IV.
Valore d’un nome geografico. — Gli ultimi giorni della Georgia. — Tiflis. — Le colonie tedesche: strana origine loro. — Le colonie militari. — Le alte autorità nel Caucaso. — Consoli esteri. — Pranzi d’etichetta. — La musica europea e la musica asiatica.
Il principe di Metternich ebbe a dire una volta che l’Italia era un nome geografico, non riflettendo quel grande uomo di Stato quanto acconsentisse sotto questa frase. Per non essere un nome geografico la Georgia è appunto caduta. Gli scrittori hanno diversamente considerata questa provincia dell’Asia; quando ristretta alla sola parte superiore del bacino del Kur, quando invece estesa a tutte le regioni al di là del Caucaso professanti il cristianesimo. I suoi confini non sono mai stati in alcun modo precisamente stabiliti, seguendo essi il vario successo delle armi, non già linee naturali costanti e indelebili. Due linee di separazione di aque, e due mari, avrebbero veramente potuto costituirla in unità geografica, ma non la costituirono mai; chè diverse eterogenee famiglie, fissate nel grande spazio compreso fra questi limiti naturali, hanno vissuto fra loro in continua ostilità, senza che mai quella che ne occupava il centro, ed era pur designata ad esser la predominante, abbia avuto la forza o di respingere o di assimilar le altre. Così la Georgia non ebbe mai che incerti confini politici, tracciati al più dalla linea irregolarissima della separazione delle due religioni, la cristiana e la musulmana, finchè poi non vennero le stazioni de’ Cosacchi a toglier di mezzo ogni quistione, ed a formar un’altra linea senza alcun rispetto alle precedenti. Dell’antica Georgia i Russi hanno fatto la moderna Grusia, alla quale hanno aggiunte le provincie successivamente conquistate sugli altri principi del Caucaso, e sulla Persia.
Prima che fosse tutta assorbita nel vasto impero russo, la Georgia era composta dei seguenti Stati: la Guria, il cui principe aveva il titolo di Guriel; la Mingrelia, altro principato il cui regnante ha il titolo di Dadjan; l’Imerezia governata da un re, nella lingua del paese chiamato _Mephe_; ed infine il regno della Karthli o Karthuli, la Georgia propriamente detta, suddivisa nelle seguenti provincie: la Karthli superiore, comprendente la parte più elevata del paese solcata dal Kur; la Cachezia, verso oriente, tra il fiume e la catena del Caucaso; la Karthli interna fra la Cachezia e l’Imerezia; la Karthli inferiore, alla destra della bassa regione del Kur; ed infine, al di sotto di questa, la Sfomchezia, estremo lembo settentrionale dell’Armenia, sottomesso al governo de’ re georgiani. Devesi ancora annoverare tra le provincie della Georgia, al nord della Mingrelia, la Suanezia, o paese de’ Suani, la quale però ha finito per rendersi in massima parte suddivisa in distretti indipendenti, governati da principi proprj, perdendo la religione greca senza sostituzione di alcun’altra, e lasciando un solo distretto sotto l’autorità del Dadjan della Mingrelia, e sotto la tutela spirituale di un vescovo greco.
Le altre provincie caucasiche, in massima parte musulmane, non facenti parte nè della Georgia nè della Russia, tra l’una e l’altra frapposte, erano, procedendo da occidente ad oriente: la Circassia, l’Abcasia, la Basiania, l’Ossezia, la Kistia o Kistezia, od anche Mizdsegia, il Schirwan, ed il Daghestan o Lesghistan[9].
Sarebbe del tutto fuori di posto il ritessere qui la storia de’ progressi della Russia in questa regione del Caucaso. Ove non giovarono le lusinghe valsero le armi. Alle provincie travagliate da guerre intestine o dalle invasioni de’ Turchi e de’ Persiani, cominciò la Russia a far assaporare il suo protettorato: a’ principi vanitosi ed inetti, il fasto della sua corte, de’ suoi gradi militari, delle sue decorazioni. La storia dolorosa degli ultimi re della Georgia non è che la peripezia d’una lunga serie di vicende che ha desolato per secoli quell’infelice paese. La città di Tiflis saliva a prosperità sotto il regno di Eraclio II, della stirpe de’ Bagrationi, allorquando nel 1795 una poderosa armata, condotta da Aga Mohamed Khan, invase la Georgia. Lo sventurato re, vinto dai Persiani in un combattimento disuguale, dovette cercar rifugio, colla massima parte degli abitanti, nelle alte valli del Caucaso, abandonando la sua residenza al furore del nemico, il quale vi rimase il tempo necessario per metterla a sacco ed a rovina. L’anno seguente i Georgiani incominciavano ad escire da’ loro rifugi, a riedificare i distrutti focolari. Una tregua riparatrice seguiva le vittorie dell’armata russa, che sotto il comando del conte di Luboff avea conquistato Derbend, il Chanato di Ghandscha, e battuti i Persiani a Baku: ma fu breve tregua. Alla morte di Caterina II il corpo del conte di Luboff venne richiamato, e di nuovo i confini della Georgia furono aperti alla rabbiosa vendetta de’ Persiani. Gli abitanti e lo stesso re correvano agli antichi rifugi, quando per loro buona ventura Aga Mohamed fu assassinato da uno schiavo, e così l’armata invaditrice scomposta. Il re Eraclio morì nel 1798; gli successe il figlio col nome di Giorgio XIII; il quale, dopo aver fatta stanza in Telaw, si portò a Tiflis, ove, non avendo più alcun palazzo suo proprio, fu obligato a risiedere nella casa d’un privato. Per sorreggersi fra i tumulti dello Stato, e le sanguinose rivalità di membri della sua stessa famiglia, fu astretto a chiedere un corpo ausiliario russo; ma come questo non poteva accorrere con prontezza pari all’urgente bisogno, ebbe frattanto ricorso al mezzo disperato di assoldare un esercito di 12,000 Lesghi. Questi piombarono sulla Georgia come una nuova calamità; insultavano, derubavano crudelmente i miseri abitanti, abbattevano perfino le case, al solo scopo di estrarne il legno. Dopo undici mesi di una protezione di questo genere, venne infine il sospirato ajuto della Russia. Il debole re Giorgio morì in Tiflis il 28 dicembre 1800; ma inanzi la sua morte erasi già sottomesso al suo potente vicino, giudicando questo essere il solo mezzo di salute pel suo paese. Così ebbe termine il regno della Georgia, passato definitivamente alla corona di Russia il successivo 1801[10].
In modo analogo caddero il regno di Imerezia, il principato della Guria. Come un esempio vivente di questo processo politico che pose la regione transcaucasica nelle mani della Russia, rimasero ancora due larve di Stati: la Mingrelia e l’Abcasia, con una pallidissima larva di indipendenza puramente nominale, ciascuno col suo principe vassallo, cui non rimane più altra autorità fuori quella di spremere dai sudditi qualche magra imposta per suo particolar benefizio. Gli altri principi del Caucaso, i quali non hanno accettato questo vassallaggio umiliante e per di più effimero, hanno dovuto luttare contro i grossi battaglioni della Russia. È fresca ancora la sconfitta dell’eroico Sciamyl, e la completa conquista del Daghestan. Ora le forze poderose del colosso moscovita sono tutte rivolte al Caucaso occidentale, al paese montuoso fra il Kuban ed il mar Nero, abitato da popolazioni circasse. Quella stagione che ne’ grandi Stati europei è spesa in parate militari, in battaglie simulate, è invece per la Russia, e lo sarà ancora per varj anni, stagione di imprese sanguinose contro un nemico invisibile, piccolo, ma pertinace di animo, e potente per difese naturali.
In pochi anni la Russia aggiunse così, all’oriente ed al mezzogiorno, all’antico regno della Georgia, il Schirwan, il paese di Talysch, il Karabagh, e fece della sua Grusia una provincia vasta quanto la Prussia.
In quali condizioni Tiflis sia giunta nelle mani de’ Russi, è facile imaginare. Per dieci anni la città rimase tutta ingombra di macerie, miserandi ricordi delle devastazioni persiane; ma poi la fiducia nel nuovo ordine di cose, pronta e intiera in gente scevra di ogni sentimento di nazionalità, e solo memore delle passate sventure, gli incoraggiamenti ed i privilegi accordati a’ riedificatori di case, il concorso attivo del nuovo governo, la fecero risurgere dalle rovine. Ora Tiflis è il centro vitale della Russia transcaucasica, ed una delle più belle e più originali città dell’Asia occidentale.
Le case di stile georgiano con que’ grandi loggiati tutti all’ingiro, quelle colonnette sottili che si alzano a sostegno della tettoja leggera e dipinta, e nelle più eleganti, vi accompagnano anche ornati e festoni di un gusto tutto proprio, rompono la monotonia dello stile semplice, pesante se si vuole, ma grandioso degli edifici russi. Alla varietà pittoresca ed affatto caratteristica di Tiflis contribuisce pure il contrasto fra la parte nuova della città, che si estende lungo il Kur, e s’erge alquanto sul pendio delle adiacenti colline, e quanto è rimasto o fu soltanto restaurato della città vecchia, posta nel centro, separata dalla prima dagli avanzi delle antiche fortificazioni.
Le contrade sono, nella città nuova, spaziose, regolari. La maggiore, che è somigliante ad un _boulevard_, è quella appunto che si percorre venendo da Kulais, ed è imponente pe’ belli fabricati di cui è adorna, come il ginnasio, la gran guardia, il palazzo del governatore generale, costrutto sulle rovine del palazzo degli antichi re, il caravanserai. Questa contrada mette ad una bella piazza, nel mezzo alla quale surge un grande edificio contenente nell’interno il teatro, e tutt’attorno il nuovo bazar, in due piani, ciascuno con un ordine di botteghe interne aprentisi verso uno spazioso corritojo che fa il giro dei quattro lati. Le botteghe in questo bazar sono di negozianti armeni e russi. V’è un altro bazar di stile orientale nella parte più bassa, presso la città vecchia, occupato da negozianti georgiani e persiani. Lungo la contrada principale, e sulla piazza del teatro, si trovano anche botteghe di francesi e di tedeschi, ma specialmente de’ primi. Vi sono de’ confettieri, de’ profumieri, de’ parrucchieri, de’ mercanti di mode francesi, i cui magazzini sono bene forniti di ogni sorta di merci europee, che si vendono al triplo de’ prezzi che siffatte merci hanno ne’ luoghi di produzione. I trasporti invero sono assai costosi, le tasse doganali assai forti: ma i negozianti europei convertono questi danni in profitti, caricandone ad usura il prezzo della merce. Tutto a Tiflis è orribilmente caro, molto più caro che sulle stesse rive della Neva.
Il teatro è aperto gran parte dell’anno con opera italiana, e doppia compagnia de’ principali artisti; ma perchè ciò sia, il governo lo fornisce di una dotazione annuale di 40,000 rubli d’argento. Le chiese sono del solito stile greco, piuttosto belle, ma nessuna eminente per pregi particolari.
La popolazione ordinaria ha più che raddoppiato in pochi anni, ed ora si calcola intorno ai 50,000 abitanti. Genti diverse, ciascuna col suo particolare costume, danno vita alle contrade, alle piazze, e sovratutto ai mercati. Presso che generale è l’ornamento delle cartucciere sul petto, della cintura e del pugnale con ricchi bottoni e piastre d’argento; ma poi si distingue il georgiano dal grande _papach_ a foggia di turbante, il tartaro dal berettone di pelo con forma conica, l’armeno dal volgare berretto europeo, dalla sottoveste di seta o cotone montante fino al collo, e dal soprabito con lunghe maniche fesse e pendenti. Poi vi sono i Lesghi, i Circassi, gli Osseti, in minor numero e più avveniticci che parte della vera popolazione stabile. V’hanno in Tiflis relativamente pochi Europei, oltre i funzionarj del governo, ed i militari; ma Persiani in gran numero, specialmente addetti alle costruzioni in muratura, nelle quali sono abilissimi. Abbiamo sovente incontrato nel seguito del nostro viaggio piccole schiere di Persiani migranti nella Grusia in cerca di lavoro, seminudi, scalzi, ed il capo coperto da una calotta liscia di feltro compatto. I meno miserabili che stanziano in Tiflis per scopo di commercio, portano il solito berettone. Si calcola che possano trovarsi annualmente nella Russia transcaucasica almeno 50,000 sudditi dello Schah. Come ognuno può arguire dalle cose dette, si parlano in Tiflis diversi idiomi, e predominanti naturalmente sono il georgiano, l’armeno, il tartaro. Quest’ultimo, che è una modificazione del turco, è pure la lingua convenzionale della piazza, e quella che serve al commune intendersi fra di loro di genti tanto diverse, press’a poco come l’italiano ne’ porti del Levante. La lingua russa però, lentamente, per la sola forza delle cose, senza alcuna particolare coazione del governo, è in cammino per sovrapporsi a tutte, e già è diventata la lingua ordinaria nel conteggio, nelle misure, in alcune trattative dello stesso piccolo commercio; così che le lingue caucasiche andranno col tempo circoscritte, come il basco odierno, in chiusi distretti, materia di ricerca agli eruditi futuri.
La nobiltà indigena è strabocchevolmente numerosa, in generale povera, altiera, tenace della sua lingua e de’ suoi costumi, non curante de’ beni di superiore civiltà. Pare che il governo russo, dal canto suo, non si curi di trasformarla, solo concedendo facilmente quei vani onori de’ quali essa è tanto sodisfatta da non chieder di più. I principi sono a battaglioni. Nel solo distretto di Gori, Eichwald asserisce esservene da circa 1500, il che vuol dire più assai che nella Russia Europea e nella Germania prese insieme. Nessuna maraviglia: ci avviciniamo alla Persia, ove la sola discendenza di Feth Alì Schah si calcola di 3,000 principi del sangue.
I soldati non hanno un particolare uniforme che li distingua da quelli della Russia europea; soltanto gli ufficiali dell’armata del Caucaso si riconoscono dal portar la sciabola ad armacollo, sospesa ad uno stretto ma robusto nastro dorato, piuttosto che pendente dalla cintura. Tutti in estate mettono al largo berretto una sopracoperta bianca.
Il Kur divide Tiflis in due parti: alla sua destra è la città, suddivisa, come abbiamo detto, in nuova ed antica; alla sinistra stanno i sobborghi, uno de’ quali, che s’erge fin sopra il colle dicontro alla città vecchia, è l’_Awlabar_; l’altro, che si protende verso oriente, è il _sobborgo delle sabbie_. Vi sono due posizioni dalle quali la vista di Tiflis è veramente magica; l’una è dagli alti colli che sovrastano alla città nuova, dai quali lo sguardo spazia in tutta la valle; l’altra è dal ponte Woronzoff che unisce la città nuova col sobborgo delle sabbie. Il Kur ivi è largo; le sue sponde sono popolate da belle case, ai lati e di prospetto estendentisi sulle alture delle due catene di colli, che si ravvicinano per lasciare al fiume uno stretto passo, una chiusa. Al di là di questa chiusa Tiflis si estende ancora in due lunghe braccia seguenti le due sponde del Kur secondo gli accidenti del pendio, finchè poi si decompongono in giardini, ville e poderetti.
Oltrepassato il ponte Woronzoff, e piegando a sinistra, nella continuazione del sobborgo, la strada mette ad un ampio viale fiancheggiato da filari di alberi, e più indentro da abitazioni, tagliato perpendicolarmente da altre strade che servono di sfogo a nuovi quartieri in costruzione. Questa parte del sobborgo è detta la vecchia colonia tedesca, perchè infatti abitata in massima parte dalle prime famiglie tedesche venute, come dirò fra poco, a stabilirsi nel Caucaso. Lungo questa via si incontrano sulla sinistra alcuni publici stabilimenti, come le scuole di ginnastica ed il grandioso osservatorio meteorologico; e si giunge infine al giardino publico, luogo di convegno, per verità alquanto troppo remoto, rallegrato in determinati giorni della settimana dalla musica militare.
Questo sarebbe veramente l’estremo lembo orientale della città; ma io devo condurre il mio lettore alquanto più lungi, nella stessa direzione, alla nuova colonia tedesca detta anche _nuova Tiflis_. Essa è veramente segregata dalla città, ed ha tutto l’aspetto d’un villaggio improvisato. Un altro spazioso viale perpendicolare al fiume, e per conseguenza anche alla strada che mena alla colonia stessa, dà accesso alle case allineate regolarmente a destra ed a sinistra, di stile semplice, modesto, uniforme, separate da cortili o da giardini. Nell’ordine monotono di queste abitazioni, ma sempre collo stesso carattere, si distinguono la chiesa e la scuola.
Intrattenutomi a colloquio con alcuni di questi coloni, fin dalle prime risposte, alla particolare pronuncia mi parvero Svevi; e tali infatti si dissero quando furono interrogati sulla loro provenienza; però una famiglia, presso la quale io ed alcuni miei compagni ci eravamo recati a cercar del latte, era di origine bavarese. Questi coloni sono da lungo tempo stabiliti presso Tiflis, così che alcuni, i quali denotavano all’aspetto di essere piuttosto al di là che al di qua dei trent’anni, vi erano nati. Tutti però conservano religiosamente lingua e costumi; tanto che il russo parlano assai poco, e solo quanto possa occorrere a’ più necessarj rapporti sociali. I nitidi utensili, la agiata semplicità, la pulitezza generale nell’interno delle case, gli attrezzi rurali e le raccolte provigioni nel cortile o nell’orto, sono altri evidenti segni esterni dell’origine europea in genere, ed alemanna in ispecie. A ciò aggiungi il tratto riguardoso, ma urbano; una certa aria di onestà e bonomia che traspare dalla persona, e si traduce nelle opere. Alla famiglia che ci aveva somministrato del latte, e ricoverati per alquanto riposo, non potemmo far accettare la tenue mercede di un rublo: nella gara de’ rifiuti dovemmo cedere noi, riprendendo quanto oltrepassava il valore del latte che era di pochi _kopeki._ L’ignavia de’ Georgiani contribuisce non poco alla prosperità attuale di queste colonie: sono esse che, oltre ai maggiori produtti agriculi, provvedono di verdure e di frutta il mercato di Tiflis, attendono alla fabricazione del vino e della birra, ed alcuni coloni, abili e industriosi artigiani, profittano del prezzo elevatissimo con cui vi è rimeritata la mano d’opera.
La storia della fondazione delle colonie tedesche del Caucaso è talmente strana, che, per quanto possa sembrare fuori del proposito, merita di essere più conosciuta; ed io la riassumerò in poche parole[11].
La sollevazione generale del popolo tedesco contro il primo Napoleone, la guerra combattuta con tanto furore, e coronata infine colla indipendenza della Germania, aveano avuto il suo naturale ineluttabile seguito, la miseria, aggravata ancora dalla scarsità de’ ricolti. Questa calamità generale a tutta Europa colpì specialmente alcune provincie tedesche. Schiere di mendicanti affamati percorrevano il Würtemberg; e la desolazione vi giunse a tal punto, che gli spiriti, esaltati dalla superstizione, credettero giunta ormai la fine del mondo. Il governo dal canto suo non avea voluto indugiare l’attuazione di quelle riforme che i tempi rinnovati più urgentemente chiedevano, e comprese tra queste la riforma del catechismo: ma il basso popolo che teneva alle vecchie regole della confessione di Augusta, eccitato da alcuni fanatici, considerò il nuovo lavoro religioso come un flutto dell’incredulità filosofica, e vi si oppose. Apparvero allora alcuni scritti ad accrescere l’incendio della reazione superstiziosa, e primo tra questi l’_Heimweh_ di Stilling, predicante un’emigrazione a Gerusalemme, ove doveva aver principio _il regno millenario._
Già alcune colonie tedesche, e specialmente sveve, si erano stabilite, sotto Caterina II, ne’ dintorni di Odessa, e queste naturalmente si tenevano in communicazione colla madre patria. L’imperatore Alessandro, il quale voleva seguire il pensiero della sua grande ava, di popolare di laboriosi alemanni le deserte steppe del suo vasto impero, volle trar profitto della miseranda sorte de’ contadini del Würtemberg, e si valse a tal uopo d’una signora di Pietroburgo, della signora di Krüdener, la quale si portò tra i fanatizzati suoi correligionarj, disse loro che la vera strada per Gerusalemme era attraverso la Russia, facendo perfino credere che lo stesso potente imperatore sarebbesi ad essi congiunto. Si formò allora una prima associazione di emigranti, la quale, favorita dall’ambasciata russa di Stuttgart, e dalla concessione del governo del Würtemberg, lieto di liberarsi di uno stuolo di indomiti malcontenti, si pose in cammino nel settembre dell’anno 1816; e, per la via di Vienna, Buda e Galatz, si ricongiunse ai compatrioti già stabiliti nelle vicinanze di Odessa. I nuovi ospiti ebbero cordiale accoglienza, ma non soddisfatti della chiesa locale, tenevano separate adunanze religiose, e turbavano la pace della colonia. Verso la metà del susseguente anno venne un ordine che fissava Tiflis per sede di quella nuova emigrazione.
L’allontanamento di questa schiera di separatisti non ristabilì la pace religiosa nel Würtemberg e nel vicino stato di Baden; crebbe anzi, per nuovi fanatici promotori, il numero de’ dissidenti dalla chiesa dominante, e col titolo di _armonie_, si costituirono altre numerose adunanze di pietisti che domandavano ad alte grida di lasciare quella che essi dicevano la terra di Babele, per recarsi in terra santa. L’_Heimweh_ di Stilling leggevasi più avidamente della stessa Bibbia; e chi non credeva ciecamente nel promesso _regno millenario_, era condannato come un reprobo. Due fratelli, di nome Koch, si fecero capi di questa nuova emigrazione di _veri credenti_. A ventiquattro anziani venne affidata la cura delle anime, la amministrazione de’ sacramenti; i ricchi diedero una parte del loro avere ai poveri; ed in breve una schiera di 130 famiglie mosse per l’Oriente, noleggiando a tal uopo quattro battelli sul Danubio. Ma il fanatismo pel _regno millenario_ erasi diffuso come un vasto incendio; poco dopo altre otto società di emigranti od _armonie_, formanti nel complesso 1400 famiglie, seguirono la medesima strada, verso la medesima sospirata meta. Dire le traversie e le disillusioni giornaliere di tanta gente in così lungo e penoso viaggio, non potrebbesi in poche parole. Speravano trovare in Odessa, presso le autorità ed i compatrioti, un rimedio ed un compenso a tanti mali, ma astretti ad una lunga quarantena in Ismail, gli stenti, le privazioni, ed un tifo orrendo vi portarono tale strage, che nel lasso di 24 giorni 1200 infelici perirono. I superstiti giunsero in Odessa affranti di corpo e di spirito, e là furono di nuovo ripartiti fra le vecchie colonie tedesche; e là pure nuove scissure religiose. Invano il governatore, generale Jelzoff, tentò persuaderli a fissarsi in quella provincia: pochi furono quelli che seguirono i suoi consigli. Cinquecento famiglie, malgrado il disfavore della stagione, le contrarietà d’ogni maniera in un viaggio lungo fra contrade inospitali, vollero passare il Caucaso; e fra stenti grandissimi e grandissimi sforzi e potenti sussidj del governo russo, giunsero nel tardo autunno in Tiflis.
La prima schiera di emigranti aveva fondata la colonia di Marienfeld; queste ultime 500 famiglie vennero ripartite a costituire sette nuove colonie; la nuova Tiflis, Alexandersdorf, Petersdorf, Elisabeththal, Katharinenfeld, Armenfeld, ne’ dintorni di Tiflis, e più lungi, nell’antico _Chanato_ di Gandscha, Helenendorf. Se un cieco fanatismo superstizioso non avesse sconvolto il senno di questi disgraziati, nessuna compagnia di coloni avrebbe trovato più efficaci ed immediati provedimenti, maggiore guarentigia per l’avvenire. Ogni famiglia ebbe, come fondo di primo stabilimento, 100 _rubli_ (argento); ogni persona un sussidio giornaliero di 10 _kopeki_ per tre anni; esenzione da’ tributi per 15 anni, e solo scorso questo termine, imposto il modico tributo di 15 _kopeki_ per ogni _dessatina_ di terreno[12].
Venne l’invasione persiana di Abbas Mirza, venne la mortifera epidemia che poi ha desolato la stessa Europa, ma non furono tanto calamitose per le giovani colonie tedesche, quanto il crescente tumulto religioso. La società delle missioni protestanti di Basilea aveva ottenuto di fondare una casa in Schuschka. Per quanto i dissidenti svevi tenessero al proprio culto, riescì ad un pastore svizzero, di nome Saltet, di farsi loro accetto, di prendere sovra di essi una specie di supremazia; ma Saltet morì dell’epidemia, ed il governo russo, contro le sue promesse, volle intromettersi negli affari religiosi delle colonie tedesche affidandone la cura spirituale alla missione di Schuschka, preponendo ad ogni colonia non un _fratello_, ma un pastore, infino a che reputò venuto il momento di sottomettere tutti i protestanti del Caucaso al supremo concistoro di Pietroburgo. L’effetto immediato di questa misura fu un’esacerbazione del separatismo; i coloni abbandonarono le loro chiese, per darsi alla segreta entusiastica lettura del libro di Stilling: non più battesimi, non più nozze, ma connubbi disonesti, e perfino communanza di donne; e, con sì profondo pervertimento, il singolare contrasto dell’aspirazione verso la terra santa, salita al grado del furore.
D’improvviso apparve fra quelle colonie, come inviata dal cielo, una vecchia di sessantaquattro anni, di nome Spohn. Respinta da Katharinenfeld, ov’era ancora qualche cervello sano, si portò nella colonia di Marienfeld, ove le donne pietiste avevano il sopravento, ed ivi, in convegni notturni, colla parola infuocata, predicando il _regno millenario_, fu da tutti riconosciuta come profetessa, e con tale riputazione, già diffusa all’intorno, ritornò a Katharinenfeld, ove questa volta fu ricevuta in trionfo. Gli sforzi del governo russo per dominare questa nuova irruzione di delirio superstizioso, le esortazioni, le concessioni simulate, lo specchio de’ pericoli di un viaggio a Gerusalemme fra le orde rapaci dei Curdi, a nulla valsero. La Sphon si proclamava la fidanzata di Gesù, e presentava due giovanetti quali paraninfi alle sue celesti nozze. Atteggiata ad estasi sovrumana annunciava che un giorno il Messia sarebbe disceso a prendersi la sua sposa, e seco portarla al talamo nuziale; che invero questo non sarebbe stato spettacolo concesso ad occhio mortale, ma che i credenti avrebbero sentito nelle pure regioni dell’aria il coro celeste degli angeli. Ciò accadeva nel 1843! Salita al colmo l’impazienza di que’ deliranti, al grido di _Gerusalemme o la morte_, convennero fra loro che se la terza festa della Pentecoste non fosse giunta la concessione imperiale per emigrare alla terra santa, sarebbero in ogni modo partiti. L’acciecamento andò al punto che molti, persuasi di non aver più bisogno d’alcuna cosa mondana, fecero donazione di ogni loro avere a connazionali, od anche a Georgiani, ad Armeni, a Tartari.
Un ufficiale del governo, Kotzebue, figlio del celebre poeta, ebbe incarico di ricondurre quegli smarriti alla ragione; ma ogni sua cautela, ogni sua premura riescirono a vuoto. Venne il giorno fatale: Kotzebue fece un’ultima prova, e finì col minacciare in caso di renitenza l’uso della forza. La profetessa, adorno il capo della corona nuziale, ed i suoi due giovanetti a lato, presentossi alla turba, che giubilando si pose al suo seguito. Kotzebue, tentata un’estrema volta la via della persuasione, ed ancora invano, fece inoltrare i suoi Cosacchi, e loro comandò di impadronirsi di quella energumena; ma questa, più che mai delirante, impose loro di arrestarsi; minacciando vendetta celeste terribile e pronta a chi osasse toccare la sposa di Gesù. La turba immobile e taciturna aspettava i cherubini dalla spada infuocata difensori in tale estremo cimento, ma il solenne silenzio non fece che più distinta la parola del comando e la cadenza del passo dei soldati. La Spohn fu circondata e presa; a tale atto i suoi seguaci si prostrarono ginocchioni colla faccia a terra, come tementi di riguardare ciò che sopra di loro accadesse; ma poscia, l’uno dopo l’altro alzando il capo, e vista la natura tranquilla, e realmente avvenuto ciò che alcuni minuti prima credevasi impossibile sacrilegio, alzò poi anche l’intiera persona, e tutti, come rinvenuti da un sogno, si lasciarono infine persuadere di tornare alle loro case.
Così ebbe fine, nè doveva altrimenti, questo mostruoso portato dell’ignoranza e della superstizione. Le menti di que’ poveri illusi rinsanirono; le forze attive di tanta gente onesta nel fondo, laboriosa, intelligente per istinto, si riconcentrarono al lavoro della terra; le colonie prosperarono. Ed a queste colonie formatesi per la strana causa, e la più strana serie di vicende che ho narrata, altre posteriormente si aggiunsero al di qua è al di là del Caucaso. Attualmente la razza tedesca pura entra per una quantità ragguardevole nel computo della popolazione tanto varia e screziata della Russia meridionale. La famiglia, il campo, l’officina, la chiesa, fanno per questi coloni il mondo intiero. Della madre patria non sanno più nulla o non si curano, o loro basta la coscienza di avervi lasciato ideologi in esuberanza, per fare anche la loro parte nelle eterne discussioni del potere centrale, della bandiera, della flotta, degli antemurali del territorio germanico. Non vi è popolo più del tedesco accomodabile ad ogni posizione geografica, più desideroso e pago di vita patriarcale, più colonizzatore.
Assai più numerose e sparse per le provincie caucasiche, e tutt’ora moltiplicantisi, come il solo mezzo per assicurare le nuove conquiste, sono le colonie militari, tra le quali è distribuita la massima parte dell’armata del Caucaso. In queste colonie il soldato, pronto sempre ad ogni appello, vive tranquillamente colla sua famiglia, e rivolge alla coltivazione de’ campi, od all’esercizio di qualche arte manovale, il tempo, sovente assai lungo, che gli rimane libero dal servizio, e così ritrae dal lavoro delle sue mani, piuttosto che dall’insufficientissimo salario, di che onestamente campare la vita. Famiglie di soldati ammogliati sono anche disseminate nelle città e ne’ villaggi, fuori delle colonie militari propriamente dette. Ogni domenica si tiene in Tiflis un mercato particolare, ove questi soldati artieri portano le loro manifatture, consistenti sovratutto in tela, panni grossolani, scarpe, mobili, armi, che vendono a prezzi proporzionatamente bassi. Siffatta istituzione che tanto bene si accorda colla natura del paese e colla relativamente scarsa popolazione indigena, permette al governo russo di mantenere nel Caucaso con poco dispendio una poderosa armata pronta ad ogni evento; ma la sua origine non è dovuta soltanto ad un piano provvidamente premeditato; vi ebbe parte eziandio la necessità di troncare una causa di diserzioni e di apostasie. Anche sotto la scorza del soldato, indurita dalla ferula della disciplina, si rimuove un verme roditore che infragilisce la tempra umana. Ne’ primordj del dominio russo nella Grusia, e dell’invasione del Daghestan, que’ poveri soldati che da varj anni subivano tutte le privazioni della dura vita del campo, si trovavano esposti ad un nuovo tranello di guerra, che abilmente adoperavano contro di essi emissarj persiani; e molti passavano corpo ed anima al nemico, sedotti dal promesso immediato guiderdone d’un pajo di mogli. Fu allora che il generale Jermoloff propose ed ottenne sanzionato il solo espediente efficace suggerito dal male istesso che si trattava d’ovviare; che fossero spediti cioè quanto più potevansi nel Caucaso soldati ammogliati insieme alle loro famiglie. La opportunità di questa misura non tardò a farsi conoscere negli effetti: le diserzioni diminuirono rapidamente, e finirono per cessare del tutto.
I soldati ammogliati formano uno de’ cinque battaglioni onde si compongono i reggimenti di fanteria nel Caucaso, e del pari il corpo detto de’ Cosacchi della linea, per distinguerlo dai Cosacchi del Don mandati in distaccamento fino agli estremi confini della Russia transcaucasica.
Le così dette _stanizze_ sono villaggi improvisati nel terreno che la Russia va mano mano conquistando attorno al Caucaso, nella continua guerra alle popolazioni circasse non ancora sottomesse. Il militare attende alla prima loro fondazione; compie le opere di difesa, i suoi proprj stabilimenti, e vi pone a guardia una o due compagnie. Poscia vengono trasportate nel nuovo villaggio famiglie di coloni russi, al cui sostentamento provvede per tre anni il governo; trascorso il qual termine, la colonia potendo già vivere coi frutti de’ campi circostanti, viene emancipata. Il governo russo stringe così i Circassi col sistema delle _stanizze_, trasportando in pari tempo nell’interno del vasto impero le famiglie indigene del terreno occupato[13].
Non dirò nulla della società georgiana che non ebbi occasione di conoscere. Ne’ sedici giorni forzatamente passati in Tiflis pel ritardo de’ nostri bagagli, dovuto alla mala fede dello speditore di Marani, ebbimo a fare e ricevere molte visite delle primarie autorità. Gli alti funzionarj sono, anche in questa segregata parte dell’impero russo, ben diversi del concetto che se ne fa ciecamente nell’Europa occidentale; sono in generale poliglotti, assai culti, e sommamente cortesi nel tratto. Molti appartengono all’importazione tedesca incominciata fino da Pietro il grande. Il principe Bariatinski, luogotenente generale dell’imperatore nel Caucaso, con autorità piena ed assoluta, trovavasi da alcuni mesi in Europa. La sua assenza era generalmente lamentata non solo da Russi o Georgiani, presso i quali il principe gode di una immensa popolarità, ma anche dagli altri Europei e specialmente negozianti, privati de’ frutti della sua splendidezza. La suprema autorità era provisoriamente affidata al principe Orbeliani, di stirpe georgiana, devotissimo alla Russia; ma l’amministrazione effettiva del paese dipendeva quasi esclusivamente da due governatori: l’uno militare, il generale Minchwitz; l’altro civile, il signor di Krusenstern, di origine svedese.
Non esistono in Tiflis che tre rappresentanze di Stati esteri; vale a dire un consolato persiano, uno turco ed un consolato francese. Quest’ultimo vi era già stabilito sotto il dominio dei re georgiani, ed assai anticamente, cioè dal regno di Luigi XIV di Francia. La Russia non vi ammetterebbe ora la fondazione di nuovi consolati, de’ quali d’altronde non vede la necessità in interessi europei da tutelare; e su questo punto ha risposto con una recisa negativa alle sollecitazioni del governo inglese, troppo gelosa contro questa ingerenza estranea, e sospettosa di questi occhi continuamente aperti sovra ogni sua mossa nell’Asia. Console di Francia è il barone Finot, nobilissimo carattere, cuore largo e schietto. Non ci volle più dell’istante della semplice presentazione per fare di lui un vero e caldo amico di noi tutti. Dobbiamo particolarmente alle sue instancabili cure se il soggiorno di Tiflis, prolungato oltre ogni previsione, riescì tanto aggradevole da far tacere la naturale nostra impazienza di continuare il viaggio.
L’invito alla mensa, che è la forma patriarcale dell’ospitalità, è divenuto anche, degenerando nella serie de’ secoli, la forma diplomatica. Non parlerò qui degli amichevoli simposj dal barone Finot, ove la cordialità viva e schietta sopprimeva l’etichetta diplomatica: dirò invece che la missione italiana intervenne a due pranzi solenni dati in suo onore l’uno dal principe Orbeliani, l’altro dal console di Persia. Il primo, col pretesto di una indisposizione, ma in realtà per essere ignaro affatto di lingue europee, si fece rappresentare dal generale di Minchwitz, governatore militare delle provincie caucasiche. Il pranzo fu dato in una villa privata del suburbio, appartenente ad un vecchio armeno di 92 anni, che intervenne alle ultime libazioni, e volle farci capire come fosse lieto dell’onore toccato alla sua casa. Secondo il costume russo, sovra due tavolini collocati presso la tavola principale, erano imbanditi prosciutto, sardine, aringhe, caviar, formaggi, ed altri manicaretti stuzzicanti il gusto, con vini di Spagna e di Sicilia, e liquori spiritosi; ed i commensali, stando in piedi, pigliavano alla rinfusa qua e là quanto loro aggradiva. È questa la così detta _zakuska_, preludio al vero desinare, del quale fortunatamente ho detto tutto, quando ho detto che era composto secondo le prescrizioni della sola unica ammissibile, inappuntabile, vera, universale, cucina diplomatica, che è la francese. Anche da Mirza Abdul Rahim-Khan, console di Persia, tutto era europeo: l’ammobigliamento elegante della casa, la maniera del ricevimento, il sontuoso pranzo; per il che dovrò attender altra occasione per dare qualche cenno della cucina persiana discretamente singolare.
All’una ed all’altra cerimonia due affatto diversi ed eterogenei corpi di musica accompagnavano alternativamente il sussurro delle intrecciate ciancie, «_e ’l vario acciottolio delle scodella_». Dal principe Orbeliani la banda dello stato maggiore dell’armata ci faceva gustare bellissimi pezzi del repertorio italiano, eseguiti con precisione alemanna. Fra l’uno e l’altro, cessato il risonante concerto delle trombe e dei clarini, ed il rimbombo della gran cassa, sorgeva, come da un angolo remoto, una voce sottile, stridula, accompagnata da un misto di cicala e di oboe stuonato, e da ritocchi di tamburrini. Era un saggio di musica giorgiana della più scelta, monotona, disarmonica, solo di quando in quando producente qualche effetto per certi _crescendo_ selvaggi, vibranti in modo caratteristico. L’orchestra era composta di due pifferi; di una specie di violino panciuto, a tre corde, tenuto verticalmente; di due tamburrini, e di due timpani; il cantante era persiano. Terminato il pranzo, gli artisti giorgiani salirono a raccogliere le nostre felicitazioni, ed a vuotar grandi tazze di vino; ognuno di noi poscia dovette subire il particolare saluto di quello che sembrava il musicante capo, ricevere da lui tre baciozzi in volto, ed il vino d’onore, vuotando d’un fiato una gran mestola d’argento, che subito dopo i baci venivaci posta forzatamente alla bocca. Poi venne il turno della danza giorgiana. Gli attori erano due individui di sesso maschile, che presero posizione nel mezzo della sala, e piegato all’infuori le ginocchia, protese spasmodicamente le braccia, il muso in alto e gli occhi stralunati, si misero a girare sul proprio asse, accompagnando in cadenza la musica collo scalpito dei piedi. Nessuno ci dirà indiscreti se non abbiamo trovata la cosa di gusto molto fino.
Altra simile vicenda di musica europea e di musica esotica al pranzo del console di Persia. Tra le sinfonie del _Guglielmo Tell_, della _Semiramide_, della _Muta de’ Portici_, magistralmente eseguite dal’orchestra del teatro, erano intercalate le cantilene monotone e convulse della musica persiana, col solito ronzio del violino e del piffero, colle solite botte frementi dei tamburini. Il cantante era, come si direbbe fra noi, di alto cartello, niente meno che un cantante di camera dello Schah: ma che ceffo: che musica! La sua voce, sommessa e più nasale che gutturale sul principio della cantilena, andava a poco a poco crescendo di forza, ed anche quanto più era possibile di acutezza; ed allora la bocca mantenevasi spalancata fin presso il punto di lussazione della mandibola, mentre le vene del collo facevansi oltremodo gonfie, e tutta la persona era agitata da un tremito convulsivo, col braccio sinistro posto di traverso davanti alla faccia, come per ripercuotersi alle proprie orecchie la voce divenuta tutta gutturale, concitata e rauca. E del resto nessuna traccia di una melodia qualunque; non il benchè menomo accordo del canto cogli istrumenti e di questi fra di loro; nessun ritmo, fuorchè nella cadenza dei tamburini. A questo saggio di musica persiana ho trovato perfettamente consoni tutti gli altri che nel seguito del viaggio ho potuto sentire, e perfino le cantilene dei _ferrasch_. La musica polifonica, l’armonia, non passano il Caucaso; non entrano affatto nel gusto estetico di queste popolazioni: starei per dire che sono per esse una vera impossibilità fisiologica. Nè colla miglior volontà del mondo si può scoprire una melodia qualunque in quella lunga strisciatura di inflessioni a gruppetti e rabeschi indefinibili. La scala musicale non ha simboli per fissarla, come non ne ha pel canto degli uccelli.
Per rispetto al senso estetico musicale non v’è transizione tra l’Europa e l’Asia, come ve n’ha, per esempio, fra i costumi. Quale differenza enorme fra le canzoni popolari della Russia, le stesse cantilene de’ Cosacchi, e le nenie monotone e stuonate de’ Georgiani e de’ Persiani! Una linea, una semplice linea separa due affatto diverse nature, l’una dotata, l’altra priva di istinto musicale; due regioni, l’una che ha la musica scritta, l’altra che non l’ha e non la può avere. È un gran fatto che non deve sfuggire alle meditazioni degli etnografi. Pel caso possibile che, seguendo la strada battuta ora con tanta franchezza, essi arrivino un giorno ad ammettere la necessità di due Adami distinti, l’uno al di là, l’altro al di qua di questa linea, io mi affretto a prender qui un brevetto d’invenzione d’un pensiero cotanto peregrino.