XV.
Teheran. — La cultura publica in Persia. — La giustizia. — L’Emir — Il Sadrazam. — Confronti. — Massacro della legazione russa nel 1829. — Guerra coll’Inghilterra nel 1856 — Herat. — L’armata. — I Turcomanni. — Le febbri a Tedgrisch. — Lo Schah. — L’udienza imperiale. — Il ministro degli affari esteri. — Dopo l’udienza.
Teheran è posta nel deserto, a breve distanza dalla catena dell’Elburz, nello spazio tra le ridenti oasi del Schemran e le rovine della biblica Rages. L’italiano Della Valle, il pellegrino che la visitò sullo scorcio del secolo decimosettimo, la chiama la città de’ platani; la descrive come grande, ma poco popolata, intersecata da ruscelli, ricca di giardini e di frutteti. Già anticamente, in varie riprese, l’aveano scelta a loro temporanea sede alcuni re della Persia; ma al rango di capitale del vasto impero non salì che verso la fine dello scorso secolo, col surgere della nuova dinastia. Aga Mohamed khan vi costruì nuovi aquedotti, bazar, moschee, palazzi, e pago infine dell’opera sua trasferì nella rifatta città la residenza dei Re de’ Re, abbandonando l’antica sontuosa metropoli di Ispahan. Una sola costante legge governa in Persia le capanne ed i palazzi, gli umili villaggi e le grandi città; tutto è predestinato alla rovina sin dalla fondazione, ed i Persiani non riparano, ma ricostruiscono.
Io non farò la descrizione di Teheran, rimandando il lettore a quanto ne scrissero i viaggiatori e più recentemente, colla maggiore accuratezza, il sig. Brugsch[41]. La fisonomia generale di questa città non è gran fatto diversa da quella delle altre città persiane: il materiale di costruzione vi è il medesimo: fango, puro fango: le contrade sono strette, sudicie, irregolari, estremamente polverose in estate, e fangose nella stagione della pioggia. Un’alta muraglia di fango ed un gran fossato asciutto la ricingono, e vi danno accesso sei porte, che dal tramonto al surgere del sole rimangono gelosamente chiuse. Alcuni gruppi di casolari, presso le porte, formano i suburbj, uno dei quali, dal lato del Schemran, trovammo intieramente stemperato da una pioggia diluviale e da una innondazione dell’anno precedente.
Nell’ampia distesa di casipole e muricciuoli di fango surgono, qui più che altrove, opere monumentali della moderna arte persiana, costrutte in buoni mattoni cotti, con eleganti mosaici di mattoni smaltati. Le porte fiancheggiate di torri, le moschee, i bazar, sono per una certa magnificenza di stile, per le decorazioni, per la freschezza, quanto di più bello si può vedere in tutti i dominj degli Schah. La porta del nord, detta la porta dell’impero, e lì presso il mausoleo che racchiude la testa del Khan di Khiva, furono i primi bei monumenti che si offrirono al mio sguardo nella visita fatta alla città. Da questo lato si trova il più importante dei quattro quartieri, nei quali la città stessa è divisa. Oltrepassata quella porta si percorre una strada lunga e diritta, regolarmente selciata, rasente il muro di cinta del giardino dello Schah, ed a questo muro sono attaccate in lungo ordine molte cassette vetrate, nelle quali arde di notte una candela, tutto il contorno della residenza imperiale essendo illuminato, quando il resto della città è nelle tenebre. Per quella strada si giunge a una grande piazza, circondata di frontoni maestosi, che servono d’accesso a’ bazar, a’ caravanserai, al palazzo dello Schah e de’ suoi ministri. Nel mezzo di questa piazza sta quella che da noi si direbbe la gran guardia: una batteria di cannoni di diverso calibro, ed uno fra essi di enormi dimensioni, con gruppi di soldati quali in sentinella, quali accosciati fumando tranquillamente il kalian.
Il giardino dello Schah è imponente pel lusso della vegetazione, per maestosi viali, per grandi piscine, per la pulitezza, l’ordine, l’eleganza che domina dappertutto, e rivelano arte, gusto, costumanze d’Europa. Il direttore, infatti, è un francese. Non mi accingo tampoco a descrivere l’interno del palazzo, la favolosa ricchezza de’ troni, l’addobbo sontuoso di alcune sale, contrastanti in singolar modo colla nudità, colla decadenza de’ fabricati imperiali che avevamo fino allora visti. Varj grandiosi edifizj, tutti press’a poco del medesimo stile, co’ loro grandi talar prospicienti l’immenso giardino, compongono questa residenza del Re de’ Re. Alcuni servono d’abitazione a’ grandi di corte, altri al ricevimento de’ dignitarj nelle varie solennità; altro infine chiude il tesoro reale, indescrivibile assembramento di perle, di rubini, di smeraldi, di diamanti, della più rara bellezza, per un ammontare che vien calcolato oltre 1,250,000,000 di franchi.
Da questa parte della città, presso la porta dell’impero, trovasi il collegio, istituzione europea, che la volontà dello Schah attuale mantiene, che un altro regnante può distruggere, senza che ne rimanga tampoco la memoria nell’indifferenza del paese. È una specie di istituto politecnico, nel quale ad una quarantina di allievi si dà una istruzione elementare nella fisica, nella chimica, nella mecanica, nella topografica, nella lingua francese. Naturalmente vi sono addetti professori europei, ma già si manifesta e si traduce in effetto l’intenzione di sostituire loro a poco a poco professori persiani. Un italiano, il signor Focchetti, vi tenne per alcuni anni la catedra di fisica e di chimica, ed ha lasciato buon nome e desiderio di sè, non solo fra i pochi suoi connazionali, ma fra gli altri Europei e le istesse più intelligenti notabilità persiane. Noi trovammo in costruzione un grandioso fabricato nel quale sarà ben tosto trasferito il collegio che lo Schah ha intenzione di chiamare a nuova vita.
L’Inghilterra tiene lo sguardo fiso sopra Herat, e pel resto si appaga del grande sfogo che aprono alle sue manifatture i bazar persiani. La Russia pure inonda la Persia delle sue merci, e contiene la politica dello Schah colla salutare paura. Fino dai tempi del primo Napoleone, e della spedizione del generale Gardanne, Parigi è, nel concetto generale de’ Persiani, il centro del _Frengistan_; e la Francia spiega ancora la prevalente influenza ne’ consigli dello Schah. La maggior parte degli officiali europei al servizio della Persia sono francesi. A Parigi il governo persiano mantiene una cinquantina di allievi, perchè abbiano ad istruirsi nell’industria manifatturiera, nelle arti dell’ingegnere, nella medicina. Qual profitto essi ne traggano la loro patria non cura. Non appena vi abbiano fatto ritorno, l’harem ed il kalian riprendono il loro pernicioso dominio, e svanisce perfino quella vernice parigina che ingentilisce il vizio. Pure ciò che è buono nella natura dei Persiani è ottimo: e questo è l’ingegno aperto, vivace, che li rende atti ad apprendere con mirabile facilità ogni arte, ogni industria, ove la memoria, i sensi, e la destrezza fisica abbiano la parte prevalente. I lavori che i Persiani, per tradizione secolare, e con strumenti imperfettissimi, riescono a fare, sono veramente stupendi. Non si perverrà forse giammai ad imitare in Europa le tanto apprezzate sciabole del Korassan, mentre, sotto la direzione di abili officiali e capi officine francesi, la fabricazione delle armi da tiro, anche di precisione, sul modello europeo, ha preso, nell’arsenale di Teheran, rapido sviluppo. Dal 1861 è teso un filo telegrafico, che, partendo da Teheran, si biforca a Kazvin, per terminare con un estremo a Tauris, coll’altro a Rescht. Il primo stabilimento, o, come direbbesi, l’impianto di una novità così inconcepibile alla scienza orientale, fu naturalmente affidato ad Europei; ma in sì breve spazio di tempo il servizio del telegrafo è già intieramente passato a funzionari persiani, e procede nel modo più regolare.
Non sia giudicata frivola cosa quest’altra prova del singolare ingegno imitativo dei Persiani, ch’ebbe con profitto grandissimo suo e dalla scienza il mio amico Doria. Durante il suo viaggio nelle provincie meridionali della Persia, vennegli in pensiero di addestrare a ricerche naturali il suo cuciniere, giovinotto di non ancora venti anni, nativo di Schiraz, di nome Kerim, ed in breve riescì a sviluppare in lui un talento straordinario, un perspicace senso pratico, una decisa passione per tutti gli artifizi delle collezioni zoologiche. Condottolo seco alla sua nativa Genova, bastarono poche lezioni del bravo e compianto preparatore De-Negri a fare per soprapiù del giovane Kerim un tassidermista abilissimo. Così il marchese Doria si è assicurato un prezioso ajuto, che ogni naturalista ha ragione di invidiargli.
La cultura dello spirito è molto più apprezzata dai Persiani che dai Turchi. Tengono la suprema gerarchia del sapere i _mollah_, che sono i dottori del Corano, ed i conservatori sacri delle tradizioni storiche e filosofiche. Poi vengono i _mirza_, o letterati communi, e di questi grande è il numero. Senza che il governo se ne curi gran fatto, l’istruzione elementare è più diffusa in Persia che in alcune provincie della stessa Europa; se non che l’islamismo è un irremovibile ostacolo a ciò che ne scaturiscano que’ frutti che essa virtualmente in sè racchiude. Quasi tutti coloro che al vestito si palesano superiori all’umile plebe sanno leggere e scrivere, e portano abitualmente nelle saccoccie del vestito un astuccio con penne e calamaio, ed un rotolino di carta alla cintura. Quasi ad ogni moschea si trova annessa una scuola (_madrassèh_), ove, sdrajati sovra rozzi tappeti, vedi ragazzi intenti a deciferare scritture, a tracciare scarabocchi sulla carta. Nelle città, ne’ villaggi, si incontrano molto frequentemente crocchi di uditori intenti alla lettura entusiastica de’ novellieri e de’ poeti, onde la Persia mena giustamente sì gran vanto. Tra le botteghe de’ bazar se ne trovano alcune di librai. La stampa si fa col mezzo della litografia. Nè mancano giornali: uno è pubblicato in Tauris dallo stesso nostro primo mehmendar Kulikhan; l’altro in Teheran, sotto la personale alta direzione dello Schah e de’ suoi ministri, e questo è adorno di disegni, o, come direbbesi tra noi, illustrato.
I Persiani riconoscono la supremazia degli Europei in tutto quanto si riferisce al benessere materiale della vita, compiangendo però i vani bisogni in cui si sono avviluppati, e la conseguente complicatezza delle industrie per sopperirvi; ma in fatto di teologia, di filosofia e di letteratura, essi tengono gli Europei per bambini, o, senza cerimonie, per barbari. Rompendo l’ordine del mio diario, intercalerò qui un saggio abbastanza curioso della filosofia naturale de’ Persiani. La scena è in un caravanserai di Kazvin, ove ci troviamo io e Lessona in compagnia del sig. Nicolas, in crocchio con vari notabili della città. Mentre l’ottimo dragomanno disputava cogli altri del crocchio, in lingua persiana, io e Lessona, che non comprendevamo verbo, stavamo badando ad uno scalpellino che lì presso lavorava un masso di bellissima trachite rosea; e raccoltone alcune schegge le esaminavamo colla lente.
«Che fanno que’ signori?» domandò uno dei Persiani del crocchio al sig. Nicolas.
«Guardano di quali elementi il buon Dio ha composta quella pietra.
«Che necessità di guardare? Lo diremo noi: quella pietra è fatta di aria, di aqua, di terra e di fuoco.
«Questa è scienza antiquata e morta. Noi Europei sappiamo da quasi un secolo che l’aria, l’aqua, la terra, non sono elementi, ma sostanze composte, e che il fuoco non è una sostanza particolare.
«Se accettate la discussione su questa materia, noi siamo pronti, e vi convinceremo del vostro errore:»...... — e via di seguito, dissertando con un miscuglio di Aristotele e di Maometto d’uno in altro argomento; asserendo che la terra non si muove, che è portata sulle corna di un bue, e questo riposa su di un pesce; che è assurdo ammettere l’esistenza degli antipodi; e concludendo sempre che quella è la vera, la sola scienza.
Al sentir di queste belle cose, io e Lessona non potevamo tenerci dal farne, ridendo, le alte maraviglie; se non che venne tosto ad ammorzarle una triste riflessione. La scienza che è di sua natura incoercibile come l’etere, indefinitamente progressiva, che non conosce confini, e meno ancora contrasti di nazioni, procede forse nel nostro stesso paese senza spinte retrogade, senza inciampi di strane zavorre? Non abbiamo anche fra noi consorterie di dotti ignoranti, i quali per rifiutare altrui il diritto del libero esame, incominciano dal respingerlo essi medesimi, come un incommodo peso? Che per cullarsi in beato ozio sotto le ali oscuranti di qualche Aristotele di provincia, convertono perfino in danno permanente quelle che pur sarebbero glorie storiche della nazione? Buona gente del resto, che non domanda altro che di esser lasciata vivere, e a chi dà rende incensi a larga mano. Ma ahimè, per l’incessante proclamarla quella che non è punto, la loro scienza non diviene la sola, la vera, la intangibile, meglio che nol sia quella de’ dottori delle moschee.
Più che al diretto comando degli Schah ha contribuito al rifiorire di Teheran un Cavour della Persia, un ministro riformatore di rara intelligenza, che ha lasciata nella storia contemporanea del suo paese una pagina incancellabile, e la cui tragica fine è ancora materia de’ racconti popolari, ed universalmente compianta. Un figlio di un povero cuoco di Kermanschah, di nome Mirza Taghi, addetto al servizio del principe ereditario Nasr-ed-din Mirza, riescì pei suoi talenti, per la sua operosità, per l’energia del suo carattere, a guadagnarsi i favori e la confidenza del suo signore, ed a vincere i nemici insurti a disputare a questi, alla morte di Mohamed Schah, il trono della Persia. Portato allora egli medesimo al rango supremo di gran Visir, col titolo di Emir, ottenuta in isposa una sorella dello Schah, Mirza Taghi khan tutto pose in opera onde riparare le devastazioni della sfasciata amministrazione precedente, contenere l’avidità spogliatrice de’ governatori e de’ grandi di corte, ordinare i diversi rami del publico servizio e sovratutto la finanza, nel tempo medesimo che intraprendeva con prodigiosa attività grandi opere publiche, ponti, strade, bazar, caravanserai. Ma i rovesci della fortuna sono violenti in Persia, ed anche per quest’uomo straordinario doveva suonare l’ora fatale. Un intrigo di corte, abilmente ordito da feroci rivali, da coloro che sotto quella mano di ferro aveano dovuto cessare da inveterati abusi, riescì a far credere allo Schah che l’Emir minacciava l’ordine dello Stato. La memoria degli antichi servigj, l’evidenza de’ nuovi, gli stessi vincoli del sangue, non valsero a salvarlo. Fu allontanato dalla corte ed esigliato in una sua villa presso Kaschan, ove non tardò a raggiungerlo l’ultimo scoppio dell’ira imperiale. L’infelice trovavasi nel bagno quando gli giunse un messo dello Schah accompagnato dal carnefice, colla sentenza di morte. L’Emir aveva libera la scelta del genere di supplizio: gli fu proposto l’avvelenamento con una forte dose di oppio, ma egli rifiutò. Si fece aprire le vene nel bagno stesso, e mentre la vita gli andava mancando ebbe ancora la forza d’animo di scrivere col dito intriso del suo sangue la sacra esclamazione de’ Musulmani: _la allah ill’allah_; non v’è altro Dio che Dio.
Mirza Aga kan che gli succedette nella carica di gran Visir, col titolo di Sadrazam, fu appena più fortunato coll’aver salva la vita. Straordinariamente ricco, intraprendente, amante del lusso, padrone di un sontuoso palazzo nella capitale, di castelli e di terre, dovea necessariamente suscitare l’invidia e la gelosia dei cortigiani, che lo accusarono di impinguare i suoi forzieri a danno dello Stato. L’accusa prese corpo al sopravenire di una crisi annonaria e di una gran penuria di danaro; ed anche in questa circostanza il despotismo dello Schah si manifestò in tutta la sua forza. Il Creso persiano dovette sottostare a taglie enormi, poi infine venne esigliato a Yezd, spogliato dei suoi possedimenti; e la carica di gran Visir fu abolita.
Da questo esempio, e da altri che ho dovuto narrare nelle pagine precedenti, si può avere un’idea del modo con cui si amministra in Persia la giustizia. Tutto il codice è compendiato in un sottinteso articolo, che si potrebbe esprimere così: la vita e la proprietà de’ Persiani sono in facoltà del sovrano. L’arbitrio, il solo arbitrio, determina la procedura, la sentenza, il genere e la specie della pena. De’ carnefici accompagnano dappertutto la persona dello Schah, ed il capo di essi è una vera dignità in corte. La prigione costerebbe troppo. Tutte le pene sono pecuniarie o corporali: le prime oscillano tra la multa e la confisca, ad arbitrio ed a profitto del sovrano; i gradi delle seconde sono l’esiglio, la bastonatura, le mutilazioni, la morte, e tanti tormenti quanti se ne possono imaginare. Ma anche su questa materia non mancano riflessioni e confronti. Ad ogni scoppio di barbarie musulmane tutta Europa si commove. Noi eravamo in Tiflis, allorquando i giornali ci portarono la novella del supplizio di sessanta Turcomanni, che allora aveva avuto luogo sulla piazza d’armi di Teheran. Quegli infelici, legati tutti in fila, servirono per alcune ore di bersaglio a’ battaglioni che si facevano successivamente sfilare loro dinanzi, a tutto tiro di fucile. A tanto orrore noi fummo sul punto di credere che l’ambasciata italiana non avrebbe proceduto oltre: ma in seguito, ben ponderate le circostanze, si venne a conchiudere che la sorte di sessanta ladroni, colti in istato di guerra, non avrebbe incontrato nella stessa Europa altro diverso trattamento che nel tempo, nel luogo, ed in una semplice più legale formalità; differenza sproporzionatamente minore che non sia quella del relativo stato di civiltà ne’ due paesi. Bisogna ammettere ne’ nostri giudizj sulla Persia circostanze molto attenuanti. Quel paese è, di confronto coll’Europa, arretrato di dieci secoli, ma gli orrendi supplizj de’ Babi, che non mi bastò l’animo di descrivere pel minuto, sono ancora un pallido raffronto ai tormenti co’ quali, or fa appena un secolo (nel 1757), per sentenza di tribunali, in una metropoli del mondo cristiano, tredici carnefici, per dodici ore continue, fecero scontare a Roberto Damiens il delitto di aver attentato alla vita di Luigi XV. La tortura e la ruota non sono peranco sparite dalla memoria de’ contemporanei; il supplizio alla bocca del cannone fu trovato molto speditivo ed esemplare, in certe circostanze, anche da propagatori di civiltà; e fanno raccapriccio le inumane torture colle quali, or sono pochi anni, gli agenti del governo delle Indie spremevano ai contribuenti morosi il pagamento delle imposte, onde altre grida di pietà e di sdegno risuonarono nella Camera de’ communi di Londra.
Con sì largo e terribile arbitrio in chi comanda, col sentimento morale così ottuso nelle masse, convien dirlo, a minor onta della natura umana, gli eccessi del potere da una parte e i delitti dall’altra, sono molto più rari in Persia di quanto generalmente si creda. Le punizioni sono strane e violente, ma almeno pronte ed esemplari, ed il più delle volte applicate a veri e riconosciuti colpevoli. Nelle grandi occasioni però, quando occorre agire sull’istante, e colpire le masse con grandi esempi, le vittime si pigliano alla cieca e per categoria.
Al principio del 1861 la gran neve caduta ed il pessimo stato delle vie di communicazione aveano reso impossibile il regolare trasporto de’ grani per i centomila ventricoli della capitale, e la carestia vi prese terribili proporzioni. Un giorno, migliaja di donne furibonde, scoperto il volto in segno di disperazione, circondarono minacciosamente lo Schah che ritornava dalla caccia, gridando pane e giustizia. Ma il pane non si crea per volontà di despota; bensì qualche atto clamoroso al quale dare il nome di giustizia si può sempre improvvisare, e lo fu in questa circostanza. Sua Maestà fece semplicemente strangolare il Kelantar, o capo della polizia della città, e trascinarne il cadavere, per le vie di Teheran, a coda di cavallo; fece bastonare i Ketkodà, o capi de’ quartieri, e l’insurrezione s’acquietò, come avesse mangiato.
Un altro tumulto popolare accaduto in Teheran, in epoca più remota, e che finì col massacro della legazione di Russia, è raccontato in qualche libro con alcune varianti da quanto mi venne riferito sul luogo da persone degne di fede, e tra di loro concordi fin ne’ particolari. Ecco il tragico avvenimento. Dopo la pace di Turkmantschai era stato spedito a Teheran, come ministro residente dello czar, il signor di Gribojedow, con numeroso personale, conformemente al rango, ed alla circostanza della pace succeduta ad una grossa guerra. Fra i sudditi dello czar, abitanti in Teheran, e sui quali naturalmente si estendeva il diritto di protezione del suo ministro, v’era una donna armena, che era stata a forza chiusa in un harem. Le insistenti domande e le proteste del sig. di Gribojedow, onde la donna fosse consegnata alla legazione, non avevano avuto altro effetto che di esacerbare il fermento della plebe, irritata già dalle conseguenze della guerra disastrosa che era stata allora suggellata con una pace invisa. Sul rifiuto ostinato delle autorità locali, il ministro russo mandò i Cosacchi del suo servizio a strappare la donna all’harem. Il tumulto salì per questo fatto al colmo; e lo stesso capo della religione, che fino allora s’era efficacemente adoperato a calmare gli animi, fè cenno che ormai ogni freno fosse tolto. La plebaglia furibonda si portò in massa contro la residenza della legazione russa; dalle imprecazioni passò alle minacce ed all’attacco. La porta chiusa, e fortemente appuntellata, era sul punto di cedere sotto gli urli della moltitudine, quando partì di là una scarica di fucilate. In pochi istanti l’onda inferocita degli assalitori invase l’interno della casa; ed impegnatasi la lutta corpo a corpo, cinquanta persone, componenti la legazione, fra le quali lo stesso ministro, ed alcuni fedeli servi persiani, dopo un’eroica difesa, rimasero scannati. Solo riescì a sottrarsi alla strage un giovane segretario, arrampicatosi sui tetti, e raccolto dalla carità di un _mollah_, che lo tenne celato nel sacro inviolabile asilo del suo proprio harem. Quanto le conseguenze di questo fatto dovessero presentarsi terribili al governo persiano, ognuno può imaginare. Un principe del sangue fu immediatamente spedito a Pietroburgo a chieder umilmente perdono a’ piedi dello czar, e ad offrire pronta riparazione. La quale fu fatta ampia e clamorosa, con solenne apparato di inchieste e scena finale di centinaja di nasi, di lingue, di orecchie, e di teste cadute sotto il coltello del boja. Una seconda ambasciata russa non tardò molto a giungere in Teheran, accolta con pompa straordinaria.
Altro episodio, in cui del pari figura una donna tra i personaggi principali, avrebbe potuto avere conseguenze funeste pel governo persiano, quand’anche non fosse contemporaneamente concorsa al medesimo effetto un’altra complicazione politica molto più grave. Mirza Haschim, caduto in disgrazia dello Schah per la sua famigliarità colla legazione britannica, aveva dovuto infine ricoverarsi definitivamente sotto la protezione di questa; e dal sig. Murray era stato nominato agente consolare a Schiraz. Mentre il prevedibile conflitto dava luogo ad uno scambio di note e di proteste aspre ed energiche fra il ministro inglese ed il governo persiano, lo Schah fece rapire la moglie del Mirza, sua parente, accusata non solo di leggerezza in conversare cogli Inglesi a viso scoperto, ma perfino di rapporti scandalosi col ministro. Invano il sig. Murray si fece a reclamare, pe’ lesi diritti internazionali, la restituzione immediata della donna: lo Schah intervenne personalmente nella questione, scrivendo di suo pugno al ministro britannico, e caricandolo delle più basse contumelie. La misura era colma, e l’offeso ministro mandò al governo persiano un’ultima ingiunzione: che fosse fatta giustizia a’ suoi reclami, che lo Schah ritirasse l’ingiurioso scritto, od altrimenti egli avrebbe abbassato lo stemma della sua nazione. Spirato invano l’ultimo termine concesso a queste riparazioni, la legazione inglese abbandonò Teheran, ed il sig. Murray scrisse al governatore di Bombay, invitandolo a far un’imponente dimostrazione armata davanti Bender Buschir. Questo avveniva nel dicembre 1855. Poco dopo una poderosa armata persiana invase il territorio di Herat, e si impadronì della città. Il governo inglese che per vendicar il grave oltraggio fatto, per una frivola causa, alla sua bandiera, avrebbe dovuto muovere guerra alla Persia, fu così tratto d’imbarazzo, e, per la nuova causa sopragiunta, troncò ogni titubanza. Una flotta di 47 navigli, con 5000 marinai ed 8000 soldati, sotto gli ordini del commodoro Leeke e del generale Outram, si portò nel golfo persico. Le truppe sbarcate bombardarono Bender Buschir, che si arrese dopo quattro ore di fuoco; quindi, procedendo, vinsero ancora in varj scontri i Persiani, ed attaccarono la fortezza di Mohammerah, la quale, sebbene difesa da 13,000 uomini e da numerosa artiglieria, fu presto evacuata. Malgrado l’enorme sproporzione delle forze, la vittoria seguiva il vessillo inglese. Ma le vere difficoltà di questa guerra non sarebbero incorse che più tardi, coll’avanzarsi nella regione montuosa, e già erano pronti a salpare da Bombay nuovi rinforzi, quando giunse la notizia al generale Outram che, per mediazione dell’imperatore dei francesi, un trattato di pace fra l’Inghilterra e la Persia era stato sottoscritto il 4 marzo (1887) in Parigi, da lord Cowley e da Ferruk khan. Le ratificazioni non si fecero a lungo aspettare, ed il signor Murray fece di nuovo trionfale ingresso in Teheran.
Il miserabile piccolo canato di Herat sarà ancora per molti anni un pomo di discordia, un punto obbiettivo delle rivalità e della strategia politica della Russia e dell’Inghilterra, veggenti nel lontano avvenire la possibilità di trovarsi un giorno di fronte a contrastarsi il predominio nelle più ricche contrade dell’Oriente. Il possedimento di Herat è poco meno d’una quistione di vita per la Persia: e per quella che si chiama in Europa legitimità di aspirazione, non le dovrebbe esser contrastato. La Persia ha necessità di quella posizione per dominare le gole dei monti aperte alle invasioni dei Turcomanni nel Korassan meridionale; e la Russia ve la spinge sottomano, nell’intento di allontanare sempre più l’influenza inglese, e predisporsi una facile via che le forze della Persia non saprebbero mai difendere, quando venga il giorno di stendersi verso le Indie. L’accorta Inghilterra giuoca l’altra partita, favorendo le ambizioni del suo alleato Dost Mohamed, sultano del Cabul, nelle cui mani Herat sarebbe un’opera esterna coprente i confini occidentali de’ suoi propri possedimenti. Perciò fin dal 1853 era stato conchiuso un trattato fra la Persia e l’Inghilterra, per il quale il governo persiano rinunciava ad ogni pretesa di sovranità sopra di Herat, obligandosi a non invadere questo territorio se non in quanto fosse strettamente richiesto per difenderne l’indipendenza dagli attacchi effettivi del Cabul. Fu appunto la violazione di questo trattato che obligò l’Inghilterra a ricorrere alle armi, siccome ho narrato. Il trattato di Parigi conferma essenzialmente la clausola del 1853, ed aggiunge che alla minaccia di una lutta colle forze di Dost Mohamed, la Persia non abbia ad intervenire se non dopo aver esperimentati i buoni officj dell’Inghilterra verso il suo alleato, officj che l’Inghilterra stessa obligavasi ad interporre. Fu anche contemplato il caso di Mirza Haschim, e stabilito che l’Inghilterra, conservando la sua protezione ai Persiani che già aveva assunti al suo servizio, si obligava a non estenderla ad altri, fuorchè nel caso che un simile diritto fosse più tardi stato accordato dal governo persiano ad altre potenze.
L’occasione non tardò per metter a prova il trattato di Parigi. Noi eravamo appunto in Teheran, quando vi era giunta da poco la notizia che Dost Mohamed era di nuovo penetrato con forze imponenti nel territorio di Herat, e stringeva d’assedio la città. Fra i varj pretesti dell’invasione v’era pur quello, probabilmente vero, che Ahmet, khan di Herat, fosse creatura dello Schah. La Persia non s’era per anco rifatta dall’infelicissima spedizione contro i Turcomanni, epperò non poteva opporre al sultano del Cabul che una debole armata di 18,000 uomini, sotto il comando del vecchio Murat Mirza, zio dello Schah, e governatore del Korassan; ma risovvenutosi in buon tempo degli accordi stipulati col governo inglese, domandò formalmente l’esecuzione dell’art. 6 del trattato di Parigi. Il sig. Eastwick fu spedito sul teatro della guerra, come incaricato d’affari del governo inglese, ma non si diede tampoco la pena di vedere Dost Mohamed, e si limitò a scrivergli onde impedisse dalla sua parte il passaggio de’ Turcomanni sul territorio persiano. Herat fu assalita e presa, ma il suo conquistatore, già gravemente ammalato all’incominciar della campagna, morì qualche giorno dopo la vittoria.
L’esercito persiano consta di 80 battaglioni di fanteria, ciascuno nominalmente dagli 800 ai 1000 uomini, ma effettivamente aggirantesi intorno alla metà di queste cifre: di 4 reggimenti di cavalleria regolare, e 2 di artiglieria. In caso di guerra questa armata può esser rafforzata da un numero indeterminato di uomini di cavalleria irregolare. Ho già riferite altrove le cure dell’attivo ed intelligente Abbas Mirza, per introdurre in quest’armata la disciplina, o piuttosto l’istruzione europea. Nasr-ed-din, lo Schah regnante, continua questa tradizione. I nostri compatriotti, colonnelli istruttori, si dimostravano molto contenti de’ successi delle loro fatiche, della facilità colla quale i battaglioni della fanteria persiana aveano imparate le mosse e le manovre di campo, tanto da non rimanere in ciò molto al disotto delle truppe d’Europa. La piazza d’armi di Teheran biancheggiava di tende pei battaglioni che vi erano adunati in campo d’istruzione; e fino a Tedgrisch perveniva il suono delle fanfare, il rullo dei tamburi, il rumore della moschetteria degli esercizj giornalieri. Il conte Grimaldi, il capitano Clemencich, che formavano la sezione militare della nostra ambasciata, invitati un giorno dai colonnelli italiani ad una gran manovra, ne rimasero soddisfatti oltre ogni aspettazione. Però quella che veramente si chiama organizzazione dell’esercito è ancora tutta da creare: e la truppa persiana, che può fare abbastanza buona figura ad una rivista, è intieramente sfasciata in una campagna guerresca. Il servizio che suol dirsi delle intendenze e delle ambulanze è affatto negletto, ed il soldato deve provedere da sè alle necessità ed alle contingenze quotidiane, anche sul teatro dell’azione; ond’è scomposto ogni ordinamento delle fila, quando appunto maggior ne sarebbe il bisogno. S’aggiunga a tutto questo che gli officiali europei sono semplici istruttori; hanno il comando dei battaglioni sul campo delle manovre, ma fuori di là, quando venga il caso di far valere il profitto di questa istruzione, i soldati che hanno imparato ad ubbidire, passano sotto gli ordini di officiali indigeni, che non sanno comandare. Per questo complesso di circostanze non solo l’esercito persiano è stato e sarà costantemente battuto da corpi sproporzionatamente inferiori di truppe europee, ma ebbe perfino a subire una totale ignominiosa sconfitta dalle orde indisciplinate de’ Turcomanni.
Queste orde, rapaci per indole e per odio, non lasciano tregua ai paesi limitrofi della Persia, ed or qua or là piombano d’improviso sulle carovane, sui villaggi, e fin sulle città popolose del Mazanderan e del Korassan saccheggiano, rubano armenti, e traggono seco prigioni i miseri abitanti, che poi vendono come schiavi sui mercati di Khiva e di Bukhara. Il governo persiano decise finalmente una grande spedizione militare onde infliggere loro una tremenda lezione.
Nel 1860 un esercito di 24,000 uomini, sotto il comando del governatore del Korassan, irruppe sul territorio turcomanno, senza incontrare alcuna resistenza, chè le popolazioni, a modo barbaro, andavano mano mano ritirandosi verso l’interno, e concentrandosi. Così senza colpo ferire i Persiani giunsero alla città di Merve, che era stata del pari evacuata, e se ne resero facilmente padroni. Il principe Hamza Mirza, comandante in capo, spedì corrieri allo Schah apportatori di tanto liete novelle, che furono accolte nella capitale con grande entusiasmo e fuochi di gioja. Dopo un successo così inatteso credettero i Persiani non aver altro a fare che raccogliere i frutti della vittoria, ma quando i Turcomanni ebbero maturati gli artifizi, ed assalirono infine i Persiani, le sorti della guerra mutarono a precipizio, ed alla spensieratezza degli illusi seguì un generale irrefrenabile spavento. Hamza Mirza con pochi battaglioni riescì a trovare uno scampo, rientrando nel Korassan, tutto il resto dell’armata fu preso. Gli officiali di questa armata erano tutti persiani puro sangue, fatta eccezione di un solo europeo, del sig.^r de Bloqueville, francese, che di officiale avea il rango e l’uniforme, non però l’autorità, e traeva seco invece un completo apparato fotografico, onde prender vedute di paesi intieramente sconosciuti agli Europei. Anche il sig.^r de Bloqueville cadde nelle mani de’ Turcomanni, e fu tenuto prigioniero, finchè non venne riscattato al prezzo di 8,000 tomani (96,000 franchi), che lo Schah sborsò della sua cassa privata. Io ebbi il piacere di fare la sua conoscenza nell’abitazione del signor Nicolas presso Tedgrisch, e di sentire da lui narrare le strane vicende di questa guerra.
La dissoluzione dell’armata invaditrice fu così rapida e completa come non occorse mai per nessuna armata in Europa. Per avanzarsi sul territorio nemico, attraverso il deserto, i Persiani dovevano pensare da prima ad assicurarsi l’aqua, ed a tal fine aveano deviato in un antico canale abbandonato il piccolo fiume di Herat, ma furono crudelmente delusi, perchè il fiume venne assorbito dalle sabbie. Qui incominciarono i disastri. Un gran numero di cavalli venne a morir di sete, ed anche de’ Persiani molti, rompendo ogni ordine, vaganti in cerca di aqua, erano fatti prigionieri alla spicciolata, all’esca di qualche scodella d’aqua, che i Turcomanni offrivano agli smarriti, alla condizione di deporre le armi. L’armata persiana, già a mezzo sfasciata, si trovò al Mourgab, dietro il quale stavano accampate le masse de’ Turcomanni: ma, tentato invano il guado del fiume, dovette pensare a ripiegarsi su Merve. Su questa circostanza aveano abilmente calcolato i Turcomanni; ed infatti, improvvisamente deviando il corso del fiume, lo riversarono sulla ritirata de’ Persiani; ed allora la disfatta fu compiuta. La sola cavalleria già ridotta dalle precedenti perdite, potè salvarsi: la fanteria fu tutta presa, e quasi si direbbe pescata. Il fatto accadeva nella notte fra il 2 ed il 3 ottobre.
Il signor de Bloqueville fatto prigioniero appunto in questa circostanza, ebbe ne’ primi giorni a soffrire ogni sorta di privazioni quando i Turcomanni stessi mancavano di tutto; ma poi la sua condizione andò migliorando; il ricovero ed il vitto gli vennero apprestati con discreta larghezza, e l’apparente generosità de’ suoi padroni andò fino a permettergli, e procacciargli anzi, sotto buona scorta, il passatempo della caccia. Il clima, i disagi, i patimenti morali alterarono la sua robusta salute, e le cure verso di lui raddoppiarono. La ragione di questo trattamento non è quella che forse per la prima s’affaccia al pensiero del lettore; non è un sentimento di umanità, è un calcolo raffinato. Il signor de Bloqueville vivo era una mercanzia di valore, ed il fatto lo ha comprovato; morto non era che un essere immondo da lasciar a pascolo degli avoltoj. Peggiore assai fu la sorte del povero Hamza Mirza, malgrado la sua parentela collo Schah. Chiamato a rendere conto del mal governo e della precipitata fuga, entrò carico di catene in quella Teheran che nella sua fantasia orientale si era rappresentata plaudente alle sue vittorie; e fu spogliato de’ suoi gradi e delle sue immense ricchezze.
L’esito di questa disastrosa campagna fu doppiamente fatale, la Persia non si potrà così presto rifare delle perdite subite, mentre dall’altro canto l’ardire de’ Turcomanni crebbe a dismisura. Nella vicenda delle rappresaglie qualche abbastanza severa lezione toccò anche a costoro, e già ho accennato a quella sessantina di fucilati sulla piazza d’armi di Teheran, ma questi esempi non produssero alcun salutare effetto, od effetti contrarj. Bisogna aggiungere inoltre che fra i Turcomanni ed i Persiani lo stato permanente di ostilità è invelenito dall’odio religioso fra sunniti e sciiti.
Era intenzione di noi naturalisti di comprendere la gita al Demavend nel nostro viaggio di ritorno in Europa, ed allora, poichè già eravamo sul cammino, fare un’escursione nel Mazanderan, e raggiungere il battello a vapore russo ad Astrabad; ma coloro ai quali communicammo questo progetto, e specialmente i nostri compatrioti residenti in Teheran, ce ne disuasero affatto, in vista delle continue scorrerie de’ Turcomanni nella parte Orientale di quella provincia, e del pericolo che vi corrono particolarmente gli Europei, dopo che l’esempio del sig. de Bloqueville ne aveva tanto rialzato il valore sul mercato.
Adunque, siccome ho detto già altrove, profittammo del lasso presumibile di tempo, che ancora ci separava dalla udienza dello Schah, per fare subito un’escursione al Demavend. Eravamo già nel ritorno presso l’ultima tappa, quando ci venne incontro uno de’ nostri servi, colla guida di un soldato, recante un biglietto del cav. Gianotti per sollecitarci, coll’annuncio che la solenne cerimonia doveva compiersi il giorno 18. Ci trovavamo già naturalmente in misura, epperò non ebbimo che a proseguire del nostro passo. Giunti alla nostra residenza di Tedgrisch, fummo dolorosamente sorpresi dal vederla convertita in ospedale. Quattro de’ nostri compagni giacevano a letto colti da febre intermittente, con predominante carattere gastrico. Fu quello il segnale che la stagione delle febri incominciava, e che si doveva pagar il tributo all’inesorabile clima. Volendo pur cercare un fomite di miasma in quell’aridissima regione, non poteva rinvenirsi altrove che nel rigagnolo scorrente presso il muro della nostra residenza. Un canaletto derivatone dall’alto per l’irrigazione de’ campi metteva di quando in quando il rigagnolo all’asciutto, ed allora ne’ bacinetti, fra le balze del suo letto sassoso, rimaneva stagnante l’aqua, d’onde esalavasi fortemente il tanto caratteristico odor di palude. Dovrei insistere sulla realtà di questa causa febrifera pel fatto che la febre onde quasi tutti, a diversi intervalli, fummo colti, scemò quando fu ridata l’aqua al rigagnolo, e si riaccese quando ne fu tolta di nuovo.
Frattanto, nella tema che non giungessimo in tempo, il comm. Cerruti aveva ottenuto di far differire di due giorni la nostra udienza dallo Schah. Il matino del 20 agosto gran tramestio nelle nostre celle, onde esser tutti pronti in abito di gala per l’ora convenuta. Anche gli appena convalescenti fecero forza a loro stessi: rimase condannato al letto il solo atletico, e tanto caro a noi tutti marchese di S. Germano, pel quale incominciava allora una lunga iliade di febri persiane, non vinte che assai tardi nel clima benefico della sua patria. Ci occorreva un dragomanno di rango, e mancandone la nostra ambasciata, convenne accettarne uno della legazione di Francia. Il dragomanno titolare di questa legazione vivendo ritirato, come ho detto altrove, in aperta scissura col conte Gobineau, questi offerse il suo cancelliere sig. Querry, che fu bene accetto al nostro ministro. È a sapersi che nelle solenni udienze dello Schah, ed anche in quelle del Sultano a Costantinopoli, l’etichetta richiede assolutamente che la communicazione fra il sovrano e l’ambasciatore straniero si faccia col mezzo di un interprete, anche quando i due personaggi principali potrebbero intendersi direttamente.
Una ventina di cavalli delle scuderie dello Schah piuttosto modestamente bardati, uno stuolo numeroso di _ferrasch_ e di soldati, erano già raccolti all’ingresso della nostra abitazione. Alle 10 ore montammo in sella, e la lunga processione, preceduta da un forte picchetto di guardie, sfilò al non lontano castello di Niaveran, ove lo Schah stava aspettandoci. Ma ora è bene farci un’idea dell’altezza del personaggio al quale andavamo a far riverenza.
Se il decantarsi grande vuol dire esserlo, non v’è certamente grande nazione al mondo quanto la Persia, non v’è tanto sublime regnante che sia all’altezza di colui che siede sul trono di Dario e di Ciro. Schah significa re, ma propriamente il sovrano della Persia ha il titolo di _Schahynschah_, ossia Re dei Re, parola che il linguaggio araldico d’Europa non ha saputo tradurre altrimenti che _imperatore_. È però sottinteso che in questo titolo si abbiano a mentalmente compendiare tutti gli altri, che nel discorso non si potrebbero recitar di fila senza perder il flato. L’elenco di questi titoli non corrisponde, come pe’ sovrani europei, ai vari dominj che riuniti hanno costituito il reame o l’impero, ma è una litania magniloquente di appellativi di grandezza, in stile orientale. Eccola, quale Chardin si è preso il gusto di trascriverla:
«_Il più alto dei viventi — Surgente della maestà — Surgente della grandezza, della potenza, e della gloria. — Capo dei grandi re, il cui trono è la staffa del cielo. — Agente del cielo nel mondo — Centro del mondo — Oggetto de’ voti di tutti i mortali. — Dispensatore dei buoni e grandi nomi. — Signore delle sorti. — Capo della più sublime setta dell’universo. — Sedente sul trono imperiale del primo essere temporale. — Il più grande, il più luminoso. — Principe de’ fedeli. — Nato e uscito dal trono che è l’unico trono della terra. — Re del primo ordine. — Monarca de’ sultani e de’ comandanti dell’universo. — Ombra di Dio massimo sparsa sulla faccia delle cose sensibili. — Primo nobile e della più antica nobiltà. — Re, figlio di re, discendente dai più nobili re. — Sovrano, figlio di sovrano, discendente dai più nobili sovrani. — Imperatore di tutti i tempi e di tutti gli esseri corporali. — Signore delle rivoluzioni e del mondo. — Padre delle vittorie. — Principe della potenza sovrana. — Dispensatore delle corone e de’ troni._»
Nas’r-ed-din, attuale Schah di Persia, appartiene alla stirpe turcomanna de’ Kagiari, originaria di Astrabad, la quale, nelle guerre civili che desolarono la Persia, nella seconda metà del secolo scorso, erasi già fatta indipendente, e regnante sul Mazanderan, quando nel 1793 Aga Mohamed Khan, l’eunuco, giunse ad impadronirsi del trono di Persia. Nas’r-ed-din, quarto Schah di questa dinastia, successe a suo padre Mohamed nel 1848 nella giovanissima età di dieciotto anni. È uomo di bella corporatura, di aspetto intelligente e piacevole, con due grandi baffi neri e due grandi sopraciglia, che gli artisti suoi sudditi dipingono con tale esagerazione da spiccar soli nell’ovale del viso. La caccia forma la prediletta sua occupazione, ed in questo esercizio spiega tutto il fasto e la potenza d’un sovrano d’Oriente. Lo seguono dignitari di corte, l’archiatro Tholozan, e milliaja di ferrasch e di soldati, quelli per ammirare la sua veramente grande destrezza, questi per stendersi in catena e muovergli incontro la grossa selvaggina, della quale soltanto l’imperiale Nembrod si diletta. Relativamente all’ampiezza ed alle tradizioni del potere degli Schah Nas’r-ed-din è di animo buono e mite, inclinato alla giustizia, favorevole agli Europei. Assai culto egli stesso nella sua nazionale letteratura, apprezza per istinto la scienza straniera che gli si manifesta per immediate utili applicazioni, e vorrebbe trapiantarne i germi nel suo impero: infine è per la Persia un principe civilizzatore.
Attorno alla villa imperiale di Niaveran stava accalcata, al nostro arrivo, una folla immensa di curiosi, contenuta da due battaglioni scelti, bene armati di fucili moderni, in assetto di parata, che in doppia fila al nostro passaggio ci fecero gli onori militari con precisione europea. Scesi di cavallo, ci accolse dapprima una gran tenda, ove i ministri dello Schah ed altri personaggi, fra i quali l’immancabile Iahja Khan, compierono il prologo della cerimonia con inchini, saluti, felicitazioni, colle libazioni consuete di thè e di _scherbeth_, e la consueta circolazione de’ kalian. De’ Persiani i soli militari portavano un uniforme semieuropeo: le altre dignità, non avendone alcuno, vestivano la lunga tunica in tessuto ricamato a fiorami. Tutti sfoggiavano al petto la stella dell’ordine del leone e del sole: il ministro degli affari esteri inoltre portava pendente al collo da un nastro cilestro il distintivo supremo del ritratto dello Schah contornato di brillanti; ed impugnava, come emblema del suo rango, un bastone con gran pomo tempestato di preziosi giojelli. Entrammo poscia tutti nel cortile del castello, ove ci salutò il rullo de’ tamburi, ed il presentar delle armi di altri soldati disposti in quadrato. Lì il mastro della cerimonia, nel mezzo della corte, rivolgendosi all’unica sala superiore o talar, quella precisamente ove stava attendendoci lo Schah, pronunciò ad alta voce non so quali parole; poi salimmo noi stessi, per un’angusta ed erta scaletta, alla sala d’udienza. Bisogna che io ricordi qui che i Persiani stanno in casa co’ piedi scalzi ed il capo coperto, e che questa tenuta è di assoluto rigore alla corte. Non permettendoci il nostro costume di cavar gli stivali, lasciammo invece a piè del talar le soprascarpe delle quali ci eravamo appositamente calzati; e tenemmo noi pure, ben s’intende, il nostro cappello in testa. Il Re de’ Re stava in piedi, quasi nel mezzo della sala: a’ suoi lati, ed a certa distanza da lui, stavano parimenti in piedi i ministri e le altre dignità persiane: noi ci schierammo lungo il lato della porta d’ingresso. Un magnifico tappeto, un gran cuscino ricamato, alcune sedie a bracciuoli in legno dorato, formavano tutto il mobiliare della sala.
Prima nostra impressione fu lo stupore per l’abbagliante ricchezza del vestito dello Schah. Indossava egli una tunica di velluto azzurro ricamata a grandi rabeschi di brillanti: sul berettone o kolà scintillava una gran rosa di magnifici brillanti: tutta l’impugnatura e tutto un lato del fodero della sciabola erano d’oro coperto d’un fitto mosaico ancora di grossi brillanti: alla sua cintura luccicava uno dei più grossi diamanti conosciuti al mondo, il famoso _deria-i-nur_ (mare di luce).
Il nostro ministro cominciò un discorso che il sig. Querry andava traducendo periodo per periodo. Parlò delle antiche relazioni dell’Italia colla Persia[42], e del bene di riannodarle, ora che l’Italia era risurta tutta unita a nuova potenza; parlò dell’alta stima del re Vittorio Emanuele per sua maestà imperiale, e della prova solenne che gliene dava coll’inviargli il gran collare del suo ordine supremo dell’Annunciata. A questo punto il cav. Gianotti s’avanzò colle insegne dell’ordine che lo Schah si pose ad osservare con visibile compiacenza, consegnandole poscia al suo ministro degli affari esteri. Rispose lo Schah rallegrandosi delle nuove condizioni d’Italia, e mandando felicitazioni al suo re.
Il commendatore Cerruti fece in seguito la presentazione dei componenti l’ambasciata, declinando di ognuno i titoli e gli offici, sui quali lo Schah domandava di mano in mano nuovi schiarimenti. Quando si venne al prof. Lignana, qualificato come professore di lingue orientali (la parola filologia comparata sarebbe stata incompresa): «Di lingua araba» soggiunse lo Schah. «Non di questa sola, rispose il ministro, ma anche di persiano.» All’udir questo, lo Schah rivolse direttamente la parola al nostro collega, il quale rispose con franchezza ed in buona lingua persiana, riportando dall’augusto esaminatore un sorriso di approvazione. Venne poi il turno del sig. Montabone. Lo Schah, sentendo come fosse distinto fotografo, espresse il desiderio di vedere i suoi lavori e di farsi egli medesimo ritrarre. Infine chiuse l’udienza lo Schah stesso, esprimendo il suo interessamento per la nostra salute, dicendo che non ci aveva ricevuti subito al nostro arrivo per lasciarci ben riposare, che però ogni giorno aveva voluto avere nostre notizie. Di questa accoglienza, e sovratutto dell’esteriore persona dello Schah Nas’r-ed-din, ci è rimasta assai gradevole impressione.
Passati poscia nuovamente sotto la tenda a ricevere i complimenti per l’alto favore di sua maestà imperiale disceso sovra di noi, il ministro degli affari esteri chiese alla sua volta una particolar contezza dei membri dell’ambasciata. Egli aveva un qualche sentore degli avvenimenti pe’ quali s’era fatto il regno d’Italia, ma li interpretava alla persiana; sapeva cioè che uno Stato piccolo ma forte, col quale la Persia era già stretta in patto d’amicizia, s’aveva un dopo l’altro uniti altri Stati, e volle sapere anche quali di noi appartenevano allo Stato forte primitivo, quali invece ai paesi che egli pensava conquistati.
Il commendatore Cerruti sodisfece immediatamente l’onesta curiosità indicandoci uno per uno. Ma qui bisognava vedere il diverso contegno del ministro persiano, secondo che il presentato era, come diciamo noi, delle antiche provincie, oppure delle nuove: al primo rispondeva il buon uomo con un inchino in aria compunta ed ossequiosa, al secondo con ridere sgangherato ed un dar colla mano tagli obliqui al vento, come, sarebbe a dire: «Ah! te l’hanno fatta! ti sei lasciato prendere!» Le idee di una volontà nazionale, di una forza conquistatrice diversa da quella del cannone, della sciabola e della corda, non entreranno mai in un cervello persiano.
Ritornammo alla nostra abitazione discretamente stanchi, ma più e meno contenti di questa fazione diplomatica: contentissimi poi coloro pei quali era così raggiunta la fase culminante del viaggio.
La coda di questa cerimonia doveva essere una frotta di vampiri, ossia dei più o meno titolati anche di seconda e terza sfera, del seguito dello Schah, che piombarono a Tedgrisch, a ricevere dalle mani del nostro ministro, sotto l’apparenza di regalo, la tassa convenuta tradizionalmente in simili occasioni. Non mancò il buffone di corte, non mancò neanche il boja, il quale almeno, in compenso di una bella manciata di tomani, ci portò a regalare un sacchetto di nocciuole.
Noi eravamo stati, fin dal primo giorno del nostro arrivo, in contatto giornaliero colle legazioni europee, ma in forma privata. Dopo l’udienza imperiale le visite ripresero in forma solenne, le quali però, in grazia dei nostri precedenti rapporti, e di quella cordialità che lega subito europei di diverse nazioni in un paese come la Persia, ha consistito semplicemente nel vestir l’abito di spada. E prima e dopo l’udienza quasi ogni giorno alcuno di noi era convitato agli accampamenti di Francia, d’Inghilterra o di Turchia, o addetti a queste legazioni sedevano al nostro desco, a subire gli intingoli di _monsù_ Martin; ma poi venne anche il turno dei pranzi diplomatici. Infine anche nelle steppe e sotto la tenda, od in capanne di fango, abbiamo fatto un discreto sciupio di cravatte bianche e guanti gialli.
Più animato si fece anche il ricambio delle visite coi nostri compatrioti; e fu come una festa di famiglia quel giorno in cui sedettero essi alla nostra mensa colle loro gentili signore. Parlammo della patria lontana, delle vicende che l’avean fatta risurgere, delle lutte che l’avvenire le teneva ancora preparate. Ma se la nostra presenza era per essi una consolazione, era pure un tormento, come quella che faceva loro sentire più acuta la spina della nostalgia. Del resto, ben retribuiti, tenuti in considerazione dalle autorità persiane, la vita materiale trascorrerebbe loro abbastanza agiata. Alle occupazioni, non punto gravose, del loro officio, altre aggiungono per elezione. Il colonnello Pesce, abilissimo fotografo, ha radunato un prezioso _album_ di vedute della Persia, molte delle quali rappresentanti grandiosi monumenti dell’antica Persepoli. Il colonnello Andreini si diletta di collezioni di oggetti naturali, ed il museo di Torino deve alla sua liberalità un buon numero di belli esemplari. Possano queste poche righe giungere loro come un saluto, ravvivar la memoria dei pochi giorni passati insieme nelle oasi del Schemran, e la speranza di rivederci presto sotto il cielo della commune patria.