Chapter 2 of 22 · 3147 words · ~16 min read

II.

Il _Tamise_. — Tributo al mar Nero. — Trebisonda. — La _Cerere_. — Pranzo russo. — Batum. — I delfini. — Una scena di distruzione a Balaklava. — Bella serata a bordo. — La foce del Rioni.

Il _Tamise_, che ci aveva presi a bordo, uno de’ più grossi bastimenti delle _Messagéries Impériales_, era già da ventiquattr’ore in perfetto ordine di partenza, stracarico di passaggeri e di merci. Non avresti saputo ove posare il piede sul ponte, letteralmente ingombro di ben seicento passeggeri, turchi la maggior parte, e pel resto circassi, persiani ed armeni, sdrajati tra involti e fardelli d’ogni natura, ed ammassi di cenci, che erano stati un tempo cuscini, _burke_, cafetani o tappeti. Abbiamo dovuto ammirare in questa circostanza due belle qualità del carattere orientale: la pazienza e la sobrietà. Nessuno aveva messo un lamento della partenza cotanto ritardata per colpa nostra, dell’aver subìto un intiero giorno di prigionia nel porto di Costantinopoli; nè mostrava dolersi dello stivamento fra tanta confusione. Ognuno poi aveva strettamente calcolate le sue provigioni di bocca per la durata del viaggio, e s’era così reso affatto indipendente dal vivandiere di bordo. Molti non avevano per tutto pasto che pane e cipolle. A noi italiani doveva fare particolar impressione la quiete, la taciturnità di tanta gente agglomerata. Chi pregava, chi stava meditabondo o fumando la sua pipa; il conversare nei crocchi era sommesso: qualcuno appena ripeteva la sua monotona canzone soffocandola fra la gola e le cavità nasali.

Il tempo aveva continuato propizio anche il dì seguente. Il _Tamise_, che nella notte erasi inoltrato in alto mare, fin dal matino andava approssimandosi a terra, e per varj tratti vi scorreva tanto dappresso da lasciarci godere l’aggradevole vista della sponda asiatica bella ma disabitata, verdeggiante e boscosa fin sul dosso delle colline, e, più nel fondo della scena, anche su tutta la catena di monti che scorre quasi parallela e poco discosta dalla sponda. Alle quattro e mezzo pomeridiane sostammo ad Ineboli, piccola città ben situata fra ridenti praterie e grandi macchie e campi ben cultivati; e vi si fece una prima riversata di turchi e di cenci. Sul fare della notte il mare volle toglierci dall’illusione nella quale andavamo così placidamente ingolfandoci, che si dimenticasse di noi. Or dimmi, o lettore, quale preferisci dei due, il rullìo od il beccheggio? L’uno imprime di fianco un movimento misto di rotolare e di cullare che rovescia le budella: l’altro ti solleva di malagrazia, ti lascia sospeso un instante fra l’asma e le vertigini, e ricadere come ubriaco. Quella notte l’emozione fu della prima specie. La conversazione erasi fatta gaja ed animata fra ripetute libazioni di tè, ma poi incominciò a languire: anche i più loquaci trovarono più commodo il riflettere del parlare; e infine l’un dopo l’altro brancolando lasciò la sala. Durò breve il silenzio, che di qua, e di là dal fondo delle celle partivano gemiti e ululati, e voci sepolcrali chiedenti la carità d’un bicchier d’acqua. Non ho ancora detto che il _Tamise_ era ad elice. In questa specie di bastimenti il continuo risuonante tremito della grande spira, riesce, anche in tempo di calma, tale molestia, da rendere molto preferibili i bastimenti a ruota: quando poi il mare è burrascoso, l’elice ad ogni ondata messa a nudo, gira nell’aria con subitanea rapidità, ed imprime al bastimento sussulti intollerabili.

Verso le due del mattino nuova fermata a Sinope, e nuovo sbarco di passeggeri, ed anche un momento di sollievo per noi che potevamo prender fiato, e come ridestarci da un sonno che non avevamo goduto, solo per riconoscer meglio il nostro stato, e prepararci a soffrir ancora.

Alle undici il _Tamise_ gettò l’àncora davanti a Samsoun, ad un miglio di distanza dalla città, resistendo con gran forza di funi al mare tutt’ora agitato, perchè ivi non è porto, nè tampoco rada, ma un larghissimo seno compreso fra due liste di terra piane, quasi invisibili per la distanza, protendentisi per alcune miglia in mare, coperte di paludi e di boschi, ricche di selvaggina e fomiti di malaria. Molti barconi accorrevano a gara dal lontano lido, per aggiungersi ai primi già aggrappati al bastimento, contro il quale e tutti fra loro dalle onde sommosse venivano urtati come gusci di noce. Da ogni parte spintoni e grida, ed un gesticolare di energumeni che si disputavano quali la gamba destra quali la sinistra dei poveri passeggeri. Se nessuno ne andò colla testa rotta fu vero miracolo.

Samsoun è rinomata pel suo tabacco, il miglior per verità delle varie sorta di Turchia, tutte più gustate in Europa che non sul luogo di loro produzione, per quel condimento particolare che in Europa soltanto acquistano come un effetto combinato della provenienza esotica e di un tantino di frodo.

A sera il mare imbonì, e si fece nella notte placidissimo. Verso le due nuova sosta per le stesse ragioni delle precedenti a Kerassoun; poi si riprese il largo verso Trebisonda, ove arrivammo alle nove del mattino.

Trebisonda, l’antica _Trapezus_, così detta dal piccol piano elevato a guisa di tavola sul quale venne fondata, è oggi ancora una delle più importanti città dell’impero ottomano; è l’emporio principale del commercio fra l’Europa e la Persia. Qui appunto era stabilito dovesse finire per noi il viaggio maritimo, ed aver principio quello di terra per la via di Erzerum, prima che le offerte e la spontanea mediazione del principe Labanoff, ministro di Russia a Costantinopoli, non ci avesser spalancata la più commoda via del Caucaso. Anche Trebisonda, malgrado la sua importanza, non ha porto, e solo una rada mal sicura aperta ai furiosi venti del nord, riparata solo alquanto verso occidente da un promontorio, all’estremo del quale surge un piccol forte. Al nostro arrivo trovammo già ancorato un altro battello a vapore russo mercantile, _Cerere_, sul quale dovevamo passare, per recarci quindi a Poti. Una lunga fila di case allineate parallelamente alla spiaggia forma un sobborgo, che, risalendo sul promontorio, mette per vie ripide ed anguste alla città propriamente detta, la quale perciò non è visibile dalla rada. Io non mi sento il gusto di altri viaggiatori ai quali Trebisonda è sembrata bella. Molto le dona la popolazione varia ed il grande movimento commerciale, e sono interessantissimi nelle sue adiacenze alcuni monumenti de’ primi secoli del cristianesimo e dell’antica potenza genovese.

Il paese all’ingiro è a dossi e valloncini, ultime scomposizioni de’ contraforti della grande catena del Kolat. I campi sono bene cultivati, e nella natura stessa del terreno sta la ragione della sua fertilità. Esso consta infatti di una trachite facilmente decomponibile, e contenente numerosi cristallini di pirosseno, ricoperta da potenti strati di un conglomerato vulcanico, nel quale prevalgono ciottoli di trappo amigdaloide. Frammenti di questa medesima roccia e di cristallini pirossenici formano in massima parte la minuta ghiaja del litorale.

La fauna e la flora marina di Trebisonda sono sommamente povere, una vera desolazione; del che subito abbiamo dovuto avvederci al solo percorrer la spiaggia terribilmente battuta dalle burrasche, e lungo la quale vedesi appena qualche frastaglio di _Ulva lactuca_ lasciatovi dalle maggiori ondate. Come una vera singolarità trovammo, cercando e ricercando, una valva di ostrica mezzo consumata dall’attrito. Le nostre reti adoperate fra le scarse macchie algose pullulanti al riparo o negli anfratti di qualche masso, appena ci produssero qualche pesciolino, _Clinus, Gobius_, pochi crostacei isopodi, qualche patella, qualche attinia: ghiaja, nuda ghiaja dapertutto. Al nostro ingresso nella rada, dal bordo del _Tamise_, avevamo però veduto nuotanti placidamente molte belle meduse: la _Cyanea aurita_.

Per tutti i seminati abbondavano strabocchevolmente le quaglie a grande gioja de’ _Nembrod_ della nostra carovana. Communissimi pure, sulla spianata del lido, erano l’_Alauda brachydactyla_, e l’_Anthus pratensis_, questo adorno già della sua livrea estiva[6]. Da Trebisonda in poi alla volgarissima _Lacerta muralis_ d’Europa è sostituita la _L. laurica_. Nelle pozzanghere e ne’ canaletti all’oriente della città abonda, col rospo verde, la _Rana cachinnans_ di Pallas, il cui gracidar è così diverso da quello della rana commune d’Europa, da farmi sospettare una reale diversità specifica, la quale, per altro, non è rivelata all’esterno da alcun carattere sicuro e costante. Lungo i fossatelli della spiaggia è copiosa eccessivamente l’_Helix erycetorum_.

Al pomeriggio del giorno 10 ci rechiamo a bordo della _Cerere_. Il comandante è un uomo piuttosto al di là che al di qua de’ sessant’anni, tipo _brachicefalico_ puro sangue, decorato di una gran croce bianca (croce di San Giorgio), premio di 32 anni di servizio nella marina imperiale. Nel salotto stava allestita la tavola pel pranzo, con grande apparato di cristallerie, porcellane e fiori finti. Alle cinque siamo invitati a sedere: risultato al di sotto del mediocre: si aspetta il formaggio per saziar la fame, ed il formaggio non compare. Abbiamo poi imparato nel seguito esser sempre buona cautela, a’ pranzi russi, far attenzione alle prime due portate e _tapper là dessus_. In vero ce ne sarebbe anche oltre il bisogno, e verrebbe quasi la tentazione di decantare una sobrietà così ben misurata, e coperta da tanto decoro esterno, se poi le libazioni del _post pastum_ non oltrepassassero così di frequente l’estremo limite della temperanza.

Il dì seguente, di buonissimo matino, il comandante, sempre col suo ordine di San Giorgio (formato massimo), è sul ponte, armato del suo canocchiale, guardando qua e là in cerca di Batum, ove si doveva far stazione, come ad uno de’ principali depositi di carbone della Compagnia russa del mar Nero. Il tempo è bellissimo, la sponda si distingue chiaramente, ed egli non conosce il suo terreno, e finalmente si accorge che abbiamo oltrepassato il nostro punto obiettivo, che siamo anzi non lontani da Poti; quindi ordine di retrocedere. Il danno però non fu grave, chè arrivammo a Batum ancora in tempo da poter dedicar una gran parte del giorno ad un’escursione a terra.

Cercammo fra la gente accorsa al nostro approdo qualcuno che volesse servirci di guida in questa escursione, ma non trovammo alcuno, dominando nel paese uno strano timore de’ Lasi, che dicono arditi a spinger le loro scorrerie fino nelle più prossime adiacenze della città. Sono fiero di poter dire che nessuno di noi si lasciò imporre da queste voci; ma valeva ben la pena di chiedere quanto fossero fondate. Il console russo, persona assai gentile, e che parla speditamente il francese, dopo averci assicurati non correr noi pericolo alcuno, volle tuttavia che un suo _Cavasso_, due gendarmi ed un facchino ci fossero di scorta.

La pianura di Batum non è che un’alluvione di un piccolo fiume, i cui rami, per quanto il terreno lo comporta, sono governati dagli abitanti, che ne derivano una intricata rete di canali per la coltivazione del riso. Il terreno basso fa sì che l’aqua si diffonda e ristagni dapertutto, ed i sentieri, le stradicciuole siano quasi impraticabili. Sì grande perciò è l’esalazione dei miasmi da render il paese uno dei più malsani di tutta la costa asiatica del mar Nero. Le risaje sono necessariamente di quelle che in Lombardia si dicono _da zappa_; e la seminagione del riso facevasi appunto allora. Esse non formano veramente grandi regolari spianate, come appunto in Lombardia, ma pezzi di terra disseminati fra macchie e siepi scompigliate, e labirinti di boschi paludosi. La vegetazione è dovunque, e sotto tutte le forme naturali al luogo, lussureggiante al maggior grado. I boschi sono impenetrabili pei virgulti e le erbaccie che s’intrecciano al piede di quegli immensi ontani, e pei roveti che dopo esser risaliti pei tronchi fin alle più alte fronde, ridiscendono a compiere l’inestricabile viluppo nei vani che ancor rimangono. Ma da una vegetazione così rigogliosa par che rifugga la vita animale: tutt’all’intorno è un silenzio triste, una quiete pesante, sepolcrale. Appena qua e là si fa sentire sommesso e come perduto in quella solitudine il canto ripetuto e monotono di qualche cingallegra. L’usignuolo, che fra gli ontaneti in Italia riempie l’aria de’ suoi gorgheggi, qui manca affatto; sono luoghi da sterpazuole, da scoperagnole, da forapaglie, da caneparole, da cutrettole, e non se ne vede e non se n’ode alcuna. Nelle risaje trovammo ancora qualche beccaccino, singolar cosa per la stagione, ed alcune sgarze. Trovammo pure per la prima volta, sugli arbusti, sugli alberi isolati, all’aperto, qualche gazza marina, rara e solo di passo straordinario in Italia, communissima invece in Oriente. Ne’ boschi verso il lido abbondavano le tortore, della medesima specie d’Europa, e particolarmente abbondavano sulla spiaggia che dalla città si protende verso il Nord, ove hanno un asilo sicuro nel fitto intreccio di rose, roveti, salici, crespini (_Berberis orientalis_), onde tutta la spiaggia è ricoperta.

Passando presso un rigagnolo ov’erano alcuni pesci, ci adoperammo con industria improvisata a farne la pesca, e fu quello il solo bottino zoologico della giornata. Vi trovai le specie seguenti: un _Phoxinus_, che io credo una buona specie, forse distinta dallo stesso _Ph. Marsilii_; una piccola lasca, nuova certamente (_Telestes leucoides._ De Fil.); un ghiozzo che poi riconobbi essere il _G. batrachocephalus_ giovane, rimontato dal mare; ed una lampreda nella sua forma di larva, del tutto simile a quella del commune _Petromyzon Planeri_ d’Europa. Il prof. Lessona, il quale, col fido nostro aiutante Clemente, avea atteso nel frattempo alla pesca lungo il litorale, non fu più fortunato che a Trebisonda. Il lido è invero, come a Trebisonda, affatto nudo, tutta ghiaia minuta, ed i ciottolini predominanti sono pure di diorite e di trappo amigdaloide. Solo al lembo esterno, ove si perde l’impeto de’ marosi, fina sabbia augitica frammista a minuzzoli di una piccola bivalve (_Venus?_). Non un’alga, non una conchiglia intiera, non traccia di alcun essere vivente gettato dal mare.

Fra i particolari datici dal console russo di Batum intorno al commercio ed alle produzioni del paese, uno mi ha particolarmente interessato, ed è la grande abondanza di delfini nel mar Nero, e l’importanza del profitto che se ne ricava. La stessa Batum è il principale centro di estrazione e di commercio dell’olio di delfino, che viene poi spacciato, come quello di balena, col nome improprio di olio di pesce. I delfini, così ci ha assicurato, vengono cacciati col fucile, nel che bisogna aver acquistato una particolare destrezza, per cogliere l’istante in cui l’animale compia un capitombolo fuori dell’aqua. Il nostro amico Bosio, tiratore di primo ordine, trova la cosa del tutto semplice, naturale; io cacciatore modesto e più modesto naturalista, la trovo appena credibile, come pratica industriale. Nella traversata di questo mare ci era occorso per verità di incontrar frequenti volte truppe di delfini, ma senza imaginare che ivi fossero tanto più frequenti, e tenuti in maggior conto che nel Mediterraneo.

Un fenomeno, o, se volete, un fatto naturale de’ più singolari e maravigliosi, nel quale i delfini del mar Nero hanno avuta la loro parte, mi fu raccontato in Pietroburgo dall’illustre Brandt[7], e merita assolutamente di essere qui riferito. Nel dicembre del 1859 entrò nel seno di Balaklava uno stuolo così smisurato di acciughe, riunite in una massa così compatta, da renderlo peggio che pieno, letteralmente infarcito. Questa così incredibile quantità di miriadi di acciughe era inseguita da una truppa di delfini, ed entrando in quel seno vi si addensava prigioniera, sia per non saper riprendere la ristretta bocca d’onde altre sopravenivano senza posa, sia per esser al di fuori bloccata. La cosa andò a tal punto che si dovette dai forti posti all’imboccatura del seno tirare a mitraglia sull’esercito assediante de’ delfini. I pescatori di Balaklava, ed altri accorsi da Sebastopoli, presero a discrezione in tanta abondanza, finchè ebbero sale e barili; poi, d’ordine delle autorità, migliaja di carrette furono messe in moto ad esportare quanto era possibile di quello strano ingombro. Tutto inutilmente! La massima parte di quelle miriadi di pesci rimasta in porto passò in putrefazione, e l’aria ne fu talmente appestata, che la maggior parte degli abitanti di Balaklava dovette emigrare, e le cornici delle imagini sante e gli utensili d’argento nelle case annerirono. Sei mesi dopo questo avvenimento lo stesso professore Brandt, recatosi a bella posta sul luogo, sentì ancora nell’aria il ributtante odore di pesce fracido, e trovò l’aqua ancora torbida e fetente. Altra conseguenza fu la completa distruzione, io quel seno di mare, di ogni traccia di essere vivente. Brandt ha osservato altresì che alcune parti del corpo di un grandissimo numero di acciughe eransi conservate per un processo analogo a quello che si dice di saponificazione de’ cadaveri, e per tal modo si era accumulato sul fondo un sedimento di avanzi di pesci, che l’aqua stessa rimovendo portava in parte a galla e rigettava sulla riva. Questo fatto accaduto in un’epoca tanto recente, a così viva ed irrefragabile testimonianza di uomini, rappresenta alla fantasia una delle tante scene della creazione, onde potè aver origine, in alcune località circoscritte, la violenta distruzione di esseri viventi, e l’accumulazione stipata delle loro spoglie.

Ritornati a bordo pel pranzo, trovammo che durante la nostra assenza vi si era stabilita una famiglia russa, la quale, diretta da Poti ad Odessa, aveva percorso questo piccolo tratto in direzione inversa, per accapparrarsi il miglior alloggio sul bastimento. Era il conte Schamarakoff colla contessa sua consorte, i figliuoli, una istitutrice ed un istitutore, entrambi della Svizzera francese. I modi gentili, la cultura di questi novelli ospiti della _Cerere_, ci fecero passare una serata delle più aggradevoli, condita anche da un trattenimento che nessun di noi certamente sarebbesi atteso in Batum. V’era a bordo un discreto pianoforte, e l’istitutore svizzero, eccellente pianista, ci fece gustare alcune delle più belle melodie di Bellini, di Chopin, di Thalberg e di Beethowen.

Rimanemmo tutta quella notte in porto. Alle sei del matino (12 maggio) la _Cerere_, voltata la prua verso Poti, rifece di proposito il cammino che aveva fatto per isbaglio il dì precedente, e dopo tre sole ore di navigazione ci trovammo alla foce del Rioni, dell’antico _Phasis_. Là, a quattro _verste_ da terra, la Cerere, troppo grosso bastimento per cimentarsi in quei bassi fondi, dovette arrestarsi per _trasbordare_, come si dice in termine marinaresco, su di un altro bastimento più piccolo e leggero, il carico delle nostre persone, di pochi altri passaggieri francesi diretti a Nouka, e dell’enorme codazzo di oltre duecento casse che la missione italiana traeva con sè. Il Rioni spinge le sue torbide aque in mare appunto per tutto quel tratto che ci separava dal lido, e vi lascia continui sedimenti, i quali rendono sempre più difficile questa via di communicazione fra il mezzogiorno d’Europa e le provincie russe transcaucasiche.

Su quel piccolo vapore venne pure a bordo della _Cerere_, per complimentare il ministro Cerruti, il governatore di Poti, vecchio militare che aveva la bontà stampata sulla fisonomia, e parlava discretamente l’italiano. Ci disse come fosse stato prevenuto del nostro arrivo, e come tutte le autorità delle provincie che dovevamo attraversare, avrebbero fatto a gara a facilitarci il viaggio. Pe’ rapporti in cui trovavasi allora il nuovo governo italiano colla Russia credevamo di essere semplicemente tollerati, e ci siamo invece accorti che ci era preparata un’accoglienza delle più cordiali, ed alla quale di ufficiale mancava soltanto il titolo espresso.