parte di
coloro che le condannano, accorderebbero loro molte «circostanze attenuanti» se sapessero.... quante cose esse sanno.
— Ci hai dell’altro? — domandò il conferenziere.
— E del meglio? — domandarono gli altri due.
— Dell’altro e del meglio. Ho capito quanto sia erroneo il concetto che noi ci facciamo, generalmente, del lavoro manuale, e quindi ingiusto nel più dei casi il rimprovero che si fa agli operai di non «amare il lavoro» nel senso e nel modo che noi amiamo il nostro. Ho capito quanto si debba essere indulgenti, per questo riguardo, col grandissimo numero che compiono un lavoro monotono, il quale è duro e opprimente per modo che molti l’abbandonano per darsi a fatiche anche più gravi e men retribuite, non per altro che per liberarsi dall’eterna intollerabile uniformità dei movimenti muscolari a cui li costringe l’attuale divisione del lavoro nella grande industria, e per cui, alla lunga, nasce in loro un abborrimento invincibile. Molte cose avevo lette nei libri al proposito; ma il mio amico per il primo, con certe frasi e immagini vive del suo vernacolo, molte volte ripetute, mi fece comprendere e sentire quasi come per esperienza la tortura della fatica avvelenata dalla noia, la tristezza delle lunghe giornate passate nelle officine oscure, tra il fumo e il polverio, in uno strepito assordante, l’aspettazione interminabile del suono liberatore della campanella, il continuo affannoso desiderio che spinge tutti i pensieri verso la domenica come a una terra promessa lontana, dove si potrà respirare e pensare, essere un uomo per un giorno.
Mi son quindi persuaso anche di questo: come in moltissimi non si ha che sonnolenza, atrofia morale, prodotta da estenuazione di forze e da un enorme tedio accumulato, quello che a noi pare rassegnazione ragionevole al proprio stato; mi son persuaso che quello che noi giudichiamo in molti indifferenza o avversione al socialismo che li cerca, non è altro che inettitudine o ripugnanza allo sforzo necessario per comprendere e appropriarsi le proprie idee, impotenza della mente paralizzata da un lavoro macchinale di molti anni, il quale non è più in loro, come dicono i fisiologi, di pertinenza del cervello, ma del midollo spinale, e li ha ridotti a vivere come le rane, a cui sono stati tolti i lobi cerebrali. A voi, romanzieri: ecco un argomento degno dei vostri studi più dei cuoricini delle contesse.
— Sta bene; — gli rispose uno degli apostrofati — ma.... _passez au déluge_.
— Eh, il diluvio verrà, se non metterete giudizio. Tutte queste cose il mio amico non me le disse come io le ho dette a voi, si sottintende; ma io le compresi dai frammenti dei suoi discorsi o glie le lessi dentro per gli spiragli che mi lasciava aperti tra parola e parola. Incoraggiato, ho continuato a scavare nell’animo suo, aprendogli sempre il mio tutto quanto, e v’ho scoperto delicatezze di affetto che non immaginavo, sentimenti e pensieri che non venivano fuori se non perchè non trovavano la via d’uscita, o ne uscivano travisati dall’espressione monca ed impropria; ho afferrato a volo idee e intuizioni nette di una mente vergine, non viziata, come la nostra, dalla consuetudine di guardar le cose a traverso le reminiscenze dei libri e di giudicarle in relazione coi giudizi altrui; ho inteso da lui giudizi sulla società e sulla vita originali e sensati, domande elementari e profonde di bambino, che mi mettevano in impiccio, e ragioni semplici e lucide, alle quali, con mio stupore, non trovavo nel mio magazzino intellettuale nessuna ragione da opporre, che non fosse un giuoco di parole. Per tutte queste cose mi son legato a lui, e ho provato nella sua compagnia come un ringiovanimento del senso dell’amicizia, certe compiacenze vive e delicate delle prime intimità fraterne dell’adolescenza, delle quali non avevo quasi più memoria. L’amicizia dura da vari anni. S’è stabilito un commercio intellettuale fra di noi. Io gl’impresto dei libri; egli, dopo lettili, mi domanda delle spiegazioni le quali non di rado non valgono i suoi commenti impreveduti, che mi fanno pensare anche quando battono in falso. Ho veduto la sua intelligenza allargarsi e rischiararsi rapidamente, come quella d’un ragazzo che, invece d’imparare, riacquistasse la memoria di cose dimenticate. E ciò non ostante, non so proprio chi di noi due abbia giovato all’altro di più. Per me egli è stato la chiave che m’aperse la porta d’un mondo ignorato. E gli sarei grato per il solo fatto di avermi indotto questa persuasione: che il miglior modo di istruire e di educare il popolo, di riuscirgli utili e di essere giusti con lui, è quello di legarglisi con dei vincoli individuali d’amicizia, e che se ogni borghese colto avesse un vero amico nelle classi operaie, il mondo procederebbe certo egualmente verso la mèta a cui la legge della vita lo sospinge, ma forse per altra via e con altro passo, con maggior vantaggio di tutti.
— Applausi dal settore di destra — disse uno dei romanzieri. — M’hai persuaso benchè tu abbia parlato come un professore. Cedimi dunque il tuo amico.
— Ah no! — rispose il professore. — Fate voi altrettanto per conto vostro. Un’amicizia di tal genere non serve a nulla, anzi non si può avere se non si conquista. Vi trovereste a dover rifare il lavoro medesimo, a vincere le stesse difficoltà e le stesse diffidenze ch’io ho dovuto vincere. Non è uno di quegli amici che s’imprestano come un soprabito.
— E allora come trovarne?
— Ci dovrebbero essere delle agenzie speciali.
— Dobbiamo ricorrere alla «Camera del Lavoro».
— Ridete pure, — rispose il professore mentre tutti si alzavano per uscire. — Avete ingegno: son ben certo che quello che vi ho detto, vi rimarrà stampato nel cervello, e che ci penserete molte volte.... senza ridere.
Fra anarchico e socialista.
(FRAMMENTO.)
La visita che Alberto aspettava con maggiore impazienza era quella del Baldieri. Il concetto un po’ fantastico che s’era fatto di lui, il pensiero di trovarsi per la prima volta davanti a un operaio d’idee profondamente discordi dalle sue, a un agitatore audace, provato da processi e da prigionie, che forse gli veniva in casa di mala voglia, e col proposito di dirgliene delle dure, lo tennero per vari giorni in uno stato di curiosità viva; la quale diventò vivissima quando, all’ora indicatagli dal Cambiasi con un biglietto, egli sentì una vigorosa scampanellata.
Dal viso con cui la cameriera gliel’annunciò e dall’incertezza con la quale disse _un uomo_ invece di _un signore_, capì che doveva aver visto una faccia straordinaria.
E quando l’«uomo» gli fu davanti, egli dovette fare uno sforzo per dissimulare l’impressione che gli produsse il suo aspetto.
Non vide sul primo momento che due occhi azzurri potentissimi in una testa bionda più alta della sua; la quale pronunziando il suo nome, s’alzò invece d’inchinarsi.
Lo fece sedere, e l’osservò a varie riprese, di sfuggita, cominciando subito le sue interrogazioni, come se non s’occupasse punto della sua persona. Il Cambiasi aveva ragione. Egli non avrebbe saputo immaginare un viso che esprimesse più audacemente l’idea dell’anarchia rivoluzionaria. Era un viso lungo e sanguigno, con un gran naso arcato e sottile, che dava l’idea d’un’arma offensiva, e una bocca ferma, guernita di baffi petulanti, e un poco torta verso la guancia sinistra, dove s’apriva una cicatrice piccola e profonda, come il buco d’una palla di pistola. Ma più fieramente parlanti erano gli occhi, coi quali, fissando Alberto mentre rispondeva breve e netto alle sue domande, pareva che dicesse: — Chi è costui? Cosa cova? Che fine può avere la sua impostura? — Mai due occhi umani non gli avevano frugato dentro all’anima come quei due. Tutto ciò che v’è ancora di dubbioso nella sua nuova fede, tutti i pensieri e sentimenti che lo legavano ancora alla sua classe, gli parve che si agitassero, si scontorcessero sotto quello sguardo come un gruppo di bisce sferzate. Tanto che il suo cuore ardito se n’adontò e si ribellò, mandandogli un’ondata di sangue fino al collo, e invece di restringere la conversazione come aveva fissato, al lavoro dei fanciulli, egli decise d’assalirlo nel campo stesso delle sue idee, quando il primo argomento fosse esaurito. E cominciò a fissarlo, alla sua volta, negli occhi. E di volo riconobbe in lui quello che altri già riconobbero negli anarchici idealisti e sinceri: i caratteri fisici anticriminali: fronte larga, cranio ampio, una folta barba castagna, le pupille chiarissime. Era un bell’uomo; ma di quella bellezza che lascia l’animo incerto fra la simpatia e l’avversione; una di quelle figure vistose ed insolite, che, quando s’incontrano per la strada, vi fanno dire: — chi sarà costui? — A un certo punto sorrise, e Alberto fu stupito della espressione singolare di quel sorriso; pensò al sorriso, come lo chiama l’Antonino, _fantastico_, di Cola di Rienzo. Anche nella calma con cui parlava, il suo viso, il suo gesto, la voce, la parola, tutto aveva qualche cosa di tagliente e di aggressivo.
Quando capì che l’interrogatorio era finito, s’alzò a un tratto, con impeto, come se le sue gambe fossero due molle d’acciaio che avessero dato uno scatto a suo malgrado. Ma una curiosità imperiosa costrinse Alberto a trattenerlo.
— Come, — gli domandò sorridendo — se ne va senza cercar di convertirmi?
Il Baldieri lo guardò, senza comprendere: — Convertirla a che?... — Ma nell’atto stesso che fece quella domanda, comprese. — Ah! — disse — intendo.... No: non credo che sia il caso. Mi scusi, sa. Ha qualche cos’altro da domandarmi?
Alberto fu urtato da quella durezza: — Poichè rifiutate la discussione, non mi resta nulla da dire.
— Rifiuto la discussione! — ribattè l’anarchico. — Non la rifiuto mai quando credo che possa servire a qualche cosa. Ma a che cosa può servire.... tra me e lei?
Alberto volle rispondere; ma quegli lo prevenne. — Allora — disse — sarò franco; me lo permetterà. Noi non ci possiamo intendere. Un borghese non può esser con noi. Si può illudere, può essere qualche volta in buona fede....; ma alla prima occasione ci volterà le spalle, per forza, perchè non si può cambiare il midollo delle ossa. Tutt’al più, loro possono essere socialisti. Ma socialista e borghese è tutt’una per noi..... come per loro anarchico o pazzo. A che pro discutere coi pazzi? Dica la verità: per lei l’anarchismo è una pazzia.
Alberto gli fece cenno di sedere: quegli sedette sull’orlo della seggiola, come per fargli intendere che non si voleva trattenere.
— Non la credo una pazzia, — disse Alberto in tuono cortese — non mi pare irragionevole lo sperare che gli uomini potranno un giorno far di meno delle leggi, quando avranno raggiunto quel grado di moralità in cui la legge è superflua, perchè le basta la coscienza. Ma credo la moralità attuale ancora tanto lontana da quel termine, da rendere impossibile l’attuazione del vostro ideale, il quale è tutto fondato sulla esistenza d’uomini quasi perfetti. Crede lei in una trasformazione miracolosa della natura umana?
— Ma che miracolosa! — rispose il Baldieri con atto di impazienza. — Ecco la loro fissazione! Naturale, logica, non miracolosa; logica e certa, per effetto delle condizioni d’esistenza, affatto nuove, che dovranno mutar gli uomini per necessità, come il cambiamento del recipiente muta la forma del metallo fuso. — E fece un gesto come per dire: — È così chiara!
— È impossibile — disse Alberto. — Voi credete gli uomini pronti alla trasformazione, perchè, già sin d’ora, li giudicate migliori di quelli che sono, perchè non pensate che gran parte del male che non fanno, non lo fanno se non perchè non lo possono, perchè sono disarmati, compressi dall’ordinamento civile in cui vivono; ma togliete domani tutti i freni, come volete fare, e gli uomini ricadranno nelle barbarie d’un salto.
Il Baldieri scrollò le spalle in atto di pietà. — Lo dicevo che non ci possiamo intendere! — E ribattè con vivacità febbrile, picchiando il pugno sulla fronte e facendo scattar le parole: — Ma in che maniera un uomo intelligente non capiva che ogni crimine, ogni trista passione di adesso era l’effetto necessario d’una violenza, d’una restrizione imposta alla libertà, d’un vizio o d’una ingiustizia inerente all’organizzazione sociale? — Ma questo non si discute, — gridò — questo è patente come una verità elementare d’aritmetica! Ma non lo vede, non lo riconosce dieci volte al giorno, anche in sè stesso? — E dicendo questo, piantò in viso ad Alberto due occhi ch’ei non li aveva ancor visti, e che lo stupivano, quegli occhi fissi di smalto delle figure dei mosaici, che il Renan dice esser propri dei fanatici. Ed egli intuì rapidamente quella verità: che la fede assoluta in qualche cosa è per noi, uomini del presente, un fatto assolutamente sconosciuto, e che però ci è impossibile il metterci coll’immaginazione in quello stato dello spirito umano. Comprese che c’era un abisso fra quell’uomo e lui. Stette guardando un momento quegli occhi, poi disse: — Ebbene, supposto pure un miglioramento morale immediato negli uomini, come si può concepire una società senza organizzazione?
— Ma non si tratta di sopprimere ogni organizzazione! — rispose l’anarchico, impazientendosi da capo. — Questo è un altro dei loro chiodi. Si tratta di sostituire all’organizzazione autoritaria una volontaria, una federazione d’associazioni di lavoratori, che abbracci la società intera!
— Ma non sono possibili associazioni senza patti contrattuali, io credo; e questi patti saran sempre delle leggi!
— Non saranno leggi, perchè saranno spontanei e liberi, e si potranno mutare e distruggere quando si vorrà!
— Ma io non capisco neppur questo. In che maniera codeste associazioni, e nella loro federazione, si potrà mantenere l’accordo e ottenere l’operosità di tutti? Come potranno funzionare regolarmente l’una e le altre senza controllo, ossia senza autorità, senza leggi, senza la coazione dello Stato?
— Oh, curiosa! E come funzionava la società, prima che ci fosse tutto questo?
— Appunto: voi volete ritornare allo stato di natura; ebbene ci siamo stati, e siam venuti al segno in cui ci troviamo adesso.
— Ma noi ci torniamo con l’esperienza e con la scienza.
— Sta bene: dunque in condizioni affatto diverse, che ci permetteranno di rimanervi. Io comprenderei l’anarchia se si potesse tornare in tutto e per tutto allo stato primitivo. Ma non ci possiamo tornare con la complessità attuale della società, con l’attuale sistema di produzione, col macchinismo, con la divisione del lavoro, che richiedono la cooperazione metodica, armonica, puntuale d’una collettività di lavoratori, i quali debbono sacrificare la loro libera volontà. Come la sacrificheranno, se non ci saranno costretti?
Il Baldieri sorrise.
— Ma non ci sarà bisogno di costringerli perchè non avranno da fare un sacrificio! Esca un momento col cervello dallo stato presente. Lavoreranno spontaneamente, senza sforzo, non solo perchè avranno da lavorar meno, e vivranno meglio, ma perchè nello stato sociale in cui si troveranno sarà evidente, chiarissima a ognuno l’idea del dovere di ciascuno e di tutti, e questa sarà il più grande stimolo al lavoro e la regola migliore della condotta!
Alberto non rispose. La discussione ritornava sempre allo stesso punto, andava a battere contro la fede in un mutamento miracoloso degli uomini. Era inutile proseguire. Tutte le sue obbiezioni si sarebbero spezzate contro quell’idea. Ma non voleva parer vinto.
— No, — disse — è impossibile. Non posso concepire che due forme d’anarchia. Una, possibile, dopo una rivoluzione, anche domani: quella del vostro Stirner, uno dei padri dell’anarchismo; uno stato di libertà assoluta, in cui ciascuno combatta contro tutti, e dove si formerebbero dei gruppi di forti, per libero e mutuo consenso, senz’altro pensiero che l’interesse personale; lo sfruttamento di tutti, insomma, fatto da ciascuno; l’altra che sarebbe l’attuazione del vostro ideale, ma soltanto possibile dopo che la società sarà passata per un periodo di preparazione collettivista, in cui l’individuo svolgendosi e perfezionandosi, ridurrà a poco a poco superflua e poi nulla l’azione delle leggi e dello Stato: ma ciò in un tempo incalcolabile lontano. Fuor di queste due, non c’è altra anarchia che non sia un sogno.
L’operaio balzò in piedi col viso in fiamma.
— E allora è peggio che un sogno — gridò — è un’assurdità, è una stupidità il loro socialismo, con le sue leggi e col suo Stato! Come non capiscono che lo Stato è la peste, perchè non è e non può esser mai altro che l’organizzazione della forza per proteggere la proprietà, lo sfruttamento, l’usurpazione? che se si lascia in piedi una sola delle istituzioni presenti, si riformerà intorno a quella, per necessità, tutto ciò che era prima? Che pazzia! Si rada tutto una buona volta dalle fondamenta, come vogliamo noi, e quando non ci saranno più classi nemiche perchè non ci sarà più proprietà individuale, non sarà più soltanto inutile lo Stato, ma impossibile, ma ridicolo, come l’insegna d’una bottega bruciata! Finchè non vi sarà entrata nel cranio questa, voi altri signori socialisti non sarete mai altro che puntelli, senza saperlo, di tutte le istituzioni odiose che volete buttar giù, e noi vi combatteremo, noi vi odieremo peggio dei borghesi! Se non comanda altro, la riverisco.
Alberto notò il tremito violento della mano con cui egli riprese il suo cappello, e capì che gli bolliva dentro un’ira anche più forte di quella che avevano espresso le sue parole; l’ira che accende in ogni uomo di fede la discussione, come un atto offensivo e pericoloso insieme, per la sua fede. Per non irritarlo di più, cambiò sveltamente di tattica.
— E sia pure — disse. — Rimanga ciascuno nella sua idea. Non le faccio più che una domanda: lei non crede in altri mezzi che nella rivoluzione?
— In nessun altro — rispose il Baldieri, avviandosi per uscire. — Senza di questo, tutto è impostura e buffoneria, e l’inferno attuale durerà in eterno.
— E crede nell’azione rivoluzionaria senza organizzazione?
— Fermissimamente, perchè l’organizzazione della rivoluzione sarebbe la tirannia preparata, com’è stata sempre finora. E senza capi. E se verran fuori dei capi, saranno per loro le prime fucilate.
— E senza organizzazione e senza capi, chi manterrà l’ordine e la giustizia nella presa di possesso del capitale sociale?
Con questo, credette d’averlo messo al muro. Ma l’anarchico gli diede una risposta meravigliosa:
— Nessuno avrà interesse a prendere più di quello che gli occorre per lavorare.
A questa risposta inaspettata, a vedere la sincerità assoluta che brillava nei suoi occhi chiarissimi e fissi, Alberto si sentì disarmato, e l’obbiezione che stava per fargli ancora riguardo al principio: «ciascuno secondo i suoi bisogni», non attuabile se non nel caso d’una produzione sovrabbondante per i bisogni di tutti, gli morì sulle labbra. Egli sentì una specie d’ammirazione attonita per quella fede cieca, per quell’uomo così saldamente, così invincibilmente persuaso della sua idea.
— E crede anche — si restrinse a dirgli — i tempi già maturi per una rivoluzione?
— Magari per vincerla, no. Ma per cominciarla, per avviarla con delle rivolte, che scuotono l’opinione pubblica, poichè non c’è altro che la violenza che mandi avanti una causa, e non si fanno proseliti che con degli esempi d’audacia. La miglior propaganda è di sgomentare il nemico, di fargli tremare la terra sotto i piedi, di rendergli la vita così tribolata e miserabile, di far desiderare anche a lui la fine di tutto. I primi si sa, pagheranno i vasi rotti, come accade sempre; ma ne verrà dopo degli altri, che s’andranno moltiplicando; e poi verrà il momento favorevole, in cui agiranno tutti insieme, e allora sarà un uragano, che non lascierà più un sasso sull’altro di questa infame galera. E sarà presto, com’è vero che io e lei siamo qui, e che ci guardiamo in faccia.
E questo disse con un tale accento, con un tale sguardo che Alberto, con sua intima vergogna, sentì scorrere un freddo istantaneo dentro il suo sangue borghese, e si passò una mano sulla bocca per nascondere lo sforzo di mandar giù la saliva. Dopo una breve pausa gli domandò: — È anche per l’azione individuale?
Quegli lo guardò fisso, e poi scrollando le spalle come si fa a una domanda fanciullesca, rispose sprezzantemente, ma vigorosamente:
— No!
— E in un’azione collettiva — gli domandò Alberto — sarebbe pronto a sacrificarsi fra i primi?
— Io?... — quegli disse guardandolo. E soggiunse con un accento tranquillissimo: — E non me lo legge sulla faccia?
Alberto lo fissò senza parlare. E non sapendo dir altro: — Grazie — disse — delle informazioni.
— Era mio dovere, — rispose l’operaio. — Se occorrerà altro, potrà avvertir l’ingegnere. Al piacere di rivederla.
E senza dargli il tempo di porger la mano, se n’andò a passi risoluti, facendo risonare i tacchi sul palchetto come tanti colpi di martello.
Alberto rimase pensieroso in mezzo alla stanza, e gli prese un dubbio improvviso intorno a quell’idea, la quale neppur nei libri dei suoi propugnatori più eloquenti, egli aveva mai potuto, non che accettare, comprendere. E fece ancora uno sforzo per concepire la società come un tutto così fuso ed uno che non fosse possibile determinarvi la parte che spetta a ciascuno delle ricchezze che essa produce; e in cui tutti avessero uguale diritto sul prodotto dell’opera comune; e si compiesse la partecipazione senza abusi, senza disordini, come una immensa famiglia concorde.... Ah, no, era un’illusione, un sogno, una follia! Ma lo distolse da questo un altro pensiero: — Da che poteva nascere quella fede in una grande bontà ed equità futura degli uomini, se non da un così appassionato desiderio del bene altrui che gli facesse velo al giudizio? Che altri impulsi poteva egli avere, se non generosi, poichè in un nemico d’ogni superiorità e d’ogni autorità sociale l’ambizione non poteva essere, e la probabilità di migliorar la sua sorte era tanto minore di quella di perder la vita o la libertà per riuscirvi?
*
Poi domandò a sè stesso: — Ma quanti avranno la fede e la fibra di costui? Forse un altro nella sua città — pensò — forse non dieci nel suo paese, forse non mille nel mondo.
— Ah, no, — concluse. — Non si fa un esercito di eccezioni umane. L’esercito siamo noi, e travolgeremo nel nostro corso enorme anche loro. Essi non sono che la schiuma delle nostre onde, che andrà perduta nel mare....
Agitazioni e scioperi.
Il buon cavaliere, data appena una scorsa alla rubrica quotidiana «Agitazioni e scioperi» dove gli cadde sott’occhio la notizia d’un vasto sciopero agrario imminente in una provincia dell’Emilia, buttò via il suo fido giornale ed esclamò con accento di grande scoraggiamento: — Insomma, non si campa più! Questa non è più vita, è una convulsione perpetua, è il ballo di San Vito della Nazione, è una esistenza d’affanno a cui il mio temperamento non può reggere. Se ha da seguitare così, piuttosto di continuare a vivere in queste ansie dell’inferno, com’è vero il sole, io vado a finire i miei giorni in un’isola disabitata dell’Oceania.
E ciò detto, piantò il gomito sulla tavola, appoggiò una guancia sulla palma della mano, e stette così, scotendo il capo, come per riaffermare il suo proposito di emigrazione dal mondo civile.
L’amico che conosceva a fondo la sua natura di don Abbondio borghese, gli si fece accanto e gli disse con molta pacatezza: — Senti, caro mio. Il solo modo di vivere in pace, quanto si può, è di persuadersi che la pace al mondo non è possibile, perchè il mondo in pace sarebbe un mondo morto. Noi italiani siamo male avvezzi. Dal 1866 in qua, da quasi quarant’anni, non abbiamo più avuto scosse nazionali profonde. La spedizione di Roma del 1870 è stata una festa. La guerra d’Africa, oltrechè non mise in pericolo la nazione, non ci diede che delle commozioni molto attenuate dalla lontananza dei fatti. Questi quarant’anni di bonaccia hanno fatto nascere e crescere in tutti l’illusione che la civiltà d’un popolo possa progredire come va avanti un piroscafo sulla faccia d’un lago dormente. Quindi il movimento attuale del proletariato, che ci riscuote dal lungo dormiveglia, ci pare il finimondo. Ma voltiamoci un poco indietro col pensiero. Non parlo del periodo della rivoluzione francese e del primo impero, che fu anche per l’Italia una convulsione d’un quarto di secolo. Parlo della rivoluzione nostra. Dimmi che cosa sono le agitazioni presenti appetto a quelle per cui passò la borghesia in quel periodo. Prima le cospirazioni e i conati falliti, con le conseguenze tragiche delle persecuzioni, delle confische, degli esigli, delle prigionie, delle morti; poi una sequela di guerre, ciascuna delle quali poteva finire con l’invasione straniera e con una reazione terribile, e in cui tutto era messo a rischio: la vita, gli averi, la libertà, l’esistenza stessa della nazione; per una lunga serie d’anni si visse come un esercito accampato, non davanti ad un nemico, ma in mezzo ad un cerchio di nemici, minacciati, insidiati di fuori e di dentro da mille pericoli, senz’alcun benefizio della pace negli intervalli di tregua, in procinto perpetuo di un fallimento disastroso, in una vicenda continua di speranza e di disperazione. Non ti pare che i pericoli e gli affanni d’oggi siano ben poca cosa in confronto di quelli passati?
Il cavaliere scrollò il capo, e rispose tre volte no. — No; l’agitazione e i pericoli d’allora li volevamo noi, e sapevamo quello che volevamo. Era un movimento storico, necessario, chiaro, circoscritto. Ma questo chi sa dove andrà a finire?
— E anche questo è determinato da una necessità storica, è un fenomeno naturale della vita sociale. Credi che le forze della vita e della storia agiscano in una classe sola della società? Quello era un movimento circoscritto! Da che confini? Forse che la borghesia s’è contentata dell’unità e della libertà? Conseguite queste, non abbiamo noi cercato di ricavarne tutti i possibili vantaggi individuali e di classe, morali e economici? Ora le moltitudini voglion fare lo stesso: migliorare il proprio stato, come abbiamo fatto noi, servendosi delle stesse conquiste che a noi giovarono. E questo non facciamo noi ancora, tutti quanti? Chi non s’agita, in un modo o in un altro, per migliorare lo stato proprio? Chi è pago delle proprie condizioni di vita anche fra i più fortunati? Non diciamo noi che il malcontento è padre d’ogni progresso? Rifletti un poco. Noi giudichiamo naturale, giustificabile, anche lodevole che si dia moto e s’affanni per accrescer la sua fortuna il milionario, perchè riesce a vantaggio comune l’attività ch’egli spiega a quel fine, e non vorremmo che le classi sociali più povere s’agitassero per innalzarsi a una condizione di vita più umana! Ti par che sia logico? Ti par che sia umano?
— Non c’intendiamo. Non son contrario al fine: mi spaventano i mezzi, m’inquieta il fatto che queste classi si organizzino, si leghino e si muovano di concerto: in questo è il pericolo, e questo condanno.
— Ma questo condanni in loro soltanto: ecco l’ingiustizia. Non sono collegati per l’interesse comune cittadini di altri molti ordini e ceti sociali? C’è forse un ceto, una classe qualunque della società che, se sperasse di conseguire un vantaggio con l’associazione degl’intenti e degli atti, anche con lo sciopero, anche con l’arma spuntata e prudente delle minaccie, non lo tenterebbe? Non fecero, non fanno anche dei ceti borghesi dimostrazioni per le strade, leghe contro il fisco, intimazioni e minaccie al Governo? Non si sono accordati degli industriali a chiudere le loro fabbriche, mettendo sul lastrico una folla d’operai, per forzare lo Stato ad allentare il laccio dell’imposta? Che c’è di più naturale e di più giusto che i lavoratori ricorrano anch’essi al mezzo riconosciuto più efficace, al solo mezzo che possa recare effetti immediati, e di cui hanno avuto tanti esempi al di sopra di loro? Che se, avendo essi il numero, dalla loro azione concorde ci viene un’inquietudine che l’azione degli altri non ci desta, che colpa hanno essi d’essere in molti? È giusto il giudicare un diritto non per sè stesso, ma dal grado d’apprensione che può destare in noi chi lo esercita?
— Lasciamo andare il diritto. Quello che mi dà più pensiero è la molteplicità, la simultaneità, la violenza dei moti, e l’esorbitanza delle pretensioni, che rivelano un intento lontano, più grave assai dei desideri presenti.
— Vediamo un po’. Le pretensioni saranno inopportune e eccessive in certi luoghi e in certi momenti; ma non son tali da pertutto nè sempre: non si può onestamente affermare il contrario. È la tendenza generale nelle sue cause e nei suoi effetti generali che bisogna considerare. Quando, fra cent’anni, si giudicherà con mente di storici il movimento attuale, chi darà importanza al fatto che esso non sia stato opportuno e ragionevole in tutte le sue manifestazioni parziali, che in alcuni, e anche in molti casi e punti le richieste abbiano superato la possibilità delle concessioni? E a chi non parrà naturale il fenomeno, che ora si chiama _febbre_ o _contagio_, voglio dire quest’altro fatto: che l’agitazione si sia propagata con troppa rapidità, che i moti siano stati simultanei in una gran parte del paese, assumendo una apparenza, e qualche volta anche un carattere inquietante? Ossia, che ogni concessione giustamente ottenuta abbia destato intorno cento speranze inappagabili, che in ogni parte si sia manifestata una gran furia d’afferrare il momento che pareva più propizio, quello in cui era lasciata per la prima volta alle moltitudini una libertà relativa nell’esercizio dei diritti comuni, la quale esse temevano ragionevolmente che fosse passeggiera come il Governo che s’arrischiava a concederla?
Il cavaliere tacque un momento; poi rispose, corrugando la fronte: — non temo le classi lavoratrici; temo chi le consiglia e le muove. C’è un branco di mentecatti tristi che le hanno nel pugno.
— Ma no, amico; questo è il vostro errore capitale, cagione di tanti altri errori: quello di credere, di voler credere a ogni costo che pochi bastino a sommuovere delle moltitudini, a stornarle dal lavoro per settimane intere, a spingerle incontro a pericoli e a danni, a farle volontariamente digiunare e patire mille disagi. E perchè lo farebbero? Dite: per acquistar popolarità. Ma è un gioco rischioso, in cui la popolarità si può acquistare e si può perdere. Nella più parte dei casi si perde, e si mette a cimento anche dell’altro. Ma se anche fosse vero, se bastano veramente pochi a mover le migliaia, questa è una prova indubitabile che la disposizione nelle moltitudini c’è, che l’idea, il sentimento, l’impulso interno preesistono, e che quindi prima o poi, in un modo o in un altro, anche senza quei pochi, il movimento avverrebbe. In che illusione vivete! Anche i passati governi dicevano dell’agitazione nazionale che gli agitatori, i colpevoli di tutto eran pochi, e si cullavano nell’illusione che, sopprimendo quei pochi, tutto si sarebbe quetato. E credi, amico, credi che non ultima causa dell’irritazione delle classi lavoratrici è il sentirsi ripetere eternamente quell’antifona, la quale, insomma, equivale a dir loro: — Noi sappiamo bene che se un pugno di mestatori non v’istigassero di continuo per fare il vantaggio proprio alle vostre spalle, voi sareste incapaci di qualunque accordo fra di voi, di qualunque risoluzione e azione collettiva diretta all’utile vostro: voi non siete che un enorme pecorame umano, senza idee e senza volontà, che qualche ciarlatano spinge di qua e di là a suo talento, ubriacandovi di parole e d’illusioni. — Come volete che, al sentirsi dir questo, quando pure sarebbero disposte a seguire i consigli di moderazione che anche dagli agitatori molte volte ricevono, le moltitudini non siano tentate a respingerli e a passar oltre, per provarvi che non sono mandre incoscienti, ma folle d’uomini che pensano col loro cervello e vogliono con la volontà propria?
Il cavaliere rimase silenzioso, stropicciandosi con le dita un orecchio.
— Vedi — riprese l’amico: — quello che ci fa guardare con animo inquieto e ostile al movimento presente è il pensiero che in esso sia un pericolo prossimo per il nostro superfluo, che noi ci siamo assuefatti a considerare come necessario. Parlo del superfluo, non del resto, perchè sarebbe insensatezza l’affannarci di quello che potrà seguire nel mondo quando di noi non ci sarà più che cenere. Ora è certo che il movimento non potrà aver buoni effetti per le classi lavoratrici senza sacrifizi gravi della borghesia. Ebbene, persuaditi che questo è giusto, e rassegnati fin d’ora a quei sacrifizi, rinunzia fin d’ora, dentro di te, con volontà ferma, al tuo superfluo. Tu vedrai come ti sentirai sollevato, come si chiarirà il tuo giudizio, con che occhio diverso guarderai a quello che accade. Il movimento è giusto: ecco la verità che ci dobbiamo fermare saldamente nella ragione e nel cuore. La nostra classe, con la rivoluzione italiana, è stata portata su da un’ondata che a noi parve d’un fiume fecondatore. Ora ci pare onda di fiumana devastatrice quella che porta su le classi inferiori. E non è: è un’altr’onda delle stesse acque benefiche. Cerca di metterti con l’immaginazione in un atteggiamento benevolo verso quelle moltitudini di cui l’ascensione si turba, e dico: con l’immaginazione del vero. Fatti sempre presente al pensiero che manca a loro tutto quello che rende a noi più cara l’esistenza: la soddisfazione del presente, la sicurezza del domani, il godimento dell’intelletto, il senso della libertà e della leggerezza della vita. Considera pure che in un tempo lontano, quando, tenendo conto delle loro condizioni materiali e del loro stato di cultura presenti, si farà un raffronto fra la vastità del movimento attuale e il piccolissimo numero di casi di violenza che l’hanno accompagnato, questo sarà argomento di grande maraviglia. In fine, se tu non mi trattassi di predicatore, ti suggerirci ancora una considerazione molto semplice: che sono nostro sangue, che ci son fra loro i figliuoli delle migliaia che insanguinarono i nostri campi di battaglia, che sono le ossa e la carne della nazione, anzi la nazione medesima, in somma, poichè non solo essa non sarebbe senza di loro, ma non ne potremmo neppur concepire l’esistenza.
Il cavaliere fece uno di quei gesti indeterminati, — coi quali si scansa di dare una risposta.
— Andiamo, dunque —, rincalzò l’amico sorridendo, e mettendogli una mano sulla spalla —, tu che sei manzoniano! Ricordati di quello che dice il Cardinale a don Abbondio, rimproverandolo che la carne l’abbia fatto tremar per sè, mentre la carità doveva invece farlo tremare per gli altri: che di quel timore egli si sarebbe dovuto umiliare, che avrebbe dovuto invocar la forza per vincerlo e che l’amore l’avrebbe reso intrepido. — Ah! — gli dice — se v’avessero umiliato, offeso, tormentato, vi direi d’amarli, appunto per questo: amateli perchè hanno patito, perchè patiscono, perchè son deboli, perchè son vostri.
Il cavaliere continuò a star zitto per qualche momento; ma si sarebbe potuto dir di lui quello che dice il romanziere del curato: che il suo silenzio non era più quello di poc’anzi, che s’egli non sentiva tutta la commozione che la predica voleva produrre, sentiva un certo dispiacere di sè, una compassione per gli altri, un misto di tenerezza e di confusione.
Non si diede per vinto però, e disse tutt’a un tratto, un po’ bruscamente: — Tu abbellisci ogni cosa.
— Non abbellisco — rispose l’amico — no. Abbellisce la verità chi ne nasconde i lati spiacevoli. Questo io non faccio nè con gli altri nè con me stesso. Io non mi dissimulo i guai, i dolori che porteranno a tutti gli avvenimenti di cui vediamo il principio; prevedo dei giorni tristi, dei conflitti lamentevoli. Ma guardo pure al di là di questi, vedo i resultati lontani, uno stato di cose migliore del presente. In questo pensiero mi conforto. Nel fatto, vedi, io sono ancora un borghese come te, immobile in un atteggiamento di difesa. Eppure v’è un recesso in fondo alla mia coscienza, nel quale, come filosofo antiveggente e previdente nell’avvenire, già svincolato d’ogni interesse personale del presente, festeggio di nascosto il mio primo maggio.
— Ah, questo poi — esclamò scattando il cavaliere — io non lo farò mai!
— Non lo puoi giurare, mio caro. Nell’animo d’ogni uomo di cuore e di buon senso c’è oramai un seme segreto di socialismo, che si può negare, che si può comprimere; ma che resta e germoglia a nostro marcio dispetto. Germoglierà anche nel tuo cuore.
— Ne dubito.
— Vedrai.
— Starò a vedere.
Il cavaliere stette un po’ sopra pensiero, e poi, rasserenandosi all’improvviso, disse all’amico, tendendogli la mano: — Sia come si sia, non ti nascondo che con le tue parole m’hai un po’ risollevato l’animo. Che cosa vuoi? Vivo in un cerchio di buona gente che vede ogni cosa a traverso agli occhiali d’una così maledetta paura!
— Ecco la mia prima vittoria! — esclamò l’amico, stringendogli la mano. — Ti ho strappato gli occhiali.
Passano le tessitrici.
Nel momento che s’alzavano da tavola udirono il rumore confuso d’una folla, che s’avvicinava.
Tutti corsero alle finestre e ai terrazzi; la padrona di casa s’affacciò alla finestra più vicina, con una delle sue figliole.
Venivano innanzi, per una via diritta, le operaie tessitrici, scioperanti da due giorni; varie centinaia di ragazze e di donne, fra le quali si vedevano delle teste grigie; tutte in capelli, molte scarmigliate e coi panni in disordine; gruppi serrati, come grosse pattuglie, che gridavano parole incomprensibili; schiere di dieci o dodici, che si tenevano a braccetto e cantavano a voce altissima; molte scompagnate, che correvano avanti e indietro e rompevano qua e là la colonna, gesticolando, come se diffondessero una parola d’ordine, e i canti, le grida, i discorsi, le risa stridule facevano tutt’insieme un frastuono tra di battaglia e di baccanale, che si smorzava a quando a quando come nel mormorio sordo d’un fiume, e poi riscoppiava più forte.
Quando le prime furon tanto vicine da poterne vedere i visi accesi e le bocche squarciate, la signora fece un passo indietro dalla finestra, esclamando: — Che orrore!
In quel punto si vide accanto uno dei molti invitati, del quale le era noto il nome da quella mattina soltanto: un amico di suo fratello, un giovine alto e pallido, che durante il pranzo era stato quasi sempre silenzioso, e che per questo, o per l’espressione severa e dolce del viso, le aveva destato curiosità e simpatia.
Il giovine aveva udito la sua esclamazione.
— Infatti — disse pacatamente, con un sorriso —, non è quello l’aspetto più gentile in cui si possa presentare il suo sesso, signora. Ne convengo.
La signora rispose con vivacità: — Il mio sesso! Mi perdoni, signore: lei coglie un brutto momento per farmi osservare che quelle son donne al pari di me.
— È vero. Ma ci sono delle verità che è bene ricordare appunto nei momenti in cui riescono più sgradevoli. Io le ho ricordato questa con un’intenzione cortese: per attenuare in lei una impressione penosa. Quelle donne sono infiammate da una passione. Una passione violenta è come una lesione passeggiera del cervello, la quale produce effetti consimili in tutti gli esseri umani, a qualunque classe sociale appartengano. Vada a vedere, signora, in una Casa di salute a che cosa una lesione del cervello riduce la dignità, il pudore, l’educazione, la gentilezza delle più nobili dame.
— Ma quelle son pazze, signore!
— E perciò fanno mille volte peggio di queste. Ma neanche queste sono nel loro stato normale, voglio dire in uno stato in cui si possa giustamente giudicare la loro indole, il loro grado d’educazione, il loro modo abituale di sentire e di vivere. Pensi un po’, in questa folla che ci passa davanti, quante donne ci saranno, capaci di fare i sacrifici più generosi per la loro famiglia, che si strappano il pane di bocca per i loro figliuoli, che li allattano fra mille cure, fatiche, privazioni, e quante altre, di quelle che non son madri, faranno lo stesso.
— Questo lo so; ma non giustifica....
— Non dico per giustificare, signora; dico per rendere lei più indulgente. Quelle che a lei più ripugna di vedere in codesto stato di eccitamento scomposto, che paion briache, sono le ragazze. E a me pure. Ebbene, quando le vedo così, io penso, guardandole, a quante di esse hanno visto fin da bambine, forzatamente, i più brutti aspetti della natura umana e del mondo, a quante prima dei vent’anni hanno già avuto dalla vita delle delusioni tristissime, non confortate neppure dalle distrazioni dello spirito e dagli agi materiali, che soccorrono le ragazze infelici della nostra classe sociale; in quante è un vero miracolo che si sia salvato dai contatti inevitabili della volgarità e della brutalità umana la bontà dell’animo, l’affetto per la famiglia, la sincerità dell’amore. E anche penso quanto saranno brevi in loro la gioventù e la bellezza, e quante di esse, dopo aver perduto l’una e l’altra, logorate innanzi tempo dal lavoro avranno una maturità più travagliata dell’età bella, dei figliuoli poveri come loro, e una vecchiaia abbandonata, che finirà all’ospedale. E allora, se è scappata anche a me l’esclamazione che è uscita dalla sua bocca, signora, me ne pento... e me ne vergogno, mi perdoni.
La signora non badò alle sue ultime parole: era tutta intenta alle operaie, che s’erano arrestate sulla piazza, formando un vasto assembramento, intorno al quale accorrevano curiosi da ogni parte. Pareva che tenessero consulta sul dove dirigersi, o che aspettassero un rinforzo d’altre scioperanti; alcune, nel mezzo, agitavano le braccia come se arringassero le compagne, scoppiavano applausi, la folla si rimescolava, il gridìo cresceva.
La signora fu presa da una viva inquietudine. — Chi sa che cosa stanno macchinando, ora! — esclamò. — Ah, fortuna che ci sono ancora dei soldati.
— È giusto — osservò il giovane con un sorriso leggermente ironico, che essa non vide. — Pensi a quanti soldati daranno all’esercito tutte quelle tessitrici.
La signora riattaccò il discorso interrotto. — Ma intanto —, disse — lei che parla di tante virtù, perchè non sono al lavoro le sue protette, invece di star qui a far baccano e a spaventar la gente?
— Andiamo, cara signora: supposto pure che siano qui per puro spasso, bisogna convenire che si danno di questi spassi assai di rado, perchè li pagan troppo cari. Vogliamo contare cinque giorni dell’anno? Ebbene, pensi che in tutti gli altri trecento e sessanta, escluse le domeniche, quando lei si sveglia, esse sono già al lavoro da due ore; che quando la sera lei ritorna a casa a desinare stanca del suo giro di visite, esse staranno ancora al lavoro altre due ore, e che son lì, tutti i giorni, anche nei mesi che lei passa sul mare, o in collina, o in montagna, e che la maggior parte, con dieci ore almeno di fatica quotidiana, non guadagnano quanto occorre giornalmente a lei per l’acqua da profumarsi. A lei, che è buona e ragionevole, non pare scusabile che facciano del chiasso qualche volta per migliorare un po’ la loro condizione?
— Migliorare! — rispose la signora. — Ma quasi sempre.... Ma nel caso presente, per esempio, hanno delle pretensioni esorbitanti; tutti lo dicono; i padroni non possono; si dovrebbero ridurre sul lastrico, per contentarle....
— Un momento, signora. Supponiamo pure che siano in errore, che abbiano delle pretensioni inappagabili: il fatto è che esse non lo credono. Ecco il punto. Credono fermamente che i padroni possano: facendo dei sacrifici, si capisce. Come può pensare che, se non credessero questo, farebbero quello che fanno, che, se stimassero impossibili ai loro padroni le concessioni che loro domandano, vorrebbero, smettendo il lavoro, costringerli a chiuder le fabbriche, e ridursi a perdere per conseguenza anche quel pezzo di pane che ora si guadagnano? Dunque sono in buona fede, dunque sono scusabili. E lo sono anche per un’altra ragione. Esse vedono intorno a sè, in tutte le forme più appariscenti, il lusso, la prodigalità, lo sperpero: capiscono vagamente che tutto questo esce in grandissima parte dal lavoro delle classi a cui appartengono: domandano che una parte maggiore del frutto del loro lavoro rimanga a loro invece di convertirsi in superfluo per gli altri: a chi hanno da rivolgere questa domanda se non a chi le fa lavorare? Sbaglieranno; quei tali appunto a cui si rivolgono, nel caso attuale, non potranno contentarle; ma sono pure i soli nei quali esse possano fondare la loro speranza; se fanno male i conti, sono compatibili, e anche se non credono al _non possumus_ che loro si oppone, perchè sanno che è una risposta che si dà quasi sempre, e spesso anche dal ricco al povero che gli chiede un soldo. Si lasci intenerire un poco, signora. Basta un po’ d’immaginazione per questo. Pensi come debbono aver mangiato stamani quelle donne, e a che tavola sederanno questa sera, e domani; si raffiguri le loro povere case, la loro vita di tutti i giorni, il centesimo lesinato, l’ansietà continua del giorno che verrà, le sere eterne che passano ad aspettare con trepidazione il marito o il padre che non torna, e i mille «no» dolorosi con cui debbono rispondere ai mille desideri dei loro bambini, tentati nella grande città da tante cose desiderabili, che essi credono fatte per loro come per gli altri.
— Io saprei sopportare tutti questi sacrifici, se la necessità me li imponesse —, rispose con accento d’alterezza la signora. — Molte donne della nostra classe li hanno affrontati coraggiosamente nel periodo della rivoluzione nazionale.
— Lo credo di lei, e delle altre lo so. Ma convenga che chi non si trova in tale necessità deve usare qualche indulgenza verso quelli che vi si trovano, perchè tra il sentirsi capaci di patire e il patire c’è qualche divario. E poichè lei mi ricorda i sacrifici fatti dalle «signore» alla rivoluzione, mi permetta di dirle ancora una cosa. È vero: molte, in quel tempo, hanno sopportato nobilmente povertà, esilio, separazioni dolorose. Ma crede lei che esse e i loro mariti e i figliuoli avrebbero fatto quanto fecero se avessero potuto prevedere che, liberata e unificata la patria, il popolo sarebbe rimasto perpetuamente nelle stesse condizioni materiali e morali in cui si trovava allora? Non crede invece che li eccitasse sopra tutto all’opera la speranza, anzi la certezza che con la libertà e l’unità nazionale sarebbe cominciato un grande movimento d’ascensione delle classi popolari verso uno stato migliore di vita, economicamente migliore per prima cosa, poichè la miseria è il primo degli impedimenti a ogni progresso civile? E crede che questo movimento d’ascensione, sperato allora, considerato come l’ultimo e più santo scopo d’ogni lotta, e desiderato adesso da quanti hanno cuore e ragione, perchè è giusto, perchè è necessario, perchè è l’adempimento d’una legge del mondo, crede lei che si produrrebbe se il popolo lavoratore, se queste donne come tutti gli altri non chiedessero, non si accordassero per strappare delle concessioni, non si agitassero a quando a quando per sferzare l’inerzia delle classi superiori, per ricordarci le promesse dei nostri padri, e anche per impaurire l’egoismo dei soddisfatti?
La signora non rispose.
— E non pensa pure, signora, che l’inquietudine che essi ci danno con questi perturbamenti dell’ordine sia per la maggior