Chapter 11 of 17 · 986 words · ~5 min read

parte di

penne mercenarie che non hanno forza alcuna sui cuori e sulle coscienze; una confederazione d’interessati, ai quali non rimane più un solo grande principio, dietro a cui nascondere la difesa dei propri interessi; e serrata intorno a loro, una moltitudine d’infingardi e di abbrutiti incapaci di difenderli, e, mescolati a questa moltitudine, gran numero di astuti che covano già in cuore il tradimento. La prova che, sentendosi deboli, sono sgomenti, è che non han nemmeno l’elementare prudenza di difendersi con delle concessioni ragionevoli e di fare il loro festino con un po’ di modestia: negano più avaramente che per il passato e fanno un carnevale provocatore. A loro conviene veramente quella similitudine di Louis Blanc che paragona la società del suo tempo a Luigi XI nei suoi ultimi giorni, quando si sforzava di sorridere, di dissimulare il suo pallore, di non vacillare camminando, e diceva al suo medico: — Ma guardate! io non sono mai stato così bene. — Così la società d’oggi, dice egli, si sento morire e nega la sua decadenza. Circondandosi di tutte le menzogne della sua ricchezza, di tutte le pompe vane d’una potenza che svanisce, essa afferma puerilmente la sua forza e, nell’eccesso medesimo del suo turbamento, si vanta. I privilegiati della civiltà moderna somigliano a quel fanciullo spartano che sorrideva, tenendo nascosta sotto la veste la serpe che gli rodeva le viscere. Essi pure mostrano un viso ridente, e si sforzano d’esser felici; ma l’inquietudine sta nel cuore e li rode. — Ma già neppure più sorridono: gridano il socialismo barbarie, chiamano i socialisti malfattori, bestemmiano la libertà, si raccomandano a quel Dio in cui non credono. La malattia volge al suo termine quando incomincia il delirio.

Ecco la verità consolante.

Ed ora ti saluto, giovine compagno, e ti esorto a procedere serenamente e nobilmente sulla via.... del domicilio coatto.

Obiezioni al socialismo.

Molti avversari dichiarati del socialismo sono fautori di una tassa fortemente progressiva, qual’è nel «programma socialista minimo», e presagiscono che questa tassa, fra cinquant’anni, sarà in vigore in tutti gli Stati civili; oppure propugnano la necessità d’un’imposta proporzionale sulle successioni, diretta a vantaggio esclusivo delle classi lavoratrici, la quale costituisca una specie di diritto successorio per tutti coloro che non hanno alcuna successione da attendere, rendendo obbligatorio per tutti i ricchi quello che ora non è che spontaneo atto di carità di qualcuno.

Altri dicono, come il Richet: — Non crediamo nel socialismo; ma prevediamo che, per effetto della progressiva inevitabile diminuzione del valore del capitale (prodotta da un complesso di cause che dimostriamo), sarà un giorno quasi soppresso il capitalista; poichè per avere una rendita corrispondente al guadagno accresciuto del lavoratore, occorrerà un capitale così ingente, che saranno un’eccezione minima quelli che potranno vivere senza lavorare.

Dicono altri come il Secrétan: — Noi non siamo socialisti; ma pensiamo che le associazioni operaie si svolgeranno fino a un punto in cui coordinandosi tutte in una vasta associazione nazionale, si troveranno in grado di riscattare dai capitalisti tutti quanti i mezzi di produzione e di attuare un sistema che ripartirà più largamente e più equamente fra tutti i suoi lavoratori la somma delle ricchezze sociali.

Dicono molti altri come il Nitti: — Noi non abbiam fede nell’Idea socialista; ma siamo persuasi che, allargandosi e perfezionandosi l’organizzazione e l’educazione delle classi operaie, diventando anche più meccanica l’industria, partecipando direttamente al potere come è giusto e necessario il popolo lavoratore, la funzione della borghesia sarà ridotta col tempo presso che a nulla.

Altri molti, del socialismo nemici inconciliabili, come lo Spencer, ammettono come cosa possibile che il tipo sociale industriale «forse con lo svilupparsi delle cooperative, le quali cancellano, teoricamente, la distinzione fra lavoratore e padrone» abbia a produrre in avvenire un ordinamento politico ed economico, in cui non esistano più interessi opposti di classe.

Molti altri, come il Sonnino nel suo libro sulla Sicilia, dicono: — Noi neghiamo la lotta di classe (e si sottintende); ma riconosciamo che le nostre istituzioni libere sono ordinate in modo da perpetuare e peggiorare uno stato di cose disumano ed iniquo, che esse non son che armi messe nelle mani d’una classe perchè possa seguitare a vivere e a godere a spese delle altre, e che bisogna fare in modo che questo cessi, ossia «che l’aumento della ricchezza vada a benefizio delle condizioni generali del lavoratore, invece di andar tutto quanto, sotto forma di rendita fondiaria, nelle tasche dei proprietari».

Noi non siamo socialisti, dicono altri, come Pietro Ellero; ma vogliamo che il lavoro abbia una legislazione propria che lo sciolga dai ceppi servili, in cui lo lasciò il diritto romano e che i lavoratori abbiano un’assoluta libertà «d’associazione, di concerti e di lotta»; vogliamo delle istituzioni che facilitino loro in tutti i modi «il fido e il procacciamento degli strumenti e della materia e l’avviamento alla consecuzione del capitale».

Dicono altri, come il cardinale Manning: — Noi non accettiamo il socialismo; ma vogliamo l’intervento diuturno dello Stato nelle relazioni fra capitale e lavoro, vogliamo del lavoro l’ordinamento internazionale e la fissazione delle ore e d’un salario minimo; non vogliamo che continui l’accumulamento delle ricchezze a profitto unico di certe classi e di certi individui «perchè è cosa ingiusta e immorale, che conduce allo sfacelo del consorzio civile».

Dicono altri, come i conservatori dello stampo del Meyer di Germania: — Crediamo noi pure un’utopia il socialismo; ma vogliamo tassati fortemente tutti i profitti dell’industria e della banca, limitato l’interesse a ogni capitale non messo in valore dal suo proprietario, obbligati dallo Stato gli industriali a costrurre case per gli operai, e migliorare le condizioni di questi in tutte le forme, e per forza di legge.

Altri, difensori del principio di proprietà sotto ogni altra forma, propugnano come molti in Inghilterra, la nazionalizzazione del suolo, e dicono come James Mill: — Noi non siamo pel socialismo; ma vogliamo vôlto a profitto dello Stato, per mezzo dell’imposta, quel plus-valore della terra o almeno una gran