Chapter 3 of 17 · 9891 words · ~49 min read

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quelli che si dicono credenti. Se non ho la fede ferma non è già perchè io sia socialista, ma perchè sono un uomo del tempo mio. Il dubbio mi è venuto da un’educazione intellettuale che non mi fu data dai socialisti. Guardati intorno; vedi fra i nostri amici e conoscenti quante persone d’ogni età, rispettate anche da te, avversissime al socialismo le quali non hanno fede e lo dicono, o dicono di averla e vivono come se non l’avessero. Il socialismo non comanda punto di non credere: dice: — La coscienza è libera. — E non ti pare abbia ragione? Non è forse vero che soltanto in una coscienza libera può nascere la fede vera?

M. — Ebbene.... se in qualche momento tu credi in Dio, come mai non pensi, povero figliuolo, tu che vuoi mutare il mondo, che se la società è fatta come è, è perchè Dio lo consente?

F. — No, cara mamma, non lo posso pensare. Il mondo di ora è tutt’altro da quello che era secoli fa. Questo lo ammetti? Ebbene, se si è mutato è perchè Dio lo ha consentito. Se ha consentito che si mutasse per il passato, perchè non dovrebbe consentire che si muti nell’avvenire? Quale credente oserebbe di affermare che la forma attuale della società sia l’ultima ch’egli consente, quella che egli ha designato a non più mutare? Che tutti i disordini e i mali che le sono inerenti egli li voglia mantenuti per sempre? Se c’è una cosa manifesta, è che Dio ci _lascia fare_, perchè se ciò non fosse non avremmo la libertà; senza la quale non ci sarebbero nè meriti nè colpe. Siamo dunque liberi di fare tutto quello che ci par bene, di distruggere tutto quello che ci par male, di mutare la società nel modo che ci par meglio per essa, e potendolo fare, abbiamo, davanti a Dio, il dovere di farlo.

M. — Sarà così.... non lo nego.... Ma il vostro errore è questo, che la vostra idea, come dicon tutti, è un’utopia, fondata sopra una idea falsa della natura degli uomini....

F. — Ma allora, cara mamma, e l’idea di Cristo, che tutti gli uomini si amino come fratelli, che i ricchi diano tutto ai poveri riducendosi poveri anch’essi, che si perdonino tutte le offese, che non si curi alcun interesse della terra, non ti pare forse un’utopia, fondata sopra un concetto falso della natura degli uomini? Vedi che in mille e novecento anni non è diventata realtà; credi che lo sarà mai?

M. — Oh, la cosa è ben diversa! Tutto quello che prescrive il Vangelo, ognuno che lo voglia, lo può fare; supponi che tutti lo facciano, e il mondo sarà mutato in meglio, e sarà trasformata la società, come tu desideri. Vedi che basta la religione a far questo.

F. — No, cara mamma. Se bastasse la religione a mantenere e a mandare innanzi gli uomini sulla buona via, perchè sarebbero necessarie, anche tra i popoli più religiosi, tante leggi e tanta forza per proteggere vita e proprietà, per frenare e punire, per conservar l’ordine e la pace? Vuol dire che la religione non basta. Se non basta a mantenere quel po’ di bene che esiste, non basta a conseguire il meglio a cui aspiriamo.

M. — Io non so.... Ma tutti lo dicono; voi volete un cambiamento impossibile, una società che avete immaginata voi, che non è mai stata e non sarà mai.

F. — Ma neanche la società quale è ora non è mai stata. È quella che ora non sta, ma cammina. Vedi un po’ intorno a noi, cara mamma, quante istituzioni, leggi, idee, costumi, tendenze, di cui, quando eri giovine, non c’era indizio, o se ne parlava, se te ne ricordi, come di idee stravaganti di pochi, che non si sarebbero attuate mai. Considera un po’ tutte queste cose: organizzazioni operaie, società cooperative, leghe di resistenza, leggi protettrici del lavoro, giurì popolari, idee di solidarietà e d’eguaglianza, rivendicazioni di diritti e di riforme, lotte formidabili fra lavoratori e padroni; precorri col pensiero lo svolgimento di tutte queste cose nuove nell’avvenire, come faresti con l’occhio di tante linee convergenti, poichè tutte quelle forze tendono a un fine solo, che è uno stato migliore delle moltitudini, e interroga la tua ragione, e vedi se non ti dice che nel punto in cui s’incontreranno ci sarà il socialismo, o qualche cosa di molto simile, donde si verrà a quello naturalmente. Tu vedi che il mondo muta. Tu sei certa che fra cento anni sarà molto diverso da quello che è adesso. Ebbene, credi tu che allora sarà molto più vicino, o molto più lontano che adesso, dall’ordinamento sociale che noi invochiamo?

M. (turbata). — Di queste cose io non sono in grado di discutere, caro figliuolo.... Ma per quanto tu dica, io sento per le vostre idee una ripugnanza.... un terrore, che vuol dir qualche cosa.

F. — Ma codesta ripugnanza, codesto terrore, pensaci bene, non sono proprio le nostre idee che lo destano: te l’hanno destato le persone che le travisano e ci calunniano. Pensa che milioni di uomini, per lunghissimo tempo, hanno creduto in buona fede che i primi cristiani, che pure vivevano in mezzo a loro, fossero gente malvagia e corrotta, capace di ogni sozzura e di ogni delitto....

M. — Ah! non far di questi confronti, figliuol mio! Può darsi che il mondo s’abbia a mutare, come tu dici; ma non muterà in meglio se non sarà con Dio. Da lui solo vengono i buoni sentimenti e le buone idee. E il cuore mi dice, che voi non siete con lui. Che cosa sarà mai il progresso, la civiltà, tutto quello che tu vuoi, senza la religione?

F. — E che cos’è mai la religione senza le opere, cara mamma? Esamina un poco, uno per uno, i nostri propositi. Il socialismo vuole una società in cui non si possa arricchire sul lavoro altrui nè vivere senza lavorare, in cui chi lavora abbia diritto a vivere, in cui, lavorando tutti, il lavoro non sia per alcuno eccessivo, e quindi non abbrutisca e non torturi alcuno, e dia al lavoratore il tempo e il modo di ristorar le forze, di curar la famiglia e di coltivar lo spirito; vuole che cessi questa necessità fatale che, per alimentare la officina, strappa le madri ai figliuoli o i figliuoli alla casa e alla scuola, estenuando e corrompendo donne e fanciulli, perpetuando l’ignoranza nella moltitudine e seminando la morte fra i deboli: vuole che cessi questa concorrenza sfrenata che è causa di tante basse passioni, angoscie e rovine, questa furia d’acquistare, questo terrore di perdere, questa mischia feroce degli uomini che si disputano a morsi il palmo di terra e il boccoli di pane; vuole che cessi tutto questo per dar luogo ad una società non più divisa da orgogli e da odii di classe, non più irritata da uno spettacolo d’ineguaglianze, d’ingiustizie e di miserie immeritate, che contrista e scoraggia ogni coscienza onesta; vuole, insomma, che gli uomini si accordino e si compongano, per quanto è possibile, in una grande famiglia operosa, in cui, se non sono soppressi l’egoismo, i dolori, le ineguaglianze della natura, l’egoismo è contenuto, i dolori sono consolati, le ineguaglianze sono attenuate dall’affetto reciproco e dal sentimento dell’interesse comune e non sieno possibili la fame e la disperazione accanto all’abbondanza e alla festa. Ebbene, di tutti questi desideri e propositi, cara mamma, c’è uno solo che contrasti la religione? Uno solo che il tuo cuor buono e generoso possa rifiutare? E dimmi ancora: si può credere in Dio buono e giusto, senza credere ch’egli desideri che quell’ideale s’avveri? E si può creder questo e non sentire il dovere imperioso di lavorare con tutte le forze al conseguimento di quell’ideale? Tu dici che i buoni sentimenti vengon da Dio. E allora, madre mia, donde mi vien mai questo sentimento che provo per la moltitudine che fatica e che soffre, questa pietà che mi fa pianger l’anima, questo desiderio del bene, quest’odio del male e dell’ingiustizia che ha distrutto la pace della mia vita e che pure mi dà le più nobili gioie che si godano sulla terra?

M. (commossa). — Certo.... se ti sento parlare.... Ebbene, se sei sincero (con risoluzione improvvisa, prendendo il piccolo crocifisso che tiene al collo e sporgendolo, con un dolce sorriso verso il figliuolo) bacia un po’ questo....

F. (semplicemente). — Ha amato i poveri, ha consolato gl’infelici, ha predicata la giustizia, è morto per i suoi fratelli. Con tutta l’anima mia. (Bacia il crocifisso tre volte).

M. (con vivo slancio di commozione). — Figliuolo mio! (ma si rattiene subito, ripresa da un turbamento, e passandosi una mano sulla fronte, dice con accento di tristezza): Eppure.... non so.... non capisco....

F. (tra sè, con un sospiro). — Ecco la gran disgrazia.... Non capisco. (Poi con profonda tenerezza e con vigore): O madre mia, io non posso amarti di più; ma se invece di dubitare, di farmi dei rimproveri e di frenarmi, tu mi dicessi un giorno: — Ebbene, figliuolo, sì hai ragione, sono con te, va, combatti per il tuo santo ideale, la benedizione di tua madre ti segue.... — io cadrei in ginocchio davanti a te e alla tua croce, e sarei buono come un angelo e forte come un eroe!

M. (mettendosi il fazzoletto agli occhi). — Non dir più altro, figliuolo.... va.... lasciami pensare.

Fidanzata e fidanzato.

(DA UN RACCONTO INEDITO.)

Si fidanzarono. E tutto andò bene fra i due cugini, stretti dal nuovo vincolo, fin che egli non le palesò la sua nuova fede. Ma dopo che le ebbe fatta una aperta confessione, accolta da lei, per dire il vero, senza meraviglia e senza rammarico, cominciò tra il giovane e la sua nuova fidanzata una lotta tranquilla, ma continua; una di quelle infinite piccole lotte famigliari di cui si compone la grande guerra delle idee fra un’età che muore e un’età che sorge; guerra nella quale il cozzo meno visibile, ma più forte e più doloroso, è quello dell’uomo audace, che corre all’avvenire, con la donna misoneica che s’avvinghia al passato. Egli avrebbe dovuto scansare quei discorsi; ma legandosi la grande questione quasi a ogni idea e a ogni fatto della vita d’ogni giorno, non gli sarebbe riuscito di scansarla se non rinunziando affatto a parlare. D’altra parte, egli sperava di conquistar l’animo di lei lentamente, senza mostrare di volerlo, insinuandole un’idea dopo l’altra, e ciascuna idea a poco a poco, per via della ragione e dell’affetto ad un tempo, e quasi rifacendo la sua educazione intellettuale e morale, come avrebbe fatto con un ragazzo.

Ma riconobbe subito una grande difficoltà: essa non ragionava. Tutte le nuove idee ch’egli esprimeva andavano a urtare contro cinque o sei idee confitte e immobili nell’animo di lei, che opponevano alle sue la resistenza molle, ma tenace, d’un’imbottitura in cui nessun argomento penetrava. Egli comprese per la prima volta che per accogliere certi sentimenti generosi non basta esser buoni e delicati d’animo, come gli pareva la sua fidanzata; ma si richiede una sensività particolare che vien soltanto da un certo ordine di cognizioni e di riflessioni, a cui raramente la donna si eleva. Non gli era possibile di farle deviare la visuale ordinaria del pensiero quanto e come occorreva perchè ella vedesse quelle anomalie sociali che a lui parevano mostruose. Anzi, quanto più queste erano grandi tanto meno essa le vedeva, e tanto più si meravigliava ch’ei le vedesse, e faceva il viso di una persona ragionevole a cui un allucinato indicasse con la voce e col gesto uno spettro.

Quando, cadendo il discorso sulle condizioni della donna, egli diceva che è ingiusto che le sian chiuse tante vie di guadagnarsi il pane, poichè milioni di donne non trovan marito e rimangono senza mezzi di sussistenza; che è immorale che esse sian poste nella necessità di dar una caccia sfrontata al marito come l’uomo dà una caccia impudente alla dote; che è iniquo che, a lavoro eguale, esse siano meno ricompensate degli uomini, perchè, se han meno bisogni, ci rimetton più di forza e di salute; che è illogico che non possan votar le leggi, di cui come figliuole, come madri, come contribuenti lavoratrici subiscon gli effetti; che non è ragionevole che sian private dei diritti civili e politici, come gli interdetti per imbecillità o per delinquenza, mentre incorrono nelle stesse pene che l’altro sesso quando falliscono, e sono sottoposte alle stesse prove intellettuali per essere ammesse agli stessi uffici: che è assurdo il parlar d’uguaglianza fra gli uomini se è esclusa da questa una metà del genere umano; a tutte queste ragioni essa ne opponeva una sola. — Ma, caro Enrico — rispondeva placidamente — la missione della donna è la famiglia!

Quando, discorrendo della educazione pubblica dei fanciulli, su cui pure non aveva ancora un’idea ferma, egli opponeva alle sue esclamazioni d’orrore che l’errore di lei e degli altri era di posare il quesito sopra la supposizione d’una famiglia ideale, e le domandava quante famiglie rimanessero, a suo giudizio, capaci di educare, se si toglievano quelle in cui i coniugi si odiano, leticano e si tradiscono a vicenda, quelle a cui il padre è tutto il giorno al lavoro, la madre in visita o in chiesa e la prole in balìa dei servitori, e quell’altre in cui i figliuoli hanno l’esempio continuo della vanità, della dissipazione e dell’ipocrisia, e le altre moltissime in cui i genitori tristi o leggieri lascian crescere i figli senza alcun freno, o li intristiscono con una durezza tirannica, o li corrompono con scandali manifesti, o li inimican fra loro con preferenze inique, o istillano in essi i propri odi, il proprio scetticismo, i propri vizi, e tutte le false idee che hanno ereditate essi stessi; a tutte queste domande essa rispondeva invariabilmente: — Ma, Enrico! Strappare i fanciulli al santuario della famiglia! Ma come lo puoi dire seriamente?

Quando, cadendo sul tappeto la questione del lusso, egli diceva che il lusso è pernicioso alla società e agli individui, perchè divora i capitali che, accumulati, produrrebbero un rialzo dei salari, perchè storna dalle industrie veramente utili un gran numero di lavoratori, perchè assoggetta il lavoro alla mutabilità continua dei suoi capricci, perchè provoca ambizioni e gare rovinose, eccita la sensualità, corrompe i gusti e le tendenze di tutti a danno della intellettualità e della cultura e trascina alla colpa chi ha mezzi modesti e irrita il sentimento della miseria in chi manca del necessario, a queste osservazioni essa mostrava grande meraviglia, e rispondeva sorridendo: — Ma, Enrico, se non ci fosse il lusso, come vivrebbe tutta la povera gente che il lusso fa lavorare? — E non lo diceva, ma lasciava capir chiaramente che, a suo giudizio, se si fossero soppressi i ricchi, il popolo sarebbe morto di fame.

Se, venendo a parlare della giustizia, egli le diceva che, nella società presente, il principio che «la legge è uguale per tutti» è un’aperta menzogna, perchè il povero non può litigare col ricco, perchè le pene pecuniarie, che schiacciano l’uno, sono derisorie per l’altro, perchè, irresistibilmente, quanti esercitano la giustizia la violentano a difesa degli interessi della propria classe o cedono al potere da cui dipendono, o alle simpatie e agli influssi del ceto sociale in cui son nati e in cui vivono; e le adduceva in prova l’abbominevole sproporzione delle pene fra il grande latrocinio finanziario e il piccolo furto volgare, le scandalose assoluzioni dei ladri e delle ladre in guanti gialli, i processi impediti, le fughe protette, le prigioni addolcite, le mille complicità e indulgenze infami con cui la classe dominante nasconde od attenua i delitti che si commettono nel suo seno, mentre è punito senza pietà persino il grido solitario ed il canto che s’innalza contro i suoi privilegi: a tutto questo rispondeva ingenuamente: — Ma, Enrico, a me par naturale che la giustizia sia più severa con la classe che commette più reati e che, essendo la più pericolosa, ha bisogno di maggior freno, per la sicurezza di tutti! È una necessità, caro Enrico!

Quando infine, negando che il socialismo voglia sradicare dal cuore dell’uomo l’amor di patria, egli le diceva che questa parola si fraintende e si abusa ipocritamente, perchè essa non ha senso alcuno se non significa amore delle creature umane, e questo amore non sente, e quindi non ama la patria, chi non soffre e non s’indigna di vederla formata da due popoli e quasi da due razze diverse, di cui l’una che lavora per essa, vive nella povertà e nell’ignoranza, amareggiata dallo spettacolo della ricchezza e dell’ingiustizia e offesa nell’animo dal disprezzo che si sente pesare sul capo; quando egli le diceva questo, e soggiungeva che come la patria stava al di sopra della famiglia, la umanità sta al di sopra della patria, e che il patriottismo chiuso e orgoglioso non è che l’egoismo larvato d’una classe, essa rispondeva, quasi scandalizzata: — Ma, Enrico! Anche la patria! Ma non è il più sacro dei nostri affetti, dopo Dio?

E se, accalorandosi un poco, egli insisteva, essa metteva fuori quel benedetto: — Non t’alterare! — che gli urtava i nervi: o faceva di peggio: gli dava, tutt’a un tratto ragione, accarezzandolo affettuosamente e sorridendo, come si fa per rabbonire un fanciullo caparbio. Ma quello che più lo feriva, quando egli esprimeva le sue idee intorno alla donna, alla famiglia o alla patria, era il sentirsi dire a bassa voce: — Bada che ci ascoltano! — come s’ei tenesse dei discorsi immorali, e il veder gli atti premurosi e i pretesti con cui essa cercava di allontanare i suoi parenti, perchè non sentissero.

Un giorno, finalmente, essa fece un’uscita che decise del loro destino. — Ma già — gli disse con un sorriso — è impossibile che tu rimanga un pezzo in queste idee.... Cambierai, ne son certa. — E se non cambiassi? — domandò il giovane mutandosi in viso. — Se non cambiassi — rispose essa con vivacità insolita — io ne sarei infelice per tutta la vita.

Egli la guardò lungamente, pensieroso, senza dir parola, e poi si asciugò con la mano una lagrima che essa non vide.

. . . . . . .

Tre mesi dopo, nello stesso giorno in cui Enrico, con la ferita ancora aperta nel cuore, parlava per la prima volta in un Comizio socialista, la bella cugina sposava placidamente un banchiere.

Fratello e sorella.

(FRAMMENTO.)

Dopo quella sera che sua sorella gli s’era buttata al collo, durante la sua disputa col suocero, Alberto aveva notato in lei uno stato d’animo insolito, il quale ad ogni nuova discussione, cui ella fosse presente, intorno a questo argomento, si tradiva in lampi degli occhi, in rossori improvvisi, in movimenti nervosi della persona, che pareva ella si sforzasse di reprimere, quasi con un senso di vergogna; ma non ci aveva badato gran fatto, credendo quello effetto di una sensitività malata di ragazza romantica, tocca dai suoi discorsi più nella fantasia che nel cuore. S’era invece operato in lei un mutamento profondo, che non conoscendola intimamente, egli non poteva aspettare. Perchè non era e non pareva bella, essa non era mai stata amata da sua madre la quale disperava che potesse fare un bel matrimonio degno della casa, e si vergognava un poco di lei, come un artista d’un’opera d’arte mal riuscita.

Sin da bambina ella si era accorta di questa malevolenza della madre dagli sguardi scontenti, e qualche volta astiosi, con cui si vedeva spesso osservata da lei, da capo ai piedi, come una persona sconosciuta e importuna. La signora Bianchini l’aveva sempre fatta sgobbare ai lavori di casa per risparmiar fatica alle cameriere, le aveva sempre dato sulla voce in conversazione, come se non dicesse che sciocchezze o fanciullaggini, l’aveva sempre tenuta nell’ombra, quando poteva, come se, mostrandosi o parlando, avesse fatto sfigurare la famiglia. E sotto questa oppressione, ella era venuta su penosamente, diffidente e quasi vergognosa di sè, con un sentimento esagerato della sua imperfezione fisica, che la rendeva timida e impacciata, e le toglieva quasi ogni grazia. E menava una vita triste, poichè anche la consolazione di essere amata dal padre le era diminuita dai continui contrasti che, per cagion sua, nascevano tra sua madre e quel buon uomo; il quale non poteva tollerare ch’ella fosse aspreggiata ed umiliata.

Anche suo padre, d’altra parte, si mostrava più affettuoso col figliuolo e quest’aperta parzialità dei suoi parenti era stata cagione ch’ella non avesse mai amato il fratello, che assorto nei suoi studi prima, e poi felice dei suoi trionfi, gli era parso sempre un poco egoista e troppo ambizioso. Alberto, dal canto suo, invanito alquanto fin dall’infanzia, e soddisfatto dei privilegi di cui godeva nella famiglia, non solo non s’era mai curato gran fatto della sorella; ma vedendola triste e fredda con lui, e credendola per questo invidiosa, s’era fatto un falso concetto di lei, come d’un animo gretto e acrimonioso, col quale, anche negli anni della sua più affettuosa espansione non aveva mai potuto entrare in dimestichezza fraterna. Per qualche tempo, dopo terminate le scuole, essa aveva preso passione per le letture letterarie, e in ispecie per la poesia; ma non potendone ragionar mai, nè con suo fratello che le metteva soggezione, nè con suo padre che non ci aveva il capo, nè con sua madre che le tagliava in bocca quei discorsi, come un’ostentazione ambiziosa disdicevole alla sua persona, aveva rinunziato anche a questo conforto. In seguito, s’era messa in capo di studiare da maestra; ma sua madre vi s’era opposta a spada tratta, come a un proposito che offendesse il decoro del casato. Da ultimo, aveva posto affetto alla cognata e al nipote; ma non potendo star con loro che raramente, e di scappata, per il molto lavoro che le era imposto in casa da sua madre, nemmeno da quell’affetto poteva trar la consolazione che le abbisognava. E s’era tornata a chiudere nella sua malinconia solitaria, qualche volta piangente, spasso inasprita, il più del tempo rassegnata, ma con un gran vuoto nell’anima, e come oppressa dalla sua vita arida e senza scopo. Eppure v’era in lei una intelligenza aperta e viva, un cuor gentile e forte, qualche cosa di dolce e di profondo, che non si manifestava, in parte, nemmeno a lei stessa, per mancanza d’un oggetto su cui si potesse espandere. Ora, tutto questo si scosse e si rischiarò nell’anima sua al primo raggio della nuova Idea che udì annunziare dal suo fratello. V’era dunque fuori della religione e della famiglia, fuori dell’amore dell’arte, un mondo a lei sconosciuto, un grande ordine di sentimenti e di idee, al quale anch’essa poteva sollevare il suo spirito, e in cui, fra tanti altri propositi vasti e generosi, primeggiava il concetto di dare alla donna la libertà, la dignità, l’indipendenza della vita, di far sì che il suo avvenire non dipendesse più soltanto dal suo viso e dalla sua borsa! Ella che era un’oppressa della sua classe, che era umiliata e infelice, s’afferrò subito a quest’idea, sentì prontamente una simpatia profonda per la moltitudine sconosciuta degli oppressi e degli infelici, su cui non aveva mai fissato il pensiero. Prestò attenzione a ogni parola di suo fratello, entrò a poco a poco nell’animo suo, riconobbe di averlo mal giudicato: nei suoi lunghi silenzi di ragazza trascurata, prese a volgere e a rivolgere nel suo cervello tenace di piemontese le nuove idee; salì più sovente da sua cognata, per sfogliare furtivamente i nuovi libri di Alberto; se ne portò in casa parecchi, l’un dopo l’altro, e li lesse avidamente la notte. Uno di questi, un discorso appassionato e bello d’una signora socialista, diretto alle fanciulle borghesi, che dimostrava loro il bene immenso che potevan fare dedicandosi alla grande causa, e finiva con le parole: — Vieni dunque, o desiderata, nelle nostre file!... — la commosse fino al pianto. Un ribollimento nuovo di immagini, di affetti, di speranze le prese il cuore e la mente, e divenne più violento per lo sforzo ch’ella faceva di comprimerlo, per non provocare lo sdegno o il disprezzo di sua madre. Ma sentiva che a tutti avrebbe potuto celarlo fuorchè a suo fratello, che già la guardava con occhio scrutatore, in cui ella vedeva un principio di simpatia, che le faceva battere il cuore. Sennonchè in lei la timidezza antica, in lui il sospetto di ingannarsi e la dissuetudine d’ogni famigliarità cordiale con essa, li rimovevano entrambi da un’aperta spiegazione. Finalmente, questa avvenne. Salita un giorno in casa di lui, per non lasciar solo il ragazzo con le donne di servizio, essa entrò nello studio e si mise a leggere delle pagine sparse del libro del «Lavoro dei fanciulli», che trovò sul tavolino.

Mentre essa, leggeva, Alberto, di ritorno dalla scuola, entrato un momento da sua madre, era attirato da lei nella quistione solita con un’asprezza e un’imperiosità di linguaggio, che per poco non gli facevan perder la testa. Per non trascendere, la lasciò bruscamente, e salito in casa con un nodo alla gola, stanco alla fine, e sconsolato della dura guerra che sosteneva solo da vari giorni, entra a rapidi passi nello studio, dove sorprese sua sorella. Questa, che stava leggendo del martirio dei ragazzi nelle zolfatare in Sicilia, una di quelle pagine potenti che escon dall’anima e vanno all’anima con un grido d’angoscia, balzò in piedi con un tremito e, voltandosi, presentò al fratello il viso pieno di lacrime, in cui splendeva la santa commozione della pietà, e a cui si aggiunse in quel punto un raggio d’ammirazione e d’amore per chi l’aveva commossa. Alberto la guardò un momento stupito, si chinò a guardare i fogli, capì, — e aperse le braccia, ed essa vi si gettò con un grido: — O fratello mio! — O mia Ernesta! — gli rispose Alberto, e con un ardore che chiedeva perdono d’averla per venti anni disconosciuta, le coperse il capo di carezze e di baci. Nel santo amore dell’umanità si sentirono fratelli per la prima volta.

Un “malfattore„.

Alberto — un ragazzo di dieci anni — giuocava nella stanza di suo padre, il quale stava leggendo la «Superstizione socialista» del Garofalo, quando la donna di servizio entrò dire: — C’è il tal dei tali: ho da farlo entrare?

— Cospetto! — esclamò il padrone, scattando in piedi. — Dopo cinque mesi di carcere! Entri sul momento.

A queste parole «cinque mesi di carcere» il ragazzo lasciò cadere il suo balocco e si ritirò in un angolo guardando all’uscio con gli occhi inquieti; perchè l’idea del carcere, naturalmente, non si poteva disgiungere in lui da quella d’un delitto.

E rimase immobile dallo stupore vedendo suo padre correre verso l’uscio e abbracciare affettuosamente il visitatore; il quale era un uomo sui trentacinque anni, di viso pallido e risoluto, vestito poveramente, ma pulito e di modi semplici e franchi.

Visitato e visitatore si fecero al vano d’una finestra e attaccarono una conversazione vivace, che era da una parte un incalzare di domande e dall’altra un succedersi di risposte, senza un momento di sosta. Quando, fra le altre cose, il ragazzo udì che l’amico di suo padre era stato condotto a traverso un villaggio, in mezzo a quattro carabinieri, con le manette ai polsi, come un famoso assassino ch’egli aveva visto uscire un giorno dalla Corte d’Assise, il suo stupore si cangiò in così aperto sgomento che il nuovo entrato, dandogli una occhiata per caso, se ne accorse. Ma prima di lui se n’era accorto suo padre.

Questi a un certo punto andò a prendere un pacco di giornali da un cassetto e, portandoli all’amico, gli disse:

— Tutto quanto le vorrei dire è stampato in questi fogli, che ho raccolti e serbati per lei. Ci dia una scorsa, vedrà che è stato sempre ricordato durante la sua assenza. Qui è espresso il sentimento mio e quello di tutti gli altri «malfattori».

Il visitatore prese i giornali, sedette con le spalle alla finestra, e cominciò a leggere. Il suo ospite lo lasciò solo e tornò dal ragazzo, aspettando una domanda che già gli leggeva negli occhi.

Il ragazzo, infatti, gli domandò a voce bassa:

— Che cos’ha fatto.... quel signore?

— Ha fatto — rispose il padre sorridendo — cinque mesi di prigione.

Il ragazzo rimase un momento perplesso. Poi domandò timidamente:

— Chi è?

— Alla buon’ora — rispose il padre, sedendo e attirando il figliuolo a sè; — a questa domanda mi è più facile rispondere. Ma temo che tu non capisca. Ascolta bene. Tu devi sapere che v’è in ogni paese una quantità di gente, fra cui molti uomini di grande scienza e di grande ingegno, e anche molti ricchi, i quali credono che a una gran parte delle infinite miserie e ingiustizie che affliggono il mondo ci sia rimedio. E pensano che il rimedio sia questo: che la società presente, in cui la vita di ciascuno è una lotta contro tutti, si trasformi in una grande associazione, nella quale tutti lavorino non più per il vantaggio e nella dipendenza e legati alla fortuna d’un piccolo numero, ma direttamente per la società che li retribuisca tutti equamente; in una grande associazione, in cui non ci sia più, come c’è ora, un gran numero d’uomini che faticano da ammazzarsi e son poveri, un altro gran numero che non trovan lavoro e sono affamati, e delle migliaia e migliaia che non lavorano e vivon nell’agiatezza. Mi hai capito? Ebbene, tutti costoro che desiderano e sperano che venga un giorno in cui tutti gli uomini lavorino concordemente per il bene proprio e per il bene comune, senza strapparsi il pane di bocca l’un l’altro, senza odiarsi e temersi a vicenda, e partecipando tutti ai benefizi della vita civile, come figliuoli di una famiglia nella quale tutti sono amati e protetti ad un modo, si chiamano socialisti. E che cosa fanno essi? Fanno questo. Si adoperano con tutte le loro forze a dimostrare agli altri che un tale stato della società è possibile, non solo, ma che si attuerà a poco a poco, necessariamente, per forza delle cose; ma che per conseguirlo più presto e senza violenze bisogna che tutti lo desiderino e lo preparino infondendo nelle moltitudini un concetto lucido di che cosa esso sia e un sentimento profondo della concordia fraterna necessaria ad attuarlo, educandole all’adempimento dei loro doveri e all’esercizio dei loro diritti, persuadendole che l’unico modo di raggiungere la mèta è che esse affidino la rappresentanza dei loro interessi e delle loro volontà ad uomini che siano interessati a raggiungerla, ossia che appartengono anch’essi alla immensa famiglia su cui pesa la povertà e l’ingiustizia. Mi sono spiegato? Ora questo signore che vedi, è un socialista. È un lavoratore che lavora per vivere, ma in tutto il tempo che gli resta libero va attorno fra la gente, e ragiona, spiega loro la cosa, cerca di trasfondere negli altri la propria fede, senza istigare all’odio contro alcuno, non solo, ma adoperandosi a spegner gli odii dove li trova, esortando i violenti a temprarsi, gli incolti a studiare, i discordi a conciliarsi, tutti i poveri e malcontenti a confidare in un avvenire migliore, a cui si verrà pacificamente e legalmente, per la sola forza della verità e della giustizia, quando la verità sarà compresa da tutti e la giustizia sarà da tutti voluta. E bada che egli non si affatica e non si affanna se non per produrre un bene, del quale egli è certo che non arriverà in tempo a godere. Egli vive come un povero perchè è povero; ma dà agli altri anche quel pochissimo che a lui par superfluo e a noi parrebbe necessario. Se fosse ricco, darebbe per la fede tutto il suo avere. Se gli chiedessero la vita, darebbe anche la vita, perchè non vive che per quell’Idea. E ha un passato senza macchia, ed è buono e semplice come un ragazzo. Puoi pensare quanti uomini ho conosciuto in vita mia; ebbene, egli è uno di quegli uomini più onesti, più disinteressati, più rispettabili che io abbia conosciuti. Io gli voglio bene e lo ammiro.

Il ragazzo rimase un po’ sopra pensiero, guardando ora suo padre, ora «il libero dal carcere». Poi domandò:

— E allora.... perchè l’hanno messo in prigione?

— Perchè pensa e dice tutto quello che t’ho detto, — rispose il padre.

— Ma dunque.... potrebbero mettere in prigione anche te, che dici le stesse cose?

— Certo.

— E perchè ci hanno messo lui soltanto?

— Perchè dice tutte quelle cose più forte e più apertamente, che è quanto dire che è più disinteressato e più sincero, che desidera più ardentemente il bene, che è più coraggioso e più generoso di me.

Il ragazzo non ribattè più parola e stette guardando con gli occhi spalancati il suo ospite, che continuava a leggere.

— Animo, — gli disse il padre all’orecchio; — quando è entrato egli s’è accorto che tu hai avuto paura di lui come di un brigante; tu gli devi una riparazione; vagli a domandare se sta bene.

Il ragazzo si mosse lentamente e s’andò a mettere fra le ginocchia del «pregiudicato» senza osar di parlare, ma come offrendo la testa bionda alle sue carezze. Quegli smise il giornale e dato uno sguardo a lui e al padre, capì e sorrise. Ma il suo saldo cuore che in mezzo alle persecuzioni e sotto l’affronto delle manette non aveva mai avuto un momento di debolezza, fu scosso dall’atto del fanciullo, il quale rappresentava ai suoi occhi una nuova generazione gettata da un impulso generoso dell’anima nella causa che gli era sacra. Lo fissò un momento con gli occhi scintillanti, poi prese con le mani quella testa bionda e vi stampò un bacio.... che gli fu reso con effusione.

Riavvicinandosi a suo padre il ragazzo gli accennò con un gesto di meraviglia, che la sua fronte era inumidita.

— Non t’asciugare, — rispose il padre — è acqua di battesimo.

Discussioni.

Trovò in casa del Cambiari una dozzina di convitati i quali avevan finito allora di sparecchiare uno dei succolenti pranzi che il padrone imbandiva ogni quindici giorni a un numero sempre incerto di amici, poichè egli faceva gli inviti e se ne scordava, e fissava spesso a parecchi delle ore diverse. Il piccolo salotto, in cui la disarmonia dei mobili e dei colori e l’arruffio delle chincaglie scheggiate e sbreccate dai ragazzi raffiguravano il tenor di vita della famiglia, era affollato. Ma ad Alberto, tutto acceso della sua idea, non spiacque quell’affollamento inaspettato che in altra occasione gli sarebbe riescito molesto. Appena entrato, però, s’accorse da più d’un viso e da un leggero mormorio che, durante il pranzo, dovevano aver parlato dei fatti suoi, e di quali fatti s’immaginava. C’eran due ingegneri, un impresario costruttore, degli impiegati in riposo, ch’egli aveva trovato là qualche volta; degli sconosciuti, quasi tutti panzuti e brizzolati, e tre giovani signore; oltre alla numerosa progenitura del padron di casa di cui spuntava un musino roseo dietro ogni spalliera di seggiolone. Vedendo a vari convitati gli occhi lustri e le guancie scarlatte che tradivano il prurito della discussione, Alberto si tenne preparato a un assalto. E questo gli fa dato quasi subito, prima in forma di scherzo, poi a poco a poco, seriamente; ma con una così manifesta ignoranza degli elementi della quistione, con un così ingenuo sfoggio dei più vieti luoghi comuni, che egli seguitò a parar le botte a colpi d’arguzia, senza perdere un momento il suo buon umore. Quando gli assalitori cominciavano ad eccitarsi, capitò la visita dei coniugi Luzzi, e, la comparsa della piccola signora sfavillante di vita, chiusa in un fresco vestito avana che dava al suo visetto bruno, segnato d’un neo, una grazia adorabile, troncò di netto la discussione.

Alberto espose allora al Cambiari, a quattr’occhi, l’idea del suo lavoro, e gli disse il suo desiderio di parlare col Baldieri. — Con l’anarchico Baldieri? — esclamò il Cambiari, dando un passo indietro; e soggiunse in tuono d’avvertimento amichevole: — Alberto, bada!... — La cosa, d’altra parte, non era così facile: il Baldieri parlava a cuor libero con lui perchè (e glielo diceva) era un borghese logico e sincero, ossia un aperto nemico; ma un borghese socialista, con un rivoluzionario tartufo, come egli li chiamava, razza anche più odiosa a lui dei reazionari arrabbiati, doveva essere un altro paio di maniche; c’era il rischio di pigliarsi un «no» tanto fatto. Nondimeno, insistendo Alberto, egli promise che gli avrebbe parlato. E gli diede qualche informazione: era un operaio colto, aveva fatto il ginnasio inferiore, pareva un ufficiale in borghese; ma, si tenesse per avvisato! Non doveva aspettarsi dei complimenti da lui. Poi gli disse piano, accennando alla compagnia: — Se la riattaccano tira in avanti a celiare, te ne prego.

La riattaccò subito, infatti, un vecchietto arcigno, invalido, decorato di non so qual ministero, di conosciuta avarizia; il quale domandò bruscamente ad Alberto, agitando una mano per aria: — Ma insomma, a quale delle scuole del socialismo appartiene lei, si può sapere?

Alberto rispose: — A che serve dire di che scuola sono a chi non ne accetta nessuna? E a che pro parlar di rimedi sociali con chi crede i mali irreparabili e nega che ci siano?

— Noi non neghiamo i mali — rispose l’altro, — ma vogliamo ripararvi con la carità.

Alberto si ricordò in quel punto che in una sottoscrizione pubblica dello scorso inverno, quel signore aveva mandato ad un giornale due lire per sè e cinquanta centesimi per ciascun membro della sua famiglia, tutti firmati in colonna, in modo che era riuscito a far stampare sette volte il suo nome con uno scudo: la tariffa, presso a poco, delle inserzioni. — Con la carità? — gli disse allora, — faccia...; ma non si rovini.

La stoccata era forte: le signore non poterono rattenere un sorriso; la Luzzi si coperse il viso col ventaglio.

Uno sconosciuto, balbuziente, coperse la ritirata del vecchietto ripetendo la sua domanda: — Dica dunque: è collettivista? è comunista? — È per l’uguaglianza assoluta, per un ordine sociale che metterebbe alla pari Dante Alighieri e un cretino?

— E perchè mai, — ribattè Alberto, facendo un viso ingenuo — respingerebbe «lei» un tale ordinamento?

Si udirono scricchiolare alcune seggiole; ma il colpito non sentì il colpo alla prima. Vedendo però sorridere la signora Luzzi, sospettò qualcosa e disse piccato: — Lei fa il socialista con un secondo fine.

Alberto lo guardò con stupore, e domandò sorridendo: — Per aver stipendi e decorazioni?

Quegli rimase un po’ incerto; poi rispose: — Per farsi elegger deputato!

Alberto diede in una risata. — Ma caro signore, trovi un modo più sensato di darmi dell’asino. Sarebbe come andarmi a imbarcare a Genova per arrivare più presto a Venezia.

Lo sconosciuto volle rispondere; ma il vecchio impiegato gli coprì la voce, dicendo aspramente: — Non credo che si possano professare sul serio quelle idee. Un borghese socialista non è che un negro incipriato!

— Questa immagine non è sua! — esclamò Alberto.

— Oh! Signor cavaliere, — rincalzò la Luzzi — lei, dunque, riconosce d’appartenere a una razza inferiore!

Il motto fece ridere. Alberto si voltò a guardarla, e disse: — Ah! Ecco la mia alleata!

Ma varie voci lo assalirono tutte insieme, domandandogli perchè, se era un socialista, non cominciasse a spartire l’aver suo fra chi non n’aveva.

— Oh bella, — rispose Alberto, — per due ragioni semplicissime: prima, perchè se mi conducessi povero, perderei la mia indipendenza, e dovendo chieder lavoro e danaro alla borghesia, non sarei più libero di manifestare le mie idee; e poi, perchè, com’è costituita la società, non potendo mio figlio guadagnarsi da vivere prima dei trent’anni, o morirebbe di fame, o dovrebbe lasciar gli studi e mettersi a fare un mestiere.

— Benone! — uscì a dire l’impresario, con un’aria trionfale, — ma se è socialista, perchè non mettere suo figlio a fare un mestiere?

— Perchè non ho diritto di forzare la sua volontà, di toglierlo violentemente dalla classe in cui l’ho posto; perchè se anche lo facessi col suo consenso, egli per l’effetto delle idee che oggi regnano, sarebbe disprezzato e creduto un pazzo tonto dalla classe da cui uscirebbe, quanto da quella in cui vorrebbe entrare.

— Magre ragioni! — rispose un vecchio maggiore pensionato, amico del Luzzi. — Chi è persuaso d’un’idea, deve tutto sacrificarle! Lei dovrebbe essere il primo a dar l’esempio.

A costui rispose la signora Luzzi: — Se è così, signor maggiore, lei vuole liberare Trieste dall’Austria, perchè non prende il fucile e parte per il primo per la frontiera?

Il maggiore si rivoltò, dicendo che il paragone non calzava; ma la signora Luzzi ribattè: — E poi, mi scusi, c’è contraddizione. Se un socialista è ricco, gli dite: — Dovete dar tutto agli altri. Se è povero gli dite: — Siete socialista perchè non avete nulla da perdere. Che logica è questa?

Rimasero tutti un po’ sconcertati; ma se la cavarono fingendo di prendere quell’argomento in ischerzo, e voltarono il discorso per domandare ad Alberto che idee avesse sulla proprietà, e se il socialismo volesse obbligar tutti a lavorare.

— Non si riuscirà mai a questo! — esclamò il maggiore. — La proprietà è un istinto! Persin lo scoiattolo, persino il topo campagnolo sono proprietari, perchè ammassano per l’inverno delle provvigioni sovrabbondanti, di cui resta loro una parte nella primavera. Vede dunque che perfino tra le bestie ci sono i ricchi, che hanno del superfluo perchè sono stati previdenti.

— Ma le bestie — rispose Alberto — fanno le loro provviste da sè, non le fanno fare agli altri, e non son provviste che fruttino altre provviste senza fatica come il danaro, e i topi non le lasciano ai figliuoli perchè marciscan nell’ozio.

— Queste son celie! — gli rispose uno dei due ingegneri. — Non c’è bisogno di ricorrer alle bestie. Lei che è letterato, dovrebbe sapere la definizione che ha dato dell’uomo un grande scrittore: «L’uomo è un animale proprietario». Che cosa gli avrebbe da rispondere, signor professore?

— Gli risponderei che non discuto quell’epiteto, con chi si appropria quel sostantivo.

La Luzzi rise: l’ingegnere fece una spallata. — Non sono questioni, mi scusi, da trattarsi con giuochi di spirito!

— Ma come vuol che me la cavi altrimenti, — rispose Alberto ridendo — se m’assaltano tutti insieme e non mi lascian rifiatare.

— La proprietà è frutto del lavoro!

— Non tutta, nè sempre.

— Eh, andiamo — osservò il Cambiari all’ingegnere battendogli una mano sulla spalla, — che lavoro ti sono costate le ottantamila lire che guadagnasti rivendendo il tuo terreno fabbricabile di San Salvario a dieci volte il prezzo che ti era costato?

— Sei socialista tu pure? — gli domandò l’ingegnere indispettito.

— Quando son disoccupato, — rispose il Cambiari.

— Ma quello è un caso eccezionale, — ribattè al Cambiari il maggiore. — Prendiamo il nostro impresario qui presente. Egli non lavora più con le braccia, ma è più benemerito che se lavorasse, perchè con la proprietà acquistata dà del lavoro ogni anno a duecento operai.

— Dà del lavoro! — interruppe Alberto. — Perdoni, signor maggiore: io domando se non sono duecento operai che danno il loro lavoro a lui....

— Ma come?

— Ma certo! Se il lavoro di quei duecento operai non fruttasse a lui molte migliaia di lire, lo darebbe loro?

— Ma questa è una capriola.

— Una capriola da avvocato — aggiunse l’impresario.

— Già, è l’avvocato del lavoro, adesso, il cavaliere degli sfruttati.... l’_amico degli operai_: il titolo d’un almanacco a dieci centesimi! È anche amico degli operai che _fanno_ il lunedì? — domandò un signore grasso, amico del Bianchini padre, che teneva le mani incrociate sul ventre.

— E perchè no? — gli disse la signora Luzzi con un sorriso vezzoso — non è amico di lei, che «fa» tutta la settimana?

Risero tutti, anche il signore grasso. E questa volta Alberto si voltò verso la signora con un moto di viva simpatia che essa vide.

— Eh, caro signore, — riprese l’avvocato — lei fa l’avvocato dogli operai senza conoscerli; ma cambierebbe idee se ci avesse che fare. Restii al lavoro, briaconi, ignoranti e presuntuosi insieme, maldicenti, feroci dei padroni: un bravo operaio è una mosca bianca, lo creda pure....

— Io non capisco.... — rispose Alberto — ma se gli operai sono fannulloni, chi è che fa tutto l’enorme lavoro manuale di cui la società ha bisogno ogni giorno? Vanno a ubriacarsi all’osteria! Si vanno a ubriacare anche molti signori in luoghi più puliti, è vero; ma senza la scusa di aver per case delle buche, in cui ripugni di passar la sera, o col vantaggio di poter nascondere l’ubriacatura in una _cittadina_. Sono ignoranti! Questo è certo, e non hanno scusa: quando li vedo tornare a casa la sera, rotti da dieci ore di lavoro, io domando: O perchè non vanno al Circolo filologico? Dicono anche male dei padroni. Ma mi pare che lei, dal canto suo, non faccia di loro dei panegirici.

— Ben risposto, davvero! Ma le ripeto una cosa sola: vorrei che ci avesse da fare per una settimana e mi darebbe poi il suo bravo parere sopra le _otto ore di lavoro_!

— Il lavoro è un freno! — sentenziò il vecchio impiegato.

— Un freno che ammazza — rispose Alberto — non è più un freno; è un capestro.

— E lo vogliono allentar bene il capestro i profeti socialisti che profetizzano il lavoro di tre ore al giorno!

— È un assurdo — disse dolcemente uno dei signori che non aveva parlato — anche per rispetto alla religione. Il lavoro è un gastigo che Dio ha inflitto agli uomini. Non sarebbe più un gastigo se fosse ridotto a tre ore.

— Allora, — gli rispose Alberto, — lei che vive di rendita non discende da Adamo, perchè Dio non l’ha condannato al lavoro?

— Ma per me ha lavorato mio padre.

— E perchè, — domandò la signora Luzzi — Dio ha condannato suo padre e non lei?

Il signore rimase così impacciato che per salvarlo, l’ingegnere suo vicino apostrofò improvvisamente la padrona di casa:

— Ci dice lei il suo parere, signora Cambiari?

La signora voltò verso l’interrogante il suo viso ingenuo di bella paciona e rispose con amabile semplicità: — Il mio parere è quello di tutti, mi pare. Perchè si lavora? Per vivere. Dunque, quando si ha da vivere, perchè si dovrebbe lavorare?

Applaudirono tutti, ridendo, eccettuato Alberto, che cercava con gli occhi quelli della signora Luzzi, i quali sfuggivano.

Ma la discussione si ravvivò intorno al solito argomento, se gli operai avessero ragione o torto a lagnarsi, e tutti diedero addosso al Bianchini. Il maggiore disse che era il benessere che li guastava. Il signore grasso, che teneva ancora le mani sul ventre, approvò, soggiungendo che appunto per quella ragione non era neppure da desiderarsi un miglioramento notevole del loro stato. — È provato.... — disse. — È provato — ripetè, alzando la voce per coprir quella dei ragazzi che facevano passeraio in un angolo — che col diminuire del prezzo dei generi alimentari, e specialmente della carne, aumenta il numero dei delitti contro la proprietà e.... — soggiunse più basso — contro il pudore.

— Ah, se fosse vero, — rincalzò la signora Luzzi — lei che è un così fino gastronomico, sarebbe già stato arrestato.

Molti risero, altri fecero dei cenni di disapprovazione. — Ma lei ha torto — riprese la signora, senza turbarsi, — perchè è la cattiva nutrizione, che intristisce gli uomini. Sa il proverbio tedesco: «Der Mensch ist was er isst». L’uomo è ciò che egli mangia!

— Ma signor Luzzi! — esclamò il Cambiari, voltandosi verso il marito — la sua signora è socialista! È forse lei che la catechizza?

Il Luzzi, che non aveva ancora aperto bocca, crollò il capo in atto di compatimento verso sua moglie, come per dirle che era una pazza, poi espose la propria idea, mettendo nei suoi occhietti di topo un’espressione di finissima astuzia. Eran tutti malati d’immaginazione. Il socialismo era un fantasma creato dalla borghesia, la quale rassomigliava a certi malati che a furia di parlare di una malattia che non hanno, finiscono con soffrirne davvero. Egli aveva affermato il proposito di non aprir bocca in quelle controversie, perchè gli facevan compassione.

Tutti scrollarono le spalle; quel Luzzi che non aveva senso comune. Il socialismo esisteva, anche troppo; ma erano «i socialisti borghesi, borghesi dilettanti» quelli che gli fortificavano la vita. — Sono loro — disse il vecchio impiegato ad Alberto, ripetendo delle parole lette di fresco — loro che giuocano col mostro ancor piccolo, ancora innocente, con un nastro al collo come un agnello, e lo tiran su a bocconcini, senza pensare che un giorno mostrerà i denti e divorerà loro stessi e tutti quanti.

— Ma è appunto quello che io penso! — rispose Alberto.

— E anche quello che desidera?

— Io non desidero che il bene di tutti.

— A spese di alcuni, non è vero?

— Sarebbe sempre più giusto che il bene di alcuni a spese di tutti.

Tutti protestarono in coro, l’impiegato fece un atto di sdegno e la discussione stava per volger alle brutte quando il Cambiari la interruppe con uno scherzo, e la troncò poi affatto la comparsa di un cameriere con un gran vassoio pieno di bicchieri.

Allora tutti si levarono in piedi e formarono vari gruppi conversanti a voce bassa e concitata, nei quali Alberto argomentò dai gesti e dagli sguardi che gli si levava la pelle. E si accorse che le signore non gli erano meno ostili degli uomini. Già, durante la conversazione, nonostante le risatine, provocate da certe sue risposte epigrammatiche, egli aveva colto a volo da tutte, fuorchè dalla padrona di casa, delle occhiate malevoli, quasi sprezzanti. E quell’abbandono, a cui non era preparato, del sesso gentile, che l’aveva sempre accarezzato cogli occhi e con la parola, lo rattristò. Si trovava solo in un angolo: cercò con lo sguardo la signora Luzzi.

Era accanto a lui, come se avesse indovinato il suo pensiero.

Egli le disse piano, con calore: — Grazie.

E vide che i suoi occhi, belli come non gli erano mai apparsi, si velavano.

. . . . . . .

Amicizia nuova.

..... a quell’uscita tutti e tre protestarono, ridendo, e uno più forte degli altri, picchiando un pugno che fece sobbalzare i bicchierini del cognac, con cui stavano coronando la colazione:

— Sì, — ripetè con garbo, ma con fermezza il professore, — ve lo ripeto. E volete che ve lo dimostri che non conoscete il mondo? Siete qui un conferenziere sociologo, che insegna a rimpastare la società, e due romanzieri che scrutate dentro e fate parlare persone di tutte le classi sociali, e non c’è uno di voi che conosca un operaio.

Uno dei romanzieri fece una spallata. — Ne conosco cento — rispose. — Non è mai venuto un operaio a fare una riparazione in casa mia che io non mi sia intrattenuto con lui per un’ora.

— A interrogarli come i generali interrogano le sentinelle: di che classe? quanti mesi di servizio? avete a lagnarvi di nulla? E credi d’averne conosciuto uno solo in codesta maniera? Credi che si possa studiare un uomo delle classi inferiori, a cui non ci lega nessun vincolo, da cui ci separano cento idee false, nello stesso modo che ci facciamo un concetto d’un romanzo nuovo scartabellandolo distrattamente in un momento d’ozio?

— Andiamo, — osservò il conferenziere agli altri due — l’amico non ha torto. Quanto a operai, voi vi rigirate fra le mani il burattino della letteratura romantica di cinquant’anni addietro, un po’ ritoccato dal pennello zoliano.

— E in che maniera l’avremo da studiare? — domandò uno dei romanzieri. — Abbiamo da andare travestiti a lavorar nelle fabbriche come il pastore Goerhe, o da aprire uno spaccio di liquori in un sobborgo come Enrico Leyret.

— No, — rispose il professore, — v’è un mezzo solo.

— Quale? — domandarono tutti e tre a una voce.

— L’amicizia.

Tutti e tre risero. E uno gli disse: — Sei tu che caschi nel romanzo falso. È un’amicizia impossibile. C’è troppa differenza di cultura, di maniere e d’abitudini.

— Ecco il gran pregiudizio! Strano davvero. Ciascuno di noi ha nella propria classe qualche amico che è nei modi, nel linguaggio, in tutte le sue abitudini un ribelle brutale alle forme convenzionali della vita signorile e che, salvo un po’ di grammatica, non ha maggiore istruzione d’un operaio infarinato di qualche lettura; e questo non c’impedisce l’amicizia.

— Ammettiamo; ma intendiamoci. Quest’amico operaio l’hai veramente, o non è che un tuo ideale? Se non è che un ideale, è un discorso finito.

— È una realtà.

— E come te lo sei fatto? Sentiamo. Con che arte? Insegnaci l’arte.

— Senz’arte. Ho capito subito che v’era un sol modo di guadagnarmi la sua confidenza, senza la quale non c’era amicizia possibile: quella di provargli che la meritavo dimostrandogli immediatamente la mia: anticipazione che nessuno della nostra classe fa mai a una persona di classe inferiore. Appena capii che era un galantuomo e un buon uomo, lo trattai come un amico, senza restrizioni nè di parola nè di pensiero: gli parlai delle cose mie, gli confidai dei dispiaceri gravi che avevo in quel tempo. Ne fu meravigliato, e me ne fu grato. Se avessi incominciato con chiedergli quanto non gli avevo dato ancora, con interrogarlo, cioè, riguardo alla sua vita, alle sue opinioni e ai suoi sentimenti, come tutti fanno, mostrandomi curioso di lui come d’un animale esotico, non avrei ottenuto nulla nè subito nè poi. Con tutto questo, non riuscii così alla lesta a quello che era mio intento, ebbi ancora delle diffidenze da superare, delle ritrosie da vincere. La cosa era nuova per lui. Per un pezzo, nonostante la simpatia che gl’ispiravo, rimasi per lui un oggetto di stupore. Mi scrutava con gli occhi, s’arrestava spesso tutt’ad un tratto, parlando; gli rinasceva a quando a quando un senso di suggezione, ch’io credevo già strappato dalle radici, e vi ripeto, senza arte, quasi senza volerlo, con la famigliarità spontanea dei modi, con l’intonazione del discorso più che con le parole, piantandogli sempre in viso gli occhi aperti e sinceri, per cui mi poteva leggere in fondo all’animo senza scoprirvi nessun secondo fine, senza trovarvi altro sentimento che quello di una schietta stima e di una viva benevolenza.

— Un momento! — interruppe il conferenziere — il tuo operaio è socialista?

— Sì.

— Tu dici che non hai usato arte con lui; ma ti sei professato socialista.

— No, perchè non lo sono. E non sono neppure antisocialista. Il socialismo è un problema. Non lo so risolvere. Sto a vedere come procedano passo passo verso la soluzione, sulla gran lavagna della pratica, quelli che lo credono solubile, desidero che ci riescano, ecco tutto. Ma con l’amico non m’infinsi: sarebbe stato indegno, e anche peggio che inutile, perchè avrebbe finito con scoprire l’inganno.

— Ti ha almeno illuminato l’_amico_, riguardo alla soluzione?

— M’ha fornito dei dati che ignoravo.

— Riflettici la luce, dunque.

— Ne avete bisogno, infatti. Fra l’altro, ho capito per la prima volta dai suoi discorsi la vera natura e misurato tutta la forza del sentimento collettivo che anima ora la classe a cui appartiene: sentimento non prima intuito da me che in confuso: assai più profondo, più vivo, più facile a essere urtato e ferito di quanto noi tutti pensiamo. Ho capito che la natura di quel sentimento, in tutti i casi di conflitto, richiede da parte della autorità, dei padroni, della stampa, di ogni gente delle altre classi, forme di trattamento e di linguaggio, dalle quali si discostano molto ancora le forme generalmente usate; che una quantità di conflitti s’inaspriscono e si prolungano non per altro che per la trascuratezza di quelle forme, le quali non sarebbe soltanto prudenza, ma giustizia l’osservare; e che quando questo nuovo Galateo da classe a classe, che ora manca, sarà formato ed osservato, molti dissidi saranno facilmente composti, e molti, ora frequentissimi, non sorgeranno più. Io ne son persuaso come d’una verità psicologica elementare.

— Avanti, — disse uno dei commensali — a un’altra scoperta.

— Mi sono persuaso che v’è nella maggior parte, come in quell’uno, un sentimento, il quale li spinge al socialismo con altrettanta forza, se non maggiore, del desiderio e della speranza d’un miglioramento della vita materiale, ed è la coscienza ribelle, come a un’ingiustizia, allo stato d’inferiorità sociale e morale in cui li tiene l’opinione della borghesia, la coscienza del loro diritto a una maggior dignità di vita, anche fuori d’ogni considerazione di agiatezza, un’aspirazione alla coltura, all’educazione, a tutte quelle cose, la cui mancanza li separa, più che la disuguaglianza economica, dalle classi superiori. Mi sono persuaso che non deriva da pigrizia o da sollecitudine della salute il desiderio d’una riduzione della giornata di lavoro; ma da un vero imperioso bisogno di vivere un po’ di vita del pensiero, di avere il tempo di mescolarsi, se non altro come spettatori, alla vita del mondo, di rompere con qualche sosta più lunga quella fuga quotidiana, affannosa come la corsa di gente inseguita, dalla casa all’officina, dall’officina alla pentola, dalla pentola al letto, che travolge come un vento affetti e pensieri e opprime il respiro dello spirito e confonde quasi come in un sogno faticoso il sentimento dell’esistenza

— La seconda scoperta — osservò uno dei romanzieri — non val quella dell’America; ma val più della prima.

— Taci: è tutto un nuovo mondo per te, che non sei mai uscito dal vecchio continente della letteratura. Ho scoperto che noi siamo tutti in un grande errore supponendo che per effetto della distanza da cui son separate le classi, la nostra si sottragga in gran parte all’osservazione e all’indagine censoria delle classi lavoratrici; mi sono accertato, studiandone uno solo, che anche fra gli operai più incolti v’è ora l’intuizione acuta d’una quantità d’abusi dei signori, di ingiustizie e di lacune delle leggi, d’immoralità mascherate della vita politica e del commercio finanziario, delle quali li crediamo ignoranti affatto come di cose dell’alta scienza; che v’è fra di loro un gran numero di «dilettanti critici» di processi e di cronache mondane scandalose, di «specialisti» che conoscono le sorgenti impure della fortuna di molti loro concittadini, che segnano a dito i figliuoli ricchi e rispettati di padri usurai o falliti con frode, che indicano le palazzine guadagnate in un’ora con un colpo fortunato alla Borsa, che conoscono vizi ed imbrogli di faccendieri illustri e potenti, come giornalisti di professione, che portano in tasca e cavan fuori a proposito, per leggerli nei crocchi, dei giornali vecchi, nei quali sono accennati i milionari pensionati del Governo a ottomila lire l’anno e i professori d’Università che riscuotono lo stipendio di un decennio senz’aver fatto una lezione, e che citano esatte le somme enormi profuse da municipi dissestati in festeggiamenti adulatorii e le gratificazioni favolose largite da certe grandi amministrazioni ai loro pezzi grossi, mentre fanno aspettare per anni dei miseri sussidi a vedove e a orfani di lavoratori manuali che, faticando diciotto ore al giorno per sessanta lire al mese, si sono accorciata la vita a benefizio degli azionisti. Mi sono persuaso che sono tutte queste cognizioni accumulate nei cervelli, tutti questi sentimenti, ribollenti negli animi, che fanno trasmodare molte volte le moltitudini mosse da prima da un intento pacifico, e che la più