parte di
responsabilità, nelle agitazioni del popolo, sia tolta a ciascuno dalla forza che esercita sull’individuo l’eccitazione collettiva, e quanto trascenda la passione e la volontà di ciascuno il fluido inebbriante che si sprigiona dal contatto delle persone e dalla confusione delle voci. Essi non rammentano, in quei momenti, le urlate e le baruffe selvagge dei parlamenti, le irruenze devastatrici delle studentesche, i tumulti furiosi di molte adunanze, non composte che di cittadini delle classi superiori, ma divisi da passioni di partito e da opposizioni d’interessi economici. Essi non pensano in che larga misura concorra a far trasmodare la folla popolare una naturale reazione che, in quella breve ebbrezza di libertà, s’opera in essa contro la monotonia pesante della vita ordinaria, del lungo lavoro sempre eguale, del pensiero ristretto, dell’immaginazione compressa dalle consuetudini meccaniche, della necessaria rinunzia quotidiana a mille piccoli desideri, continuamente rieccitati dallo spettacolo di chi li appaga e ne cerca senza posa di nuovi, non per altro che per aver l’occupazione d’appagarli. Essi non considerano, quando eccessi veri si hanno a lamentare, che in quelle folle s’intromettono, non voluti e irriconoscibili, elementi sfrenati e malefici, delle cui violenze è ingiusto il far ricadere la colpa sulla moltitudine intera: elementi che s’insinuano anche nelle dimostrazioni pubbliche, quando queste si prolungano, della gioventù studiosa, che s’intromettevano anche nelle più nobili agitazioni patriottiche del passato, che da per tutto si fanno armi offensive d’ogni idea e d’ogni passione più santa, quando questa invade in forma di torrente umano le vie e involontariamente ricopre e protegge con le sue onde gli sfoghi individuali della malvagità e della vendetta.
Per questo il «buon popolo lavoratore» ogni volta che appena si muova, si trasmuta ai loro occhi nella «Gran Bestia» e assistendo alle manifestazioni del suo malcontento essi passano davvero di assai brutti quarti d’ora di ansietà e di amarezza. È il ricordo e il timore di quei quarti d’ora che, al primo annunzio di ogni sciopero, e prima d’ogni considerazione delle sue cagioni e del suo scopo, desta in loro un senso di molestia e d’avversione, una tendenza a condannarlo senz’altro come un turbamento colpevole della pace pubblica, a giudicarlo non mosso da altre cause che dall’istigazione di pochi mestatori e da un bisogno turbolento di ribellione e di fannullaggine. E sogliono dire: — In che maniera non pensano questi male ispirati alle privazioni e alle angoscie a cui vanno incontro, e a cui trascinano le loro povere famiglie? — Come se fosse possibile che non ci pensassero di continuo, poichè esse cominciano, si può dire, fin dal primo giorno, e come se avessero altro a cui pensare!
Il vero è che, mentre lo sciopero dura, sono essi, gl’impauriti, quelli che a tali privazioni ed angoscie non pensano, avendo tutto l’animo occupato dall’affanno proprio; chè se le avessero presenti al pensiero, come dovrebbero, sarebbero disposti ad una grande indulgenza per coloro che le patiscono, anche giudicando che questi ci siano andati incontro senza ragione. E se serbassero maggiore tranquillità d’animo in quei giorni, invece di approvare i privati che, giudicando uno sciopero ingiusto e dannoso a un interesse generale della cittadinanza, largiscono pubblicamente dei premi in danaro agli operai rimasti al lavoro, riconoscerebbero che un tale atto sarebbe soltanto ragionevole e umano quando quegli stessi donatori aiutassero con oblazioni i lavoratori a sostenere la lotta, nei casi non rari di sciopero, in cui la ragione è palesemente dalla parte loro, e nessun interesse generale è danneggiato: del qual fatto sarebbero molto imbarazzati a citare un esempio.
Così è. Fa più nemici a ogni buona causa la paura che la persuasione e l’interesse: anche l’interesse, sebbene la paura nasca da questo, perchè in molti, a cuor pacato, il sentimento dell’interesse individuale o di classe non è tanto forte da toglier loro la percezione e il rispetto dell’interesse altrui: è la paura che lo ingigantisce e lo accieca. Disse Garibaldi che «la paura non serve a niente». Così fosse soltanto! Ma è ben di peggio. Essa confonde la visione del vero, offusca il concetto della giustizia, comprime il sentimento della pietà, e paralizza ogni forza benefica d’azione civile.
Il malinteso borghese.
L’«ignoranza plebea» è quella della moltitudine, la quale non sa perchè non ha studiato e non ha studiato perchè non ha potuto; nè si può disconoscere che questa ignoranza sia senza colpa. Eppure come d’una colpa ne parlano con iroso disprezzo coloro che attribuiscono ad essa la facilità con cui il popolo accoglie «le illusioni del socialismo». Se poi osservate loro che in tutti i paesi queste «illusioni» sono più facilmente accolte dalla parte più incolta, essi rispondono che sono egualmente facili ad illudersi «l’ignoranza e la mezza cultura». Ebbene, arrestiamoci qui, perchè l’argomento si può rivoltare.
La mezza cultura è facile del pari ad accettare idee false e a respingere e a dileggiare delle giuste, soltanto perchè nuove e grandi. Non sarebbe per l’appunto la mezza cultura della nostra borghesia quella che la fa così arditamente sentenziar false, insensate, chimeriche le idee socialistiche?
Ogni socialista si persuade di questa verità dopo aver riconosciuto per esperienza che, quanto più gli avversari con cui gli occorre discutere quelle idee sono largamente e profondamente colti, tanto più si mostrano inclini ad accettarne alcune, cauti nel respingere le altre, disposti a ponderarle tutte, e gravemente pensierosi del corso e degli effetti che esse possano avere nell’avvenire. Via via che si discende sulla scala della cultura, si trova una più feroce ostilità. Toccato sul socialismo il professore universitario riflette e ragiona; il capomastro arricchito strepita e sputa. E questa diversità ha un grande e consolante significato.
Si obbietterà: — In che maniera potete parlare di mezza cultura in Italia, dove gli studi economici, per consenso anche di illustri stranieri, sono spinti innanzi e diffusi più che in ogni altro paese? A questa domanda risponde un valente sociologo italiano (che non è socialista) in uno scritto «sul movimento economico e sociale in Italia» pubblicato da un’importante rivista belga. Risponde che i cultori di questi studi, fra noi, formano quasi una classe a parte, che influisce pochissimo sulla borghesia, la quale sta fuori quasi affatto dalla cultura superiore, in modo che il grande progresso degli studi economici e sociali non è in relazione diretta con quello della cultura pubblica. E in prova di ciò allega il fatto che la grande maggioranza delle nostre persone colte, ignorando che le dottrine del socialismo hanno ormai un largo e saldo fondamento scientifico, ne parlano ancora candidamente come di compassionevoli utopie. E cita un grande e autorevole giornale italiano, che pochi mesi sono pronunciava ancora questa sentenza: «Il socialismo è il danaro degli altri».
Ebbene è così. Ma uomini dotti in scienze e in lettere, persone che reggono alte cariche dello Stato, giovani e signore brillanti dell’aristocrazia intellettuale, e bravi insegnanti e ottimi impiegati e funzionari e proprietari anche di alto bordo, la grandissima maggioranza, insomma, della nostra media ed alta borghesia, è ancora a questo segno. Interrogateli, tastateli intorno alla più grande questione del tempo nostro, voi riconoscerete subito, in quasi tutti, l’ignoranza perfino del significato proprio delle parole più indispensabili a discutere; v’udite dare di quelle risposte che vi rivelano istantaneamente l’assoluta inutilità di ogni discussione, e vi fanno rimanere stupefatti, presi da un senso di tristezza e di pietà che vi mozza la parola.
Sì, a questo punto siamo ancora in Italia.
Questa profonda agitazione di popoli, che ha la sua causa in tutte le miserie e in tutti i dolori umani e trae la sua forza da tutti i progressi materiali e morali dei tempi nuovi; questa aspirazione di milioni e milioni d’uomini a salire ad un ordine di vita più degno, a godere della parte che loro spetta dei beni che essi producono, ad affrancare il proprio lavoro dalla servitù che lo strozza e l’anima loro dalla ignoranza che li incatena e li avvilisce, questo irresistibile movimento del proletariato «spinto da tutte le forze della storia e da tutte le necessità economiche del secolo» ad un miglioramento di Stato che andrà a vantaggio di tutto quanto il corpo sociale e attuerà una forma di civiltà superiore, impossibile a immaginarsi raggiunta per altra via; tutto questo non è che.... «il denaro degli altri».
Questo sentimento invincibile, d’un nuovo diritto che in questi paesi urta e scuote dalle fondamenta l’edificio delle vecchie legislazioni e vuole conversa in pro dei milioni di deboli la protezione della legge non sfruttata finora se non da pochi che la dettarono; questa ribellione della coscienza universale contro il disordine della produzione, contro la furia pazza della concorrenza seminatrice di rovine; contro le disuguaglianze mostruose e la mostruosa tirannia delle ricchezze usurpate e confederate a pubblico danno; questo vasto e possente soffio di pietà e di fraternità che tende ad associare tutte le forze a benefizio comune, sopprimendo le cagioni degli odii e delle violenze sociali e conciliando tutta la libertà con tutta l’uguaglianza possibile in una forma di Stato che non sia altro che «la volontà organizzata di tutti»; tutto questo non è che.... «il danaro degli altri».
Tutti i grandi intelligenti che da mezzo secolo hanno forzato l’economia politica a riconoscere di non esser soltanto «la coscienza dell’egoismo umano» e hanno gettato lo sgomento e il disordine fra le file dei vecchi campioni del brigantaggio legale: l’uomo di genio che con uno dei più poderosi sforzi che abbia mai compiuto il pensiero umano ha dimostrato la trasformazione sociale come la meta inevitabile di tutta l’evoluzione storica, suscitando dietro di sè una legione di dotti e intrepidi apostoli che hanno conquistato la Germania; i potenti pensatori americani ed inglesi che con maraviglioso apparecchio di dottrina agitano da anni la formidabile questione della «nazionalizzazione della terra»; i sapienti ed infaticabili organizzatori belgi che con un lavoro miracolosamente paziente hanno fatto già «emergere dal mare borghese un arcipelago di isole socialiste» pronte a riunirsi alla prima scossa tellurica in un continente; tutti i privilegiati e i ricchi d’ogni nazione, che, spinti dalla ragione e dal cuore verso la nuova Idea, hanno per essa rinunziato agli onori, alle ricchezze e alla pace; e tutti quegli altri innumerevoli di ogni classe che, senza alcuna speranza di vantaggio personale neanche remoto, hanno affrontato ed affrontano per quella Idea calunnie, persecuzioni, esilii, miseria, alteri dei loro sacrifizi, incrollabili nella loro fede, ricompensati di ogni danno e felici per quella speranza d’un mondo migliore che portan nell’anima; tutti costoro non sono che gente.... che vuole «il denaro degli altri».
Questo a molti della classe proletaria parrà incredibile. — Non credono quello che dicono — penseranno essi — così diranno per ira o per ostentazione di noncuranza a chi con lo spauracchio del socialismo li turba: ma, in realtà, intuiranno la grandezza dell’Idea e dei fatti, e celatamente se ne occuperanno con curiosità e con coscienza. — Ma no, punto. Ci sarà qualche rara eccezione. Ma la grandissima maggioranza, giudicando come giudica, è in piena buona fede, e per naturale indolenza o per dispettoso proposito tiene rigorosamente chiuso l’intelletto a tutto quest’ordine di idee, e con puerile ostinatezza ripete all’infinito contro le nuove dottrine degli stessi logori, decrepiti argomenti ereditati dalle passate generazioni, strepitando contro chi, anche con le più miti forme, insiste a farle osservare che non servono più. Bene ha detto non so che storico: che Dio acceca le classi sociali che vuol perdere. Ed è fiato perso dir loro come il cardinale Manning — che è insensatezza il chiudere gli occhi per non vedere l’abisso verso cui si corre.
Si consolino dunque quei rozzi lavoratori, che qualche volta si dolgono e si vergognano di mancar della coltura necessaria per comprendere pienamente la grande questione che li interessa.
Quel monco e vago concetto che essi possono avere dei vizi del nostro ordinamento sociale e delle vaste riforme disegnate è quasi una cognizione luminosa in confronto della «_voluta oscurità del sepolcro_» in cui rimane a tal riguardo la mente della maggior parte della gente colta, oscurità in cui socialisti e ladri di strada, collettivismo e anarchia, Carlo Marx e Davide Lazzaretti, e organizzazione del lavoro e divisione dei beni e naufragio della civiltà, formando tutto una arruffata inestricabile fantasmagoria, attraverso alla quale passa una volta all’anno un lampo livido di paura, non tanto per illuminarla, quanto per accrescerne la miseranda confusione.
Si consolino dunque. Coll’andar del tempo, istruiti dalla propaganda, esercitati dalla riflessione, essi comprenderanno sempre meglio gli elementi della dottrina e la ragione degli avvenimenti; mentre il maggior numero dei loro avversari, avendo sempre più annebbiata la mente dall’orgoglio offeso e dalla crescente inquietudine, _capiranno sempre meno_ dell’una e dell’altra cosa.
Il socialismo, rovesciate le ultime barriere internazionali, invaderà il loro paese come un oceano, ed essi cercheranno ancora all’orizzonte i «pochi abitatori», cagione unica della inondazione, per denunziarli alle Autorità costituite. La marea montante inghiottirà l’una dopo l’altra istituzioni fracide, privilegi iniqui, idoli falsi e ricchezze scellerate, ed essi crederanno quello il trionfo passeggiero di un’idea pazza, portata in su da un’ondata improvvisa della canaglia; «e avranno l’acqua alla gola che non capiranno ancora»; _e moriranno affogati, senz’aver capito ancora_. E se risuscitando di qui a cent’anni, potessero vedere estirpata dal mondo la miseria, rigenerate le plebi, trionfante la giustizia e mutata in libertà vera questa larva miserabile che ne porta il nome, credo che davanti a quello spettacolo crollerebbero il capo in atto di sdegno, dicendo: — Tutto questo non è che.... «il danaro degli altri».
L’eguaglianza nel socialismo.
Tempo fa, un giovane drammatico, del quale ammiriamo l’ingegno vigoroso, rispondeva alla circolare d’un giornale, che domandavagli la sua opinione intorno al socialismo:
« — Vi sono avverso perchè _socialismo_ significa _eguaglianza_, e questa sola parola mi irrita».
Questa risposta, che esprime il pensiero di molti, ci suggerisce alcune considerazioni.
Prima di tutto, non ci pare una risposta chiara.
A quale eguaglianza, domandiamo all’egregio autore, volete alludere?
Non vi domandiamo se è «l’eguaglianza davanti a Dio» perchè, se siete credente, la domanda sarebbe per voi un’offesa, e se non lo siete, non avrebbe per voi alcun senso.
Non vi domandiamo se avete accennato all’«eguaglianza davanti alla legge», perchè per voi, cittadino italiano liberale, sarebbe anche questa domanda un’ingiuria.
Non vi domandiamo neppure se avete inteso di dire «l’eguaglianza di tutti gli uomini nell’estimazione pubblica», perchè non possiamo supporre che voi attribuiate al socialismo l’ideale assurdo di una società in cui l’uomo ottuso, fiacco, inutile, vile o malvagio e l’uomo d’ingegno, di cuore e di carattere, operoso e utile ai suoi concittadini, siano considerati tutt’uno. Voi capite benissimo che, qualunque eguaglianza debba regnare nella società da noi presagita, fra il semplice lavoratore meccanico e l’inventore d’una macchina che allevierà il lavoro a migliaia di braccia, fra il portinaio del teatro e l’autor drammatico che rallegrerà e commoverà migliaia di cuori, vi sarà sempre nel concetto pubblico, la distanza che separa la stima dall’ammirazione, la benevolenza dall’entusiasmo, l’oscurità dalla gloria. Dicono il contrario i nemici del socialismo ignoranti ed ipocriti; non lo dite dunque voi, si capisce.
Non pensiamo nemmeno che abbiate fatto allusione all’«eguaglianza economica», poichè la favola dello Stato socialista in cui tutti mangiano la stessa razione e vestono gli stessi panni non è più sfruttata neppure dai burloni di mala fede e di poco spirito; perchè voi non ignorate, senza dubbio, che la formola: «a ciascuno secondo i suoi bisogni» non esprime che un ideale remoto, non reputato attuabile, anche dai socialisti, se non in un tempo in cui la produzione sia cresciuta sotto ogni sua forma, a tal segno, da sopprimere il problema stesso della ripartizione; perchè voi sapete certamente (e lo sa il più incolto degli operai socialisti) che la formula del socialismo è: «a ciascuno secondo le sue opere»; ciò che sottintende una diversità di guadagni, corrispondente alla varia qualità e quantità del lavoro, e quindi una diversità di agiatezza e di modi di vita, non contradetta punto dal principio dell’abolizione «della proprietà privata dei mezzi di produzione»; la quale consente ogni altra maniera di proprietà, di oggetti utili e superflui, di comodità, di diletto e d’ornamento, acquistabili col frutto diretto del proprio lavoro.
Quale può esser dunque il Vostro pensiero? È forse questo: che nello stato d’eguaglianza voluto dal socialismo non sarà più possibile a chi è dotato di grandi facoltà d’intelletto e di elette qualità d’animo l’ottenere il premio, secondo voi meritato, della ricchezza? Se tale è il vostro pensiero: — Guardate intorno a voi, vi rispondiamo — e vedrete se, nella società presente, son le facoltà più alte della mente e le qualità più elette dell’animo quelle che, nella maggioranza grandissima dei casi, conducono alla ricchezza. È evidente anche all’intelligenza d’un fanciullo che esse non vi conducono se non per rarissime e quasi miracolose eccezioni, e per via assai più lunga e difficile di quella per cui vi giungono delle facoltà intellettuali di second’ordine, aiutate dall’audacia, dalla fortuna, dall’astuzia, dalla mancanza di scrupoli, dal disprezzo dell’opinione pubblica, da un vigore selvaggio di volontà, da una violenza brutale di egoismo che toglie all’uomo ogni carattere di creatura cristiana e civile. Guardatevi intorno e vedrete, in tutti i campi dell’attività intellettuale, e specialmente in quello delle scienze, delle lettere e delle arti, che è il campo vostro, quanti sono gli uomini d’ingegno, anche elettissimo, e di rara operosità, i quali, non per loro particolare sfortuna, ma per forza regolare delle cose, rimangono per tutta la vita in uno stato di mediocrità economica vicino all’angustia, costretti a un lavoro logorante e a una lotta affannosa, piena d’umiliazioni e dà amarezze. Su cento uomini d’ingegno — ed onesti, si sottintende — perverrà uno solo — per la sola virtù del proprio ingegno, — all’agiatezza; e all’opulenza, uno su mille. Il numero dei fortunati è dunque così scarso che non sarebbe ragionevole nè umano, solo per lasciare a quei pochissimi la strada aperta alla ricchezza, il respingere una riforma sociale che condurrebbe a uno stato migliore dei milioni.
L’eguaglianza che voi non volete sarebbe forse quell’«eguaglianza nelle condizioni iniziali della lotta per la vita» voluta dal socialismo, la quale renderebbe possibile a tutti gli uomini d’ingegno di qualunque stato sociale l’educazione delle loro migliori facoltà e quindi il concorso ai più alti uffici intellettuali, che sono ora in massima parte circoscritti, e quasi ereditari in una classe sola? Non lo crediamo perchè vi sarebbe contraddizione stridente fra la vostra avversione a siffatta eguaglianza e la vostra coscienza d’uomo d’ingegno a cui pare che l’esercizio utile di una intelligenza superiore dia diritto a una condizione di vita privilegiata. Non lo crediamo, perchè è impossibile che voi non sentiate nel cuore le mille voci che vi gridano dai campi e dalle officine: — O signori, poichè dite che l’ingegno è un dono di Dio, e lo volete onorato e protetto, affermato che ha lui il governo del mondo, perchè non lo cercate, come l’oro nella terra, da per tutto dove si cela? Nascono anche fra noi intelletti potenti che poggerebbero nelle scienze e nelle arti ad altezze mirabili, giovando al mondo: perchè li lasciate all’aratro e all’incudine? Perchè alla gara degl’ingegni, fra cui la società deve scegliere a servirla i più forti, non chiamate anche i nostri, voi che dite che la libertà politica ha aperto a tutti le vie? — No, voi non potete non sentire che questo grido è giusto, nè potete non comprendere che l’eguaglianza «nelle condizioni iniziali della lotta per la vita» fra tutti i cittadini, consentendo la scelta degli ingegni sopra una concorrenza centuplicata, produrrebbe a vantaggio della società una selezione intellettuale cento volte più rigorosa e feconda di quella che oggi si compie. Non è dunque neppur questa, senza dubbio, l’eguaglianza da cui voi ripugnate.
Quale può essere allora il vostro pensiero e quello degli altri moltissimi che avrebbero dato la vostra stessa risposta? Qual’è la ragione per cui, anche astraendo da ogni idea d’eguaglianza economica, suona così ingrata e spaurevole questa parola alle persone della vostra classe, siano coltissime o inverniciate appena di lettere, siano ricche o agiate e anche vicine alla povertà? Sono, a parer nostro, molte ragioni e sentimenti diversi e confusi, ragioni d’interesse e d’orgoglio, legate ad abitudini e a pregiudizi antichi; la maggior parte delle quali nessuno osa dire apertamente, e moltissimi non saprebbero neppur spiegare a sè stessi.
Prima di tutto, essendo fermo nella più