parte di
coloro che ne han piena la bocca. È accaduto di questo come di altri grandi nomi, che non c’è più nella parola l’idea netta della cosa. La parola «patria» significa ora per i più qualche cosa d’astratto e di mal definibile, posto quasi al di fuori di ciò che realmente la costituisce. Per alcuni la patria è un’istituzione politica o una pura tradizione storica o un dato ordinamento economico da conservare e difendere a qualunque prezzo. Per chi gridava in Parlamento che si doveva nascondere la cancrena bancaria _per carità di patria_, la patria era la Banca. Nella mente di quell’imperatore il quale dice che per conservare due provincie conquistate si dovrebbero far uccidere «dal primo all’ultimo» tutti i sudditi dell’impero, pare che la patria non sia altro che un determinato spazio di terreno segnato sulla carta geografica con una linea di un dato colore. Per un gran numero di patriotti in buona fede l’amor di patria è l’aspirazione a un ideale vago di grandezza, a cui par debito e giusto di sacrificare ogni bene, o anche il solo culto immobile dell’ideale unitario raggiunto, ossia una commemorazione eterna del passato, in cui si scorda il presente e non si pensa all’avvenire, e una febbre permanente dell’immaginazione, che vede o cerca ogni giorno e da ogni parte un pericolo nazionale e vorrebbe che la vita della nazione fosse uno sventolìo continuo di bandiere e un arrotìo perpetuo di durlindane. Gridando «patria» si pretende che tutti i lamenti tacciano, che tutte le ingiustizie sieno tollerate, che tutti i mali si dissimulino, che tutte le grandi questioni rimangano insolute, come se la patria e i suoi figli fossero due cose diverse e separabili, come se il bene dei viventi non fosse che lo sperare un avvenire migliore senza migliorare il presente e fosse possibile fare una patria prospera, felice e gloriosa, con milioni d’uomini poveri, dolenti e avviliti. Per queste ragioni non nominiamo la patria, e anche perchè il suo nome è adulterato e profanato da troppi astuti che si pagano da sè dei servizi che le resero o dicono di averle resi, da troppi impostori che si fanno della parola una maschera, da troppi farabutti che fanno della cosa un mercato. La parola che costoro disonorano noi non vogliamo usarla per esprimere l’idea augusta e santa che è il suo vero significato.
— E sia pure; ma nell’idea della fratellanza, che il socialismo propugna, e della federazione dei popoli, l’amor di patria non va naturalmente perduto?
— E perchè mai? Al padre che dice ai suoi figli: — Amate i vostri concittadini come fratelli — oserebbe ella dire: — Badi che nell’amor patrio va perduto l’amor figliale? — Se quando l’Italia era lacerata dalle guerre civili, e ciascuna città reputava fortuna propria la rovina della città vicina e si gloriava delle bandiere che le aveva strappate e dei figli che le aveva uccisi, se un italiano di Pisa, di Venezia, di Firenze, di Genova avesse detto allora ai suoi concittadini: Questi odî sono insensati; queste guerre debbono aver fine, e l’avranno; la prosperità di tutti gli italiani sarà nell’accordo di tutte le città loro, perchè ci lega un ordine d’interessi più alti di quelli che ora ci fanno combattere — si sarebbe potuto dire a quell’italiano ch’egli non amava la patria? E l’idea internazionale che annunzia il socialismo ai popoli non è figlia legittima di quella che avrebbe annunziato quell’italiano ai concittadini? Non è irragionevole giudicar disamore della patria il desiderare e sperare che il bene di essa derivi da una stabile e illuminata fraternità di tutte le nazioni civili, non più dalla vittoria violenta e passeggera degli interessi dell’una su quelli dell’altra? E in che cosa contrasta questo ideale con quello che ciascun popolo serbi la sua unità e il suo carattere, l’amore della sua terra e della sua storia, concorrendo alla grande opera della civiltà generale con la somma di quelle facoltà distinte, che gli danno un essere proprio e una gloria a parte? E perchè pensare che quella forza unificatrice e benefica che oltrepassò le frontiere dei piccoli comuni, delle grandi città e dei forti Stati minori, si arresterà eternamente alle frontiere delle nazioni, già legate da vincoli innumerevoli d’interesse, di lavoro e di pensiero, che s’accrescono e si rafforzano continuamente? È possibile affermare che questo non avverrà? Non è logico sperarlo, non è giusto desiderarlo, non è debito volerlo? E con che fronte si può dire che il voler questo sia non amare la patria?
Anche questo potrei ammettere; ma ciò che noi chiamiamo «ambizione patriottica» e «orgoglio nazionale» voi non sentite.
È come se ella dicesse a un padre: — Riconosco che voi amate i vostri figli; ma che desideriate ch’essi siano rispettati ed onorati non credo. — Veda la differenza delle opinioni! Noi crediamo che quei sentimenti siano veramente sani e forti in noi soli. Soltanto le ambizioni patriottiche hanno un’altra meta e la nostra alterezza nazionale non può derivare dalla stessa sorgente. Noi immaginiamo qualche volta di trovarci in un paese straniero e di udir suonare intorno a noi le seguenti parole: — Ecco degl’Italiani. Salutiamoli con rispetto. Essi danno alle nazioni un esempio splendido. La grande lotta sociale si combatte nel loro paese sotto la protezione di un’ampia libertà, non violata mai dal patto nazionale. La borghesia si difende là pure, per necessità e per istinto; ma lealmente e con sapienti concessioni, non con cieche violenze, combattendo l’idea senza soffocare la parola, senza raccattare per combatterla le armi odiose della tirannìa che essa stessa ha infrante e calpestate. In poco più di trent’anni il loro paese ha innalzato l’edifizio della legislazione sociale ammirabile. Tutte le stolte ambizioni vi son morte. Tutto l’antico entusiasmo patriottico vi si è mutato, in tutte le classi, in forza feconda di studi e di sacrifici diretti al supremo scopo di estirpar la miseria, di diffondere la cultura, di assicurare la concordia, di stabilir la giustizia. Quello è il solo paese d’Europa, nel quale per generosità e per saggezza di tutti, la grande trasformazione sociale che è necessaria, e che nulla può arrestare, si compirà con un processo pacifico e solenne, che desterà l’ammirazione del mondo. — Ebbene, il solo immaginare questo giudizio dato sull’Italia ci fa battere il cuore e alzare la fronte e pronunciare il nome della patria con un sentimento di gioia e di alterezza che non può essere più puro, più dolce e più profondo nell’animo d’alcun patriotta. Ma ambiziosi di ciò che ci pare vanità o stoltezza, e orgogliosi di ciò che reputiamo sciagura e vergogna, non possiamo essere, nè saremo mai.
— Insomma, voi amate la patria a modo vostro.
— Certo, e non è colpa. La colpa è di non amarla nel miglior modo. Qui sta la gran questione. Ci sono anche diversi modi di amar la propria famiglia. Credette un tempo di amarla più d’ogni altro il patrizio che sacrificava tutti i figli al primogenito, destinato egli solo a tener alto il nome e lo splendore della casa, a spese dei suoi fratelli; e questo amore parve saggio anche al mondo, che ora lo giudica iniquo, e crede prima legge dell’amor paterno l’equità. Così v’è un amor di patria che vuole la gloria anche a prezzo della miseria, e soffia negli odî tra popolo e popolo e li pasce di orgoglio vuoto e di idee morte; e questa è una passione barbarica, che la nostra ragione condanna e il nostro cuore rifiuta. E v’è amor di patria fatto di carità e di pietà, che vuol la prosperità anzi che il fasto, la moralità prima della gloria, la pace nei cuori, la luce e il calore della civiltà equamente diffusi, la patria non sfruttata da alcuno e benedetta da tutti, e cancellato dalla sua faccia, prima d’ogni cosa e a qualunque costo, il marchio vergognoso dell’ignoranza e della fame.
— E il simbolo della patria, per voi?...
— È una madre, come fu sempre per tutti quelli che l’amarono sinceramente. Ma, dopo che professiamo queste idee, la sua immagine ci appare più bella e più luminosa, perchè le splende sulla fronte un avvenire più grande di quello che hanno sognato i nostri padri, ed è più ardente che per il passato l’offerta che noi le facciamo ancora, come nei giorni delle battaglie, del sangue e dell’anima nostra.
— Questo non si crede.
— Si crede; ma si nega, perchè giova.
Verso l’avvenire.
Hanno torto coloro che si scoraggiano pensando che la fede socialista non si diffonderà mai tanto nella borghesia quanto sarebbe necessario a mettervi il disordine e a sfibrarne la resistenza, perchè una gran parte della classe dominante si getterà a capo basso, spontaneamente, sulla nuova via, assai prima d’esser persuasa che questa conduca davvero alla «terra promessa» del socialismo. «Il movimento attuale somiglia allo sfacelo del secolo passato, quando una società intera si precipitò nell’ignoto per stanchezza o per errore di vivere sotto le rovine di un mondo morto». — E non è il giudizio di un Marxista fanatico: è del visconte ed accademico De Vogué, una delle menti più profonde e più serene della Francia.
Così è, così avverrà. E se da molti se ne dubita ancora, è perchè si scambia con una malattia passeggiera del corpo sociale ciò che è invece il principio della sua decomposizione.
Puerile è il pensare che questa fiacca reazione sorta da ultimo contro l’alta batteria politica e il grande brigantaggio finanziario possa produrre nella società l’effetto d’una vigorosa cura rigeneratrice. Essa produrrà l’effetto opposto, d’incoraggiare alla truffa scellerata altri innumerevoli, dimostrando su quante complicità, su quante difese, su quante vie di scampo possono fare assegnamento, nello stato attuale delle cose, i grandi mercanti della coscienza e frodatori delle nazioni, e quanto impudenti, sfrenati, mostruosi debbano essere il mercimonio e la rapina per iscuotere quello che resta di senso morale nelle alte classi e render necessaria almeno una simulazione di giustizia. Questa corruzione si andrà estendendo, fatalmente, e si dilateranno man mano con essa, per necessità, tutte le altre piaghe del nostro ordinamento economico, generate tutte dal principio immorale della formazione della ricchezza, come da un unico germe mortifero, che la società borghese non si può strappar dalle viscere se non colla vita.
È fatale che per effetto del nuovo avviamento, della complessità sempre maggiore degli affari finanziari, e della sempre più larga separazione della proprietà dal lavoro, si vadano confondendo per modo, a poco a poco, l’affare lecito e l’illecito, l’onestà e la bindoleria, che questa libera quasi da ogni freno esteriore e fin anche dai rimproveri e dai dubbi della coscienza, finisca a regnare nel mondo, sovrana assoluta e intangibile sulle rovine d’ogni moralità e d’ogni giustizia. È fatale che, crescendo ancora la febbre delle speculazioni temerarie, dilagando il contagio dei fallimenti, ingigantendo coi debiti il pericolo delle bancherotte nazionali, non debba più un giorno rimanere ai risparmi di chi lavora e al capitale di chi ozia luogo o modo alcuno di collocamento, che non condanni i possessori a una vita d’ansietà e di terrore quasi altrettanto dura a sopportarsi quanto le angustie medesime della povertà. È fatale che il difendere, il salvare la piccola e la media proprietà terriera dall’imposta, dall’usura, dal furto, dalla forza assimilatrice della proprietà grande e delle pretensioni sempre più ardite e più potenti del lavoro, diventi col tempo un’impresa anche più difficile di quella di preservare gli averi e la vita in mezzo ad un popolo ancora composto a stato civile. È fatale che in un avvenire non lontano la piena della gioventù colta, fluttuante fra le vie già affollate degli impieghi e delle professioni libere e la «degradazione» abborrita del lavoro manuale, malata d’ozio rabbioso e famelico, giunga a tale altezza che la società n’abbia come la soffocazione e i tormenti mortali dell’idropisia. È fatale, infine, che la nuova feudalità finanziaria, che fa col danaro ciò che faceva l’antica colla spada, allarghi e rafforzi sempre più la sua vastissima rete, e allacci e assoggetti a una sempre più infesta tirannia moltitudini, governanti e istituzioni, sfruttando e corrompendo tutti e ogni cosa.
Quando tutto questo sarà, e quando, oltre a questo, pigliando sempre più campo per le raddoppiate difficoltà della vita e il cresciuto furor del lusso e degli agi, il matrimonio mercantile, prodotto necessario del presente stato sociale, si moltiplicheranno a tal segno gli scandali e le sventure da far tremare per l’avvenire della famiglia anche i più scettici sfruttatori dei suoi ordini e delle sue debolezze; quando sferzata sempre più forte dalla concorrenza e fatta più audace dall’impunità comprata e dal perfezionamento scientifico dei metodi, la produzione privata sarà giunta con la ciarlataneria, col veneficio, coll’adulterazione spudorata d’ogni cosa a tal punto da non esser più che una vasta, continua e spietata insidia alla borsa e alla vita di tutti; quando un’aristocrazia del danaro disonesta e villana, quanto scemata di numero altrettanto cresciuta di potenza, avrà spinto il fasto e l’insolenza fino ad offendere l’orgoglio della media borghesia, intisichita da lei, assai più fieramente di quel che l’agiatezza di questa non offenda ora la «plebe»; quando nessun onesto padre di famiglia non potrà più, nemmen per pura consuetudine pedagogica, consigliare la generosità, la delicatezza, l’amor dei propri simili, la nobile ambizione della stima pubblica ai propri figliuoli, senza che questi gli rispondano con beffarda risata, mostrandogli da ogni