CAPITOLO SECONDO.
§ 1.
Zaccaria papa nel 741. — Egli tratta con Liutprando. — Va a lui. — Novella donazione dei Longobardi alla Chiesa. — Secondo viaggio del Papa a Liutprando. — Il Re muore. — Rachi gli succede sul trono di Pavia.
Morto Gregorio, la cattedra di san Pietro restò vacante quattro soli giorni; tutti i voti concordi si unirono ad eleggere Zaccaria, figlio di Policromio, ultimo siro o greco che abbia portato la corona pontificia. Sebbene all’Esarca si desse annunzio della sua elevazione al papato, nè di questo può dubitarsi, non si reputò più, ad ogni modo, necessario di attenderne la conferma. Il Libro Pontificale celebrò Zaccaria con lodi grandissime; e quantunque esso proemizzi la biografia di ciascun succeditore di Pietro con elogi gettati in una forma officiale, tuttavia l’onoranza tributata a Zaccaria è bene meritata, se si guardi ai benefizî che la Chiesa s’ebbe da lui; perocchè questo Papa abbia avuto un reggimento pacifico e fortunato di dieci anni, in gran parte dovuto alla energia della sua volontà, alla saggezza ed alla facondia sua. Per i suoi tempi, Zaccaria dev’essere stato uomo di vasta erudizione; fu egli che tradusse in greco i Dialoghi di Gregorio.
Liutprando s’era proposto di riconquistare Spoleto e di punire Roma; laonde pel novello Papa era còmpito urgentissimo di allontanare questo pericolo. La morte di Carlo Martello e il disordine delle cose dei Franchi, il cui governo adesso era venuto in mano dei tre discordi figli di lui, Carlomanno, Pipino e Grifone, toglievano a Zaccaria qualsiasi speranza di ottenere ajuto da quel lato; nel tempo stesso non poteva egli neppur pensare di conseguire soccorso dalla parte di Bisanzio, e pertanto deliberava di entrare in accordi amichevoli con Liutprando. Fu conchiuso un patto; promise il Re di restituire le quattro città, ed il Pontefice abbandonò Trasimondo ed anzi associò l’esercito romano ai Longobardi per ajutarli a ridurre quel Duca a soggezione. Siffatto esito ebbe il trattato che la Chiesa aveva conchiuso con Trasimondo; quello stesso Duca che Gregorio già prima aveva fervidamente difeso dall’accusa di fellonia, adesso era dal succeditore di lui proclamato ribelle, era senz’altro sacrificato ad una ragione di interesse, ed anzi la forza delle armi romane adoperavasi per atterrarlo[313].
Come Trasimondo ebbe compreso d’esser perduto, si gettò a’ piedi del Re, e n’ebbe grazia, purchè, raso il capo, lo nascondesse sotto un cappuccio monacale. Tosto dopo, anche Benevento cadeva sotto la spada di Liutprando, il quale, vincitore, tornava a Toscana, ma non faceva neppur mostra di voler restituire le quattro città. Zaccaria perciò partiva di Roma, e andava al Re per ammonirlo colla forza della sua parola affinchè adempiesse il trattato. Allorchè Liutprando seppe che a lui veniva il Pontefice, gli mandò incontro suoi legati affinchè lo accompagnassero a Narni; indi, con comitiva solenne di Duchi e con pompa guerriera, lo fe’ condurre a Terni (_Interamnium_) in quello di Spoleto, ove egli stesso stette ad accoglierlo presso la basilica di san Valentino. La eloquenza ammaliatrice del Papa otteneva pronta vittoria sull’animo pio del Re; Liutprando d’altronde era già fiacco per vecchiezza; restituiva Orta, Almeria, Polimarzio e Bleda, ma non già all’Imperatore greco loro legittimo principe, sibbene alla Chiesa, e confermava quella donazione con una scrittura che fu deposta nel san Pietro[314]. Questa fu la terza donazione che i Longobardi, per loro diritto di conquista, facevano al Pontefice. Zaccaria peraltro sapeva cavare al vecchio Re qualche cosa di più, e cioè il patrimonio della Sabina, che già da trent’anni era posseduto dai Longobardi, e i beni ecclesiastici di Narni, di Osimo, di Ancona, di Numana e di Valle magna presso Sutri, dei quali Liutprando s’era insignorito. E il Re suggellava la generosità fino a confermare una tregua di quarant’anni col Ducato di Roma, e, ad instanza del Papa, dimetteva in libertà tutti i prigioni romani ossiano greci. Così grande era la arrendevolezza del Re, così grande il genio dei preti di Roma! Ogni morsello di cibo che Liutprando metteva in bocca alle mense del Papa, gli costava di scotto un tratto di territorio, ma almeno il vecchio Re, alzandosi di tavola, poteva sclamare con un gioviale sorriso: non ricordarsi di aver mai pranzato più lautamente[315]. Nel lunedì il Papa ripartiva, accompagnato da Agiprando, duca di Chiusi e da alcuni gastaldi che gli facevano la consegna delle quattro città. Zaccaria «colla palma della vittoria», rientrava nella Città, dove le acclamazioni del popolo plaudente gli significavano che Roma era proprietà del Pontefice. Nel san Pietro disse un sermone ai congregati Romani, i quali all’indomane tennero una processione solenne; movendo dal Panteon e attraversando il campo di Marte, vennero alla basilica del principe degli Apostoli, e quivi offrirono preci e grazie del risultamento grandissimo ond’era stata coronata l’opera del Papa.
Nel successivo anno 742, Zaccaria ripeteva il suo viaggio, avvegnachè lo esigesse la gravezza degli avvenimenti. Infatti Liutprando, il quale aveva conchiuso una tregua speciale col solo Ducato romano (e ciò dimostra che egli lo teneva in conto di territorio independente), moveva adesso assalimento contro Ravenna, contro l’Emilia e la Pentapoli. Eutichio esarca invocava i buoni officî del Papa, e alle lettere di lui facevano seguito quelle di Giovanni arcivescovo di Ravenna, e i messaggi delle altre città minacciate. Zaccaria innanzi tutto tentava di cattivarsi l’animo di Liutprando per mezzo di suoi legati e di donativi, ma poichè ciò a nulla giovava, decise di andare egli stesso; e lasciato il governo della Città a Stefano patrizio e duce, si partì[316]. Il Re faceva di tutto per evitare l’incontro dell’ospite impetuoso, che già l’Esarca aveva accolto con ogni maniera di onori; ma nessun impedimento terreno poteva trattenere un Santo, cui per via una nuvoletta aveva protetto dagli ardori del sole, cui nel cielo precedeva ad annunciarlo una schiera di guerrieri di fuoco[317]. Giunto a Pavia addì 28 del mese di Giugno, il Papa entrava arditamente in quella città capitale dei Longobardi. Dopo un lungo dibattersi, alla fine il Re era ghermito dall’arte del Pontefice, la cui facondia lo circuiva come per forza d’incantesimo; egli restituiva all’Impero di Grecia le fatte conquiste, e di Cesena e del suo territorio, onde trattavasi, riteneva in pegno soltanto una terza parte, obbligandosi di restituire anche questa alla Republica, tosto che di Bisanzio fossero tornati i legati ivi spediti per la pace[318].
Poco tempo era trascorso dacchè Zaccaria aveva fatto ritorno a Roma da questa spedizione gloriosa, quando morte il liberava dal suo nemico. Il magnanimo Principe longobardo trapassava di vita dopo trentadue lunghi anni di regno, e con lui tramontava per sempre la splendida stella del suo popolo. Pochi mesi dopo, la gioia di Roma crebbe ancor più, avvegnachè Ildebrando, nipote e succeditore di Liutprando, fosse cacciato del trono, e vi salisse Rachi, duca di Friuli. Zaccaria mandava auguri e gratulazioni al novello Re, di cui gli era ben noto il fervore per la fede cattolica, e da lui otteneva la conferma di una tregua di vent’anni per tutta Italia. Così nella caduta di Ildebrando, come nell’avvenimento al trono di Rachi, l’arte politica del Pontefice aveva avuto sua parte[319].
§ 2.
Continua l’ossequio all’Imperatore. — Rapporti amichevoli con Bisanzio. — Carlomanno viene a Roma e si fa monaco a Monte Soratte. — Rachi professa fede monastica a Monte Cassino. — Astolfo succede a Rachi nel 749. — Il Papa acconsente all’usurpazione di Pipino. — Zaccaria muore nel 752.
Le sorti d’Italia stavano omai strette in pugno del più fortunato dei Papi. Restaurata era la pace, più amichevoli che dianzi erano le relazioni con Bisanzio. Sebbene di fatto fosse independente, il Vescovo romano tuttavolta riveriva il potere legittimo dello Stato, che pur sempre era rappresentato in Ravenna dall’Esarca, in Roma dal Duce: e per fermo soltanto alle sollecitudini del Papa, l’Imperatore doveva esser grato se la sua autorità perdurava in quelle province d’Italia[320]. Nelle Bolle e negli Atti dei Sinodi si inserivano pur sempre i nomi degli Imperatori iconoclasti, e financo nel tempo posteriore, allorchè i Franchi ebbero assunto durevolmente il patrocinio della Chiesa, i Papi continuarono a render ossequio alla maestà e alla signoria suprema degli Imperatori[321]. Con vigilata prudenza eglino celavano alla cheta i loro disegni di signoria temporale, e i diritti o i possedimenti che acquistavano, ricevevano tuttora valida conferma di esistenza giuridica per via dell’autorità dello Stato; Zaccaria anzi riceveva dall’Impero delle donazioni per diritto efficaci. Costantino V Copronimo, che or soltanto otteneva vittoria dell’usurpatore Artabasdo, di cui il Papa romano, senza prendersi cura del giure legittimo di successione, aveva inserito il nome negli Atti del Concilio avvenuto nell’anno 743, era fervente iconoclasta pari al padre suo; eppure ei si vedeva costretto a mostrarsi amico del Pontefice; e, a richiesta di lui, facevagli dono del territorio di due città, di Ninfa e di Norma nel Lazio[322].
La fortuna concedeva oltracciò a Zaccaria due trionfi ancor maggiori che accrescevano splendore alla Chiesa. Gli antecessori di lui, dall’alto della scalea del san Pietro, avevano fatto vedere ai Romani alcuni Re di Bretagna coperti della tonaca di novizî; adesso Zaccaria loro mostrava gli effetti che la forza mistica della Chiesa operava sopra due Principi possenti ancor più, che vestivano l’abito monacale.
Carlomanno, maggiore dei figli di Carlo Martello, nell’anno 747 deliberava di rinunciare alla possanza ed allo splendore della signoria principesca, e volle farsi frate. Bonifacio, l’apostolo della Germania, era stato una delle molle che avevano dato origine a questo dramma di pietismo, per effetto del quale Pipino diventava solo erede del padre, e Roma conseguiva preziosissima ventura. Carlomanno venne a Roma, gittossi ai piedi del Papa, e implorò in grazia che gli fosse concesso di recidere le chiome, di chiudersi nella cocolla monastica e di poter morire in qualche romitaggio romano. Zaccaria di buon grado a tutto questo consentiva, e quel Principe d’inferma fantasia recavasi in un eremo incantevole della Tuscia romana. Vent’otto miglia discosto da Roma, s’eleva solitario il monte Soratte, e domina la via Flaminia e il prossimo Tevere. Cancellate s’erano le classiche ricordanze che i pastori arpinati avevano serbato di quel monte, sacro al dio del Sole; appena v’era un Romano che alla vista di esso avesse saputo sovvenirsi dei versi che Orazio e Virgilio gli avevano dedicato[323], e più facilmente avrebbe saputo ripetere ciò che la leggenda narrava, che Silvestro vescovo, fuggendo prima che Costantino confessasse il Cristianesimo, s’era ricoverato colà da anacoreta, nascondendosi nelle grotte del monte[324]. Il luogo solingo, la splendida bellezza della natura erano fatti apposta per la vita romita; ed ivi perciò fin dapprincipio sorgeva uno degli antichissimi conventi della Campania[325].
Quel sito selvaggio Carlomanno eleggeva a sepolcro della sua vita. Egli vi edificava un convento intitolandolo a san Silvestro, od altrimenti ampliava quello che già esisteva. Altri tre chiostri ei deve avervi fondato; quello di san Silvestro dura sul monte Soratte oggidì ancora[326]. Ma la positura del monte, prossimo alla via Flaminia, esponeva il monaco principe alle curiose visite dei nobili Franchi che peregrinavano a Roma, per la qual cosa, alcuni anni dopo, egli si ricoverava tra i Benedettini di Monte Cassino.
L’età di allora tornava ad essere malata di fantasticherie mistiche. In tutti i luoghi si edificavano conventi, dappertutto si consecravano alla Chiesa e beni, e doni, e anime (_pro salute_ o _mercede animae_). Nella potenza della Chiesa, che operava su tutte cose con forza d’incantesimo, siedeva lo spirito che animava il mondo a quel tempo.
Peraltro, se destava meraviglia l’intendimento di un Principe franco che si faceva monaco, quel fatto ricadeva nell’ombra innanzi a un altro tratto di abnegazione, mirabile ancor più. Infatti, anche Rachi si spogliava della porpora e la cambiava nel saio di san Benedetto. Quel Re, nell’anno 749, aveva rotto la pace; aveva minacciato la Pentapoli e stretto d’assedio Perugia. Zaccaria, rimesse in movimento sue arti, andò a lui come era ito a Liutprando e non appena il pellegrino, cui nulla resisteva, ebbe soggiornato alcuni dì nel campo di Rachi, questi che era uomo pio altrettanto che inetto principe, protestò di voler dimettere la corona.
Rachi, Tasia moglie sua di nazione romana, e Rotrude figliuola di lui, deponevano sulla tomba di Pietro le loro vestimenta regali, e dalle mani del Papa ricevevano mantello e velo monastico. Eglino pure andavano a Monte Cassino, dove il Principe dei Longobardi, trattando la marra in un vigneto del chiostro, si confortava alla vista del franco Carlomanno, allorchè lo scorgeva attendere umilmente a vili officî di servo: le donne regali scomparivano dietro la soglia di un vicino convento di monache[327]. Ma il pentimento che più tardi incoglieva Rachi di quel suo proposito, significa manifestamente che egli di sua libera volontà non aveva operato; e forse l’orgoglio di nazione dei Longobardi s’era sollevato contro la fiacchezza di lui e contro i sentimenti propensi ai Romani che egli coltivava nell’animo: era avvenuto precisamente come allora che il popolo goto s’era ribellato agli Amalî, favoreggiatori di Roma. La nazione longobarda intendeva a romperla con Roma, ed a fondare un reame italico sotto lo scettro dei suoi Re[328]; laonde il popolo fu ben lieto di porre nel luogo di un uomo imbelle un guerriero ardito, che era pronto a mettere in opera quei gagliardi disegni.
Astolfo, fratello di Rachi, saliva al trono di Pavia col fermo proposito di raggiungere quella meta donde il Papa, col terrore di sue minacce, aveva rimosso l’animo mite del suo antecessore; pertanto i suoi intendimenti ostili costringevano il Pontefice a riannodare tosto relazioni coi Franchi. Dopo la morte di Carlo Martello, il Papa non le aveva più coltivate, ed anzi avea smesso ogni pensiero di una intervenzione franca[329]. Un avvenimento importante mutava adesso d’un tratto la faccia delle cose, e su Roma e su Italia operava conseguenze gravissime.
Pipino, che serrava in mano tutta la potenza del reame dei Franchi, dopo di aver messo da banda i suoi fratelli, era divenuto unico erede dei possedimenti e delle mire dell’illustre padre suo; ed ora vedeva giunto il tempo in cui gli era concesso di impadronirsi della corona regale. L’antica stirpe dei Merovingi era precipitata in decadimento profondo; e Childerico III, ultima ombra di re, vana fuorchè nell’aspetto, non era altro che un fantoccio dispregiato nel reame. Una mutazione palese dinastica che Pipino da lungo tempo andava preparando, stava ora per compiersi audacemente; ma conveniva che l’usurpazione fosse giustificata dalla sentenza favorevole del Pontefice, oracolo del volere di Dio. Un popolo libero aveva buon diritto di torre la corona del suo paese dal capo di un uomo inetto per darla al valoroso figliuolo di un eroe, senza badare alla lunga serie di antenati e di ombre che se l’avevano tramandata; ma la coscienza dei grandi e dei piccoli si travagliava nel dubbio se un giuramento potesse infrangersi, e Pipino aveva bisogno di acchetare gli scrupoli popolari. Nell’anno 751, egli mandava a Roma Burcardo vescovo di Virzburgo e Folrado abate di san Dionigi, per chiedere al Papa, se il popolo dei Franchi, volendo deporre dal trono l’inetto Childerico e gridar re il suo glorioso Duca, potesse essere sciolto del giuramento. Zaccaria comprese tosto l’alta importanza di quella domanda, e rispose affermando; ammise che l’origine di ogni potere, anche di quello regio, siede nel popolo, ma subordinò quel diritto alla conferma pontificia. Non era soltanto il timore di Astolfo che lo induceva a riverire come re un usurpatore del trono; ei coglieva anzi tutto quella opportunità per pronunciare che a lui di diritto si spettava l’officio altissimo di giudice supremo fra re e popoli; per lo meno quell’officio ei si prendeva, dal momento che offerto gli era. Di tal guisa, la necessità che era imposta all’ambizione di un usurpatore, innalzò al di sopra d’ogni limite la potenza del Vescovo romano; quel breve istante fu uno dei momenti più importanti nella storia del papato; lo sgraziato esempio operò per lunghi secoli effetti grandissimi, e diede agio ai Pontefici di bandire il principio, che per la grazia di Dio loro si competeva l’autorità di dare e di togliere corone[330].
È cosa probabile che Zaccaria continuasse a vivere ancor dopo l’incoronazione di Pipino a re dei Franchi. Il Papa moriva addì 14 di Marzo dell’anno 752: sembra che, poco tempo innanzi nella assemblea di Soissons, Pipino fosse consecrato re dal vescovo Bonifacio legato del Pontefice, e cingesse il capo del diadema di Childerico, dopo di aver chiuso fra le mura di un convento quell’ultimo discendente di Clodoveo[331].
§ 3.
Edificazioni di Zaccaria nel palazzo Lateranense. — Suoi tentativi di porre colonie nella Campania. — Le _Domus cultae_. — Stefano II papa. — Astolfo conquista Ravenna nel 751. — Egli leva pretese su Roma. — Stefano cerca ajuto presso l’Imperatore, indi presso Pipino. — Va in Francia. — Pipino e i suoi figli sono consecrati re nel 754. — Col patto di Kiersy Pipino promette soccorso. — Il Re è eletto patrizio dei Romani.
Quantunque il governo di Zaccaria durasse dieci anni lieti di pace, tuttavia egli lasciava in Roma pochi monumenti che del suo pontificato facessero ricordanza. Massima cura egli dedicava al palazzo Lateranense, sede del Patriarcato; chè la dimora dei Papi meritavasi di essere adorna con maggiore splendidezza, adesso che la loro potenza era cresciuta così tanto. I palazzi Lateranensi, che si appoggiavano con istretta aderenza alla basilica di Costantino, erano stati costante dimora dei Papi, da Silvestro in poi. Essi costituivano il vero punto di mezzo del loro governo così spirituale che temporale, laddove il Vaticano era centro del culto, ossia era sede del principe degli Apostoli. Il palazzo patriarcale conteneva gli archivî e gli scrigni della Chiesa, ed era stanza dei Papi e della loro corte. Ampliato poco a poco, oltre alla grande basilica comprendeva in sè parecchie chiese minori, molti oratorî e triclinî o refettorî, parecchie cappelle, tra le quali quella celebre del palazzo papale, di san Lorenzo, detta più tardi _Sancta Sanctorum_. In vicinanza assai prossima erano il battisterio, i conventi di Giovanni Battista e dell’Evangelista, quelli dei santi Andrea e Bartolomeo, e probabilmente ancora un terzo dedicato a santo Stefano ed un quarto consecrato ai santi Sergio e Bacco. Di tal guisa, tutti questi edifizî, come oggidì il Vaticano, formavano per sè soli una piccola città, che aveva aspetto di un labirinto[332].
Zaccaria aggrandì le case patriarcali e le rese più magnificamente ornate. Fabbricò un portico guernito di una torre innanzi alla fronte del palazzo, e l’edificio più tardi fu di preferenza appellato palazzo di papa Zaccaria, e, nel linguaggio popolare, «casa maggiore»[333]. Il portico fu adorno di pitture; da esso si saliva alla torre, dove trovavasi un triclinio in cui erano dipinti a colori i paesi della terra[334].
Nuove chiese Zaccaria non edificò, ed occorre principalmente osservare che l’architettura in Roma da qualche tempo in poi non creava più nulla di grande. S’era continuato fino al secolo settimo a riempiere la Città di chiese; laonde s’aveva adesso bel fare soltanto a conservare quelle esistenti. Zaccaria restaurava santo Eusebio sull’Esquilino, e altre basiliche forniva di arazzi di seta, che servivano da copertura degli altari o da cortina negli intercolunnî delle navate. Con quelle drapperie si iniziava un lusso sontuoso; la loro opera pesante di arte bizantina si conformava al gusto della età dei musaici. Sovra di esse si rappresentavano fatti biblici, e il Libro dei Papi con minuta particolarità ci racconta che sul pallio d’altare, che Zaccaria facea intessere per il san Pietro, era istoriata in ricamo d’oro la nascita di Cristo[335].
Zaccaria ebbe merito di fervide cure rivolte alla coltivazione della campagna di Roma, omai insalvatichita. Dappoichè la Città da gran tempo aveva perduto i modi di trarre derrate dall’Africa, ed era stata adesso rapita dei suoi granai di Calabria e di Sicilia, doveva star molto a cuore dei Pontefici di accrescere i suoi redditi agricoli. Gli sparsi possedimenti della Chiesa fornivano provvisioni, che ricavavansi di Toscana e del Lazio; ma il bisogno cresceva, chè la popolazione di Roma si faceva più numerosa, e molti abitatori delle campagne ricoveravano nella Città, messi in fuga dai Longobardi. La Campagna non era allora in istato così deserto e brullo come è oggidì; tuttavia con immensa rapidità crescevane la desolazione, perocchè le proprietà libere mancassero. La Chiesa per fermo, con sue compre e colle donazioni che riceveva, allargava ognor più il suo possedimento di terre, eppure essa non poteva sopperire a quanto era necessario, poichè non provvedeva in grandi proporzioni alla fondazione di colonie; e ciò che fecero a questo riguardo Zaccaria e, più tardi, Adriano I, fu opera particolare di loro, e non s’ebbe imitatori[336]. Zaccaria fondò cinque così appellate _Domus cultae_, ossiano masserie, nelle quali avevano albergo i coloni che lavoravano le campagne circostanti. La prima colonia fu _Laurentum_, colla _Massa Fontejana_: denominata _Paonaria_, era situata nel territorio dei Laurentini, che si estendeva dalla foce del Tevere fino ad Anzio; ciò fa supporre che l’antica Laurento fosse spopolata, e che il Papa s’industriasse di rianimarla a vita con una colonia[337]. La seconda di queste, era detta di santa Cecilia da un oratorio esistente in quel borghetto, ch’era situato presso alla quinta pietra miliare, lungo la via Tiburtina.
Quattordici miglia discosto da Roma, nel patrimonio di Tuscia, Zaccaria impiantò una terza colonia che non fu denotata con nome speciale; finalmente egli acquistò Anzio e Formia, che stavano, non v’ha dubbio, nel territorio delle antiche città di questo nome.
A succeditore di Zaccaria era scelto Stefano prete, ma questi passava ad altra vita tre soli giorni dopo la sua elezione; ed allora alla cattedra santa saliva Stefano II, romano di nascita[338].
Col reggimento di questo Pontefice, che ebbe animo adatto alle grandi faccende, incominciò per Roma un periodo nuovo. Poco tempo innanzi re Astolfo aveva conseguito quello cui i predecessori di lui vanamente avevano inteso i loro sforzi. La sede del reggimento bizantino in Italia era caduta in suo potere, e già addì 4 del Luglio 751 egli avea potuto promulgare un regio editto dal palazzo della conquistata Ravenna[339]. Eutichio, ultimo degli Esarchi, era scomparso, e l’imbecille governo dei greci eunuchi finiva per sempre, dopo due secoli di esistenza. Di qui derivarono conseguenze importantissime; perocchè or fosse a risolvere la questione, se il Re dei Longobardi dovesse o no diventare il padrone d’Italia tutta. Conquistata Ravenna, Astolfo tosto moveva verso il mezzogiorno per impadronirsi di Roma, del Ducato e di tutte le province che ancora restavano ai Bizantini, sulle quali ei vantava pretesa, quale succeditore dell’Esarca o dell’Imperatore. Ma Stefano, per mezzo di suoi legati, riusciva a rattenere il cammino dell’esercito (nel Giugno dell’anno 752); il Re infatti cedeva, e financo giurava una tregua di quarant’anni col Ducato romano. Ma quattro soli mesi dopo ei si pentiva di sua debolezza, e chiedeva un tributo annuo di un soldo d’oro per ciascuna testa di Romano, e protestava di voler riunire al regno suo la Città[340].
A rimuovere il pericolo di quella minaccia Stefano inviava a lui gli abati di Monte Cassino e di san Vincenzo sul Volturno, nel ducato di Benevento, che erano i due conventi più illustri di Benedettini che fossero in quel tempo in Italia. Il Re non gli accoglieva, ma li rimandava ai loro chiostri con divieto di vedere il Papa[341].
Nel frattempo l’Imperatore bizantino, atterrito della caduta di Ravenna, domandava che gli fosse restituito l’Esarcato tolto al suo Stato, ma ciò non chiedeva con forza d’armi, sibbene per lettere, di cui Giovanni silenziario veniva latore al Papa ed al Re longobardo. Stefano inviava quel legato ad Astolfo insieme a Paolo fratello suo, ma, com’era a prevedersi, la ambasceria non otteneva risultamento di sorta. Grave ognor più si faceva il pericolo; il Papa esortava l’impotente Imperatore, suo signore supremo, a mandare un esercito che salvasse Roma, e colle armi togliesse Italia alle mani dell’inimico[342]; chè Astolfo con impetuosa violenza esigeva dedizione senza patti, e minacciava di trucidare tutti i Romani, se fosse costretto a prendere d’assalto la Città.
Premuto da difficoltà sì angosciose, Stefano congregava il popolo, e, come il magno Gregorio aveva fatto in condizioni pari, lo ammoniva con prediche; nei Romani ridestava sentimenti di pietà e di amore di patria; bandiva letanie che movevano in pellegrinaggio a santa Maria Maggiore, e il Pontefice in persona le guidava, portando sugli omeri l’imagine del Redentore «non fatta di mano d’uomo»[343]. Alla croce che la processione alzava in vessillo era attaccata la scritta con cui Astolfo avea promesso pace; e ciò per prendere Dio e il popolo a testimonio dello spergiuro di quel Re. Ma Stefano non si contentava di sole processioni; prima ancora che Costantino avesse dato risposta al legato suo chiedente soccorso, egli avea compreso che l’Imperatore non era in condizioni da mandare in Italia un esercito, e da imprendere di nuovo la conquista che Giustiniano in altri tempi avea fatto. La storia d’Europa avviava oggimai le sue correnti verso Occidente, a que’ popoli germanici ch’erano poderosi di forza e di vita; furono lasciati i Bizantini a lambiccarsi il cervello in loro sofisticherie dogmatiche, e a combattere loro lotte coi Maomettani; e Roma, partendosi dai Greci, si gettò in braccio ai Franchi.
A Stefano sovveniva ricordanza delle relazioni che il suo antecessore aveva stretto col reame di Francia, la cui corona Pipino di recente s’era posta in capo coll’adesione del Pontefice. Il pericolo che incalzava lo costringeva a compiere un fatto i cui splendidi risultamenti egli allora divinar non poteva. Per mezzo di un pellegrino mandava secretamente sue lettere a Pipino richiedendolo di ajuto ed esprimendo il desiderio di aver con lui un abboccamento: questa prima lettera, che fu scritta nell’anno 753, malauguratamente ci andò perduta. Il nuovo Re dei Franchi, cupido d’imprese, colse con gioia una proposta che gli dava l’opportunità di annodare importanti associazioni coi paesi esterni, e che poteva essere d’immenso vantaggio allo svolgimento della potenza del suo regno. Egli inviava pertanto di Gorizia a Roma l’abate Drottegango perchè trattasse col Pontefice, e tosto dopo gli spediva Autari duca e Crodegango vescovo di Metz, affinchè facessero scorta sicura al Pontefice fino in Francia[344]. L’usurpatore del trono di Childerico sentiva bisogno di ottenere consecrazione solenne dalle mani proprie del Papa, affine di acchetare il mormorio di querela, che continuamente serpeggiava in mezzo ai Franchi. Da una parte e dall’altra s’intrecciavano fra loro ragioni di necessità e di gratitudine di quei due uomini, del Papa da un lato che si faceva ribelle alla autorità legittima dell’Imperatore, e di Pipino dall’altro che aveva usurpato la corona legittima del suo Re. Quelle ragioni mettevano capo a plasmare omai con forme nuove la storia dei popoli, e, a successione di quei rapporti d’alleanza che si costituivano fra Roma bisognosa di soccorso e la giovane dinastia dei Carlovingi, facevasi innanzi l’Impero germanico romano, che ben presto doveva derivarne come risultato. Il progressivo svolgimento di questo sistema ecclesiastico politico, sorto da umili inizî e da necessità temporanee, forma una delle pagine feconde di massimo ammaestramento nella vita pratica della storia del mondo.
Roma era in balia di una trepidanza profonda. Trattavasi nientemeno che di dar formalmente al Re dei Franchi un’autorità di patrocinio sulla Città con titolo di Patrizio, e di sgombrare così a quel Principe straniero una via di potenza in Italia ed in Roma. Troppo grave era quel fatto perchè il Papa potesse compierlo di suo arbitrio e sotto la sua sola malleveria. Non v’ha dubbio che ei ne sottopose le proposte alla deliberazione del popolo romano, dell’esercito e della nobiltà, congregati a parlamento; e da essi ottenne l’incarico di conchiudere un trattato con Pipino, dopochè i Romani lui avevano eletto a loro patrizio. Il viaggio del Papa nella terra dei Franchi era un avvenimento che non avea riscontro d’esempli; ben è vero che i suoi predecessori erano iti a Bisanzio allorchè l’Imperatore colà gli avea chiamati, ma non peranco mai un Vescovo romano aveva valicato le Alpi per andarsene ad un popolo germanico dell’Occidente. Nell’autunno dell’anno 752 Stefano stava preparandosi al viaggio, quando, coi suoi legati, giungeva di Bisanzio il silenziario Giovanni, ed, invece di ajuto di armi, egli recava da parte dell’Imperatore comando al Pontefice affinchè questi in persona si recasse alla corte di Astolfo e lo inducesse a restituire l’Esarcato[345]. Non è facile che Stefano desse al greco ambasciatore contezza di ciò che stava negoziando con Pipino, i messi del quale, Autari e Crodegango, or dovevano accompagnarlo nel viaggio che verso di lui imprendeva. Il Papa toglieva con sè quei legati, il ministro imperiale, parecchi illustri officiali della Chiesa ed alcuni maggiorenti della milizia romana per andarsene anzi tutto ad Astolfo; partiva infatti di Roma, addì 14 di Ottobre, munito di un salvacondotto del Re longobardo. Allorquando il predecessore di lui era mosso a Liutprando, aveva affidato a un Duce il reggimento della Città; adesso Stefano raccomandava «tutto il popolo del Signore alla guardia del Salvatore e di Pietro principe degli Apostoli»[346]. Non v’ha dubbio ch’egli affidava il governo delle cose ecclesiastiche a un Vicario, nel tempo stesso che un Duce od un Console eletto dai Romani assumeva il reggimento temporale.
Prima che Stefano, camminando attraverso le soldatesche longobarde che tenevano occupato il Ducato, giungesse a Pavia, il Re con suoi comandamenti lo ammoniva che non s’avvisasse di fargli motto di restituzione dell’Esarcato e delle altre città dell’Impero; rispondevagli il Papa, essere infruttuosa cosa il tentare d’intimorirlo. Egli colmava il Re di donativi e di preghiere, e queste con mesto aspetto il Silenziario imperiale raccomandava. Astolfo faceva il sordo ai loro detti, e neppure voleva concedere al Papa che passasse in Francia, ma i legati di Pipino con risolutezza chiedevano che il consentisse. Il Re presentiva le conseguenze che sarebbero derivate da quel viaggio, eppure impedirlo non potè. Stefano partì di Pavia, addì 15 di Novembre dell’anno 752, con accompagnatura di vescovi e di cardinali, e certo anche di maggiorenti romani che andavano da plenipotenziarî della nobiltà e del popolo. Con rapido cammino giungeva il Papa ai passi delle Alpi; al chiostro di san Maurizio, dove trovarsi dovea con Pipino, gli venivano incontro soltanto, legati di lui, Folrado abate e Rotardo duca, e lo invitavano a proseguire la via in Francia, dove avrebbe raggiunto il Re al castello di Pontigon (_Pons Hugonis_)[347]. Ivi infatti egli era accolto con ogni sorta di onori dall’intiera famiglia regale, addì 6 del Gennaio 754, ed era condotto a Parigi, dove prendeva stanza nel convento di san Dionigi. Del nome di Parigi a quest’occasione per la prima volta fa cenno il Libro dei Papi, e ci è duopo trascorrere un periodo di più che mille anni per rilevare di bel nuovo i tardi effetti del viaggio di Stefano: gli è al tempo in cui papa Pio VII se ne va a Napoleone usurpatore, e sono quasi identici gli scopi che a questo viaggio altresì davano la ragione.
Stefano consecrò il re Pipino, la donna sua Bertrada e Carlo e Carlomanno figliuoli di lui, e sotto pena di anatema proibì al popolo franco di eleggersi mai a suo re uomo che fosse di stirpe diversa dalla famiglia dei Carlovingi, di cui adesso la Chiesa proclamava legittimo l’impero. L’animo riconoscente di Pipino non si restrinse a vane parole di grazie. Nel castello Carisiaco, ossia di Kiersy, si pattuì ciò che avrebbesi fatto dell’Esarcato e della Pentapoli, non appena queste province greche fossero state colla forza delle armi strappate ai Longobardi[348]. Pipino conchiuse una specie di trattato colla Chiesa romana e col capo suo; per sè e pei successori suoi fece sacramento solenne di provvedere alla difesa ed all’incremento della potenza della Chiesa; il Papa d’altra parte promise che nè egli, nè i suoi successori abbandonerebbero mai la novella dinastia: fu conchiuso così un patto reciproco offensivo e difensivo[349]. L’autorità suprema dell’Imperatore bizantino era, come norma di principio, ammessa tacitamente, ma non pertanto Stefano eleggeva il Re dei Franchi a difensore della Chiesa e delle sue proprietà temporali. Di tal guisa ei si arrogava audacemente i diritti dell’Imperatore, e insigniva Pipino ed i suoi figli di quel titolo di Patrizio dei Romani, che fino a quel tempo aveva appartenuto all’Esarca. Ma per questo s’era già innanzi raccolto il voto dei Romani; la proclamazione di Pipino a patrizio non poteva essere un atto che dipendesse dalla volontà sola del Papa, sibbene il risultamento della deliberazione di tutto il popolo romano; Stefano recava quel voto con sè in Francia, ove lo accompagnavano alcuni ottimati di Roma, e Pipino senza titubanza accettava la sua elezione a patrizio dei Romani. Indi in poi, per un corso di secoli, il titolo di «Patrizio» fu per Roma di somma importanza. In origine quel predicato non aveva significato propriamente un officio; soltanto dopo di Costantino era stato una dignità ragguardevole che durava a vita, e che si largiva anche a Re barbari. Sembra che, dalla erezione dell’Esarcato in poi, quel titolo gli Esarchi a preferenza assumessero; ad esso più tardi si aggiunse il concetto che fosse còmpito del Patrizio di sopravvegliare all’elezione pontificia e di avere l’avvocazia della Chiesa. Le relazioni in cui il Principe dei Franchi trovavasi con Roma, col Ducato e coll’Esarcato, furono perciò espresse con quel titolo romano, ma cosa meravigliosa si è che le Lettere Pontificie ad esso non associno mai il concetto di «Difensore.» Infatti non vi si fa mai cenno che il Re abbia obbligo di difendere Roma per suo ufficio di patrizio dei Romani; la ragione politica dei Papi derivò invece quest’obbligo soltanto dalla missione che Dio avea imposto al Re, e di cui era simbolo la consecrazione; perlomeno fe’ discendere quell’obbligo indeterminatamente dal trattato conchiuso con Stefano; e sembra che avvisatamente i Papi intendessero ad escludere la vera significazione del Patriziato, poichè volevano che questo fosse riguardato non già come un diritto politico, ma come un titolo onorifico, precisamente nel modo stesso con cui altra volta Clodoveo, Odoacre e Sigismondo principe de’ Burgundi lo avevano tenuto, in segno dell’onoranza loro conceduta dagli Imperatori[350]. Primo fu Carlo magno ad appellarsi nei documenti _Patricius Romanorum, Defensor ecclesiae_; ed un formulario dei tempi posteriori esprime manifestamente la connessione dei due concetti. Lo si trova nella «_Graphia_ dell’aurea città di Roma», che è una scrittura la quale risale alla seconda metà del secolo decimo, e contiene le discipline ceremoniali con cui l’Imperatore dà l’investitura ad un Patrizio. Allorchè questi è eletto, bacia in prima i piedi, le ginocchia e la bocca all’Imperatore, indi dà il bacio a tutti i Romani, i quali tutti sclamano: «Benvenuto sii!» E l’Imperatore gli dice: «Troppo grave fatica ci sembrò di dover adempiere da soli all’officio che Dio ci affidò. Te perciò togliamo in aiuto nostro, e ti impartiamo questo onore, acciocchè tu faccia giustizia alle chiese del Signore ed ai poverelli, di che indi dovrai rendere ragione al giudice supremo;» indi lo veste del manto, gli pone l’anello nel dito indice della destra, e di propria mano gli porge una pergamena su cui sta scritto: «Sii Patrizio pietoso e giusto.» Poi gli impone sul capo un cerchio d’oro e lo congeda[351]. Dobbiamo credere che Pipino non sarà stato investito del patriziato con formula simigliante; però un pari concetto di costituire un proteggitore alla Chiesa producevasi alla mente di papa Stefano, sebbene ei cercasse di impedire che al patriziato dei Franchi si congiungesse quella diretta podestà su di Roma, che gli Esarchi avevano posseduto. Ma poteva forse avvenire che Pipino si stesse contento ad un titolo vano, che a lui costava molto, senza ch’ei pretendesse alla podestà che quel titolo in sè racchiudeva? Per lo meno quell’autorità consisteva nella giurisdizione sull’Esarcato e su Roma, che s’esercitava in nome dell’Imperatore e dello Stato, e nel diritto di conferma della elezione pontificia. Pipino otteneva di essere consecrato su quel trono che egli aveva usurpato ai Merovingi, e questo per fermo era un’alta ricompensa per le guerre che egli prometteva d’intraprendere in Italia a benefizio del Papa. Egli assumeva degli obblighi, ma tosto a lui ne conseguivano effettivamente anche dei diritti, e il patriziato dei Principi franchi, da un’avvocazia armata che era, si elevò ad una podestà di giurisdizione suprema. Peraltro, soltanto dopo lunghi indugi i Papi accondiscesero ad accordarla.
§ 4.
Falliscono i negoziati con Astolfo. — Ritorno di Stefano. — Pipino scende in Italia. — Astolfo accetta la pace. — Primo documento di donazione di Pipino dell’anno 754. — Il Re dei Longobardi entra nel Ducato. — Assedio di Roma nel 755. — Devastazione della Campania. — Saccheggio delle catacombe di Roma. — Lettera di Stefano ai Franchi. — San Pietro scrive una lettera al Re dei Franchi.
Re Astolfo mirava con grande ira i maneggi del Papa e dei Romani; lui avevano essi respinto, e l’autorità di tutela su Roma avevano dato in mano al lontano Pipino. Prima dunque che questi coi suoi Franchi, mal volenterosi di quella impresa, scendesse in Italia, Astolfo cercava presso la corte Franca di porre impedimento ai disegni del Papa. Egli costringeva il monaco Carlomanno ad abbandonare Monte Cassino, e ad andare ambasciatore longobardo al fratel suo, per distoglierlo dai trattati con Roma. Lo sventurato espiava la pena di quell’incarico pericoloso, chè veniva chiuso nel chiostro di Vienna, dove in breve tempo moriva. Pipino, patrizio, or ammoniva il Re de’ Longobardi, affinchè i paesi conquistati restituisse; gli offriva persino una considerevole moneta di riscatto, se egli volesse restituire «ai proprietarî la proprietà,» ma, per buona ventura della Chiesa, Astolfo rimaneva fermo nel suo diniego. Nè il Papa, nè i Franchi pensavano che la valorosa nazione dei Longobardi fosse affralita dalle divisioni interne, dai raggiri sacerdotali e dall’influenza del clima d’Italia, nè credevano che il reame d’Alboino altro adesso non fosse che una larva temuta.
Stefano partiva con una comitiva di Franchi, ed era accolto in Roma con voci di giubilo che lo acclamavano salvatore e liberatore. Pipino poi col suo esercito entrava, per le chiuse delle Alpi, da Val di Susa, rinchiudeva i Longobardi entro Pavia, e nell’estate cingeva questa città di assedio. Astolfo, messo alle strette più disperate, accettava la pace che gli si profferiva, e giurava di cedere Ravenna ed altre città[352]. In questi termini generali si esprime il Libro Pontificale, il quale pertanto dimostra non essergli pervenuta contezza di donazioni che fossero allora fatte al Pontefice; tuttavolta da due lettere di Stefano, che appartengono alla fine dell’anno 754, si pare che Pipino, dopo la conchiusione della pace, nell’autunno del 754, effettivamente gli rilasciasse una scrittura di donazione. Soltanto non se ne può determinare, se la restituzione onde si trattava si riferisse ai beni della Chiesa, oppure alle province greche; nè si fa pur un sol motto di Ravenna e dell’Esarcato. Lo stile della curia pontificia tiene il concetto di _Respublica_ in una diplomatica indeterminatezza, mentre sotto il titolo di «Republica dei Romani» si poteva ad arbitrio intendere il concetto astratto dell’Impero od altrimenti il crescente Stato di san Pietro, che era precisamente il Ducato romano[353]. La frase officiale usata allora dal Papa per significare la cessione delle province occupate dai Longobardi, fu quella «di reddizione o restituzione» alla Republica dei Romani. Or sotto il nome di Republica nella sua universalità, intendevasi un tempo tutto l’Impero, di cui era capo legittimo l’Imperatore, e perciò si potrebbe credere che il Papa, parlando di «restituzione», riferisse quella cessione all’Imperatore; ma la posteriore donazione fatta da Pipino ci ammaestra, che il Papa coll’appellazione di Republica romana denotava veramente Roma, capo e sede del romano Impero, per virtù del quale la Città aveva dominato Italia e il mondo[354].
Pipino aveva appena lasciato Pavia, che re Astolfo, quasi svegliandosi di un sogno, era tratto a infrangere il patto. Egli chiamava in arme tutto l’eribanno dei Longobardi, e, ancor sulla fine dell’anno 754, assaliva il Ducato romano, e moveva contro Roma per castigarvi la volpe che osava di strappare la preda dalla bocca del leone. Stefano vedevasi ora abbandonato senza soccorso a pericolo estremo. Tosto dopo che Astolfo aveva rotto sua fede, il Papa indirizzava ai Franchi lettere di doglianza. Il latino di quelle scritture, come di tutte le altre della collezione Carolina, è cosa barbara; tronfio ne è lo stile, e le esagerazioni dei predicati di «Vostra grazia melliflua,» di «sguardo e di volto dolci al paro di mele,» dimostrano quanto fossero nauseanti le formule cortigianesche di quel tempo, in cui alle ampollosità di stile della cancelleria bizantina andavasi ancora associando espressioni bibliche[355]. A quel mele peraltro Stefano mesceva anche degli amari rimbrotti contro la credulità leggera di Pipino; gli rammentava che aveva intrapreso un viaggio in mezzo a mille pericoli per andare a lui; che lo aveva consecrato re; che, in mezzo a tutti i Principi della terra, Pietro lui aveva eletto a proteggitore della Chiesa: e lo scongiurava a provvedere prestamente affinchè l’Apostolo ottenesse ciò che per diritto gli spettava[356]. Le lettere partivano per Francia, ma già i Longobardi stavano innanzi le mura di Roma.
Due secoli erano trascorsi dacchè Roma aveva sofferto l’ultimo duro assedio onde Totila l’aveva cinta; chè tutti gli assalimenti successivi dei Longobardi non avevano avuto soverchia gravità, oppure erano stati evitati col pronto pagamento di un riscatto. Ora invece Astolfo veniva con tutto il suo esercito poderoso per conquistare la Città, e, nel giorno 1 del Gennaio 755, i Romani scorgevano avanzarsi le prime schiere dell’oste nemica: procedeva questa divisa in tre battaglie, i Longobardi di Toscana venivano per la via Trionfale, il corpo maggiore dell’esercito condotto dal Re per la via Salara, i Beneventani per la via Latina[357]. Per circuire tutt’intera la città Astolfo poneva campo innanzi a porta Salara; i Toscani si attendavano fuori della porta Portuense, i Beneventani si distendevano dal Laterano fino al san Paolo.
I Longobardi beffavano con grida di scherno quelli ch’erano a guardia delle mura, e: «Andate a prendervi i vostri Franchi,» sclamavano, «che vi liberino dalle nostre spade.» Ma i Romani rispondevano con una difesa risoluta; la milizia cittadina, già provata nell’arme in alcune pugne, dava pegno onorevole del suo amore di patria. Non si fa cenno peraltro di alcun Duce, nè di alcun Tribuno, e neppure del nome di qualsiasi capitano romano, ma il Papa, con lusinghiere adulazioni, nella sua lettera a Pipino, celebrava il franco abate Vernerio, che essendo da legato nella Città, correva lungo le mura di Roma, vigilando dì e notte, e faceva la parte da Belisario[358]. Possiamo accogliere per vero che Vernerio fosse venuto a Roma con accompagnatura di un drappello di guerrieri franchi, e che questi ora prestassero buoni officî nella difesa.
Le mura antichissime di Roma, che per buona ventura Gregorio III aveva restaurato, resistettero all’urto delle macchine guerresche dei Longobardi, ma di dentro la Città era tratta ogni dì più allo stremo. La Campagna era devastata senza pietà da un nemico sitibondo di vendetta, e le scarse colonie della Chiesa erano da capo a fondo distrutte. Astolfo per verità, mosso da reverenza religiosa, proibiva che si toccasse alle basiliche di san Pietro e di san Paolo, che stavano nella cerchia del territorio da lui occupato, ma tutte le altre chiese e i conventi che stavano fuori della Città abbandonava al saccheggio, e i frati e le monache erano sottoposti ai più duri maltrattamenti. Sembrava che i Longobardi tornassero memori dell’arianesimo dei loro padri, perocchè vituperassero con aperto dileggio tutto ciò che si aveva veneranza di santo; ed Iconoclasti, che erano forse greci assoldati nell’esercito, trafiggevano a punta di spada le imagini dei Santi, e in gran falò le davano alle fiamme. In pari tempo, nè v’ha contrasto che sia più spiccato di questo e che denoti meglio la tempra di quel secolo, i Longobardi frugavano nei cimiteri dei Martiri, e, ve li inducesse fervore pio o sete di guadagno, si caricavano di ossa dei Santi. Il desiderio di possedere reliquie (un secolo dopo diventava una vera mania di quell’età) s’era già da gran tempo impadronito dei Longobardi: Liutprando, nell’anno 722, aveva comperato a peso d’oro dai Saraceni di Sardegna la salma di santo Agostino, e, fra il giubilo delle genti, l’aveva deposta in Pavia, nella basilica di san Pietro _in coelo aureo_. Ed ora Astolfo profittava dell’assedio di Roma per raccattare dalle catacombe quante ossa venerate di santità gli veniva fatto di trovare, e tante ne facea trasportare in Lombardia. Quelle città sotterranee dei morti, cui fin allora la profanazione non aveva mai offeso, erano di tal guisa, adesso per la prima volta, date in balìa della devastazione[359].
Al giorno 23 di Febbraio erano già corsi cinquantacinque giorni dacchè aveva principiato l’assedio; allora Stefano, per affrettare il soccorso che con grande ansietà aspettava dai Franchi, spacciava a Pipino l’abate Vernerio e due legati romani. Le sue lettere, scritte fra le angustie degli assalimenti inimici, dipingono con vivi colori le condizioni disperate in cui Roma si trovava. La prima lettera indiritta a tutto il popolo Franco è scritta in nome del Papa, di tutto il clero, di tutti i duci, dei cartularî, dei comiti, dei tribuni, del popolo e dell’esercito dei Romani; la seconda è scritta da Stefano in nome proprio. Egli vi esorta i Re a mandare prestamente soccorsi che rechino a Roma salvezza, e in pari tempo gli ammonisce di adempiere il dovere loro, perocchè «egli insieme con Dio abbia affidato alle loro mani la protezione della Chiesa santa e della Republica romana.» E il Papa rafforzava il valore di quegli ammonimenti nuovamente con una terza lettera, la quale con istrana fantasia ei faceva che gli dettasse la voce di Pietro, principe degli Apostoli. Non l’eresia di Ario, non quella di Nestorio, nè altre che avevano minacciato la fede cattolica nel suo fondamento più vitale, avevano mai indotto san Pietro a scrivere lettere; e persino allora che Leone imperatore aveva minacciato di distruggere il suo simulacro che era a Roma, l’Apostolo non aveva pur dato segno di sua collera. Ma ora che grave pericolo si addensava sulla sua città, o piuttosto sui suoi patrimonî, il Santo si scoteva, e indirizzava una lettera di fuoco al Re dei Franchi, suoi «figli adottivi.» Questa epistola meravigliosa è una delle più efficaci testimonianze dello spirito grosso che animava non soltanto quel secolo, ma anche la Chiesa di allora, perocchè questa non avesse più riserbo «di servirsi delle ragioni più sante della religione, in pro dei negozî di Stato[360].» Il latino della lettera era così zeppo di barbarismi, che lo stesso san Pietro, il quale non sapeva scrivere che l’ebraico od il greco, ne avrebbe arrossito di vergogna, e l’avrebbe ripudiato; e le gonfie esagerazioni dello stile avrebbero messo nausea a lui e a tutti gli Apostoli.
Vedasi a che meschina figura si era rimpicciolito nel secolo ottavo il grande Apostolo, se il suo succeditore romano poteva mettergli in bocca parole come queste: «Anche la nostra Signora, Maria madre di Dio sempre vergine, associa le sue più officiose instanze alle nostre; protesta, esorta e comanda; e a lei si uniscono i Troni, le Dominazioni, e tutto l’Esercito della celestiale milizia; nè si stanno indietro i Martiri e i Confessori di Cristo e tutti coloro che stanno in grazia di Dio: eglino con noi esortano, scongiurano, protestano: se vi prenda cura di questa città di Roma, che Dio ci affidò in custodia, e del gregge del Signore che in essa dimora, e della Chiesa santa che Dio mi confidò, affrettatevi; liberatela dalle mani dei Longobardi persecutori, affinchè, Dio nol permetta! il mio corpo che per amore del Signor Gesù Cristo sofferse, e la mia tomba dov’esso per comando di Dio riposa, non ricevano da coloro contaminazione; affinchè il popolo che mi appartiene non sia disperso e trucidato da questi Longobardi, rei di turpi spergiuri, e trasgressori delle scritture divine.» E dopo che l’Apostolo s’è abbassato a queste supplicazioni, in sulla conchiusione si erige con fiero cipiglio, minacciando scomunicazione: «Se voi, che nol vogliamo credere, vi farete colpevoli di pigri indugi o di vigliacca diserzione, e non obbedirete tosto all’esortazione nostra, e non libererete questa città mia di Roma, e il popolo che in essa alberga, e la Chiesa apostolica che Dio mi affidò, e il suo sacerdote supremo, per autorità della Trinità santa, per la grazia dell’officio apostolico che Cristo Signore mi die’, voi sarete giudicati indegni del regno di Dio e della vita eterna, colpa la inobbedienza alle ammonizioni nostre[361].»
§ 5.
Pipino scende in Italia. — Astolfo leva da Roma l’assedio. — Venuta di legati bizantini e loro disinganno. — Astolfo si sottomette. — Documento della donazione di Pipino. — Fondazione dello Stato della Chiesa. — La Chiesa è immessa nel possesso delle città donatele. — Astolfo muore nell’anno 756. — Il monaco Rachi tenta di ottenere la corona. — Desiderio è proclamato re dei Longobardi. — Stefano muore nell’anno 757.
La lettera dell’Apostolo fu una ciurmeria che riuscì allo scopo avvisato; ed infatti Pipino potè giovarsene a strascinare ad una seconda spedizione in Italia i suoi Franchi, i quali mormoravano senza che rispetto alcuno li rattenesse. Può darsi che la stravaganza di quel trovato inducesse al riso financo un Re di quell’età, ma Pipino non poteva far comparire in fallo san Pietro innanzi la moltitudine, se anche egli non sentiva paura «di perdere corpo ed anima in mezzo alle inestinguibili fiamme tartaree, in compagnia del diavolo e dei suoi angeli pestiferi[362].» I suoi trattati col Papa imponevano a lui, patrizio di Roma e difensore della Chiesa, il dovere di difenderla colle armi; laonde ei s’apprestava alla guerra. La fama sola della sua impresa bastava perchè Astolfo levasse da Roma l’assedio; ed egli moveva subito in gran furia al settentrione per respingere i Franchi dalle frontiere. Nel tempo istesso in cui Pipino s’avvicinava alle chiuse delle Alpi tre legati bizantini venivano a Roma; il povero imperatore Costantino fervidamente raccoglieva concilî sopra concilî per distruggere imagini e reliquie, ma egli non aveva la forza di riconquistare Italia perduta, nè soprattutto aveva l’intelletto della vera condizione delle cose. Non conosceva ciò che nel trattato fra Pipino e il Papa si conteneva, reputava che la restituzione dell’Esarcato dovesse effettivamente andare a profitto dell’«Impero romano,» e perciò mandava suoi ministri primamente a Roma, affinchè vi chiedessero raccomandazione del Papa presso il Re dei Franchi.
L’Imperatore sperava nientemeno che di poter adoperare i Franchi in servizio suo contro i Longobardi, come un tempo Zenone s’era servito degli Ostrogoti a danno di Odacre: certo è che pensava di indurre Pipino ad una spedizione di guerra contro Astolfo per averne egli vantaggio. Ma appena giunti in Roma, i suoi legati aveano ragione di essere atterriti, dacchè loro giungesse notizia che Pipino moveva per la seconda volta contro le frontiere d’Italia; i diplomatici presi di stupore a quell’annunzio, si gittavano in una nave, e Stefano aggiungeva loro un suo messo, sotto pretesto di volerli raccomandare a Pipino. Arrivati con rapido viaggio a Massilia, ivi udirono che il Re era già entrato in Italia. Poichè loro dunque si manifestava chiaramente come stessero le cose, ne furono profondamente turbati[363], cercarono di lasciarsi addietro il nunzio apostolico, e Gregorio, uno dei ministri imperiali, con veloci cavalli gli precorse innanzi. Egli raggiunse l’esercito franco che moveva su Pavia, e con profferte munificenti della riconoscenza dell’Imperatore, scongiurò il Re affinchè l’Esarcato e le altre città restituisse al legittimo loro signore. Ma Pipino, senza ambagi protestava, che alle due imprese non era disceso in pro di uomo alcuno, ma per amore di Pietro santo (qui torna in moto l’opera delle lettere celestiali), e per la salute dell’anima sua; affermava che tutti i tesori della terra non l’avrebbero indotto a infrangere la parola data all’Apostolo, e diceva anzi che quelle città non volea restituire all’Imperatore, ma dare tutte a san Pietro, alla Chiesa romana ed al Pontefice. Il Bizantino, attonito per lo stupore, correva allora a Roma, vedeva il Papa, e protestava, ma vanamente, contro quella lesione dei diritti dell’Impero[364].
Frattanto Astolfo, chiuso per la seconda volta dentro di Pavia, abbassava le armi nell’autunno dell’anno 755. Fu fatto tributario al Re dei Franchi, e fu costretto ad adempiere nella sua interezza il primo trattato, e ad aggiungere alle città restituite anche Comacchio (_Comiaclum_). Il Biografo di papa Stefano, a questo punto narra per la prima volta, che Pipino distendesse una scrittura di donazione, nella quale alla Chiesa romana ed a tutti i Papi, per tutti i tempi venturi, s’attribuiva il possedimento delle città; e aggiunge che questo documento conservavasi ancora all’età sua (egli viveva nel secolo nono) nell’archivio della Chiesa romana. Questo celebre documento sparve di Roma, senza lasciar traccia di sè, nè ciò avvenne senza buone ragioni: nessun erudito potè conoscere quai limiti geografici e politici fossero statuiti in quella donazione, nè uomo alcuno seppe mai contare precisamente quali e quante fossero le città donate, e ancor meno definire se al Papa fosse dato su quei territorî soltanto il _Dominium utile_, od altrimenti diritto effettivo di signoria assoluta[365]. Resta avvolta nel buio la condizione vera in cui si trovavano Roma e il Ducato, del quale neppure si fa cenno; e poichè Pipino questa provincia non ebbe conquistato, si arguisce che la donazione non poteva estendersi ad essa, nè tampoco a Napoli, ch’era greco, nè a Gaeta. Questo peraltro negarsi non può, che Pipino facesse una donazione scritta, e che egli, nel suo diritto di conquista, cedesse alla Chiesa romana l’Esarcato e la Pentapoli, ch’erano terre sulle quali la Chiesa non possedeva titolo giuridico di sorta. Quelle greche province Pipino toglieva all’Imperatore, che era divenuto incapace di strapparle di mano ai Longobardi e di guardarle più a lungo; egli le cedeva al Vescovo di Roma, non perchè questi era Principe spirituale, nè perchè Pipino lo avesse in conto di Sovrano che stesse fuori della soggezione allo Stato, sibbene perchè il Papa era capo effettivo della città di Roma, colui che rappresentava la Republica romana nel significato dell’Impero occidentale, dominatore d’Italia. Ma siccome il Papa questa autorità di rappresentante dello Stato assumeva per ciò soltanto che egli era capo supremo della Chiesa, la quale da sola teneva alta in Occidente l’idea dell’Impero, così il Papa quelle terre riceveva nel nome della Chiesa romana e di san Pietro capo invisibile di essa; così egli stesso celava la sua usurpazione sotto la apparenza del titolo di un pretendente santo, del principe degli Apostoli. Se però un tanto pretendente era quello che più acconciamente si poteva opporre contro alle reclamazioni di Bisanzio, tuttavolta astuzia di arte politica esigeva che si prestasse ognora omaggio alla suprema autorità civile dello Imperatore; laonde il Papa in quei paesi aveva sembianza di vicario dell’Imperatore ossia di succeditore dell’Esarca, patrizio di Ravenna. Ad ogni modo la podestà imperiale nel fatto s’era estinta; quelle province non volevano più obbedire a’ satrapi bizantini, nè esser suddite al Re dei Longobardi; esse accettavano l’autorità di dominio territoriale del Papa, ch’era l’uomo più possente d’Italia, omai riverito con onoranze idolatre, e capo della nazione latina[366].
Se anche Pipino non abbia voluto, con un conscio intendimento, costituire uno Stato della Chiesa nel senso che vogliono sostenere i campioni della sovranità pontificia, è tuttavia un fatto che egli investiva il Papa del giure di principe territoriale sopra alcune delle province più belle d’Italia; laonde egli fu fondatore dello Stato della Chiesa, che ebbe più tardi svolgimento, e da cui per lungo ordine di secoli fu impedita la unità d’Italia. A questo punto poi si elevano considerazioni di diversa natura, perocchè siamo qui giunti ad una nuova epoca della Storia della Chiesa. Questo sacro istituto, congregazione dei fedeli, visibile sì, ma d’indole puramente spirituale, s’era venuta costituendo coi principî fondamentali del Cesarismo romano, e, a modo dell’organamento dello Stato, s’era elevata ad un proprio imperio, in mezzo al quale il Vescovo di Roma esercitava nelle cose religiose un’autorità cesarea. I canoni dell’arte politica e del sistema imperiale antico, erano penetrati nella Chiesa e nella sua gerarchia. La potestà del Papa era riverita negli argomenti di dogma; il primato della sua sede apostolica s’era venuto fondando dai tempi di Leone I e di Gregorio magno in poi; nelle lotte contro gli Iconoclasti avea ottenuto affrancamento dall’Oriente, e l’independenza della Chiesa aveva trovato la sua espressione politica anche nei moti con cui Italia avea proclamata la independenza sua. L’Occidente si separava dall’Oriente; la Chiesa, distogliendosi dall’Imperatore, si collegava alla grande monarchia cattolica dei Franchi, la cui nuova dinastia regale essa aveva consecrato colla sua autorità. Ormai essa aveva il presentimento che questa monarchia compirebbe la restaurazione dell’Impero occidentale; e la esistenza del reame franco fu ad ogni modo buona ventura per l’Europa, avvegnachè sia stato esso che impedì il sorgimento di un califfato europeo in Roma. Sebbene i Pontefici romani di quell’età non potessero ancora sollevarsi ad intendimenti più arditi, tuttavolta, dopo il secondo e il terzo Gregorio, eglino concepirono in mente l’idea di porre sopra un fondamento di vita pratica la loro supremazia religiosa, e di farsi signori d’una parte di Italia. La caduta dell’Impero d’Occidente, che aveva ridotto Roma a città essenzialmente ecclesiastica, la lontananza e la impotenza di Bisanzio, finalmente il frastagliamento d’Italia, avevano dato buon giuoco ai Vescovi di Roma; e la energia continuata di Pontefici sagaci seppe raggiungere lo scopo di dare solidità di esistenza politica alla loro Chiesa, e di costituirsi per sempre uno Stato ecclesiastico. Colla fondazione di esso cessò il periodo della storia puramente vescovile e sacerdotale, e si chiuse l’epoca più bella e più gloriosa della Chiesa romana. Essa diventò cosa mondana; i Pontefici, che contro la legge del Vangelo e contro le dottrine di Cristo associarono il sacerdozio al principato, non poterono dappoi serbarsi più alla pura missione di Vescovi apostolici. La loro duplice natura, contraddizione in sè medesima, li strascinò ognor più al basso in mezzo all’agitazione delle ambiziose arti politiche; laonde eglino per necessità furono tratti a lotte depravatrici, affine di mantenersi nel possedimento dei loro titoli temporali; furono costretti a discendere a guerre civili interne contro la città di Roma, e a lotte continue contro le podestà politiche. E l’avvenimento per cui si compieva la fondazione di uno Stato della Chiesa romana, risvegliava in tutte le altre Chiese avida sete di possedimenti; nel corso del tempo non vi fu abbazia, nè vescovato, che non la pretendesse ad essere uno Stato sacerdotale independente. L’esempio di Roma ebbe cupidi imitatori, e dalla notte del medio evo le scritture di donazioni emersero a migliaia[367].
Il Re dei Franchi dava incarico all’abate Folrado di provvedere alla esecuzione del trattato: Folrado andava nelle città della Pentapoli, dell’Emilia e dell’Esarcato, toglievane statichi, riceveva le chiavi delle loro porte, e queste, insieme al documento che n’era stato scritto deponeva innanzi la Confessione del san Pietro. Tali erano gli avvenimenti che tutto d’un tratto davano alle condizioni del Papato un fondamento affatto nuovo e temporale, ed esercitavano una possente influenza sulla storia d’Italia, ed in particolarità su quella della città di Roma. Coll’anno 755 incomincia un periodo novello nei rapporti interni ed esterni di Roma; il loro ordinamento fornirà un argomento da approfondirsi in un Capitolo successivo; ciò soltanto per ora possiamo stabilire, che, alla fine dell’anno 755, il Papa conseguiva anche la signoria della città di Roma, senza che neppur adesso il suo affrancamento dall’Impero greco fosse proclamato da alcuna delle parti che avevano mano in quei negozî.
Il reggimento papale in Roma, non era per guisa alcuna di ordine monarchico. La città stessa, già nel tempo della prima origine del _Dominium Temporale_ dei Pontefici, manteneva il suo giure comunale. Essa riveriva il Papa da signor suo (_Dominus_), ma serbava a sè medesima i diritti del Senato e del Popolo; e questi trovavano la loro miglior guarentia nella scelta del capo supremo, perocchè la elezione pontificia procedesse da tutto il popolo riunito. Nelle tenebre della storia andò perduto perfino il fatto della cessione della podestà temporale, che i Romani facessero al loro Vescovo. Non v’ha alcuno che parli di un patto scritto che intervenisse tra la Città ed il Papa; nè alcuno v’ha che discorra del più meraviglioso di tutti i parlamenti del popolo romano, che nel foro, per vecchiezza cadente, nei _tribus fatis_, possa aver preso una deliberazione di tanto rilievo, quale si era quella di trasferire nel Vescovo di Roma l’autorità di Doge della Republica: e neppur sappiamo se questa autorità del Papa massimamente sia derivata da un trattato di questa fatta, che sia stato conchiuso al tempo di Pipino. L’origine misteriosa di questa signoria pontificia è uno degli avvenimenti più meravigliosi nella storia, e l’assoggettamento di Roma, compiuto dai succeditori di san Pietro alla chetichella, sotto gli occhi degli impossenti successori di Costantino, fu un capolavoro di arti lungamente coltivate e di accorte astuzie dei preti. Quel possedimento prezioso era degno della grandezza dei Papi; ma i successori di Stefano II ebbero compreso assai tosto che esso aveva la natura del dono di Pandora. Ed invero, dopochè si fu costituito lo Stato della Chiesa, vennero tra essi a cozzo continuo i tre diritti che avevano radice in Roma; l’antichissimo diritto municipale del popolo, il diritto antico della monarchia imperiale, e il diritto recentissimo usurpato dai Papi. Pertanto la storia della città di Roma, per lungo ordine di secoli, altro non è che lo svolgimento del conflitto che questi tre principî sostennero fra sè, l’uno contro dell’altro.
Re Astolfo non sopravvisse lungamente alle umiliazioni sofferte. Già in sull’incominciamento dell’anno 756, Stefano poteva dare al Re dei Franchi la novella che quell’acerbo inimico suo era morto; e il Papa facevalo con feroci parole di odio: «Quel tiranno, socio del diavolo,» esclamava, «quell’Astolfo che suggè il sangue dei Cristiani e distrusse le chiese di Dio, fu trafitto dalla spada del Signore; piombò nella voragine dell’inferno, proprio nei giorni in cui, or fa un anno, egli si apprestava a distruggere la città di Roma[368].» Eppure lo sventurato Principe, che morì di una caduta alla caccia, spirava l’anima tra le braccia di monaci pii[369]. L’ira del Papa perseguitava quel morto anche entro la tomba, perocchè egli non avesse ancora reso parecchie città, e quindi Folrado non avesse potuto di tutte raccogliere le chiavi, e deporle innanzi il sepolcro dell’Apostolo.
L’esercito dei Longobardi di Tuscia imprendeva ora a disporre del trono vacante di Pavia, cui non v’era alcun erede che pretendesse, e gridava re Desiderio duca. Ma appena ne giungeva novella a Rachi, che già s’era separato dal mondo, egli infrangeva i voti che lo incatenavano a Monte Cassino in eterna abnegazione di sè. Egli gettava la tonaca monacale, radunava gli aderenti della sua famiglia, e ponevasi alla testa di un esercito. Desiderio non sapeva ricorrere per sua difesa ad un alleato che fosse più potente del Papa; gli offeriva considerevole moneta e la cessione delle città che Astolfo s’era trattenuto, purchè lo conoscesse per re, e lo affermasse sul trono longobardo. Il patto fu sottoscritto in Toscana dai legati di Stefano, che furono Paolo fratel suo, Folrado e Cristoforo; e Rachi, atterrito da minacce apostoliche, con sospiri e con lacrime si nascose di bel nuovo sotto il saio monastico. La sua fazione era più debole di quella di Desiderio, la quale, ove necessità l’avesse chiesto, sarebbesi accresciuta di forze coll’aggiunta dell’esercito romano e di un drappello di Franchi, che erano con Folrado. Questo consigliere di Pipino, che soggiornava ancora in Roma come _Missus_, ossia legato, aveva pertanto accompagnatura di alquanti guerrieri Franchi; chè per quel drappello non può certo intendersi la «Scuola di Franchi» che risiedeva in Roma[370]. Desiderio si ebbe il trono di Pavia col favore della Chiesa, ed il Papa non frappose ritardo ad occupare le città cedutegli, Faenza col castello Tiberiano, Gabello, e tutto il Ducato di Ferrara: così egli «ampliò lo Stato della Republica»[371]. Tosto dopo, quand’era giunto all’apogeo della sua fortuna, Stefano II passava di vita, addì 24 di Aprile dell’anno 757. Fosse caso o gloriosa coscienza di sè, la Chiesa non coronò il capo di questo prete accorto coll’aureola dei Santi, che essa avea concesso a Zaccaria predecessore di lui; peraltro Stefano era riuscito a cingere la sua mitra del serto d’oro, meno etereo ma potente più, di principe della terra.