parte il
lavoro meccanico. Io domando che stimolo avrebbe il più difficile, il più prezioso, il più benefico dei lavori, quello degli inventori!
— Ma signor Moretti! — esclamò la signora Luzzi dal suo sofà. — Non si dice anche adesso che tutti gli inventori muoiono all’ospedale?
Molti risero. Alberto guardò con curiosità la signora; poi disse:
— A lei, signor Moretti, risponda. — Ma mentre questi cercava la risposta, il commendatore, irritato che al giovane rimanesse anche solo un’apparenza di vittoria, gli andò a piantar davanti la sua mole maestosa, con l’aria di volerla far finita, e fra l’attenzione di tutti, che aspettavano il colpo di grazia, gli domandò:
— Dunque tu sei per lo Stato collettivista?
— Sì — rispose Alberto.
— Sei per lo Stato che sopprime l’industria e il commercio privato, che resta solo e unico proprietario di tutto ciò che regola i prodotti, che tiene in bilancia tutti gl’interessi, che governa la vita e il progresso d’un popolo come il cammino d’una mandra di pecore? Dimmi questo soltanto. Dimmi se hai mai pensato, almeno per un quarto d’ora, all’assurdità di questo Stato prepotente e strapotente, che avrebbe bisogno, per funzionare, d’un sistema burocratico appetto al quale il nostro è un congegno da bambini, e che riprodurrebbe centuplicati tutti i difetti e gli errori di lentezza, di imprevidenza, di confusione, di spreco che già si rimproverano allo Stato attuale? Dimmi se hai pensato a questo, perchè io sappia se debbo continuare o no a ragionare.
Dando uno sguardo intorno prima di rispondere, Alberto vide sua moglie col capo basso, come già vergognata della cattiva figura che egli stava per fare: n’ebbe dispiacere e ne prese animo.
— Stia tranquillo — rispose — potrà continuare a ragionare. Lo Stato che lei ha definito non è quello del socialismo. Loro giudicano questo da quello, come se l’uno non fosse che l’altro ingrossato, e qui è l’errore. Lasciamo pur stare che neanche ora lo Stato fa tutto male, come non fa tutto bene l’iniziativa privata; che se non fa sempre bene, non è almeno interessato a far male, come i privati son troppo spesso, e che se bene non può fare in molte cose è perchè, fuor della classe privilegiata di cui è in mano e che lo sfrutta, non trova, per questa ragione appunto, che diffidenza e ribellione. Lasciamo anche stare che, con tutta la vostra tenerezza per la libera concorrenza, voi invocate l’intervento dello Stato per sopprimerla ogni volta che avete un interesse di classe da salvare, e che è assurdo il parlare di libera concorrenza quando ogni industria non si sviluppa che accentrandosi, ossia creando un monopolio. Ma è una fiaba che il socialismo voglia uno Stato onnipotente, un autoritarismo senza limiti. Il socialismo vuole uno Stato che serva la nazione, non che governi nel senso d’ora, che sia subordinato alla società, non che la domini. E non ha da essere un organismo prefisso e immobile, ma una forza d’organizzazione che si perfezionerà semplificandosi, ripartendo la propria azione in organi secondari, in corpi di governi locali, in un gran numero di meccanismi inferiori, i quali si formeranno per necessità, a poco a poco, sotto l’impulso del nuovo principio a cui sarà informata tutta la vita sociale.
— «Fata viam invenient» — disse il Cambiari.
Il commendatore voltò verso l’ingegnere il sorriso compassionevole che aveva preparato per il genero, e gli disse:
— Signor Cambiari, avrebbe anche lei perduto il bene dell’intelletto?
— Ma no — rispose questi tra il faceto e il serio, con l’aria di chi gode a soffiar nelle dispute. — Trovo giusta l’idea d’Alberto, che per l’organizzazione della Società, come i socialisti la vogliono, si debba anche tener conto della cooperazione dei fatti. Mi permette d’esprimer tutto il mio pensiero? L’edifizio futuro si costruirà come si è costrutto il presente, che fu tirato su ed accomodato a poco a poco dalle generazioni, secondo i loro bisogni, che mutavano, e secondo le norme successive dell’esperienza. Non si può quindi giudicare fin d’ora quello che sarà per l’appunto lo Stato socialista, nè pretendere che qualcuno lo dica. Si vedrà. — E soggiunse, accarezzandosi il mento: — Sapeva la borghesia francese dell’89 che governo avrebbe costituito? Voleva il potere politico per fare i suoi affari a comodo suo; ma non prevedeva nemmeno la repubblica, non prevedeva nemmeno che cosa sarebbe stato la sua costituzione economica. — E non essendo guardato dal commendatore, mise fuori due dita di lingua.
Quegli lo fissò, quand’ebbe finito, e disse, dondolando il capo:
— Lasciatevi dire una cosa: mi fate pietà tutt’e due. — E voltò le spalle; mentre il Cambiari si stropicciava le mani, come chi ha fatto uno scherzo ben riuscito, e il cavalier Bianchini rivolgeva un atto supplichevole al figliuolo, perchè tacesse. Questi acconsentì mordendosi le labbra. Ma il vecchio Geri tornò all’assalto.
— O mi dica un po’, signor professore? — disse con voce dottorale. — Tutte le istituzioni sociali, proprietà, famiglia, stato, religione, son legate fra di loro intimamente; non si può toccare l’una senza toccare l’altra: che cosa farà della famiglia?
— Sì, sentiamo — dissero altre voci — che cosa farà lei della religione e della famiglia?
E il Geri giovane, dando un’occhiata alla signora Giulia, soggiunse:
— Avrebbe in proposito le idee di Maria Zara?
Quasi tutti risero.
— Che orrore! — esclamò la signora Giulia.
La vecchia Bianchini fece un atto di ribrezzo. Non avevan mai letto nulla di lei; ma sapevano chi era, una specie di petroliera, un’apostolessa e praticante dell’amor libero, la ganza di tutto il partito, una donna da non nominarsi fra gente per bene. La sua reputazione era così orribile che Alberto, benchè la sapesse una donna onestissima e immensamente buona, non s’attentò neppure a difenderla.
— Che cosa farà lei della famiglia? — domandò di nuovo il dottor Geri.
Alberto non aveva ancora idee ferme su quell’argomento, che era il più pericoloso di tutti; ma capì che non poteva ceder su quello, senza lasciar il sopravvento agli avversari anche negli altri.
— Non creda di sgomentarmi con questa domanda — rispose, ostentando sicurezza d’animo.
— Neanche la famiglia non è una istituzione immutabile: si modifica e progredisce col progredire della società; col mutarsi della condizione sociale della donna. Questa è molto mutata dal passato, anche lei lo deve riconoscere. Ora, come la famiglia d’oggi non è più quella del medio evo, così essa assumerà necessariamente un’altra forma quando la donna sarà affrancata dalla servitù economica e avrà tutti i diritti dell’uomo.
S’alzò un grido di protesta.
— Le idee di Maria Zara! — esclamò il Geri figlio.
— E di Luisa Michel! — gridò il suocero. — Ora farai l’apologia degli orrori della Comune!
— Eh, lasciamo stare gli _orrori_! — rispose Alberto, cominciando a irritarsi. — In servigio di tutte le cause si commisero degli orrori: la religione ebbe i roghi e la tortura, e la difesa della proprietà male acquistata fu sempre più feroce che gli assalti della fame.
— Ma se lo dicevo — gridò il commendatore — che avresti anche difeso i fucilatori dei prigionieri!
— Non è vero! Io non difendo nè chi ammazza i prigionieri in nome della rivoluzione, nè chi li macella in nome dell’ordine.
— E non fai differenza fra gli uni e gli altri! — ribattè il suocero, scoppiando.
Qui s’intromise da capo il Bianchini padre, supplichevole, e con lui la signora Giulia e la sorella d’Alberto, accarezzando l’uno e l’altro e sospingendoli dolcemente da due parti opposte, fin che il cerchio si spezzò in vari gruppi, e la battaglia si ruppe in una serie di scaramucce.
Vicino alla finestra, nacque una discussione intorno alle condizioni degli operai fra il dottor Geri, il Cambiari e il Moretti, ai quali s’aggiunse la signora Luzzi. Il dottor Geri affermava che i salari erano aumentati in proporzione dei prezzi delle derrate.
— Questo vorrebbe dire — osservò il Cambiari sorridendo — che siccome erano scarsi prima, sono insufficienti anche adesso.
— Il pane è ribassato.
— Ma è rincarata la carne.
— È scemato il prezzo del riso.
— Ma son rincarati il vino, l’olio, lo zucchero, il caffè.... lo spirito....
— E le pigioni, signor dottore? — domandò la Luzzi.
— Ma che pigioni! — rispose il dottore. — Badiamo ai fatti generali. Il fatto è che gli operai vestivano di grossa tela, ora veston di panni; che andavano a piedi nudi, e ora portan le scarpe, e sono alloggiati meglio d’una volta. Oltredichè godono dei vantaggi comuni della civiltà progredita: strade ferrate, gas, luce elettrica, acqua potabile, giardini pubblici, musei aperti a tutti. Conta per nulla lei tutto questo?
— Ma questi vantaggi li pagano con le tasse.
— O che tasse paga chi non ha quattrini?
— Ma come! Non sa che ogni operaio che guadagni tanto da vivere paga il venti per cento del suo salario in tasse indirette?
— Ma che venti per cento! Si sa come si fanno questi calcoli.... E poi consideri le case operaie, gli istituti ospitalieri, i bagni popolari, la maggior igiene, che diminuisce le malattie infettive. Una volta eran decimati dal vaiolo....
— Già — disse scherzosamente la Luzzi. — Come osano di lamentarsi? Son vaccinati!
Fu una risata. Alberto, sopraggiunto in quel momento, le disse:
— Brava, signora Luzzi! Val più una delle sue bottate che tutti i nostri ragionamenti.
La discussione continuò; ma da qualche minuto il Cambiari s’era staccato dal gruppo e discorreva con la signora Paola, seduta accanto alla madre d’Alberto; questa sdegnata, quella stupefatta e quasi tremante per la disputa che aveva ascoltato. L’ingegnere finiva di confonderle la testa dicendole che il socialismo non era che la risurrezione del cristianesimo, e citandole cardinali e vescovi tedeschi, inglesi e americani che avevano espresso idee socialiste.
— Ah! non è possibile — rispose la signora. — Non scherzi su questo soggetto, signor ingegnere!
— Come, non è possibile? Ma, cara signora, sono fatti sacrosanti. E i padri della chiesa? Lei rispetterà i padri della chiesa. Ebbene, San Clemente ha detto che «tutto dovrebbe appartenere a tutti», San Basilio ha detto che «il ricco è un ladro», San Giovanni Crisostomo che «tutti i beni dovrebbero essere in comune».
La signora lo guardò; poi scosse la testa.
— Ma non avran detto proprio così. Lei m’ha l’aria d’inventare. Se il mondo è com’è, è perchè il Signore vuole che sia così. Se Sua Santità benedice anche i ricchi, vuol dire che la ricchezza non è una colpa.
— Sua Santità? Ma Sua Santità è un socialista dichiarato. Non sa che in una sua pastorale, quand’era vescovo di Perugia, ha detto che gli operai sono «sfruttati da una cupidità senza viscere»?
— L’avrà voluto dire in un altro senso. Lei si vuol burlare di me. Che gusto ci ha a tormentarmi?
— Ma no, lei vedrà.... finirà con diventare anarchica. — E le parlò del suo famoso anarchico, il Baldieri, che aveva un libro terribile di propaganda tutto fatto con frasi delle Sacre Scritture, e che a sentirlo parlare, alle volte, pareva un sacerdote sul pergamo.
— Ah! che profanazione! E lei sta a sentire di questi orrori?
E si voltò a chiedere soccorso alla signora Bianchini. Ma questa s’era avvicinata a un crocchietto dove il Geri figlio, ridendo, ma schizzando bile dagli occhi, metteva in burletta lo Stato collettivista:
— .... E così avremo lo Stato muratore, fabro ferraio, calzolaio, contadino, filatore, stampatore, impresario d’omnibus e di tranvai. Il debito pubblico sarà trasformato in «titoli di consumazione» e invece della moneta si avranno i «buoni di lavoro». Non fo celia, signori miei. Sono profezie stampate. E siccome i valori delle cose non saranno più determinati che dal tempo necessario a farle, così, vedete, non si comprerà più, per esempio, un soprabito da cento lire, ma un soprabito da cento ore; si comprerà tre quarti d’ora di sapone, un quarto d’ora di spago, cinque minuti di zolfanelli. E le fatiche più penose essendo le meglio retribuite, un’ora di lavoro alle fogne frutterà quanto due ore di lezione d’un professore di letteratura. E non più proprietà privata. Ciascun italiano sarà proprietario d’un trenta milionesimo della proprietà nazionale. Non ci sarà più nè mercato, nè borsa, nè pigioni di casa, nè lusso, nè servitori, nè serve: la cucina sarà un’istituzione sociale....
Gli uditori ridevano. Ma egli tacque vedendo avvicinarsi Alberto, che l’aveva inteso, e si guardarono l’un l’altro nel bianco degli occhi, con un sorriso sarcastico. La signora Bianchini prevenne l’urto, facendo in là il suo figliuolo, e gli disse a voce bassa, risentita:
— Ma dove hai la testa? Per che via ti metti? Il commendatore è indignato. Non ricominciare. Che cosa diventa la nostra casa!
Alberto non rispose. Aveva ancora un peso sul cuore, un bisogno prepotente di lotta e di sfogo, stimolato anche dallo stato d’eccitazione in cui si trovava tutta la compagnia. Uno dei più eccitati era il Moretti, che incantucciava ora l’uno ora l’altro, per esporgli i suoi progetti, coi quali risolveva la gran quistione. Sgusciatogli di mano il cavalier Bianchini, che aveva altro pel capo, egli afferrò il signor Luzzi, per comunicargli una sua nuova idea, che era di fondere insieme tutte le società cooperative di consumo, per formarne una sola immensa, che abbracciasse tutti i generi, e in cui entrassero a poco a poco tutti i cittadini dello Stato.
— Stia bene a sentire. La cifra degli affari di questa società sarebbe uguale alla cifra totale della consumazione d’Italia, e pari a un dipresso a quella della produzione. Ebbene, quando questa gigantesca cooperativa sarà in grado di comperare tutta la somma della produzione annuale della nazione, è evidente che sarà assolutamente padrona, non solo del commercio (si sottintende), ma di tutte le industrie produttive; e allora le potrà comprare, e le comprerà. Ed ecco sciolta pacificamente la gran quistione che affanna il mondo! Che cosa ne dice?
Ma il Luzzi, che non credeva alla _gran quistione_, sogghignò, come se non prendesse sul serio nè il progetto di lui, nè tutte le altre chiacchiere che sentiva da un’ora.
Allora il Moretti, con l’immaginazione sempre più accesa, agguantò il Cambiari, e mise fuori un’altra pensata. — Chi sa, la quistione sociale avrebbe avuto forse una soluzione affatto diversa da quella che il socialismo proponeva; una soluzione fatta balenare dall’ultimo congresso dei naturalisti a Berlino, nel quale s’era espresso il concetto che, per mezzo dell’elettricità, fosse possibile trasformare la materia prima in alimento. Non aveva detto il chimico Meyer che si potrebbero convertire in cibo le fibre legnose, e un altro, che si sarebbe fatto una specie di pane con la pietra?
— Ma certo! — rispose il Cambiari. — E sarebbe una cuccagna, per noi, che abbiamo gli Appennini e le Alpi. — Ma lasciò ad un tratto il Moretti, udendo Geri il giovane e Alberto, che discutevano acremente in mezzo alle signore.
— E crede lei — domandava il Geri — che una massa d’operai ignoranti potrebbe da sè sola mandare avanti le industrie?
— E chi le dice che le manderebbero avanti gli operai ignoranti? — ribattè Alberto. — E adesso, sono forse i capitalisti, in generale, gli azionisti, i padroni, insomma, che mandano avanti le industrie più grandi? Non sono dei salariati come gli operai, dal primo ingegnere all’ultimo computista? Che cosa sarebbe mutato, mi dica, con la soppressione del capitalista, rimanendo nella società il capitale! E crede che tutta l’intelligenza e la scienza che ora fanno andare il mondo non accetterebbero, per necessità, la nuova condizione di cose, continuando a fare la parte loro?
— No, mai! — rispose il Geri. — Piuttosto che annientarsi, si farebbero annientare. Non si piegherebbero al vostro dispotismo.
La signora Luzzi lo rimbeccò.
— No, signor Geri — disse. — Gl’intelligenti, i dotti si convertirebbero a mille per volta, come s’è sempre visto. E tutti proverebbero con dei documenti d’essere stati socialisti fin dall’infanzia.
Il Geri le lanciò uno sguardo come una frustata e Alberto la guardò con viva simpatia. Ma la discussione ripigliò, inasprendosi, e cadde d’un salto sulla quistione del diritto al lavoro.
— Non c’è senso comune! — disse il Geri. — Come ci sarà del lavoro per tutti, se ora già ne manca, e se, soppressi i ricchi, avverrà un’enorme diminuzione nei consumi?
— Non ci ha altro argomento?... Ma questa diminuzione sarà ampiamente compensata dal maggior consumo della grande maggioranza, messa in condizioni migliori; maggioranza che ora, per la scarsità dei salari e per la disoccupazione, consuma appena lo stretto necessario, e anche meno!
Il Geri levò gli occhi in alto, come per dire: — Che spropositi!
— Ma come si farà allora — disse forte — a mantenere la produzione a paro coi nuovi bisogni, che cresceranno enormemente, e in corrispondenza all’aumento della popolazione, che sarà effetto della vita migliorata?
— E c’è bisogno che io glielo spieghi? Ma è chiarissimo! Si raddoppierà il prodotto della terra in virtù della grande cultura razionale, impossibile ora per il frazionamento della proprietà.... Un momento, mi lasci finire.... Si svolgerà largamente il macchinismo circoscritto ora dalla sovrapproduzione, dal basso prezzo del lavoro umano, dalla insufficienza del capitale privato, e ci sarà un maggior numero di lavoratori per la soppressione dei parassiti, degli intermediari, dei produttori di cose inutili. — E vedendo il Geri ridere, soggiunse bruscamente:
— Ma come non lo capisce?
— Ma come non capisce lei che gira in un povero circolo vizioso?
— Ma lei lo chiama vizioso perchè non è capace d’uscirne!
In quel punto, per fortuna, il dottor Geri prese per un braccio il figliuolo, e gli osservò che non era conveniente il prolungar quella discussione col professore in presenza del suo scolaro, il quale stava lì a sentire, con gli occhi scintillanti di compiacenza maligna. E nello stesso tempo Alberto si sentì tirare il vestito da sua moglie, che lo scongiurava di quetarsi.
Seguì una breve tregua agitata, mentre la cameriera riportava attorno i vassoi, e il cavalier Bianchini notò con vivo rammarico che il Geri, il commendatore ed Alberto, nell’atto di recare il bicchiere alla bocca, avevan le mani tremanti: pessimo segno.
Intanto tutte le signore, meno la moglie dell’ingegnere, eran passate nel salotto, dove commentavano a bassa voce la discussione. La signora Paola, la madre e la moglie di Alberto erano turbate, avevano tutte un presentimento che sarebbe finita male, che qualche cosa di molto triste per la famiglia dovesse accadere quella sera. Soltanto la signorina Ernesta taceva, ma col viso pensieroso, con due fiammelle guizzanti nei piccoli occhi neri e dolci, che annunziavano un fermento insolito di idee.
Nella sala da pranzo si tornavano a sentire delle voci concitate. Sopraggiunse la signora Cambiari, ridendo, e disse:
— Hanno ricominciato. Oh questi uomini! Tiran fuori delle parole così stravaganti! — E provò, ma non riuscì a dire: _socializzazione della terra._ — No, non ci riesco: mi fa starnutare. Provi un po’ lei, signora Luzzi.
Ma, vedendo che la signora Giulia era inquieta, la esilarò un momento, dicendole con la più grande ingenuità:
— Ma io credo che il signor Alberto faccia per celia, per stuzzicare un poco quei signori. Lo confesserà all’ultimo, vedrai, e tutto finirà in una risata.
Poi fecero tutte dei complimenti alla signora Luzzi per lo spirito che aveva mostrato nella conversazione, e il Cambiari, entrando, ci aggiunse il suo. Mentre le altre non sentivano, le disse piano, con gravità comica, guardandola negli occhi:
— Lei è socialista?
— Non so — rispose la signora — ma ho le mie idee. Non foss’altro che perchè il socialismo vuol fondare il matrimonio sull’amore, sulla dignità umana, mentre ora non è che un contratto mercantile.
— Lei vuole la libertà della donna?
— Certo.
— È forse schiava, ora? Non è forse la donna che impera?
— Sì, le donne belle. Ma le altre?
— Perchè s’interessa lei delle altre?
La Luzzi rispose seria:
— Un complimento non è una ragione.
Il Cambiari la fissò ancora, e gli balenò il sospetto che quel socialismo non fosse schietta farina, che nascondesse un suo disegno sopra il bel socialista, a danno del brutto vicedirettore. Ma udendo la voce del commendatore che parlava con acrimonia straordinaria, rientrarono tutti in fretta nella sala da pranzo.
L’oratore, in piedi, parlava ai due Geri, fingendo di non badare ad Alberto, della lotta fra capitale e lavoro. No, per quanto armeggiassero con società di resistenza, coalizioni internazionali e l’inferno, il capitale non sarebbe stato mai soggiogato; anche a costo di far da per tutto come a Melbourne, in occasione dello sciopero famoso dei cavatori di carbone, degli accenditori del gas e dei facchini, quando s’erano uniti in lega ingegneri, avvocati, ecclesiastici, impiegati, studenti, e avevan lavorato alle officine, improvvisata l’illuminazione elettrica, caricato e scaricato le navi con le proprie braccia. No, piuttosto di subire la prepotenza del numero, sia d’operai, sia di contadini, si sarebbero inventate macchine su macchine, si sarebbe ridotta a pascolo mezza l’Europa, si sarebbero fatti venire lavoratori industriali e agricoli dalla China e i negri dall’Africa.
— E le scimmie! — aggiunse Alberto, non potendosi più contenere. — Perisca il mondo, purchè si salvi il capitale e duri lo sfruttamento.
Il suocero si voltò, come sferzato da quella ultima parola, che egli odiava, e urlò quasi:
— Eh! finiamola una volta con questa parola bugiarda, di cui ci empite gli orecchi! Di che sfruttamento andate cianciando? In che maniera il capitalista sfrutta l’operaio, se questi può accettare o respingere le condizioni che egli propone? Come può il capitalista esser tiranno se l’operaio è libero?
— Libero?... — ribattè Alberto. — E io dico dal canto mio: finiamola con questa parola bugiarda di libertà. Chi non ha nulla non è libero, perchè non può aspettare e non si può muovere. Il capitale può aspettare e può muoversi. Non c’è libertà reale di contratto fra chi ha bisogno del pane e chi può rifiutarlo.
— E allora non è libero neppure il capitalista, perchè è costretto dalla concorrenza a dare il meno possibile: la intendi?
— Poichè la intende lei! Ma il male è appunto nella concorrenza, che il socialismo vuol sopprimere.
— Ah! È dunque una forza maggiore che il capitalista subisce. Che ci venite a blaterar d’ingiustizia, allora?
— Ma l’ingiustizia c’è ugualmente, e patentissima È che il capitale pretende e si appropria una parte che non gli spetta.
— E quale parte? — domandò il suocero, sogghignandogli in viso.
— Quale parte? — domandarono insieme i due Geri.
— Ma è chiaro. Quando il capitalista ha cavato dal guadagno gl’interessi del capitale che impiegò nella produzione, e tutte le spese, e la quota annua d’ammortizzamento, e anche un largo compenso per il suo lavoro personale (se lo presta), con qual giustizia si appropria il resto, invece di ripartirlo fra tutti i lavoratori che hanno concorso alla produzione?
Il commendatore e i due Geri si guardarono un momento in aria di stupore, come credendo d’aver franteso; poi diedero in una risata.
— Questa è enorme! — esclamò il suocero, fingendosi esilarato. — Ma se l’appropria come premio per il rischio che ha corso il suo capitale! Negherai, professore, che c’è un gran numero d’industriali che vanno in rovina?
Alberto fremè a quell’interrogazione burlevole; ma il suocero non gli lasciò il tempo di rispondere.
— Venga lei — disse — signor Cambiari, che pure poco fa gli dava ragione: venga lei a spiegare questa elementarissima verità al suo amico.
Il Cambiari, col suo sorriso astuto, s’avvicinò al gruppo, lisciandosi il mento, e disse con molta placidità:
— In questo, mi scusi.... sarei piuttosto d’accordo col mio amico. Il rischio esiste per questo o per quel capitalista, per Tizio o per Caio, ma non per la classe intera, nella quale rimangono ad ogni modo i profitti. Mi spiego? Poichè, non essendo i capitalisti collegati, ma in lotta fra di loro, quello che l’uno perde l’altro guadagna. Non è forse vero? Per la qual cosa, se taluni si rovinano, se il lavoro dei loro salariati non ha dato un prodotto rimuneratore, non se ne può dedurre.... dico il mio parere.... che debba il lavoro fortunato degli altri operai esser defraudato d’una parte del compenso che gli spetta, e questa parte accumularsi tutta a vantaggio del capitale.
— Ecco l’argomento — disse Alberto.
I tre avversari guardarono prima il Cambiari e poi si guardarono tra loro, come per dirsi:
— Costui vuol fare il buffone alle nostre spalle.
— Ma questi sono miserabili cavilli da avvocato — rispose il commendatore. — Ma appunto perchè non sono collegati tra di loro è logico e giusto che ciascun capitalista pensi a sè solo!... — Poi scrollò le spalle. — Ma io son ben ingenuo a risponderle. Lei non parla sul serio. Io non discuto più nè con chi manca di sincerità, nè con chi manca di senso morale.
Alberto si scosse.
— Mi spieghi — disse con accento quasi di comando — perchè manco di senso morale.
— E hai bisogno che te lo spieghi! Ma è perchè non comprendi, non senti che non si potrebbero attuare le tue idee senza commettere un’odiosa spogliazione, senza violare il più sacro diritto.
— Quale «più» sacro diritto? C’è qualche diritto superiore a quello che ha la società di modificare i propri ordinamenti? Lo stato moderno non è forse fondato sul diritto delle maggioranze? Chi si potrà opporre alla maggioranza quando essa vorrà valersi di questo suo diritto per la revisione del diritto di proprietà?
— Non alteri il senso delle parole, signor professore di letteratura; non si tratterebbe di revisione; ma d’una vera e propria spogliazione delle classi abbienti.
— Adagio un po’.... — entrò a dire il Cambiari, con viso d’innocente — non si tratterebbe che di riscattare, io credo. Ai capitalisti espropriati si farebbe un pagamento rateale in forma di mezzi di godimenti.... per un tempo da convenirsi....
— Buffonate! — rispose il suocero, perdendo la pazienza. — Chiamate almeno il latrocinio col suo nome!
— Latrocinio? — domandò Alberto, con quanta calma gli fu possibile. — C’è latrocinio, c’è spogliazione quando si toglie a un cittadino ciò che possiede, in onta alla legge che glielo guarentisce. Ma quando la legge si muta, quando lo si espropria in virtù della legge stessa, in nome d’un interesse pubblico superiore al privato, dov’è il latrocinio?
— Dov’è il latrocinio? Ma con che faccia...? Ma sarebbe un latrocinio tanto più sfacciato, tanto più odiosa perchè fatto colle leggi e coi carabinieri, senza possibile difesa! Ma il tuo _senso morale_ non te lo dice? Ma con chi parlo, alla fine?
— E io mi rivolgo al «suo» senso morale, alla sua coscienza di cittadino e di patriotta. Ma la storia degli ultimi secoli, lei lo deve sapere, non è che una storia di continue spogliazioni, fatte in nome del bene pubblico. La monarchia ha spogliato i grandi feudatari, la borghesia ha spogliato l’aristocrazia e il clero, l’Italia ha confiscato il patrimonio ecclesiastico, l’America ha espropriato i possessori di schiavi. Ma noi saremmo ancora al Medio Evo, se non si fosse fatto tutto questo!
— Non barattar le carte. Qui non si tratta d’una espropriazione, tu lo sai; si tratta di una spogliazione, d’una ruberia universale, perpetrata per fondare uno stato di cose che nulla assicura debba esser migliore del presente, che tutto fa presagire peggio mille volte. Qui si tratta di rubar tutto ed a tutti!
— No, non _rubare_, ma riprendere; non a tutti, ma ad un’infima minoranza, a una piccola casta, che senza il popolo non può sussistere, e di cui il popolo non ha più bisogno.
— Non dire castronerie: non è una casta, poichè tutti vi possono entrare.
— V’entra uno su mille; e intanto essa sfrutta ed opprime tutti quelli che ne restan fuori.
Il suocero fece uno sforzo manifesto per frenarsi, passandosi una mano sulla fronte, e cercando a un tempo un’idea, una frase che troncasse la discussione in un modo onorevole per lui, senza essere una troppo grave provocazione. E in quel mentre, tra il mormorio vivace di tutti, il cavalier Bianchini, tutto sossopra, diceva piano ai vicini:
— Alberto passa il segno.... passa il segno.... Ma anche il commendatore è un po’ duro.... Parla con un tuono.... Che cosa crede alla fine?... Ma Alberto passa il segno.... — E sballottato fra gli argomenti contrari, desiderava insieme che il figliuolo avesse il disopra, per onor del suo nome, e che il commendatore la finisse con una ragione vittoriosa, per esser rassicurato sull’avvenire della società. Tremò, vedendo che quegli si moveva per uscire, senza dir nulla.
Ma arrivato a un passo dall’uscio il commendatore si arrestò, e voltandosi verso Alberto, gli disse con una ostentazione di pacatezza che il tremito della bocca smentiva:
— Senta, signor professore. Il modo di rifare la società non l’hanno ancor trovato nemmeno i socialisti. Se l’avessero trovato, sarebbero già padroni del mondo, perchè gli interessati a crederci e a seguirli sono la maggioranza. Se non riescono a tirar questa con sè, è perchè non possono persuaderla delle loro idee. E non solo la maggioranza non n’è persuasa, ma non ci arriva neppure col pensiero. Il popolo non si moverà mai, ne sia certo, per una dottrina che non capisce.
— Non la capisce per ora — rispose Alberto — non perchè non sia chiara e logica, ma perchè egli è ignorante. Ma l’ignoranza va scemando. La capirà tra poco, e capire ed essere persuaso, esser persuaso ed agire, agire e vincere, saranno per lui una cosa sola.
Il suocero s’imbrunì.
— È quello che si vedrà — disse avviandosi di nuovo per uscire. — Provatevi! La società è più solida delle vostre teste, e voi ve le spezzerete come contro un muro di granito.
— Così si diceva anche prima della rivoluzione francese.
Il commendatore tornò indietro vivamente:
— Il confronto è insensato. L’ordinamento attuale è ben altrimenti forte che il governo francese dell’89, e l’impresa del socialismo è tutt’altra, perchè vuol rovesciare l’edifizio dalle fondamenta. La proprietà assalita sarà ancora la più grande forza del mondo. Avrete una Vandea che vi sterminerà come uno sciame d’insetti.
— Ci ho i miei dubbi! La borghesia è divisa, scettica e sfibrata. E poi, badate, l’esercito dei vostri futuri eroi s’assottiglia di giorno in giorno, poichè in tutti i campi della proprietà i grossi vanno mangiando i piccoli, e questi passano dalla parte opposta. Già tutto lo strato inferiore della borghesia non ha più nulla da perdere ad abbandonarla.
— Oh! basteranno a difendersi quelli che rimarranno, con un fucile da una mano e uno scudo dall’altra!
— Sarà troppo tardi per offrir lo scudo.
— E allora v’ammazzeranno senza offrirlo.
— Ah! Non oserete nemmeno di barricarvi in casa!
A quelle parole, seguì un improvviso mutamento sulla faccia del vecchio: egli guardò il giovane con un’espressione di viva curiosità, poi gli s’avvicinò, e gli domandò con un accento di comica commiserazione:
— Ma chi t’ha messo su? Con chi pratichi? Chi ti ha attaccato questa peste?
— Il socialismo non è una peste — rispose Alberto, sdegnoso, — è la guarigione d’una peste, della peste dell’egoismo, che ci accieca e c’infradicia tutti. Nessuno m’ha messo su. Non ho avuto bisogno d’istigatori per diventare un galantuomo.
L’ultima frase fu come un pugno nel petto al commendatore, che diede un passo indietro, livido, e poi scoppiò, balbettando dalla rabbia:
— .... Ah! sei diventato un galantuomo.... Questo vorrebbe dire.... Il socialismo è la guarigione.... Te lo dirò io che cos’è il socialismo! È la malattia dei cervelli dissestati e incompresi, è la maschera delle ambizioni malsane.... in voi altri; e negli altri sai che cos’è? È l’orrore del lavoro, è la frenesia dell’invidia, l’odio di ogni superiorità, il furore di godere a ufo, lo scatenamento di tutte le più basse passioni e di tutti i più tristi istinti, che tendono a sopprimere la responsabilità personale, a cancellare ogni dovere, a onorare il vizio e a giustificare il delitto. Ecco che cos’è il socialismo. E ora ho finito.
Mentre egli parlava, tutti gli s’affollarono intorno per quetarlo cercando di prenderlo per le mani o pei panni, di modo che, all’atto di rispondergli, Alberto si trovò solo in mezzo alla sala, come se combattesse contro tutti; e così ritto e risoluto in quella solitudine, col capo biondo che pareva d’oro, con la fronte alta e accesa, era bello di tutta la generosità della sua passione e di tutta la grandezza del suo ideale. Ma mentre tutti s’aspettavano una risposta fulminea, rimasero stupefatti al vedergli gli occhi inumiditi, all’udir la sua voce raddolcita a un tratto, e quasi supplichevole.
— Ma come è possibile? — disse con profonda commozione, battendosi una mano sulla fronte. — Io non capisco! Ma perchè v’infuriate tutti a codesto modo quando s’esprime la fede in un miglioramento del mondo? Come non sentite che, se anche l’idea è erronea, la passione è nobile e santa? Come mai il cuore non vi dice nulla? Che cos’è quest’astio, quest’ira implacabile contro chi cerca il bene e difende i deboli e vuol scemare la miseria, il dolore, l’odio, il delitto? Mai, mai che v’esca un grido generoso dall’anima! O perchè fate battezzare i vostri figliuoli nel nome di Cristo?
A quel punto sua sorella si spiccò dal gruppo degli uditori e gli si slanciò al collo d’un salto.
— Ah! brava! — esclamò la Luzzi.
Ma la madre la tirò indietro con uno strappo, e le disse piano in viso:
— Ridicola!
Irritato anche più da quell’atto, il commendatore, asciugandosi la fronte col fazzoletto come dopo un assalto di scherma, rispose ad Alberto:
— Se tu credi di mutare il mondo con delle tirate di sentimento!... — E finì di versare tutta la sua compassione in una parola: — .... Poeta!
— Piglio atto della parola ingiuriosa, — ribattè Alberto con un sorriso amaro. — Ma se non salveremo il mondo noi col sentimento, lo condurrete alla rovina voi con la vostra ostinazione, con la vostra negazione eterna, col vostro inesorabile egoismo di classe....
— Siete voi, che lo trascinate alla rovina — gridò il suocero, rifacendo il viso torvo — voi col lavorìo infernale che fate tra le classi povere per renderle tanto più malcontente quanto più la società si sforza di migliorarne lo stato, voi che pervertite il popolo adulandolo, ubriacandolo di illusioni e stillandogli il veleno nel sangue! Voi, le serpi che noi ci scaldiamo nel seno!
— Ebbene, credetelo pure, è forse meglio così. Così voi date ragione ai violenti, secondo i quali non si può ottener nulla che con la forza, e convertite in violenti anche i miti. Provocate la forza, la subirete.
— Anche delle minacce! — Non occorreva più altro! Ma per fortuna, signor genero, c’è ancora della polvere e del piombo!
— Non li avrete sempre.
— Questo è un pensiero scellerato!
— E il suo è sanguinario e inumano.
Tutti s’interposero; ma il commendatore era fuori di sè, si sciolse da tutti, si slanciò verso Alberto e mettendogli il viso contro il viso, pallido e convulso, gli gridò in faccia con un riso stridente di disprezzo:
— Ah! Povero mentecatto!
— No, no, papà! — gridò la signora Giulia quasi piangendo e mettendogli una mano sulla bocca.
Alberto rimase muto, immobile, bianco. Il suocero se n’andò a passi impetuosi in mezzo a un gran disordine, a un mormorio di esclamazioni, di preghiere e di commenti; e un momento dopo, approfittando della confusione che durava ancora, se ne andò anche Alberto, seguito dal ragazzo spaventato e dalla moglie tremante, senza badare a suo padre che lo chiamava, trinciando l’aria con dei gesti di naufrago, fra le condoglianze degl’invitati.
Un giovane perduto.
(Dialogo fra due signori ultra cinquantenni, un cavaliere, e un.... pedone, che si rivedono dopo molti anni, in casa del primo: seduti di qua e di là da un tavolino, sul quale fra due bicchieri a calice, c’è una bottiglia di vin di Madera.)
PEDONE (bevendo un sorso). — Mi rallegro, mi rallegro davvero di ritrovarti sano come una lasca. E il tuo figliuolo, che vidi ragazzo? Sarà un uomo. Che cosa fa? L’avrai ancora in casa, m’immagino.
CAVALIERE (rannuvolandosi). — Non me ne parlare.
P. (ansioso). — Che cosa vuoi dire?
C. — Cosa voglio dire?... Una cosa che non vorrei dire, caro mio. Tu sai l’adorazione che avevo per quel figliuolo unico; sai quanto ho fatto per dargli una buona educazione, per istillargli dei buoni principî, per metterlo sulla buona via.... Ebbene (emettendo un profondo sospiro), è diventato un socialista!
P. (dà un balzo sulla seggiola; poi, dissimulando un sorriso sotto l’aspetto grave). — O che mi dici?... Era un così buon figliuolo! Vorrai dire: un filantropo, come si diceva una volta; un socialista cristiano, come si dice ora; in somma, un socialista platonico.... andiamo. Ebbene, e con questo? Chi non l’è a vent’anni, ai tempi che corrono?
C. — Ah no, pur troppo, amico mio! È un socialista socialista, un militante, come dicono, un iscritto al partito, un propagandista, un’ira di Dio. Ah, non me ne parlare, te ne prego. Tu tocchi una piaga che sanguina. Un giovane perduto!
P. (pensieroso ma con un sorriso sulle labbra). — Diavolo!... diavolo!... Ed era così buono e affettuoso! Chi gli ha pervertito il cuore?
C. (guardandolo). — Non dico che abbia il cuore pervertito. No. È sempre quello.... in fondo. Non ho da lagnarmi di lui.... da questo lato.
P. — Non ti manca di rispetto? Non s’è mutato con te?
C. — Ma no, nonostante.... perchè puoi immaginare le battaglie che abbiamo avuto e che abbiamo di continuo, a ogni proposito.... No, proprio, a dir la verità, egli ha sempre mantenuto nella contraddizione una buona maniera, una temperanza, dirò anche.... uno spirito di conciliazione.... Perchè di natura è buono. Sto per dire che quanto a bontà.... Tira a convertirmi con la dolcezza, capisci? Ci vuole una bella ingenuità.... e una bella faccia, ti pare?
P. — Ma, in somma, s’è rovinata la carriera: questo è quel che vuoi dirmi.
C. — La carriera per esser giusti, no. Ti debbo dire una cosa, che forse immagini. Tu sai che, se non altro, egli ha il pane assicurato per l’avvenire. Ho voluto che studiasse da avvocato, per avere un titolo. Mi contentò. Ma, ti dico il vero, m’ha sempre spaventato l’idea di vederlo buttarsi alla caccia della clientela in mezzo a una banda di concorrenti affamati. Gli dissi: — non esercitare l’avvocatura; lascerai il posto a un bisognoso; purchè tu studi, purchè ti appassioni per qualche scienza e ti proponga uno scopo alla vita; a me basta. — Ebbene, è questo appunto che mi danna! Che si dia al socialismo uno di quei figliuoli di famiglia spiantati che ci hanno qualcosa da guadagnare e nulla da perdere, lo capisco; ma lui, che non aveva nulla da desiderare, che non può sperare di migliorare la propria sorte.... o come s’è potuto buttare per quella maledetta via? Come s’è potuto dare alla macchia?
P. — Ho capito. Tu volevi almeno che studiasse. E mena una vita scioperata. Il socialismo, per lui, è un pretesto della fannullaggine.
C. — Non dico questo. Eh, se non fosse che lo studiare. Non ha mai studiato tanto. È sempre lì al chiodo, col capo tra i libri e gli opuscoli, che gli fanno un monte sul tavolino, e ne raccatta di nuovi ogni giorno. Si scervella sopra una quantità di quistioni impossibili a risolvere. Questioni utili, non nego, importanti, se si vuole; ma superiori alla sua età, e pericolose, che gli montan la testa. Oh, per questo.... ha delle cognizioni; tanto che mi trovo spesso impacciato a discutere, non perchè mi manchino le buone ragioni, s’intende; ma perchè non so citare le autorità, mi capisci?... E lui cita come un quaresimalista.
P. — E allora?... Ah, ho inteso. Ti spilla molti quattrini!
C. — Molti, no; ma.... troppi.
P. — Ah! ah! I quattrini per la santa causa! Già si capisce. E li spillerà sotto altri pretesti.
C. — Ma che! Tu vedessi che disinvoltura. Non cerca pretesti. Credi tu che ha il coraggio di dirmi: — Ho bisogno di tanto per le elezioni — per gli scioperanti — per il giornale — per il diavolo che li porti. Ma con una mutria, ti dico, e una voce, che non c’è modo di rifiutarglieli, come se chiedesse la sua