IX.
Tratti orografici della Persia occidentale. — Aridità del paese. — Modi di irrigazione. — Carattere della vegetazione. — Agricoltura persiana. — Mulini e villaggi. — Combustibile e viveri. — Clima. — La vita nelle steppe.
La massima parte della Persia è costituita da un sistema di altipiani collegati colla grande regione centrale del deserto salato, come propagini irregolari che da questo grande deserto tutt’all’ingiro si espandono negli spazj rimasti fra i gruppi di monti, i loro contraforti, e le diramazioni di questi. Nella parte che abbiamo percorsa, estremo lembo occidentale di quell’immensa regione, compreso fra le provincie Caspiche, l’Armenia ed il Kurdistan, si può osservare, nella distribuzione delle montagne e degli altipiani, un certo ordine predominante. Volendo ora esprimere la cosa in termini assai generali, si può dire, che la via dall’Armenia russa a Teheran segue una serie di piccoli altipiani successivi, a gradinate, limitati lateralmente da due principali sistemi di monti, e rotta da sbarre trasversali, che formano precisamente i limiti de’ gradini. I confini naturali di questa regione della Persia, que’ confini che sono tracciati dalle linee di separazione delle aque, sono a maggior distanza, e veramente si devono fissare, al lato est e nord, nella linea della Catena contornante il gran bacino del Caspio, nel Bagrukuh, nel Mokaleschkuh, nell’Elburz; al sud-ovest nella linea congiungente le scaturigini dei varj confluenti del Tigri. Lo spazio compreso fra queste due estreme linee laterali, può considerarsi come un’unità geografica omogenea; è un sistema di altipiani aridissimi, suddiviso e intersecato dalle numerose diramazioni di altri monti, nella distribuzione de’ quali si può vedere ancora una certa regolarità. Un sistema di cui i punti culminanti sono l’Ararat, il Sahand, e l’Elavund, attraversa longitudinalmente questa regione della Persia, press’a poco paralella al suo limite occidentale, e per un certo tratto della sua lunghezza, separa le aque defluenti al Caspio, da quella che si versano nel gran lago salato di Urmia. Una grande sbarra, che è un prolungamento dell’Antitauro, taglia questa regione di traverso, nella direzione prossima di un circolo paralello, e concorre a formare il limite sud del bacino dell’Arasse; questa sbarra si estende dal Maschukkuh al gran cono del Savalan. Più al mezzogiorno una seconda sbarra montuosa è quella formata dal Kaplankuh e dall’Agdagh, che separa l’Aserbeidjan dall’Irak. Ancora più al sud la via battuta passa a ridosso di un’altra sbarra trasversale così poco sporgente da esser appena sensibile; quella che separa le aque del Zendjanrud da quelle dall’Abhar. Lo stampo di queste grandi divisioni è pure seguito dagli scompartimenti secondarj interni. Il viaggiatore il quale per Erivan, Marend, Tauris, Mianeh, si dirige a Teheran, trova che il suo cammino è per valli longitudinali comprese fra due catene; quella a sinistra, piuttosto regolare e continua, quella a destra, or più or meno discosta, irregolare e spezzata. Al piede di queste due catene laterali, e ad esse parallele, scorrono, come antemurali, colline per alcuni tratti interrotte, per maggiori tratti continue, e dalle quali di quando in quando si distaccano piccoli contraforti che si perdono subito nel piano.
Per renderci ragione della particolare fisionomia del paese, è d’uopo ora che ci facciamo un’idea della particolare condizione delle sue montagne, e sovratutto della lunga catena che lo separa del bacino del Caspio. La catena che dal Bagrukuh si continua nell’Elburz, aperta soltanto per dar passaggio al Sefidrud, e che circoscrive all’oriente ed a settentrione la Persia occidentale, non presenta nella distribuzione de’ suoi rami laterali quell’ordine che in generale si osserva nelle altre grandi catene del globo, non siegue quella conformazione tipica, la quale si esprime così chiaramente per mezzo del paragone colla spina dorsale di un pesce. Essa rivolge verso gli altipiani dell’Aserbeidjan e dell’Irak, non già una successione di valli trasversali aperte, ma una serie di muraglie continue longitudinali, che limitano valli secondarie pure longitudinali, versanti le loro aque dal lato opposto della catena principale, dal qual lato soltanto scendono, per la china di numerose valli trasverse, rivoli e fiumicelli alpini, che dopo breve tragitto vanno a farsi inghiottire nel Caspio. Quasi tutte le aque di questa grande catena che dal Bagrukuh si prolunga nell’Elburz, si versano fuori del gran sistema di altipiani della Persia occidentale, ed ecco la principiale e per sè medesima evidente causa dell’estrema aridità di questo immenso paese. I venti continui, gli ardori estivi, una siccità regolarmente continuata per sei lunghi mesi dell’anno, fanno il resto.
È difficile il trasfonder in chi non l’ha aquistato co’ suoi proprj occhi un concetto adequato della tristezza, della desolazione di questo paese; tanto più difficile in quanto che si ha da vincere la prevenzione dell’antica potenza della Persia, dell’idea di grandezza e di sfarzo che ciecamente è in noi associata alla parola geografica _Oriente_. I piani, le colline, le montagne, tutto è sterile, aridissimo, tristamente monotono da Erivan a Teheran, e questo ancora non è che l’anticamera del deserto! Grigio è il terreno, uniformemente costituito da tritume marnoso: grigio è il verde delle erbaccie che uniformemente lo rivestono, rare, ispide, spinose, crepitanti sotto i passi, senza un albero, senza un arboscello; grigie del color naturale della loro sostanza che è il fango delle steppe, sono que’ gruppi di topinaje cadenti e corrose che hanno nome di villaggi. Non v’ha conforto allo sguardo che nelle macchie verdeggianti disseminate qua e là, rare e distanti nello sterminato miserissimo fondo generale del quadro, oasi disseminate nel deserto, laddove qualche zampillo d’aqua, qualche fiumicello permetta la coltura del terreno e lo sviluppo della vegetazione arborea. E qui si vede la lotta industre, pertinace, mirabile, de’ Persiani contro una ribelle natura. Il terreno, per la sua composizione minerale, sarebbe dapertutto attissimo alla coltura; e la causa perenne, costante, indomabile, della sua sterilità, è il difetto d’aqua. Fra i pochi fiumi che hanno un nome nella geografia della Persia, pochi ancora sono quelli che meritano questo onore; ed anzi, sulla strada che abbiamo percorsa, di tali non trovammo che i più grossi affluenti del Sefidrud: gli altri sono poveri rigagnoli che, dilatati e decomposti fra le ineguaglianze d’un letto sassoso, vanno a perdersi fra le ghiaje del deserto, per di più soggetti a grandi magre estive. Tutti scorrono generalmente in solchi troppo profondi per poterne derivare canali alla coltivazione delle steppe; e tuttavia lunghi serpeggiamenti di verzura, spiccanti fra il tetro colore del paese, segnano all’occhio del viaggiatore il corso naturale di queste aque. Ove il loro letto si dilati alquanto, là, raccolte e governate in canaletti, ristagnano in risaje, o circoscrivono e fecondano campi, giardini, ombrosi boschetti.
Nell’economia delle aque, il povero agricoltore persiano, avrebbe ben poco da imparare dagli stessi più industriosi popoli d’Europa. Torturato e spremuto da rapaci esattori, inaffia di sudore i solchi della messe non sua, e con opera dura, paziente, eppure spesso delusa, va raccogliendo di lontano il tesoro sotterraneo di qualche venuccia d’aqua, a magro compenso di quella che il cielo gli rifiuta e che l’arso terreno gli chiede inesorabilmente.
Fin da’ primi nostri passi nelle steppe della Persia dovetti fare attenzione a certi cumuli di terra di forma conica, aventi alla sommità una sorta di cratere, in molti ostrutto, in altri aperto, come la bocca di un profondo pozzo, allineati in lungo ordine perdentesi nell’orizzonte. Ognuna di queste linee di coni, non male rassomiglianti a colossali _talpiere_, dalle radici dei monti si protende nel piano, e segna la direzione di un canale sotterraneo, che raccoglie le poche filtrazioni profonde per comporne un canaletto, il quale infine, sgorgando dall’estremo cumulo come da un antro, si versa direttamente sui vicini campi. I coni stessi non sono altro che materiale gettato fuori di tratto in tratto, onde aprire sotterra un corso all’aqua. In alcuni luoghi ho visto lavoratori intenti a questi scavi, traendo coll’argano dalla bocca dei pozzi il materiale che altri, educato alla scuola delle talpe, andava mano mano esportando nel progresso sotterraneo. La profondità della scarsa vena dell’aqua, e la rozzezza degli strumenti di lavoro alla quale supplisce la pazienza dei Persiani, sembrano le cause che fanno ai Persiani preferire questo sistema a quello dei canali aperti. Queste linee di coni che si incontrano di quando in quando negli altipiani della Persia, terminano, come ho detto, ad un antro, dal quale esce un rivoletto d’aqua limpida e fresca. Qualche volta questo rivoletto si versa in un piccolo stagno artificiale, circondato di salici, e dal quale l’aqua si diparte per varj rami alle campagne circostanti. Da questi canali artificiali dipende la vita dei poveri villaggi sparsi nelle steppe, lontani da corsi di aque naturali. Che se, come pure accade, la vena dell’aqua accumulata a sì gravi stenti e con sì pertinace lavoro, venga a mancare col tempo, ed il canale sotterraneo si renda asciutto, la misera popolazione del villaggio è obligata a trasportar altrove i suoi penati. Noi abbiamo infatti incontrato sul nostro cammino più di un villaggio affatto deserto e rovinato per siffatta cagione.
Io non so veramente se alcuno non abbia mai suggerito ai Persiani un altro sistema assai più razionale, e che potrebbe cambiare affatto la condizione di intere provincia; voglio dire lo scavo di pozzi artesiani. Quanto si può scorgere nella direzione dei rilievi e degli avvallamenti dell’Elburz, nella disposizione delle roccie stratificate a’ piedi delle cime nevose di questa catena, infonde le più legitime speranze sulla riescita d’una simile impresa. L’esempio che fu coronato d’un così prospero successo nel Sahara algerino, non potrebbe andar a vuoto nelle steppe della Persia, e qui centuplicherebbe da sè per quell’intelligeuza, quella destrezza, quella ostinazione al lavoro che rende i persiani così superiori ai turchi ed agli arabi.
La vegetazione rada e stentata che dalle steppe degli altipiani, si continua sul dosso arrotondato delle colline e ne’ ritagli fra le nude roccie a’ piè delle montagne, ritrae il suo particolare carattere da alcune forme predominanti di piante, fra le quali devonsi annoverare in prima linea specie di cinaree (_Carduus, Cousinia, Cirsium, Centauræa_), di salsole, di astragali, di senecionidee (_Achillæum, Pyrethrum, Artemisia_), di euforbie, di edisaree (_Onobrychis, Athagi_), di asfodelee, di silene e di lepidii. Non un albero, non un arboscello nè al piano nè al monte! L’impressione non fugace ma costante e ponderata che ha produtto in me l’aspetto generale del paese percorso, è questa; non trovarsi per sì grande estensione, fin dove l’occhio può giungere, un solo albero che non sia piantato dall’uomo. A mio senso questa espressione può esser presa alla lettera, ed è giustificata dalla disposizione sempre visibilmente artificiale degli alberi stessi. Dapertutto, ove l’uomo ha trovato un po’ d’aqua, elemento di che la natura è stata così avara all’Asia occidentale, alla desolazione della steppa succede la più florida vegetazione. Quasi ogni villaggio è ombreggiato da alberi fronzuti, addensati, in filari, in boschetti, ora all’aperto ora nei chiusi, è circondato da frutteti arruffati ma rigogliosi, da ajuole verdeggianti, da campi ubertosi, bruscamente contornati nel deserto. Gli alberi che maggiormente abbondano sono i pioppi, i salici ed i platani, e tra i fruttiferi, i gelsi, i pomi, i ciliegi, i pruni, gli albicocchi, i cui rami cadenti al peso delle frutta mature, trovammo quasi dovunque traboccare e pendere all’infuori de’ muricciuoli di fango che ricingono i giardini. Una pianta estesamente cultivata è pure l’_Eleagnus hortensis_, il cui frutto farinoso, rassomigliante ad una giuggiola, vedesi in gran copia ne’ _bazar_, col nome di _ssedschit_. Lungo il letto dei fiumi si cultiva il riso, ne’ campi raramente il sesamo, più communemente il ricino, ma per assai maggior estensione il frumento e l’orzo; e quest’ultimo serve di principale foraggio ai cavalli. A tal fine, l’orzo mietuto è sul campo stesso tagliuzzato da grandi coltelli circolari, giranti sul loro asse messo in moto da cavalli, dopo di che, raccolto fra reti di corda, si porta all’abitazione. Altre piante diffusamente cultivate in Persia, sono i poponi e specialmente i cocomeri; ma questa cultivazione richiede un terreno bene innaffiato. I cocomeri sono uno de’ principali prodotti di questo paese non solo, ma anche delle provincie caspiche della Russia, ed è veramente incredibile il consumo che ne viene fatto. Si può dire che per tre mesi dell’anno, il nutrimento principale de’ Persiani consiste di questo frutto, assai più succulento e dolce che in Europa, ed il quale dappertutto si trova in gran copia ed a prezzo vilissimo.
I Persiani sono ghiotti di frutta zuccherine; i loro mercati ne rigurgitano, e sì grande è le loro abondanza in alcuni luoghi, che se ne lascia perfino infracidire una gran parte sul terreno. Le piantagioni di gelsi, relativamente rare in questa parte della Persia ch’è al sud dell’Elburz, non danno altro produtto che nei frutti, essi pure assai più dolci che fra noi. Si cultiva anche la vite, ma questa soltanto presso la città od i più grossi villaggi, ed in modo affatto particolare, imposto dalle condizioni del clima e dalla penuria assoluta di legno da pali. I ceppi della pianta sono allineati in aperta campagna sulle scarpe di grandi solchi irrigati con gran cura, ed i tralci si estendono liberamente sul terreno a guisa delle zucche. L’uva che se ne raccoglie è della più bella e della più gustosa che dar si possa, affatto immune da ogni traccia di crittogama (_Ooidium_), mentre ne sodo invasi, fino alla completa distruzione dei grappoli anche in questo paese, i rari pergolati dei giardini. Non si fa vino in Persia che in assai scarsa quantità, e dai soli Armeni, e questo vino, forte, disaggradevole, non conviene a palati europei, apprezzanti appena, ed allora come cosa eletta, quello rinomatissimo di Schiraz.
Da quando in quando, lungo i pochi e miseri fiumi della Persia, si incontrano mulini, i quali sono di uno stile tutto particolare. Si presentano come casipole con mura di sassi quasi senza cemento, erbosi per l’umidità naturale del luogo; di forma prismatica quadrata, senza finestre, con una sola porticina d’accesso. L’aqua vi è condotta per un piccolo canale di legno che trapassa nel suo mezzo il tetto, formando con questo un angolo di circa 45.° Nulla traspare dal di fuori del mecanismo della macina. Si può facilmente vedere quanto debba costare ai Persiani il trasporto del grano da’ sili di sua produzione, talvolta per distanze enormi, ai pochi mulini qua e là disseminati; sì pochi da non comprendersi come mai possano bastare ai bisogni della popolazione. Ma ciò che si comprende ancora meno si è come nessuno abbia mai pensato a rivolgere al servizio de’ mulini un altro motore naturale, costantemente attivo per tutta l’estensione del paese, voglio dire i venti che soffiano senza posa.
I villaggi sono labirinti di muricciuoli di fango, dai quali appena sporgono gli alberi de’ giardini, e le miserabili abitazioni interne, costrutte dal medesimo materiale, fango, con tettoje piane, che nelle notti estive, servono di letto. La struttura di questi sucidi tugurj è studiata in modo da fare il massimo risparmio possibile di legno e di ferro, da escluderli quasi affatto; quindi le porte e le finestre sono misurate per numero e per dimensioni al più stretto bisogno. È inutile il ripetere che le finestre sono tutte rivolte ne’ cortiletti interni o nei giardini. Ad una certa distanza i villaggi passerebbero inosservati, confusi col colore generale del terreno, ove la loro presenza non fosse invece tanto chiaramente indicata dalle piantagioni d’alberi. La grande scarsità di combustibile, fa sì che il cemento calcareo ed i mattoni cotti siano cose di lusso, fin nelle città, riserbate ai bazar ed alle moschee. Una strana singolarità è pur questa, che mentre in Europa i villaggi più floridi sono lungo le principali vie di communicazione, in Persia è perfettamente il contrario. Lungo quelle linee, che si dicono strade principali, perchè più battute dai viandanti, i villaggi hanno in generale l’aspetto della più squallida miseria, mentre negli angoli più segregati da queste linee, si trovano i villaggi più popolosi e fiorenti, per quanto la floridezza è conciliabile colla natura del paese. La ragione di questa dissonanza è semplicissima. Le vie delle caravane sono pur quelle più frequentemente battute dalle truppe, dai numerosi cortei dello Schah e de’ grandi personaggi, i quali, lungi dal lasciare sul loro passaggio i benefizi del commercio e della vita sociale, impongono ai villaggi contribuzioni gravissime. È anzi costume, quando lo Schah onora della sua augusta presenza le provincie del suo vasto impero, che gli anziani dei villaggi, prossimi al supposto suo cammino, gli si rechino incontro con offerte anticipate e spontanee, e con felicitazioni di un prospero viaggio contenenti l’implicito voto che i villaggi, de’ quali sono rappresentanti, siano risparmiati. Noi stessi non siamo sicuri di non aver portato con noi qualche piccolo carico di imprecazioni dai villaggi ove il nostro _mehmendar_ doveva fare le proviste per la nostra caravana. Rimando ad altra occasione qualche aneddoto curioso su questa materia.
La povertà estrema della vegetazione arborea, relativamente all’estensione del paese, toglie si può dire affatto l’uso della legna come combustibile, ed obliga i Persiani a rivolgere a tal uso lo sterco de’ cameli e de’ bovini. Veramente questa industria è commune alla massima parte dell’Asia occidentale, ed all’Egitto, anche in provincie ove non sarebbe tanto strettamente imposta dalla necessità. A tal fine lo sterco, commisto collo strame fracido delle stalle, è impastato a mano sotto la forma di larghe focaccie, e queste sono distese ad essiccare sulle aje dei villaggi, e perfino, a crescerne l’ornamento, sui muri delle abitazioni: al qual lavoro attendono particolarmente le donne. Mi fu assicurato che tal sorta di combustibile dà buon fuoco. In pochi luoghi soltanto, come, per esempio a Tauris, si accatasta legna da ardere, e quasi esclusivamente per uso dei pochi Europei che vi hanno stanza. La somministrazione della legna al consumo giornaliero nella cucina, non doveva essere la minore delle cure di chi provedeva ai bisogni della nostra caravana.
Malgrado le tanto sfavorevoli condizioni fisiche della Persia, il tenue prezzo del lavoro e l’abondanza del bestiame, fanno sì che le derrate di prima necessità per la vita materiale vi abondino, e siano a prezzi molto più miti che in Europa. Frutta, riso, pane, polli, montoni, si trovano ad ogni villaggio di qualche entità, a poco danaro ed in copia. Il pane è sotto forma di grandi fogli che si fanno cuocere prestamente e male, impastandoli sulle pareti dei forni, e si pongono in vendita ne’ bazar su grandi piani inclinati, irti di chiodi. Questi fogli ci hanno le tante volte servito di tovagliolo, di piatto e di cibo nel tempo medesimo.
Le esposte condizioni naturali del paese, la sua latitudine, la sua altezza sul livello del mare, rendono ragione del suo clima. L’inverno è lungo, rigidissimo nella parte più elevata, appena raddolcentesi alla posizione di Teheran; e gli abitanti ne approfittano per ammassare provigioni di ghiaccio; conforto inestimabile a chi, al pari di noi, viaggia la Persia nei mesi più caldi dell’anno. La breve primavera è caratterizzata dalle pioggie, il cui benefizio però è rapidamente disperso dai venti, i quali alla loro volta rattemperano gli effetti de’ raggi solari in estate, e rendono le notti sarei per dire fredde. Chi percorre queste contrade nella bella stagione non deve tanto premunirsi contro il caldo estivo, inferiore alle communi prevenzioni, quanto contro i salti giornalieri di temperatura, come quello, per esempio, che accadde a noi di provare, passando da un mattino sufficientemente fresco, ad un calore meridiano di 34° R. all’ombra. I venti e il debole potere irradiante del terreno fanno sì che, malgrado la serenità delle notti, la rugiada sia insensibile, e non dia compenso alcuno alla vegetazione della mancanza completa della pioggia durante la stagione estiva. Questa lunga, costante arsura, ed il carattere mite delle pioggie in primavera ed in autunno, sono appunto tali condizioni naturali da permettere ai Persiani di costruire le loro case in fango che altrimenti, all’impeto delle pioggie temporalesche sarebbero in breve tempo stemperate. Uno spettacolo, si può dir quotidiano, che l’aridissimo terreno delle steppe percosso da’ cocenti raggi solari produceva al nostro sguardo, era la fata morgana, spesse volte di effetto sorprendente.
Rimettendo a miglior occasione le cose da me osservate sulla fauna della Persia occidentale, vorrei pure dare un po’ di maggior effetto all’abbozzo che ho rapidamente tracciato della fisonomia del paese, coll’aggiungervi qualche macchietta caratteristica di esseri animati. Il silenzio e la quiete del deserto regnano nelle steppe, ed i pochi animali che vi si incontrano, per la mutezza e pel colore, armonizzano con quella squallida natura. Il grigio terreo di varie gradazioni, ora uniforme, ora screziato, è il color generale del loro vestito; un colore che, volendo poetizzare la frase, direbbesi il colore della steppa. Scarsissimi sono i mammiferi naturali a questi luoghi: appena qua e là, stando in agguato, si può vedere qualche spermofilo, qualche criceto, muovere cauti passi attorno alla sua tana, o nelle prime ore del matino sorprendere ancora qualche topo saltante _(Dipus)_. Poche specie di uccelli sono i principali animatori di queste apriche e sterili lande; e sono specie appartenenti ai due generi delle massajòle _(Saxicola)_ e delle alcate, o pernici del deserto _(Pterocles)_. Dapertutto, non appena il sole scaldi il terreno, guizzano come folgori fra le erbaccie singolari forme di lucertole (_Eremias, Ophiops, Agama, Phrynocephalus_). Se a questo elenco aggiungiamo la locuste, di poche specie ma in numero strabocchevole di individui, avremo bastantemente compiuta l’idea generale del regno delle steppe. La scena è alquanto più animata alle falde dei monti, da lepri, da qualche branco di capre selvatiche, da pernici, da grossi lucertoni (_Stellio_), e fra gli scogli il silenzio è rotto dal sommesso sibilo degli ortolani, e dalla sonora nota del peciotto di Siria. Presso i terreni cultivati, presso i boschetti ed i frutteti de’ villaggi, anche la vita animale spiega d’improviso un carattere affatto differente, nella maggior varietà delle forme ed eleganza de’ colori. Da queste oasi tutt’all’ingiro roteano per l’aria sciami innumerevoli di storni rosei, e colombi e vespieri e gazze marine: ogni passo ne’ campi fa svolazzare branchi di allodole e di calandre: varie specie di falchi si concentrano pure in questi luoghi, ove la preda è ad essi più abondante e più facile.
Numeroso è il grosso bestiame domestico in Persia, e per quella che Darwin ha chiamato elezione naturale, le sue diverse razze si sono perfettamente accomodate al carattere generale del paese. Il loro stomaco ha imparato a digerire anche il fusto legnoso delle erbe delle steppe, e così alla mancanza di pingui pascoli supplisce la sterminata estensione de’ magri. Queste razze sono le medesime delle quali ho fatto cenno parlando della Georgia; ed anche qui prevalgono numericamente le pecore dalla coda adiposa, che formano la base del nutrimento animale per tutta la Persia, e per di più somministrano la lana finissima de’ bei tessuti di Mesched e di Kerman. Nella stagione estiva gli armenti lasciano le stalle, e sono guidati al pascolo libero in luoghi di elezione per entro le montagne, od anche nelle più ime valli, non richiedendosi altro, a costituire un pascolo, se non qualche ruscello poco discosto, ove abbeverare le povere bestie. Numerosissime mandre di pecore pascenti sugli arsi pendii delle colline e de’ monti, custodite da pastori nomadi attendati, sono fra i più communi incontri in queste solitudini. Non parlo de’ cameli che sono qui nel loro regno naturale, fatti, si direbbe quasi, a bella posta per le steppe, e le steppe per essi. Anche i buoi ed i bufali trovano il loro sostentamento per molti mesi dell’anno in questa magra pastura, alla quale si abbandonano pure i cavalli ed i muli delle caravane, col rinforzo di qualche giornaliera razione di orzo.
L’incontro di una caravana era una distrazione tutt’altro che frequente, ma si può dire giornaliera, e sempre gradita per la sua originalità orientale. La lunghissima fila di cameli procede a passo lento e misurato, al suono grave del sonaglio appeso al collo di alcuni ripartiti nella loro schiera con certo ordine, come ne fossero i regolatori, senza che per altro questo apparente uffizio tragga seco una diminuzione del carico enorme e voluminoso per tutti. Questo carico consiste in prima linea di quella specie di tabacco (_tombeki_) che si consuma così estesamente nel _narghileh_ turco, fratello germano del _kalian_ persiano, ed in seconda linea di cotone. Ad ogni caravana trovasi unito un certo numero di passaggeri, e la cosa più curiosa a vedersi sono i _kegiavé_ ne’ quali oscillano, in cadenza co’ passi del mulo, certi involti di tela grossolana azzurra a larghe pieghe, con un pannilino bianco pendente al davanti, che vogliono dire donne persiane.
Questi pochi tratti della fisonomia generale della Persia occidentale servano ad ajutare la mente del cortese lettore, che avrà la pazienza di seguire, nelle pagine successive, la processione dell’ambasciata italiana.