CAPITOLO PRIMO.
§ 1.
Gregorio II sale al pontificato nel 715. — Indole e operosità di Gregorio. — Bonifacio converte la Germania. — Leone l’Isaurico. — Culto delle imagini dei Santi in Oriente e in Occidente. — Statua di bronzo del san Pietro in Vaticano.
Dopo la successione di sette Papi di origine greca o assira, Gregorio II fu il primo dei Romani che salisse alla cattedra di Pietro. Il vecchio nome romano di Marcello padre di lui, desta la ricordanza del tempo antico, e ci fa credere ch’egli discendesse di illustre stirpe patrizia. Manifesto è che il popolo eleggeva a pontefice un uomo di nazione romano, per muovere opposizione a Bisanzio. Gregorio, da diacono, era stato col suo predecessore Costantino a quella corte, dove, nelle disputazioni sugli articoli del sinodo Trullano, s’era conquistato gloria di erudizione, di eloquenza e di animo coraggioso. Fu fatto papa addì 19 Maggio 716, nel terzo anno dell’impero di Anastasio.
Il popolo longobardo era governato in quel tempo da re Liutprando, principe fornito di molta energia e di saviezza grande, che nella mente nutriva altissimi disegni. Poichè egli si rifiutava di confermare la donazione di Ariberto II, Gregorio II si dava ogni cura d’impedire che ne avvenisse una rottura. I suoi nunzî riescivano in quest’intento, ma il Papa reputava necessario di restaurare quelle cadenti mura di Aureliano, che erano i baluardi dell’independenza nazionale di Roma. Aperte fornaci di calce, s’imprese a riedificare le mura incominciando dalla porta di san Lorenzo, ma presto insorsero ostacoli a impedire la prosecuzione del lavoro[270]. Il Tevere inondava colle sue acque la Città, e gravi danneggiamenti recava nel campo di Marte[271].
Non abbiamo contezza di altri fatti riguardanti propriamente la città di Roma, che siano avvenuti duranti i primi anni del pontificato di Gregorio II; si fu massimamente la mancanza di Cronisti contemporanei che ebbe in parte seppellito nella tenebra la grande operosità di questo Pontefice. Ei ci fa ricordare Gregorio I. La sua autorità di comando si estendeva fin sull’Italia meridionale, dove i Longobardi di Benevento avevano conquistato il castello di Cuma, che a quel tempo ancora continuava ad essere un forte arnese di guerra. A Giovanni, duce di Napoli, il Papa statuiva il modo di condurne il reggimento[272]; e quando la fortezza fu di bel nuovo tolta ai Longobardi, egli pagò del tesoro della Chiesa settanta libbre d’oro come prezzo di cessione. Al pari del magno Gregorio, che alla Chiesa aveva conquistato province remote, anche Gregorio II conseguì trionfi, e furono ancor più avventurati. Gli Anglosassoni che il primo aveva convertito, diventavano adesso i missionarî dell’Allemagna; Gregorio II elevava a dignità di vescovo tedesco il celebre Vinfredo ossia Bonifacio, e lo mandava da legato apostolico in quelle contrade ancor incolte e coperte di selvagge foreste, dove quel servo ossequiente del Papato poneva il fondamento alla dominazione della Chiesa romana. Di tal guisa, dopo secoli lunghi di una vita oscura delle sue stirpi guerriere. Germania tornava ad associarsi con fervidi vincoli a Roma; nè lungo tempo doveva trascorrere perchè esercitasse influenza poderosa sui destini della Chiesa e su quelli di tutto Occidente.
L’età onde discorriamo, era massimamente affaticata da forze operose di svolgimento di una vita nuova. Dopo che nel secolo settimo s’era compiuta la caduta del mondo romano, incominciava da quell’immensa vastità di diluvio a sollevarsi un continente novello; e già la Chiesa romana lo aveva tutto trascinato e chiuso entro la sua orbita. Infatti era la religione cristiana che in una legge ed in un culto comune aveva riunito fra essi e colle reliquie della nazione latina i popoli germanici, quanti di loro nell’Inghilterra, nelle Gallie, nelle Spagne e in Italia per mezzo di essa erano stati accolti entro il giure civile romano; di tal maniera per opera della Chiesa s’era costituito un dominio occidentale di popoli, che in processo di tempo doveva assumere ragione e sembianza di romano Impero. Peraltro, contro questo regno unito dei Germani e dei Latini, allora da Oriente moveva minaccia di grave pericolo. Nel bel fiore della sua potenza, l’Oriente arabo insorgeva alla pugna contro l’Occidente; già i Maomettani assalivano Costantinopoli, i Saraceni dominavano il mar Mediterraneo, minacciavano Italia e Roma, e dalle Spagne conquistate scendevano nelle province meridionali delle Gallie per abbattere il reame dei Franchi e, insieme con esso, il baluardo della Chiesa romana in Occidente. E in mezzo a quel turbinio avveniva d’altra parte un fatto che a Roma e ad Italia doveva dare una forma nuova.
Dopo che s’erano compiute due rivolte militari, che aveano precipitato del trono gli imperatori Anastasio e Teodosio, vi si era assiso Leone l’Isaurico addì 25 del Marzo 717. Quest’uomo valoroso aveva respinto gli Arabi dalle mura di Costantinopoli ed aveva ispirata vigoria di vita novella al greco Impero. Insieme col suo tempo si perdette la rinomanza gloriosa di sue geste guerriere, ma l’acerba lotta per l’uso o per l’abuso delle imagini nella Chiesa, lotta che egli con un suo editto revocava in vita, ebbe reso immortale il nome di Leone. Il passionato fervore dei Bizantini per le cose di teologia s’impadroniva anche dell’animo soldatesco e semplice di questo Imperatore: e quantunque per fermo egli non fosse atto a comprendere le sottigliezze delle cose dogmatiche, tuttavia, impetuoso e ardito, ei concepiva il disegno di voler purificare dalla servilità idolatrica il culto cristiano; il guerriero isaurico credeva che a compiere quella fatica di Ercole gli bastasse di promulgare un editto imperiale. Le grida chiassose di scherno dei Maomettani che nelle conquistate città di Palestina e di Siria avevano fatto vitupero alle imbelli imagini dei santi, e i maligni epigrammi degli Ebrei della sua corte, erano cagione che egli si rodesse per l’onta e pel dispetto. I Cristiani, dicevano quei miscredenti, che se la pretendono di adorare il Dio vero, hanno riempiuto il mondo di una torma d’idoli più numerosa di quella che eglino, dopo i tempi di Costantino, trovassero da distruggere nei templi pagani; nè i confessori dell’Evangelo hanno a schivo di volgere in publico loro preci a de’ bambocci di metallo, di pietra e di legno, e a de’ musi dipinti in tela, e alle brutte imagini di stregoni innumerevoli. Il mondo romano s’è rifatto in paganesimo come prima era, nè il Cristianesimo altro è che un culto d’idolatri, laddove le moschee e le sinagoghe nostre, pure e monde di simulacri, non sieno adorne altro che dello spirito di Dio uno e vero, e della legge del Profeta.
Oltracciò, quei Vescovi greci nei quali metteva cruccio l’abuso introdotto nel culto delle imagini, comparavano a quell’età loro il costume dei primi secoli cristiani, nei quali non s’erano visti simulacri. Anticamente erano stati i gentili a rovesciare lo scherno sui Cristiani, perocchè nella povertà di loro religione plebea non possedessero templi, nè altari, nè statue splendide, ed allora i Cristiani così avevano loro risposto: «Credete forse che noi celiamo l’oggetto della onoranza nostra perchè non abbiamo templi, nè altari? A che dovrei farmi un simulacro d’Iddio, se in verità l’uomo di Dio è simulacro? perchè dovrei edificare un tempio, se il mondo universo, opera delle sue mani, nol può comprendere? io uomo avrei nel mondo tanto spazio di dimora, e la onnipotenza di Dio dovrebbe essere racchiusa in una cella angusta? Non è forse meglio che noi consecriamo a Dio un albergo nel nostro spirito e nel profondo del cuor nostro?»[273]. Ma i tempi di Minucio Felice non erano più, ed ora gli infedeli con acerbo dileggio ritorcevano quelle domande. Il sinodo di Illiberis, ancora in sui primi anni del secolo quarto, aveva divietato l’uso delle imagini nelle Chiese, perchè si temeva che ne venisse pericolo alla fede; ma nel secolo sesto non sarebbe più stato possibile di promulgare un pari decreto[274].
Non è mestieri di dire che in sull’incominciamento del secolo ottavo tutti i paesi cristiani di Oriente e dell’Occidente erano pieni di imagini e di simulacri del Cristo, della Vergine e dei Santi. Fino al quinto secolo il culto ne era stato immune; l’imagine stessa della Croce era venuta in costume universale gran tempo dopo di Costantino[275]; ma, dappoi, la fantasia dei popoli orientali primamente, indi quella degli occidentali, nella rappresentanza delle imagini dei Santi, s’era sospinta al di là di ogni limite. Simulacri miracolosi, effigie del Cristo Salvatore e di Maria Vergine «non fatte da mani umane (ἀχειροποίητος)», ma tratte con mistiche impronte dalle fattezze degli originali, oppure opere di angeli o dell’apostolo Luca, nel secolo sesto sbucavano fuori da parecchie città di Asia e di Europa; e turbe numerose di pellegrini traevano a quelle chiese che si gloriavano di possedere di quei ritratti genuini, e, per vero dire, profittevoli di lucro.
L’esempio di Oriente trovava imitazione in Occidente, e nel secolo sesto s’erano approvigionate le chiese di quei ritratti dei Santi, condotti in pittura ed in iscultura, dai quali occorre peraltro distinguere le imagini effigiate del Cristo e dei Santi, che ancora anticamente erano disegnate nelle catacombe, negli archi di trionfo e nelle tribune delle chiese. Soltanto le storie di martirio s’evitava di rappresentare nelle chiese di Roma, per modo che in quelle onde fin qui abbiamo discorso, non si trova neppure una storia dei tormenti di un confessore; diversamente invece avvenne nei tempi assai posteriori, allorchè sembrarono necessarie forme sì rudi a risvegliare il sentimento religioso omai affievolito[276]. Non una delle pitture delle catacombe di Roma, non una delle sculture degli antichi sarcofaghi cristiani, attingono il loro soggetto dalla passione di Cristo o dal martirio di qualche Santo. Esse raffigurano soltanto il Cristo che ammaestra i suoi discepoli, che risana gli infermi o che opera miracoli. Può darsi che il possedimento, onde Roma così grandemente s’allietava delle salme dei Santi più illustri, tenesse ivi per lungo tempo remota od almeno ristretta la venerazione di imagini portentose; ma allorquando Edessa e Panea, quando Gerusalemme od altre città di Asia menarono altissimo vanto di possedere ritratti e simulacri genuini del Cristo, neppure Roma volle starsi lor dietro; ed è possibile cosa che il sudario della Veronica già nel secolo settimo all’universale onoranza si esponesse[277]. Ai tempi di Gregorio I, Roma affermava di possedere la vera imagine del Cristo, della Vergine e dei due principi degli Apostoli, avvegnachè quel Papa ne spedisse delle copie al vescovo Secondino, ma avesse argomento di ammonirlo che quelle imagini, e ben sel doveva egli sapere, eran fatte perchè gli servissero non come oggetto di adorazione, ma soltanto di ricordanza. Alcuni Vescovi delle Gallie forniti di colto ingegno, vedevano a malincuore quegli abusi idolatri, e con ragione temevano che la moltitudine superstiziosa novellamente tramutasse il Cristianesimo in culto pagano. Sereno di Marsiglia un giorno deliberava di abbattere nella sua chiesa alcune imagini di Santi, ma Gregorio scriveva a quel Vescovo: «Lodevole è lo zelo che tu rivolgi a impedire che si adori l’opera delle mani dell’uomo, ma è mio giudizio che mal festi a porre in pezzi quelle immagini. Avvegnaddio la pittura sia usata nelle Chiese acciò coloro che di lettere non sanno, almeno legger possano collo sguardo nei quadri che pendono dalle pareti[278].» Questa era l’opinione di Gregorio sull’uso cui servir dovevano le imagini nelle chiese, ed i Papi che combatterono a loro difesa avrebbero dovuto appoggiarsi su quell’autorità. La moltitudine però non comprendeva, nè partecipava a quel principio composto a temperanza, e la venerazione cieca assumeva indole di adorazione, indiritta a chi nell’imagine era effigiato. Artisti in gran numero, e massimamente monaci nei conventi, davano opera, con vera industria di fabbrica, a colorire di quelle imagini di Santi; e le chiese, che in particolare possedevano di quei simulacri portentosi, ne ritraevano ragguardevoli redditi. Ai dipinti succedevano le sculture, perocchè, parte in causa dell’abborrimento nutrito dai primi Cristiani contro le statue, parte per altri motivi, la statuaria fosse rimasta assai dietro alla pittura. Se pure in Roma, al principio del secolo ottavo, non si era peranco stabilita la consuetudine di trarre in processione simulacri scolpiti in legno, tuttavia v’era nelle chiese buona copia di statue del Redentore, della Vergine, dei Santi, modellate in oro, in argento, in bronzo; e, posteriormente al secolo quinto, la celebre statua in bronzo del san Pietro, dall’alto del suo trono torreggiava nell’atrio della sua basilica, e già fin d’allora sporgeva il piede al bacio degli adoratori, simile al celebre Ercole di bronzo del tempio di Agrigento, di cui si legge in Cicerone, che a furia di baci dei devoti aveva il mento levigato e rilucente[279].
Della celebre statua dell’Apostolo abbiamo già discorso a proposito della storia di Leone I, e qui la richiamiamo alla ricordanza, perocchè l’Imperatore, avverso alle imagini, segnatamente la togliesse di mira quale oggetto dell’ira sua, e papa Gregorio II la dichiarasse oggetto dell’amore fervidissimo di tutta Roma. Quel simulacro di bronzo aveva dai Romani venerazione di palladio, ed eglino vi nutrivano affetto pari a quello con cui i loro antenati pagani avevano difeso la statua della Vittoria. Il simulacro rappresenta l’Apostolo seduto, che alza la destra in atto di benedire, e nella sinistra tiene le chiavi. L’origine è incerta, ma antica; energiche ne sono le forme, belli i panneggiamenti. Se pure non meriti fede quanto si narra che questa statua sia stata fusa col bronzo del Giove Capitolino, o se pure v’abbia quasi la certezza che essa sia soltanto una statua trasformata di qualche imperatore o di qualche console, tuttavolta il suo stile non è bizantino, ma antico e bello, al pari di quello delle sculture dei migliori sarcofaghi cristiani o della statua di marmo del santo Ippolito che oggi si mira nel Museo cristiano del Laterano. L’Apostolo di bronzo allora s’ergeva nel convento di san Martino, presso la basilica di san Pietro.
La foggia ond’è per consueto rappresentato il principe degli Apostoli, colle chiavi nella mano, colla chioma breve e crespa a mo’ di lana, colla barba tagliata in tondo, a differenza del san Paolo, al quale si diede chioma liscia e lunga barba, potrebbe farsi derivare da questa statua del Vaticano, il cui tipo fu ognor conservato nell’arte[280].
§ 2.
Editto di Leone contro il culto delle imagini. — Resistenza di Roma e sollevazione di alcune province italiane. — Attentato alla vita di Gregorio. — I Romani e i Longobardi prendono le armi. — Ribellione contro Bisanzio. — Tentativi da Napoli contro Roma. — Lettere di Gregorio all’Imperatore.
Si era nell’anno 726 che Leone l’Isaurico promulgava il celebre editto, in cui ordinava che dalle chiese del suo Impero si bandissero tutte le imagini dei Santi[281]. Un’agitazione violenta scoppiava allora come turbine nell’Oriente e nell’Occidente. La moltitudine, che le forme materiali della figura scambiava con Dio stesso, si commoveva ad ira fanatica, e i preti innumerevoli comprendevano che la podestà loro sovra il popolo in gran parte si raccomandava all’apparato del culto che operava sui sensi. L’Oriente e alcune province dell’Occidente si coprivano delle ruine di statue e di musaici fatti in pezzi, e le ombre degli ultimi gentili di Roma avrebbero potuto con maligno compiacimento contemplare tanta mutazione di cose. Però il Papa difendeva la mitologia cristiana, sorta dopo il tempo pagano, con fervore più vivo ancora di quello con cui Simmaco aveva combattuto contro gli Imperatori cristiani in favore degli idoli antichi e dell’altare della Vittoria. Anche a Roma Leone spediva il suo editto, e Gregorio con una bolla protestava che l’Imperatore non aveva autorità di comando in cose di fede, e che a lui lecito non era di contraddire ai decreti antichi della Chiesa. A quel diniego risoluto del Papa, Leone rispondeva emanando nuovi decreti, coi quali minacciava di deporre Gregorio, se ricusasse obbedienza. Ma Gregorio non cedeva; ammoniva con lettere i Vescovi e le città d’Italia a resistere contro gli intendimenti ereticali dell’Imperatore, e, per usar le parole del Libro Pontificale, s’armava contro lo Imperatore come contro un nemico. Le sue lettere pastorali operarono dappertutto effetti gravissimi. La Pentapoli e l’esercito dei Veneziani impugnarono l’armi e proclamarono di voler difendere il Papa. Gregorio vide destarsi in Italia la fiamma del sentimento di nazione; un cenno solo di lui avrebbe bastato a muovere tutto il paese a rivolgimento, ma motivi rilevanti lo inducevano ad impedire un’aperta sollevazione contro l’Impero. È cosa incerta se il Ducato romano veramente negasse di pagare il tributo all’Imperatore; sembra però che in fatto Gregorio si opponesse a una nuova imposizione che vi ordinavano i Bizantini[282].
Roma e le province, dalle bocche del Po fino alle Calabrie, erano tutte in commovimento, e si schieravano intorno al Papa loro proteggitore e interprete de’ loro sentimenti di contro a Bisanzio. Alla notizia di quei fatti, l’Imperatore armava un naviglio, ma, prima ancora che questo mettesse alla vela per la foce del Tevere, volle liberarsi di Gregorio secondo la costumanza bizantina. Il duce Basilio, Giordano cartulario e Lurione suddiacono, insieme con Marino, che l’Imperatore in quello aveva mandato da Duce a Roma, tramavano di uccidere Gregorio, ma la repentina cacciata dell’ultimo di questi officiali mandava a vuoto l’attentato. Giordano e Giovanni furono fatti in pezzi dal popolo, e Basilio riuscì a salvarsi ricoverando in un convento. Frattanto Paolo, novello Esarca, veniva a Ravenna con ordine assoluto di soffocare a qualunque costo la sollevazione dei Romani. Egli spediva un esercito contro Roma, ma perfino i Longobardi di Spoleto e di Tuscia, indotti senza dubbio dal Pontefice a farsi alleati suoi, si levavano, proteggevano le frontiere del Ducato romano, e, uniti ai Romani, impedivano all’oste che s’avanzava di passare oltre ponte Salaro. I Greci tornavano indietro, e l’Esarca, contro cui il Papa scagliava la scomunica, era minacciato di pericolo dentro alle mura stesse di Ravenna. La Pentapoli apertamente gli negava obbedienza, le città tutte del mezzo d’Italia cacciavano gli officiali bizantini, eleggevansi Duci loro proprî, e minacciavano di acclamare un novello Imperatore e di condurlo a Bisanzio[283]. Questo disegno è invero meritevole di nota, avvegnachè significhi che gli Italiani sollevati neppure remotamente pensavano a restaurare l’impero romano di Occidente, e nemmeno a dividere lo Stato. Gregorio però si opponeva a quel proposito, non tanto perchè sperasse nella conversione dell’Imperatore, quanto perchè temeva che una rivoluzione tanto violenta di cose desse Italia e Roma in balia dei Re longobardi. Ragione di utilità loro propria imponeva ai Papi di impedire che in Italia sorgesse una monarchia, e di tenere da sè lontana la sede della podestà civile. L’Imperatore che sedeva a Bisanzio, loro per certo era men pericoloso di quello che sarebbe stato un Re che avesse ridotto Italia a unità sotto il suo scettro e indi per necessità avesse preteso a Roma come a sua città capitale. Oltracciò, il Papa doveva schivare tutto quello che avesse potuto dargli sembianza di ribellione alla autorità legittima dell’Impero; laonde con prudente moderazione temperava la foga degl’Italiani, e gli ammoniva a non rompere la sudditanza all’Imperatore[284]. Per questo motivo tollerava in Roma la presenza di Pietro, duce imperiale, sebbene lasciasse che i Romani nel palazzo dei Cesari l’assediassero, e indi lo cacciassero oppure lo trucidassero[285]. Può darsi che i Romani allora si eleggessero un Duce loro proprio, come le altre città italiane avevano fatto, ma non può certo darsi la prova che Roma solennemente proclamassero a republica, e che a loro capo temporale elevassero il Papa; ciò d’altronde sarebbe stato contrario all’arte politica di Gregorio[286]. Nel frattempo, Esilarato duce di Napoli, era entrato con sue soldatesche nella Campagna, e quivi dalle milizie romane era battuto e ucciso. La signoria bizantina si vedeva ben tosto ristretta al solo possedimento di Napoli, la quale, essendo città animata dal commercio che vi facevano i Greci, gli Ebrei e le genti del Levante, sarebbe stata a mal punto condotta se avesse perduto le sue relazioni coll’Oriente. Di qui l’antico esarca Eutichio tentava indarno di promuovere in Roma moti di reazione; un suo ministro ivi era colto; e se salvava la vita, dovevane gratitudine soltanto alla intercessione del Pontefice, la cui prudenza anche a questa occasione lo rivela statista perfetto. L’Imperatore istizzito incamerava adesso i redditi della Chiesa nell’Italia meridionale, e questo era il solo modo, ma fiacco assai, con cui riusciva a vendicarsi del Papa. In Roma la sua influenza era spenta affatto; appena v’era chi parteggiasse pei Bizantini, e Gregorio II poteva reggersi da vero principe della Città, quantunque ei facesse le viste di non volerne essere altro che vescovo. Il rivolgimento contro gli officiali dell’Impero aveva qui operato un novello ordinamento di cose, e aveva dato vita a un reggimento cittadino, a capo del quale stavano i _Judices de Militia_. Roma ricomparisce adesso per la prima volta nell’aspetto di città independente da Bisanzio, con forme di republica aristocratica; oscuro ci rimane qualmente si attuassero, ma è probabile che la Città fosse retta da magistrati con nome di Console e di Duce, sopra i quali il Papa esercitava tacitamente la sua autorità. I Romani, che non volevano più star soggetti al reggimento di satrapi bizantini, riverivano invero pur sempre la podestà dell’Impero, ma si ponevano sotto la protezione del loro Vescovo potente, che difendevano con coraggio animoso contro l’Imperatore. Il Papa era capo naturale della nazione romana; di tal guisa, durante la controversia delle imagini, che nelle sue origini è coperta di un velame, in Roma e nel Ducato sorgeva quella podestà temporale del Pontefice, la quale col procedere del tempo assumeva vita e forme istoriche.
La controversia tuttavia continuava anche dal lato dommatico, e proseguivasi colla penna acerbamente. Abbiamo due lettere che Gregorio scriveva all’imperatore Leone nel tempo in cui fervevano i rivolgimenti di Roma. La lingua vi è zeppa di barbarismi, la forma rozza e acre per passione; l’ingegno colto di Gregorio I non avrebbe per certo scritto così. Ma quelle lettere di spiriti ribelli, che il Vescovo romano indirizzava al sire dell’Impero, esprimono omai altamente il valore della legge gerarchica ond’erano poste le fondamenta; e la consapevolezza che ha il Papa della sua supremazia di capo della Cristianità, vi parla con ardimento sì risoluto, che i Pontefici dei tempi avvenire poterono torne i concetti a esemplare[287]; già vi si svela nei suoi primi tratti l’idea che informò il pontificato dei tempi posteriori, all’età di Gregorio VII e di Innocenzo III.
«A scriverti», dice Gregorio nella sua prima lettera, «dobbiamo usare di stile incolto e rozzo, perocchè tu sia uomo incolto e rozzo;» indi al demolitore delle imagini rammenta le tavole di Mosè, i Cherubini dell’arca dell’alleanza, e il dipinto originale del volto di Cristo, che il Redentore con un suo scritto autografo aveva mandato a re Abgaro di Edessa[288]; e gli dice, molte essere di quelle imagini alle quali accorrevano pie torme di pellegrini. Quei simulacri, soggiunge, non sono divinità, e neppure i Santi vanno come tali considerati; si invocano soltanto affinchè s’adoprino a intercedere presso di Cristo. «Redimi», così parla all’Imperatore, «l’anima tua dalle imprecazioni onde il mondo ti copre, perocchè perfino i bimbi irridano a te. Entra in una scuola di quelli che sono ammaestrati dell’abbiccì, e di’ loro: io sono colui che abbatte e perseguita le imagini, e d’un tratto ti scaglieranno sul capo le loro tavolette da scrivere. Noi, che abbiamo da san Pietro potenza e autorità, volevamo infliggerti castigo, ma poichè tu stesso di maledizione ti sei coperto, basti essa sola per te e pei consiglieri tuoi». Nei tempi avvenire il Papa non avrebbe esitato di scagliare contro l’Imperatore l’anatema, ma in quell’età non osava ancora di far uso di quest’arme, che più tardi divenne tanto terribile: erano ancora lontani e di molto i tempi in cui si lanciava la scomunica contro Re possenti e contro Imperatori. Gregorio per altro, con sentimento della sua dignità, accennava alla ribellione delle province, e con sarcasmo diceva all’Imperatore che i popoli d’Italia irritati calpestavano con oltraggio i simulacri di lui; che, cacciati i ministri suoi, altri in vece di loro avevano eletto, e che erano venuti al punto di dare a Roma ciò che Bisanzio non aveva potenza di conservare. Indi proseguiva: «Tu tenti di metterci indosso paura, e dici: io manderò a Roma e farò abbattere la statua di san Pietro; anzi io mi voglio trarre in ceppi papa Gregorio, come un tempo Costante fece incarcerare Martino. Sappi peraltro, che se con audace tracotanza e con minacce a noi ti appressassi di troppo, noi non avremmo pur bisogno di scendere a siffatta pugna, perocchè, se il Papa si dilungasse da Roma e s’inoltrasse di soli ventiquattro stadi nella Campagna, ti gioverebbe badare donde spira il vento[289]». Indi Gregorio torna a parlare della celebre statua del principe degli Apostoli, che l’Imperatore riguardava come l’idolo principale dell’Occidente, e s’accende a tale fervore da contraddire a sè medesimo. «Tutti i popoli d’Occidente», esclama, «mirano con venerazione e con fede a quello di cui tu, millantatore, ci minacci di distruggere il simulacro; mirano, dico, a Pietro santo, che tutti i reami occidentali onorano quale Dio in terra[290]. Desisti dai tuoi propositi; la tua violenza e la tua rabbia nulla possono operare contro Roma, nè contro la città sola, nè contro le sue marine, o contro i vascelli suoi. Tutto Occidente tributa venerazione al santo principe degli Apostoli; protestiamo che se tu manderai gente per atterrare l’imagine di lui, noi saremo innocenti del sangue che si spargerà e che ricaderà sul capo tuo. Noi riceviamo in questo momento dalle terre più remote dell’Occidente supplicazioni del così nomato Septeto, il quale, in nome della grazia di Dio, anela a mirare la faccia nostra, e chiede che a lui moviamo per amministrargli il santo battesimo: e noi vogliamo cingere i nostri lombi affine di non essere indotti a opere di negligenza.»
Non sappiamo a quale sconosciuto Re barbaro di Germania il Papa con quel nome accennasse; manifesto si è qualmente egli volesse significare all’Imperatore, che la influenza della Chiesa si estendeva fino all’estremo Occidente, e che di qui stavano preparati tutti i popoli a difendere il Papa. E sembra che egli a quel battesimo associasse singolare importanza, perocchè egli ne discorra anche nella seconda lettera. Ai Franchi, che il succeditore di lui pochi anni dopo chiamava a proteggere Roma, Gregorio per fermo non pensava.
In una seconda scrittura, con migliore nesso logico di discorso, egli spiega la differenza che esiste tra la podestà spirituale e la temporale, o, come egli si esprime, tra il Palazzo e la Chiesa; e traccia i limiti dell’autorità del Giudice supremo che decide colla spada delle cose del mondo e punisce nel corpo gli uomini con carcere e con morte, e determina i limiti dell’autorità del Vescovo supremo che «inerme e indifeso» punisce coll’anatema l’anima peccatrice, non per ucciderla senza misericordia, ma per ricondurla alla vita divina. Qui si paiono per la prima volta nella storia dell’era cristiana queste memorande definizioni di Gregorio II, e determinano il momento in cui la podestà temporale si separò affatto dalla podestà spirituale, la Chiesa si distinse dallo Stato, e, quai due autorità disgiunte e diverse, si ersero l’una contro l’altra armate. Questo dualismo influente nella storia del mondo, che empiè la vita di tutto il medio evo e veramente dura anche ai tempi odierni, era stato ignoto all’Antichità; chè la Chiesa pagana, causa il politeismo ond’era frastagliata, null’altro fu che una forma di culto, allo Stato ossequiosa e da esso dominata. Quel dualismo era stato puranco ignoto a Costantino ed ai suoi succeditori, avvegnaddio, dopo che il Cristianesimo era divenuto religione dello Stato, andasse da sè che gli Imperatori si reputassero, per natura delle cose, capi della Chiesa imperiale. Era questa una massima di diritto publico, e ravvisavasi così evidente che Leone l’Isaurico, non per soverchianza di despotismo, ma nella calma consapevolezza della maestà del suo impero, aveva scritto al Papa: «Io sono imperatore e sacerdote»[291]. Ed era questo motto che dava occasione a quelle gravissime dichiarazioni di Gregorio, e, quasi due mondi diversi, l’uno dall’altro separava l’ordine religioso dal politico, la Chiesa dallo Stato: così tutt’a un tratto si rivelava che nel lavorio di centocinquant’anni, appena avvertito nel mondo, la Chiesa romana coll’organamento gerarchico suo proprio, colla separazione da Bisanzio che aveva lasciato Roma in abbandono, coll’operosità teologica che si manifestava nelle lotte contro la Chiesa greca, coll’amor di nazione che si destava fra le genti latine, s’era elevata a podestà independente, nella quale adesso s’accentrava la vita di tutto l’Occidente.
§ 3.
Contegno di Liutprando. — Egli conquista Ravenna. — Dona Sutri al Papa. — Il Papa, i Veneziani ed i Greci si collegano contro Liutprando. — Il Re muove contro Roma, indi si ritira. — Un usurpatore in Tuscia. — Gregorio II muore nel 731. — Gregorio III è eletto papa nel 731. — Sinodo romano contro gli Iconoclasti. — Condizioni dell’arte in Occidente. — Edificazioni di Gregorio III. — Restaurazione delle mura della Città.
Dell’acerba lotta che ferveva tra i due contendenti, tra l’Imperatore romano e il romano Vescovo, un terzo in quel tempo avrebbe potuto ricavare grandissimo giovamento, se energia e genio gli avessero soccorso. Questi era Liutprando, re dei Longobardi. La meta elevata, a raggiunger la quale s’adoperavano i Principi di questo popolo germanico in cui già si iniziavano vita e costumanze romane, si era la conquista di Ravenna e di Roma. Se pur Liutprando non ravvolgeva in mente il disegno ardito di impadronirsi della corona imperiale, tuttavia gli sorrideva la speranza di restaurare il trono di Teodorico e di riunire sotto il suo scettro Italia tutta. Questo paese manifestamente si era scisso dall’Oriente greco, ai cui Imperatori omai mancava la possa di dominarlo. La nazione latina, che ormai cresceva robusta, dava presagio della possibile restaurazione di un reame nazionale romano, siccome aveva avuto esistenza fino ai tempi di Odoacre. Ma poteva il Papa volgere il suo sguardo ad un Re che era alle porte di Roma? Liutprando aveva bastante accorgimento per respingere le proposte seducenti di un’alleanza con Bisanzio, ed anzi con gioia vedeva agitarsi a sollevazione le province greche, e di certo in quella egli aveva avuto sua parte. Come dunque, nell’anno 727, Paolo esarca era stato trucidato dai Ravennati ribellatisi, il Re moveva contro Ravenna, e finalmente per via di tradimento entrava in quella celebre città ch’era la capitale dell’Italia greca[292]. S’impadroniva tosto dopo delle città dell’Emilia e della Pentapoli, e penetrava anche nel Ducato romano, dove prendeva Narni e Sutri. Un suo movimento ardito su Roma avrebbe messo la Città nel più grave pericolo, ma con donativi, con lettere supplichevoli e con destre rimostranze diplomatiche Gregorio sapeva indurre il Re a ritornar sui suoi passi. Liutprando, principe cattolico, ispirato a sensi di pietà e inchinevole a subir l’influenza dei preti, non aveva animo adatto alla grande impresa, di cui le più favorevoli opportunità di tempo sembravano schiudergli l’agio. Nè soltanto dal Ducato si ritirava, ma perfino, operando per diritto di conquista, faceva donazione della città di Sutri al Pontefice, il quale in nome dell’apostolo Pietro levava sue pretese su quella legittima proprietà dell’Imperatore greco. Era questa la prima città che la Chiesa ricevesse in dono, laonde può dirsi che con Sutri fu posto il fondamento primo degli Stati della Chiesa[293].
L’astuto Gregorio avvinceva a sè dunque Liutprando per via di un trattato, nel tempo stesso in cui macchinava di torgli al più presto la Romagna. Ciò che un principe potente non osava di compiere, or tentava il Papa di conseguire; chè egli stesso aveva già agognato di fare dell’Esarcato il retaggio della Chiesa. Ormai i Vescovi romani palesavano in forme manifeste e chiare quel disegno di ottenere il dominio d’Italia, che forse Gregorio Magno aveva presagito nella sua mente, seppure concepito per sè non l’aveva. L’intelletto politico di un Papa era più acuto di quello di un Re; il Papa la vinceva di furberia. Gregorio II si volgeva alla Republica di Venezia, che allora cresceva in bel fiore, e la eccitava a liberare Ravenna: i legati pontificî s’incontravano nella città delle lagune con quelli del greco Imperatore che v’erano venuti collo stesso intendimento. Il timore della potenza di Liutprando faceva che il Papa si ravvicinasse perfino all’Imperatore; e nelle lettere che indirizzava al Doge Gregorio non si vergognava di segnare con marchio di vitupero i Longobardi, appellando «gente infame» quegli alleati suoi, che erano cattolici fervidissimi e zelatori del culto delle imagini, laddove ai suoi nemici, all’Imperatore ed al figliuol di questo, Costantino Copronimo, dava nome di «signori e figli suoi»[294]: nè per fermo gli si fa oltraggio se si afferma che secretamente egli abbia eccitato i Duchi di Spoleto e di Benevento a ribellarsi contro Liutprando. Per tal maniera, da Gregorio II incomincia la storia di quell’arte diplomatica dei Papi, che con lunga tradizione di scuola, divenne loro retaggio, e per destri accorgimenti superò le ragione politica di tutti i principi e di tutte le corti. Una flotta veneziana veniva innanzi a Ravenna, ne cacciava i Longobardi, e vi installava l’esarca Eutichio. Liutprando abbandonava allora le città marittime e le Romagne, ma, con opera pari ricambiando il Papa della fede mancata, conchiudeva con Bisanzio non soltanto la pace, ma un trattato d’alleanza; e tosto si univa all’Esarca primamente per punire i Duchi di Spoleto e di Benevento, indi per riconquistare Roma alla soggezione dell’Imperatore.
I due Duchi fecero sottomissione in Spoleto, ed il Re, spirante vendetta e seguìto dall’Esarca, comparve innanzi Roma e s’attendò nel campo di Nerone. Se ora la Città fosse divenuta conquista di Liutprando, è cosa probabile che le sorti di essa e quelle d’Italia e dei Papi avrebbero assunto indirizzo e forme differenti da quelle che ebbero. Ma sembrava che una forza arcana e fatale ravvolgesse Roma entro suoi scongiuri, e vietasse ai conquistatori germanici d’impadronirsi di quest’unica città, e di cancellarne i caratteri della storia universa del mondo che portava in fronte scritti. La fortuna e lo ingegno dei Papi furono in vero maggiori della fortuna e dell’ingegno di Cesare. In mezzo a quelle aspre difficoltà Gregorio moveva inerme e animoso al campo di Liutprando, e, non appena gli avea rivolto un discorso nello stile di Leone Magno, il Re, che pur era sdegnato per la grave offesa, era visto cadere sulle sue ginocchia; il fattucchiero sacerdotale adduceva tosto il nemico disarmato alla tomba dell’Apostolo, e il Re deponeva il suo manto di porpora, e la sua spada, e la sua corona e tutti i suoi propositi arditi ai piedi del morto Santo. I preti esultanti di gioia inneggiavano col loro TE DEUM al trionfo del Papa, si conchiudeva pace, si celebrava la riconciliazione, e, ai preghi di Liutprando, il Papa assolveva anche l’Esarca dall’anatema. Di tal guisa una brevissima ora decise dell’avvenire del Papato dominatore del mondo, e forse nella storia dei Pontefici quell’ora risplende ancor più vivamente che il leggendario pellegrinaggio di Leone ad Attila: di tal guisa, trecento anni prima del celebre avvenimento di Canossa, si svelava al mondo l’altezza cui era pervenuta la potenza misteriosa del Vescovo di Roma. La gente umana, smarrita in oscuri deliramenti, si prostrava davanti al sacerdozio della Chiesa, nella quale venerava la sola podestà divina che fosse sulla terra; e il capo venerato della Chiesa, nelle cui mani credeva che si accogliessero le benedizioni del cielo e i suoi anatemi mortali, le appariva come un essere santo, di natura sovraumana.
Liutprando, ammaliato e scosso nel profondo dell’animo, non entrò pure in Roma; umilemente sciolse il campo e partì per la via Flaminia. Di tal guisa la corona di Roma e d’Italia, che per un istante s’era librata sul capo di lui, sfuggì per sempre a quel Principe che non possedette il valore ardito ch’era necessario per conseguirla; e forse fu sventura di questo paese, di cui egli avrebbe potuto riunire le membra sparte. La genuflessione di Liutprando espiavano ben presto i successori e il popolo di lui, colla tragedia della loro caduta.
I conati di un usurpatore cagionarono a Liutprando un’onta novella, avvegnaddio in tale travaglio fossero allora tutte cose, che invaghivano ogni uomo di spiriti audaci a strapparsi un bocconcello di signoria. Tiberio Petasio, duce di una città della Tuscia romana, aveva raccolto aderenti, e nell’anno 730 di repente si proclamava Imperatore. Il Papa tosto facea muovere l’esercito romano sotto la capitananza dell’Esarca, che tuttavia trovavasi in Roma, e la mozza testa del ribelle era mandata a Bisanzio. Gregorio pertanto si confessava ognor sempre soggetto alla podestà suprema dell’Imperatore; ei s’era rappacificato coll’Esarca, nè meglio vagheggiava che di ristabilire relazioni amichevoli con Bisanzio. Fra i motivi che ciò gli rendevano desiderato, non era soltanto la tema della crescente potenza dei Saraceni nelle Spagne, ma v’era per certo eziandio una cura più grave; perocchè pensasse, che ove caduta fosse la legittima autorità di governo, tosto o tardi egli stesso avrebbe dovuto entrare in lotta coi Romani. La Chiesa a quel tempo comprendeva che condizione essenziale della sua esistenza si era la conservazione della podestà dello Stato.
Gregorio II nel frattanto moriva addì 11 del Febbraio 731, dopo un reggimento di quindici anni, per grandi fatti memorando. Il clero ed il popolo con voto concorde eleggevano adesso un prete di origine assiro, che salì al santo seggio sotto nome di Gregorio III, nel giorno 18 del Marzo 731. Ciò che più ne aveva raccomandato la scelta, era forse la cognizione profonda del greco idioma, che per un Papa, nelle condizioni di quel tempo, aveva altissimo valore: tuttavolta, anche senza di ciò, Gregorio III era fornito di qualità eccellenti che lo rendevano degno successore del secondo Gregorio. Questi gli trasmetteva, incarco gravissimo, il retaggio della controversia sulle imagini, la quale altro non era che un simbolo della lotta che s’agitava tra la Chiesa e il principio dello Stato despotico. Il primo ardore, fervido di passione, in quella controversia memorabile era ormai sbollito, e da una parte e dall’altra era sottentrata una specie di tregua, senza però che v’entrasse arrendevolezza. Non sì tosto però Gregorio III fu salito alla sedia di Pietro, si affrettò egli a indirizzare sue lettere all’Imperatore, professandovi le dottrine alle quali s’era ispirato il suo predecessore. Il nunzio che doveva recarle alla corte dell’Imperatore, tremando dell’ira di Leone, non osò di adempiere all’incarico, e, tornato a Roma, gettossi piangendo ai piedi del Papa. Ci vollero i preghi di un sinodo e della nobiltà romana perchè il Papa tramutasse in una penitenza ecclesiastica la deposizione del messaggero codardo, che aveva mostrato sì poca vaghezza di sostenere il martirio per la causa delle imagini sante. Il Cardinale fu costretto a partire di bel nuovo colle lettere pontificie per Bisanzio, ma, per buona sorte di lui, il Patrizio imperiale lo arrestò in Sicilia, dove un anno intero fu sostenuto prigione.
Addì 1 del Novembre 731, Gregorio III apriva un concilio; novantatre Vescovi d’Italia, il clero romano e i rappresentanti del popolo e della nobiltà, ai quali il Libro Pontificale a questo luogo dà appellazione di «Consoli,» si radunavano in san Pietro[295]. Il Concilio pronunciava scomunica contro gli Iconoclasti. Le decretazioni del sinodo e nuove lettere del Papa furono affidate a Costantino defensore, affinchè le recasse a Bisanzio; ma anch’egli era incarcerato in Sicilia. Ivi furono trattenute puranco le suppliche colle quali le città del Ducato romano chiedevano che si tollerasse il culto delle imagini; e i latori di quelle istanze languirono per otto lunghi mesi nelle angustie dei carceri di Sicilia, donde furono poi cacciati con vitupero. L’Imperatore non voleva più accogliere da Roma legati, nè lettere. Peraltro la discordia con Bisanzio si restringeva alle cose di dogma religioso; il rivolgimento d’Italia s’era spento in sè stesso; l’autorità dell’Imperatore era dappertutto riverita, e il Pontefice stavasi con l’esarca Eutichio in relazioni ottime, sì che questi gli faceva un presente di sei preziose colonne di onice, che derivavano da qualche monumento romano anzichè da Ravenna[296]. Gregorio le adoperò ad abbellirne la Confessione del san Pietro: vi sovrappose delle travi cerchiate d’argento, sulle quali alcune imagini in cesello rappresentavano il Salvatore, gli Apostoli ed altri Santi. Ciò era fatto evidentemente a disfida contro gli Iconoclasti. E con quell’intendimento, a bella posta il Papa forniva le chiese di Roma di simulacri di Santi e di reliquie, chè a Costantino Copronimo, figlio di Leone l’Isaurico, non bastava più la persecuzione delle imagini; egli osteggiava vivamente anche l’onoranza delle reliquie e il culto dei Santi.
Contrariamente agli editti di Bisanzio, l’arte or trovava in Roma novello alimento, e gli artisti con gratitudine dedicavano il loro ingegno al servizio della Chiesa che li proteggeva. Chi ragiona con calmo intelletto si dichiara senza dubbio dalla parte degli Iconoclasti di Bisanzio, che intendevano a purificare il culto della religione dello spirito, da tutto quello che vi si era introdotto di pagano; peraltro a più mite sentenza induce il pensiero che le arti sono pur sempre un bisogno dell’umanità. Presso i Greci antichi, del paro che presso i popoli cristiani, l’arte derivò dal culto dei templi e dalla religione. Per quanta repugnanza destino i subbietti ai quali l’arte s’ispirava in quei secoli barbarici del Cristianesimo, per quanto la sua forma appaia difettosa a noi che viviamo oggidì, tuttavolta essa ebbe altissimo valore per la cultura dei tempi suoi. Dalla rozza materialità della fede essa sollevò l’uomo alle spere dell’idea, ed eresse al di sopra di lui un regno del bello, in cui ogni tenebra si diradò e si ampliò nel senso arcano dei simboli; l’arte sola rimase conforto della immiserita gente umana, e, forma assisa sopra un raggio di luce, discese a temperare la notte della superstizione. La lotta dei Papi contro Bisanzio salvò l’arte nell’Occidente; e Italia, che serbò il politeismo insieme col culto delle imagini, ebbe tarda ma splendida scusa innanzi alla ragione offesa, allorchè diede al mondo le meraviglie del genio di Giotto, di Leonardo e di Raffaello[297]. Nel tempo in cui durava la persecuzione delle imagini, molti artisti orientali venivano in Italia e a Roma, dove erano certi che loro si preparavano accoglienze ospitali. Eglino forse contribuirono a diffondere in Italia la secchezza dello stile dogmatico della pittura bizantina, e forse, colla confermazione di tipi tradizionali, impedirono il più libero svolgimento dell’arte occidentale. Gli Storici però tacciono delle scuole di pittura fuggitive d’Oriente[298].
Con pari alacrità, dal Levante si trafugavano anche molte imagini di Santi per salvarle in Occidente. Può darsi che molti di quei quadri antichissimi, anneriti e rozzi, effigiati del Cristo o della Vergine, che oggi miransi allogati nelle chiese di Roma, quivi al tempo della persecuzione trovassero rifugio; nè è inverosimile che fra essi pur fosse quell’effigie del Cristo «non fatta di mano d’uomo», che si serba nella cappella _Sancta Sanctorum_. È più facile che qualche Bizantino fuggente la recasse con seco, di quello che il quadro, sfuggendo in Costantinopoli di mano allo sventurato vescovo Germano, venisse a Roma sull’ala dei venti; fatto sta che qui esso venne, come vennero molti altri bozzetti dell’apostolo Luca, che dicevansi dipinti dal pennello invisibile degli angeli.
Gregorio III erigeva alcune chiese ed alcuni oratorî. Nel san Pietro edificò una cappella, che fece tutta coprire di pitture[299]. Fondò il convento di san Crisogono nel Transtevere, ed alzò dalle fondamenta la chiesa diaconale di santa Maria in Aquiro nel campo di Marte[300]. Ed una gran parte delle mura di Aureliano, al riparo delle quali il suo predecessore aveva appena posto mano, fe’ restaurare, provvedendo al dispendio del lavoro col tesoro della Chiesa[301]. Anche Centumcella cinse di nuove mura, per temenza dei Saraceni che già avevano invaso la Sardegna, e per sospetto eziandio di uno sbarco dei Bizantini. Si scorge chiaro che nel Ducato romano egli la faceva da principe.
§ 4.
Leone l’Isaurico manda un’armata in Italia. — Apprende i beni della Chiesa romana. — Il Papa acquista Castel Gallese. — Conchiude alleanza con Spoleto e con Benevento. — Liutprando entra nel Ducato. — Gregorio III chiede aiuto a Carlo Martello. — Muoiono Gregorio III, Carlo Martello e Leone l’Isaurico nell’anno 741.
L’imperatore Leone non aveva rinunciato al suo disegno di punire Roma e le altre province ribelli. Nell’anno 733, egli spediva una flotta sotto il comando dell’ammiraglio Mane, ma nel mare Adriatico essa si sommergeva sventuratamente. Allora l’Imperatore apprendeva tutti i patrimonî che la Chiesa romana possedeva nelle Calabrie e nell’isola di Sicilia, e dai quali ricavava un reddito annuo di trentacinque mila pezzi d’oro[302]. Numerosi beni teneva la Chiesa in Sicilia, e san Pietro possedeva puranco molti latifondi in quel di Napoli, a Sorrento e a Miseno, a Capua e a Napoli, e persino nell’isola di Capri[303]. La perdita della Chiesa fu di grave rilevanza; essa però cercò di indennizzarsene in altre parti, e precisamente in quel tempo acquistò Castel Gallese nella Tuscia romana, di cui s’era impadronito il longobardo Duca di Spoleto e che or Trasimondo rendeva a Gregorio: il Libro dei Papi con singolarità di frase dice che egli congiunse Gallese alla Republica santa ed all’Esercito romano[304]. Quantunque il Pontefice di nuovo riunisse quella città al Ducato di Roma, che pur sempre apparteneva allo Stato (_Respublica_), tuttavolta egli volle assolutamente tenerla in conto di possedimento pertinente al territorio romano, ossia al più stretto circondario della Città. Quella ambigua espressione di _Sancta Respublica_ può applicarsi parimenti al Ducato, su cui il Papa incominciava a muovere pretesa come a patrimonio di san Pietro, ed al _Sacrum Romanum Imperium_. I Papi con grande accortezza lasciavano che le forme dell’Impero romano continuassero in vita; laonde l’accrescimento della loro signoria sopra di Roma è ravvolto nella mezza luce di un’astuta arte diplomatica. Eglino andavano debitori di quella podestà loro, alle condizioni di disordine tenebroso ond’era involta Italia, alla debolezza impotente di Bisanzio, ed all’arditezza e alla forza loro proprie. Liberarono Italia dal giogo dei Greci, e questa contrada riposero in alto luogo nella storia del mondo. Rialzarono la nazione latina dal suo decadimento, e Roma sede della Chiesa salvarono dalla sorte che divenisse città capitale dei Longobardi. L’incominciamento della podestà temporale del Papato s’associa al primo risorgimento nazionale d’Italia, e la storia di tutti i secoli successivi ci ammaestra che i Papi in Italia furono all’apogeo della potenza ogni qual volta alzarono il vessillo della nazione; debolissimi furono, quando lasciarono cadere a terra quella bandiera.
La cessione di Gallese fu conseguenza di un trattato segreto che s’era conchiuso tra Gregorio e il Duca di Spoleto. Trasimondo e Godescalco di Benevento cercavano loro prò nella confusione delle cose d’Italia, per rendersi independenti dal Re dei Longobardi: Gregorio dava loro mano, e gli eccitava a ribellione contro Liutprando di cui mirava a fiaccare la potenza. Come dunque il Re mosse contro Spoleto, Trasimondo, nell’anno 739, si ricoverò a Roma, dove cercò e ottenne la protezione del Papa. Liutprando entrò in Spoleto, e chiese che gli fosse consegnato il ribelle, ma il Papa e l’esercito romano, a capo di cui trovavasi l’ex-patrizio Stefano col grado di Duce di Roma, negarono di farlo. La menzione che si fa di questo Duce associato al Papa ed all’esercito romano, dimostra pertanto che in Roma anche allora trovavasi un officiale dell’Impero che teneva il reggimento del Ducato; e ci apprende inoltre che Gregorio operava d’accordo coll’Esarca di Ravenna[305]. Conseguenza del diniego si fu che Liutprando invadesse il Ducato; prese Amelia, Orta, Polimarzio e Bleda; lasciò soldatesche a presidio di queste città; indi, nell’Agosto 739, tornossene a Pavia: nè è vero che assediasse Roma, e meno ancora, come fu asserito, che mettesse a sacco il san Pietro. Ed allora il Pontefice concesse al bandito Trasimondo il soccorso dell’esercito romano affinchè le sue terre nuovamente conquistasse; ed infatti nel mese di Dicembre, il Duca ebbe ricuperato Spoleto.
Dopo che Trasimondo coll’aiuto dei Romani e dei Beneventani fu rientrato nei suoi dominî, egli rifiutò di servire più oltre ai disegni del Papa, e massime di dargli aiuto a riconquistare le quattro città. Liutprando nel frattempo s’apprestava a nuova spedizione di guerra contro Spoleto e contro Roma, per la qual cosa il Papa era minacciato di pericolo gravissimo. Comprendeva egli che l’alleanza italica e bizantina non bastava a proteggerlo dalla giusta vendetta del Re Longobardo, e perciò si volgeva a Carlo Martello, che allora era il più potente uomo di tutto Occidente. L’illustre figliuolo di Pipino d’Eristallo, l’eroe di Poitiers, dal cui campo sanguinoso di battaglia egli aveva per sempre liberato dai Saraceni le terre dei Franchi, era il vero reggitore di quel regno, quantunque avesse apparenza di ministro del Re fantoccio. Già da gran tempo i Papi avevano intento loro sguardi ai Franchi; ancor nell’anno 726, l’antecessore di Gregorio III aveva chiesto soccorso a Carlo Martello[306], ed ora Gregorio ne seguiva l’esempio. Ci rimangono due delle lettere che il Papa indirizzava al Principe franco[307]. Nella prima ei si lagna che Carlo non lo ajuti, che porga ascolto a false rimostranze di Liutprando o di Ildebrando nipote di lui, e che tolleri i movimenti ostili dei Longobardi, i quali con ischerno andavano vociando: «Venga pur Carlo, cui rifuggiste; ben venga coi suoi eserciti franchi; e, se valgono, vi salvino dalle nostre mani.» Di tal guisa si accenna a supplicazioni che ancor prima aveva fatto il Pontefice, ed a qualche messaggio di Liutprando. La prima lettera di Gregorio, che andò perduta, dev’essere stata scritta precisamente nel tempo in cui il Re moveva guerra a cagione della lega coi ribelli di Spoleto e di Benevento; e le due lettere che si conservano, appartengono all’anno 739 oppure al 740, prima cioè che Liutprando prendesse le quattro città onde dicemmo, avvegnachè della loro conquista quelle lettere non facciano motto. Certo è che il Papa avrebbe alzato un gran gridio della perdita loro, laddove adesso non lamentava che la devastazione dei beni della Chiesa nel territorio di Ravenna, e il saccheggio del Ducato romano[308].
«Oh qual dolore sconsolato», sclama Gregorio nella prima lettera, «ci accora a cosiffatte accuse, dacchè sì illustri figli non ardiscono di soccorrere alla loro madre spirituale, alla Chiesa santa e al popolo che le appartiene[309]! Il principe degli Apostoli, colla potenza che Iddio gli concede, ben potrebbe, o diletto figlio, difendere da sè stesso la sua casa e il popolo suo, ma ei vuol mettere a prova il cuore dei suoi fedeli. Non prestare fede alle arti e alle suggestioni di quei Re, perocchè sia falso tutto quello che ti scrivono. Danno a pretesto che i Duchi di Spoleto e di Benevento sono ribelli, ma è menzogna: li perseguitano non per altro motivo fuor di questo, che nell’anno decorso eglino non vollero muovere in danno nostro, nè si indussero a devastare le proprietà del santo Apostolo e a derubare il popolo suo; avvegnaddio quei Duchi dicessero: noi non pugniamo contro la Chiesa di Dio e contro il popolo che le appartiene; siam legati ad esso con un patto, e dalla Chiesa ricevemmo fede giurata. I Duchi sono presti ad obbedire secondo il costume antico ai Re, ma questi usano contro di essi persecuzione per cacciarli, per porre in loro vece dei Duci nella violenza maestri, per opprimere ogni dì più la Chiesa, per mettere a ruba la proprietà del principe degli Apostoli, e per condurre in cattività il popolo suo.»
Così scriveva il Papa per dare sembianze oneste alla sua alleanza coi ribelli, chè il fatto negare non poteva. Già appellava Roma e il Ducato col nome di popolo «pertinente» a san Pietro; di tal guisa, audacemente scaltro, introduceva nel linguaggio del diritto quel concetto nuovo. Pregava Carlo Martello di mandare un suo legato in Italia, affinchè delle necessità della Chiesa si convincesse; e lo supplicava che all’amore del principe degli Apostoli non preferisse l’amicizia del Re longobardo, ma imprendesse a difendere Roma. In pari tempo, per mezzo di Anchardo, latore della lettera, spedivagli il donativo pregevole onde da lungo tempo solevansi presentare i Principi cattolici, e che ora aveva significazione il doppio più importante; mandavagli cioè delle chiavi d’oro della tomba dell’Apostolo, a simboleggiare che di quel sacrario voleva farlo custode[310]. Carlo Martello però non volle mischiarsi nelle cose di Italia, che era impresa rischiosa; e ciò anche per un senso di devozione al Re longobardo, cui legavanlo rapporti di personale amicizia; ed invero Liutprando non soltanto aveva fatto accoglienze paterne in Pavia al giovane Pipino, ma nell’anno 739 lo aveva ajutato a cacciare i Saraceni dalle Gallie meridionali.
Una seconda lettera inviava il Papa a Carlo Martello, ma indarno anche stavolta. Nè più nè meno di ciò contenevano quelle lettere di Gregorio III, soli documenti autentici di quelle pratiche del Papa, che più tardi dovevano recare conseguenze gravi sì, che occhio a mala pena poteva scernere. Vi si chiedeva solamente che il Principe franco prendesse a difendere la Chiesa di Roma contro Liutprando[311]; nè vi era fatto cenno di alcun dritto fuor dell’ordine comune, che il Papa venisse offerendogli sopra di Roma. Tuttavolta si affermò che Gregorio III avesse proposto di dare a Carlo Martello podestà efficace su Roma col titolo di Patrizio o di Console dei Romani; e questa opinione si raccomandò soltanto alla fede di un Cronista, che racconta, qualmente Gregorio, nell’anno 741, mandasse una seconda ambasceria a Carlo colle chiavi della tomba, colle catene di Pietro e con donativi cospicui, e che gli offerisse il consolato romano, cioè a dire, la assoluta giurisdizione su Roma; avvegnacchè egli non volesse più prestar ossequio all’Imperatore[312]. Sennonchè una sì grave determinazione di cedere il patronato e l’autorità temporale su Roma ad un Franco, che sebbene possente e celebrato, non era dappiù che il ministro del suo Re, non è a reputarsi conforme all’arte politica di Gregorio, nè all’indole di quel suo tempo. Non sappiamo che cosa rispondesse Carlo Martello al Pontefice; dubbio non v’è che per mezzo di suoi legati ricambiasse l’ambasceria di lui, e si protestasse disposto a intraprendere officî di paciere fra Liutprando e Roma. Per altro il Re longobardo proseguiva nel suo cammino contro di Spoleto e di Roma. In quello, passava di vita Gregorio III, addì 27 di Novembre dell’anno 741. Poco prima di lui, nel dì 22 di Ottobre, era morto Carlo Martello, e ai 18 di Giugno aveva finito di vivere Leone l’Isaurico: così la morte aveva rapidamente spazzato via un dopo l’altro i tre uomini maggiori di quell’età.