VII.
Abbas Mirza, Jermoloff e Paskevitsch. — Erivan e la sua cittadella. — L’Ararat e le sue dipendenze. — Alcuni tratti della fauna del paese. — Abbozzo orografico degli altipiani dell’Armenia russa. — Nachidjevan. — Djulfa.
Alle condizioni naturali, al carattere asiatico, e propriamente persiano, della regione al sud dell’Eschek Maidan, risponde la sua storia politica. La Persia stringeva a mezzodì ed a levante l’antico regno della Georgia, oggetto per essa di tanta cupidigia, quando il potente dominio della Russia, sostituito al debole governo dei Bagrationi, venne ad invertire la proporzione della forza delle due parti. Dopo varj anni di continue lutte, la Persia dovette infine, nel 1813, cedere alla Russia il Daghestan, il Schirvan, il Karabagh, il Chanato di Baku, e riconoscere come linea di confine il corso inferiore del Kur e dell’Arasse, conservando soltanto alla sinistra di questo fiume i due Chanati di Erivan e di Nachidjevan. Alla piena esecuzione del trattato non mancava più che la definitiva rettificazione de’ confini, ma la Russia, tutta assorta allora nell’estrema lutta contro l’impero Napoleonico, lasciava accumularsi dalla parte del governo persiano la mala voglia di sanzionare con un ultimo atto le perdite subite. Così passarono anni fra insistenze da una parte, tergiversazioni diplomatiche dall’altra, e rappresaglie: la Persia avanzandosi alquanto ne’ paesi ceduti, la Russia facendo altretanto nei paesi che non le spettavano.
Abbas Mirza, erede al trono della Persia, governatore e pressocchè sovrano assoluto dell’Aserbedjan, principe intraprendente e geloso della grandezza della sua casa, aveva profittato di questo tempo per ricomporre l’armata e preparare una riscossa. Coll’opera di ufficiali inglesi e francesi accrebbe i corpi regolari non solo di numero, ma anche di intrinseca forza, introducendovi la disciplina europea; chiamò alle armi un forte contingente di cavalleria; istituì in Tauris una fonderia di cannoni; tutto operando, per spingere il paese alla guerra. Alla corte di Teheran il memore Feth Alì stava oscillando fra la prudenza e l’ardire, fra la paura del suo terribile avversario, e i continui eccitamenti del figlio. Quando la notizia della congiura militare scoppiata sul cader del 1825 in Pietroburgo, e della sollevazione de’ Tchetschenzi nel Caucaso, fecero credere all’ardente Abbas Mirza esser giunto il momento di romper gli indugi. Il principe Menschikoff, inviato ambasciatore di pace dal novello autocrate al sovrano della Persia, fatto accorto dagli immensi preparativi di guerra visti in Tauris, e dall’accoglienza timidamente ostile avuta dallo Schah al campo di Sultanieh, ripassò l’Arasse. Giunto ad Erivan fu trattenuto dal Sardar, e, poscia lasciato libero, sottraendosi per una studiata via obliqua agli assassini che il Sardar stesso aveva messi in agguato sul diretto cammino, riescì a portare a Tiflis la notizia di quanto aveva udito e veduto.
Alla metà del luglio di quell’anno 1826 Abbas Mirza irruppe improvisamente nel Karabagh, alla testa di 40,000 uomini, sollevando i Tartari sul suo passaggio, mentre altri corpi marciavano lungo il Caspio, e gli antichi Chan del Schirvan e di Baku penetrati nelle già provincie persiane vi eccitavano la insurrezione, ed il principe Alessandro di Georgia tentava fare altrettanto nella Cachezia: tutto questo prima che Jermoloff, occupato a sottomettere i Tchetschenzi, potesse adunare le sue forze, ed opporle al torrente invasore. Abbas Mirza inviluppò subito colla sua armata la fortezza di Schuschka, munita di piccola guarnigione, e di soli 4 cannoni, de’ quali due affatto inservibili. Dopo varj tentativi per indurla alla capitolazione, il 30 luglio i Persiani ne tentarono l’assalto, ma poi ristettero alla minaccia del comandante, di uccidere i notabili tartari che aveva nelle sue mani. Infine la fortezza, allo stremo de’ viveri e di munizioni, era sul punto di arrendersi, quando d’improviso Abbas Mirza dovette levar il campo per portarsi al soccorso del Sardar battuto dai Russi a Schamchor. L’eroica resistenza del colonnello Reutt in Schuschka, e l’inazione di Abbas Mirza davanti ad una fortezza che avrebbe potuto senza danno lasciarsi alle spalle, decisero le sorti della guerra. Ne’ quarantasette giorni di durata di quell’inutile assedio Jermoloff ebbe tempo a concentrar le sue forze, a combinare i suoi piani; e così avvenne che le truppe russe, molto inferiori per numero alle persiane, rimanessero in ogni scontro vincitrici. Pasckevitsch sconfisse l’armata di Abbas Mirza ad Elisabetopoli, mentre Davidoff sulla destra moveva vittoriosa sopra Erivan, Krabbe sulla sinistra scacciava i Persiani dal Schirvan e da Baku, e Jermoloff nella Cachezia domava e puniva i Lesghi sollevati alle spalle dell’armata del Caucaso. La campagna era così felicemente inoltrata, quando un ordine dell’imperatore Nicolò tolse il bastone del comando dalle mani di Jermoloff, per confidarlo a quelle di Pasckevitsch, il quale rivolse allora tutte le sue disposizioni strategiche contro la fortezza di Erivan, che i Persiani nelle loro poesie popolari decantavano come inespugnabile. Dopo una serie di gloriosi fatti d’armi, il primo ottobre, fu aperta finalmente la breccia dal lato del fiume; ed il reggimento unito delle guardie imperiali, che a lavar la macchia della ribellione aveva avuta inflitta la nobile punizione di montar all’assalto, irrompeva animoso sull’erto cammino, quando il presidio della fortezza, composto di 5,000 uomini, col suo comandante Hussein Chan, e sette altri dei più notabili Chan della Persia si arrese a discrezione. Immense provigioni di armi, di munizioni e di viveri, ed il tesoro del Sardar, compirono il bottino di questa giornata. Aveva per l’appunto parte a questa fazione, come appartenente al reggimento delle guardie, il nostro capitano Romanoff, che ci narrò sul luogo i più importanti particolari dall’assedio.
Colla presa di Erivan la campagna era propriamente finita; non restava più che raccogliere i frutti della vittoria. Abbas Mirza si era ripiegato in Choi; tutto il paese sgombravasi davanti alla truppe russe che marciavano su Tauris. I Serbasi[19], da principio atteggiati a difesa di questa città, si dispersero al primo apparire de’ Russi, ed il general Paskevitsch vi fece il suo ingresso trionfale il 19 ottobre. Stringente era pel governo persiano la necessità di conchiudere la pace; e già tutto era perfettamente inteso ed acconsentito dalle due parti, quando Feth Alì Schah, non ancora penetrato della dura condizione de’ vinti, sorse a richiedere come atto previo all’esecuzione, la ritirata de’ Russi al di là dell’Arasse. L’effetto immediato di questa strana pretesa fu l’ulteriore progresso dell’armata vincitrice. Infine venne conchiuso il 10 febrajo il trattato di Turkmantschai che cedeva definitivamente alla Russia i due Chanati di Erivan e Nachidjevan, sgombrava affatto il paese di Talysch, e fissava in 18 millioni di rubli la contribuzione di guerra da pagarsi dallo Schah, restando la ricca provincia dell’Aserbedjan occupata dalle truppe russe fino alla completa esecuzione dei singoli capitoli. Il riabilitato reggimento delle guardie ebbe l’onore di scortare fino a Pietroburgo i convogli dei belli e lucicanti _tomani_ spremuti allo Schah, ed il generale Paskewitsch aggiunse al suo nome il predicato di Erivanski.
Questo abozzo istorico dà la ragione del particolar aspetto anche delle opere umane in questo paese che ora forma l’Armenia russa. La città di Erivan ha conservato tutto il suo primitivo carattere persiano, col quale fanno contrasto le nuove costruzioni russe. Bella, spaziosa, imponente è la piazza nella quale, dopo breve tratto, sbocca la via di Tiflis; a destra un lungo porticato di costruzione moderna, popolato da mercanti armeni, e dietro questo la vecchia città su dolce pendìo, colle sue case piccole, mozzate, le sue vie ristrette ed ingombre di macerie; a sinistra in bel ordine i grandiosi edificj del governo, e sulla linea di questi il casino ov’erano disposti i nostri alloggiamenti. Il rimanente della piazza oblunga, rettangolare, serve da mercato, ed ivi sulla destra, terminata la linea dei portici, lo sbocco del bazar, alla sinistra un filare d’alberi contornanti il publico giardino, ed in seguito l’accesso alla grande cittadella. Anche in Erivan, come in tutte le città dell’Oriente, sono bagni, ed uno abbastanza bello e grandioso è il bagno armeno, del quale tutti profittammo. Il bazar grande, solidamente costrutto in muratura ed a vôlta, di stile persiano, è ben fornito di mercanzia d’ogni genere.
Erivan conta ora da circa 20,000 abitanti, fra Armeni e Tartari, in proporzioni press’a poco eguali. Sotto il rozzo despotismo de’ Sardar, gli Armeni duramente governati, formavano la parte minore della popolazione; ma dopo la vittoria de’ Russi vi refluirono dall’Armenia turca e dalla Georgia, ove centinaja di famiglie aveva dovuto cercar rifugio. Venne allora il turno de’ Tartari, i quali, mossi da solo fanatismo religioso, seguirono in massa la ritirata delle truppe persiane, finchè l’emigrazione non venne a cessare, in parte per forza, in parte per la persuazione che dispotismo per dispotismo il nuovo era di molto preferibile all’antico.
Il dì seguente al nostro arrivo, dopo il pranzo offertoci dal governatore, ci portammo a visitare la tanto rinomata cittadella. È un immenso spazio quadrato, circoscritto per tre lati da un fossato asciutto, e dietro questo da un muro merlato costrutto di fango, quindi da un altro fosso, dal fondo per gran tratto erboso per un rigagnolo che nel mezzo vi scorre. La piazza centrale del recinto è circondata dalle costruzioni russe, come la caserma, i magazzini, la gran guardia, la chiesa greca; mentre gli edifizj persiani, sono raccolti verso il lato di mezzogiorno, ove le loro mura s’ergono sulla scogliera basaltica che discende, difesa naturale, in ripide balze al Sanga. Questi monumenti persiani ci hanno fatto concepire delle opere d’arti che avremmo trovati nel seguito del nostro viaggio in città più cospicue un’alta idea che la realtà poi ha delusa. Nessuno de’ _talar_ da noi visti nelle stesse residenze dello Schah vale la gran sala del Sardar di Erivan. La vôlta suddivisa da una rete di spigoli e pignoni e tutta incrostata di specchi; le pareti dipinte da un artista che è stato certamente il Rafaello della Persia; le due grandi finestrate opposte, con vetrini colorati fra rabeschi finissimi, e per una di questo la vista del burrone del Sanga, del giardino oltre il fiume, e nel fondo dell’Ararat in tutta la sua maestà, hanno prodotta in noi una profonda incancellabile impressione. La bella moschea, perfettamente conservata, è sontuosa per mosaici di mattoni smaltati, e, come tutte quelle della Persia, si distingue dalle moschee turche per l’ampio frontone, il vaso largamente aperto nel mezzo di esso, e la mancanza de’ minaretti. Lì presso è l’_harem_ del Sardar ora convertito in ospedal militare, che trovammo perfettamente governato.
Accadeva una strana avventura, mentre noi sedevamo alla mensa del governatore. Il professore Lessona, il quale con altri pochi non v’era intervenuto, passeggiava in compagnia di Clemente lungo il margine del fosso esterno della cittadella, inseguendo gli agilissimi scinchi _(Plestiodon Aldovrandi)_ che qui vedemmo per la prima volta, sollevando pietre, e facendo passare da quei nascondigli diurni nelle sue boccette quanti poteva trovare di insetti, di millepiedi, di scorpioni, di que’ falangi _(Solpuga)_ che sono lo spavento anticipato de’ viaggiatori europei in Oriente. Coll’impassibilità, colla quiete, ma con quell’ardore interno che i profani deridono con sì imperdonabile leggerezza, attendeva chino a terra al suo paziente lavoro, quando un’ombra, in quella deserta e nuda spiaggia, guida d’un tratto il suo sguardo ad un paio di stivali, e su per questi alla tunica, alla barba, al berretto bianco d’un sergente russo, non meno di lui fisso e curioso. — Dopo breve, reciproco interrogarsi degli occhi prese la parola il soldato, una parola che naturalmente morì nell’aria. Per farsi meglio capire il sergente si ritrasse, e ritornò pochi momenti dopo col rinforzo di un altro del suo grado, ed un po’ con gesti, un po’ colla voce riescì a far capire ai due indiscreti cercatori che dovevano render conto delle loro azioni in fortezza, e dolcemente li spinse colle mani. La mano di Lessona corre istintivamente nella tasca al fido _revolver_, ma corse nel medesimo tempo lo sguardo alle baionette luccicanti lì presso, ed il pensiero ai cannoni poco discosti. Convenne cedere e fare qualche passo fino al corpo di guardia; ma lì nuova pausa ostinata, colla schiena al muro, finchè Lessona riescì ad ottenere che rimanesse il solo Clemente in ostaggio, ed egli se ne andasse in cerca d’ajuto, con un _droschki_ che passava di là opportunamente. In un quarto d’ora la cosa fu chiarita, ed il sergente persuaso che i due stranieri non erano topografi esploratori. Naturalmente questa avventura fu argomento nei nostri crocchi alle più lepide fantasticherie, e compiangemmo il nostro amico per la mancata forte emozione di almeno un’ora in una prigione russa.
Un caso analogo od inverso, come si vuole, ci toccò il dì seguente. Mentre i nostri compagni eransi recati a visitare Etschmiadzin, la Roma Armena, io e Lessona, rimasti in Erivan, ci proponemmo un escursione zoologica ne’ fossi della cittadella, pel che io aveva ottenuta una previa esuberante licenza del governatore. Vi andammo adunque, sicuri di trovare passaggio libero e sgombro; ma giunti alla porta la sentinella ci attraversa il passo; altri soldati accorrono; e lì spiegazioni chieste e date dalle due parti nella propria lingua. Dal primo corpo di guardia siamo accompagnati ad un secondo; e lì pure gesti e parole inutili, ed una nuova scorta che ci accompagna alla gran guardia, ove è subito chiamato l’ufficiale di picchetto. Gli rivolgo la parola prima in francese, poscia in tedesco, e l’ufficiale era uno de’ pochissimi in Russia che non conoscano o l’una o l’altra od entrambi queste lingue; però egli stesso chiamò un soldato, il quale parlando il tedesco, ci fece da dragomanno. Esposto il nostro desiderio, l’ufficiale andò a prendere gli ordini dal comandante, e pochi momenti dopo tornò coll’aria tutta complimentosa, e, sempre colla scorta del nostro interprete, ci invitò a seguirlo; e nel tenergli dappresso per varj andirivieni, la nostra conversazione fu quella che in brevi parole qui riassumo. — Osservate, dice l’ufficiale; questa è la superba moschea persiana. — Grazie tante, l’abbiamo già vista. — Bene; entriamo nella magnifica sala del Sardar. — Vi fummo già jeri, nuove grazie. — Venite a vedere la finestra d’onde fece il salto la vergine armena. — La conosciamo, e sappiamo tutta la storia[20]. — Guardate il selciato di questo cortile: è tutto di granate persiane. — Va bene, ma non c’importa. — Ah! ho capito, replica l’ufficiale; vi piacerà visitare l’arsenale; è poca cosa ma ce n’è anche troppo per i Persiani. — Grazie mille, non fa per noi.
Infine durammo molta fatica a fargli capire che non eravamo militari, che non domandavamo altro che di esser liberi a cercar serpenti, lucerte e scorpioni fra le ortiche e le macerie del fosso interno. — Quando gli fu ben chiara la nostra intenzione, l’ufficiale che non voleva farci grazia d’un affusto, d’una cartuccia, lasciando trasparire dalla fisonomia il giudizio ben poco lusinghiero che in quel momento faceva della nostra dappocaggine, rivolse bruscamente il passo, lasciandoci per altro sotto la custodia del soldato. Questi era un polacco arruolato per castigo di atti sediziosi verso il governo imperiale; e narrandoci come fosse in Erivan, ed aiutandoci a rovesciar massi e prendere i rettili ancora intorpiditi dalla brezza matutina, ci fece fare il giro del fossato, e ci aprì infine una porticina sulla sponda dirupata del Sanga. Raccogliemmo in quella escursione alcune sanguisughe, lombrici, insetti, crostacei, e varj belli esemplari di _Typhlops vermicularis, Tyria Dahlii, Plestiodon Aldovrandi, Stellio caucasicus, Emys caspica_.
Il Sanga spumeggia fra i macigni del suo letto sassoso in un profondo solco a mezzo giorno della città, e nella densa e rigogliosa vegetazione erbacea, nelle macchie di pioppi, di salici, di ontani che ne seguono il corso, mantiene i caratteri della sua origine; è come una radice del sistema del Caucaso, che si perde nelle steppe dell’Armenia. Un vecchio ponte di fattura persiana, come lo indica l’acutezza del suo arco, conduce alla riva opposta, all’ampio ombroso giardino del Sardar, nel cui mezzo sorge un elegante _kiosco_ vagamente dipinto. Due piccoli canali, pochi passi al di sopra del ponte derivati con molta arte dai Persiani, seguono la corrente, poi, aprendosi la valle, deviano per distribuirsi in benefiche vene fra i campi. Un _Gammarus_, una piccola Paludina (_Bithynia_), una _Neritina_, un _Ancylus_, abondano fra i sassi e le conferve nei ristagni lungo la riva; ed abonda pure nelle fessure del terreno, sotto le pietre, anche all’asciutto ne’ luoghi più freschi ed ombrosi una _Telphusa_ (_Cancer iberus_. Pall.), che non si distingue affatto dalla _T. fluviatilis_. Trovammo sempre questa specie communissima anche lungo i fiumicelli della Persia.
La fauna ornitologica delle adiacenze di Erivan non mi ha presentato alcun che di particolare; solo ho notato come assai più abondanti qui che nel paese precedentemente percorso l’_Alauda cristata_, il _Pastor roseus_ e l’_Upupa epops_. Quest’ultima specie, così diffusa in Oriente, ha una vera predilezione per la città di Erivan, ove trovasi dapertutto in quantità straordinaria, sugli spalti della cittadella, nelle piazze, nelle contrade; mentre in Europa è tra gli uccelli più cauti e solitari. Frequentissima è sui colli sassosi a pochi passi dalla città una pernice rossa; la _Perdix (Caccabis) chucar_, la medesima che per l’Elburz si estende fino alle Indie. Non ho che poche cose a dire intorno ai mammiferi. Presso il farmacista di Erivan (il quale è un tedesco, come al solito, in tutta la Russia), ho visto alcune pelli di _Mustela sarmatica_, di _Capra ægagrus_, di _Ovis Gmelini_; e fui assicurato esser queste due specie tuttora assai frequenti sull’Ararat. Da Erivan in avanti per tutta la Persia è communissimo un piccolo Criceto _(Cricetus phœus)_, il quale s’introduce nelle case, ove pare tenga luogo del sorcio commune, che io non ho mai potuto vedere in tutto il viaggio, per quanto cercassi constatarne l’esistenza. Due individui di questa specie di Criceto furono appunto presi nel nostro stesso alloggio in trappole da sorci.
La natura del terreno su cui la città di Erivan è costrutta vedesi chiaramente ne’ tagli lungo il Sanga. È sempre un terreno vulcanico, ma in cui si distinguono le traccie di varie eruzioni successive. Così, per esempio, alla destra del fiume, in prossimità del ponte, sono messe a nudo tre distese di roccie vulcaniche molto nette. L’inferiore è una roccia basaltica compatta, cinericcia, in grossi banchi orizzontali; poi su questa riposano le masse prismatiche verticali di un altro grosso banco di basalto, il quale è un lembo della gran colonnata che a sinistra forma il rialto coronato dalla cittadella; infine questo lembo basaltico è ricoperto alla sua volta da una vera lava ancora basaltica, scoriacea e bollosa.
Dal Sanga al piede dell’Ararat corrono circa 30 verste in un terreno affatto piano, ed in gran parte coltivato. Come altrove ho detto, questa classica montagna, che spinge il suo cocuzzolo all’altezza di 13,518 piedi, porta sulla sua base un altro cono filiale, che è il piccolo Ararat. Secondo la leggenda armena, quell’eccelsa vetta non è accessibile da piede mortale: e S. Giacomo volendo ostinatamente vincere il divieto, per raccogliere là su qualche frammento dell’arca noetica, allo svegliarsi da ogni stazione notturna, trovavasi riportato al punto dove era partito. Con tutto questo è indubitabile che Parrot pel primo, e dopo di lui Autonomoff vi salirono: ma nata contesa sulla realtà del successo di Parrot, non fu a questi possibile riportare la testimonianza delle stesse sue guide, le quali, piuttosto che portar offesa alla sacra leggenda, negarono il fatto; ed asserirono che, per non affrontare il castigo di Dio, aveano fatto credere a Parrot stesso di essere alla cima del monte, quando in realtà ne erano ancora lontani. Non fu più creduta, anzi lo è meno l’ascensione fatta da due Inglesi nel 1861. Infine è partito preso, ed a nessuna condizione gli armeni si lascerebbero indurre a stampare la parola _Ararat_ sul bastone alpino del più forte e coscienzioso viaggiatore.
L’Ararat domina tutta l’Armenia, inalzandosi nel centro d’azione delle forze sotterranee che l’hanno sommossa; forze non per anco del tutto spente. Non si hanno per verità ragguagli sicuri di vere eruzioni di là partite in tempi storici; ma i terribili crolli che hanno desolato l’Armenia in varie epoche, ed anche in epoche recenti, si connettono senza dubio ad un resto di attività del grande vulcano. Al dire di Reineggs quelli del 5 gennajo e del 22 febrajo 1785 sarebbero stati accompagnati da fumi e fiamme. Memorabile su tutti è il terremoto che, il 20 giugno 1840, da quella massa colossale si propagò per grande estensione tutt’attorno, recando spavento e danni alla città di Erivan, rovinando quasi per intiero Nachidjevan, devastando i distretti di Charaour e di Sourmal. In questa catastrofe il florido villaggio di Arkouri[21] ed il convento di S. Giacomo, posto in una valle sul pendío stesso del monte, furono intieramente distrutti e sepolti sotto una congerie di massi e di tritumi. Tre anni dopo l’avvenimento, il dotto viaggiatore Maurizio Wagner, raccolse sul luogo stesso il racconto di alcuni testimonj occulari, tutti concordanti nel riferire che un getto enorme di vapori e di massi pietrosi sia escito, quel giorno fatale, con grande impeto del seno del vulcano[22].
Il giorno 12, di buon matino, lasciammo anche Erivan. — La processione delle nostre carrozze sfila da principio per una campagna arida e sassosa; ma, fatte poche _verste_, la gran pianura che si distende alle falde dell’Ararat, fertilizzata dalle aque del Sanga, è perfettamente coltivata a prati, campi, vigneti, giardini con grandi filari di pioppi e di salici. Incontriamo sulla via alcuni villaggi armeni, o piuttosto gruppi di umili casicciuole costrutte dell’unico materiale architettonico di tutta la Persia, ch’è fango, impastato tutt’al più con alquanta paglia minutamente tagliuzzata. Alle 9 giungiamo a Kamerlou, ove la necessità di riparare un’avaría di un nostro _tarantass_, ci obliga ad una sosta di alcune ore. La stazione è ombreggiata da un boschetto di grandi alberi, cinto dagli avanzi di un muricciuolo oltre il quale sono pascoli aprichi solcali da canali, e sparsi di bellissime _Iris_ in piena fioritura. Ne’ dintorni della stazione belli e grandi gelsi, dei quali non si trae profitto veruno. Gli uccelli da me presi in questa giornata, appartengono alle seguenti specie: _Glareola pratincola, Cuculus canorus, Picus major, Emberiza miliaria, Ægithalus pendulinus_. Qui trovo inoltre per la prima volta l’_Hypolais elaeica_, così frequente anche in tutta la Persia. Lasciate poscia le fertili campagne di Kamerlou, la strada attraversa aride steppe con fioriture saline. Alla sera giungiamo a pernottare a Sardarak.
Sorto il giorno seguente alla prima alba, mi valgo d’una concessione d’un pajo d’ore per fare un’escursione sui colli sassosi situati dietro il villaggio, d’onde si domina tutta la vallata. Quei colli sono formati da una calcarea silicifera scura, molto venata di bianco, tanto ricca di fossili devoniani, e sovra tutto di polipai (_Columnaria, Cyathophyllum, Favosites_), da esserne quasi per intiero costituita. Gli strati di questa calcarea alternano con altri di una marna friabile e corrosa, frammezzo i quali si ergono a guisa di muraglie. Fra questi massi trovo per la prima volta alcune interessanti specie di uccelli: l’altisonante _Sitta syriaca_, la _Saxicola aurita_, il cui volo è così diverso da quello delle altre specie del genere, ed una _Emberiza_ affine alla _cæsia_, ma da questa chiaramente distinta, e da me registrata col nome di _Emberiza (Fringillaria) Cerrutii_, in onore dell’uomo egregio posto a capo della nostra missione[23].
Girando lo sguardo sulla valle sottoposta, dall’alto di uno di questi colli, si acquista dell’orografia generale del paese una prima idea che poscia si svilupperà più chiara e costante. Due catene di monti fiancheggiano l’alto piano che noi percorriamo nella lunghezza; parallelo a ciascuna ed al loro piede si distende un antemurale formato da una serie continua di colline affatto nude. La catena di monti che forma qui il fianco destro dell’altipiano, si distacca dall’Ararat. A poche verste da Sardarak gli antemurali dei due lati spiccano ciascuno un contraforte, e i due contraforti incontrandosi formano una sbarra che separa questo altipiano da un secondo inferiore. Aggiungerò ora che una simile disposizione affatto caratteristica si riconosce anche nel seguito. Tutta la regione elevata che dall’Armenia si continua nella Persia, lungo il versante meridionale dell’Elburz, è una serie di altipiani, or più or meno estesi, disposti in modo da rappresentare immense gradinate, limitati ciascuno ai lati da una doppia serie di rilievi nel modo che ho detto, e l’un dall’altro separati da una sbarra traversale, che serve di linea di separazione delle aque.
Io avevo intrapreso quell’escursione da solo. Al ritorno mi trovai impegnato fra due muricciuoli che mi condussero nell’interno del villaggio, in un labirinto di fango e di focaccie di sterco, nel quale io non sapeva più discernere i viottoli dagli anditi privati, le aiuole dai cortiletti. Qua e là sugli accessi di luridi antri, figure cenciose tendevano verso di me uno sguardo avido e fosco, che indicava chiaramente di lasciarmi passare per grazia. Tanti giri e rigiri, senza mai trovare un’escita, due cani che mi s’erano messi alle calcagna, ed abbaiando chiamavano su miei passi maggior gente e faccie meno rassicuranti, mi suscitavano crescenti angustie. Quando Dio volle mi trovai di nuovo fuori del villaggio, e di nuovo salito su di un’altura, e studiati meglio i punti cardinali, e le traccie ai cumuli di fieno della stazione postale, mi riescì infine mettermi sulla giusta via e raggiungere i miei compagni, i quali già erano in pena pel mio ritardo. Il capitano Romanoff mi fece intendere d’essermi avventurato troppo imprudentemente, che il paese ove c’innoltravamo non è molto sicuro, e che Sardarak in special modo è ricetto di ladri.
Oltrepassato l’altipiaoo di Sardarak, per la sbarra di cui ho detto più sopra, la strada scende ad un secondo altipiano paludoso, popolato da uno sterminato numero di cicogne, aironi, vanelli, anitre, e lo costeggia fino a Bascnurascen, villaggio tartaro, ove animatissima è la vita agricola, grande il moto di armenti e di carri, e tutta la campagna d’intorno intersecata da una rete di canali, perfettamente coltivata a campi, a prati, a grandi risaje. Il padrone di questo villaggio, Hali-bey, dev’esser un Creso dell’Armenia. Nella breve sosta che vi facemmo, ho trovato frequente l’_Aedon galactotes_ ed un’allodola ancora imperfettamente conosciuta, la _Calandrella pispoletta_ (Pall.) Fin dalla stazione precedente incominciano a mostrarsi forme nuove di saurj; l’_Eremias variabilis_, l’_Ophiops elegans_, il _Phrynocephalus helioscopus_, communissimi da qui in poi.
Ripartiamo sul pomeriggio, passando a guado i rami di un piccolo fiume, l’Arpatschai, d’onde sono derivati i canali irrigatorj che si diramano nel piano di Bascnurascen; e quindi, lasciando le risaje sulla nostra destra, la strada piega su di un’arida steppa che si continua fino a Keuvrak, nostra stazione notturna. Continua al di là di Keuvrak la steppa, più mossa, più ondulata, compresa ancora fra due catene di montagne, ognuna delle quali ha qui come antemurale una serie di colli marnosi, con strati variegati di rosso più o meno intenso, che nel taglio, visto dalla strada, appajono per lo più orizzontali, appartenenti alla formazione salifera (miocenica) di Nachidjevan. Il loro fianco rivolto verso la valle dell’Arasse è affatto nudo e bizzarramente solcato dalle aque pluviali; ed ove la strada, piegando alquanto a sinistra, tocca il piede di questi colli, fa bello spettacolo un’infinità di sprazzi abbaglianti, pei raggi solari che si riflettono ne’ cristalli di gesso disseminati copiosamente fra gli straterelli marnosi.
Il tratto per giungere a Nachidjevan era breve, e fu allegramente percorso nelle prime ore del matino. Prendiamo alloggio nel miglior quartiere, offertoci dal colonnello Quartano, capo della polizia del circolo, vecchietto robusto, secco, vivace, poliglotto, che avevamo incontrato a Tiflis, ov’erasi trattenuto dopo la nostra partenza di colà. Nachidjevan è ancora mezzo rovinata dal terribile terremoto del 1840; le sue case sono di fango, con appena qualche rivestimento di calce ne’ fabricati che servono di abitazione agli impiegati, e pochi edifizj in muratura. Fra questi primeggia la scuola che trovammo vuota, per non so quali ferie. Il suo direttore, che era assente, dev’esser un uomo assai colto, dalla ricca e scelta biblioteca e dalle collezioni di oggetti naturali che trovammo nel suo ufficio. Il materiale della città non solo, anche lo stile è tutto persiano; e le contrade strette, ed i muricciuoli di fango cingenti giardini scompigliati con grandi alberi, e specialmente salici e gelsi, ed i ruderi di antichi monumenti, fanno testimonianza della secolare dominazione de’ Khan. Fra questi monumenti spiccano per l’eleganza e per la mole una porta di una moschea con due torri ai lati, e lì presso altra torre colossale massiccia, carica di ornamenti e di iscrizioni del Corano. Ci recò graditissima sorpresa l’incontrar qui due negozianti lombardi, intenti al raccolto di semente di filugelli, che incominciava appunto allora; e con sodisfazione vera potemmo constatare noi stessi il pieno vigore dei bachi e la bontà dei bozzoli. È la bella razza di Brianza trapiantata a Nouka, e di là anche ad Ordubad, ed in questo estremo angolo conservatasi immune dalla epidemia che devasta il suo antico centro di produzione.
Questi nostri compatrioti sericoltori ci regalano di vino del luogo, talmente squisito, da strapparci un voto di fiducia, in favore della tradizione armena, secondo la quale Nachidjevan sarebbe stata costrutta da Noè. È ancora oggetto di venerazione un antro oscuro e corroso da’ secoli, non lungi dalla città, ove si crede riposino le ceneri del patriarca del genere umano.
Alcuni de’ nostri compagni si determinarono a partire la sera stessa per Djulfa, a fine di accelerare la formalità del nostro passaggio sul territorio persiano, e spedire, ove occorresse, un corriere al _mehmendar_ che doveva essere pronto a riceverci con solennità, sanzionata da usi e tradizioni secolari. Ci raccontarono poscia come avessero dovuto lungo il cammino rimaner bene in guardia, colle armi impugnate, e sostener il coraggio de’ vetturini e degli stessi Cosacchi di scorta, tementi, al farsi della notte, un attacco di qualche orda di Tartari o di Curdi, che infestano il paese, fatti audaci dal sicuro asilo del prossimo confine.
Il seguente mattino (15 giugno) il resto della comitiva si mosse nella stessa direzione.
Appena fuori di Nachidjevan la strada solca una bassa pianura qua e là pantanosa, ma ancora in generale ben coltivata; poi riascende su di una landa affatto sterile, ondulata, rispondente ancora al già descritto carattere orografico del paese, compresa fra una duplice linea di monti che si protendono all’incontro dell’Arasse. Le due catene più remote, colle loro punte, alcune tuttora nevose, presentano tutti i caratteri di sollevamenti vulcanici; gli antemurali interni che si distendono alla loro base sono ancora una continuazione della formazione salifera di Nachidjevan. Lungo il fianco orientale, ch’è il nostro fianco sinistro, fra la catena vulcanica ed il suo antemurale, s’alzano cumignoli conici isolati, evidentemente ancora vulcanici. Presso Djulfa la valle si ristringe; i conglomerati rossi prendono il sopravento sulle marne, i colli si elevano con fianchi dirupati e cresta così bizzarramente ritagliata, da produrre in varj luoghi un effetto come di ruderi di antichi forti. Lungo il letto dell’Arasse ho trovato frantumi di una bellissima puddinga, che deve certamente considerarsi come una varietà dell’anzidetto conglomerato; una varietà con cemento omogeneo siliceo, assai rassomigliante alla bella puddinga silicea di Scozia, come questa suscettibile di bel pulimento, e molto da apprezzarsi dai lapidarj. Varrebbe ben la pena di cercare il posto originario di questa roccia.
Le pernici del deserto (_Plerocles_) di cui io aveva già osservato qualche coppia nell’aria fino da Sardarak, qui incominciano a mostrarsi a stormi numerosi, forieri di quelli che dovevamo incontrare ogni giorno nel seguito del nostro viaggio. Un Cosacco cacciatore ce ne regala per la nostra cucina, insieme a due _Otis houbara_. — I rettili presi per via spettano ancora alle già accennate specie _Ophiops elegans, Eremias variabilis, Phrynocephalus helioscopus, Stellio caucasicus, Plestiodon Aldovrandi_.
Djulfa, sulla sponda sinistra dell’Arasse, un tempo grosso villaggio, trovasi ridotta ora a qualche stazione di Cosacchi, a qualche gruppo di catapecchie e di rovine, il cui colore si confonde con quello del circostante, sassoso deserto. Lo sguardo del viaggiatore è attratto dal biancheggiante edifizio della quarantena, per rispetto al luogo, maestoso ed elegante, e messo là apposta, come per scrivere: qui cessa la civiltà europea. Ivi raggiungiamo i nostri compagni, e troviamo cordiale accoglienza dal direttore, di origine tedesca, uomo di bella presenza, di poche parole, ma assai cortese, e ne’ suoi tratti manifestante una perfetta educazione. Questo edifizio surge precisamente sulla sponda sinistra dell’Arasse, assai più elevata della sponda opposta, e scendente con pendìo ripido al fiume che ne lambe il piede. Dal loggiato che domina la sottoposta valle, vedesi di prospetto l’antitesi di un vecchio e cadente fabricato persiano, che serve di ricovero ai doganieri ed alle guardie di confine; e lì presso l’accampamento persiano, singolare anzi bello spettacolo per noi. Tutto il pianerottolo sassoso oltre l’Arasse era animato di nuova vita; centinaja di cavalli sbandati vagavano al pascolo; giacchi rossi di militi persiani movevansi d’ogni parte affaccendati: qua e là fasci di fucili e sentinelle, e più prossimo al fiume un villaggio di tende. Il direttore della quarantena ci raccontò come tutta quella gente fosse là radunata per riceverci da quasi un mese, precisamente per tutto il tempo della nostra fermata in Tiflis ed in Erivan.
Scorsa appena qualche ora, ecco giungere a far omaggio al ministro d’Italia, con gran codazzo di uffiziali, militi e servi, ed in grande uniforme, Kuli Khan, il _mehmendar_[24] che ci doveva accompagnare fino a Tauris. Scambiati gli inchini ed i complimenti, abbastanza lunghi nello stile orientale, si venne infine a parlare del nostro passaggio sul territorio persiano; ed il _mehmendar_ dichiarò di non poterci ammettere ne’ dominj del re dei re, se non in forma solenne, e rivestiti dell’uniforme del nostro rango. La cosa fu lungamente discussa, con tutta la serietà di una quistione diplomatica; poi, assicurato il ministro Cerruti sulla costanza dei casi precedenti, si decise di ottemperare alle esigenze dell’etichetta persiana. Il mattino del 16 giugno, in pompa magna, passammo l’Arasse.