Chapter 6 of 17 · 3692 words · ~18 min read

parte il

Moretti, gli raccomandò, con viso grave, che non facesse, nella serata, cadere il discorso sul _primo maggio_ e sulla questione sociale, perchè, su quell’argomento, sarebbe potuto seguire un urto tra il suocero e il suo figliuolo, che la pensavano diversamente.

— E perchè mai? — domandò il Moretti con meraviglia. — La discussione fa la luce: finirebbero con intendersi.

— Ah! è impossibile! — rispose il Bianchini, e insistè, fin che quegli promise.

Entrarono quasi ad un tempo Alberto e sua moglie, col piccolo Giulio, e il vecchio dottor Geri — padron di casa — insieme col figliuolo e col nipote: un ragazzo di sedici anni, che era scolaro d’Alberto. Questi formavano una triade curiosa: somigliantissimi l’uno all’altro nonostante le grandi differenze d’età: si vedeva che il ragazzo sarebbe stato fra vent’anni il ritratto miniato del padre, e dopo altri venti quello del nonno: erano una dinastia secca e fegatosa; tutti e tre lunghi e un po’ curvi, tutti e tre sorridenti ad un modo, con la contrazione facciale di chi si spazzola i denti. Il vecchio aveva un viso scialbo e sbarbato, che pareva livido per effetto della parrucca nera e degli occhiali affumicati; di sotto ai quali sporgeva un gran naso, incurvato a becco sopra una bocca torta e inquieta, che rivelava i sentimenti non manifestati dagli occhi sempre bassi e vaganti, come se cercassero qualche cosa per terra. Tutti e tre risposero con lo stesso sorriso acre alla cortesia festosa con cui furono accolti; cortesia che il vecchio Geri, come padron di casa, scroccava, essendo tirato a tal segno, che da anni il cavaliere Bianchini ordinava e pagava di proprio ogni minima riparazione, per non spender con lui parole inutili. La sua avarizia era proverbiale anche fuori di casa sua. Non affrancava mai una lettera, non dava mai una mancia, e d’estate, per le strade di Torino, quando arrabbiava dalla sete, prendeva una limonata da mezzo soldo dagli acquaiuoli delle cantonate. E non solo non faceva mai una elemosina, ma la vista d’un mendicante lo esasperava al punto che, se avesse osato, l’avrebbe battuto. Aveva esercitato in altri tempi la medicina, e poi smesso, perchè gli era sfuggita tutta la clientela, a causa della sua indiscrezione. Da anni tutte le gioie della sua vita si riducevano a quella di esser padrone di casa. Per lui un padrone di casa era un cittadino insigne e benemerito, una colonna dello Stato, che aveva diritto al più ossequioso rispetto delle autorità e ai più delicati riguardi della cittadinanza. Scriveva ogni settimana una letterina a qualche gazzetta, firmata con le iniziali, per lagnarsi dei canti notturni, dello strepito dei carri, delle trombe dei soldati, dello schiamazzo degli scolari, di ogni cosa che potesse turbare la quiete del suo «stabile». E ripeteva come un intercalare, interpretandola a modo suo, la sentenza del Goethe, che non è un uomo degno davvero di questo nome chi non ha fatto un figliuolo o piantato un albero o fabbricato una casa. L’umanità, per lui, si divideva in padroni di casa e pigionali, e questi erano d’una razza inferiore.

Appena i tre Geri furono seduti, il cavalier Bianchini fece loro a bassa voce la stessa raccomandazione che al Moretti.

— Capiranno.... c’è dissenso di idee.... se si potesse evitare....

Il vecchio fece le meraviglie, il figliuolo sorrise, cercando con gli occhi la signora Giulia, soddisfatto di scoprire un lato odioso e ridicolo nel giovine professore che, per opposizione di natura, gli era sempre stato antipatico. E stava per fare una domanda, quando entrarono il Cambiari e sua moglie.

Entrò con loro come un soffio di salute e di buonumore. Quella bella bruna rotonda, semplice e allegra, e quel pezzo d’uomo dal viso aperto, sul quale s’univan la bontà, l’intelligenza e l’astuzia, tutti e due pieni di vita e di parlantina, erano l’immagine della loro casa: una casa di onesti chiassoni, affollata di figliuoli e figliuole d’ogni statura, dove si recitava, si ballava, si correva in bicicletta per le camere, si andava a letto al tocco di notte e si mangiava a tutte le ore, senza che alcuna contrarietà o piccola disgrazia scolastica o domestica interrompesse mai il corso delle visite, dei pranzi, delle scampagnate, in cui si profondeva ogni anno quanto c’entrava. E in mezzo a quella babilonia il Cambiari lavorava di forza e con fortuna, smarrendo e ritrovando conti e disegni fra i balocchi e i giornali di mode, sonando il piano nei ritagli di tempo, schiassando con la prole, leggendo un po’ di tutto da letto e corteggiando per spasso le amiche di sua moglie, la cui ridente spensieratezza e ingenua ignoranza di bella e buona baliona gli rallegravano la vita.

Scambiati i saluti, il cavalier Bianchini condusse in un canto il Cambiari e gli fece la raccomandazione. Quegli sorrise da prima: poi si mise sul serio, per cortesia. Certo, il genero e il suocero erano due teste da non dover lasciar che cozzassero in una quistione di quella natura. Egli domandò se Alberto fosse sempre fermo nelle sue idee. Il Bianchini gli rispose di sì, risolutamente, e soggiunse piano:

— E ha ragione! Io son con lui! Sono anch’io per la verità e per la giustizia!

Il Cambiari lo fissò, sospettando che fosse brillo. Ma il Bianchini gli voltò le spalle per andare incontro al signor Luzzi e alla sua signora, che entrò con uno slancio di ballerina.

Il Luzzi e sua moglie erano la coppia più bizzarra della compagnia. Lui era vicedirettore d’una Società d’assicurazioni, una figura mingherlina di scolaretto infrollito, mezzo calvo, con due occhietti di topo, e due minuscoli baffetti neri, che parevan segnati sulla pelle con sughero bruciato; un viso su cui mostrava un’astuzia che non aveva, dandosi l’aria di pensare, di sapere, di capire molto di più che in realtà non facesse. Non si poteva indovinare quanti anni avesse di là dai quaranta. Passava per un’autorità nella sua professione, perchè dedicava tutto il suo tempo a escogitare progetti di riforme amministrative della Società, studiando gli ordinamenti di tutte le società assicuratrici dell’universo; progetti che eran presi sempre in grande considerazione, e non attuati mai. Si diceva che avesse una fortuna; ma egli lo negava risolutamente, con un sorriso sfuggevole. E parlava pochissimo; ma, fingendosi raccolto nei suoi pensieri, non perdeva una parola di nessuno.

Nessuno capiva come si fossero appaiati lui e sua moglie, che era una brunetta ardita di trent’anni, con due occhi che bruciavano, con un neo graziosissimo sulla guancia sinistra, con un corpicino di ragazzetta precoce, somigliante a quelle elastiche donnine giapponesi, che s’appallottolano e s’acchiocciolano così bene sulle stuoie delle sale e sulle ginocchia del marito, e vestita sempre con un’eleganza e un gusto perfettamente conformi alla sua bellezza minuta e irrequieta, tutta guizzi e scatti e capricci che mettevan voglia d’afferrarla. E con questo mostrava una serietà così intelligente, quando voleva, che un uomo di Stato le avrebbe parlato di politica come a un provetto giornalista. Da due soli mesi suo marito era stato trasferito da Venezia a Torino, dove la signora Giulia aveva riconosciuta in lei un’antica compagna di collegio, perduta di vista da più di vent’anni; ma ricordata sempre fra altre cento come lo spirito più turbolento e più ribelle della scolaresca.

Colto un momento opportuno, il cavaliere Bianchini fece la raccomandazione al signor Luzzi, nell’orecchio. Costui, senza guardarlo, strizzò un occhio. Poi gli domandò in tono di compatimento:

— E anche lei, cavaliere, è uno di quelli che credono che esista una questione sociale?

Il Bianchini rispose gravemente:

— Esiste.

E l’altro:

— È un’allucinazione della borghesia. — Nondimeno promise di tacere.

Dopo questo, andato a raccomandar un’ultima volta la prudenza al suo Alberto che lo rassicurò, il cavalier Bianchini si soffermò in mezzo al salotto e girò uno sguardo soddisfatto sulla bella compagnia; fra la quale durava ancora il baratto dei saluti e dei complimenti con quella strascicata e verbosa cortesia borghese, che è la contraffazione della gentilezza aristocratica. Si vedeva però, e si sentiva che mancava qualcuno, l’invitato più cospicuo, un personaggio tenuto da tutti, in coscienza o per compiacenza, in gran conto, e da tutti designato con lo stesso titolo: il Commendatore.

— Verrà il commendatore?

— Non c’è ancora il commendatore?

— Quando avremo il commendatore?

La cameriera annunziò ad alta voce:

— Il signor commendatore!

Entrò prima la signora Paola, una nanetta vestita di scuro, con la sua aria timida e dolce di buona divota, e la sua inseparabile croce d’oro appesa al collo, e poi la faccia larga del commendatore, coi baffi alla Bismarck e i capelli grigi ravviati ad arco sulle tempie: un gran vecchio solido e pulito, che poteva riuscir simpatico a chi non notasse l’espressione di durezza che aveva sulla bocca un po’ ricascante dai lati, e una luce indefinibile che gli brillava a fior d’occhi, non derivata di dentro, simile al riflesso delle palle di vetro. Si vedeva che era venuto di mala voglia, per puro dovere di parente.

Alberto, che non lo vedeva da più giorni, andò tra i primi a porgergli la mano, che egli strinse col suo fare solito, come un direttore generale a un giovine impiegato. Quando tutti l’ebbero riverito, rimase in un canto coi due Geri, gli altri sedettero un po’ da tutte le parti, e incominciò un vivo cicalìo, il solito scambio di domande che non chieggon risposta, di risposte non udito da chi le ha chieste, di racconti incominciati e non finiti, attraversati e rotti da altri discorsi smozzati, da risatine di signore, da esclamazioni di finto stupore e di finto piacere, da quel palleggio di riempitivi, di ripetizioni, di tritumi di frasi e di pensieri, che si fa in tutte le riunioni, prima che siano avviate le conversazioni particolari. E questo cicalìo continuò fin che i padroni di casa invitarono gli ospiti a passare nella sala da pranzo, dove ogni anno, quella sera, era preparata loro un’improvvisata che s’aspettavano. Era, sotto una illuminazione da altar maggiore, una mostra appetitosa, in cui fra i mazzi di fiori e le torricelle di confetti s’alzavan le punte variopinte dei gelati, i colli scintillanti delle bottiglie, le piramidi odorose dei mandarini, sparso ogni cosa con arte su varie tavole, in mezzo a uno sfoggio di maioliche, d’argenteria e di cristalli, che, al primo entrar nella sala, faceva passare un lampo d’alterezza negli occhi ai due coniugi, concordi in quell’unico sentimento.

Qui la società, si divise in gruppi, secondo le affinità elettive: sul sofà più grande, addossato a una parete, le signore giovani e la ragazza; sur un sofà d’angolo, la padrona di casa e la signora Paola, col Moretti, fido cavaliere delle vecchie signore; dalla parte opposta il commendatore coi suoi due Geri; gli altri uomini, ritti accanto alla gran tavola del mezzo; i due ragazzi sul terrazzino. Era una bella serata; dagli alberi della piazza veniva una buona fragranza di fogliame fresco, e le facciate delle case attorno, imbiancate dalla luce elettrica, facevano alle finestre aperte un lontano sfondo teatrale, che accresceva la gaiezza della sala.

I vassoi erano già a mezzo sparecchiati e le conversazioni parziali già avviate da un pezzo, e nessun discorso s’era inteso che accennasse a quello pericoloso: il cavaliere Bianchini si cominciava a rassicurare. E ne aveva una viva soddisfazione d’amor proprio, perchè, infine, era lui, lui Antonio Bianchini, che con la sua saggia politica, con la eloquenza delle sue raccomandazioni, gravi di profondi significati, aveva ottenuto il grande scopo. Gli restava un vago timore: che il commendatore assalisse, anche non provocato; ma dal viso non gli pareva, e udendo che ragionava della gran quistione della fognatura di Torino, che era una delle sue intestature, scacciò anche quel timore, e se n’andò, tutto sereno, a dir barzellette alla signora Cambiari.

Alberto, dal canto suo, risoluto di mantenere la promessa fatta alla moglie, di non attaccare il lucignolo il primo, non era neanche scontento d’essere lasciato in pace. E discorrendo d’affari di scuola, in mezzo alla sala, col Cambiari e col Luzzi, osservava tratto tratto la moglie di questo, che gli destava ancora la curiosità d’una persona nuova, non avendo, nei due mesi da che la conosceva, scambiato con lei che qualche parola.

Ma, a un certo punto, continuando il suo discorso, egli colse a volo una frase del suocero che discorreva coi Geri:

— Chiunque fa sperare un miglioramento alle classi povere per altra via che quella della moralità e dell’educazione, le inganna.

Alberto s’interruppe, e disse piano al Cambiari e al Luzzi:

— È il solito giro vizioso. L’educazione non è possibile senza un certo grado di prosperità materiale, perchè non c’è moralità che resista alla prova prolungata del bisogno. È come voler curare un malato con una medicina che non può inghiottire.

— Certo — disse il vecchio Geri, rispondendo al commendatore — la moralità è nel lavoro.

Alberto scrollò una spalla e mormorò:

— Nel lavoro umano, non nel lavoro che abbrutisce.

Il suocero rispose al Geri:

— È provato, d’altra parte, che c’è dieci volte più poveri per vizio o per indolenza che per sfortuna. Le statistiche son là. E quel tanto di povertà che deriva dalla sfortuna non è in potere degli uomini di toglierlo appunto perchè non è causato da loro. È una verità antica come il mondo.

— E così il problema è risolto — disse Alberto un po’ più forte.

A quelle parole, il cavalier Bianchini s’avvicinò, col viso del contadino che vede una minaccia di gragnuola all’orizzonte.

Il commendatore, che aveva sentito, si rivolse direttamente al giovane, e gli disse con accento autorevole:

— Non è risolto perchè non è risolvibile, caro il mio professore. Nessuna riforma potrà mai fare che la maggioranza degli uomini non sia condannata a un lavoro duro e poco pagato. La povertà del maggior numero è un male costituzionale, cronico, della società; è l’effetto d’una legge sociale a cui è assurdo di ribellarsi.

A quelle parole, dette con la sicurezza di non aver ribattuta, tutti tacquero, fiutando una battaglia.

— Non è effetto d’una legge — rispose Alberto; — ma di _leggi_.

— E sia pure, di leggi! Ma di leggi naturali del mondo economico, altrettanto fisse e immutabili quanto quelle del mondo fisico.

— Fisse? — domandò Alberto, correggendo con l’accento rispettoso l’irriverenza della forma interrogativa — immutabili?... Perchè? Senza dubbio, sono fondate su fatti; ma questi fatti sono forse necessità da potersene dedurre dei principii assoluti? I fatti mutano: possono dunque mutar le leggi che vi si fondano.

Il commendatore sorrise.

— Sogni! — disse poi. — Non muta, non muterà mai il fatto principale, che la vita dell’uomo è una guerra permanente contro tutto e contro tutti, che la fortuna è dei vincitori, e che tutti non possono vincere. La sola cosa a farsi è di mantener libera, com’è ora, la concorrenza, che è l’anima d’ogni progresso. Non negherai questo, voglio sperare.

— Mi scusi — rispose Alberto — lo nego.

Il commendatore dilatò gli occhi.

— Non c’è libertà di concorrenza — proseguì il giovane — dove le forze sociali non sono a disposizione che d’un piccolo numero; e non ci può essere fin che non siano parificate fra tutti i membri della società le condizioni iniziali della lotta.

— Le fa forse pari la natura?

— No; ma non si tratta di sopprimere gli effetti delle disuguaglianze che fa la natura, si tratta di sopprimere le disuguaglianze esistenti fin dalla nascita fra quegli uomini che la natura ha fatto eguali.

— Queste son legate a quelle, e se anche si potessero sopprimere, rinascerebbero necessariamente.

— No, quando non fosse possibile altra proprietà che quella che è frutto del lavoro personale.

— Alla buon’ora! — esclamò il suocero, con una risata, alzandosi da sedere. — La soppressione dell’eredità! A questo sei già arrivato! Accetta le mie sincere congratulazioni.

Prima che il figliuolo avesse tempo di rispondere, il cavalier Bianchini si mise in mezzo, e con un sorriso che tradiva l’affanno, palpando il petto ad Alberto e rivolgendosi al commendatore:

— Nessuna discussione — disse — nessuna discussione. I giorni di festa non si discute. Questa sera comando io. Se sento ancora una parola, spengo i lumi e sciolgo l’assemblea.

I disputanti si chetarono, voltandosi ciascuno a dire le proprie ragioni al suo crocchio, mentre ripigliava il cicaleccio generale. Ma tutti e due avevano il viso mutato, e sorridevano con uno sforzo, un po’ ansanti. Si capiva che, tra poco, avrebbero incrociato i ferri da capo.

Il dottor Geri, intanto, la riprese subito per conto suo col commendatore e col proprio figliuolo. Per lui non c’era altro rimedio ai mali sociali che nel mettere un limite alla moltiplicazione della specie, con tutti i mezzi possibili, che egli conosceva e accettava tutti, anche i più duri e ributtanti. Tutte le altre proposte gli facevano pietà. Era un’idea fissa, che gli era stata trasmessa, come un «tic» ereditario, da suo padre medico, il quale aveva conosciuto nel 1830 il Malthus, quand’era professore d’economia politica a Haileybury, e s’era entusiasmato della sua persona e della sua teoria. Per lui il Malthus era uno dei più grandi benefattori dell’umanità. E lo nominò dieci volte in trenta parole.

La signora Cambiari, alla quale quasi tutti i nomi celebri riuscivan nuovi, stupita e contenta di conoscer quello, si voltò verso il vecchio Geri e gli disse ad alta voce:

— Ah! Malthus! Quello che non vuol più bambini?

Tutti risero, perfino il Geri. Ma subito si rifece serio e ripigliò il suo discorso:

— L’avvenire è per la sua dottrina. Quando il basso popolo ne sarà persuaso e la metterà in atto, il mondo sarà mutato.

— Ah, signor dottore! — disse la signora Luzzi — non parli di quel tristo prete, un misantropo, nemico dell’amore, un uomo brutale e ripugnante.

Ma il vecchio Geri non discuteva con le signore. E continuò:

— Frenare la produzione degli affamati, non c’è altro. Tutti i nostri mali derivano dall’essere in troppi a voler star bene.

Il Moretti saltò su dall’angolo opposto della sala, gridando con la sua voce di galletto:

— No, signor dottore! Non c’è un uomo solo di troppo sulla terra! Ogni uomo è produttore! Tre quarti della terra sono incolti per mancanza d’uomini!

Il Cambiari disse:

— In nessun paese s’è mai verificata la teoria delle due progressioni.

Il Moretti rincalzò:

— E poi, col moltiplicarsi degli uomini, si moltiplicano, e più presto, le piante e gli animali che li alimentano.

E Alberto soggiunse:

— Migliorate le condizioni economiche delle classi inferiori e saranno meno prolifiche per la stessa ragione che lo son meno le altre classi.

Il dottor Geri fece un segno di compatimento a tutti e tre, e domandò in aria di dubbio ad Alberto:

— Conosce lei la teoria del Malthus?

Alberto si piccò.

— La conosco — rispose — e mi pare una teoria molto comoda per dimostrare che la miseria è inevitabile e salvare il nostro egoismo da ogni rimprovero della coscienza.

— Queste sono ragioni di sentimento — ribattè il dottore. — Il fatto innegabile è che per far aumentare i salari dei lavoratori non c’è che diminuire l’offerta delle braccia. Questa è matematica. Che altro mezzo propone lei?

Il commendatore lo toccò col gomito, e gli disse con ironia:

— Ma non l’ha già detto, che il mezzo è l’abolizione della proprietà?

Alberto si voltò, punto sul vivo, e rispose:

— Loro dicono abolizione della proprietà come direbbero abolizione della luce, o qualche altra cosa soprannaturale e impossibile. Ma questa divina proprietà non è esistita sempre nè da per tutto. Come la società l’ha istituita, la può togliere, o piuttosto, trasformare; chè infatti non si tratta di altro. La forma della proprietà non è forse in stato di variazione continua? Tutte le forme di essa, che ora ci paiono più strane, esistettero, e ne esistono ancora degli esempi. La proprietà ha seguito le trasformazioni della produzione. Ora la produzione è diventata collettiva e la proprietà dei mezzi di produzione è rimasta individuale. Di qui tutti i mali e tutti i disordini. E questi non cesseranno che quando cesserà l’antagonismo che li produce.

— Parole sonore e vuote come i tamburi, — replicò il suocero. — E tu credi che nello stato attuale della civiltà sia possibile lo svolgimento della personalità umana, l’ordine della società e il buon assetto della famiglia, senza la proprietà?

— È indispensabile la proprietà a questo fine, secondo lei?

— E chi può dubitarne?

— E allora, come non trova giusto che i sette decimi della popolazione, che lavorano e non hanno proprietà nessuna, ne vogliano la loro parte? Ciò che è im-pos-si-bi-le a ottenere senza far la proprietà collettiva?

Il suocero fece un atto di commiserazione, alzando gli occhi alla vôlta:

— La proprietà collettiva! Dei del cielo! C’è ancora qualcuno che ne parla sul serio? Io credevo il collettivismo sotterrato e decomposto da un pezzo!

Alberto fece per rispondere; ma il Geri figlio, col suo sorriso sprezzante, prendendo la parola la prima volta, lo prevenne con l’argomento solito:

— Un momento.... Tolta la proprietà individuale, che è quanto dire la speranza di arricchire, mi dica lei: dove sarà lo stimolo al lavoro?

— Scusi, — rispose Alberto, con freddezza — la grandissima maggioranza dei lavoratori d’adesso è la speranza d’arricchire che li stimola al lavoro? E i centomila impiegati, che mandano avanti tutte le amministrazioni piccole e grandi, lavorano per arricchirsi?

Il Geri scrollò il capo.

— Ma al lavoro libero, a quello dei più intelligenti della nostra classe, che lavorano il doppio del dovere d’ogni onest’uomo, e unicamente per far fortuna, che stimolo rimarrebbe?

— Ma se hanno coscienza di fare un lavoro utile alla società.... No, questo è un tasto che non suona. Le dirò invece: Crede lei che l’eccesso d’attività che quelli spiegano ora per far fortuna vada tutto a vantaggio della società? Non conta per nulla tutte le birbonate che per far fortuna si commettono? e il danno che si fa agli altri? e la vita arrabbiata che si conduce? e la corruzione che si semina?

Il Geri scambiò uno sguardo e un sorriso col commendatore; ma prima che rispondesse entrò di mezzo il Moretti, dicendo:

— Un’obiezione capitale, caro amico, capitale. Lasciamo da