomento, come la parte maggiore di quelle che sono comprese nel Codice Carolino, inducono a dispetto il leggitore: ed invero vi si svela con isfacciata nudità la cupidigia di beni terreni e la paura ansiosa di perderli; l’accrescimento della potestà temporale furbescamente si appella esaltazione della Chiesa, e si promette la salute dell’anima in premio di donazioni di terre e di vassalli, e si associa la beatitudine celeste al sacrificio dei beni terreni. Le brame mondane insaziate si celavano dietro alla tomba di un morto, la quale si tappezzava tutta di scritte di donazioni, di lettere, di anatemi, di giuramenti; l’avarizia si appiattava a riparo dietro alla persona di un santo Apostolo, che in vita sua non aveva posseduto neppur un minuzzolo di beni terreni, e che dopo morte non aveva più saputo di cose mondane, e non ne aveva avuto desiderio.

Non prima dell’anno 783 riusciva al Papa di mettersi in possesso dei suoi titoli su Ravenna, ma dopo che coll’aiuto di Carlo ebbe domata la resistenza dell’Arcivescovo, lo atterrirono le pretensioni che lo stesso Re dei Franchi elevava riguardo al supremo dominio territoriale. Al Papa non era concessa in veruna guisa la sovranità; e se ciò è dimostrato per Ravenna, lo è ancor più per la città di Roma, di cui Carlo era il patrizio, e dove ben presto avremo prove evidenti della giurisdizione sovrana ch’ei vi teneva. I Ravennati ricorrevano al Re contro le sentenze pontificie, come a giudice di supremo appello, nè il Papa loro impediva di cercare giustizia in Francia; solo lamentava che loro fosse dato ascolto anche se non erano muniti di lettere papali[471]. Nell’anno 783, due possenti Ravennati, Eleuterio e Gregorio, s’erano fatti rei di gravi maleficî e perfino di assassinio; sottraendosi ai tribunali pontificî ricorrevano alla corte di Carlo, ed il Papa pregava il Re che non prestasse loro orecchio, ma li mandasse a Roma, dove, coll’intervenzione di Messi franchi, si sarebbe proceduto alla loro inquisizione: se ne rivela il timore che Carlo recasse offesa a quella giurisdizione che al Pontefice per autorità di trattati spettava nei territorî[472]. Un altro avvenimento, di tempo ancora anteriore, gli aveva mostrato che il suo regale amico non era per nulla propenso a lasciarlo operare di suo arbitrio e senza limiti, avvegnachè per la sola ragione di discorsi imprudenti, Carlo aveva fatto incarcerare Anastasio, che era nunzio pontificio alla corte di lui. Di tal guisa, il Re aveva leso il diritto delle genti contro un ambasciatore, e aveva operato con talento despotico non meno di quello che aveva fatto un tempo Leone l’Isaurico. Il Papa ne strillava come se l’imprigionamento di un suo nunzio forse un fatto inaudito a mente d’uomo, e chiedeva a Carlo che gli consegnasse il suo legato, affinchè fosse sottoposto in Roma a giudizio. E nel tempo stesso rimproverava il Re, perocchè egli con gran favore desse ricetto nella sua corte a Pasquale e a Saracino, che erano due ribelli fuggiti di Roma, e lo scongiurava di abbandonare quei malfattori al giudizio dei tribunali romani[473].

Il Re, tosto dopo, usciva con nuove e più gravi richieste che sbigottivano l’animo del Papa. Nell’anno 788 o nel 789, Carlo pretendeva al diritto di confermare la elezione dell’Arcivescovo di Ravenna; ed infatti, dopo la morte dell’arcivescovo Sergio, legati franchi s’erano opposti all’elezione di Leone succeditor suo. Se potessimo ancor leggere le lettere memoriali di Carlo, per certo vi troveremmo che egli invocava i diritti del suo patriziato anche in riguardo a Ravenna. Il predicato di Patrizio, col volger del tempo, aveva assunto una significazione differente da quella di un tempo: laddove Pipino lo aveva ancor portato nel senso di un semplice titolo di onore, esso di per sè era invece diventato un vero diritto per il conquistatore d’Italia, pel novello re dei Longobardi. Non era infatti naturale, che sovvenisse a Carlo memoria della podestà che avevano avuto l’Esarca ed il Patrizio, di cui egli teneva le veci, senza che pur riverisse nell’Imperatore greco un’autorità maggiore della sua? Egli scriveva al Papa che la dignità di Patrizio si ridurrebbe a un bel nulla, se gli Arcivescovi di Ravenna salissero al seggio vescovile senza il suo beneplacito[474]. Appena aveva egli significato la sua consapevolezza dei diritti di Patrizio, il Papa con astuta accortezza diplomatica gli obbiettava, che anche Pietro santo vestiva manto di porpora; così, altresì da parte sua, il Pontefice si erigeva da patrizio contro a Carlo patrizio. S’avrà posto mente che era arte politica dei Papi di celarsi sempre colla persona e colle ambizioni di dominio temporale dietro alla figura del santo Apostolo; se quei preti bramavano acquisto di terre, non era per loro proprietà, ma per quella dell’Apostolo; era in nome di Pietro santo che ai Re scrivevano lettere minacciose: lo abbiamo veduto. Ogni qual volta dovevano lottare contro a’ Principi, era sempre il santo Apostolo che eglino contrapponevano a questi da competitore; chi toccava a qualcuno dei loro diritti, per ciò soltanto era un predone sacrilego di chiese. Nel sistema del Papato temporale, composto con artificio sottile, la mitica persona di questo Apostolo continuava pur sempre ad essere la leva più poderosa; ed il terrore superstizioso di questo morto, che credevasi sepolto nella Confessione della sua chiesa, era propriamente ciò che formava il fondamento della podestà temporale dei Papi. Adriano con solenne serietà veniva adesso affermando che un patriziato spettava a san Pietro, e ne traeva l’origine dalla prima donazione di Pipino. «Infatti,» scriveva, «come abbiamo detto, la dignità del patriziato vostro noi serberemo immune da violazione, ed anzi ad onoranza ancor maggiore solleveremo, ma in pari guisa deve rimanersi immune da violazione e nella pienezza del diritto anche il patriziato di Pietro santo, protettor vostro, che il gran re Pipino, vostro padre, con iscritture concesse intero, e che voi a maggiore ampiezza confermaste»[475]. Mirabile infatti era l’accorgimento del sacerdozio romano. Se san Pietro la pretendeva da antagonista o da socio all’impero, poteva Carlo rifiutargli questo titolo? Egli cedeva o piuttosto tralasciava, per adesso, di discutere su quella pretensione; chè se egli fosse penetrato più addentro nel senso arcano di essa, egli avrebbe probabilmente compreso che il monarca spirituale teneva lui, monarca temporale, in conto di socio nell’impero, oppure di console secondo nella signoria di Roma e dell’Occidente[476].

I sostenitori della sovranità pontificia, per affermare che essa s’era costituita fin da quel tempo, si appigliano ad una prova che del vero non ha se non l’apparenza: essi pretendono che al Papa appartenesse la città di Ravenna con tutti i suoi edificî publici. Per il fatto, nell’anno 784, Carlo chiedeva ad Adriano licenza di trasportare da Ravenna ad Acquisgrana alcuni capi d’arte; ed il Papa davane consentimento. Il palazzo del gran Teodorico, ch’era indi stato residenza degli Esarchi, era precipitato in gran decadimento; pur tuttavia splendido era di colonne magnifiche, di pavimenti di musaico e di tavole di bei marmi che ne aveano rivestito le pareti. Quei tesori erano tolti al loro luogo ed emigravano in Alemagna, ove erano adoperati ad ornare la novella cattedrale di Acquisgrana; molti marmi preziosi vi fornivano anche i monumenti di Roma[477]. Peraltro, se anche il Papa era signore del territorio in Ravenna, non ne consegue perciò che egli in altro ordine di cose non riverisse l’autorità suprema del Re. Nell’anno 785, Carlo statuiva che fossero cacciati di Ravenna e della Pentapoli tutti i mercanti veneziani, ed il Papa dava immediato eseguimento a quel comando, quantunque o, piuttosto, perocchè il duce Garamano legato franco, giusto in quello avesse sequestrato parecchi possedimenti nel territorio ravennate, affermando che alla Chiesa non appartenevano[478].

Ei sembra che la cacciata violenta dei Veneziani si associasse al mercato che eglino facevano di schiavi e di eunuchi. Già fin dal tempo di papa Zaccaria, si rileva che i mercanti veneziani comperavano schiavi in Roma[479], e che gareggiavano coi Greci in quel commercio lucroso. Carlo dava cura sollecita a impedire quel traffico di uomini, e scriveva anche al Papa di avere udito che i Romani avevano commesso il delitto di vendere schiavi ai Saraceni: ma Adriano protestava, di quei turpi mercati in Roma non esistere, essere gli empî Greci che comperavano schiavi lungo la costiera longobarda; e narrava che uomini longobardi, messi a disperazione per gli stenti e per la fame, si erano condotti eglino medesimi alle navi di mercanti greci, per avere nella servitù di che nutrirsi. Quei Greci, al paro dei Veneziani, navigavano rasente le spiagge del mare Adriatico e del mar Tosco; Venezia, Ravenna, Napoli, Amalfi, Centumcelle, Pisa, erano i porti nei quali negoziavano; ivi vendevano loro mercanzie, e nel tempo stesso vi acquistavano schiavi o fanciulli evirati. Adriano aveva esortato Allo, duce di Lucca, ad armare un naviglio per isnidare i Greci dal mare di Toscana, ma quegli vi si era rifiutato, ed il Papa lamentava di non possedere navi di suo. Non v’era marineria romana che animasse Porto a vita, e rade volte appena vi gettavano l’ancora navi mercantili, chè a questo tempo i traffichi s’erano trasferiti a Centumcelle, che è l’odierna Civitavecchia. Rutilio celebra questo porto di Trajano come grande e bene munito, e la città, ossia il suo castello, è menzionata nelle Guerre Gotiche. Al tempo di Gregorio magno, Centumcelle era governata da un _Comes_, e le sue mura erano state restaurate da Gregorio III, perocchè lo richiedessero l’importanza del luogo e la necessità di presidiarla dai predoni di mare, da cui era minacciata. In quel porto Adriano faceva mettere in fiamme le navi greche e cacciarne in prigione i marinaî; così operava da signore di quella terra, nè s’impensieriva della collera dell’Imperatore greco[480].

§ 5.

Benevento. — Arichi duca si fa independente. — Il Papa guerreggia per ragione di Terracina. — Carlo viene per la seconda volta a Roma. — Vi torna la terza volta. — Impresa contro Benevento, e pace. — Nuova donazione di Carlo. — Arichi tratta con Bisanzio. — Condizioni di Bisanzio. — Si pone fine alla controversia degli Iconoclasti. — Grimoaldo duca di Benevento.

Di tutti i Ducati longobardi, quello di Benevento era il solo dai Franchi non conquistato; Arichi, che ne era duca, aveva per moglie Adelberga, figlia dello sventurato Desiderio: era un Principe d’animo intraprendente e magnifico, che imperava su tutte le province che oggi compongono il reame di Napoli, ad eccezione delle città greche di Napoli, di Gaeta, di Amalfi, di Sorrento e di altre poche delle Calabrie. Quel florido paese colla sua capitale Benevento, che era la più bella e possente città dell’Italia meridionale, era difeso dalla lontananza, dalla sua grandezza ed anche dalla sua alleanza coi Greci e dalla flotta di questi. Dopo che il reame longobardo fu distrutto nell’Italia settentrionale e nell’Italia centrale, il duca di Benevento diventò l’avversario naturale dei Papi, che fervidamente si adoperarono a distruggerlo.

Non appena era caduta Pavia, Arichi assumeva titolo di _Princeps_, e per tal modo proclamava la sua independenza: ei si faceva consecrare con gran solennità dai Vescovi del suo Ducato, vestiva la porpora, e promulgava indi editti dal suo «sacro Palazzo»[482]. Tutto così dava a divedere il suo intendimento di fondare nell’Italia meridionale una monarchia longobarda. Alla corte di lui mettevano capo tutti i disegni con cui l’esule Adelchi si proponeva di restaurare il suo regno, di cacciare i Franchi e di fiaccare l’orgoglio del Papa. Si conchiudeva alleanza fra lui, Arichi, Radagaiso duca di Friuli, Ildebrando di Spoleto e Reginaldo di Chiusi, e vi si iniziava anche Leone arcivescovo di Ravenna. Nel Marzo dell’anno 776 volevasi far d’ogni parte irruzione; ma ne giungeva contezza al Papa, e questi scriveva a Carlo che venisse a salvare Roma dal pericolo gravissimo che la minacciava[483]. Il Re si accontentava di muovere rapidamente contro Treviso e il Friuli, e di distruggervi Radagaiso; così ogni pericolo da quel lato per sempre era impedito, ma con alacrità maggiore a Benevento rinfocolavano i tentativi di restaurazione[484]. Dalla parte di terra, questo Ducato confinava colla Campagna romana, ed erano città di frontiera, Sora, Arpino, Arce ed Aquino; da mare il Ducato si stendeva fino a Gaeta, che, al paro di Terracina, apparteneva allora ai Greci, e stava sotto il reggimento del Patrizio di Sicilia. Di qui Adriano si vedeva ad ogni istante minacciato; i Beneventani conchiudevano lega con Terracina e con Gaeta, dove si trovava il Patrizio, allo scopo di invadere con loro forze associate la Campagna; rifiutavano la pace che il Papa offeriva; laonde questi univa allora la soldatesca della Chiesa agli armigeri di alcuni Conti franchi, e con prospero risultamento difendeva la Campagna[485]. Così per la prima volta fu visto il Papa far guerra da principe temporale, e muovere anzi a conquiste, chè la greca Terracina prendeva con forza d’arme. Questa città, che talvolta al tempo del goto Teodorico è ancor nomata come illustre, doveva già a quest’età essere decaduta profondamente; Adriano ne parla con disprezzo, ma è difficile che egli così sul serio pensasse[486]. Il Papa offeriva Terracina ai Napoletani in cambio del patrimonio della Chiesa nella Campania, che era stato confiscato da Leone l’Isaurico, ma eglino preferivano di prender con forza la città, e ciò loro anche perfettamente riusciva[487].

Adriano esortava adesso il Re affinchè raccogliesse in arme l’eribanno di Toscana e di Spoleto, ed anche gli «empi» Beneventani, ed acciocchè, sotto la capitananza di Wulfrino, li facesse muovere a Roma, al più tardi in sull’incominciamento del mese di Agosto, non soltanto per conquistare di bel nuovo Terracina ma per assoggettare altresì Gaeta e Napoli[488]. Egli si doleva amaramente delle mene di Arichi duca, il quale aveva coltivato trattative con Napoli, ed ogni giorno riceveva messaggi dal Patrizio di Sicilia, e non aspettava che lo sbarco di Adelchi con navi bizantine per rompere guerra. Le paure di Adriano avevano buon fondamento, chè il figlio di Desiderio si maneggiava con grande operosità a Bisanzio per allestire contro Italia un’impresa che avrebbe trovato ajuto in Sicilia e nel Ducato di suo cognato.

Per tal guisa le condizioni d’Italia inducevano Carlo a scendere per la terza volta in questo paese. Nel Natale dell’anno 780 venne a Pavia colla moglie Ildegarda e coi suoi figliuoli Carlomanno e Luigi, e nella Pasqua dell’anno successivo (addì 15 dell’Aprile 781) venne nuovamente a Roma. Qui, nella cappella di Petronilla, il Papa battezzò Carlomanno, dandogli il nome di Pipino avolo suo; laonde Adriano indi appellossi compadre di Carlo. Nel giorno di Pasqua, Adriano consecrò re i due Principi; Luigi assunse titolo di re d’Aquitania, Pipino ebbe quello di re d’Italia: così Carlo significò che aveva deliberato di costituire novellamente in un solo reame tutta questa contrada, sotto lo scettro suo o sotto quello del suo figliuolo[489]. La proclamazione di un Re proprio d’Italia distruggeva pertanto le ambiziose speranze dei Papi, a favore dei quali indarno era stato inventato il racconto della donazione di Costantino.

Carlo non intraprese spedizioni di guerra contro Benevento, ma tornossene a Pavia; ed Arichi, il quale ora riveriva, in forma di principio, l’autorità suprema dei Franchi, continuò ad essere effettivamente re della sua terra, ed a inquietare il Papa coll’associazione che lo legava ad Adelchi ed ai Greci. Scorsero dappoi cinque anni, e sono ravvolte nel bujo le relazioni che duranti essi corsero tra Roma e Benevento: finalmente Carlo nell’autunno dell’anno 786 per la quarta volta calava in Italia. Dopo di aver celebrato a Firenze le feste di Natale, veniva nella primavera dell’anno 787, per la terza volta, a Roma. Le instanze di Adriano e la podestà sua di signore d’Italia, lo inducevano adesso ad intraprendere una guerra contro Benevento. Arichi, che allora combatteva con Napoli, tentava di dissuadernelo, mandando a lui in Roma il figliuol suo Romualdo con ricchi donativi. Ma era indarno; Carlo tratteneva il Principe presso di sè, i Franchi s’avanzavano fino a Capua, ed Arichi allora si gettava dentro a Salerno, che in gran fretta muniva di mura e di torri. Ma non essendogli possibile di resistere lungo tempo contro la potenza di Carlo, gli conveniva presto sottomettersi; colla interposizione dei suoi Vescovi conchiudeva pace con lui, ed obligavasi di pagargli un tributo annuo di settemila solidi d’oro, di cedergli il suo tesoro e di dargli in ostaggio Grimoaldo suo figlio. A queste condizioni i Franchi si ritiravano di Capua[490].

Carlo celebrava per la terza volta la Pasqua in Roma; era questa una buona occasione per offrire «a salvezza dell’anima sua» una novella donazione al principe degli Apostoli, cupido sempre di possedimenti, o più veramente per regalarne il Papa. Dante, che falsamente disse, Costantino aver fondato lo Stato della Chiesa, quantunque non credesse nè alla esistenza giuridica, nè alla verità della donazione, avrebbe assai più acconciamente dovuto biasimare Carlo Magno, avvegnachè sia stato questo Principe che alla Chiesa concesse, per isventura di essa, tanta ampiezza di territorî[491]. Di contro alle lettere di Adriano non è pur lecito di dubitare che allora parecchie città del territorio beneventano fossero date in dono alla Chiesa[492]. Il Papa dice espressamente di essere stato regalato della celebre e antica città di Capua; le altre erano Teano, Sora, Arce, Aquino e Arpino, patria di Cicerone e di Mario[493]. Ma ciò nonostante, non può provarsi che col loro effettivo possedimento il Papa ampliasse il suo dominio romano; per confessione di lui i messi di Carlo gli consegnavano soltanto i conventi, gli edificî vescovili e le corti appartenenti allo Stato (_curtes publicae_); gli facevano, è vero, tradizione delle chiavi delle città, ma gli vietavano di trattare da sudditi i loro abitatori.

Questa donazione si riduceva a un bel nulla, allorchè Arichi, dopo la partenza di Carlo, rompeva il suo giuramento di vassallaggio. Il Duca riannodava trattative con Adelchi, e chiedeva valido aiuto a Costantino imperatore. Costantino VI era figlio di Leone IV e nipote di Costantino Copronimo, ch’era morto nell’anno 775. Il padre di lui aveva regnato da fervido iconoclasta fino all’anno 780, e, morendo, aveva lasciato il regno, ossia la tutela del figlio, ad Irene sposa sua. Questa donna greca, bella, astuta, gran maestra d’intrighi, aveva portato di Atene sua patria un occulto affetto all’onoranza delle imagini, lo avea nutrito sul trono di Bisanzio, e, durante la età minore di suo figlio, aveva trovato modo di ricomporlo di bel nuovo ad onoranza in Oriente. Nell’autunno dell’anno 788, Roma poteva celebrare il gran trionfo del secondo concilio ecclesiastico di Nicea, in cui con grande solennità era riposto in venerazione il culto delle imagini. L’Oriente implorava dalla Chiesa romana la remissione dei suoi errori; l’Imperatore e l’Imperatrice di Bisanzio confessavano che i loro predecessori avevano peccato, quando aveano indotto i popoli del Levante a ribellarsi alla reverenza delle imagini; eglino mandavano con molto ossequio messaggi al Papa, che aveva rotto ogni legame di sè e dell’Italia con Bisanzio e che s’era dato in braccio ai Franchi, e lo invitavano ad andarne a Costantinopoli[494]. Per ben mezzo secolo gli Imperatori greci avevano lottato contro la venerazione delle imagini dei Santi; ma, poco a poco, s’era andata affievolendo quella lotta gloriosa che l’intelletto avea combattuta contro una età intenebrata dalla superstizione, finchè la furberia di una femmina spigolistra e avida di dominio, conseguiva vittoria. Irene trovò un cantuccio nel calendario dei Santi, ma in verità ella comparve innanzi al tribunale di Dio, sozza dei sangue del suo figliuolo, che era stato da lei trucidato.

Così si acchetò l’acerba lotta a cagione di cui i Greci avevano perduto Roma; ma Italia rimase possedimento del Re dei Franchi, e Irene perfino vagheggiò di conchiudere col più possente Principe d’Occidente un’alleanza di parentela, da cui il suo trono potesse avere un puntello. Nell’anno 781, per mezzo di legati bizantini spediti a Roma, Costantino VI, figlio di lei, si fidanzava a Rotrude, figlia di Carlo; ma questo legame doveva sciogliersi tosto che Arichi di Benevento richiedeva d’alleanza l’imperatore Costantino. Era il Papa che ne dava contezza al Re dei Franchi; e lo ammoniva che Arichi aveva chiesto a Bisanzio il titolo di patrizio e la duchea di Napoli, promettendo di prestare reverenza all’autorità suprema dell’Imperatore, e di vestire, e di acconciare il capo alla foggia dei Greci; e aggiungeva che l’Imperatore aveva già mandato in Sicilia due spatarî per crearlo patrizio, e che a questo uopo avevano portato con sè vestimenta tessute in oro, e spada, e pettine, e forbici[495].

Ma la morte repentina del Duca impediva che questi progetti si effettuassero. I Beneventani allora pregavano Carlo di restituire a libertà il principe Grimoaldo, che, statico, aveva condotto con sè in Francia, e chiedevano che loro lo desse in duca; e Carlo, ad onta delle esortazioni e degli ammonimenti di Adriano, aderiva alle loro richieste. Grimoaldo II, accolto con giubilo dai Beneventani, poichè necessità dapprincipio lo imponeva, stava sommesso ai comandamenti di Carlo, e perfino si congiungeva alle soldatesche di Pipino per combattere Adelchi, che in fatto nell’anno 788 sbarcava nelle Calabrie, affine di conquistare nuovamente la corona d’Italia secondo i suoi antichi propositi. L’infelice figliuolo di Desiderio era volto in fuga, e tornava senza speranza a Bisanzio, dove, invecchiando nel dolore, moriva col titolo di patrizio. Caddero così a vuoto i progetti di restaurazione dell’antico Stato dei Longobardi; il quale continuò sua esistenza soltanto nel ducato di Benevento: qui Grimoaldo incominciò a reggere il governo secondo la mente del padre suo; condusse in moglie una nipote dell’Imperatore greco, e conchiuse una stretta lega colla corte di Bisanzio. Ma le guerre che egli ed il successore suo, Grimoaldo III, sostennero contro re Pipino, non appartengono all’argomento di questa Storia[496].