XXI.
Carattere della fauna della Persia occidentale, in probabile accordo colla formazione recente di quelli altipiani, e co’ dati geografici dell’Avesta. — Materie a ricerche future.
La regione elevata circoscritta dalle ultime propagini del sistema Tauro-caucasico e dall’Elburz a settentrione ed all’occidente, dalla linea congiungente le scaturigini degli affluenti del Tigri a mezzogiorno, ed a levante perdentesi nel gran deserto salato, è una ben definita unità geografica, alla quale dovrebbe corrispondere un qualche particolare stampo nella fauna e nella flora, ma questa corrispondenza non si trova affatto. Sotto l’aspetto della fauna e della flora, questa regione non è che una provincia di un assai più vasto regno, che è il regno delle steppe, comprendente la Turania, ossia la grande depressione Aralo-Caspica. La differenza di livello fra gli altipiani della Persia occidentale ed il bacino del Caspio, compensa in parte la differenza della latitudine; ma tra i due paesi s’interpone, nella direzione quasi di un circolo parallelo, la catena dell’Elburz, seguita per tutto il suo versante settentrionale dalla oasi paradisiaca del Mazanderan e del Ghilan. Una grande continua barriera di questa fatta, comportandosi come le altre catene principali della superficie terrestre, dovrebbe servire di separazione tra due faune sensibilmente distinte, eppure non separa nulla. V’è una assai maggiore differenza nella fauna al di qua e al di là delle Alpi, all’oriente ed all’occidente d’Europa, che non in quella al nord ed al sud dall’Elburz.
La fauna della Persia occidentale si distingue prima di tutto per la grande prevalenza di specie europee. Ma se bene si riflette, un gran numero di queste specie, e nel caso nostro le più caratteristiche, sono limitate all’Europa orientale, e sarebbero più propriamente da chiamarsi specie dell’Asia occidentale, se lasciando noi il vezzo di far centro del mondo il nostro gabinetto, riferissimo piuttosto le specie ai loro veri focolaj naturali. La fauna della Persia occidentale, priva di uno stampo suo particolare, è fondamentalmente una fauna turanica. Quando io vidi in Pietroburgo la collezione fatta da Karelin nelle steppe de’ Kirgisi, rimasi colpito dal trovarla in gran parte costituita dalle medesime forme che io aveva osservate nella Persia; cioè dalle stesse precise specie, o da specie fra loro pochissimo differenti.
La Turania forma nell’Asia, dal punto di vista zoologico, il regno de’ Criceti, degli Spermofili, de’ Merioni, de’ topi saltanti (Dipus), delle Otarde vere, delle Glareole, degli Ophiops, de’ Frinocefali, degli Ablefari, degli Storioni, e di particolari forme di ciprinidi (Abramis, Aspius, Pelecus).
Ora se il carattere turanico della fauna della Persia occidentale non è puro, ciò non dipende dal miscuglio con tipi proprj a questa provincia dell’Asia, ma da elementi venuti dal difuori, da paesi circonvicini. Ed è poi di sommo interesse l’osservare come questi paesi abbiano concorso con tributi differenti: le più orientali regioni dell’Asia con specie di mammiferi e di uccelli; l’Africa coi rettili; il bacino dell’Eufrate coi pesci. Infatti la tigre, ed il ghepardo si trovano in questa parte della Persia al loro estremo confine occidentale; e lo stesso può dirsi dell’_Otocoris penicillata_, dell’_Ammoperdix griseogularis_, e del _Tetraogallus_[74]. Alcune specie meno decise, alcune razze locali, manifestano parimenti ne’ loro tratti distintivi, rapporti della medesima natura, così l’_Ovis Gmelini_ congiunge ai caratteri del vero _O. musimon_ la cornatura del vero Argali dell’Altai[75]; le sue corna cioè sono triquetre, colla faccia anteriore piana, non arrotondata come nel mufflone? d’Europa. Così il mio _Picus khan_ collega il _P. syriacus_ coll’_hymalayanus_; la _Motacilla alba_ è rappresentata da una razza che fa passaggio alla _dukunensis_, e la _Budytes flava_ lo è dalla razza melanocefala che predomina tanto nelle Indie. La stessa derivazione orientale si dovrà forse riconoscere per altre specie che dalla Persia si estendono verso occidente nell’Africa settentrionale, come per esempio, il _Canis corsae_, la Jena rigata, il Leopardo, il _Pterocles chata_, ed il _Pt. arenarius_ ecc. Tutto fa credere che dal principio dell’epoca attuale il movimento estensivo della specie di mammiferi e di uccelli, nel così detto continente antico, prevalga nella direzione da oriente verso occidente. Lasciando da parte gli animali che possono aver subita l’azione diretta o indiretta dell’uomo, i pochi ma ben constatati esempi di nuove colonie fondate a nostro propria testimonianza da qualche specie dell’anzidette due classi, ne danno ampia dimostrazione. È troppo nota, per esempio la diffusione del _Mus decumanus_. Il _Carpodacus erythrinus_, specie per rispetto alla stessa Persia affatto orientale, si è da circa trent’anni stabilito in Finlandia, ove era prima affatto sconosciuto. Tutti i giornali zoologici hanno parlato in questi ultimi anni dell’emigrazione del _Syrrhaptes paradoxus_, fin nell’occidente d’Europa, e della nidificazione avvenuta di queste specie nel Jutland. Non v’ha dubio che senza la persecuzione de’ cacciatori questa specie sarebbesi definitivamente stabilita anche in Europa.
Basta soltanto percorrere l’elenco schierato nel precedente capitolo per vedere quanto siano prevalenti il carattere africano nella fauna erpetologia della Persia occidentale, ed il carattere siriaco nella povera fauna ittiologica degli altipiani di questa regione.
Al cospetto di questi fatti si è tentati di credere che la Persia occidentale abbia preso l’attuale suo assetto dopo che l’ordinamento dei centri di diffusione delle specie era compiuto, come una terra nuova e neutra colonizzata poscia da immigrazioni dalle terre vicine. Si è tentati, dico, e ben riflettendo si trova che cedere a questa tentazione è accostarsi alla verità.
Lo stampo caratteristico proprio della fauna e della flora è il vero blasone geologico di un paese. Così, per esempio, quel grande continente australe che ha preso il nome di Nuova Olanda, lungi dall’essere una terra nuova, nella quale la creazione organica non sia ancora pervenuta allo sviluppo che ha raggiunto negli altri continenti, si deve ritenere come la terra più antica, come quella che ha conservato ancora al giorno d’oggi il carattere primitivo di una flora e di una fauna che nelle altre parti del mondo sono state rinnovate per intiero da’ successivi cambiamenti geologici[76]. In perfetta antitesi colla N. Olanda è la Persia occidentale. In questa regione, geograficamente così ben limitata, la mancanza di un qualunque carattere proprio, locale, nella fauna e nella flora, è una patente di nobiltà nuova, di nuova origine.
Alla quale conclusione si giunge pure, ed anzi più speditamente, per un’altra via, per un’altro genere di ricerche. Le poche ma sufficientemente chiare e nette osservazioni che io ho potuto fare nel mio viaggio, mettono in evidenza l’epoca recentissima di quelle fasi geologiche, per le quali questa parte dell’Asia ha presa l’attuale sua conformazione. È di somma importanza la sezione naturale dell’alto-piano dell’Abhar, operata dal fiume nelle intercorrenti sue piene. L’immensa formazione di tritume porfidico e marnoso onde questo alto-piano risulta, vedesi molto chiaramente, presso Sainkalè, sovraposta ad un grande deposito di argilla e sabbia in strati regolari, orizzontali, contenenti in copia produtti dell’industria umana, come cocci, ossa d’animali artificialmente rotte, frantumi di carbone vegetale. Si può dire con certezza che l’altopiano dell’Abhar è di formazione posteriore alla comparsa dell’uomo, quindi all’ordine attuale di distribuzione delle più caratteristiche forme organiche. Che gli altri altipiani della Persia occidentale, per la natura del terreno e per la continuità così strettamente collegati con questo dell’Abhar, non debbano far causa separata, è opinione talmente sostenibile, che la contraria non potrebbe essere ricevuta senza molte valide prove.
I tagli del terreno da Sultanieh a Kirwah parlano abbastanza chiaro. Qui non si tratta di depositi circoscritti, isolati, distinti, ma di una sola continua formazione, di un terreno di trasporto disteso sul fondo di tutto l’altipiano. Sull’epoca sua più o meno antica, per rispetto ad altre formazioni consimili di Europa, si può discutere, ma già soltanto per la sua estensione e grossezza, in nessun rapporto con cause locali possibili od anche soltanto immaginabili dell’epoca attuale, non si può esitare ad applicare la denominazione di terreno diluviale a tutto il deposito di ghiaja e sabbia disteso in questo altipiano sotto il limo delle steppe. Non resta più che a cercare in questo terreno qualcuna di quelle che si chiamano _medaglie della natura_, come sono i denti di elefante e di rinoceronte, e le accette di pietra nel famoso terreno di Abbeville. Ora qui abbiamo qualche cosa di egualmente solenne ed incontrastabile, qui abbiamo gli strati argillosi di Sainkalè con sì chiare e numerose traccie dell’industria romana. Anzi riprendendo qui in esame i fatti già esposti, e i diversi livelli di Sultanieh, Sainkalè, Kurremdereh, e Kirwah, si trova che il gran deposito di ghiaja e sabbia di questo altipiano ne ha occupato particolarmente il più basso fondo, assottigliandosi verso i lembi, ove il terreno era più elevato; ed ivi ricoprendo strati preesistenti, con avanzi dell’opera umana.
La località di Sainkalè è da prendersi, allo stato presente come punto di partenza per le questioni che si vorrebbero trattare sul terreno di trasporto degli altipiani della Persia occidentale. Gli strati di argilla, con frammenti di carbone vegetale e di stoviglie grossolane, ivi ricoperti da uno strato di ghiaia e sabbia che si continua e prende uno sviluppo crescente a livelli inferiori, costituiscono un orizonte geologico di una chiarezza incontrastabile.
La formazione di questa gran massa di terreno di trasporto, non potrebbe, a mio avviso, essere considerata come un fatto isolato, locale, senza contraccolpo in Europa. Io sono ben lontano dall’avere come dimostrata l’opinione la quale considerasse, per esempio, l’oramai celebre terreno di trasporto di Abbeville come dovuto a cause affatto locali; ma ben si può dire che l’opinione contraria non emerge necessariamente dalla posizione di questo terreno; e lo stesso può ripetersi di altri depositi corrispondenti, situati a pochi metri di altezza sul livello del mare. Qualora non intervengano altre considerazioni in contrario, l’azione della causa che li hanno produtti, potrebbe imaginarsi ristretta ne’ limiti di determinati bacini. In Persia la cosa è ben differente: là abbiamo una molto estesa formazione detritica a grande altezza sul livello del mare. Prendiamo per ora i soli limiti nei quali questa formazione fu da noi presa in speciale considerazione; cioè i due estremi di Sultanieh e di Kirwah, distanti fra loro in linea retta dai 70 agli 80 chilometri. Dalle osservazioni ipsometriche fatte accuratamente ad ogni stazione dal mio amico e collega prof. Ferrati, risulta che Sultanieh è all’altezza di 1860 metri sul livello del mare, Sainkalè 1724, Kirwah 1450. Ora la causa produttrice di una così sterminata irruzione di aque, come quella che era necessaria per formare a tanta altezza un tale deposito, non può a meno che aver avuto un assai esteso perimetro di azione. Ed anche supponendo questo deposito formato ad un livello inferiore, poi sollevato lentamente e per gradi, si può subito scorgere che questi cambiamenti pei quali si costituirono infine al posto e coll’estensione attuale gli altipiani della Persia occidentale, non possono non aver spiegata una influenza anche sul clima dell’Europa.
Alla formazione de’ terreni di trasporto dell’Europa centrale ha contribuito in gran parte l’azione dei ghiacciaj e di correnti parziali da questi direttamente provenienti. Io ho già avuto occasione di notare l’enorme sviluppo de’ cumuli di tritumi nell’Elburz, ma la assoluta mancanza di massi erratici, e di formazioni corrispondenti alle morene. Io credo che le rispettive antiche condizioni delle Alpi e dell’Elburz siano veramente rappresentate da’ loro stati attuali: là sulle più elevate creste nevi perpetue, sulle valli più elevate ghiacciaj residui dell’antico periodo glaciale, qui invece, come ricordi di antiche potentissime nevicate poche liste di nevi perenni entro i solchi ed i valloncini de’ più elevati cumignoli. Soltanto dalla fusione di questi grandi masse di nevi si potrebbe derivare l’ingente massa di aque che ha lasciato il deposito diluviale degli altipiani della Persia occidentale. Perchè il periodo _nevale_ della Persia non potrebbe esser sincrono del più recente periodo glaciale delle Alpi?
Le osservazioni precedenti determinano l’epoca la cui gli altipiani della Persia occidentale presero la estensione e la conformazione del presente: fanno vedere che allorquando entrarono in azione le cause formatrici di questi altipiani, già in alcune poche parti abitabili del paese, ed in propagini delle regioni vicine l’uomo si era stabilito, ed aveva raggiunto tale grado di coltura da saper lavorare e cuocere le terre. La vita distrutta o cacciata durante il periodo nevale ricomparve nel ricomposto paese, per immigrazione dalle terre circostanti.
Qui non mi posso difendere da altri ravvicinamenti. I moderni commentatori de’ libri sacri de’ Parsi convengono tutti nel riconoscere nel primo libro dell’Avesta un monumento geografico di grande autorità. Ora le province nominate in quel capitolo, ed anche ne’ susseguenti, spettano tutte all’Iran orientale, al paese fra l’Indo, l’Oxus, il Caspio, ed il gran deserto salato. Una sola provincia ne sarebbe esclusa, l’Ayriana vaedscha, la creduta patria di Zoroastro, che i più autorevoli iranologi[77] collocano all’esterno lembo occidentale e settentrionale della Persia, cioè alle falde dell’Ararat. Della regione frapposta, corrispondente appunto agli altipiani di formazione recente, della Media e della Partia, non si fa cenno alcuno. Se questo frutto degli studi de’ moderni iranologi è così sicuro quanto è asseverantemente proclamato, ne risulterebbe una singolare coincidenza, forse non affatto fortuita, fra la carta geologica della Persia all’epoca immediatamente anteriore all’attuale, e la carta geografica tracciata sui documenti dell’Avesta.
Un accordo fra l’interpretazione dell’Avesta e l’induzione geologica è non meno apparente, ed a mio credere veramente fondato, sovra un altro punto. Abbiamo veduto come, a spiegare la derivazione dell’ingente massa di aque necessaria al trasporto de’ tritumi per gli altipiani della Persia, sia forza ricorrere, se non ad un vero periodo glaciale, di cui non v’ha nelle montagne dell’Elburz alcuna traccia, almeno ad un periodo corrispondente di grandi nevate, rappresentate tuttora dalle nevi perpetue sui più eccelsi culmini. Ecco ora nell’Avesta accennarsi al dominio del gelo, alla desolazione del verno, nella provincia dell’Ayriana vaedscha, per l’influenza di Arimane nella sua lotta col genio creatore Ahura-Muzda. È estremamente probabile, a mio senso, che le parole dell’Avesta, piuttosto che al freddo presente della regione fra l’Arasse ed il Caucaso, alludano al freddo passato del periodo nevale che ha dominato anche su tutta la catena dell’Elburz; così che sotto la forma del mito, la storia avrebbe registrata una delle ultime fasi geologiche per le quali la Persia occidentale ebbe il presente suo assetto.
Io vedo perfettamente quanto sia il disaccordo fra queste idee e l’opinione generalmente dominante sull’antichità rispettiva del periodo glaciale e dell’origine della schiatta umana; ma io non saprei arrivare a differenti conclusioni co’ fatti che mi stanno dinanzi alla mente.
Una circostanza da tenersi nel massimo conto si è l’analogia di composizione fra alcune formazioni di sedimento della Persia, indubitatamente naturali, e le formazioni reputate umane de’ _Tepe:_ limo, sabbia, cocci, carbone vegetale, ossa artificialmente rotte nelle une e nelle altre, a Sainkalè, come a Sultanieh, come a Marend. Nuove ricerche sui _Tepe_ sarebbero del più grande interesse, poichè, siccome ho già detto, non si hanno intorno ad essi che assai indeterminati e poco attendibili tradizioni, congetture emesse dietro la prima impressione, e come alla sfuggita, nessuna ricerca veramente condotta con metodo e con scopo scientifico. Lo stesso signor Brugsch che, per la natura stessa degli studj nei quali si è acquistata una così bella fama, avrebbe potuto addentrarsi di proposito in tale questione, non fa che riprodurre, accordandole intiera fede, la volgare tradizione che attribuisce quelle singolari formazioni ai ghebri, ossia agli adoratori del fuoco e del sole, e le considera come gli altari de’ loro sacrifizj. Ecco le sue parole.
«Nelle nostre escursioni in Persia, in nessun altro distretto del paese noi ebbimo ad incontrare _tepe_ in sì gran numero, come in questo tratto del nostro cammino (presso Rabbat-Kerim, sulla strada che Teheran ad Hamadan). La ragione di ciò pare sia molto semplice. Gli altari del sole doveano trovarsi in luoghi elevati, e perciò si scieglievano nelle regioni montuose alture appropriate come piazze pei sacrifizj, le traccie de’ quali, secondo la leggenda e le tradizioni, sono conservate nelle vicinanze di antiche rinomate città. Noi ricordiamo, a questo proposito, l’altare del sole sul monte dietro Rei, quello sull’alto dell’Elwend presso Hamadan, e l’_Ateschgâh_ o tempio del fuoco, presso Ispahan, alla sinistra della strada che da Hamadan conduce all’antica residenza de’ re persiani. Ove i monti erano troppo discosti, come nel distretto di cui parliamo, ivi presso le borgate e le città stesse, venivano erette colline artificiali, sulla cui sommità erano poscia accesi i sacri fuochi a Mithra (il sole). Noi non abbiamo tralasciato di salire, all’occasione, di questi _tepe_, per meglio esaminarli, e ricercarvi traccie dell’opera umana. Queste colline dalla base piuttosto elittica che circolare, e dell’altezza dai venti ai trenta piedi, sono terminati da un piano del perimetro dai quindici ai venti passi, per tutta la sua estensione coperta di frammenti di vasi in gran parte smaltati, e qua e là ornati di rozzi disegni»[78].
Io non posso contraddire al signor Brugsch se non in un punto, il quale però sarebbe essenziale. Le sue osservazioni potrebbero convenire per alcuni _tepe_, e specialmente per quelli sparsi nelle steppe circostanti a Teheran, ma non per altri, e per esempio per quello colossale di Marend, posto non solo in una contrada montuosa, ma anche nel vano lasciato fra due elevazioni naturali. I frammenti di vasi di terra accennati dal sig. Brugsch non sono nulla di particolare ai _tepe_, ma si trovano dapertutto: Una cognizione fondata di queste collinette non si può acquistare se non col mezzo di scavi. Allora verrà dimostrato che non tutti i _tepe_ sono identici nella costruzione, nè tutti spettano ad una medesima epoca, nè tutti forse devonsi attribuire al medesimo modo di formazione. I _tepe_ che al pari di quelli di Sultanieh e di Marend, racchiudono strati con frammenti di ossa, cocci, e carbone vegetale, sono essi pure di fattura umana? E come spiegare in tal caso la inclusione di que’ materiali con distribuzione stratiforme, nella massa generale composta di ghiaja, sabbia, e limo delle steppe? Il più volte mentovato deposito di Sainkalè, sarebbe risultante da un nivellamento di antichi _tepe_, accaduti prima della diffusione del terreno di trasporto dell’altipiano?
Questi dati da me raccolti percorrendo rapidamente la linea delle carovane nella Persia occidentale dimostrano almeno che in questo paese si racchiudono materiali preziosissimi relativi alle più remote epoche della storia umana, e fors’anche ai cambiamenti contemporanei nelle condizioni del clima in una gran parte dell’antico continente. Possano almeno i risultati apparenti dai pochi ma finora soli fatti messi in luce, determinare a più ampie ricerche qualche viaggiatore padrone del suo tempo e delle sue linee di escursione. Una ricca messe scientifica coronerebbe le sue fatiche. Io non posso che raccomandargli ancora di prendere la nostra stazione di Sainkalè come punto di partenza. Non gli sarà difficile il riconoscerla a circa un chilometro all’ovest del villaggio, ove la sponda destra dell’Abhar e per alcuni tratti tagliata a picco. Poi non deve essere spenta così presto nella memoria degli abitanti la ricordanza dell’accampamento dell’ambasciata italiana, poi infine si troveranno ancora sul posto nel greto dell’Abhar, de’ _Kiökkenmöddings_ ritraenti il carattere di una civiltà tutta moderna, nelle ossa lavorate dal coltello dello scalco e da denti diplomatici.