Chapter 1 of 22 · 3789 words · ~19 min read

I.

Addio a Genova. — Stromboli. — Messina. — Le lucciole ed i mostri del mare. — Passo d’uccelli. — Milo. — Stormi di puffini. — Silivria. — Costantinopoli ed il Bosforo. — Addio all’Europa.

Il regio piroscafo _Ichnusa_ che doveva portar a Trebisonda la missione italiana in Persia, levò l’àncora dal porto di Genova la sera del 21 aprile. Per quanto fossimo agguerriti contro aspettate emozioni, i concitati preparativi della partenza fra l’oscurità della tarda sera, gli urtoni, le grida dei battellieri alla scaletta d’approdo, e dei marinai a bordo, la confusione momentanea delle cose e delle persone, cospiravano ad esacerbare il natural tumulto dei nostri affetti; come la prima scaramuccia nell’animo pur deliberato del coscritto. Poichè furono disposte alla meglio le nostre celle, risaliti sul ponte, mandammo ancora un saluto a Genova, e la seguimmo collo sguardo teso, finchè ogni luce di quel superbo anfiteatro scintillante andò perduta, come in una nebbia fosforica, nel lontano orizzonte. Questa scena taciturna, questa lutta di desii e di pentimenti doveva per altro avere un fine per la legge stessa del cuore umano. La gaja fidente spensieratezza, prima a ridestarsi negli animi più giovanili, si trasfuse a poco a poco nei più maturi, e già tutti affratellati eravamo in balìa di nuovi sentimenti, quando venne sollecita la prima cena a compiere l’opera salutare. La nuova alba ci trovò rifatti.

Il mare sereno e calmo, la squisita gentilezza degli ufficiali di bordo, il rivedere qualche capo di terra italiana, e l’isola dell’Elba, di Pianosa, di Montecristo, soggetti di variopinti discorsi, dalla grandezza del primo Napoleone ai fochi fatui de’ moderni romanzi francesi, ci fecero liete e rapide le ore della navigazione. Passammo assai vicino a Stromboli, l’antica reggia di Eolo; e quella verdeggiante lingua sparsa di modeste casette, che si protende dalla base del monte verso levante, sorrise ad alcuni come il possibile avveramento di un sogno di un’età sfiduciata, di un lungo desiderio di solitudine perfetta, tranquilla e studiosa. Sullo squarcio del monte, verso settentrione, vedemmo il celebre vulcanetto, irrequieto, ostinato e impotente come un genio incompreso. Una massa incerta di fumo stava sopra il cratere, scossa a brevi intervalli dalle eruzioni incessantemente ripetute. Alla cadenza quasi regolare di ogni diecina di minuti, scoppia di là un getto di vapori ed una vigorosa grandinata di lapilli e bombe, col fragor sordo di una mina che bene non giuochi per aver sfiatato. Di notte Stromboli è un bellissimo faro naturale, perchè i fumi, illuminati dalle brage del cratere, simulano un’aurora boreale che ad ogni eruzione si illumina vivacemente[1]. Le materie eruttate rotolano a frana pel rapido pendio del cono, e non s’arrestano ad allargarne la base, ma ricadono nei profondi abissi del mare, la qual cosa mantiene fra gl’isolani la tradizione che per secreti canali siano restituite nel focolajo del vulcano. Fin da Stromboli vedemmo svolgersi dai vapori matutini la bella costiera di Sicilia e l’eccelso cono dell’Etna, e quindi, passato il faro, venne a spiegarsi al nostro sguardo l’ampio golfo di Messina. Verso le 3 pomeridiane del 24 aprile l’_Ichnusa_ gettò l’àncora sotto le mura beanti della cittadella; antico nido di brutale tirannide, spazzato dal cannone di Cialdini. Mentre il capitano disponeva pel carico di carbone, la nostra brigata si sciolse per varie direzioni nella città. Quella popolazione sicura, animata, chiassosa, quell’aria profumata dai mille giardini biancheggianti allora dei fiori dell’arancio, lasciarono nell’animo nostro la più gradita reminiscenza. D’ogni parte, e fin entro le contrade, s’udivano spari frequenti e disordinati di moschetti, come a festa rusticana. Era la stagione del passo delle quaglie, della strage ingloriosa di questi poveri uccelli che sfiniti dal lungo viaggio, cadono sul lido come corpi morti. Dopo il conguaglio delle imposte, l’osso il più duro da digerire pe’ nostri fratelli del mezzogiorno sarà la riforma della legge sulla caccia, dietro i principj dell’uguaglianza civile, e di una saggia economia dei doni della natura.

Approfittammo avidamente di questa buona sorte per fare una perlustrazione zoologica di quel porto che vari naturalisti oltremontani ci aveano decantato per la ricchezza della sua fauna. Messina è la Mecca dei privati docenti di Germania, che vi accorrono per lo studio così interessante degli animali inferiori marini, come ad una surgente inesausta di belle e singolari scoperte. Nè gli Italiani accennano peranco ad animarsi almeno di salutare gelosia; chè anzi nella illustrazione delle cose proprie lasciano ora più che mai tranquillamente il monopolio agli stranieri. Il porto di Messina, ben riparato da’ venti, con fondo piano, poco profondo, è un immenso aquario, ove al lusso di una folta vegetazione corrisponde una varietà grandissima di forme di animali marini; e più ancora sarebbe ove i pescatori di palemoni non lo rimovessero tanto. Un gran numero di grosse pelagie riposavano tranquille fra le alghe, insieme ad altre forme di idromeduse, come _Physophora hydrostatica_, _Hippopodius luteus_. I ctenofori erano del pari doviziosamente rappresentati dalla _Beroe Forskalii,_ dalla _Cydippe pileus_, dalla _Callianira exagona_, dal _Cestum veneris_. Un maschio di _Argonauta_; alcuni belli esemplari di _Alciope candida_, di _Phyllosoma_, di _Atlanta Keraudreni_; e moltissimi di _Firola_, di _Carinaria_, compirono il bottino di una matinata. Fra i pesci ci interessarono particolarmente il _Syngnatus phlegon_, ed alcuni giovanissimi individui di _Belone_ colle forme di _Hemiramphus_. Sul vicino mercato, insieme alle solite più communi specie del Mediterraneo, abondavano, strana coincidenza di nomi, il pesce spada (_Xiphias gladius_), ed il pesce sciabola (_Lepidopus argyreus_).

Fin dalla prima nostra partenza da Genova era stato per noi tutti un grazioso spettacolo notturno la fosforescenza del mare, che sembra nel Mediterraneo varia nel grado, ma del resto costante, ed affatto indipendente dalla stagione. La parte principale in questo fenomeno è dovuto ad una medusa, alla _Pelagia noctiluca_. In miriadi incalcolabili questi animali lasciano sul far della notte i profondi recessi del mare per salire verso la superficie, e ad ogni colpo di ruota, nel solco spumeggiante che il battello lascia dietro di sè, diventano per pochi istanti luminosi, onde il succedersi continuo e frequente di bellissimi dischi splendenti di viva luce bianca. Era un diletto anche pei miei compagni l’adoprarsi con destrezza a coglierne al rapido loro passaggio; e poscia tutti in circolo, colla testa chinata verso un bacino, il contemplarne le singolari forme. Mi sarebbe impossibile il ripetere le celie graziose che scoccavano da’ cervelli resi dalla circostanza un po’ balzani, e le rimbeccate dei naturalisti, e le risate pacificatrici. Se non che venne presto a mancare il soggetto. Le belle pelagie che vedemmo adagiate in sonno diurno nel letto algoso del porto di Messina, vi stavano come ad un posto di confine. Oltre lo stretto che prende da quella città il nome, e per tutto il mare Jonio, vennero a mancare affatto, e più non vedevansi nei solchi dell’_Ichnusa_ che piccole e rade scintille, dovuto al corpicino fatto luminoso di piccoli crostacei (_Cyclops_), che più avanti alla loro volta sparirono. L’aqua del triste ed inospitale _Ponto Eusino_ era affatto buia.

Di giorno qualche schiera di palamite che i soli occhi esperti dei marinai potevano discernere nell’onda glauca; qualche delfino, capitombolante presso la nave, come un monello da strada: qualche sonnacchiosa tartaruga; e null’altro per l’ampia faccia del mare. A quale umile natura sono ridotti i mostri marini, poichè la scienza ha purgato anche il poetico regno de’ venti! Però una bella preda ci è mancata, ed anche un bel tema, che, ornato d’un po’ di frangia, avrebbe potuto essere il primo successo de’ naturalisti dell’_Ichnusa_. Il matino del 24 il nostro capitano ed alcuni marinai scorsero di passaggio un polpo colossale, ma troppo tardi per poter arrestar la nave, pescarlo, ed offrirlo in tributo alle nostre considerazioni. All’interesse intrinseco del soggetto sarebbesi aggiunta l’opportunità, poichè l’argomento dei grandi cefalopodi pelagici, che era già invecchiato nell’academia di Copenaghen, era stato poco dianzi rimesso a nuovo nella grande aula del palazzo Mazarini. Senza dubio questo così detto polpo doveva appartenere alla famiglia delle loligine o dei calamaj, che comprende i cefalopodi più forti nuotatori, ed in pari tempo i giganti della loro classe[2].

Il susseguente giorno 26 noi correvamo il pieno mare, ove il Jonio si allarga per la confluenza dell’Adriatico. Una moltitudine di uccelli fuggenti le già aduste spiaggie africane per la novella verzura d’Europa, esausti di forze, cercavano rifugio sulla nostra nave. Fu uno spettacolo nuovo, per quanto già fossimo abituati nei giorni precedenti a ricevere di siffatti ospiti. Dal primo mattino alla tarda sera fu un succedersi incessante di specie diverse, delle quali risparmio al lettore il lungo catalogo. Ad ogni istante era segnalata qualche tortora, qualche falco, qualche calcabotta, che cercava rifugio sulle antenne e sul cordame, o quaglia o beccaccino o piovanello che svolazzava attorno ai nostri crocchi, e perfino ardiva posarvisi in mezzo. L’occasione fa il ladro, dice il proverbio: io dirò piuttosto che ci fece crudeli, risvegliando in noi un cieco furore distruttivo, del quale io faccio qui per tutti sincera confessione, ed atto di pentimento. Ognuno dato di piglio al fucile studiava dar prova di destrezza nel rispondere colla botta più affrettata e più ardita all’ospitalità che venivano a domandarci quelle innocenti creature. La vana compiacenza di colpi fortunati non dava tempo ai rimorsi.

Non è qui il luogo di dissertare sull’argomento importantissimo e tutt’ora pieno di oscurità dell’emigrazione degli uccelli; ma è quasi naturale il chiedersi come possano sostenersi senza posa, ed alcuni perfino con ali assai deboli, attraverso lunghi tratti di mare. Fu osservato che nel viaggio d’autunno, che si fa nella direzione dal nord al sud, gli uccelli, forse perchè molto pingui in quella stagione, seguono di preferenza le coste maritime, viaggiano per così dire, a piccole giornate, e scelgono il passaggio dei piccoli stretti; ma in primavera prendono il largo e la via più diritta sebbene più faticosa: la quale circostanza spiega il perchè, nel nostro paese, alcune specie si facciano vedere, ed anche in grandi stormi, ne’ mesi di marzo ed in aprile, e non mai, o solo raramente, in autunno[3]. Lo stato di magrezza degli uccelli prima della nidificazione li rende più agili e forti al volo, ma lungi ancora dal rapporto cogli spazj che devono percorrere. Quelli che giungono alle prime stazioni d’Europa sono tanto stremi di forze da far supporre che molti soccombano per via. Se non che le risorse della natura vanno anche al di là del nostro corto intendimento; e dobbiamo creder piuttosto che gli uccelli stessi più terrestri e silvani possano per qualche tempo esser portati dalle onde, e non sommersi. Audubon ed altri ornitologi hanno positivamente osservato questo fatto; ed io pure ho veduto una volta in questo viaggio pel Mediterraneo la tortorella commune rialzarsi a volo dal mare sul quale erasi posata per qualche tempo.

Questo straordinario passo d’uccelli, tale veramente pel numero e per la varietà delle specie, non durò più di un giorno. Il successivo 27 entrammo nell’Arcipelago, passando a breve distanza del capo Matapan e di Cerigo, stazioni di riposo per gli uccelli più sicure di una nave sulla quale stavano de’ naturalisti oziosi. Al tocco della mezzanotte si fece sosta a Milo per la ricerca di un pilota. Surti di buon matino, chiedemmo indarno un canotto per fare un’escursione a terra. Le circostanze politiche nelle quali versava allora la Grecia, foriere della crisi che doveva scoppiare alcuni mesi più tardi, aveano imposto al nostro governo misure di prudenza anche esuberanti, ed una fra queste era l’ordine ai capitani della regia marina di evitare ogni sorta di contatto che non fosse di estrema necessità colle popolazioni dell’Arcipelago, e di tener lontano dai loro occhi la provocante nostra bandiera, lasciando perfino in disparte Sira che pur trovasi sul più diretto nostro cammino, ed ove avremmo potuto prendere il pilota, e far ad un tempo provista di carbone. Cessammo senz’altro dall’inchiesta, e dovemmo appagarci di girar da bordo il cannocchiale tutt’all’ingiro. Il porto di Milo è chiuso in un ampio circo naturale affatto deserto, ove tutto è arido e nudo, tranne un gruppo di case alla così detta _marina_, e qualche campo di segala in un piccol tratto di pianura verso occidente: del resto, fin dove l’occhio poteva giungere, non un albero, non un arbusto. Tale è la generale fisonomia degli isolotti disseminati per l’Arcipelago, ai quali nulla è rimasto delle delizie paradisiache onde li vollero vestiti i poeti, quando ne fecero la culla e la sede degli dei. Alcuni de’ miei compagni, inconsapevoli degli ordini governativi, erano scivolati nel canotto che portava un messo a terra per le trattative col pilota e per qualche provigione. Quando rivennero a bordo ci raccontarono come gli abitanti di Milo, non punto scoraggiati dalla recente caduta di Nauplia, ripetessero di stare, come tutti i Greci, in aspettazione di grandi eventi per la imminente venuta fra loro di Garibaldi.

Lasciato Milo nel matino stesso del 28, seguimmo la direzione di Termia, d’Ipsara, di Mitilene. In tutto questo tratto un gran numero di grosse salpe (_Salpa maxima_) si lasciavano mollemente cullare dal mare placidissimo, quali ancora riunite in piccoli gruppi di tre o quattro individui, quali sciolte. Molte ne pescammo per oggetto di studio assai dilettevole; ed in molte fra esse trovammo alloggiato un piccolo crostaceo, un _Hyperia_ affine alla _Latreilli_, come un Diogene in miniatura, più esigente e più furbo del grande filosofo antico. Salutata infine la ridente isola di Tenedos, si giunse la sera del 29 ai Dardanelli, ove l’_Ichnusa_ doveva compiere alcune formalità di _alta polizia_, e rifornirsi di carbone.

Per via avevamo incontrato un grosso vapore turco stracarico di soldati diretti al Montenegro, a quel paese che è uno dei punti cariosi dell’impero musulmano. Come di là molti saranno per ritornare, ce lo disse il nostro console ai Dardanelli, venuto a bordo dell’_Ichnusa_; e verificammo noi stessi qualche giorno dopo, nelle contrade di Costantinopoli. I Montenegrini non serbano prigionieri; rimandano i soldati del Sultano, che le sorti della guerra mettono a loro discrezione, ma per poter fare in fin della giornata il calcolo delle prese, ne tengono i nasi, e qualche volta anche le orecchie. Pochi dì prima un bastimento carico di infelici così mutilati aveva infatti ripassato lo stretto.

Già verso Tenedos incominciano a farsi vedere stormi di puffini _(Puffinus anglorum)_, come al limite occidentale del loro piccolo regno che è il mar di Marmara ed il Bosforo. I Turchi portano a questi uccelli una singolare pietà, per la tradizionale credenza che trasmigrino in essi le anime perdute. Ecco ciò che ho visto dei loro costumi. Volano, come dissi, a stormi, grandi stormi compatti, e con volo celere e sostenuto vanno e vengono radendo la superficie delle aque, e tutti gli individui, con ordine perfetto, come ubidissero ad un comando, fanno vedere alternativamente e di concerto, ora il bianco della parte inferiore del corpo e delle acute ali, ora il dorso. Rari sono gli individui staccati, e questi per lo più, incontrato uno stormo, vi si congiungono. Si tuffano tutti assieme nell’aqua, lasciando appena sporgere il capo, e tutti assieme ripigliano il volo. Quando poi il mare è procelloso, gli stormi si scompongono, ed ogni individuo svolazza a capriccio, per proprio conto, in cerca dei piccoli animaletti, che le onde agitate portano a galla.

Non appena l’_Ichnusa_ fu entrata nello stretto de’ Dardanelli, il mare perdette la sua longanime flemma. Un vento freddo di levante surse propizio a molti bastimenti che lo stavano aspettando a vele tese per ritornarsene in Europa, assai molesto a noi che, movendo in direzione opposta, dovevamo vincerlo di fronte. Il capitano stimò prudente piegar alquanto sulla nostra sinistra, e riparare sotto la protezione della costiera di Silivria, ove si gettò l’àncora nel pomeriggio del 30 aprile. Silivria era la prima città turca offrentesi in questo viaggio alla nostra curiosità: ci affrettammo adunque di scendervi, con tanto maggior sollecitudine in quanto l’Oriente fosse per molti di noi affatto nuovo. La città è in parte distesa lungo la spiaggia, in parte su di un piccol colle che si protende verso levante, formando dalla parte del mare una scarpa scoscesa, quella che ci riparava dal vento. Tutta la costiera qui è costituita da un’arenaria debole assai recente, o, come dicono i geologi, _quaternaria_. Le contrade di Silivria sono tortuose; le case in massima parte di legno, come dapertutto in Turchia; però quelle in generale meno sucide, queste meno miserabili di quanto si vegga altrove; la popolazione vi è oltre la metà greca: la campagna è tutt’attorno ben cultivata. Ci fece impressione il numero stragrande delle botteghe: tutti in Silivria vendono qualche cosa, senza che si possa trovare una ragione nel concorso visibile dei compratori.

Molte cicogne eransi già stabilite nei loro vecchi nidi per entro la città, rispettate, come dovunque in Oriente, con una specie di superstizione; e stormi di taccole, svolazzanti attorno ai minaretti, facevano sentire il loro gracchiare sommesso e quasi dolce. È singolare come queste due così differenti specie seguano la medesima distribuzione geografica, e vivano, direbbesi quasi, in tacita intelligenza, nei medesimi distretti, nel nord d’Europa, nell’Europa centrale, e nel mezzogiorno, e più verso Oriente fino in Persia. Dove l’una specie è esclusa, l’altra lo è pure; siccome, per esempio, accade nell’Italia settentrionale, ove appena si fa vedere di passaggio qualche cicogna in primavera.

Ma poichè sono entrato in ornitologia, aggiungerò qui altre due osservazioni. I gabbiani, che vagavano in gran numero attorno a Silivria, appartenevano alle tre specie communissime _Larus argentatus, L. fuscus, L. ridibundus:_ le sole, del resto, che vedemmo in tutto il viaggio fin nel mar Caspio. In un’escursione fatta per la campagna attorno la città nel matino del 1 maggio, ho notato un passaggio continuo di un incalcolabile numero di prispoloni (_Anthus arboreus_). Il sibilo ronzante di questi uccelli risuonava dapertutto nell’aria, incessantemente, per molte ore consecutive.

Il mare agitato, il cielo nuvoloso, le piovigginate ricorrenti, avversavano la pesca di animaletti marini di quel litorale; pure io ed il mio inseparabile amico Lessona vi potemmo raccogliere buon numero di oggetti interessanti. Fra i crostacei vi predominavano i communissimi generi delle idotee e degli sferomi; tra i molluschi la _Cyclonassa neritea_ e la _Nassa reticulata_. La maggior parte degli esemplari di quest’ultima specie portavano insidenti sul peristoma un gran numero di individui dell’interessantissima _Coryne vulgaris_. La mia attenzione fu però attratta in particolar modo da alcuni ammassi di uova, inviluppati in una sostanza gelatinosa molto resistente, che li teneva aderenti alle alghe ed alle pietre. Io le riconobbi subito, al microscopio, come uova di un anellide con diversi gradi di sviluppo della larva inclusa, e la forma di questa ben diversa da quella delle larve fino allora conosciute. Le particolarità osservate in queste uova formarono soggetto di una mia apposita annotazione[4].

Il vento fattosi alquanto più calmo nella notte, ci permise di rimetterci in cammino. All’albeggiare eravamo già tutti sul ponte per godere della aggradevole vista di quella costiera, popolata di eleganti ville e di ombrosi giardini, sempre più spesseggianti col nostro avanzarsi. Frattanto verso il nostro punto obiettivo si disegnava sempre meglio nella nebbia lontana una selva di minaretti, e la sponda asiatica appariva sempre più vicina e distinta sulla nostra destra. Finalmente Costantinopoli da un lato, Scutari dall’altro, si spiegarono in tutta la loro magnificenza, e fu una generale esclamazione di entusiasmo, quando l’_Ichnusa_ passò rasente le maestose mura e i giardini ed i _kioschi_ voluttuosi del vecchio serraglio. Alle 9 del mattino sbarcammo infine all’arsenale maritimo presso la stupenda moschea di Topanhé, ove il personale della legazione italiana stava aspettandoci.

Rinuncio volontieri a un diritto del quale i _touristes_ sogliono usare ed abusare, e non scriverò la mia pagina su Costantinopoli, e non dirò nulla delle impressioni provate, de’ pensieri suscitatimi da questa città, che un passato fatale, un presente scioperato, premono sull’abisso di un avvenire tenebroso; di questa vera Babele di lingue e di costumi, ove tutti i vizj e tutte le virtù dell’Oriente e dell’Occidente si trovano a contatto, senza mai confondersi, nei mille anfratti e rigiri di una società artefatta. Vi rimanemmo cinque giorni di vita affaticata fra la visita delle principali curiosità e dei monumenti, fra gli ultimi preparativi del viaggio, e l’etichetta della udienza di congedo che il commendatore Cerruti, fino allora ministro d’Italia a Costantinopoli, aveva dovuto necessariamente chiedere al Sultano. In questa circostanza abbiamo avuto noi pure l’alto onore di essere ammessi all’imperiale presenza di Abdul-Aziz; il quale non si è tampoco degnato di rivolgerci un solo sguardo, per quanto ci fossimo fatti per lui belli e lucicanti di ricami e di gingilli[5].

Il nostro capo aveva già tutto disposto con quella operosità, quella perspicacia che spiccano nel suo carattere, onde alla carovana che gli era affidata, resa in pochi giorni affrettatamente numerosa, sotto l’impulso di buone inspirazioni che bisognava seguir subito, nulla mancasse di quanto poteva rendere meno disagiato un lungo viaggio in paese deserto e segregato dal consorzio europeo. Quantunque la missione fosse ben fornita di poliglotti nel suo proprio seno, era necessario un dragomanno per la lingua persiana; ed il commendatore Cerruti scelse a tale uffizio un armeno di nome Mehrab, assai versato in quella lingua per un lungo soggiorno precedentemente fatto in Persia, e che trovavasi appunto disponibile in Costantinopoli. Dirò poi a suo luogo che cosa sia stato di lui.

Noi avevamo sperato continuare il viaggio coll’_Ichnusa_, ma un provedimento del nostro Capo dispose altrimenti, e non senza giusti motivi. La nave era troppo angusta pel nuovo personale, per l’immenso bagaglio che stava aspettando in Costantinopoli, e per un carico di carbone sufficiente ad affrontare un lungo tragitto e gli accidenti della navigazione nel tempestoso mar Nero. Fu dunque dolorosa necessità separarci dagli ufficiali dell’_Ichnusa_, che per la squisita loro cortesia avevano guadagnati gli animi nostri. Tutto era pronto il giorno 6 di maggio e il segnale della partenza fu dato. Verso le 2 pomeridiane eravamo tutti a bordo del _Tamise:_ alle 4 si levarono le àncore. Da qui veramente incominciava il viaggio della missione italiana.

Passando fra una selva di navigli rivedemmo in tutta la sua eleganza, maestosa e leggera ad un tempo, il nuovo serraglio che tanto onora il talento di un nostro italiano, l’architetto Fossati: entrammo in quel Bosforo, del quale ognuno di noi erasi fatta una imagine fantastica dalle letture di gioventù, ora quasi vinta dalla realtà. Il Bosforo è un vero paradiso per coloro stessi che hanno l’occhio raffinato alle sponde del Lario, alla riviera di Genova e di Sorrento; è una scena sempre bella, sempre varia; un succedersi non interrotto a destra ed a manca di ville, di giardini, di _kioschi_, di pinete, ove gli avidi e sfiniti bascià, le sultane, le favorite, i più ricchi negozianti europei, hanno realizzato un po’ di quel lusso dell’Oriente, che è sognato dalla letteratura all’_hascisch_. Due ore in questo canale dalle sponde incantate scorsero per noi come due minuti. Alle 6 eravamo nel mar Nero allontanandoci dalla terra, mano mano l’oscurità stessa andava togliendocela di vista.