Chapter 15 of 17 · 10142 words · ~51 min read

parte di

noi al livello di questa; onde temiamo quel mutamento.... S’aggiunga che noi temiamo di perdere il diritto, che, per un’esagerazione egoistica, di amor paterno, ci siamo creati, ma della cui giustizia non siamo veramente persuasi, di tramandare ai nostri figli l’agiatezza che abbiamo acquistata, col nostro lavoro: ossia la facoltà di vivere senza lavorare, di godere dei beni da noi non guadagnati, senza quella ingiustificazione che li fa nostri nella nostra coscienza. E non basta: noi ci siamo fatto un mondo a parte, in cui si può goder la stima o l’apparenza del rispetto di tutti anche non facendo nulla, o smettendo di lavorare, per vivere a spese pubbliche, venti anni prima di non esser più abili al lavoro, o esercitando l’ingegno in frivolezze o sciupando insensatamente il proprio avere: un mondo in cui si può acquistar simpatia e considerazione sfoggiando un’istruzione superficiale e in gran parte inutile, usando certi modi convenzionali, parlando un certo linguaggio di cerimonia e vivendo secondo certe regole di decoro da noi stabilite: tutti vantaggi e privilegi che svanirebbero affatto in una società in cui il valore degli uomini si misurasse alla sola stregua della loro opera di lavoratori. Noi temiamo, infine, la perdita del lusso, che dà in parte le compiacenze della gloria, e che è una specie di gioia comprata; la facilità di acquistar nome di benefici e di esser lodati e benedetti dando alla povertà la centesima parte del nostro superfluo, la soddisfazione di andar distinti dalla moltitudine per mezzo di titoli e di segni onorifici di agevole acquisto, che sono per la nostra classe ciò che i gioielli e i fiori di cui s’orna la donna davanti allo specchio, ed altri infiniti godimenti e diletti raffinati, non possibili che a chi ha denaro e tempo da gettar via; nei quali diciamo che consiste l’essenza della civiltà, mentre non son che i segni della sua vanità e della sua corruzione.

Queste sono le ragioni vere, per le quali aborriamo tutti, quasi istintivamente, da quella qualsiasi eguaglianza che il socialismo annunzia, e perchè queste ragioni ci vergogniamo di dirle, ne alleghiamo dell’altre, a cui neppure noi diamo fede, come quelle della «società convertita in caserma» e della «terra distribuita a pezzi fra tutti» e delle «anime ridotte tutte a uno stampo», per dirla con l’autore delle «Vergini delle rocce»; la quale ultima è il più sciocco, il più vieto e il più compassionevole sproposito che si possa lanciare contro il socialismo.

A tutte le accennate ragioni d’avversione alle nostre idee se ne aggiunge negli scrittori una particolare, ed è un segreto risentimento che essi nutrono contro le moltitudini incolte, le quali non comprendono l’opera loro ed anche ignorano in gran parte la loro fama. Ma chi ha mente e cuor vero d’artista non dovrebbe esser capace di questo risentimento ingiusto, che ha radice in un orgoglio meschino; dovrebbe anzi in quel fatto che può addolorarlo, ma non offenderlo, riconoscere un argomento in favore dell’idea socialista, la quale portando con sè un più alto grado d’istruzione popolare, innalzando la folla a uno stato di vita più intellettuale, promette agli scrittori e agli artisti un ben altro campo di gloria da quello che oggi è loro concesso. Come non pensano essi che cosa sarebbe la loro potenza quando il raggio del loro pensiero, non più intercettato dal baluardo d’ignoranza che divide ora la società in una piccola minoranza civile e in una grandissima maggioranza semi-barbara, penetrasse a traverso a tutti gli strati sociali, recando la sua luce e il calore dalle capanne della montagna ai sotterranei della mina, dappertutto dove c’è un cuore che palpita e una fronte che suda? Come l’anima loro non s’infiamma di speranza e di entusiasmo a questa idea? E come non presentono che questo dev’essere e che sarà certamente, se la ragione umana non si spegne?

Sì, questo sarà. La parola dello scrittore di genio che ora corre come un rigagnolo, serpeggiante in un vasto letto arido dove pochi passanti ne raccolgono il mormorio e ne godono il refrigerio, sarà nella società avvenire un fiume dalla voce enorme, chiamerà a dissetarsi sulle sue vaste sponde e ad attingere acque fecondatrici un popolo intero. E il piccolo plauso teatrale che dà agli scrittori d’oggi il coro angusto dei privilegiati della cultura, parrà ai grandi scrittori d’allora una ben misera cosa appetto alla suprema dolcezza di sentir mormorare il proprio nome in suono di gratitudine dall’onda immensa del popolo che lavora.

E molti di essi diranno in quel tempo: — Non ci ricordate la «disuguaglianza» della società passata, che inceppava l’ingegno e strozzava la gloria: «quella sola parola c’irrita».

Filippo Turati al Tribunale di Guerra.

Giungeva il carrozzone del cellulare, un gran cassone chiuso e tetro come un feretro. Mi parve di vedere, attraverso le pareti, gli imputati — Turati, De Andreis, Morgari — coi ferri ai polsi e mi gonfiò il cuore.

— Oh, no! — pensai — lì dentro non c’è un delitto, ma una idea!

E mi consolai al pensiero che l’idea nazionale aveva patito per cinquant’anni la stessa sorte. Un minuto dopo giunse a piedi un gruppo di ufficiali di varie armi, in alta tenuta, con la fuciacca azzurra a bandoliera, muti e gravi, visibilmente compresi della terribile responsabilità che stavano per assumere. Entrai fra loro....

Giunse poco dopo, sola, la madre di Turati, che da tre mesi conduceva una vita di mortale angoscia. Ha il volto pallido, interroga tutte le faccie con attento sguardo e inquieto, e parla con voce tremante. La maggior inquietudine sua è per la salute del figlio, che teme non possa reggere al regime della prigione....

Un ricordo assai lontano mi tornò alla memoria nell’udir parlare la povera signora. Trentasei anni or sono suo marito era prefetto di Cuneo, dove mio padre era impiegato; veniva qualche volta da noi un bimbo di quattro anni, la cui giacchetta corta, di color nocciuola, mi è rimasta impressa nella memoria. Quel bimbo era Filippo, il futuro direttore della «Critica sociale» e deputato per Milano predestinato al Tribunale di guerra....

..... Venne il mio turno. L’ufficiale difensore pregò il Presidente d’interrogarmi se credevo possibile che Turati fosse stato preparatore o istigatore o complice in alcun modo ai tumulti! La risposta era facile. Io conoscevo tutti gli scritti e i discorsi suoi dai quali emerge lucidissimo questo convincimento, che è assurdo condurre a fine una rivoluzione economica con la violenza; che può prepararsi solo con l’educazione intellettuale, morale e civile delle moltitudini, con una trasformazione profonda della coscienza pubblica, con una lenta e progressiva organizzazione delle classi lavoratrici; che i predicatori della rivolta, specialmente nel nostro paese, meno maturato d’ogni altro a qualsiasi improvvisa e radicale trasformazione sociale, sono i più pericolosi nemici del socialismo.

Turati non s’era mai sviato da queste idee. Era violento nella forma, ma per temperamento di scrittore, non con propositi di propagandista. Comunque non era mai stato un propagandista da esercitare immediata influenza su le masse, per la sua forma troppo letteraria, pel ragionamento troppo fine....

.... Il presidente mi rilasciò in libertà. Gli domandai il permesso di salutare gli accusati. Me lo concesse. Mi avvicinai al banco e strinsi le tre mani che cercavano la mia, dicendo: A rivederci!

Ma la mia mano tremò nello stringere quella di Turati: un triste presentimento mi passò pel cuore: quello di non rivederlo più!

*

La mia deposizione nel processo a Filippo Turati.

Ho letto tutti gli scritti di Filippo Turati. L’opera del sul ingegno acutissimo, sostenuto da una salda coltura scientifica ed armato d’una dialettica potente, concorse in gran parte a farmi accettare la dottrina ed abbracciare la causa del socialismo. Non parlai con lui che poche volte. — Fra le prime parole di lui, che mi rimasero più impresse, ricordo le seguenti, ch’erano in un articolo ch’egli diresse alla classe lavoratrice per distoglierla da ogni tentativo di ribellione violenta.

— «E se anche vinceste, sareste capace di cogliere i frutti della vittoria? Vi trovereste ora in grado di mandare avanti le industrie e le amministrazioni, di sostituire la borghesia nella funzione sociale che essa compie attualmente?»

In tutti i suoi scritti letti dappoi lo trovai sempre coerente a quel concetto. Non conosco altro scrittore socialista in cui mi sia sempre parsa così profonda, così lucida come in lui la convinzione dell’assoluta inefficacia d’un’azione improvvisa e violenta a compiere una rivoluzione economica; nessuno più profondamente persuaso della impossibilità di trasformare l’organismo sociale senza una previa, graduale, lenta trasformazione delle idee e delle istituzioni presenti; nessuno che abbia più spesso e più evidentemente dimostrato la lunghezza e la difficoltà del cammino che resta a percorrere al proletariato italiano sulla via dell’educazione morale e civile dell’organizzazione delle proprie forze e dell’esercizio dei propri diritti politici per giungere all’attuazione dell’idea socialista.

Nei suoi scritti lo trovai violento spesso, anzi quasi sempre, contro avversari, contro idee, contro sistemi; non violento per ciò che riguarda i mezzi e i modi di lotta che il partito socialista dovesse seguire per raggiungere i suoi fini.

Se qualche volta egli fosse uscito dalla retta via, io mi sarei valso dell’autorità che mi dava su lui l’età maggiore per richiamarlo su quella via.

Se avessi una volta sospettato che fosse intento occulto del partito socialista, del quale riconoscevo in lui il più autorevole interprete, l’azione violenta — persuaso com’ero, e come sono, dell’insensatezza di un tale intento — non avrei esitato un’ora a ritirarmi dal partito pubblicamente, e sarebbe stato Turati il primo a cui ne avrei dato l’annuncio.

Se, d’altra parte, avesse avuto un tale intento il Turati, logicamente gli sarebbero dovuti parere discordanti dal suo modo di sentire e di pensare, troppo pacifici, troppo miti gli scritti e i discorsi miei; egli non mi diede mai su questi, invece, che le più benevole, le più esplicite approvazioni.

E un’altra prova per me evidentissima ch’egli non intese mai ad eccitare le passioni della moltitudine, a muovere il popolo alla rivolta, è questa: che adoperò sempre nei suoi scritti un linguaggio letterario e scientifico condensato e sottile, pieno di citazioni, di finezze e di sottintesi artistici, assolutamente superiore alla intelligenza media dei lettori della classe operaia.

Ero tanto persuaso, tanto certo ch’egli non avesse provocato in nessun modo i tumulti di Milano, che quando ne intesi la prima notizia domandai subito a me stesso: — Come mai Turati non è riuscito a impedirli? — E senza saper altro non dubitai un momento che per impedirli egli non avesse fatto ogni sforzo possibile, come seppi in seguito che veramente fece.

E subito e poi, a chiunque mi domandò se credevo ch’egli avesse in qualsiasi maniera, o apertamente o di nascosto, preparato o contribuito a preparare o non cercato di scongiurare o anche soltanto approvato o desiderato quello che avvenne, una sola risposta diedi sempre, immediata, sicura, risoluta come un grido del cuore e della coscienza: — Lui! Turati!... Ah! è impossibile, è assurdo! Ne son certo come della mia esistenza.

Un Comitato elettorale.

Quattro anni fa, una sera d’autunno, andai per la prima volta a portare il mio obolo al Comitato Elettorale Socialista, che era in una delle più povere case d’una delle più vecchie strade di Torino. Attraversai due cortili oscuri, salii quasi a tentoni per una scaletta da campanile, ed entrai in una stanza bassa e nuda, mal rischiarata da un piccolo lume a petrolio, posto sopra a un tavolino senza vernice, intorno al quale stavano seduti tre operai che scrivevano. Non credo che alcun Comitato elettorale democratico abbia mai avuto un ricetto più conforme all’austerità dei suoi principii.

V’era in un angolo, sopra una cassetta, un poligrafo di prezzo minimo; in mezzo a una parete un foglio di carta, appeso ad un chiodo, con su il motto di Garibaldi: IL SOCIALISMO È IL SOLE DELL’AVVENIRE, scritto a mano; pacchi di circolari ammucchiati sull’ammattonato; nessun mobile, fuorchè il tavolino e due panche; le pareti chiazzate d’umido, le finestre coi vetri rotti, uno squallore di carcere.

— Povero Comitato Socialista — dissi fra me — e che potrai fare qui dentro?

E pensando agli altri Comitati che si davano moto in quei giorni, ai grandi uffici di giornali, ai salotti politicanti, alle belle sale d’Alberghi e di Circoli dove si preparano le altre candidature, e alle centinaia di servitori e alle migliaia di lire e agli innumerevoli mezzi di coazione e di corruzione di cui gli altri partiti potevano servirsi e si servivano, per comperar coscienze ed estorcere voti, e paragonando quella potenza lontana alla miseria presente, confesso che fui preso da un sentimento di pietà e di tristezza misto a quell’accoramento amaro che ci dà l’umiliazione di una persona amata. E una sfiducia improvvisa — faccio anche questa confessione poco onorevole — mi vinse.

Mi appoggiai a una parete e stetti pensando.

Intanto altri entravano. Entrando buttavano sul pavimento i fiammiferi che avevano accesi per rischiarare la scala. Erano operai che venivano dalle officine coi capelli arruffati e le mani nere, studenti, impiegati, maestri; uomini maturi e giovinetti; qualcuno coi capelli bianchi. Entravano a coppie, a gruppi, a uno a uno, in silenzio. Alcuni parevano stanchi, altri sopra pensiero. Ma appena entrati, e stretta la mano agli amici, mutavano viso. Poi s’avvicinavano al tavolino, e ciascuno dava il suo obolo, in logori biglietti d’una lira o cinquanta centesimi, o in soldi, che contavano sulla mano. Davano gli uni la bottiglia di vino di cui avevano bisogno, gli altri la provvista di tabacco d’una settimana, chi la serata al teatro che desiderava, chi la scampagnata domenicale che vagheggiava da un mese. — E perchè? pensavo, guardandoli. Ne conoscevo una buona parte e avevo ragionato con loro. Nessuno sperava una vittoria, e neppur una dimostrazione elettorale notevole. Nessuno anche confidando in avvenimenti straordinariamente favorevoli e in una diffusione meravigliosamente rapida dell’Idea socialista, sperava in un miglioramento qualsiasi del proprio stato; molti, da un mutamento prossimo dello stato sociale avevan piuttosto a temere danni che a sperare vantaggi; ed io sapevo che lo sapevano. E nondimeno davano il loro danaro con la compiacenza manifesta di chi compie un dovere di cui è profondamente persuaso. Sul viso di tutta quella gente traspariva la coscienza ferma e tranquilla di servire una causa, di esser sulla via della verità, di volere il bene di tutti e di aver per sè l’avvenire. Si poteva esser certi che non vi era fra di loro un’ambizione nascosta, una coscienza comprata, una volontà costretta, un sentimento malfido. Vedevo giovani studenti che chiamavano per nome operai cinquantenni, mani bianche che stringevano mani nere, crocchi di persone d’ogni classe fra cui appariva un accordo di sentimenti e una maniera di familiarità, che non avevo visto mai in alcun tempo e in alcun paese. Mi pareva di veder gli elementi della nostra società disciolta che si cercassero e si unissero in una forma di società nuova, animata da un nuovo concetto della vita e del mondo, retta da nuove ragioni di stima e d’affetto reciproco e da leggi nuove di rispetto e di gentilezza, più sapientemente civili, più sinceramente cristiane di quelle che vedevo seguite in ogni altro convegno o commercio di cittadini di diverso stato. Quell’adunanza era per me ad un tempo una realtà e una visione che appagavano un confuso, istintivo, ardentissimo desiderio di tutta la mia vita.

E a questi pensieri, improvvisamente, come una fiamma sotto un soffio, la mia fiducia si ravvivò. — Ah! se anche credessi che siete tutti illusi — pensai — io v’amerei e v’ammirerei egualmente, o bravi giovani, o rudi lavoratori, o poveri vecchi che non avete altro impulso all’opera e al sacrificio che la speranza d’un bene di cui non godrete, e che sopportando le durezze della vita e soffocando le ire provocate e sfidando le persecuzioni pubbliche e sagrificando la pace domestica, fondate la vostra speranza sul diritto del voto, conquistato col sangue dei vostri padri, ossia sulla libertà, sulla ragione, sul presentimento del trionfo necessario della verità e della giustizia. Ma no, voi non siete illusi, poichè la verità non può essere dalla parte dell’ambizione, del mercimonio e dell’egoismo; la verità è nella vostra coscienza libera e serena, è nella santità del vostro ideale, è in quest’affratellamento generoso che condanna e corregge le ingiustizie della fortuna, è in questa fede invitta che dà ai giovani una maturità precoce, e ringiovanisce i maturi, e consola i vecchi, e nobilita tutti. E ogni propaganda d’ogni grande idea, predestinata a mutare il mondo, è cominciata, come questa, in luoghi oscuri, fra pareti nude, in mezzo a gente sprovveduta di tutto, e odiata, e calunniata, e derisa, mentre i difensori del passato, armati e ricchi d’ogni cosa, si festeggiano a vicenda — in sale splendide e risonanti del plauso dei parassiti — sicuri del presente e dell’avvenire.

E tutt’a un tratto — con mio stupore — non perchè mancasse un legame tra il pensiero e l’immagine, ma per la subitaneità dell’apparizione — mi rividi dinanzi la statua di Ledru-Rollin, veduta anni addietro a Parigi, eretta in atteggiamento profetico, con la mano stesa sull’urna, come dicendo: Qui è la salute.

E allora, precorrendo il tempo con l’immaginazione, vidi quella povera stanza dilatarsi, e aprirsi altre sale lontane l’una dopo l’altra, in tutti i quartieri cittadini, tutte rigurgitanti d’una folla simile a quella che avevo dinanzi; e tutte quelle folle, agitate e ardenti, salutare con evviva frenetici gli annunzi delle grandi vittorie elettorali, giungenti l’un sull’altro dai vari quartieri, e da tutte le piccole e grandi città d’Italia; e, tra gli evviva, le mani bianche cercar le mani nere, e abbracciarsi i giovani e i vecchi, e scambiarsi il bacio dei fratelli i figli di coloro che oggi si minacciano e si odiano....

Troncai il soliloquio, ed entrai nella folla dei miei compagni con uno slancio d’allegrezza e d’affetto, che non m’aveva mai data nessuna amicizia del passato.

Lavoratori, alle urne!

I nostri compagni del Comitato elettorale, che m’invitarono a parlarvi, determinarono il soggetto del discorso con queste parole: — Eccitare i ferrovieri, e specialmente gli operai, a prender parte attiva alla lotta per le elezioni amministrative; dimostrar loro che essi hanno interesse a mandare nel Consiglio comunale dei rappresentanti della classe lavoratrice a cui appartengono.

La cosa mi parve superflua. — Ma come — pensai — vi sono ancora dei lavoratori non persuasi di questa verità, della quale sono compresi, in fondo all’animo, anche molti di coloro che stimerebbero un’imprudenza di proclamarla? E subito mi si affacciò alla mente che il primo, il più efficace mezzo di persuadere gli ostili e di scuotere gl’indifferenti, sarebbe stato di riferir loro quello che io mi intendo dire ogni giorno da chi combatte le nostre idee utopistiche di progresso, di redenzione, di missione politica ed economica delle classi lavoratrici.

Queste idee — mi dicono — sono in voi, borghesi traviati e allucinati, non nei vostri adulati lavoratori; e non sono che in una infima minoranza di essi, a cui avete attaccato la vostra infermità cerebrale. Come potete parlare sul serio delle loro aspirazioni e dei loro propositi, quando non ve n’ha cinque su dieci che concordino in un’idea, quando la parte maggiore non si dà pensiero alcuno delle lotte a cui la chiamate con tanta insistenza, quando non hanno dato ancora, qui specialmente, nessuna seria manifestazione di solidarietà, di armonia, d’unità d’intenti, quando hanno anzi provato in mille modi che la classe lavoratrice, come ente collettivo, non esiste ancora? Voi dite che le classi dirigenti, che la borghesia è debole perchè è lacerata dai partiti, scossa da mille contrasti di interessi, divisa in dieci fedi diverse, e che per questo non opporrà una lunga resistenza al movimento progressivo delle classi inferiori. Ma queste son più divise e più deboli di noi! Noi davanti a un pericolo, nel nostro interesse comune, ci uniremo in un sol fascio, e voi lo capite, e lo preannunziate. Essi, nel loro interesse comune, non si uniscono. Che c’importa che siano il numero, se, non essendo nè concordi nè attivi, non sono la forza, senza di cui non vale il diritto? Che c’importa che la scheda elettorale possa essere, come voi dite, lo strumento della loro emancipazione, se essi o non se ne servono, o l’adoperano contro sè stessi, o la mettono al servizio d’ogni richiedente? Non uniti nell’esercizio dei mezzi e legali e pacifici, non lo saranno mai neppure, non lo potranno mai essere nell’uso dei mezzi violenti. Noi possiamo dunque riposare tranquilli e ripetere cento volte a chi ci parla d’un esercito di lavoratori, che l’esercito non esiste, che non ci sono che caporali e pattuglie disperse, e la gran moltitudine si ride della vostra conquista dei poteri, e che voi sognate a occhi aperti.

*

A voi tocca di smentire col fatto quelle asserzioni. Io mi ingegnerò di persuadervi a smentire. E notate, non avrei bisogno di parlarvi come socialista. L’interesse che hanno i lavoratori a organizzarsi, a concertarsi per mandare alle amministrazioni comunali e nei parlamenti dei loro compagni esiste, secondo me, anche fuori della ragione del socialismo. Non c’è bisogno di creder possibile o necessario nell’avvenire un determinato ordinamento sociale per comprendere quell’interesse. Basta desiderare dei miglioramenti nella vostra condizione, come tutti desiderate; basta capire che, siccome nessun miglioramento importante nello stato delle classi inferiori può avvenire senza sacrifici gravi nelle classi sovrastanti, e poichè sui sacrifici spontanei, essendo qual’è la natura umana, è illogico il fare assegnamento, così quei miglioramenti bisogna conquistarli; e che nessuna conquista si fa da una classe sociale senza lotta, e nessuna lotta si vince senza forza, e la forza non si consegue senza l’accordo della classe. Ora quest’accordo è possibile, è ragionevole, si deve compiere anche tra i lavoratori che non siano d’una sola idea e d’un sol sentimento riguardo al socialismo. Non si deve forse, prima di giungere a questo, passare per una serie di riforme e di conquiste minori che tutti vogliono ugualmente? Ma io dico questo a voi! Ma se son molti i borghesi stessi persuasi di questa verità.

Ve n’ha molti, ostili al socialismo, che credono inattuabile, ma che pure, essendo onesti, vedon con occhio favorevole e affrettano col desiderio il movimento d’organizzazione delle classi lavoratrici, anche sotto la bandiera socialista, come il solo mezzo che rimanga di pervenire a riforme radicali a vantaggio loro, senza le quali credono anch’essi inevitabili degli sconvolgimenti funesti alla società. E fanno questo ragionamento che non manca di logica: — O hanno ragione i socialisti, i quali affermano, non già di voler rifare il mondo sopra un disegno della loro fantasia, ma di sollecitare soltanto una trasformazione a cui la società è condotta irresistibilmente dalla forza stessa delle leggi vitali che la reggono, — e se questo è vero, se la trasformazione è inevitabile, non solo è inutile d’intralciare, ma è logico assecondare il movimento. — O se è vero l’opposto, ossia che questa trasformazione non è necessaria, e la società non avverrà pel solo fatto che i socialisti la vogliono, una forza invincibile vi si opporrà, contro cui tutti i loro conati si spezzeranno come contro una legge di natura; e in questo caso non c’è nulla a temere, e si ha da assecondare egualmente un movimento il quale, senza arrivare alla mèta che si propone e da cui noi rifuggiamo, produrrà pure dei vantaggi grandissimi, non conseguibili per altra via. Vorrete voi essere meno arditi di questi prudenti conservatori?

*

Veniamo ora al vivo dell’argomento.

Non vi pare un’anomalia singolarissima che nei Consigli comunali di città dalle centinaia di migliaia d’abitanti, in Consigli dove si trattano interessi di tutte le classi sociali, tutte le classi siano personalmente rappresentate, tutte, fuorchè la più numerosa, che è anche quella che ha maggior bisogno d’esser tutelata? Io credo che la cosa parrà un giorno tanto strana che se n’andranno a cercar le cause con la stessa curiosità con cui si ricercano quelle dei più singolari fenomeni sociali del tempo andato.

Io m’immagino uno straniero semi-barbaro, ma di molto acume, piovuto qui da un paese in cui non sia idea di regime rappresentativo, lo metto col pensiero in uno di quei Consigli, e mi par di sentirlo dire: — Ma come mai! Ecco un’assemblea in cui si parla ogni momento d’interessi del lavoro e di lavoratori, in cui l’uno accusa l’altro a ogni tratto di non essere vero interprete dei loro sentimenti, delle loro aspirazioni, e d’operai non c’è un solo, non uno che possa dire: i _nostri_ sentimenti, le _nostre_ aspirazioni, i _nostri_ bisogni son questi! — Dopo essersi fatto spiegare a un di presso in qual maniera si formino queste assemblee, il mio semi-barbaro direbbe al suo cicerone: — Ho capito! Qui non c’è operai perchè gli operai non sono elettori. — Ma no, lo sono — gli sarebbe risposto — e dispongono di migliaia di voti. — Allora direbbe: — Sono elettori, ma non sono eleggibili: ma essi non eleggono alcuno dei loro perchè non ce n’è alcuno che sappia parlare nè scrivere. — Ma no, vi ingannate: ce n’è molti che parlano mirabilmente dei propri interessi nelle loro riunioni professionali o di partito e ce n’è anche molti che sanno trattare la penna a dovere, tanto che se si fondasse un giornale come quel tal «Buon senso», fondato a Parigi nel ’48, aperto a tutti i lavoratori, si farebbero anche qui delle scoperte particolari curiose. — Ho capito questa volta — direbbe finalmente lo straniero. — Essi non eleggono nessuno della propria classe perchè vedono gl’interessi loro ben patrocinati dai rappresentanti della classe borghese, che stimano inutile aver dei rappresentanti propri, e si tengono per ampiamente soddisfatti. — Ma no, veda, non sono soddisfatti, si lagnano, dicono d’aver delle ragioni da far valere, gridano che ci sono delle ingiustizie da correggere, delle riforme da proporre, mille cose da fare. — E allora.... il mio semi-barbaro non capirebbe proprio nulla.

*

Mi soffermo un momento all’ultima supposizione di questo straniero immaginario, perchè esprime forse il pensiero di alcuno di voi; mi ci soffermo per dire che nessun rappresentante borghese, per quanto sia sincero ed efficace propugnatore della causa de’ lavoratori, potrà mai avere in un’assemblea quell’efficacia particolare che vi ha uno della vostra classe, il quale la rappresenta con la sua stessa persona e ne spira l’alito dalle labbra, che può parlare di bisogni che sente egli stesso e di sacrifizi ch’egli stesso compie e ha compiuti, che protegge gli interessi del lavoro ch’egli fa e di cui vive, che è in relazione intima, fraterna e continua coi suoi rappresentanti, che non è legato ai rappresentanti degli interessi diversi od opposti da mille sottilissimi vincoli, non lacerabili, di amicizie antiche, d’identità d’abitudini, di idee comuni in altri campi, che non è impacciato dal fatto d’aver professato in altri tempi opinioni discordi da quelle suo d’oggigiorno, o di essere stato per queste indifferente; e che non può essere sospetto in alcun modo di mancanza di sincerità.... perchè siamo a questo ancora — che par tanto illogico e strano che uno si appassioni e combatta per interessi sian pure sacrosanti, ma non strettamente collegati o contrari a quelli della propria classe, che il pensiero ch’ei sia un uomo generoso è l’ultimo che s’affacci alla mente degli avversari: il primo è che sia un impostore.

*

Certo, io mi rendo conto dei dubbi che hanno molti di voi a questo proposito, dubbi che non si danno, generalmente, negli operai di Comuni rurali. Là il Lavoratore vede partecipare all’amministrazione pubblica persone della sua medesima classe, di coltura non maggiore alla sua, e che trattano dei piccoli interessi comuni con la semplicità, e col linguaggio che egli stesso adopera: gli par quindi naturale, e non può parergli inutile di mandar fra gli amministratori del Comune uno dei suoi.

La cosa è diversa, si capisce, nelle grandi città. Abituato per tradizione a veder sedere nei Consigli cittadini di una sola classe, a vedervi rappresentati largamente la scienza, l’ingegno, l’esperienza degli affari, la ricchezza, e la discussione sollevata spesso al di sopra della sua cerchia di cognizioni e di idee, l’operaio ha finito per considerare quella rappresentanza quasi come un privilegio signorile, e stenta a capacitarsi del come un suo compagno vi potrebbe prender parte utilmente, non riesce a raffigurarselo là che come uno spostato e un inetto. Ma egli è in errore. Egli non considera che il suo compagno andrebbe là a rappresentare un ordine di idee sue proprie, di interessi di cui ha conoscenza pratica, di questioni in cui ha un criterio preciso: non pensa che in ogni discussione ha un grande valore anche una sola idea netta, espressa a proposito, sia pure con la più rozza parola; che ciò che in molte discussioni gli par superiore alla sua intelligenza e alla sua coltura non è che zavorra accademica e curialesca gittata sulla vacuità degli argomenti; che il buon senso è in ogni luogo e in ogni cosa la prima forza, e che una gran parte delle lungaggini deplorevoli a cui si abbandonano spesso le più colte assemblee, derivano appunto dal non esservi un sufficiente numero di quegli ingenui parlatori, a cui manca l’arte d’ingrandire, di assottigliare, d’intricare, di confondere tutte quante le questioni, invece di attenersi al fondo delle cose, come suol fare l’uomo incolto, che è persuaso di un’idea.

*

E d’altra parte convien che si persuadano i lavoratori che la loro classe non s’innalzerà mai fin che un gran numero di loro non saranno passati per quella impareggiabile scuola pratica che sono le amministrazioni pubbliche e le amministrazioni private: intendo per private quelle delle loro Società e delle loro Corporazioni.

A questa scuola si formarono la maggior parte dei quarantaquattro deputati del Parlamento germanico — meccanici, calzolai, falegnami, doratori, operai d’ogni arte e d’ogni mestiere — in molti dei quali riconoscono gli stessi avversari, spesso con parole d’ammirazione, cultura varia, abilità parlamentare, e, nelle discussioni che toccano le idee e gli interessi del loro partito, un’efficace eloquenza. A questa scuola si formò quel valoroso, quel benemerito Anseele, fiammingo, fondatore di quell’ammirabile complesso di Cooperative di Consumo e di produzione che è il «Vooruit», il più fortunato esempio di organizzazione socialista che sia stato attuato finora. Si educò a questa scuola quel Luigi Bertrand, operaio marmista, in cui sembra incarnato il genio organizzatore della sua razza che da un capo all’altro del suo paese fondò Società cooperative, Case del popolo, Circoli di studi sociali, e che è, col Volder, l’anima del Partito operaio belga, rispettato, ammirato anche dai più appassionati oppugnatori e scalzatori dell’opera sua. E alla scuola medesima crebbero tutti quegli operai della sua nazione, i quali, all’ultimo Congresso internazionale di Bruxelles, diedero prova di tal senso pratico, di tanta chiarezza d’idee, di una così larga cognizione di molte questioni sociali ed economiche, che se li avessero uditi certi uomini d’ordine d’una grande città italiana, radunatisi l’inverno scorso in Assemblea por provvedere agli affari propri, avrebbero deplorato anche più amaramente di quanto fecero i funesti effetti dell’istruzione popolare.

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Comprendo un’altra difficoltà che si oppone, in molti lavoratori, alla concordia nella lotta elettorale. E ve lo accenno senza un’ombra di intenzione di farvi un rimprovero. La difficoltà risiede in un vostro difetto. — Vostro? — No. È un difetto di tutti gli uomini, e che si fa sentire in tutte le classi. Ma è naturale, è scusabile che si faccia sentire nella vostra forse più fortemente che nelle altre. Nella classe che ha più fondate ragioni di lagnarsi delle ingiuste disuguaglianze sociali, si comprende che sia più viva la renitenza a conferire ai propri uguali una forma qualsiasi di superiorità, come si diffidi più facilmente del compagno che aspira ad innalzarsi, e anche di quello che è portato in alto suo malgrado, come sorga il più forte sospetto che chi esce dalla sua schiera possa abusare dell’autorità e della fortuna. Ma è pure una tendenza a cui convien resistere a qualunque costo. Già lo disse un bravo lavoratore francese ai suoi camerati, con parole scolpite che io vi voglio ripetere, non solo perchè possano riferirsi a voi le sue censure, ma anche per mostrare che il male è in ogni paese.

Certo — egli disse — l’opera è lunga, penosa, irta di difficoltà. Ma se noi non perveniamo a unirci in uno spirito di larga e forte solidarietà; se passiamo il tempo a lacerarci l’un l’altro, parodiando i borghesi nelle loro dispute vane; se ci divertiamo a giuocare alle chiesuole e alle consorterie; se non uccidiamo in noi stessi quel deplorevole senso di gelosia, per cui non possiamo sopportare tra le nostre file alcuna superiorità intellettuale; se non ci eleggiamo dei capi che per obbligarli ad obbedire alle nostre cangianti volontà, e non per seguire la loro direzione e ascoltare i loro consigli; se, in una parola, non riesciamo a governare noi stessi, a nulla mai potremo riuscire.

E, senza dubbio, è la virtù opposta a questo difetto quella che costituisce la principal forza di quel grande partito operaio di Germania, nel quale — come osservò uno scrittore che lo studiò addentro — l’osservanza verso i capi è più profonda che in ogni altro partito dell’impero, e va non di rado fino all’eccesso, fino a una cieca sottomissione. Ma è perchè là si comprende quello che da per tutto si dovrebbe comprendere: che se è possibile immaginare una società in cui tutte le disuguaglianze economiche e sociali siano soppresse anche in forma assoluta, non è possibile immaginarne una in cui siano anche soppresse le influenze della superiorità dell’intelletto e del carattere e si faccia una colpa dell’ambizione, presa nel suo senso migliore; perchè il voler togliere alle facoltà e alle opere eccezionali degli uomini oltre ad ogni eccezionale compenso economico, anche le soddisfazioni d’una ambizione legittima, è voler isterilire, paralizzare la natura umana. E se sapessero i gelosi che povera cosa sono le soddisfazioni dell’ambiente, con quante segrete mortificazioni di amor proprio si scontano, da quante amarezze sono turbate, specialmente in chi è spinto in su a combattere fra una classe che non è la sua, invece d’invidiare e di osteggiare i compagni che salgono, non darebbero, ne son certo, che incoraggiamenti e conforti di fratelli.

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Vediamo l’esempio che ci danno altri paesi, la Francia per la prima, dove si accusava il partito dei lavoratori di essere «una fungaia di gruppi dissidenti» incapace da dieci anni di muovere innanzi d’un passo. Prima delle ultime elezioni, non vi erano che due Comuni socialisti; mi spiace di non aver tempo d’accennarvi le molte riforme ardite e benefiche attuate da uno di essi, di cui fu costretto a encomiare la saggia amministrazione persino il prefetto della Senna. Ebbene, nelle elezioni del 1892, il partito operaio socialista, concorde nel programma del Congresso nazionale di Lione, pose le proprie candidature in più di 80 Comuni. Ottenne al primo scrutinio più di 100,000 suffragi, con circa 450 dei suoi candidati eletti nei Consigli. A Marsiglia, trionfarono tutti i candidati del partito con oltre 6000 voti di eccedenza sugli avversari. In altri 16 Comuni il partito occupò l’intero Consiglio o v’ebbe una maggioranza notevole. Al ballottaggio riescirono eletti altri 200 candidati operai, col concorso alle urne di 50.000 votanti in più della prima volta. Insomma, furano 26 i Comuni conquistati, e moltissimi quelli in cui il Partito operaio, pure lottando per la prima volta, ebbe tali minoranze da far ritenere sicura una prossima vittoria. Nè ciò avvenne nelle sole città industriali. Persin nel cuore della vecchia Bretagna, la regione più conservatrice della Francia, vi fu un comune che elesse con 700 voti di maggioranza una municipalità socialista. E s’intende che s’usarono contro il nuovo partito arti e minaccie d’ogni maniera, e che contro di esso, dove non riuscì a primo scrutinio, si collegarono, alle elezioni di ballottaggio, tutti gli altri partiti, anche i più ripugnanti fra loro, donde è lecito argomentare che le elezioni del 1896 daranno in mano del Partito operaio una gran parte delle amministrazioni comunali francesi. E già ne appariscono i sintomi anche nelle popolazioni delle campagne; gravi sintomi, di cui tutti gli accorti conservatori s’inquietano: gridando alla rivoluzione e al finimondo. E con finimondo, si capisce, voglion dire modestamente la fine del loro dominio.

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In Germania l’organizzazione generale del Partito è rafforzata, in un gran numero di circoscrizioni, dalle cosidette «Società Elettorali», che sono come i focolari del socialismo comunale, e che convocano a intervalli determinati delle assemblee popolari, sempre numerosissime, in cui tutte le questioni locali, legate agli interessi dei lavoratori, sono largamente discusse. Questi prendono parte attivissima alle elezioni del Consigli municipali. Se non ottennero grandi effetti sin ora, ne è cagione unica il suffragio troppo ristretto. Ma dove i socialisti entrarono nei Consigli, fu notevolissima l’azione loro. Non c’è Comune importante in cui, l’inverno scorso, essi non abbian fatte proposte per provvedere con sussidi dei Comuni e dello Stato alle più stringenti miserie e propugnato validamente un programma pratico di riforme che va dai provvedimenti per la disoccupazione al riordinamento delle scuole, dalla soppressione delle imposte indirette in forma di dazi all’avocazione ai Comuni di tutti i servizi pubblici esercitati da privati. Fate che ottengano l’allargamento del suffragio e le loro vittorie non si conteranno.

E non può parer troppo ardito presagio a chi conosca con che ardore prendan parte alle elezioni, in quel paese, non i lavoratori soltanto, ma le loro intere famiglie; con che infaticabile attività le donne medesime, anzi quasi esclusivamente le donne, compiano il lavoro di distribuzione delle schede e dei manifesti, e si costituiscano in Comitati elettorali per eccitar le compagne a concorrere all’opera loro, e girino pei sobborghi i giorni di elezione, a scuoter gli inerti, e spingano persino alle urne gli elettori recalcitranti. Perchè esse comprendono non meno degli uomini che cosa significhi e che cosa valga la loro scheda: un povero pezzo di carta, ma che turba il sonno ai dominatori come recasse la loro sentenza; e non si può sopprimere, perchè sarebbe troppo rischioso, e non è incriminabile, perchè non c’è scritto che dei nomi, e non si può comprare, perchè chi lo porta venderà la camicia, ma non la fede.

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Lasciate ancora ch’io ricordi, a incoraggiamento di tutte quelle ammirabili «Unioni dei mestieri» d’Inghilterra, forti di milioni di lavoratori, passate per tante lotte e tante avversità che le fecero potenti, precedute dall’avanguardia socialista delle «nuove unioni», socialiste oramai — in sostanza — esse medesime, come si chiamarono nell’ultimo Congresso di Belfast e nelle recenti elezioni municipali, e continuamente rinvigorite e, spinte innanzi dalle generazioni nuove, fresche di forze e, di speranze. — Trent’anni fa — come disse pochi dì sono un deputato autorevole alla Camera dei Comuni — il loro nome suonava biasimo e quasi ingiuria; sorgeva di rado in Parlamento un uomo che avesse il coraggio di assumerne le difese; erano assalite con violenza dalla tribuna, dal pulpito, dalla stampa; nel 1867 se n’era decretata la soppressione. Ora, non solo esse hanno riportate meravigliose vittorie nella legislazione del lavoro, non solo si sono liberate a poco a poco di quasi tutte le vecchie leggi che le inceppavano; ma esercitano un’influenza grande nei Consigli edilizi e d’istruzione, e in tutte le Corporazioni locali. Ora sono lodate dagli uomini di Stato e dalla stampa d’ogni colore, i governi cedono alle loro domande e seguono i loro consigli, le Corporazioni d’ogni specie accettano le loro deliberazioni intorno ai contratti di lavoro o ai salari, i loro principii s’insinuano in ogni classe sociale, la loro azione conquista il mondo industriale e si dilata nel Parlamento. — E han serbato inalterato, notatelo, il loro carattere operaio, son costituite da operai, fatte per loro, da loro dirette. Nè le gelosie e le discordie individuali, che son là come altrove, nè i tribuni che mirano a soppiantarsi a vicenda, nè gli ambiziosi che tendono a formarsi un partito, sfibrano menomamente l’enorme forza delle loro file serrate e concordi; quell’enorme forza di organizzazione e di fede, che fece dire a Luigi Kossuth negli ultimi giorni della sua vita, a un pubblicista qui presente: — Il socialismo, credete a me, rovescierà tutto.

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Ed ora, c’è bisogno che io vi dimostri con altri argomenti ciò che mi proposi di dimostrarvi? Certamente, la conquista del potere politico deve star sopra a quella dei municipi: ve lo dice per bocca mia uno dei nostri più bravi pubblicisti, del quale vi ripeto le parole. Importa che vadano al Parlamento dei rappresentanti dei lavoratori, non foss’altro che per indicar la forza e la coesione del Partito, per esercitare un sindacato continuo, almeno d’efficacia astratta, per alzar la voce risoluta in favore di tutte le libertà a cui ha diritto, di cui ha bisogno l’Idea per espandersi. Ma fin che quei rappresentanti non saranno che un’esigua minoranza, ossia per molto tempo, pur troppo non c’è gran che da aspettare da loro; nemmeno che ottengano importanti modificazioni a quelle piccole riforme sociali che spuntano di tanto in tanto anche alla Camera nostra. Ora la lotta nei Comuni, oltre ad altri vantaggi immediati, presenta anche quelli di dare al Partito dei lavoratori movimento e vigore, di disciplinarlo, di addestrarlo a un’azione ordinata e proficua nelle elezioni politiche. In Francia, prima della rivoluzione, furono le assemblee provinciali, furono i Consigli di circondari e parrocchie quelli in cui la borghesia s’ordinò e preparò meglio all’azione che la condusse al trionfo. La stessa rivoluzione italiana che ci condusse all’unità, si è grandemente giovata, s’è innestata su di esse e di esse s’è alimentata. — Ed è evidente che dovrà seguire il medesimo per l’Idea che unisce ora i lavoratori. Già nei Comuni minori si riportarono segnalate vittorie, di cui non cito che l’ultima, quella di Gualtieri, conseguita dopo più d’un anno di commissario regio. Tocca ora alle città grandi di seguir l’esempio. Tocca a voi in ispecial modo, di far sì che Torino non abbia questa poco onorevole singolarità, di esser l’ultima delle grandi città italiane a mandar nel Consiglio comunale un operaio.

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Ma — mi sento opporre — quanto tempo si dovranno aspettare i vantaggi che ci son promessi, se questi non verranno prima che il nostro Partito sia maggioranza! Anche questo è un errore. Molti e grandi vantaggi precederanno di gran lunga la vittoria finale. Fate che i lavoratori dian prova di concordia, di unità d’intenti e di risoluzione, e che comincino a riportare delle vittorie elettorali notevoli, e vedrete quante cose cambieranno sull’atto. Dove sono divisi, ciascuno di essi non ha che l’importanza minima che può avere un operaio per sè stesso; ma dove formano un’associazione vasta ed unanime, che dia certezza di continuo e vigoroso incremento, la considerazione che ispira il complesso delle forze si riflette su ciascun di loro.

Prima assai di ottener dei vantaggi materiali s’accorgerebbe ciascun di voi, perfin nelle sue relazioni individuali con persone di altri ceti, di trovarsi in una condizione mutata; la coscienza stessa della forza collettiva della propria classe, darebbe a ognuno una dignità nuova e una sicurezza di sè, che non ha mai avuta.

Ma neanche i vantaggi materiali si farebbero attendere, poichè a chi mostra che avrà la forza di ottenere delle concessioni fra poco, molte di queste si anticipano, e per mostrar di farle di buon grado e per sfuggire al disdoro di vedersele strappare. Accade il medesimo che nelle battaglie, dove il solo avanzarsi d’una truppa ordinata e risoluta fa assai sovente indietreggiare il nemico, mentre lo stesso numero degli assalitori non fa che eccitarne il coraggio, se s’avanzano ondeggianti e scomposti. E come scemerebbe a un tratto questo sfacciato abuso delle persecuzioni e delle minaccie, che son tanto facili e hanno tanto effetto sugli individui isolati? Si sorride ora delle vostre bandiere, perchè? Perchè son mille. Provate a serrarvi tutti intorno a una sola, e si scopriranno al suo passaggio anche le fronti più superbe.

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È un altro errore — fortunatamente — quello in cui cadono molti di voi, misurando il tempo che impiegheranno le nuove idee a compiere il loro cammino vittorioso, da quello che impiegarono finora a percorrere il primo tratto di strada, e traendo da questo computo una ragione di sconforto. No, il computo è errato.

Tutte le idee sociali che hanno in sè una ragione potente di vita, vanno col moto accelerato dei gravi cadenti; stentano a prender forma, muovono i primi passi lentissimi, par che ogni tratto s’arrestino; poi prendono un regolare andamento, e dopo s’affrettano, e quindi corrono, e infine volano, calano con una rapidità che fa rabbrividire anche i più arditi.

Basta confrontare, per accertarsene, il cammino fatto dall’idea socialista; anche nel nostro paese, negli ultimi cinque anni, con quello che fece nei primi, appena vi sorse. I proseliti venivano allora a uno a uno, o a manipoli, e si potevano contare; per lunghi intervalli di tempo nessuno aveva indizio dell’esistenza della nuova _setta_: la stampa non ne parlava che di rado, e vagamente, come di cosa di un mondo lontano, e per la dottrina non c’era che derisione, disprezzo e stupore. Ora i nuovi credenti si affollano intorno a centinaia, ogni giorno che passa ne leva su un’ondata; non aprite più un giornale in cui non troviate scritto dieci volte, quasi per forza il loro barbaro nome di guerra; si posson combattere quelle idee tutti i giorni, ma non si può più tacerne per ventiquattr’ore; esse hanno un’eco continua nel Parlamento, nelle chiese e nelle scuole; nel Parlamento stesso, voci autorevoli e sdegnose d’altri partiti, alle quali è costretto a consentire perfino il ministro di quella che si chiama ancora Giustizia, si alzano con fiere parole contro i magistrati che giudicano i ribelli senza conoscenza di causa, ignari perfin degli elementi della loro dottrina; non c’è più autorità che non si trovi costretta a studiar la questione, per poter distinguere, disputare, governarsi; non si fa più pubblicazione che abbia la più lontana attinenza all’interesse pubblico, in cui quelle idee non siano discusse o accennate; non c’è più esposizione d’arte in cui esse non trovino la loro espressione; non c’è più frivola conversazione di spensierati in cui per un istante almeno, sia pure come un’ombra fuggevole, non passi quell’argomento malaugurato.

Si confondono ancora con quella, in buona e in mala fede, dottrine diverse ed opposte, si calunniano gli uomini che le professano, si tacciono o si sminuiscono le vittorie che essa riporta, e si preannunzia che essa morrà di tisi o di piombo; ma non se ne ride più, o se ne ride con quel riso che mostra i denti e corruga la pelle, ma non ha negli occhi l’ilarità che vien dal cuore. E questo gran mutamento, fra noi, è avvenuto in cinque anni, dal 1890, dopo il primo maggio. Argomentate quale sarà il moto fra gli altri cinque anni, quando la massa dei lavoratori avrà dato segno di concordia e di vita. Perchè siatene certi, una delle più forti ragioni per cui non si mette apertamente al servizio delle nuove idee tanta gente che v’è favorevole in cuore — benchè vi ripugnino i suoi interessi di classe — è lo spettacolo dell’apatia di quella classe medesima per la quale sarebbero disposti a combattere. A che pro — essi dicono — turbarsi la vita e affrettare il danno proprio per una moltitudine che non ha coscienza dei tempi nè fede in sè stessa, e che par rassegnata ai mali di cui si lagna, e determinata a nulla chiedere e a nulla fare, nemmeno coi mezzi che la legge pone in sua mano? Chiudiamoci in un tranquillo egoismo e vada il mondo per la sua china.

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E questi sono assai più di quanti credete. Come più di quanti credete sono coloro, a cui ho accennato da principio, i quali, pure non essendo socialisti, sono profondamente persuasi che l’organizzazione delle classi lavoratrici e la loro partecipazione al potere siano una condizione indispensabile del progresso civile. Di uno di questi, d’un valente economista, riferisco il ragionamento per quelli tra voi che possono dire: — Io non voto per operai perchè non sono socialista. — La nostra condanna — egli dice presso a poco — è che la classe borghese è tutta scettica e pessimista. — Ora il pessimismo, per lui, è un fenomeno di classe. E ne adduce giustamente per prova che al principio del secolo in Francia, tutta la borghesia liberale, che sentiva giunto il suo regno, non diede che scrittori ottimisti; la nota pessimista usciva dagli scrittori aristocratici, i quali sentivano che la loro classe moriva, o meglio era assorbita. Ora — soggiunge — noi non diamo che scrittori scettici e pessimisti nelle cui pagine non è un solo principio di riforma morale, non una parola che esprima fede nell’avvenire. Le classi lavoratrici, invece, sono ottimiste al presente quali non furono mai: la riforma economica, come la riforma morale, ci verranno dunque da coloro che sono in basso, da quella moltitudine oscura, in cui alita un sentimento umano, che manca in noi, uomini aridi e freddi. Quando essa s’unirà per muovere alla conquista del potere pubblico, e l’associazione l’avrà migliorata e la lotta resa più forte, essa produrrà un cambiamento anche nelle nostre idee morali. Fate che il potere politico non sia più un monopolio, ossia che non appartenga più a una classe sola che ha gli stessi istinti e gli stessi bisogni e vedrete che «la funzione di controllo lo moralizzerà». Quelle riforme che ora non si vogliono per cieco spirito di classe, si faranno allora per necessità, tutta la nostra vita sociale ne risentirà l’influenza e una ben altra concezione della vita finirà per prevalere. La feudalità è finita non per la rivoluzione, non perchè gli uomini fossero diventati migliori, ma perchè, aumentata la produzione, cresciuti gli scambi, rinsaldatesi le relazioni sociali, addensatasi la popolazione, di utile come era quando nacque, s’era fatta dannosa e insopportabile. E ciò che fu dell’aristocrazia sarà senza dubbio della classe che la vinse, che è la borghesia. Quando la tecnica industriale sarà progredita anche di più, quando la concorrenza sarà soppressa, o dalla vittoria duratura del più forte o dall’associazione, quando la produzione sarà diventata interamente meccanica, la borghesia sussisterà nuova perchè ha in sè delle qualità di iniziativa, di ordine e di economia, che mancheranno ancora per lungo tempo alle altre classi; ma la sua funzione s’indebolirà, e l’organo, indebolendosi la funzione, finirà anch’esso coll’indebolirsi. Questo grande movimento operaio è dunque logico, necessario, benefico. E notate che a chi esprime questo pensiero l’attuazione compiuta del socialismo non par altro che un sogno.

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Ma la sua previsione va molto vicino a quel sogno.

E ha proprio da essere un sogno quello di uno stato sociale fondato sull’accordo invece che sulla lotta per la vita; quello d’un organismo sociale, in cui la produzione e la ripartizione delle ricchezze si compiono come si compiono le funzioni d’assimilazione e di circolazione in ogni organismo vivente, quello d’una società non più divisa in un piccolo numero di vincitori, a cui sembrano riserbati tutti i beni della civiltà, tutti i godimenti che danno la bellezza, l’arte, la scienza, l’indipendenza, tutto ciò che fa amare la vita, e una immensa massa inorganica e oscura di vinti, senza sicurezza, senz’agi, senza cultura, quasi relegata fuori della luce e della speranza, come una razza inferiore?

Che abbia ad essere un sogno, una società in cui a ogni uomo sia assicurato il lavoro, a ogni lavoratore un’esistenza umana, a nessuno l’agiatezza oziosa, a tutti la coltura dello spirito, e in cui il lavoro sia onorato di fatto, non a false parole, e la giustizia sia una realtà, non una larva, e la libertà sia un bene di tutti, non un vantaggio d’alcuni, e l’uguaglianza — quanto lo consente la cecità della fortuna — sia una verità, e non una irrisione?

Che sia davvero un sogno una società nella quale, davanti a ogni moltitudine di persone d’ogni condizione si possa dire: — In questa folla non c’è uno che viva del frutto delle fatiche altrui, non c’è un ordine di cittadini che disprezzi l’altro o lo minacci o lo tema o ne viva separato come da un abisso; questa è un’accolta di persone tutte civili, strette da un patto comune, che ne fa una sola grande famiglia, non un branco di belve in veste d’uomini, che tirano a divorarsi fra loro; non un’accozzaglia di selvaggi inverniciati di civiltà, in cui infuriano tante cupidigie, tanti odî, tante invidie, tante scellerate passioni da disgradarne un inferno?

Che debba essere un sogno una società in cui ogni onesto lavoratore possa dire, guardandosi intorno: — Questi sono i miei alleati e i miei fratelli; io non tolgo nulla a nessuno, nessuno usurpa nulla a me, questa terra dove son nato è retaggio comune; tutta questa civiltà, tutta questa ricchezza non è privilegio d’alcuno, ma è nostra, appartiene a loro, a me, ai loro figli, ai miei figli, a quanti la crearono e la fecondarono col pensiero, con le braccia e col sangue? Che una cosa così semplice, così giusta, così bella, debba essere un sogno?

È un sogno punibile con la reclusione tra i dodici anni e i diciotto! E questo in un paese libero, dopo cinquant’anni di lotta contro la tirannìa! E mentre la più sfrenata manomissione del danaro pubblico, spremuto dalle vene e dalle ossa di chi lavora, o è colpita di pene irrisorie, o va impunita e trionfante! E quando pure fosse un sogno, meglio mille volte creder nel sogno dei generosi che rassegnarsi all’abbominevole realtà contro cui combattono e da cui sono soffocati.

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Ma non credo che sia un sogno. Per crederlo dovrei rinunziare alla fede nel progresso umano. O si tornerà indietro o si procederà per quella via. E per quella via si procede.

Un’altra volta ho accennato qui come questa tendenza appare evidente in tutti i paesi civili, nell’avviamento di tutte le legislazioni, anche nelle più piccole trasformazioni di tutte le istituzioni antiche, nel sorgere e nello svolgersi di innumerevoli istituzioni nuove, in mille tentativi, proposte, esperienze, quasi da per tutto respinte e mandate a male per ora, ma che da per tutto si presentano con la vitalità prepotente del germe in primavera, che tenta e rompe l’involucro che lo imprigiona.

Ma oltre che per ragioni dicibili, si è persuasi di una Idea per virtù di una infinità di impressioni, di sentimenti, di riflessi di idee, che sfuggono alla parola; per una successione di visioni istantanee della mente, che fanno gridare alla coscienza: — Ecco la verità — e lasciano in fondo all’anima un’incancellabile traccia. E quando è così l’idea è una fede contro cui tutti gli argomenti si spezzano, che tutti gli avvenimenti confermano, che le stesse contraddizioni rinsaldano; una fede che ha in sè una forza impulsiva proporzionata alle resistenze che incontrerà nel mondo la verità che essa racchiude; una fede per cui possiamo dire schiettamente che le derisioni non giungono all’altezza del nostro disprezzo.

Sì, io credo che la società porti nel suo seno delle soluzioni inaspettate per tutte le difficoltà che ora fanno credere impossibile l’attuazione dell’idea socialista. Credo che il grande miracolo, senza il quale essa non può attuarsi, la compenetrazione del sentimento individuale col sentimento della collettività nell’animo e nella vita dell’uomo, si compirà davanti alla irresistibile evidenza dell’immenso bene che ne dovrà conseguire! Fede! idealismo! ci si dirà commiserando. E noi rispondiamo con le parole d’un buon dotto tedesco (non socialista, notate), il quale ha scritto poco fa: — Ebbene sì: la storia ci insegna che la fede e l’idealismo sono le due grandi forze, e che hanno sempre trionfato nel mondo. — Ed in fondo, ne son forse persuasi anche gli avversari. Soltanto, più saggi di noi, essi combatteranno per l’Idea in un tempo più favorevole ossia quando avrà vinto.

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Ma per giungere a questo.... No, non parliamo di questo, poichè lo scopo della nostra adunanza e delle mie parole è determinato e ristretto.

Per ottenere, dico invece, un principio di miglioramento nelle vostre condizioni, dovete fare dei sacrifizi! Dei sacrifizi! Ma è questa una parola di cui l’uso e l’abuso snaturano affatto il significato. È forse un sacrifizio lo scrivere dei nomi di vostri compagni sopra una scheda, senza perdersi in vane discussioni e soffocando i sentimenti personali che la coscienza riprova, a rinunziare a un’ora di ricreazione per andare a compiere un dovere? Fate dunque questo, e fate anche di più, esortate i vostri compagni a imitarvi: dica ciascuno di voi a uno di loro: — Vieni con me. L’atto di deporre questo foglio nell’urna, che ti par così inutile, ha un così grande valore che per avere il diritto di compierlo si sparsero torrenti di sangue. Compiamolo, se non per noi, per i nostri figli, perchè se noi non lo faremo essi non lo faranno e troveranno la società quale noi l’abbiamo trovata. Votiamo pei nostri compagni, se non altro per far vedere che non è vero che noi andiamo a votare come un branco di servitori, che abbiamo coscienza dei nostri interessi, senso d’alterezza, volontà, fiducia nell’avvenire. — Credete che facendovi questa esortazione, non vi parlo soltanto come socialista, nell’interesse di un partito, ma come cittadino, che vuole la dignità, la prosperità, la forza del paese, dov’egli è nato e ch’egli ama: dignità, prosperità, forza, che sono vuote parole dove le classi lavoratrici non lottano per salire. Credete a uno che vi vuol bene, e che ve ne volle sempre, anche quando non ve lo diceva, e che ve lo dice ora senza secondi fini, poichè non solo non vi chiederà mai il voto per andare al Parlamento, ma non ve lo chiederà nemmeno mai più per tornare al Consiglio; credete ad uno, di cui tutte le ambizioni si riducono ormai ad un solo desiderio: quello di poter dire, prima che si compia la sua giornata, l’ultima volta che parlerà ai fanciulli delle scuole pubbliche: — Rallegratevi! Voi vedrete certamente una società più giusta e più felice di quella in cui vi lascio: — quello di vedere il proletariato italiano, ossia il popolo vero, fondamento e scopo di ogni cosa, corpo ed anima della patria, procedere trionfalmente sulla via benedetta della sua redenzione.

Amor di patria.

— È vero che il socialismo combatte l’amor di patria?

— L’amor di patria bugiardo, sì. Ma se per amor di patria s’intende amare il popolo fra cui siam nati, con cui abbiamo comuni la lingua, l’indole, la storia e l’avvenire e amar la terra dove abbiamo passato l’infanzia, dove son nati i nostri figli e son sepolti i nostri morti; l’accusare il socialismo di combattere un tale affetto è cosa stolida e assurda, come sarebbe l’accusare chicchessia di combattere l’amor filiale o materno; il che non è possibile a chi ha viscere umane. Può ella credere che se questo fosse vero si sarebbero volti al socialismo tanti uomini generosi, tanti cittadini che per la patria hanno sofferto e combattuto, e sentono profondamente tutti gli affetti? Può ella pensare che un socialista, perchè tale, possa abbandonar la patria senza sentirsi uno schianto nel cuore, e non ricordarla da lontano con tristezza e con desiderio, e non rivederla dopo molti anni con gioia profonda? Con qual fondamento si possono accusare i socialisti, in cui si suol deridere il predominio del sentimento sulla ragione, di aver l’animo chiuso e di voler chiudere l’animo altrui a uno dei più forti e dei più naturali sentimenti umani?

— Eppure, è una credenza universale.

— Vuol dire una calunnia universale, che è tutt’altra cosa. Amare la propria patria significa amare il proprio popolo. Quando si dice il popolo d’un paese s’intende principalmente quella grande moltitudine che coltiva la sua terra, che manda innanzi le sue industrie, che forma il nerbo del suo esercito, che dà il maggior contributo al suo erario, e la cui prosperità, moralità, forza è una cosa sola con la forza, la moralità e la prosperità della nazione, poichè senza di essa non vi è nazione nè vita. Ora il desiderare che questa grande moltitudine, i nove decimi della nazione, s’innalzi a una condizione di vita materialmente e moralmente migliore, il preparare, sollecitare un ordinamento sociale (e sia pure un’utopia, che la natura del sentimento non muta) in cui le sia dato un lavoro più umano e un compenso più equo e resa possibile una vita intellettuale e più degna e tolto dall’animo il terrore continuo della miseria e il sentimento amaro di una inferiorità civile non giustificata nemmeno nella coscienza di chi la vuol mantenere, in maniera che non più la forza, ma l’armonia degli animi e degli interessi tenga unita la compagine dello Stato, il portar nel cuore questa speranza di un migliore avvenire del proprio popolo come la più santa delle proprie aspirazioni, e con lo scopo di tradurla in realtà, studiare, combattere, rinunziare alla pace, rischiar la libertà, patire danni e persecuzioni, dica lei, non è questo amare la patria? E se questo non è amor di patria, con qual altro termine, di grazia, le pare di poterlo definire?

— Eppure la parola «patria» voi non la usate mai, o ben raramente, nella manifestazione delle vostre idee.

— Perchè di questa parola s’è falsato il senso, e, usandola, non ci possiamo più intendere con la maggior